Agosto 4th, 2018 Riccardo Fucile
IN UNA SALA RISERVATA IL CONFRONTO CON INVESTITORI INTERNAZIONALI DI ALTO LIVELLO CHE NON SI FIDANO DELLA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO… IN UN MESE SI E’ DIMEZZATO L’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI
Claudio Tito su Repubblica di oggi racconta di un incontro che risale all’inizio di luglio tra il senatore della Lega Alberto Bagnai e una serie di investitori internazionali, che secondo il quotidiano non avrebbe rassicurato gli investitori pronti a lasciare l’Italia:
Mattina dei 13 luglio scorso. In una sala riservata di un locale nel centro di Roma entrano una trentina di persone: vestito blu, cravatta, scarpe inglesi e cartellina sotto braccio. Dopo qualche minuto arriva Alberto Bagnai, presidente della commissione Finanze del Senato e uno dei teorici “no-euro” più accesi, sponda leghista.
Si tratta di un incontro organizzato da quella che un tempo si chiamava Merrill Lynch, ora è la Bank of America.
Sono presenti i rappresentanti di alcuni dei maggiori investitori internazionali, banche d’affari e fondi soprattutto.
Soggetti in grado di spostare miliardi di euro — odi dollari — in pochi secondi. E di determinare la fortuna o la sfortuna di interi Paesi.
L’elenco degli invitati è piuttosto corposo. Tra questi, oltre alla stessa Merrill Lynch, ci sono — solo per fare qualche nome Goldman Sachs, JP Morgan, Ubs.
Il racconto dell’accaduto secondo il punto di vista del quotidiano è questo:
Sono tutti interessati a capire cosa farà l’Italia. Soprattutto cosa farà il governo italiano. La politica economica della maggioranza giallo-verde non solo risulta oscura, ma soprattutto appare poco rassicurante per chi ha investito un bel pò di soldi sui nostri titoli di Stato.
Vogliono capire se le scelte che l’esecutivo compirà in autunno nella prossima legge di Bilancio sono compatibili con la sostenibilità del debito pubblico. Se manterrà un rapporto fisiologico con l’Unione europea, se l’euro viene considerato un’opportunità o una disgrazia.
La riunione dura quasi due ore. E chi ha ascoltato le parole di Bagnai, ne esce poco rassicurato. In larga misura vengono confermati i dubbi che hanno agitato i mercati fin dalla nascita di questo governo.
I grandi investitori internazionali non si fidano. Sono in attesa. E nel frattempo preferiscono assumere un atteggiamento prudenziale rispetto alle risorse investite nel nostro Paese.
Nella sostanza si ritirano e poi guardano quel che accadrà nella prossima manovra economica. Altri addirittura prevedono un peggioramento delle condizioni economiche italiane e si cautelano, appuntano spostando capitali dal nostro ad altri Paesi.
E c’è da dire che diverge rispetto a quello, brevissimo ma significativo, fatto dallo stesso Bagnai sul suo blog: in un post che risale al 13 luglio spiegava la differenza tra 17 e 71 (per cento) dicendo che con il 71% dei voti “fai quello che vuoi” (ovvero, se la Lega avesse preso il 71% sarebbe uscita dall’euro), mentre con il 17%, ovvero la vera percentuale di voti presa dal Carroccio alle elezioni “fai quello che puoi“.
Bagnai dice che “i mercati”, ovvero gli investitori internazionali che ha incontrato quel giorno, lo hanno capito.
Secondo Tito invece “i mercati” sembrano essere stati un po’ duri d’orecchi, o addirittura aver capito il contrario.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 3rd, 2018 Riccardo Fucile
SCORDATEVI FLAT TAX E REDDITO DI CITTADINANZA… IL GOVERNO IN AUTUNNO RISCHIA DI SCHIANTARSI
Alle 8.40 lo spread torna a crescere e tocca quota 261 punti. Neanche mezz’ora dopo ecco che sfonda i 270 punti di differenziale BTp/Bund.
Ha inizio una nuova giornata difficile sui mercati proprio mentre a palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte sta per incontrare il titolare dei conti Giovanni Tria, e i ministri Di Maio, Savona, Moavero Milanesi e il sottosegretario Giorgetti per iniziare a lavorare sulla manovra.
“Una prima ricognizione”, viene definita dal capo del governo che però si ritrova sulla scrivania un quadro di finanza pubblica molto preoccupante: un deficit tendenziale che supera già l’1% del Pil per il 2019 e minaccia di peggiorare sotto il peso dell’aumento delle spese per interessi e del rallentamento del Pil.
L’ultimo quadro macroeconomico tendenziale contenuto nel Def indicava il deficit tendenziale allo 0,8% il prossimo anno e all’1,8% nel 2018, ma il rallentamento del Pil grava già sull’aggregato per circa 2,5 miliardi e l’aumento dello spread tra BTp e Bund, che oggi ha toccato i 270 punti, per circa 5 miliardi.
Ed è così che gli spazi di manovra “in deficit” si sono ridotti ulteriormente e flat tax e reddito di cittadinanza potranno essere solo avviate, e non portare a regime, contando per il cavallo di battaglia M5s sull’utilizzo di risorse dal Fondo sociale europeo.
Se l’obiettivo del vertice durato un paio d’ore era fissare qualche paletto e comunicarlo all’esterno così da ridurre l’incertezza sull’Italia che agita i mercati, lo scopo è stato raggiunto a metà .
A fine giornata lo spread chiude a 250, in calo rispetto al picco della giornata ma ugualmente in rialzo rispetto al giorno precedente. La situazione economica italiana dunque inizia a preoccupare i mercati e l’establishment europeo e vede gli occhi attenti del Quirinale ad osservare gli sviluppi in corso che a settembre dovranno prendere forma in qualcosa di concreto soprattutto con i conti in ordine.
La prima parole di Matteo Salvini non sono state di certo distensive: “Si sta morendo di fisco e di tasse, vanno ridotte e non mi interessa se qualcuno all’estero dice che non si può fare”.
Il vicepremier in quota Lega non è presente all’incontro, ma tra un’intervista a favore di telecamera e un post su Facebook si fa sentire lo stesso. Illustrando poi quali saranno le linee guida: “La manovra economica d’autunno non avrà tutto subito, però i primi passi di flat tax, di smontaggio della legge Fornero di stralcio delle cartelle di Equitalia ci saranno”, aggiunge con toni più realistici.
Nei fatti è stato messo nero su bianco, anche nell’incontro a Palazzo Chigi, che non basterà il 2019 per realizzare a pieno regime le promesse della campagna elettorale.
Il ministro dell’Interno non cita il reddito di cittadinanza ma a fare la guardia c’è il capo M5s.
Sta di fatto che sul tavolo di Palazzo Chigi finiscono a confronto le promesse della politica con la voglia dei leader di fare titoli strillati e cantar vittoria, e il freno dei conti.
E se da un lato c’è Salvini che dice di infischiarsene del giudizio dell’Europa dall’altro c’è il ministro degli Esteri Moavero Milanesi che insieme a quello dell’Economia dovrà parlare con Bruxelles nel rispetto delle regole.
Dal Tesoro trapela infatti cautela: “Nella prossima legge di stabilità ci sarà un avvio di tutte le misure. Ma solo un avvio”.
I primi conti dicono infatti che la manovra parte già con un conto superiore ai 20 miliardi di euro.
Bisogna sterilizzare le clausole di salvaguardia, cioè evitare l’aumento delle aliquote Iva, e questa operazione costa 12,5 miliardi.
Ci sono i costi del rialzo dei tassi di interesse che sul prossimo anno potrebbero superare i 3,5 miliardi.
Ci sono le spese indifferibili e incomprimibili, e così via.
Malgrado tutto la lista delle promesse dei vice premier si allunga di giorno in giorno, basti pensare che il ministro del Lavoro ha parlato della volontà di coprire interamente il costo degli asili nido.
Tanta carne al fuoco che rischia di bruciare l’intero governo in un mese d’agosto già caldo di suo non solo dal punto di vista climatico.
Perchè questo mese estivo è sempre il più problematico e di allerta sui mercati, basti pensare all’agosto del 2011 per Silvio Berlusconi.
Con il giudizio delle agenzie di rating alle porte, il 31 agosto è il momento di Fitch, a cui seguirà una settimana dopo Moody’s, Conte e Tria non possono permettersi di trasmettere un senso di instabilità .
Dunque al termine del vertice, il premier ha spiegato che è stata decisa “la programmazione economico-finanziaria che presenteremo nel prossimo mese di settembre. Abbiamo operato una ricognizione dei vari progetti di riforma che consentiranno all’Italia di avviare un più robusto e stabile processo di crescita economica e di sviluppo sociale, rendendosi più competitiva sul mercato globale. Abbiamo esaminato i mutamenti del quadro macro-economico e le condizioni del bilancio a legislazione invariata”.
Dello stesso tenore il ministro Tria, che “esprime soddisfazione per l’accordo sulle linee del quadro programmatico proposte, che confermano la compatibilità tra gli obiettivi di bilancio già illustrati in Parlamento e l’avvio delle riforme contenute nel programma di governo in tema di flat tax e reddito di cittadinanza”.
Ma in entrambi i casi si tratta di un semplice avvio, molto blando, con pochi soldi, forse pochissimi a disposizione con un deficit tendenziale che supera già l’1% del Pil. Se poi i due vicepremier proveranno a forzare la mano, il governo potrebbe schiantarsi sul muro del bilancio
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 1st, 2018 Riccardo Fucile
IL SUBCOMANDANTE SAVONA E I SOMARI SOVRANISTI
La quotidiana dose di biada mediatica propalata alle masse telelobotomizzate sostiene che
l’unica fonte della crescita economica sia la spesa pubblica.
A furia di propinarla a reti ed edicole unificate la gente ormai è convinta che se Babbo Stato non butta mazzi di soldi dalla slitta trainata da renne volanti, la mitica Domanda (il Sacro Graal delle farneticazioni) ristagna.
E di conseguenza le imprese non vendono, i salari non si pagano e le cavallette si diffondono.
Per capire cosa implicano in pratica queste forme di analfabetismo economico webetizzato, per produrre il miracolo della moltiplicazione del reddito e dell’occupazione basta che un qualsiasi burocrate (padano, romano o di Pomigliano a seconda della stalla televisiva) stacchi un assegno e lo recapiti ai suoi sodali stravaccati su un divano.
E d’incanto si viene teletrasportati nel Nirvana keynesiano.
Verrebbe da chiedersi come mai nonostante la mirabolante scoperta ormai oltre 80 anni fa di tale portento (che nei canili accademici si spaccia per politica economica), non si sia ancora debellata la povertà nel mondo.
Con un assegno cabriolet garantito dal Di Maio, dal Renzi, dal Putin, dall’Erdogan, dal Maduro o dal Bokassa di turno tutti i mali del mondo verrebero mondati.
In un paese caratterizzato dall’analfabetismo non solo economico, il terreno per far attecchire queste fole è stato concimato da decenni di menzogne politico sindacali, ma questa pagliaccesca fase politica il propalatore à la page di tale bufala è cotal Savona, un tempo boiardo di sottogoverno, dirigente confindustriale, banchiere e grand commis, riciclatosi come subcomandante nel governo dei descamisados giallo verdi.
Le cronache lo narrano intento a definire il punto esatto dove eserciti di nuovi occupati a libro paga statale scaveranno buche con picco e badile usando i 50 miliardi del surplus di bilancia dei pagamenti.
Poco importa che di quei miliardi siano proprietari cittadini e imprese private e il governo (a meno che non metta in atto un esproprio gigantesco) non possa toccarli. Nella mente del subcomandante sotto inchiesta per usura queste sono iniezie. Se nell’immaginario di sinistra non si interrompe un’emozione, per i nuovi veltronzi non bisogna interropere i sogni al Viagra keynesiano degli ultraottantenni.
Nel magggico mondo di Savona, un governo in cui sul TAV si litiga furiosamente, che aborrisce il consumo di suolo, che detesta gli investimenti in infrastrutture idriche (con la scusa imbecillesca dei beni comuni), che ha fatto dell’arretratezza e della decrescita la sua stella polare, sarebbe in grado di implementare un programma di opere pubbliche nuove di zecca da 50 miliardi di euro.
In un paese nella cui capitale la compagna di merende delle teste di governo non riesce a coprire le buche sulle strade nel frattempo diventate le voragini.
Esattamente come il bilancio dello Stato affidato alla mente malata dei somaristi giallo verdi.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 15th, 2018 Riccardo Fucile
IL 90% DEGLI ESPORTATORI ITALIANI HANNO CONVENIENZA AL TRATTATO
Luigi Di Maio fa il bullo con i funzionari che difendono il CETA e lavora per far perdere soldi alle
imprese italiane, il fronte degli interessi sul CETA, l’accordo di commercio tra Unione Europea e Canada in vigore provvisoriamente dal 21 settembre 2017 in attesa di essere ratificato da tutti i parlamenti nazionali, si rafforza con il presidente del Consorzio per la tutela del formaggio Grana Padano (la Dop più esportata al mondo), nonchè dell’Associazione italiana consorzi indicazioni geografiche (che include tutte le Dop e Igp italiane).
«Nel 2017 le esportazioni in Canada dei prodotti Dop e Igp del settore lattiero-caseario sono cresciute del 5%, a 51 milioni. E nel primo trimestre 2018 del 3,5%», dice Cesare Baldrighi oggi al Corriere della Sera, spiegando che si sono vendute più forme di Grana Padano e Parmigiano Reggiano, perchè nel Ceta sono incluse 41 Indicazioni geografiche tutelate italiane (172 europee), le principali che rappresentano oltre il 90% dell’export di tutte le Dop e Igp made in Italy.
Non solo: anche i dazi del 238% sulla parte eccedente le 11mila tonnellate l’anno sono stati cancellati e la nuova asticella adesso è a 29mila tonnellate.
Numeri che dimostrano la convenienza per le imprese italiana del CETA o meglio, la convenienza per le imprese che rappresentano il 90% dell’export italiano.
In più, sempre in virtù dell’accordo, il Parmesan messicano commercializzato in Canada non può più utilizzare simboli che richiamino all’Italia, come il tricolore o il Colosseo: occorre inserire il paese di origine.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 9th, 2018 Riccardo Fucile
STUDIO BANKITALIA: I FLUSSI DI STRANIERI BILANCIANO L’INVECCHIAMENTO DEGLI ITALIANI IN ETA’ PRODUTTIVA… SOLO I COGLIONI E I RAZZISTI NON LO CAPISCONO
Un’Italia senza stranieri vedrebbe svuotarsi i cantieri edili e i campi, perderebbe un terzo dei
componenti delle squadre che puliscono gli uffici, troverebbe chiusa una bancarella su due al mercato quando deve andare a comprare frutta e verdura.
In casa, dovrebbe salutare due collaboratrici domestiche su tre e la metà di coloro che danno una mano a prendersi cura dei propri familiari.
Se si alza lo sguardo, ipotizzando uno scenario economico estremo, rischierebbe di perdere la metà del Pil – quindi della propria ricchezza nazionale – nel giro di quattro decenni.
La presenza dei migranti nella società italiana non è solo una questione di sostenibilità delle pensioni del futuro, come richiamato più volte dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, che si è lanciato in una polemica col vicepremier, Matteo Salvini, a seguito della presentazione del rapporto annuale dell’Istituto della previdenza.
L’apporto del lavoro degli stranieri è fondamentale per sostenere l’economia del Paese e quindi la ricchezza di tutti i cittadini italiani.
Che senza il “contributo demografico” dovrebbero attivare nel medio-lungo periodo altre leve per tenere alti i giri del motore economico: far crescere la produttività come mai ci è riuscito nel recente passato, posticipare l’età della pensione (con buona pace di quota 100 e affini), aumentare il livello d’istruzione dei lavoratori e immettere milioni di donne nel tessuto occupazionale.
Due approfondimenti aiutano a capire cosa fanno gli stranieri in Italia e che impatto hanno sulla nostra economia, provando pure a immaginare cosa ne sarebbe senza di loro.
A chiarire questi concetti ci pensa da una parte l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, che ha fotografato la situazione lavorativa degli immigrati.
Cui si può aggiungere un lavoro di Bankitalia di qualche mese fa, che torna attuale in questi giorni di polemiche – a firma di Federico Barbiellini Amidei, Matteo Gomellini e Paolo Piselli – nel quale gli economisti hanno indagato quanto, in due secoli di storia d’Italia unita, la demografia abbia contribuito alla crescita del Paese e di come diventerà un fattore negativo nei prossimi decenni.
Un aspetto nel quale il flusso migratorio gioca ormai un ruolo-chiave.
Come sappiamo bene, gli italiani stanno ineluttabilmente invecchiando. La previsione è che nel 2041 il cosiddetto “indice di dipendenza strutturale” – ovvero il peso della popolazione che non lavora su quella che lavora – sarà superiore al massimo storico registrato a inizio Novecento. La ‘piccola’ differenza è che allora lo squilibrio era dato da neonati e piccoli, mentre tra poco più di vent’anni a pesare saranno gli anziani.
Negli ultimi 10 anni, dice l’Osservatorio, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,8 milioni per sfiorare quota 5 milioni alla fine del 2017.
Quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni) a fronte del 63% della popolazione italiana, che è molto più anziana.
Secondo via Nazionale, nel 2061 la popolazione in età da lavoro sarà costituita proprio per un quarto da stranieri. Senza di loro, crollerebbe dal 55 al 40% del totale dei cittadini. Di fatto, ci sarebbero molti più italiani fuori dall’età della produttività .
Gli studiosi parlano di “dividendo demografico” per spiegare come l’evoluzione della composizione della società abbia influito sulla crescita, simulando di lasciare costanti le altre variabili come occupazione e produttività (che resta il parametro determinante per misurarci e non ci vede certo primeggiare).
Ebbene, nella ricognizione di Bankitalia si vede come questo dividendo sia stato particolarmente positivo negli anni Ottanta, quando cogliemmo i frutti del “baby boom”, ma poi dagli anni Novanta è diventato un elemento che “sottrae crescita”. Anche nel confronto con gli altri Paesi europei, il contributo è decisamente peggiore. Se l’Italia non avesse iniziato ad accogliere flussi migratori, le cose si sarebbero messe decisamente peggio.
Negli anni Ottanta, quando il dividendo demografico italiano era assai positivo (5,4% di contributo alla crescita) la componente straniera è stata marginale (+0,1%), viste le ancora scarse presenze sul territorio. Via via è salita e ha compensato il nostro invecchiamento: tra il 2001 e il 2011 la crescita cumulata è stata positiva di 2,3 punti percentuali.
In un’Italia “virtuale” e senza stranieri, la crescita sarebbe stata -4,4 per cento. Tra il 2011 e il 2016 abbiamo registrato un -2,8%, ma avremmo fatto -6,1 per cento senza l’immigrazione.
Detto del recente passato, a gettare le ombre maggiori è lo sguardo sul futuro. Il risvolto economico del rallentamento dei flussi migratori è il prosciugamento di quel serbatoio di lavoratori in grado di sostenere la nostra economia.
Secondo lo studio, il 2041 sarà proprio l’anno dal quale il contributo migratorio alla crescita rischia di girare in rosso. E paradossalmente (per chi ne fa un mantra) anche l’omologazione degli stranieri allo stile di vita italiano (quindi al fare pochi figli) è un fattore negativo.
Gli economisti tracciano uno scenario-limite, che spiega bene cosa significhi per noi la presenza di lavoratori (e famiglie) migranti. “Cosa accadrebbe se si azzerassero i flussi migratori futuri e la componente di popolazione straniera già residente in Italia al 2016 assumesse parametri demografici (come la fertilità ) identici a quelli dei nativi italiani?”, si chiedono.
“Il risultato è netto”, rispondono. Il Pil aggregato sarebbe dimezzato con un calo del 50 per cento (a fronte di -24,4 per cento in una traiettoria demografica ‘normale’). “Il livello del reddito pro capite nel 2061 risulterebbe inferiore di un terzo rispetto al livello del 2016, con un calo doppio rispetto al benchmark (-33,3 contro -16,2 per cento)”.
Senza gli immigrati a rimpolpare la nostra popolazione lavorativa, “il calo del prodotto potrebbe essere severo”. Per compensare quell’assenza, la produttività dovrebbe crescere dello 0,64% annuo.
E’ poco? Sarebbe il doppio della crescita ‘normale’ attesa e richiederebbe uno sforzo notevole per invertire il “trend declinante da almeno due decenni” che riconoscono gli stessi studiosi di Bankitalia.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELL’ECONOMIA E’ PER “LA CONTINUITA’ DELLA RIDUZIONE DEL RAPPORTO DEBITO-PIL”, QUINDI NESSUNA SPESA A CAPOCCHIA
Chissà se è davvero un infiltrato, come lo accusava velatamente qualche giorno fa il Fatto. Di certo
Giovanni Tria sta interpretando il suo ruolo di ministro dell’Economia esattamente nella maniera in cui ci si aspettava si muovesse.
Nel corso dell’audizione sulle linee programmatiche del suo dicastero di fronte alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato ha spento sul nascere molti sogni e promesse (almeno per quest’anno) fatti da Lega e MoVimento 5 Stelle di recente.
“Il primo obiettivo dell’intero governo è il perseguimento prioritario della crescita dell’economia in un quadro di coesione sociale all’interno di una politica di bilancio” che prevede la “continuazione della riduzione del rapporto debito Pil“, ha detto Tria all’esordio, ed è impossibile non notare una certa differenza con quanto dichiarato dal sottosegretario Armando Siri, “padre” della flat tax, soltanto un paio di giorni fa al Corriere: «La manovrà sarà di 70 miliardi, si tratta di quasi 4 punti di Pil. Li copriamo, per circa un punto e mezzo con la pace fiscale e col taglio degli sprechi della spesa. Il resto in deficit. L’importante è che l’Europa ci autorizzi ad arrivare anche al 2,6-2,7% di deficit, tanto poi ne facciamo meno, man mano che arriveranno i risultati della flat tax».
Sui dazi, Tria ha detto che è nel nostro interesse non arrivare a una guerra globale; l’esatto contrario di quanto sostenuto da Salvini e Di Maio, pronti a metterli.
L’obiettivo del governo, ha fatto sapere Tria, è ridurre “la spesa corrente per aumentare la spesa in conto capitale”, ovvero gli investimenti, e “attuare le riforme strutturali previste dal contratto di governo”.
Ma “La linea strategica del ministero punta a una crescita inclusiva, alla riduzione del debito-pil” e “l’aggiustamento a cui stiamo lavorando non comporterà il peggioramento del saldo strutturale“.
Che ha messo in guardia anche dalla frenata della crescita, che secondo il sottosegretario Siri faceva parte di un complotto di previsioni non meglio specificato: “Pur in un quadro positivo i dati” recenti ” suggeriscono che la crescita sia continuata fino a tutto il secondo trimestre ma a un ritmo inferiore” dello stesso periodo del 2017 e “le stime interne più recenti indicano per il secondo trimestre un ritmo di crescita analogo” al primo.
Tria ha anche fatto sapere che non sta ragionando intorno all’ipotesi di una manovra correttiva, al contrario di quello che aveva affermato la sua viceministra Laura Castelli qualche giorno fa.
E le tante promesse del governo? “Il governo si adopererà per ottenere dall’Europa e da questo Parlamento gli spazi necessari per attuare le misure previste dal programma”, garantendo allo stesso tempo che “non si abbia nessuna inversione di tendenza nel percorso strutturale” necessaria per “rafforzare la fiducia degli investitori internazionali“.
Ovvero, quei mercati che secondo altri invece non bisognerebbe assecondare.
Anche se, ha concluso Tria, “la previsione del Def a legislazione vigente per gli anni successivi, in particolare per il 2019, implica “un aggiustamento troppo drastico e non riteniamo utile adottare politiche che si possono rivelare pesantemente pro cicliche con un effettivo rallentamento della crescita per effetto di variabili essenzialmente esogene, ciò fermo restando l’obiettivo di assicurare un calo del rapporto debito Pil e il non peggioramento del deficit strutturale”.
Per l’anno in corso, ha spiegato Tria, “riteniamo di poter mantenere l’indebitamento intorno a livello programmato e confermato nel Def. Siamo fiduciosi sui dati a consuntivo 2018, mostreranno un percorso di finanza pubblica in linea con questo obiettivo”.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SONO UNA RISORSA DELL’ITALIA: SE SI CACCIASSERO VIA TUTTI, IL PIL TORNEREBBE AI LIVELLI DEL PRIMO DOPOGUERRA
Sfatiamo la propaganda dei razzisti, anche quelli che abbiamo al governo. Questi sono i dati: nero su bianco. Se tutti costoro tornassero a casa avremmo una voragine nei conti dello Stato
Si chiama propaganda. E questi sono i suoi effetti. D’altraparte anche Hitler diceva che bisogna “bombardare psicologicamente le masse” per ottenere buoni risultati.
Mentre la percezione nell’opinione pubblica italiana è che, su 60 milioni di abitanti, un terzo sia oramai costituito da stranieri, la realtà è che sono invece il 7% sul totale della popolazione
Lo ha detto il portavoce per l’area Mediterraneo dell’Oim, l’Organizzazione internazionale dell’Onu per le migrazioni, Flavio Di Giacomo, intervenendo a un convegno a Roma. La maggior parte dei migranti che vivono in Italia con un regolare permesso di soggiorno non è arrivata via mare.
In Italia ci sono 5 milioni di stranieri regolari che contribuiscono al 9% del Pil nazionale: “Se si cacciassero via tutti, il Pil italiano subirebbe un regresso pari a quello conosciuto al termine dell’ultima guerra mondiale”, ha chiosato Di Giacomo.
Si tratta, ha detto, di cinque milioni di persone che pagano i contributi previdenziali e non hanno ancora raggiunto l’età della pensione e che pagano molte più tasse – quantificabili nel bilancio dello stato in circa un miliardi di euro – rispetto ai servizi che ricevono.
Si tratta – ha concluso l’esponente dell’Oim – di una risorsa per un Paese che invecchia e che, si stima, fra 30 anni avrà un 23% di popolazione in età lavorativa in meno.
(da Globalist)
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Luglio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
2300 MILIARDI DI DEBITO PARI AL 132% DEL PIL IN COSTANTE AUMENTO
Non passa giorno che qualcuno, sia esso un politico al governo o un economista con la ricetta in mano,
dica la sua su come si può superare l’ostacolo del debito pubblico italiano, arrivato a oltrepassare i 2.300 miliardi di euro e il 132% del Pil (prodotto interno lordo).
Ma nessuno sembra avere il bandolo della matassa in mano, la ricetta giusta per rientrare nella normalità e mettere il paese al riparo dalle oscillazioni del suo indice di fiducia, lo spread.
Proprio domenica 1 luglio è arrivata l’ultima dichiarazione di Carlo Cottarelli, ex funzionario del Fondo Monetario Internazionale e dunque parzialmente allineato alla dottrina liberista che ha permeato quell’istituzione: “E’ impossibile ridurre il rapporto tra debito e Pil — ha detto — attraverso manovre espansive. Non esistono precedenti in nessun paese”.
Ma poco più in là assistiamo alla visione opposta del sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri che insiste nel proporre una manovra espansiva da 70 miliardi che includa Flat tax, riforma della legge Fornero e Reddito di cittadinanza.
E se lo spread balzasse improvvisamente a 500 punti di fronte una prospettiva del genere Siri propone una soluzione inedita e per così dire ‘sovranista’: “Le famiglie italiane che hanno 5000 miliardi di liquidità tornino a riprendersi quelle quote del debito, pari a 780 miliardi, collocata presso investitori stranieri, che sono quelli che fanno girare la giostra dello spread”.
A parte che le cifre indicate da Siri non sono corrette in quanto la quota di debito pubblica detenuta da investitori esteri, secondo gli ultimi dati di Banca d’Italia, ammonterebbe a circa 480 miliardi (e non a 780), la sua proposta in questi termini suona quantomeno generica e basata sul nulla.
Se si volesse veramente ‘balcanizzare’ il debito pubblico italiano, cioè metterlo tutto nei portafogli dei residenti, imitando la situazione presente in Giappone, occorrerebbe mettere a punto un piano pluriennale in cui si stimola l’investimento dei privati cittadini, con risparmio a disposizione, ad acquistare ulteriori emissioni di titoli di Stato.
A cui dovrà essere assegnato un rendimento maggiore o un beneficio fiscale.
Ma come si fa, dopo anni e anni di emissioni aperte sul mercato, a escludere di punto in bianco dagli acquisti gli investitori istituzionali esteri?
Il problema dei politici oggi al governo è che continuano a invadere il dibattito pubblico con proposte non ponderate, destinate ad acchiappare il consenso momentaneo della gente ma senza basi concrete per la loro realizzazione.
Sarà forse anche per questa mancanza di soluzioni pragmatiche che al recente vertice europeo di Bruxelles sul tema del debito pubblico italiano si è preferito buttar la palla più in là .
Il premier Conte non ha assecondato la proposta franco-tedesca nella parte in cui voleva un rafforzamento del fondo Esm sul modello del Fondo Monetario internazionale e dunque la questione è stata rimandata a un prossimo vertice da tenere a dicembre 2018
Ma che il problema del debito pubblico sia stringente lo conferma anche il recente intervento della Corte dei Conti, il cui presidente Angelo Buscema nella relazione sul rendiconto generale dello Stato è stato molto chiaro: “Un eccessivo livello di debito limita la capacità progettuale di medio e lungo periodo con riflessi sui tassi d’interesse e sulla complessiva stabilità finanziaria del paese: in definitiva sulle sue potenzialità di crescita”.
Buscema avverte la necessità di agire in qualche modo: “Dopo la lunga crisi conosciuta dal nostro paese, la tutela della finanza pubblica si identifica in buona parte con l’esigenza di ricondurre il debito su un sentiero di sicura sostenibilità e di recuperare la crescita in termini di Pil”.
Ma anche gli economisti non hanno le idee molto chiare, a giudicare dal livello delle polemiche delle scorse settimane sempre tema di debito pubblico. Per far capire meglio ai lettori di cosa si sta parlando ecco una sintesi delle varie posizioni in campo
Cominciamo prendendo spunto da una appassionata intervista rilasciata qualche giorno fa dall’economista Michele Boldrin al giornale online Linkiesta nella quale invita a concentrare l’attenzione sulla capacità dell’Italia a servire il proprio debito pubblico lasciando perdere il suo valore assoluto, che può addirittura risultare fuorviante.
Se vi fosse crescita sostenuta in Italia — è la tesi di Boldrin insieme a un nutrito schieramento di economisti della scuola liberista che anni fa avevano sostenuto il movimento ‘Fare per fermare il declino’ — nessuno si preoccuperebbe dell’alto livello assoluto del debito pubblico. “Se io ho tanto debito e ti prometto che farò reddito futuro, e quindi gettito fiscale — dice Boldrin — divento credibile”.
Su questo punto credo che tutti possono essere d’accordo, è piuttosto sul come si possa produrre reddito aggiuntivo e quindi gettito fiscale in presenza di un debito così elevato che le teorie divergono e, dico io, dove le fondamenta liberiste vengono incrinate dalla dura realtà del caso italiano.
Boldrin getta infatti ‘alle ortiche’ le proposte che hanno contrassegnato la recente accesa campagna elettorale, cioè la Flat tax e il reddito di cittadinanza, quali elementi di una politica economica che può portare crescita nel breve periodo.
Constatando, giustamente, che “ridurre le aliquote crea comunque una riduzione del gettito. Non c’è maniera di discutere di riduzione complessiva del carico fiscale in Italia se non si discute di riduzione della spesa, perchè altrimenti l’unico effetto che hai è che crei un buco di bilancio di 2-3 punti percentuali e lo rendi strutturale”.
Ecco che il cerchio comincia a stringersi.
Per produrre più crescita in Italia (dato l’alto livello del debito pubblico) secondo i teorici delle riforme e del rigore occorre prima di tutto tagliare la spesa pubblica, il grande moloch dell’economia italiana.
Con una controindicazione: se tagliando le spese si tolgono soldi dalle tasche dei cittadini, siano essi pensionati, dipendenti pubblici o fruitori di servizi sanitari, i consumi si contraggono e difficilmente si produrrà una maggiore crescita.
Ecco perchè in molti suggeriscono di concentrare i tagli solo sugli sprechi, come sostiene da anni il professore bocconiano Francesco Giavazzi. “Comincino a tagliar la spesa per davvero, dai forestali alle pensioni”, tuona Boldrin.
Sembra facile, ma solo a parole. Il problema è che ci hanno provato in molti negli anni passati tra coloro che si sono avvicendati al governo, ma nessuno vi è riuscito.
Dal professor Cottarelli al suo successore dottor Gutgeld nessuno, per ragioni diverse, ha centrato l’obbiettivo.
Gutgeld ha anzi sostenuto che in Italia non si può pensare di ridurre seriamente la spesa pubblica senza licenziare i dipendenti pubblici e tagliare le pensioni. Due provvedimenti molto impopolari che nessun governo ha sinora voluto mettere in agenda.
Tuttavia il taglio della spesa pubblica non è l’unica strada per risolvere il problema del debito.
Secondo un altro gruppo di economisti (Giovanni Dosi, Marco Leonardi, Tommaso Nannicini, Andrea Roventini) che recentemente hanno scritto una lettera a otto mani al Corriere della Sera, bisogna avere il coraggio di dire che “l’austerità ha fallito, non solo in Italia ma in tutta l’area euro, e che la quasi stagnazione rende il peso del debito insostenibile nel lungo periodo in diversi paesi del’area euro”.
Abbattuto il muro del rigorismo resta da dire quali sono le ricette per uscire dalla morsa.
Tra le possibilità , secondo i quattro economisti ‘innovatori’, ci sarebbe l’utilizzazione del “Fondo Salva Stati come veicolo per l’assicurazione dei debiti nazionali con l’obbiettivo di far convergere le curve dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i paesi e reinvestire i proventi derivanti dai premi di assicurazione nei paesi che li hanno pagati”.
Di questa proposta ha scritto anche l’economista della Consob Marcello Minenna sulle nostre pagine e un suo intervento al riguardo è stata pubblicato dal Financial Times Alphaville e commentato da KPV O’Sullivan dell’University of Cambridge. L’obbiettivo sarebbe quello di giungere a una progressiva mutualizzazione dei rischi sovrani tra i paesi che aderiscono all’euro, archiviando il dossier spread e passando a un debito pubblico federale dell’area euro
Un discorso, questo, che purtroppo non riesce a entrare nell’orecchio dei governanti tedeschi e che è avversato apertamente dai principali circoli economici di Germania. “Queste proposte hanno una caratteristica in comune — scrive l’economista della Bocconi Roberto Perotti su Repubblica di martedì 26 giugno — sono un modo per prendere una quantità gigantesca di soldi al contribuente tedesco e passarli a quello italiano. Perchè mai il primo dovrebbe aderire?”.
A meno che Conte e Tria non fossero così abili da riuscire a portare al tavolo delle trattative i tedeschi per poi riuscire a convincerli che la mutualizzazione dei rischi sovrani è nell’interesse di tutti, la prospettiva al momento appare un po’ utopistica.
Un terzo gruppo di osservatori, riuniti nei mesi scorsi sotto le insegne della fondazione ResPublica (che vede nelle sue fila anche l’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti), ritiene invece che non sia sufficiente, anche qualora vi si riesca, far fronte alla montagna del debito pubblico solo con una maggiore crescita del Pil.
E propone una ricetta che si potrebbe definire ‘del buon padre di famiglia’: quando hai troppi debiti, non c’è verso, li devi ridurre vendendo qualcosa.
Dunque l’Italia dovrebbe dare una spallata al debito pubblico riducendolo drasticamente, di almeno 300 miliardi. La manovra permetterebbe di innescare un circolo virtuoso dato che l’abbassamento dello spread conseguente al taglio andrebbe a determinare una minor spesa per interessi sul debito liberando risorse che possono, adesso sì, essere reinvestite nella crescita o in misure socialmente utili (reddito di cittadinanza?) con l’obbiettivo di rilanciare i consumi.
Domanda retorica che si porranno in molti: e come si fa ad abbattere il debito pubblico di 300 miliardi?
I banchieri ed economisti di ResPublica hanno individuato una serie di beni dello Stato che potrebbero essere dismessi attraverso procedure finanziarie lineari volte ad attrarre quei risparmi degli italiani che sono ingenti (gli attivi dei privati sono nell’ordine dei 5000 miliardi senza gli immobili) ma che negli ultimi anni hanno preso la via dell’estero per mancanza di buone occasioni di investimento.
In pratica una sorta di nuovo mega programma di privatizzazioni ma indirizzato principalmente a cittadini e risparmiatori italiani.
Non c’è motivo per cui lo Stato non possa vendere agli italiani le sue partecipazioni in società quotate e non quotate, gli immobili posseduti dallo Stato o dagli enti territoriali, le concessioni, i crediti verso Equitalia o verso gli Stati esteri, o anche una parte dell’oro della Banca d’Italia. Il progetto è sicuramente ambizioso e proprio per questo richiederebbe una volontà politica molto forte e determinata nel portarlo a termine. Elemento che nei precedenti governi è mancato.
Ecco, questo è lo scenario entro il quale ci stiamo muovendo e si sta discutendo, anche molto animatamente, e nel quale sono coinvolti non solo gli economisti ma anche i banchieri (il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina ha parlato spesso della necessità di ridurre il debito pubblico) e alla fine tutti i cittadini italiani perchè il debito grava su ognuno di noi e sulle prossime generazioni.
Ma gli spazi per agire, come visto, non sono ampi
(da “Business Insider”)
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Giugno 27th, 2018 Riccardo Fucile
CONTINUANO AD AUMENTARE I TASSI, PORTANDO A UN MAGGIOR COSTO DEGLI INTERESSI A CAUSA DELLE TENSIONI SULLO SPREAD
I rendimenti dei titoli di Stato continuano ad aumentare a causa delle tensioni sullo spread e nelle
aste del Tesoro continuano ad aumentare i tassi, portando a un maggiore costo per gli interessi.
Un effetto delle promesse elettorali del governo Lega-M5S nonostante le rassicurazioni del ministero dell’Economia sul 2018:
Nonostante una domanda abbastanza sostenuta da parte degli investitori, il copione più volte andato in scena nelle ultime settimane si è infatti ripetuto ieri nelle aste con cui il Tesoro ha collocato un importo complessivo di tre miliardi di euro.
I tassi dei Ctz a 24 mesi sono arrivati allo 0,917% con un aumento di 57 punti base rispetto all’emissione precedente, mentre quelli dei Btp indicizzati a 5 anni si sono attestati allo 0,9% (+67 punti) e quelli dei Btpi a 30 anni all’1,78%(+36 punti).
Questo risalire dei rendimenti non è, ovviamente, del tutto indolore per il Tesoro. Comporta un maggiore esborso, e va quindi ad appesantire gli oneri del debito. Di quanto?
È possibile stimare in oltre 160 milioni il maggiore aggravio che via XX Settembre ha dovuto sostenere nelle aste a partire dagli ultimi giorni dello scorso maggio.
Ovvero da quando il braccio di ferro tra Quirinale e alleanza giallo-verde sulla nomina di Paolo Savona all’Economia aveva innescato una corsa dello spread fin oltre il traguardo dei 215 punti. Da allora le cose non sono migliorate. Anzi.
In questo clima non giova di certo che il ministro Tria venga additato come un possibile infiltrato dell’Europa nel governo Lega-M5S:
Il differenziale tra Btp e Bund tedesco ha chiuso ieri a quota 258 dai 251 di lunedì, con il rendimento dei titoli a 10 anni al 2,91%, in netto rialzo dal precedente 2,84%. Le rassicurazioni offerte dal ministro dell’Economia, Giuseppe Tria, sul rispetto delle regole di bilancio europee e sull’appartenenza dell’Italia all’eurozona hanno solo temporaneamente rassicurato i mercati.
Tornati a farsi prudenti dopo le nomine di due pasdaran anti-euro come Claudio Borghi (a capo della commissione bilancio della Camera) e Alberto Bagnai (alla presidenza della commissione finanze del Senato) e preoccupati per la possibilità che una politica in deficit spending del governo annulli il nostro pluriennale surplus primario (saldo attivo tra spese ed entrate, al netto della spesa per interessi), uno dei pilastri della sostenibilità del debito pubblico italiano.
(da agenzie)
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