Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
BERND SCHLOMER: “GRILLO DOVREBBE ASCOLTARE DI PIU’ LE VOCI ALL’INTERNO ANZICHE’ DIRIGERE UN FAN CLUB”
Migliaia di iscritti, nessuna vera piramide di potere e vita politica soprattutto sul Web. Piratenpartei, il Partito dei pirati tedesco, è il volto nuovo della Germania.
Fondato nel 2006 sul modello dei pirati svedesi, dopo aver conquistato tra 2011 e 2012 l’ingresso nei parlamenti regionali di Berlino e del Saarland, superando la soglia di sbarramento del 5 per cento, a maggio dello scorso anno è entrato trionfalmente in due Lander importanti, lo Schleswig Holstein e la regione più popolosa della Germania, il Nordreno Westfalia.
Chiede riforma del diritto d’autore, trasparenza su Internet, diritti civili e antinuclearismo.
In vista delle politiche del 2013 rischia di diventare una minaccia per le due grandi corazzate tedesche, la Spd e la Cdu.
Quasi un cittadino su tre ha detto di essere tentato dall’idea di votarlo.
E tra i giovani la quota sale al 50 per cento.
“Siamo la spina nella carne dei partiti tradizionali”, spiega il leader Bernd Schlà¶mer.
Lo slogan ricorda quello di un altro partito giovane, qui in Italia. Qualcosa in comune con il Movimento 5 Stelle?
“Ho letto il programma del partito di Beppe Grillo, sembra interessante. Ma è stato scritto davvero dagli attivisti? Come si fa a credere che non sia solo un pezzo di carta. So di alcuni gruppi locali che per gestire i loro processi decisionali utilizzano il Liquid Feedback (software open source dei pirati tedeschi studiato per promuovere la formazione di opinioni condivise all’interno di una comunità , ndr). Mi chiedo allora perchè non sia stato fatto lo stesso per il programma nazionale”.
Secondo Grillo tutti i partiti sono uguali e vanno cancellati. La pensa allo stesso modo?
“Mi sembra che nel vostro Paese in molti siano critici verso il sistema dei partiti. Per questo i Pirati italiani stanno sondando la possibilità di rinnegare i leader eletti o i comitati direttivi e approfittare del Liquid Feedback per prendere decisioni. Lo stesso sistema è già stato sperimentato in Argentina e in Israele. Grillo dovrebbe ispirarsi a questi modelli e lasciare spazio alla democrazia. In Germania la legge impone strutture di partito rappresentative, ma, parallelamente, stiamo sperimentando assemblee decisionali di questo tipo”.
Come giudica la struttura gerarchica del M5S? E i meeting segreti?
“Forse le intenzioni sono buone. Ma se Grillo non vuole un partito democratico, l’unica alternativa è la struttura autoritaria. Credo che dovrebbe ascoltare di più le voci all’interno del movimento e, anzichè dirigere un fan club, trovare alternative ai partiti senza perdere di vista la democrazia. In Germania il M5S non sarebbe neppure legale. Le riunioni segrete poi non le comprendo”.
Qual è la sua opinione su Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio?
“Ho visto alcuni filmati. Mi sono piaciuti i pantaloni a zampa che indossava Grillo negli Anni 70. Tuttavia, non ho trovato divertenti alcune sue esternazioni sull’immigrazione. E nemmeno l’apertura a frange di estrema destra. Per quanto riguarda Casaleggio trovo che il controllo sull’opinione pubblica che egli esercita attraverso il web sia inappropriato per il leader di un partito democratico”.
A proposito di estrema destra, che cosa pensa di Casapound?
“Il solo fatto che in campagna elettorale Grillo abbia strizzato l’occhio a questo movimento rappresenta la garanzia che una collaborazione con il M5S sarà estremamente difficile”.
Grillo vorrebbe un referendum sull’euro. Qual è la politica dei Pirati su moneta unica e Unione europea?
“Noi siamo a favore dell’Europa, ma sosteniamo anche la partecipazione popolare. Quindi, se gli italiani vogliono andare al voto per decidere la loro permanenza nell’euro, ben venga”.
Grillo ha dichiarato di non voler stringere alleanze con il Pd di Bersani. Strategia giusta?
“Dovrebbe far scegliere al Movimento. Non capisco come una persona che non è stata eletta possa decidere su ciò che farà il Parlamento”.
Il programma 5 Stelle prevede Internet libero e democrazia diretta attraverso la Rete. Sono le vostre stesse battaglie?
“Noi abbiamo dato vita al Piratenpartei anche per contrastare la censura su Internet. Non è un problema se Grillo si è ispirato ai pirati tedeschi. In politica le buone idee sono fatte per essere copiate”.
I “grillini” chiedono il limite di due mandati per i parlamentari. Siete d’accordo?
“Sembra un’ottima idea. Credo che la sottoporrò al Liquid Feedback”.
A settembre ci saranno le elezioni in Germania. Previsioni per la Piratenpartei?
“Se riusciremo a distrarre i giornalisti dai nostri contrasti interni, allora niente potrà impedirci di entrare nel Bundestag”.
Enrico Caporale
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Febbraio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL BILANCIO DEGLI ULTIMI 5 ANNI, I RISCHI DEL NEGOZIATO DI OGGI… NEL 2005 STRAPPAMMO AL’ULTIMO 1,4 MILIARDI PER I “FONDI STRUTTURALI”
Nelle notte del 16 dicembre 2005, sotto gli occhi di Tony Blair, presidente di turno del Consiglio
europeo, e di Angela Merkel, Silvio Berlusconi pensò, probabilmente, di aver limitato il danno.
Il bilancio europeo aumentava di poco, ma andava diviso tra gli otto Paesi dell’ex blocco sovietico, più Cipro e Malta.
Anzi, all’ultimo minuto, la delegazione italiana aveva addirittura strappato 1,4 miliardi extra per i «Fondi strutturali» (investimenti per le aree più svantaggiate) e altri 500 milioni per lo sviluppo rurale.
La medicina europea, però, ha due caratteristiche: può essere amara se non si regge il confronto negoziale con i partner più forti e soprattutto agisce con rilascio lento, differito nel tempo.
Oggi, in piena trattativa sulle «prospettive finanziarie» per il 2014-2020, fa testo una tabella che si può costruire elaborando i dati ufficiali diffusi dalla Commissione europea.
L’Italia dal 2007 al 2011 ha già lasciato in Europa 22 miliardi di euro, solo due meno della Francia, che ha però un reddito nazionale superiore di un quarto al nostro, e di cinque miliardi in meno rispetto al Regno Unito (che ha un Pil maggiore del 10%).
Ventidue miliardi in cinque anni, una cifra più o meno equivalente al gettito atteso dall’Imu, tanto per avere un ordine di grandezza: oggettivamente non è un bel risultato.
Tanto più se si considera che la struttura del bilancio europeo, nonostante sforzi e tentativi di cambiamento ormai ventennali, si adatta ancora bene a un Paese come l’Italia.
Due grandi voci che coprono circa il 91% delle uscite (budget 2011): agricoltura e «crescita sostenibile», cioè i fondi di coesione per le zone arretrate.
E allora chi meglio di noi?
Certo la Polonia, l’Ungheria e gli altri «nuovi» dell’Est.
Ma perchè la Francia? Perchè, volendo andare fino in fondo, la Spagna?
Quando il presidente Nicolas Sarkozy assunse la guida a rotazione dell’Unione Europea si presentò davanti al Parlamento europeo di Strasburgo il 10 luglio 2008 come il «nemico dell’immobilismo» e volle cominciare dal bilancio, proprio come aveva fatto Tony Blair parlando, invece, nell’Aula parlamentare di Bruxelles il 23 giugno 2005.
Fa impressione rileggere oggi quei due discorsi di insediamento tanto sono simili: liberaldemocratico e modernista il francese; socialista liberale e modernista il britannico.
Tutti e due chiedevano di spendere di più nella ricerca, nell’innovazione, nella «competitività » e meno nei programmi di assistenza o di conservazione dell’esistente.
Dopo di che, messe da parte le belle parole, contano le azioni politiche quasi sempre fedelmente tradotte dai numeri.
Così i governi dell’era Sarkozy hanno mandato a Bruxelles negoziatori con in testa solo una cosa: tutelare i fondi a disposizione dei contadini francesi, compresi i grandi latifondisti.
E i rappresentanti di sua Maestà , anche dopo Blair, evidentemente più che della «modernizzazione» si sono preoccupati di difendere l’arcaico «rebate», il rimborso dei contributi ottenuto nel 1984 da Margaret Thatcher.
E l’Italia?
Anche per effetto dell’accordo del 2005, i governi di Romano Prodi e poi (dal maggio 2008) ancora di Berlusconi si sono visti raddoppiare in un anno il conto di Bruxelles.
Nel 2007 il «saldo operativo» tra versamenti (escluse le spese per l’amministrazione) e fondi provenienti dalla Ue era ancora fermo a 2 miliardi di euro.
Meno della Germania (7,4), della Francia (2,9), del Regno Unito (4,1), persino meno dell’Olanda (2,8).
Nel 2008, invece, eccoci proiettati al secondo posto della classifica dei «contributori netti» della Ue.
L’Italia già in crisi, l’Italia indebitata, l’Italia della crescita asfittica, usciva ammaccata anche dalle cifre sul bilancio europeo: il «saldo operativo» toccava 4,1 miliardi di euro proiettandoci al secondo posto nella classifica dei contributori netti, dietro la Germania (8,7) e davanti a Francia (3,8) oltre a Olanda (2,6) e Regno Unito (0,8).
Da lì in poi, nel giro di altri tre anni, il «saldo operativo» è salito fino a 5,9 miliardi del 2011: in termini relativi abbiamo recuperato sulla Francia (6,4 miliardi), ma siamo ancora alle spalle del Regno Unito (5,5 miliardi)
In valori assoluti i versamenti sono passati dai 14,02 miliardi del 2007 ai 15,1 miliardi del 2008 (in questo calcolo, invece, è compresa anche la voce legata all’amministrazione).
E dal 2008 al 2011 i contributi sono aumentati di altri 900 milioni, toccando quota 16 miliardi nel 2011.
Gli incassi europei hanno viaggiato sulla corsia di marcia opposta, scendendo dagli 11,3 miliardi del 2007 ai 9,5 miliardi del 2011.
Questi sono i rapporti di forza (o se si preferisce le capacità negoziali) alla vigilia del Consiglio europeo del 7 e 8 febbraio, dove si tornerà a trattare sul bilancio per il periodo 2014-2020.
E allora, meglio tenere d’occhio la sostanza.
Per esempio, la rampante e ambiziosa Spagna di Luis Rodriguez Zapatero non ha mai mollato la presa sui fondi europei.
Tanto che, Polonia o non Polonia, nello stesso periodo in cui l’Italia cedeva 22 miliardi, ha portato a casa un saldo in positivo per un valore di 14,5 miliardi.
Adesso la Commissione europea propone, tra l’altro, di destinare, in sette anni, 80 miliardi in più per ricerca e innovazione e di orientare 84 milioni per sostenere disoccupati e nuove povertà . Benissimo, ma attenzione a chi rimane con l’assegno in mano.
Giuseppe Sarcina
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 4th, 2013 Riccardo Fucile
E SUI MIGRANTI: “BASTA CON I MORTI RACCOLTI SULLE COSTE SICILIANE: SONO LA VERGOGNA DELL’EUROPA”
Arriva a Palermo il presidente del parlamento europeo Martin Schulz per dire basta alle mafie, per
invocare la confisca dei beni mafiosi oltre i confini italiani, per criticare l’egoismo di tanti governi davanti al dramma dei migranti, per invocare un’Europa più solidale e meno sensibile alle trame finanziarie, ma la stoccata più pesante la riserva a Silvio Berlusconi che nel 2001 lo definì un kapò: «L’altro giorno io parlavo di Olocausto, e un altro pensava ai dittatori. La verità è che negli ultimi vent’anni con Berlusconi l’Italia ha avuto governi di nessuna credibilità internazionale».
L’ITALIA MERITA DI PIÙ
Scattano già le risentite polemiche di chi accusa Schulz di entrare a testa bassa nella campagna elettorale.
Critiche estese anche al presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta che lo ha invitato per un sabato sera al Teatro Politeama di Palermo con il cantante Mario Venuti, la regista Roberta Torre e una platea in visibilio per l’auspicio sul futuro dell’Italia: «Merita di più questo Paese. Merita un governo che si batta per i diritti civili e per regolamentare i mercati finanziari in modo più severo perchè non succeda più che le banche siano salvate coi soldi dei cittadini».
L’EGOISMO DELL’EUROPA
Molto duro nei confronti di alcuni governi europei, il presidente Schulz anche per quanto poco si fa per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno: «Ho impiegato 7 ore per arrivare da Aquisgrana, la mia città , la stessa di Federico II, e ne vale sempre la pena. Perchè scopri il profumo delle culture che si mescolano. E capisci come proprio Federico II non fosse solo innamorato di questi luoghi, ma avesse compreso la capacità economica di una terra al centro del Mediterraneo. Ecco perchè L’Europa deve considerare questa regione una risorsa bloccando i tagli, a cominciare da quelli dei fondi per lo sviluppo rurale, tagli che non accetteremo».
IL BIMBO NIGERIANO
Applausi a scena aperta sul tema dei migranti: «Basta con i morti raccolti sulle coste siciliane. Che non sono la vergogna della Sicilia. Ma la vergogna dell’Europa. No all’egoismo e all’indifferenza di alcuni governi europei».
Grandi apprezzamenti per la solidarietà mostrata spesso dai siciliani sul fronte Lampedusa e particolare encomio alla giornalista che presentava la serata, Elvira Terranova, «per avere salvato una notte decine di naufraghi, a cominciare da un bimbo nigeriano».
CONFISCA BENI MAFIOSI
La lotta alla mafia, con i suoi intrecci economici internazionali, è il tema da Schulz affrontato ringraziando Crocetta per l’impegno contro gli affaristi annidati nella Regione siciliana: «Non più un centesimo dei fondi europei alle mafie. Bisogna moltiplicare i controlli, la guerra ai soldi della mafia e trasferire in Europa il meccanismo di confisca dei beni mafiosi per la loro redistribuzione».
POLEMICA ELETTORALE
La festa siciliana per il presidente Schulz non è piaciuta però a tanti esponenti del Centrodestra anche per il sospetto che si sia trattato di «una manifestazione elettorale realizzata con fondi pubblici», come dice il deputato Pdl Nello Musumesi.
Felice Cavallaro
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 1st, 2013 Riccardo Fucile
BILANCIO UE PER LA CRESCITA: DOPO IL DISASTRO DI BERLUSCONI CON IL SALDO PASSIVO DI 5 MILIARDI, MONTI VUOLE RINEGOZIARE GLI AIUTI ALLO SVILUPPO PER IL NOSTRO PAESE
Mario Monti vola a Bruxelles e Berlino per incontrare i vertici delle istituzioni europee e Angela Merkel.
In Italia dal Pdl alla Lega lo attaccano, dicono che è andato a prendere gli ordini dalla Cancelliera ma in realtà la trasferta europea del premier uscente, che domenica sarà a Parigi per incontrare Hollande, ha uno scopo preciso: la prossima settimana i Ventisette dovranno riprovare a chiudere il bilancio europeo per il periodo 2014-2020 e l’Italia, dopo il disastroso accordo firmato da Berlusconi nel 2005, deve recuperare terreno nel negoziato se non vuole continuare ad essere svantaggiata nel saldo tra quanto versato e quanto ricevuto da Bruxelles.
Un appuntamento al quale Monti, insieme al ministro Enzo Moavero, lavora da quasi un anno.
Troppo importante non far perdere fondi all’agricoltura e al Mezzogiorno, alle infrastrutture e alle politiche per crescita e occupazione.
Ma il negoziato si chiude solo all’unanimità e si annuncia duro e complesso.
Mercoledì con Barroso Monti ha concordato che nel suo insieme il bilancio dell’Unione dovrà essere indirizzato alle politiche che aiutano la crescita.
Ieri mattina nel corso di un breakfast di lavoro il premier italiano ha ribadito la sua posizione al presidente del Consiglio europeo, Hermann Van Rompuy, l’uomo che gestisce il negoziato e presiede le riunioni dei leader.
Quindi l’aereo per Berlino, dove Monti arriva accolto da un gelido vento del Nord in arrivo dalle coste di Amburgo.
Mario e Angela si concedono una breve dichiarazione pubblica, senza domande, prima di pranzare. Dopo nessun contatto con i media. Ma Monti incassa dalla Merkel un complimento che vale più degli attestati di stima ricevuti pubblicamente negli ultimi mesi dai colleghi europei.
A Berlino, infatti, brucia ancora la notte del 28 giugno quando, poco dopo che l’Italia di Balotelli battè la Germania agli europei, Monti brandendo il veto riuscì a far accettare alla Cancelliera e ai falchi del Nord lo scudo antispread.
Accordo che poi aprì le porte all’intervento risolutivo della Bce di Draghi.
Così parlando del prossimo summit la Merkel ricorda che «negli ultimi mesi Italia e Germania hanno fatto molto per l’Europa, ma è anche vero che Monti a volte ha difeso gli interessi del suo Paese con un certa durezza».
È la risposta che il premier più gradisce rispetto alle accuse che punteggiano la campagna elettorale di essere agli ordini della Merkel.
Ciononostante da Roma gli attacchi al premier proseguono.
Alfano — dimenticando l’irrilevanza in Europa di Berlusconi — ricorda a Monti che «votano gli italiani, non le cancellerie».
Curioso che Tremonti e Ferrero usino la stessa espressione: «Cameriere della Merkel».
Berlusconi si limita a dire che Monti «è andato a fare un po’ di teatro».
Intanto il negoziato di Bruxelles si annuncia ad alto rischio.
I Ventisette avevano già provato a chiudere il bilancio a novembre, ma il no di Gran Bretagna, Olanda e Svezia ha mandato tutti a casa.
La Commissione Ue chiedeva 1.047 miliardi di fondi per il settennato.
Londra e gli altri volevano 200 miliardi di tagli. La Germania 100. Van Rompuy nella sua ultima proposta è sceso di una ottantina.
L’Italia vorrebbe mantenere integra la dotazione finanziaria di Bruxelles, ma la partita per Monti si concentra sulla ripartizione delle spese.
Roma non vuole più essere penalizzata, deve difendere i soldi per agricoltura e coesione, vuole che l’uso dei soldi guardi a crescita e occupazione e deve migliorare il saldo ereditato da Berlusconi in passivo di 5 miliardi all’anno tra quanto versa nelle casse Ue e quando riceve in fondi comunitari.
Il peggiore d’Europa.
Monti lascia intendere la possibilità di porre il veto.
Ma mettere d’accordo 27 leader sul denaro non è mai facile.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE PENSA A SOSTITUIRE ALFANO
«Continuano a entrare a gamba tesa, stanno tentando di aiutare il loro amichetto Monti. Ma non ce la faranno». Si sfoga con stizza Silvio Berlusconi.
Ad Arcore – dove il capo del centrodestra resta tutto il giorno più intento a chiudere l’affare Balotelli che a occuparsi di campagna elettorale – non vengono considerati casuali i due affondi in sequenza, da due diversi commissari europei, nel giro di 24 ore.
Il Cavaliere li considera step di una medesima «manovra di accerchiamento: come il complotto di un anno e mezzo fa».
La mossa delle autorità Ue viene ricondotta nei colloqui privati al tentativo di aiutare la lista Monti.
«Si sono accorti che il loro Professore non decolla e provano ad aiutarlo, mi chiedo fino a che punto si spingeranno» spiega da Villa San Martino l’ex premier che commenta al telefono l’escalation con il «suo» commissario Ue Antonio Tajani e con Renato Brunetta.
Proprio all’ex ministro verrà affidata a tamburo battente la replica al vetriolo.
Al contrario non ci sarà alcuna replica al presidente Napolitano che striglia con toni aspri sullo scivolone negazionista sul Duce.
Lì, Berlusconi incassa e tace. Un filone che preferisce chiudere e alla svelta.
Gli attacchi di Bruxelles invece bruciano di più, sebbene racconti di averli messi nel conto: «C’era da aspettarselo da tutti quei partner della Germania, dopo le mie polemiche sull’Unione a guida tedesca».
Certo è che alle critiche di Junker e poi a quelle dei due commissari, fanno notare dagli uffici di Bruxelles, non è seguito alcun richiamo da parte del presidente della Commissione, Van Rompuy.
E da quelle parti anche i silenzi e i mancati richiami hanno un peso.
Meno preoccupato Berlusconi lo è per eventuali provvedimenti sanzionatori dai vertici del Ppe, pur non esclusi da Franco Frattini.
Il fatto è che a Bruxelles starebbero archiviando in una sorta di dossier tutte le uscite degli ultimi mesi in chiave anti-europeiste del leader italiano.
Ma anche articoli e dichiarazioni relativi alle alleanze con la Destra di Storace e con quella Lega che sogna il referendum contro l’Euro.
Non tira aria di espulsione del Pdl, sia chiaro. Ma un «richiamo» all’alleato viene preso in considerazione, dopo le politiche.
Per palesi contrasti col Manifesto Ppe approvato a ottobre a Bucarest.
Un precedente sarebbe rintracciato nella sospensione dei popolari austriaci nel febbraio 2000, per l’alleanza col nemico di Bruxelles Joerg Haider nel governo nero-blu.
Ma di quel che accadrà dopo il voto, ad Arcore come a Palazzo Grazioli, si curano poco.
Nel quartier generale romano Paolo Bonaiuti ha coordinato la pianificazione degli ultimi venti giorni di campagna, da giocare tutti all’attacco, tutti in tv e sul web, con puntate personali del leader giusto in Veneto, Sicilia, Puglia e in Lombardia, dove chiuderà venerdì 22.
A scuotere il partito è stato invece la sortita pubblica di ieri con cui Berlusconi, intervistato, ha dichiarato che «i tempi sono più che maturi per un leader di partito al femminile, per un primo ministro donna».
Nelle stanze di via dell’Umiltà l’uscita è risuonata come la temuta conferma delle voci che si erano rincorse da giorni: l’intenzione del capo di sostituire il segretario Angelino Alfano dopo le politiche.
E per farlo con una donna. Le ex ministre sono in campana.
Ma il nome per ora resta nel cassetto di Arcore.
Tommaso Ciriaco e Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 29th, 2013 Riccardo Fucile
PER IL COMMISSARIO UE, IL PROSCIUGAMENTO DEI FINANZIAMENTI ALL’ECONOMIA HA PORTATO LO SPREAD ALLE STELLE
«Nell’autunno 2011 il governo di Berlusconi ha deciso di non rispettare più gli impegni»
su riforme e risanamento dei conti presi con l’Ue e il «risultato è stato il prosciugarsi» dei finanziamenti al paese, con lo schizzare dello spread. Portando poi alla «crisi» politica e al governo Monti.
Così il commissario Ue Olli Rehn in un audizione all’Europarlamento.
IL CASO ITALIA
Rehn ha parlato di Berlusconi per spiegare i rischi che si corrono nel non seguire una politica di risanamento dei conti, soprattutto nei Paesi con i conti pubblici meno in ordine.
Il commissario finlandese ha affermato che quanto avvenuto in Italia «tra l’agosto e il novembre 2011» rappresenta «un esempio concreto».
Spiega Rehn: «Nell’estate del 2011 l’Italia aveva fatto promesse di risanamento dei conti. Inizialmente l’Italia ha rispettato gli impegni, la Banca centrale europea è intervenuta e il costo del finanziamento pubblico è sceso, ma poi il governo di Berlusconi ha deciso di non rispettare gli impegni e il risultato è stato il prosciugamento dei finanziamenti, che ha soffocato la crescita economica e ha portato alla fine del governo Berlusconi», ha detto Rehn
L’EUROPA
Per proseguire con il «riequilibrio dell’economia europea» che è ora «in corso», ha sottolineato il commissario Ue agli affari economici illustrando le priorità delle politiche economiche per il 2013,«dobbiamo mantenere il ritmo delle riforme economiche».
Allo stesso tempo «dobbiamo proseguire con il consolidamento fiscale, in quanto ci sono ricerche accademiche e prove empiriche che dimostrano come un debito al 90-100% del pil ha un serio e negativo impatto sulla crescita», ha continuato Rehn, sottolineando che «sfortunatamente negli ultimi 4 anni in Europa il debito è salito dal 77% a circa il 90% per quest’anno e il prossimo».
Questo «peso sulla crescita» implica che «non c’è alternativa a un consolidamento intelligente differenziato anche paese per paese a seconda dello spazio di manovra fiscale».
Per realizzare le riforme, Rehn ha ricordato l’idea proposta dal rapporto sul futuro dell’Unione economica e monetaria di un «meccanismo di solidarietà » per aiutare e incentivare i paesi a sostenerne i costi insieme agli «impegni vincolanti»
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 16th, 2013 Riccardo Fucile
STAMANE IL CAVALIERE LA DEFINISCE UNA “DICHIARAZIONE IMPROVVIDA” E POI SI SMENTISCE DA SOLO “MAI PROPOSTO DRAGHI COME PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”
Silvio Berlusconi, ospite di Omnibus, scherza e “picchia” con il cartellone di polistirolo che riassume i suoi mirabolanti risultati di governo il giornalista de “l’Espresso” Marco Damilano.
Ma le tegole in testa arrivano a lui, E che tegole.
Il Cavaliere infatti svela il mistero sul suo candidato al Quirinale e fa il nome di Mario Draghi.
Spiegando che lui non ci pensa nemmeno alla carica di presidente della Repubblica. Ma da Francoforte, il presidente della Bce fa sapere che la cosa non gli interessa e che vuole restare al suo posto fino al 2019.
La seconda botta fa ancor più male e arriva da Strasburgo e la piazza il francese Joseph Daul che di professione fa il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo.
Che dice il signor Daul parlando delle elezioni italiane?
«Il candidato del Ppe è il signor Monti. Ma, come sempre in Italia, la situazione è molto complicata, perchè abbiamo anche l’Udc ed il partito di Berlusconi. Che sono tutti membri del Ppe».
Un ragionamento complesso che parte dalla premessa di non volersi ingerire nella vita politica italiana.
Una posizione che non prelude alla “cacciata” del Cavaliere dal gruppo dei popolari e conservatori europei.
«Parliamo di un partito e di un uomo. Faremo la sintesi dopo le elezioni. Un partito è un partito, non un uomo », si affretta a spiegare Daul.
Il capogruppo popolare però dice di non avere alcuna intenzione d recedere dalla posizione espressa nello scorso dicembre quando criticò il Pdl per avere costretto Monti alle dimissioni.
«Non ci possiamo permettere una politica spettacolo – disse allora – serve una politica rigorosa. Il Ppe combatterà tutti i populismi in Italia come in Francia o in Germania ».
Quelle parole, dice adesso «non erano a caso e voglio mantenere la stessa opzione, lotterò sempre contro il populismo». Ma, conclude, «non lo attaccherò tutti i giorni per non regalare il 2-3 per cento al populismo».
Brutta tegola a cui i “fedelissimi” cercano di mettere una pezza con una batteria di accuse di ingerenza a Daul.
Ma il timore che dopo il voto il Pdl possa essere “cacciato” dal Ppe serpeggia.
E un “vecchio” uomo politico come Ciriaco De Mita, oggi eurodeputato udc, fiuta l’aria. «Berlusconi – dice l’ex leader della Dc – o se ne va, o lo cacciano perchè con i popolari europei è incompatibile».
Le parole di Daul non sarebbero piaciute però neanche al diretto interessato.
Mario Monti, infatti, «non è contento» delle dichiarazioni di Daul perchè non vuole essere il candidato di una sola parte.
Una collocazione che cozza con il suo intento di superare destra e sinistra e riunire tutti i riformismi.
Un malumore che il premier avrebbe espresso allo stesso Daul in una telefonata. Circostanza però smentita a Strasburgo, dove il capogruppo popolare durante una riunione dove avrebbe «minimizzato» le sue dichiarazioni.
Le notizie che arrivano da Strasburgo e Francoforte sono comunque pessime per Berlusconi.
A maggior ragione dopo che ieri mattina aveva detto: «Io sono l’europeista più convinto che c’è nella politica italiana».
Affermazione condita dall’assicurazione: «In Europa io ero temuto, non irriso. Io ho imposto Draghi a capo della Bce. Anche Barroso, in accordo con Tony Blair, l’ho messo lì io».
“Una dichiarazione improvvida che non rappresenta le posizioni del Ppe”: così Silvio Berlusconi, stamane a Radio Anch’io, commenta le parole del capogruppo al Parlamento europeo del Ppe Joseph Daul, che a nome dei popolari europei ha fatto ieri un endorsement a favore di Mario Monti.
Il Cavaliere per l’ennesima volta ha poi smentito se stesso, negando di averproposto il presidente della Bce per la successione di Giorgio Napolitano al Quirinale.
“Una mia candidatura di Draghi non c’è mai stata. Io ho una candidatura in pectore ma resta lì perchè altrimenti si brucia”, sottolinea.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 12th, 2013 Riccardo Fucile
“A SETTEMBRE 2011 L’ITALIA AVEVA POLITICHE NON COERENTI CON GLI IMPEGNI DI BILANCIO”… “DA NOVEMBRE 2011 HA AVVIATO OPERAZIONI DI CONSOLIDAMENTO”
Il problema dell’Italia “è precisamente che a settembre 2011 aveva politiche non coerenti con gli impegni di bilancio”.
Il commissario agli Affari economici e monetari dell’Unione Europea, Olli Rehn, individua negli errori del passato la causa delle difficoltà del nostro Paese e ribadisce il proprio sostegno al governo di Mario Monti.
Solo “da novembre 2011″, infatti, l’Italia “ha avviato misure di consolidamento più solide e prudenti”, che hanno provocato la discesa dei rendimenti e che “facilitano il ritorno della fiducia”.
Ora, ribadisce, ”L’Italia è diventato un Paese molto più stabile e sicuro dai rischi”.
“La tensione sui mercati — ricorda il commissario nell’intervista pubblicata dal quotidiano tedesco Handelsblatt – si è allentata, basta guardare all’Italia dove gli spread sui bond a dieci anni si sono dimezzati dall’autunno 2011, un risparmio di circa tre miliardi solo per il primo anno”.
Sul tema oggetto delle polemiche più accese negli ultimi tempi, l’Imu, Rehn ha detto che “non è pericoloso rivederla”, ma auspica “che l’Italia resti sul binario del consolidamento prudente di bilancio per ottenere il pareggio”, stando “lontana da acque agitate”.
Secondo il commissario, “l’economia dell’eurozona è ancora debole” e “i mesi a venire saranno ancora difficili”, perchè “i cittadini continuano a sentire l’impatto della crisi”.
La ripresa, secondo Rehn, avverrà “solo nel 2014″.
Il commissario ha poi voluto escludere un taglio del debito di Cipro, che sta negoziando con l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale un piano di salvataggio.
“Non è un’opzione”, ha assicurato Rehn, chiedendo a Nicosia di combattere il riciclaggio di denaro, applicando le leggi approvate recentemente dal governo dell’isola.
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Gennaio 11th, 2013 Riccardo Fucile
IN GERMANIA CERTE COSE NON POSSONO SUCCEDERE
Un caso Fiorito (la politica ti fa ricco a spese nostre), le spese “allegre” della regione
Lombardia (le birre, le cene, i lecca lecca, le cartucce), la doppia contabilità della Lega di Belsito (e dei dirigenti del partito che probabilmente sapevano), i rimborsi di un partito morto finiti nelle tasche del suo tesoriere (sempre all’insaputa dei vertici della Margherita, che si accontentavano dei suoi bilanci).
Queste cose in Germania non possono succedere, mentre in Italia, nonostante gli scandali, nonostante le inchieste della magistratura (in Lombardia, nel Lazio e in altre regioni), nonostante l’indignazione generale, nonostante il governo dei tecnici che ha messo in sicurezza il paese, ancora non siamo al riparo da altri scandali sui rimborsi pubblici dei partiti.
Questo è il vero spread che ci separa dalla Germania.
Lì esiste una legge sui partiti, dal 1962, che li equipara a soggetti di diritto commerciale.
Mentre in Italia un partito è, a volte, equiparabile ad una bocciofila, pur prendendo soldi pubblici (come i monogruppi in regione Lazio, con tanto di segreteria, rimborsi, indennità ..).
In Germania, e non in Italia, ogni partito deve presentare ad una commissione indipendente, il proprio bilancio entro il 30 settembre affinchè vengano controllate le spese e le sue donazioni.
E’ fatto obbligo ai partiti di rendere — pubblicamente — conto sia della provenienza, che della destinazione delle risorse finanziarie da essi percepite ed impiegate nonche’ del loro stato patrimoniale.
La “à¶ffentliche Rechenschaftspflicht” persegue precipuamente l’obiettivo di evitare che, mediante elargizioni di denaro o altri “favori”(p. es. cessione di immobili a condizioni notevolmente al di sotto del prezzo di mercato, crediti ottenuti e non rimborsati o concessi a condizioni “particolari”), possano essere condizionate decisioni all’interno dei partiti.
Altro obiettivo e’ quello di garantire che mediante finanziamenti occulti, organizzazioni che perseguono scopi sovversivi (o comunque antidemocratici ), possano influire sull’ordinamento interno dei partiti. [..] Al fine di ottenere i contributi pubblici, i partiti devono inoltrare — entro il 30 settembre di ogni anno — le loro richieste (corredate dal “Rechenschaftsbericht”(rendiconto) riferentesi all’anno passato), sulle quali decide il presidente del “Bundestag”. La mancata presentazione del rendiconto entro il 30 settembre (oppure entro un termine prorogabile — al massimo — di mesi tre), comporta la decadenza dal diritto alla quota del contributo pubblico (“Verfall des Zuwendungsanteils”).
E’ prevista la facolta’, per il presidente del “Bundestag”, di concedere acconti (da corrispondere il 15.2, 15.5., 15.8. e 15.11.) sulla base dell’entita’ del contributo pubblico complessivamente concesso al partito l’anno precedente.
Gli acconti non possono essere pagati nella misura eccedente il 25% dell’importo totale liquidato nell’anno precedente la richiesta.
I pagamenti disposti dal presidente del “Bundestag” sono soggetti al controllo del “Bundesrechnungshof” (Corte dei Conti federale).
Le rendicontazioni dei partiti, divise Land per Land, permettono di stabilire chi sono i finanziatori (pubblici per soglie sopra i 10000 euro, per le donazioni sopra i 50000 euro si deve addirittura avvisare il Bundestag): gli elettori della CDU, dell’SPD possono sapere così chi sostiene il loro partito.
Perchè sono bilanci pubblici.
Diversamente dall’Italia, lì si saprebbe subito se, per esempio, un imprenditore come Riva ha finanziato un partito guada caso dell’allora ministro dello sviluppo.
Se in Germania un politico usa dei soldi pubblici, dei contributi che riceve dallo stato, per delle consulenze personali, viene multato di una somma pari a tre volte a quella che ha utilizzato.
Se in Germania un esponente politico ha dei conflitti di interesse non denunciati, rischia una pensa del 10% del valore patrimoniale.
In Germania le leggi sono fatte affinchè siano rispettate: si rischia non solo di non prendere i soldi, ma anche di decadere dal parlamento.
Questo è il vero spread che ci separa dalla Germania, oltre alla corruzione, all’evasione, alla criminalità organizzata che entra nell’economia e dentro le casse dei partiti (come sembrerebbe dal caso Belsito)
Anzichè chiedere a Bersani di tagliare le ali, il professore Monti dovrebbe chiedere al segretario PD di tagliare le alucce agli impresentabili, specie al sud (ma anche al nord, col caso Brembilla).
E non solo a Bersani, ma al fedele Pierferdinando, a Fini e ai suoi alleati alla Camera e al Senato.
Perchè in Italia non si è fatta (nemmeno in questo anno di strana maggioranza, nonostante il lavoro del tecnico dei tecnici, Amato, ex tesoriere anche lui) una legge sui partiti?
Una vera legge sull’incandidabilità dei condannati? Una vera legge contro la corruzione?
Solo se faranno queste riforme in Italia i partiti potranno continuare a chiedere soldi senza perdere la faccia (sempre che ai vertici dei nostri partiti, delle liste civihce, interessi ancora qualcosa).
Perchè non si tratta di poche mele marce: qui, sono i partiti stessi che sono marci dentro.
E non lo possiamo più permettere.
(da “unoenessuno.blogspot.it“)
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