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ROVENTINI: “LA FLAT TAX E’ UNA FOLLIA DELLA LEGA, COME LA PACE FISCALE, AUMENTA DISEGUAGLIANZE E NON PRODUCE CRESCITA”

Giugno 21st, 2018 Riccardo Fucile

IL PROFESSORE ERA STATO INDICATO COME FUTURO MINISTRO DA DI MAIO: “LA PACE FISCALE? E’ UN CONDONO INIQUO”

La pace fiscale e la flat tax? “Una follia”. Andrea Roventini, presentato da Luigi Di Maio nella squadra dei potenziali ministri pentastellati prima delle elezioni, stronca la politica economica della Lega. Il docente dell’Istituto di Economia della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa sostiene che la pace fiscale voluta dalla Lega “mi sembra l’ennesima follia di politica del Carroccio dopo la flat tax”.
Per Roventini, interpellato dall’Adnkronos, il maxi-sconto delle cartelle sotto i 100mila euro “è un condono, un’ennesima misura iniqua che, affiancata alla flat tax, ha l’effetto di aumentare le disuguaglianze e di non produrre crescita”. L’economista sostiene che l’accoppiata “diminuirà  le entrate fiscali future visto che disabitua il contribuente a pagare le imposte”.
La pacificazione, osserva, “favorisce le piccole imprese, come la flat tax, e non i dipendenti che le tasse le pagano già  in busta e le pagano per tutti”. Inoltre, incalza, “dire che la flat tax venga finanziata con la suddetta pace fiscale equivale a millantare, perchè si tratta di finanziare un intervento pluriennale con una misura una tantum, che ridurrà  le entrate fiscali future, mettendo dunque a rischio il consolidamento di bilancio pubblico“. Roventini rileva anche come già  l’Ocse abbia bocciato misure di questo tipo: “C’è un recente report che indica tra le poche cose che l’Italia non dovrebbe fare un condono fiscale”.
La linea della prudenza sui conti e dell’impegno per il consolidamento del neo ministro dell’Economia, Giovanni Tria, appare “in contrasto con la flat tax di Salvini, perchè l’evidenza empirica dimostra che la flat tax porta sempre a deficit”. Piuttosto, secondo Roventini, “l’Italia deve sfruttare questa occasione per cooperare con gli altri partner europei e sedersi ai tavoli per la riforma della Zona euro“.
Tra i primi passi da compiere, ci sarebbe “una riforma del fondo Esm, alla quale sto lavorando con Marcello Minenna, Roberto Violi e Giovanni Dosi”, quest’ultimo direttore dell’Istituto di Economia della Sant’Anna, molto vicino ai pentastellati prima dell’alleanza di governo con la Lega.
“L’Italia — conclude Roventini — deve andare con proposte concrete da discutere ai tavoli” con un punto fermo, insindacabile: “Non ci si può lanciare nell’avventura di uscire dall’euro, è da irresponsabili“.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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QUANTO CI COSTA LA FINE DEL QUANTITATIVE EASING?

Giugno 15th, 2018 Riccardo Fucile

SECONDO L’OSSERVATORIO SUI CONTI PUBBLICI   800 MILIONI QUEST’ANNO E 3,7 MILIARDI NEL 2019

Quanto costerà  all’Italia la fine del Quantitative Easing annunciata ieri da Mario Draghi?
Mentre per BTP, mutui e tassi la questione è diversificata, per i conti pubblici il prezzo da pagare lo ha calcolato l’Osservatorio sui Conti Pubblici di Carlo Cottarelli, secondo il quale la fine del piano costerà  800 milioni di interessi in più da pagare quest’anno, circa 3,7 nel 2019.
Risorse con le quali — a titolo di esempio — Luigi Di Maio avrebbe potuto finanziare il superamento della legge Fornero.
In queste condizioni la manovra per il 2019 non potrà  essere finanziata tutta in deficit, nè rinunciare a coperture certe.
«Non sarei troppo pessimista», dice invece alla Stampa il capoeconomista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice. «Da ottobre il piano andrà  avanti altri tre mesi e per un ammontare lievemente più alto di quello che avevamo previsto», ovvero quindici miliardi al mese e non dieci.
«Contribuirà  in positivo anche il reinvestimento dei titoli già  in portafoglio. Ciò detto, è vero: stiamo entrando in una nuova era». Il piano è stato un enorme vantaggio per gli Stati, ma anche per molte grandi aziende quotate che emettono obbligazioni, acquistate a mani basse da Francoforte.
In ogni caso, spiega oggi Il Sole 24 Ore, il presidente Mario Draghi ha rafforzato la forward guidance annunciando l’arrivo del primo rialzo dei tassi più arretrato delle attese prevalenti che puntavano a metà  anno, non avverrà  prima dell’estate inoltrata 2019 perchè «almeno» fino ad allora resteranno i livelli attuali di 0%, 0,25% e -0,40%.

(da “NextQuotidiano”)

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VISCO: “UNA RIFORMA FISCALE NON SI FA DICENDO ABBASSIAMO TUTTE LE TASSE E POI VEDIAMO L’EFFETTO CHE FA”

Giugno 9th, 2018 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE DI BANKITALIA: “PROTEGGERE I PIU’ DEBOLI MA DARE OPPORTUNITA’ A TUTTI”

“Una riforma fiscale non si fa dicendo ‘abbassiamo tutte le tasse e poi vediamo l’effetto che fa’”.
Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, nel corso del suo intervento a “Repubblica della idee”, a Bologna, rispondendo a una serie di domande legate alla questione “flat tax” prevista dal contratto di governo del nuovo Esecutivo.
“Una riforma fiscale è complessa – ha detto Visco – serve prima un’analisi a tutto campo del sistema tributario”.
Per il Governatore, comunque, dopo 50 anni ,”ci vuol una riforma del fisco e questo prendere tempo”. “Dipende – ha insistito – dai tempi nei quali le riforme vengono messe in atto”.
Poi il governatore ha sottolineato i rischi che il Paese può correre nel caso in cui le misure annunciate venissero messe in atto: “I dazi di natura protezionistica sono sostanzialmente tali da portare indietro il nostro modo di svilupparci, si rischia di passare dai rapporti multilaterali del dopoguerra a quelli bilaterali”.
“Più che le misure vere e proprie- ha spiegato Visco – pesa l’incertezza connessa con questi annunci continui e queste diverse risposte volte chiaramente a sottolineare la necessità  di risolvere i conflitti con le regole del gioco definite”. “L’incertezza – ha poi precisato – porta a rallentare notevolmente le decisioni di investimento”.
“È evidente che i rischi sono percepiti, parliamo di tassi d’interesse e non di spread”, ha detto Visco, definendo poi lo spread “una reazione emotiva” a cui rispondere con “elementi di razionalità “.
“Il nostro debito pubblico – ha spiegato – sta per 1/3 all’estero, il tasso è salito da sotto il 2% a sopra il 3% ed è salito perchè è più difficile collocare i titoli di stato italiani”.
Per Visco, i rischi sono di due tipi: “rischi emotivi che hanno sempre dietro un tasso di razionalità : la componente del debito pubblico è rilevante, nel resto del mondo spesso si discute sul nostro Paese, parlando di corruzione, giustizia e tasso partecipazione al lavoro, ma il debito delle famiglie italiane è il più basso e la capacità  delle imprese di esportare è alta”. “Di fatto – ha concluso il governatore di Bankitalia – il debito degli italiani non è più alto della media dell’Ue, casomai il contrario”.
“Adesso ci vuole una riforma – ha poi proseguito il governatore di Bankitalia – dipende dai tempi in cui queste riforme vengono messe in atto. L’obiettivo è positivo, ma ci vuole tempo. È ovvio – ha concluso Visco – che vogliamo proteggere i più deboli ma vogliamo dare opportunità  a tutti: il tentativo di costruzione di un reddito di inclusione va nella direzione che vuole essere rafforzata dal governo, ma bisogna vedere modi e tempi e avere chiari i vincoli di bilancio”.

(da agenzie)

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A MAGGIO FUGA DI CAPITALI DALL’ITALIA PER 38 MILIARDI

Giugno 8th, 2018 Riccardo Fucile

SPREAD SI ALLARGA DI NUOVO A 270… INVESTITORI ITALIANI STANNO PORTANDO ALL’ESTERO I LORO INVESTIMENTI

Di nuovo sotto pressione i titoli del debito pubblico italiano. Venerdì mattina il rendimento del Btp decennale è arrivato fino al 3,1% e il differenziale rispetto al Bund tedesco si è allargato fino a 270 punti base contro i 255 della chiusura di giovedì. In rialzo anche il differenziale sul titolo con scadenza a due anni, a 221 punti base a fronte di un rendimento dell’1,56%.
Lo spread non toccava questo livello dai giorni precedenti la formazione del governo Conte. Ma sono state tutte le vicende politiche delle ultime settimane a portare a una fuga di capitali dal Paese: nel mese di maggio il debito italiano nel sistema di pagamento dell’Eurosistema Target 2 ha toccato il suo massimo storico di 464 miliardi, quasi 40 miliardi in più rispetto ad aprile.
Un aumento, ha spiegato Bankitalia, dovuto principalmente agli acquisti di titoli esteri da parte degli investitori italiani, che stanno cercando di diversificare i loro portafogli dopo aver ceduto titoli di stato, considerandoli meno sicuri.
I Btp continuano a fare peggio anche degli altri bond governativi dell’area euro.
Lo spread è infatti in allargamento non solo rispetto al Bund: la differenza di rendimento tra Btp e Bonos si è spinto fino a 161 punti base, livello massimo dal 2012. Fino a due anni fa il differenziale era a favore dell’Italia.
“L’incertezza politica italiana, relativa alle dichiarazioni sulle modalità  di implementazione del contratto di governo, sta riproponendo una debolezza dei titoli italiani, con tassi in rialzo su tutta la curva”, argomentano gli analisti di MPS Capital Services.
A preoccupare i mercati sono state soprattutto le dichiarazioni delle ultime ore sul destino del polo siderurgico dell’Ilva di Taranto, per cui sia il fondatore del M5s Beppe Grillo che il ministro dell’Ambiente Sergio Costa avevano ipotizzato una riconversione, per poi essere smentiti dal ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio.
Un dibattito che si aggiunge a quelli già  in atto all’interno del nuovo esecutivo sulle politiche fiscali e sociali, con gli interrogativi sull’aumento della spesa pubblica necessario a sostenere le proposte di introduzione della flat tax e della revisione della riforma Fornero.
E in questi giorni, come riporta l’Ansa, molti grandi gestori internazionali di fondi stanno chiedendo chiarimenti sulla linea economica del governo, in particolare sul tema della permanenza nell’euro, arrivando spesso alla conclusione di ridurre la loro presenza in Italia o congelare i titoli.
La tensione sui titoli di Stato italiani si fa sentire anche in Borsa, con Piazza Affari che ha aperto in netto calo ed è arrivata a cedere l’1,8% a metà  giornata. Deboli tutti i mercati europei, con Francoforte che perde lo 0,81% e Londra in calo dello 0,62%. Negative anche Madrid (o,30%) e Parigi (-0,16%).

(da agenzie)

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SI SCENDE DAL MONDO DEI SOGNI: PER EVITARE AUMENTO IVA ADDIO A FLAT TAX E REDDITO DI CITTADINANZA

Giugno 7th, 2018 Riccardo Fucile

IL REALISMO POLITICO DEGLI IMBONITORI CHE HANNO ILLUSO GLI ITALIANI

Il realismo irrompe nella narrazione gialloverde. Luigi Di Maio, di fronte alla platea di Confcommercio, si impegna solennemente a sterilizzare l’Iva, evitando che scattino le clausole di salvaguardia.
È una mossa ad alto impatto politico. E non solo perchè certifica che il cuore pulsante del nuovo governo non batte a palazzo Chigi.
In due giorni di dibattito in Aula sulla fiducia, il professor Conte, nel suo sfoggio di vaghezza programmatica, non ha mai neppure nominato il dossier (l’Iva appunto). Come non ha nominato, tenendoli nell’indefinitezza delle intenzioni, i punti programmatici a maggior impatto di spesa, come la flat tax e il reddito di cittadinanza.
Ecco, l’impegno Di Maio, questo il punto, prefigura già  un rinvio dei principali cavalli di battaglia delle due forze di governo: il reddito di cittadinanza, la flat tax, quota cento per le pensioni. Almeno per il primo anno di governo, di qui alle Europee. Perchè, semplicemente, troppo costosi.
Un po’ di numeri, per capire: solo la sterilizzazione dell’Iva costa 12,4 miliardi a cui aggiungere i 19 per il prossimo anno; poi ci sono le cosiddette indifferibili più i dieci miliardi richiesti nelle ultime raccomandazioni dell’Ue, sui cui si misurerà  l’abilità  negoziale del nuovo governo.
Numeri che configurano già  una manovra economica di 20-25 miliardi.
E non è un caso che il ministro del Tesoro, consapevole della delicatezza della fase, ancora non ha pronunciato una sola parola, anzi ha smentito — come riporta la Stampa — i contenuti di un articolo in cui aveva minimizzato l’impatto degli investimenti in defùicit sul debito stesso.
Segno di una grande prudenza, perchè i margini di manovra si stanno assottigliando. Detta in modo brutale: in Europa puoi sbattere i pugni sul tavolo quanto vuoi, ma poi, ammesso che convinci i partner, devi convincere i mercati sul deficit.
Operazione più complicata ora che, per la prima volta, Francoforte parla della fine del piano Draghi a fine anno.
È quel piano che ha contribuito a tenere bassi i tassi di interesse e all’Italia ha consentito di risparmiare 70 miliardi negli ultimi tre anni. Sarà  complicato per il nostro paese aumentare il deficit senza lo scudo protettivo su cui ha contato finora in un quadro di rialzo dei tassi di interessi.
In questo contesto si comincia a capire la cornice entro cui si muoveranno Di Maio e Salvini.
Che consiste nel rinvio “di fatto” delle riforme più costose senza dirlo, anzi coprendolo nell’effervescenza verbale e in una raffica di provvedimenti a costo zero, durante una campagna elettorale per le europee lunga un anno: vitalizi, giustizia, daspo, legittima difesa, pensioni d’oro.
Prima della finanziaria del 2019 il reddito di cittadinanza difficilmente vedrà  la luce ma il rinvio sarà  presentato come un work in progress, come Di Maio ha già  iniziato a fare sostenendo che prima vanno riformati i centri dell’impiego.
L’idea è di potenziare, in modo non ben precisato, con due miliardi l’anno quei 556 centri che, ad oggi, costano 600 milioni, impiegano 8mila persone e danno lavoro a meno del tre per cento delle persone che vi si rivolgono.
Praticamente servono solo a creare dipendenti dei centri medesimi.
E non è sfuggito che il professor Conte — chissà  se è stato un lapsus o una consapevolezza — nel suo discorso alla Camera ha parlato non di reddito di cittadinanza ma, più semplicemente, di reddito di inclusione.
Misura di contrasto alla povertà  che c’è già  c’è e costa tre miliardi.
Si può potenziare, presentandola con l’abilità  delle parole come una tappa di avvicinamento al reddito di cittadinanza, un po’ come accaduto, maldestramente, qualche giorno fa quando la Lega ha annunciato una flat tax per le imprese che già  c’è. Si chiama Ires — prima si chiamava Irpeg — e i precedenti governi l’hanno portata dal 27,5 al 24 per cento.
Puoi limare qualcosa, tanto per dare qualche segnale fiscale, ma è chiaro che, così come sbandierata, la riforma è infattibile, dismesse le tentazioni di un “piano B” di sforamento e uscita dall’euro. E infatti Bagnai ha parlato di un rinvio, per la parte sulle famiglie.
Anche in questo caso, dopo le Europee.
Perchè il disegno è chiaro: un anno di campagna elettorale, a colpi di riforme bandiera e a costo pressochè zero, rinvii di fatto sapientemente presentati come inizi di un percorso di “cambiamento”, per finire di “svuotare” cioè che resta delle due opposizioni.
E a quel punto, con la forza dei nuovi numeri e del vento che soffia in tutta Europa, imprimere la sterzata “sovranista”.
In questo quadro europeo la flessibilità  che si può ottenere consente di evitare l’aumento dell’Iva e poco più.
Misura che, altrimenti, porterebbe sotto palazzo Chigi i forconi di artigiani, commercianti e imprenditori.
Di fatto, Di Maio (e Salvini che sull’Iva è d’accordo) davanti alla Confcommercio ha scritto la manovra.
Iniziando ad rinviare il libro dei sogni e le velleità  del tutto e subito.

(da “Huffingtonpost”)

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“IL CAOS LEGHISTA SULLA FLAT TAX? MANCANO I SOLDI, NON SANNO COME USCIRNE”: INTERVISTA AL TRIBUTARISTA LUIGI LOVECCHIO

Giugno 4th, 2018 Riccardo Fucile

“OCCORRE DISTINGUERE LE BUFALE DALLE NOVITA'”

Il caos sulla flat tax dentro la Lega è legato a un motivo preciso: l’assenza di coperture. A dirlo, in un’intervista a Huffpost, è il professore Luigi Lovecchio, esperto di fiscalità  generale e tributi: “C’è confusione sull’applicazione perchè mancano i soldi”.
Professore, nella Lega non c’è affatto unanimità  sull’introduzione della flat tax. Bagnai propone due step, imprese prima e famiglie poi, Siri invece vuole procedere in modo unitario. Perchè questo caos?
“Il motivo fondamentale è che mancano le risorse. Secondo i proponenti, la flat tax si dovrebbe autofinanziare con l’emersione dell’evasione, ma questa è una scommessa molto aleatoria”.
Perchè?
“Il concetto, secondo loro, è che se io faccio pagare solo il 15% o il 20% a te che non dichiari niente allora tu sarai indotto a pagare di più. Ma ci vorrà  tempo affinchè si inizi a innescare un meccanismo virtuoso di autofinanziamento della flat tax, cioè che l’evasore dichiari di più”.
Quanto?
“Direi cinque anni. E comunque sono cose scritte sulla sabbia, che vanno testate. L’evasore deve capire che paga poco e rischia molto. Perchè dovrebbe dichiarare anche solo per pagare il 20%? Se l’Agenzia delle Entrate non funziona bene e se non si introducono dei correttivi, io sono propenso a continuare a non dichiarare. Diciamo che è un meccanismo che si regge su qualcosa di aleatorio”.
Questo tra cinque anni. Intanto come si finanzia la flat tax?
“È evidente che con un’entrata in vigore così generalizzata, amplissima, senza adeguati meccanismi compensativi anche in relazione all’Agenzia delle Entrate, il rischio concretissimo è un drastico calo di gettito non compensato da niente. Questo rischio è forte. E poi bisogna distinguere le bufale dalle novità ”
Cioè?
“Leggo che vogliono abolire gli studi di settore, ma questi ultimi non sono più utilizzati da tempo. Leggo che vogliono abolire il redditometro, ma il redditometro non viene più usato, sono rarissimi gli accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate”.
Torniamo alla flat tax per le imprese. Il Pd attacca la Lega e rivendica questa misura.
“La flat tax per le imprese è stata prevista dal governo Gentiloni e si chiamava Iri: doveva entrare in vigore nel 2018, ma è stata rinviata al 2019 perchè non c’erano le risorse. L’Iri altro non è che la flat tax alle imprese, cioè il trasferimento del sistema Ires, con aliquota al 24,5%, alle imprese individuali e alle società  di persone”.
Misura fotocopia quindi?
“Io non sono vicino agli ambienti di governo, non so cosa vogliono fare. Se poi ci vogliono aggiungere i lavoratori autonomi, cioè i professionisti come i notai, i commercialisti o gli avvocati, allora quella sarebbe una cosa nuova”.
In generale, quindi, la flat tax sarebbe meglio non introdurla?
“Il problema che sottintende la flat tax è serio ed è l’esigenza di equità , ma non siamo un Paese che se lo può permettere. Oggi obiettivamente l’Irpef la pagano solo poche persone perchè vuoi con l’evasione vuoi con una marea di imposte sostitutive, legalmente o illegalmente una grossa fetta dei redditi è sottratta all’Irpef. Per esempio i dividendi, che sono tassati con un’aliquota secca, gli interessi o i canoni di locazione che con la cedolare secca sfuggono all’Irpef. L’unico che paga l’Irpef è il lavoratore dipendente. Che ci sia l’esigenza di una maggiore equità  è vero, ma chi finanzia la flat tax nell’immediato?”.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ALLARME DEL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA: “OCCORRONO CREDIBILITA’ E FIDUCIA PER EVITARE LA FUGA DEGLI INVESTITORI”

Maggio 29th, 2018 Riccardo Fucile

VISCO CONCORDA CON LE ANSIE DI MATTARELLA E SMONTA LA PATACCA DEL CONTRATTO M5S-LEGA

C’è una presenza costante, anche se non citata direttamente, nella Relazione annuale del governatore della Banca d’Italia: Sergio Mattarella.
Ci sono tutte le preoccupazioni del capo dello Stato nelle Considerazioni finali di Ignazio Visco, che smonta, pezzo per pezzo, la teoria economica e i provvedimenti previsti nel contratto per il governo del cambiamento di M5S e Lega.
A cominciare dal ricorso al maggior deficit come copertura finanziaria e dalla sfida ai vincoli europei.
Per guadagnare la fiducia degli investitori serve molto tempo, ma per perderla basta poco. E questi “reagirebbero fuggendo” dinanzi a una gestione allegra dei conti e questo “macchierebbe in modo indelebile la reputazione dell’Italia nel mondo”.
La ripresa c’è, incalza Visco, ma i rischi al ribasso e il disagio sociale sono “aumentati” e soprattutto l’Italia rischia di perdere “credibilità ” e “fiducia” se si compiono scelte azzardate.
Nel giorno in cui lo spread schizza ai livelli del 2013 e con Salvini e Di Maio sulle barricate contro il capo dello Stato, il governatore lancia un messaggio chiaro: via Nazionale sta con il capo dello Stato. Condivide le sue preoccupazioni.
Il governatore affronta di petto il momento che definisce “delicato” e “straordinario”. Lo fa puntellando il suo intervento con gli stessi temi che Mattarella ha posto al centro della sua riflessione per spiegare lo stop al governo carioca, a iniziare dalla necessità  di tutelare il risparmio degli italiani. Una perfetta corrispondenza di due visioni che emerge chiaramente quando Visco dice: “Non possiamo prescindere dai vincoli costituzionali, la tutela del risparmio, l’equilibrio dei conti, il rispetto dei Trattati”.
La linea di Bankitalia passa per una strada con segnali stradali chiari: Europa, equilibrio dei conti, riduzione del debito, deficit sotto controllo, riforme strutturali come la Fornero da non stravolgere.
L’esatto opposto della linea di Salvini e Di Maio. E anche se i due leader non vengono citati direttamente, i riferimenti sono evidenti quando si passano in rassegna tutti i temi su cui la Banca d’Italia pone l’alert.
Compatibilità  finanziarie, cioè le coperture dei provvedimenti, punto debole del programma giallo-verde.
“Non possono essere ignorate”, incalza Visco, e non per le “minacce speculative” o per le “rigidità  a livello europeo”, ma perchè i programmi sono “i segnali che orientano l’allocazione delle risorse”. Insomma, se si vuole migliorare lo stato dell’economia le politiche hanno bisogno di “credibilità “.
Altro punto di rottura rispetto al governo del cambiamento: l’utilizzo del deficit.
Da usare con ampi margini per 5 Stelle e Lega, da non aumentare secondo la Banca d’Italia. Ragionamento che poggia le sue basi sul fatto che un disavanzo contenuto è condizione imprescindibile per ridurre il debito pubblico, che resta “obiettivo irrinunciabile”.
L’equilibrio dei conti passa per scelte attente. Niente passi indietro sulle riforme strutturali, a iniziare dalla Fornero, perchè “sarebbe rischioso”. E soprattutto nessuna “scorciatoia” per ridurre il debito.
Qui l’allarme raggiunge il suo apice: gli investitori prima e gli italiani subito dopo, sottolinea il governatore, fuggirebbero se venisse messo a repentaglio il valore della loro ricchezza. Un fuggi fuggi che darebbe vita a una crisi finanziaria così forte da macchiare “in modo indelebile” la reputazione dell’Italia nel mondo.
L’operazione di smontaggio del programma di Lega e 5 Stelle passa anche dal reddito di cittadinanza. Occhio alle conseguenze sui conti pubblici e al pericolo di scoraggiare la ricerca di un lavoro regolare, avverte il governatore.
La cornice del ragionamento di Visco è l’Europa, altro punto di contatto con Mattarella. “Il destino dell’Italia è quello dell’Europa”, sottolinea il governatore respingendo le spinte antieuropeiste che stanno infiammando la politica.
Il treno passa e l’Italia deve avere una “voce autorevole” per decidere il futuro dell’Unione europea. Altro che uscita dall’euro, altro che Europa matrigna.
“Non sono le regole europee il nostro vincolo”, prosegue Visco, parlando di un Paese che non può permettersi passi falsi. La disoccupazione resta “elevata”, la ripresa è “lenta”. Di fronte a questo scenario, l’Italia ha “le sue carte da giocare”, ma le carte vanno scelte bene.

(da “Huffingtonpost”)

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“CHI COMPRA IL DEBITO ITALIANO CHIEDE STABILITA'”: L’AVVERTIMENTO DELL’AD DI INTESA SANPAOLO

Maggio 27th, 2018 Riccardo Fucile

CARLO MESSINA: “580 MILIARDI SONO IN MANO A INVESTITORI INTERNAZIONALI, SERVONO FIGURE AUTOREVOLI NELLE POSIZIONI CHIAVE”

“Un Paese affidabile con un’economia forte ha le stesse prospettive di Germania, Francia e Spagna”.
Così l’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, in un’intervista al Corriere della Sera, che invita a non sottovalutare il “problema Italia”.
E avverte: “Attenzione a non perdere la fiducia di chi sottoscrive il debito italiano”.
Spiega Messina:
“Dei 2.300 miliardi del nostro debito pubblico 580 miliardi sono in mano a investitori internazionali, dai fondi dello stato norvegese a quelli privati degli americani. La Borsa vede un capitale investito anche dall’estero di altri 6-700 miliardi. Sono tutte persone e società  che hanno investito e quindi creduto nel nostro Paese. Fondano la loro fiducia sul fatto che l’Italia voglia continuare a crescere, svilupparsi, battere la disoccupazione, ridurre le diseguaglianze…”.
Continua l’ad di Intesa Sanpaolo:
“Soltanto quest’anno, ci sono ancora 93 miliardi di euro di titoli a breve termine da collocare, oltre a 88 miliardi di titoli a medio e lungo termine. L’anno prossimo ci sono scadenze per un totale di 340 miliardi. Sono risorse fondamentali. Servono appunto a pagare pensioni, sanità , stipendi. E riusciamo a farlo grazie a una completa interconnessione con i mercati finanziari mondiali, per questo preservare la fiducia guadagnata significa tutelare la nostra economia reale, la ricchezza delle nostre famiglie e delle imprese italiane”.
Sottolinea ancora Messina:
“Il nostro Paese deve darsi l’obiettivo di avere figure autorevoli nelle posizioni chiave a livello europeo ed internazionale per essere adeguatamente rappresentato nelle sedi decisionali. Penso al grande tema dei migranti rispetto al quale il nostro Paese ha raggiunto risultati importanti ma sia ben chiaro che è un problema dell’Europa tutta”.

(da “Huffingtonpost”)

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LO SPREAD HA CHIUSO A 205, PIAZZA AFFARI PERDE L’1,5%

Maggio 25th, 2018 Riccardo Fucile

IL DIFFERENZIALE TORNA AI MASSIMI DA QUATTRO ANNI, SI AMPLIA LA FORBICE PERSINO CON I TITOLI SPAGNOLI

Un’altra giornata di tensione per i titoli di Stato italiani con lo spread che nel pomeriggio schizza fino a quota 215, oltre 20 punti sopra l’apertura, per poi riscendere in area 205 alla fine della seduta.
Gli investitori non sembrano rassicurati dai passi in avanti per la formazione del nuovo governo, con l’incarico affidato da Sergio Mattarella al professor Giuseppe Conte, che ieri ha avviato già  le proprie consultazioni.
ll differenziale tra Btp e Bund tedeschi torna così ai massimi da quattro anni, con il rendimento dei decennali italiani sfiora che supera il 2,5% (anche in questo caso ritracciando nel finale).
Significativa anche la forbice che si è ormai aperta rispetto alla Spagna: i Btp rendono 100 punti base in più dei Bonos, una distanza che non si vedeva dal 2011. E questo nonostante anche il debito madrileno sia sotto pressione per le difficoltà  del premier Rajoy legate allo scandalo tangenti e fondi neri.
Giù Piazza Affari, in controtendenza rispetto agli altri listini europei, tutti in positivo. Milano termina in calo dell’1,54%.
In sofferenza tutto il comparto bancario, con Banco Bpm e Ubi a fare capofila alle vendite.

(da agenzie)

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