Marzo 29th, 2021 Riccardo Fucile
IL DIRETTO INTERESSATO SIBILLINO: “FACCIO CIO’ CHE SERVE”
L’indiscrezione è di quelle suggestive: Mattia Santori, leader delle Sardine, possibile candidato sindaco del centrosinistra a Bologna?
Qualcosa più di una suggestione, qualcosa meno di una proposta, in quel limbo di possibilità e speranza di cui la cronaca politica è piena in questa fase di avvicinamento alle amministrative.
A sganciare la bomba è “la Repubblica”, che si richiama a una frase più che sibillina rilasciata da Santori dopo il doppio incontro col segretario del Partito Democratico Enrico Letta e il Presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Quattro parole dentro cui si può leggere un mondo: “Faccio ciò che serve.”
Che servirà una sardina in versione politica o in versione attivista contro il nuovo assalto di Salvini alla roccaforte rossa per eccellenza lo scopriremo nei prossimi giorni, forse ore.
Al momento, nessuna conferma nè smentita da parte delle Sardine, che nei giorni scorsi hanno incontrato Letta e Bonaccini. Si è trattato in entrambi i casi di incontri conoscitivi (era la prima volta che Bonaccini incontrava faccia a faccia le Sardine, dopo l’inedita “alleanza” civica e politica che nel gennaio 2020 ha portato alla vittoria del centrosinistra alle ultime Regionali in Emilia-Romagna), in cui non si è parlato di amministrative, nè il nome di Santori sarebbe uscito, almeno in via ufficiale.
Ma di sicuro più di qualcuno guarda con un certo interesse a un nome che potrebbe rappresentare un volto nuovo e di rinnovamento per Bologna e non solo.
Una prima vera conferma — o una smentita — potrebbe arrivare domani, dopo la riunione interna tra i vertici delle Sardine. Le prossime ore saranno quelle decisive?
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2021 Riccardo Fucile
LEGA 22,5%, PD 20,3%, M5S 18%, FDI 17,2%, FORZA ITALIA 7,6%, AZIONE 2,7%, ITALIA VIVA 2,2%, SINISTRA ITALIANA 2%, + EUROPA 1,5%, MPD 1,2%
Lo scenario politico dell’ultimo mese è stato segnato da cambiamenti molto significativi e gli ultimi
sondaggi registrano alcune novità rilevanti, con il rafforzamento di Pd e M5S e un calo del consenso per il Governo Draghi.
La rilevazione Ipsos per il Corriere della Sera mostra orientamenti di voto in sostanziale stabilità per i partiti di centrodestra, a fronte di un aumento di M5S e Pd.
In dettaglio, la Lega si conferma al primo posto con il 22,5% (-0,5 rispetto a febbraio) delle preferenze, seguita dal Pd che si attesta al 20,3% (+1,3) e dal M5S al 18% (+2,6) che scavalca FdI, stabile al 17,2%, come pure stabile risulta Forza Italia con il 7,6%.
Tra le forze minori si segnalano il sorpasso di Azione (2,7%) su Italia Viva (2,2%), l’aumento del divario tra Sinistra italiana (2%) e Articolo 1 (1,2%) dopo la separazione, e la flessione di + Europa (1,5%), dopo l’uscita di Emma Bonino.
Significativo anche l’orientamento nei confronti del Governo Draghi. L’apprezzamento dell’esecutivo e del presidente Draghi, pur mantenendosi su livelli elevati, risulta in flessione: rispetto ai valori registrati all’insediamento, l’indice di gradimento diminuisce di 6 punti per il Governo (da 62 a 56) e di 7 punti per il premier (da 69 a 62).
Una sorta di “rimbalzo tecnico”, spiega Nando Pagnoncelli sulle colonne del Corriere, che, non a caso, risulta più accentuato nelle aree geografiche che avevano manifestato il consenso più alto (Nordest e Centronord).
Il calo risulta inoltre più rilevante presso due gruppi sociali distinti, il primo caratterizzato dagli individui di condizioni economiche elevate, laureati, ceti dirigenti o impiegatizi (presumibilmente perplessi sulla squadra di governo e delusi per il condono fiscale), il secondo composto da persone di condizioni economiche basse o medio basse, lavoratori autonomi, ceto operaio, dipendenti con contratti a termine o occasionali (deluse sul fronte dei sostegni e delle misure restrittive).
Il calo, inoltre, è più accentuato tra gli elettori del Pd, del M5S e di FdI mentre il consenso risulta stabile tra gli elettori della Lega e di Forza Italia.
(da “Huffigntonpost”)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
L’ENNESIME DIMISSIONI DI UNA CONSIGLIERE GRILLINA NON GARANTISCONO PIU’ UNA MAGGIORANZA IN CAMPIDOGLIO
Un giorno è la Parentopoli grillina a scuotere il Campidoglio. Quello dopo sono le dimissioni di Gemma Guerrini, ormai ex consigliera 5S, a far franare il terreno sotto i piedi della sindaca Virginia Raggi. Insomma, in questo finale di consiliatura, a palazzo Senatorio non c’è pace.
Tanto più all’interno della maggioranza, che da ieri non può più essere definita tale: con l’addio della pentastellata di Trastevere, gli eletti del Movimento in Assemblea capitolina sono diventati 24 e le opposizioni lavorano già alla mozione di sfiducia che potrebbe mandare gambe all’aria l’amministrazione 5 Stelle.
Pd, Fratelli d’Italia e Lega da ieri hanno preso a lavorare per capire se ci sono i numeri necessari a far cadere la prima cittadina. Il capogruppo del Carroccio, Maurizio Politi, lo dice apertamente: “Dobbiamo valutare questa mossa con chi è uscito dal M5S. Se non sono interessati alla poltrona, possono siglare con noi la mozione ” .
È partita la raccolta firme per far terminare in anticipo l’esperienza da sindaca di Virginia Raggi, adesso costretta a garantire costantemente la propria presenza in aula Giulio Cesare per evitare il tracollo immediato.
Prima verranno sondati i fuoriusciti dal Movimento, poi la fronda interna. Tra i 24 grillini superstiti la defezione è infatti un vizio. Nell’attuale maggioranza c’è l’ondivago presidente del consiglio comunale, quel Marcello De Vito a cui il capogruppo 5S, Giuliano Pacetti, due settimane fa ha rivolto un sonoro ” fai schifo ” per aver votato la mozione sulle licenze dei bancarellari con le opposizioni.
Poi ci sono gli scontenti: Enrico Stefà no, Angelo Sturni, Donatella Iorio e Marco Terranova. Nelle prossime ore partirà il corteggiamento ai quattro consiglieri grillini dissidenti, contrari al bis di Raggi e aperti al dialogo con il fronte del centrosinistra.
Poi, finito il giro di chiamate, si deciderà . “Farsi bocciare la mozione di sfiducia finirebbe solo per rafforzare la sindaca”, si ragiona tra gli scranni del Pd e Fratelli d’Italia.
“Ma Virginia si rafforzerebbe anche se venisse sfiduciata. I romani non capirebbero”, replica Paolo Ferrara, ex capogruppo 5S. E poi giù di nuovo a fare i conti.
Dall’inizio della consiliatura, il Movimento ha perso Cristina Grancio, ora con i socialisti, Monica Montella, Agnese Catini e Simona Ficcardi, appena passata ai Verdi. Ieri ha preso il volo verso il gruppo misto anche Gemma Guerrini: “Nel 2019 mi sono dimessa dalla vicepresidenza del consiglio della Città metropolitano – ricorda subito dopo aver lasciato i 5S – e nessuno mi ha cercato per un confronto. Non supporterò nessuna forza che supporti Virginia Raggi alle prossime Comunali. Oggi nessun partito esistente mi rappresenta. Il Movimento? È un sogno che non esiste più, finito con l’espulsione dei parlamentari che si sono rifiutati di votare la fiducia al governo Draghi. Poi è arrivato anche il placet della sindaca all’esecutivo. Un errore”.
Proprio come la delibera sui bilanci di Ama che approderà in aula domani: ” Non la voterò – anticipa Guerrini – non mi tornano diverse cose in quegli atti. Io sono una persona semplice. Per me due più due fa quattro. E uno vale uno? Sì. E uno più uno fa due e via di questo passo. La Parentopoli di Lemmetti e della fidanzata? Il parere va chiesto alla sindaca. Se va bene a lei, va bene a tutti. Ma resta una cosa di basso livello, da soap opera sudamericana”.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
ORA TUTTO DIPENDE DAL PARTITO ARABO DI MANSOUR ABBAS
Con l’89% dei seggi spogliati in mattinata, il rebus alleanze dopo le quarte elezioni legislative
israeliane continua a rimanere irrisolto.
Analisti e politici restano piuttosto cauti fino alla presentazione dei risultati definitivi, attesi solo per venerdì pomeriggio. Gli exit poll riflettevano il persistere del testa a testa tra il blocco di Benjamin Netanyahu e quello avversario, ma durante la notte c’è stato un cambiamento significativo: il partito Ra’am del parlamentare arabo Mansour Abbas passa la soglia di sbarramento e guadagna 5 seggi, diventando il vero asso di queste elezioni.
Secondo le proiezioni di Channel 11, il blocco Netanyahu conta 52 seggi, quello dei suoi rivali 55, ossia, al momento, nessuno raggiunge i 61 seggi (su 120) necessari a formare una maggioranza.
Nel mezzo ci sono 12 seggi che potrebbero essere l’ago della bilancia per cercare di sbloccare una situazione di stallo politico che si protrae dal dicembre 2018.
Mentre all’inizio sembrava che i 7 di Naftali Bennett, la destra nazionalista che ammicca al centro, sarebbero stati sufficienti a Netanyahu per arrivare a 61, man mano che lo spoglio va avanti sembra che non basteranno.
I 5 mandati di Ra’am di Abbas hanno quindi il potenziale di essere il vero “game changer” di questa ennesima tornata elettorale. Oltre agli ultraortodossi (16 seggi tra due partiti), alleati tradizionali di Netanyahu, e alla destra nazionalista religiosa di Smotrich (6 seggi), Bennett e Abbas sono infatti gli unici a non aver posto il veto a un nuovo governo del contestato premier in carica da 12 anni.
Sarebbe la prima volta che le sorti di un governo israeliano dipendono da un partito arabo. Ra’am è espressione del Movimento islamista predominante nel Sud d’Israele e considerato moderato rispetto alla fazione settentrionale del movimento.
Mansour Abbas, dentista di professione, era fuoriuscito nei mesi scorsi dalla Lista araba unita — la coalizione di quattro diverse liste che ora è data in calo a 6 seggi, da 15 della Knesset uscente — in polemica con la linea di non appoggiare governi sionisti, e tantomeno di destra.
Abbas promuove invece una linea pragmatica di dialogo con “chi offre di più” — speculare all’atteggiamento dei partiti ultraortodossi ebraici anti-sionisti. E’ la prima volta che questo approccio viene offerto all’elettorato arabo — 21% della popolazione — che alla fine ha voluto premiarlo. Molti tra i cittadini arabi israeliani lo definiscono un esperimento.
“Io non escludo nessuno, se non chi mi esclude”, dice Abbas nelle sue dichiarazioni, riferendosi in particolare alla destra nazionalista religiosa di Betzalel Smotrich, che Bennett aveva fatto fuori dal suo partito per ripulirsi nell’eventualità di un’alleanza con il centro-sinistra e che ora entra nella Knesset con esponenti dell’estrema destra che si oppongono a qualsiasi concessione territoriale, alcuni apertamente omofobi. Netanyahu ha bisogno anche di questi voti e non è chiaro se queste tre anime potranno convivere.
Se dal canto suo Netanyahu, per garantirsi la sopravvivenza politica, sarà in grado di inglobare in una sua coalizione Mansour Abbas, o anche solo di basarsi sul suo appoggio esterno, si tratterà di un’apertura che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: innescherà infatti un meccanismo di legittimazione anche della Lista Araba Unita come possibile interlocutore di governo da parte delle opposizioni a Netanyahu.
Abbas paradossalmente potrebbe preferire una coalizione di destra, perchè più in sintonia con i partiti ebraici religiosi, piuttosto che con i partiti della sinistra progressista con cui entrerebbe in conflitto per esempio sulla promozione di diritti Lgbt.
Lui infatti esprime un voto “reale, influente e conservatore”, come recita il suo slogan elettorale. E per aumentare il proprio potere contrattuale con Netanyahu, fa trapelare alla stampa di avere già in programma un incontro con Lapid a stretto giro.
Il Likud di Netanyahu è l’indiscusso vincitore con 30 seggi e un divario di 12 punti con il secondo partito, Yesh Atid di Yair Lapid che è dato a 18 seggi. Una variabile non da poco con cui dovrà fare i conti il presidente Rivlin nel stabilire a chi assegnare per primo l’incarico di formare un governo dopo le consultazioni che inizieranno il 31 marzo.
Il discorso della “semivittoria” di Bibi
Alle 2:30 di mattina Netanyahu ha preso la parola in un discorso che cantava solo una semivittoria. Anzi, la parola vittoria era scomparsa dal lessico rispetto ai primi tweet dopo gli exit poll, sostituita da “enorme risultato” per la destra e per il Likud. Il premier in carica sa infatti che Bennett potrebbe non bastare a raggiungere i 61 (al momento arrivano a 59) e quindi specifica: “noi non boicottiamo nessuno. Intendo parlare con ogni singolo parlamentare che si riconosca nei nostri obiettivi per evitare quinte elezioni”.
Netanyahu sta già cercando disertori ovunque: gliene basterebbero 3, ma non sarà per nulla facile considerato che la coalizione anti Bibi è formata da tutta una serie di personaggi segnati da alleanze con Netanyahu finite in malo modo. Hanno poi tutti ben impressa la parabola di Benny Gantz — attuale ministro della Sicurezza che a maggio aveva sbloccato l’impasse acconsentendo a un governo di rotazione con Netanyahu, che non ha retto nemmeno 7 mesi. E oggi perde molto consenso diventando una delle tante formazioni medio-piccole con 8 seggi.
Come previsto, si apre una fase di negoziati sopra e sotto banco che potrebbe durare settimane, con numerosi scenari possibili che vedranno tutte le carte rimescolarsi come mai accaduto prima. E con tutti i giocatori in campo, l’opzione quinte elezioni per la prima volta sembra momentaneamente più lontana.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2021 Riccardo Fucile
LEGA 23,3% (-0,9), PD 19% (+1,6), M5S 17,5% (+0,5), FDI 17,1% (+0,1)
Il Partito Democratico risale velocemente nei sondaggi e torna a rincorrere la Lega, ancora prima nelle intenzioni di voto.
Il partito di Matteo Salvini perde quasi un punto in una settimana, quello di Letta ne guadagna quasi due. Subito dietro è testa a testa tra Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia, con i grillini che superano il partito di Giorgia Meloni, ma la distanza resta minima.
Enrico Letta guida la rimonta del Partito Democratico. Il segretario neoeletto sposta già gli equilibri nelle intenzioni di voto degli italiani, anche a pochi giorni dal plebiscito del Nazareno. Sarà stato il botta e risposta con Salvini, o le idee proposte e rilanciate dall’ex presidente del Consiglio, ma il Pd continua a salire nei sondaggi e punta a sfondare di nuovo quota venti punti.
L’era pre crisi di governo è un lontano ricordo — a livello di numeri — per i dem, ma con Letta segretario il Pd torna ad avvicinarsi alla Lega.
Il partito guidato da Salvini è ancora primo per distacco nelle preferenze dei cittadini ma, secondo il sondaggio Swg letto da Enrico Mentana durante il Tg di La7, cala di quasi un punto nella stessa settimana in cui il Partito Democratico ne recupera quasi due.
Secondo il sondaggio di Swg, la Lega è ancora il primo partito per punti percentuali nelle intenzioni di voto dei cittadini, ma perde lo 0,9% in una settimana, calando al 23,3%.
Al contrario, in sette giorni, il Partito Democratico di Letta guadagna l’1,6% e risale al 19%.
A inseguire i due partiti che da mesi sono in testa nei sondaggi ci sono Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia: anche in questo caso l’effetto Conte continua a far crescere i grillini, ma meno rispetto alla rimonta delle scorse settimane.
I pentastellati guadagnano mezzo punto e salgono al 17,5%, superando il partito di Giorgia Meloni che guadagna lo 0,1% e si ferma al 17,1%.
Crescono Forza Italia e Azione, crolla +Europa
Staccati dai quattro principali partiti italiani nei sondaggi, ci sono Forza Italia, che guadagna lo 0,2% e sale al 6,7%, e Azione di Carlo Calenda, che cresce altrettanto e arriva al 3,4%.
Sinistra italiana perde quasi mezzo punto in una settimana e cala al 2,4%, complice la risalita del Pd, seguito da Italia Viva di Matteo Renzi che guadagna lo 0,1% e sale al 2,3%.
Scende anche la percentuale di Mdp Articolo 1, anche in questo caso probabilmente a causa della crescita dei dem: meno 0,3% in una settimana, si ferma al 2,1%.
Seguono i Verdi con il 2% e +Europa, che crolla nei sondaggi dopo l’addio al veleno di Emma Bonino: ora è all’1,2%, meno 0,8%.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2021 Riccardo Fucile
LA MELONI NON LO VUOLE E DICE CHE LA SCELTA SPETTA A FDI… TENSIONE ANCHE A NAPOLI SU MARESCA
Non c’è partito che non sia nei guai per il crocevia delle elezioni romane. Ma chi si ritrova in mezzo al
guado adesso è il centrodestra. Il forfait di Guido Bertolaso nelle ultime ore ha mandato per aria l’unica candidatura solida sulla quale puntavano due partiti su tre della coalizione: Forza Italia e ancor più la Lega. O meglio, Matteo Salvini, che sulle presunte doti taumaturgiche dell’ex capo della Protezione civile ha sempre creduto. Al punto da suggerirne il reclutamento per l’emergenza Covid al suo governatore Attilio Fontana in Lombardia.
Niente da fare, su di lui non c’è sostegno unanime, Fratelli d’Italia non ha ceduto per mesi. E ora il leader della Lega scarica sull’alleata la responsabilità dello stallo e lo fa platealmente. “Chi ha detto no a Bertolaso per mesi ora faccia qualche proposta alternativa, perchè non si possono dire solo dei no – spiega Salvini dopo aver lasciato la sede del ministero dei Trasporti – Io continuo a ritenere che lui sia il miglior sindaco per Roma, se qualcuno la pensa in maniera contraria faccia delle proposte. E mi riferisco a Fratelli d’Italia”.
Giorgia Meloni non replica a stretto giro. I suoi ricordano come sia stata lei nei giorni scorsi a chiedere la convocazione del tavolo per discutere delle candidature e di Roma in particolare.
In quell’occasione il capo leghista aveva risposto di avere “cose più importanti da fare” in questo momento, occuparsi cioè di lotta alla pandemia. Fdi resta ancora in attesa di una convocazione. Forza Italia invece insiste: “Per noi Bertolaso resta la migliore ipotesi e la consideriamo tutt’ora valida – sostiene il senatore Maurizio Gasparri – Non contestiamo il diritto di proporre nomi alternativi, ma quelli finora avanzati non appaiono competitivi”.
E i nomi che restano sullo sfondo, meno conosciuti, sono quelli di Andrea Abodi, capo dell’Istituto del Credito sportivo, o di Francesco Rocca, presidente della Croce rossa italiana.
Va da sè che sulle tensioni pesano le dinamiche maggioranza-opposizione che ormai attraversano i due partiti del centrodestra. Fdi all’opposizione e Lega al governo con Draghi stanno logorando dei rapporti già non idilliaci.
I sondaggi delle ultime ore, che danno il partito di Giorgia Meloni in crescita di un punto e mezzo (al 16,5) e la Lega in discesa al 20, non contribuiscono a migliorare il clima.
Tanto è vero che lo stallo, anzi la guerra Lega-Fdi si ripropone a destra anche a Napoli. Catello Maresca, magistrato, civico, ha fatto trapelare la sua disponibilità a una condizione: che i partiti rinuncino ai loro simboli.
Salvini (per via dello scarso radicamento in Campania, sostengono i più maliziosi nella coalizione) ha subito sposato la causa. “E’ colui che mi ha convinto di più tra i possibili candidati – ha detto lunedì scorso a margine dell’udienza del processo per diffamazione intentato ai 99 Posse – E’ una grande opportunità per Napoli e se ci fosse la necessità di fare un passo indietro come Lega per dar spazio a una candidatura come quella di Maresca saremmo pronti a ritirare il simbolo”. Fratelli d’Italia, che in quella regione viaggia quasi a due cifre, proprio no.
L’unico vantaggio per il centrodestra è che le elezioni sono slittate in autunno. Ma sarà dura trovare una sintesi, se la coalizione sopravviverà al governo Draghi.
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2021 Riccardo Fucile
L’AFFERMAZIONE DEI LIBERAL-DEMOCRATICI MODIFICA GLI EQUILIBRI DELLA POLITICA OLANDESE
I risultati delle elezioni olandesi confermano la maggioranza del governo uscente, Mark Rutte sarà ancora il premier olandese.
La novità è che il secondo partito della camera bassa non è più l’estrema destra di Geert Wilders, ma il D66 (Democraten 66) di Sigrid Kaag, partito social-liberale con una visione molto più europeista rispetto agli standard del numero uno dei Paesi frugali.
I sondaggi quotavano il D66 a non più di 19 dei 150 seggi del parlamento, invece è proiettato verso 23-24 seggi.
Il grande sconfitto è Wilders, un alleato di Matteo Salvini che dopo la debacle alle elezioni europee perde posizioni anche in patria.
Tuttavia, l’estrema destra populista non è sparita, ha solo trovato nuova rappresentanza nel FvD di Thierry Baudet, alleato di Giorgia Meloni, che passa da 2 a 8 seggi. Lo sconfitto della maggioranza di governo invece è Wopke Hoekstra, leader della CDA che da Ministro delle Finanze ha cercato di guadagnare posizioni affermando una linea più rigorista di Rutte. Adesso dovrà fare un passo indietro.
La grande sorpresa è l’ascesa del D66 di Sigrid Kaag, 59 anni, ministra del commercio estero e della cooperazione allo sviluppo, una leader che ora potrebbe avere un forte impatto sul modo in cui gli olandesi guardano all’Unione europea.
La campagna elettorale è stata dominata da questioni interne, tra i partiti principali solo Kaag chiedeva più attenzione all’Ue — l’EUlefante nella stanza. Inoltre, a differenza di Rutte e degli altri partner di coalizione a volte accusati di troppa leggerezza nei confronti dell’estrema destra, nei dibattiti televisivi Kaag ha costantemente incalzato le posizioni anti-Islam e anti-immigrati di Wilders e Baudet. Una caratteristica che non sorprende, vista la storia professionale e personale della leader del D66.
Figlia di un pianista, Kaag ha da sempre una visione internazionale e cosmopolita. Dopo aver iniziato a studiare arabo all’Università di Utrecht, si trasferisce all’American University del Cairo dove si laurea in studi mediorientali.
Dal 1990 al 1993 lavora come funzionaria per il ministero degli esteri olandese, poi per la Royal Dutch Shell a Londra. Dal 1994 entra nelle Nazioni Unite, dove resterà fino al 2017 quando sceglie la politica.
Da funzionaria Onu si occupa di Nord Africa e Medio Oriente. Nel 2013 e 2014 guida la missione che ha portato alla distruzione delle armi chimiche in Siria, ottenendo il ringraziamento personale dell’allora presidente USA Barack Obama.
Nel 2017 lascia l’Onu per entrare a far parte del governo Rutte come ministra del commercio estero e della cooperazione allo sviluppo, carica che ricopre tutt’ora. A settembre 2020 diventa leader del D66 con l’ambizione di diventare la prima premier donna dei Paesi Bassi, e conduce la campagna elettorale che porta il D66 al successo di mercoledì
Kaag è sposata con un arabo, Anis al-Qaq, ex ambasciatore palestinese e politico di Fatah. La coppia ha quattro figli e figlie arabo-olandesi. Nei suoi interventi ha condannato con forza le diverse forme di razzismo presenti nella società olandese, e non ha mai avuto paura di raccontare come una virtù il cosmopolitismo messo alla berlina dall’estrema destra del Paese.
Una volta Kaag ha detto: «A volte, a causa della mia carriera e del mio matrimonio, vengo trattata come una straniera nel mio Paese».
Con un profilo del genere, per gli estremisti di destra olandesi Kaag è un nemico assoluto da criticare, attaccare e insultare a ogni respiro, un po’ come veniva fatto con Laura Boldrini, ma elevato all’ennesima potenza.
A differenza di Boldrini però, Kaag è leader del secondo partito del Paese e ha dimostrato nelle urne che contro il populismo di destra si può vincere. Per i suoi sostenitori, il successo del D66 è la prova che sostenere le cause che si ritengono giuste e affrontare a viso aperto alcune verità scomode non è un percorso verso il fallimento in politica, o almeno, non lo è nei Paesi Bassi.
L’Europa secondo il D66
A livello di Ue, il partito di Kaag ha una visione più euro-federalista, aperta all’idea di istituire un ministro delle finanze dell’eurozona che gestisce un bilancio comune, ma finanziato con tasse dell’Ue. Il programma del D66 rivela anche un approccio più morbido sull’immigrazione, con il partito che sostiene corridoi umanitari per i rifugiati e percorsi d’ingresso per i migranti economici, considerati necessari per alcuni settori dell’economia olandese.
L’europeismo del D66 differisce dal VVD e dal CDA in altre aree: è a favore di un esercito europeo, vuole rafforzare il ruolo del Parlamento europeo e chiede una maggiore coesione in politica estera. Probabilmente è proprio su questo che troverà maggior sintonia con Rutte, che non si farà sfuggire l’occasione di dare spazio ai rapporti di Kaag con la nuova amministrazione statunitense di Joe Biden, piena di ex-funzionari dell’amministrazione Obama.
Il VVD di Rutte infatti vuole che l’Ue funga da contrappeso a Cina e Russia, mentre il CDA ha chiesto un consiglio di sicurezza europeo. Adesso l’Ue e le Capitali restano a guardare cosa succede all’Aia, chiedendosi se i nuovi rapporti di forza della coalizione olandese significano che Rutte abbandonerà il rigore da frugale-anseatico che ha distinto gli ultimi quattro anni del suo mandato.
Soprattutto a Roma però, non è il caso di sognare troppo e farsi strane idee, il prossimo governo di Rutte sarà forse meno “frugale” ma ancora molto olandese, contrario al debito allegro, finanziato dai surplus nordici e, soprattutto, privo di vincoli e impegni stringenti.
(da Open)
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Marzo 17th, 2021 Riccardo Fucile
SECONDO IL CENTROSINISTRA (+8 SEGGI), SCONFITTA DEI SOVRANISTI (-4 SEGGI)
Secondo gli exit poll il Vvd, il Partito popolare della libertà e della democrazia del premier uscente Mark Rutte, è in testa come previsto alle elezioni parlamentari olandesi con 35 seggi sui 150, due in più. Il centro sinistra è secondo.
Il primo ministro è dunque incamminato verso un nuovo mandato, ma anche in questa occasione dovrà formare un’alleanza per ottenere la maggioranza dei seggi: si va dunque verdo un nuovo governo di coalizione.
Il partito pro Ue di centro sinistra, D66, secondo le proiezioni otterrebbe 27 seggi (+8). Per raggiungere i 76 seggi necessari dunque il partito di Rutte dovrebbe allearsi con almeno altri due partiti.
Il Partito della Libertà degli anti islamici di Geert Wilders arretra e dovrebbe perdere 4 seggi, la coalizione Cristiano democratica ne perderebbe 5 e i laburisti resterebbo invariati. Le elezioni, tra le prime convocate nell’era Covid, si sono tenute in tre giorni proprio per ridurre gli assembramenti. Nonostante una campagna elettorale quasi tutta virtuale, giocata quasi esclusivamente dagli schermi delle televisioni, alla fine l’affluenza è stata dell’81%, appena un punto percentuale in meno rispetto a quella di cinque anni fa.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2021 Riccardo Fucile
NEL PAESE GUIDA DEI “FRUGALI” I SONDAGGI SONO FAVOREVOLI AL PREMIER USCENTE
Oggi si concludono le elezioni nei Paesi Bassi, un appuntamento elettorale che non attira l’attenzione che merita nonostante il ruolo crescente dell’Aia nelle dinamiche europee.
I seggi sono aperti da lunedì, tre giorni per alleggerire l’afflusso di elettori a causa della pandemia. Dalle urne uscirà un governo destinato a restare in carica dal 2021 al 2026, esattamente il periodo in cui saranno erogate le risorse del Next Generation EU.
In quanto leader dei frugali, il governo olandese sarà il più attento nel controllarne l’applicazione.
Il favorito è il premier uscente Mark Rutte, 54 anni, ex manager delle risorse umane, all’Aia dal 2010 con tre mandati consecutivi. Attualmente è in carica come reggente dopo le sue dimissioni causate da uno scandalo (lo Stato aveva accusato alcune famiglie di rubare sussidi condannandole a risarcimenti molto onerosi, ma il tribunale ha dimostrato che a sbagliare era stato il governo). Ciò nonostante, il suo partito liberale VVD domina le rilevazioni e Rutte è avviato verso la vittoria e il quarto mandato.
Secondo l’ultimo sondaggio di Peilingwijzer, il VVD dovrebbe vincere 36-40 seggi (su 150) rispetto ai 33 del 2017. I numeri sono scesi nelle ultime settimane, ma il premier resta popolare in un Paese stanco del Covid-19 e delle restrizioni.
Il coprifuoco notturno ha innescato rivolte in molte città , anche violente, e la polizia ha usato la forza. Tuttavia, la maggioranza degli olandesi sostiene le misure e Rutte ha avuto molto consenso durante la pandemia. L’incognita è su quanto tempo ci vorrà a formare la coalizione.
Il sistema proporzionale più puro del mondo
Quando di parla di politica nei Paesi Bassi è necessario soffermarsi sul sistema elettorale, il proporzionale più puro che si può immaginare. L’intera nazione corrisponde a un solo collegio, c’è il voto di preferenza e non c’è soglia di sbarramento. Per ottenere uno dei 150 seggi del parlamento è sufficiente conquistare lo 0.67% dei voti. Inevitabilmente, tanta apertura significa avere una scena politica estremamente affollata.
Nella scheda elettorale (grande come una tovaglia) sono presenti 37 partiti, con 12-15 di questi in grado di entrare in parlamento. Ci sono due partiti liberali (VVD, D66), tre democristiani (CDA, CU, SGP), tre di estrema destra (PVV, FvD, JA21), due di sinistra (PvdA, SP), uno ambientalista, uno per gli olandesi di origine non europea (Denk), uno per gli anziani (50+), uno animalista (PvdA) e uno ultra-europeista (Volt).
Nei sondaggi solo il VVD di Rutte ha il 21-23% dei consensi. L’estrema destra del PVV è al secondo posto con il 12-13%, seguito dal CDA, con il 11-12% e dal D66 con il 9-11%. A seguire tutti gli altri con percentuali a una cifra.
L’attuale coalizione del governo Rutte comprende VVD, CDA, D66 e CU, che nei sondaggi registrano il 45-51% dei consensi. I tre partiti di estrema destra — esclusi a priori da tutti gli altri, per principio — hanno il 16-18% dei voti.
In teoria una coalizione senza VVD e senza i partiti di estrema destra è possibile, ma le probabilità di mettere insieme 11 partiti è scarsa. Forse però Rutte sarà costretto a cercare l’appoggio di un altro partito per avere i 76 seggi necessari alla maggioranza.
Come di consueto, le consultazioni potrebbero richiedere mesi, la media storica è 94 giorni. Nel 2017 è stato proprio Rutte a segnare il record del dopoguerra: 225 giorni per formare il suo terzo governo.
Ma stavolta c’è la pandemia, e ci si aspetta che siano tutti più veloci. Lo stesso Rutte ha detto che, vista la situazione, la formazione della nuova coalizione dovrà essere rapida.
Un altro problema è che il governo deve aspettare la nuova coalizione prima di chiudere e presentare alla Commissione europea il suo Recovery Plan, il termine ultimo è il 30 aprile. Dal risultato di oggi si determineranno le priorità dei Paesi Bassi, e la posizione nell’Unione europea.
Il ruolo del più grande dei Paesi frugali
Dopo il voto per la Brexit nel 2016, nei vertici europei i Paesi Bassi hanno dovuto riempire il vuoto lasciato dal Regno Unito, diventando uno dei principali attori in campo. Rutte che ha trascorso gli ultimi quattro anni alla guida del gruppo di Stati membri contrari a una maggiore integrazione politica dell’Ue e alla condivisione del debito nell’eurozona. Prima con il format della Nuova Lega Anseatica, poi con il gruppo dei frugali. Ma anche se allargato o ristretto, il gruppo nordico degli anseatici-frugali è lo stesso.
Se confermato, dopo l’addio di Angela Merkel (settembre 2021), Rutte sarà il leader del Consiglio europeo con più esperienza dopo Viktor Orban, e il più navigato dell’eurozona. Da Rutte la Commissione si aspetta di trovarlo in prima linea nel fare pressioni a Polonia e l’Ungheria sullo stato di diritto, e di vederlo nelle vesti di poliziotto cattivo attento a controllare come vengono spesi i soldi del Recovery Fund nei Paesi beneficiari, a partire dall’Italia.
(da agenzie)
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