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INTERVISTA A GINA MILLER: “COME DARE SCACCO ALLA BREXIT IN QUATTRO MOSSE”

Ottobre 26th, 2017 Riccardo Fucile

PARLA LA MANAGER CHE HA OBBLIGATO IL GOVERNO BRITANNICO A PRESENTARSI IN PARLAMENTO: “CENTO BANCHE PRONTE A LASCIARE”

Non la sentirete mai lamentarsi nè raccontarlo, se non con il sorriso. E senza aggettivi. Gina Miller ha subito decine di minacce di morte da quando ha vinto un ricorso a Londra per obbligare il governo a presentarsi in parlamento prima di far scattare l’articolo 50 del Trattato, quello per l’uscita dall’Unione europea.
Oggi questa donna di origini caraibiche, gestore di fondi, è la leader civile – non politica – della metà  dei britannici che non vogliono la Brexit. Ancora di più lo è dopo la nomina da parte di Powerful Media come più importante cittadino britannico di colore.
Il negoziato sulla Brexit è in panne. Si va verso un «no deal», l’uscita senza accordo fra Londra e Bruxelles?
«C’è una minoranza di estremisti che ci punta e tiene il governo in ostaggio. Usano l’idea della “volontà  del popolo”, il referendum, per intimidire. Qui gioca una combinazione di estremismo, fra i conservatori e i laburisti, e il fattore paura. I parlamentari sono terrorizzati di non essere rieletti e non osano parlare».
Terrorizzati da cosa?
«Dalla parte dei loro elettori che ha votato per la Brexit. Alcuni di loro mi hanno detto che capiscono quanto sarebbe catastrofica una rottura con l’Europa, ma non osano votare contro il partito».
L’orologio corre, resta poco più di un anno per uscire dalla Ue senza strappi traumatici.
«Questo è il problema. Andrew Bailey, il numero due della Bank of England, dice che se a dicembre non si profila un compromesso 107 banche inizieranno a muoversi da Londra. Oggi esistono circa cinquemila passaporti bancari di altrettante aziende per fare affari dalla City nel resto d’Europa. Bailey dice che nemmeno una ha fatto domanda per rinnovare la licenza. Non una. La gente non ne parla, ma dietro le quinte c’è agitazione, ci si prepara a andare. Nella City rischiamo di perdere quattromila posti in 18 mesi».
Andranno a Parigi, Francoforte, a Milano?
«Illusione. Molte banche americane, canadesi, asiatiche iniziano a pensare che se l’Europa è in un tale caos e la Brexit colpirà  economicamente anche la Francia e la Germania, allora è meglio tornare a casa».
Cioè la Brexit rafforzerà  New York?
«Certo e molti altri investitori e banchieri se ne vanno a Singapore o alle Mauritius».
In vacanza, vuole dire?
«Macchè vacanza, le Mauritius si stanno proponendo aggressivamente per catturare il business che se ne va da Londra. Hanno assunto funzionari da Bruxelles per le loro autorità  di vigilanza, offrono accesso diretto all’Africa e all’Asia. I politici di Londra non capiscono, guardano dalla parte sbagliata».
Questione di tempo prima che siano presi dal panico?
«Devono chiedersi se a quel punto non sarà  tardi. Quando un’impresa ha preso una decisione strategica, non la ribalta quattro mesi dopo solo perchè un politico ha cambiato idea. Se a dicembre vedono che si va verso il no-deal… Ma da mesi sospetto che tutto sia orchestrato esattamente per questo».
Da parte di chi?
«Di quelli che vogliono solo andarsene dalla Ue, senza accordo. Senza che si sappia come potranno decollare gli aerei il giorno dopo, o attraccare le merci a Dover, o come si potranno importare i farmaci. Noi inglesi compriamo dall’Unione europea metà  di quello che consumiamo. Tutti pensano che una rottura con il no-deal sia uno scenario pazzesco, che non può succedere. Ma gli ultranazionalisti diranno che un no-deal è meglio che un cattivo deal e daranno la colpa all’Europa».
Perchè i grandi imprenditori non reagiscono?
«Se l’amministratore delegato dei grandi magazzini Sainsbury avverte che i prezzi degli alimentari possono salire del 32%, nei giornali finisce sepolto a pagina sei. Non in prima. Ma anche i leader delle grandi imprese stanno attenti, non vogliono perdere la clientela pro-Brexit».
Prevede che lo schiaffo del no-deal risveglierà  gli inglesi e li indurrà  a riconsiderare la Brexit?
«Oggi prevale un incantesimo, la percezione che c’è stato il referendum e sia irreversibile. La gente pensa che si debba comunque andare avanti, qualunque sia il risultato. Invece se ci fosse la volontà  politica, legalmente si potrebbe farla finita con la Brexit domani. Dobbiamo spezzare questo stato mentale, questa apatia, questo pregiudizio».
Legalmente ci sono vie d’uscita, ma politicamente?
«Credo che gli strumenti legali vadano usati per dare ai politici lo spazio per arrivare alla decisione giusta. Bruxelles apprezzerebbe davvero, se ci prendessimo una pausa. I negoziatori europei non riescono a capacitarsi come sia possibile che Londra non abbia un piano. Perchè questo è venuto fuori: non abbiamo nulla in mano, non abbiamo presentato niente!».
L’impressione è che Theresa May subisca tutto senza riuscire a reagire.
«No. Vent’anni fa ha lavorato nella City anche lei e tutti quelli che l’hanno conosciuta bene mi dicono che lei ha sempre odiato l’Europa. Vuole una Brexit dura».
Dunque che scenario vede nei prossimi mesi?
«Se si vede che si va verso un no-deal, una parte dell’opinione pubblica comincia a rinsavire. La gente già  mi manda email ogni giorno per dirmi che non è questa la Brexit che volevano. Allora magari un piccolo numero di parlamentari scozzesi o gallesi si ribella, May perde la maggioranza e si rivota a primavera 2018».
A quel punto chi vince?
«Il Labour, con un programma di nazionalizzazioni dell’economia stile anni ’50. Invece i Tory vorrebbero tornare all’impero. È tutto un andare indietro. Deve ancora peggiorare, prima che migliori».

(da “il Corriere della Sera”)

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GOVERNO CATALANO DIVISO, SETTE ORE DI RIUNIONE E NULLA DI FATTO, LA FARSA CONTINUA

Ottobre 26th, 2017 Riccardo Fucile

ALLE 17 PUIGDEMONT DOVRA’ ESPRIMERSI SULLA INDIPENDENZA, MA STA PERDENDO PEZZI… RAJOY PRONTO AD APPLICARE L’ART. 155

È ancora senza soluzioni il rebus catalano, a poche ore dall’intervento del presidente Carles Puigdemont al Parlament in cui dovrà  esprimersi sulla dichiarazione o meno di indipendenza.
Nella notte si sono confrontati per circa 7 ore i gruppi indipendentisti convocati da Puigdemont allo scopo di concordare una strategia da tenere di fronte al commissariamento della Catalogna da parte del governo spagnolo.
Stando a El Pais, l’incontro si è però chiuso alle 2 di notte senza una soluzione definitiva.
Puigdemont, scrive il sito del quotidiano spagnolo, continuerà  a tenere i contatti anche stamattina in vista della seduta del Parlament alle 17 dove dovrà  esprimersi sulla dichiarazione o meno di indipendenza, che potrebbe poi essere votata domani.
Intanto è stato recintato e chiuso al pubblico il parco de la Ciutadella a Barcellona, che ospita la sede del Parlament.
Secondo i media spagnoli, il premier Rajoy si appresta a indicare una figura con un profilo più tecnico che politico e molto probabilmente di origine catalana alla guida della commissione che dovrà  applicazione le misure dell’articolo 155 della Costituzione.
Secondo El Pais, l’esecutivo sta pensando di affidare l’incarico a una figura del genere per evitare possibili azioni giudiziarie.
Rajoy, aggiunge il quotidiano di Madrid citando fonti di governo, cerca la forma “meno invasiva” possibile in vista dell’applicazione dell’articolo 155.
Le misure saranno votate domani dal Senato spagnolo e entreranno in vigore immediatamente. La prima conseguenza sarà  la cessazione dell’incarico del presidente Puigdemont e del suo governo.

(da agenzie)

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CATALOGNA, IL GOVERNO DI MADRID: AL VIA COMMISSARIAMENTO, ELEZIONI ENTRO SEI MESI

Ottobre 21st, 2017 Riccardo Fucile

“DISOBBEDIENZA RIBELLE, SISTEMATICA, CONSAPEVOLE”… LE MISURE DECISE PER RIPRENDERE IL CONTROLLO DELLA REGIONE

Alla presenza di tutti i ministri del suo governo, Mariano Rajoy ha annunciato la decisione di applicare, per la prima volta nella storia della Spagna, l’articolo 155 della Costituzione.
“Non era nostro desiderio ma nessun governo può accettare che la legge venga violata”, ha spiegato il premier spagnolo che ha poi aggiunto: “Una situazione dovuta alla scelta da parte della Catalogna di cercare lo scontro avviando un processo unilaterale e illegale. Hanno obbligato così   il governo ad accettare un referendum indipendentista che il governo non poteva accettare”.
Quattro gli obiettivi della scelta: “Tornare alla legalità , recuperare la normalità  e la convivenza, continuare con la ripresa economica e andare a nuove elezioni in Catalogna”.
E la prima misura richiesta al Senato per l’applicazione dell’articolo riguarda proprio il raggiungimento delle elezioni in Catalogna che, secondo la volontà  del governo, dovrebbero avvenire entro un massimo di sei mesi.
“Intendiamo richiedere al Senato, come previsto dall’art. 155, di autorizzare il governo ad adottare queste decisioni: procedere alla rimozione del capo della Generalitat, dei consiglieri e dei vicepresidenti che formano il governo della Catalogna”.
“Il parlamento della Catalogna eserciterà  la sua funzione rappresentativa ma per garantire che tutto avvenga nella legalità  non può proporre nessun candidato alla Generalitat”.
E ha poi concluso: “Con queste iniziative non si sospende l’autonomia nè l’autogoverno della Catalogna ma si sospendono le persone che hanno messo la Catalogna fuori dalla legge”.
In sintesi sono quattro le misure richieste:
– La facoltà  di sciogliere il Parlamento della Catalogna passa al presidente del Governo. Verranno convocate nuove elezioni entro un massimo di sei mesi.
– Si chiede al Senato l’autorizzazione di destituire il presidente Carles Puigdemont e il suo governo; l’esercizio delle loro funzioni verrà  assunto dai ministeri corrispondenti.
– La Generalitat continuerà  a funzionare e a svolgere l’amministrazione ordinaria della comunità  autonoma.
– Il Parlament manterrà  la sua funzione rappresentativa ma non potrà  proporre il candidato alla Generalitat, nè portare avanti iniziative contrarie alla costituzione o al Estatut.
LE REAZIONI
Il governatore della Catalogna, Carles Puigdemont, rilascerà  una dichiarazione ufficiale alle 21, intanto ha deciso di partecipare alla manifestazione indetta per oggi dal gruppo di associazioni Mesa por la Democracia per chiedere la scarcerazione dei due leader indipendentisti Jordi Sanchez di Asamblea nacional catalana (Anc) e Jordi Cuixart di Omnium Cultural.
Alla notizia delle misure prese dal governo di Rajoy è ferma la reazione del partito Catalunya en Comu del sindaco di Barcellona Ada Colau che ha denunciato “l’offensiva autoritaria contro tutta la Catalogna” e un “grave attacco” ai diritti e alle libertà  fondamentali.
“Siamo un solo popolo contro l’oppressione ora dobbiamo rappresentare a livello politico questa unità “, ha aggiunto.
Intanto Podemos, attraverso il numero due del partito viola Pablo Echenique, si dichiara “sotto shock” davanti alla “sospensione della democrazia non solo in Catalogna ma anche in Spagna”.
“E’ il peggior attacco del secolo” replica il Pdecat, il partito del presidente Carles Puigdemont, che con la coordinatrice Marta Pascal spiega: “A Madrid dicono che non vogliono l’indipendenza, ma solo loro che oggi si sono resi indipendenti dal popolo di Catalogna”. Per il deputato Josep Lluis Cleries la misura è “un colpo di Stato contro il popolo della Catalogna, misure che sanno di franchismo, è un ritorno al 1975”.   Il leader di Ciudadanos Albert Rivera ha chiesto che elezioni siano convocate in Catalogna sotto commissariamento di Madrid il 28 gennaio.
COSA SUCCEDE ADESSO
Le misure decise dal governo verranno trasmesse a una commissione del Senato, che si riunisce oggi stesso. Questa commissione deciderà  i tempi della seduta plenaria del Senato, che deve decidere a maggioranza assoluta.
Il voto è previsto per il 27 ottobre, venerdì, ed entrare in vigore già  da sabato 28. Questo non esclude che il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, possa sciogliere il parlamento catalano e convocare le elezioni.
Con il voto, il governo di Puigdemont e lo stesso capo della Generalitat saranno ufficialmente destituiti. Le questioni catalane verranno avocate dai ministri competenti per i diversi settori.
Inoltre Madrid potrà  convocare elezioni anticipate per la Catalogna. Inoltre l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola implica che il governo di Madrid, o l’organo che designerà , assumerà  il comando dei Mossos d’Esquadra e consentirà  all’esecutivo di destituire o nominare i responsabili delle emittenti TV3 e Catalunya Radio per garantire un’informazione vera e rispettosa del pluralismo politico.
È quanto emerge dal documento approvato dal Consiglio dei ministri.
IL TESTO DELL’ART.155
“Se una Comunità  Autonoma non compie gli obblighi che le impongono la Costituzione o altre leggi, o agisce in forma che attenti gravemente all’interesse generale della Spagna, il Governo dopo avere interpellato il Presidente della Comunità  Autonoma e nel caso in cui non ne conseguano risultati, con l’approvazione a maggioranza assoluta del Senato, potrà  adottare le misure necessarie per poterla obbligare al compimento forzoso di tali obblighi o per la protezione dell’interesse generale. Per l’esecuzione delle misure previste nel precedente capoverso il Governo potrà  dare istruzioni a tutte le autorità  delle Comunità  Autonome”.
LE MOTIVAZIONI DI MADRID
Per il governo spagnolo il president catalano Carles Puigdemont si è reso responsabile di una “disobbedienza ribelle, sistematica e consapevole” degli obblighi previsti dalla legge e dalla costituzione e ha “gravemente attentato” all’interesse generale dello stato. Lo affermano le motivazioni della richiesta di attivazione dell’articolo 155.
L’obiettivo dell’applicazione dell’articolo 155, si spiega in un documento di undici pagine diffuse dal governo durante la riunione straordinaria del Consiglio dei ministri durata oltre due ore, è quello di “ripristinare la legalità  costituzionale e statutaria, assicurare la neutralità  istituzionale, mantenere il benessere sociale e la crescita economica e assicurare i diritti e le libertà  di tutti i catalani”.
Inoltre “le pretese secessioniste stanno già  causando un serio peggioramento del benessere sociale ed economico” in Catalogna, denuncia sempre il documento dell’esecutivo di Madrid che ricorda poi come il governo di Carles Puigdemont ha rifiutato di rispondere una prima volta lunedì scorso e una seconda volta due giorni fa alla richiesta di chiaririmenti sulla proclamazione di indipendenza della regione.
Cosa prevede l’articolo 155 della Costituzione spagnola
Prima di oggi, la legge in questione presente nella Carta costituzionale iberica non era mai stato applicato. La norma recita testualmente: “Se una Comunità  Autonoma non compie gli obblighi che le impongono la Costituzione o altre leggi, o agisce in forma che attenti gravemente all’interesse generale della Spagna, il Governo dopo avere interpellato al Presidente della Comunità  Autonoma e nel caso in cui non ne conseguano risultati, con l’approvazione a maggioranza assoluta del Senato, potrà  adottare le misure necessarie per poterla obbligare al compimento forzoso di tali obblighi o per la protezione dell’interesse generale. Per l’esecuzione delle misure previste nel precedente capoverso il Governo potrà  dare istruzioni a tutte le autorità  delle Comunità  Autonome“. Secondo la stampa spagnola con l’attivazione dell’articolo 155 della costituzione, il governo spagnolo potrebbe decidere la destituzione di parte o di tutto l’esecutivo catalano del presidente Carles Puigdemont. El Pais, in particolare, scrive che sul tavolo del consiglio dei ministri ci sono due opzioni: la sostituzione del presidente Puigdemont e dei ministri dell’economia e degli interni, o di tutto l’esecutivo
Secondo un sondaggio Gesop pubblicato da El Periodico il 68,6% dei catalani è favorevole alla convocazione di elezioni per uscire dall’attuale crisi istituzionale, mentre il 66,5% è contro un commissariamento della regione da parte di Madrid con l’attivazione dell’art.155.
Alla domanda su che cosa dovrebbe fare ora il presidente Carles Puigdemont, il 29,3% risponde chiedendo la proclamazione immediata dell’indipendenza, il 24,8% la rinuncia all’indipendenza e il 36,5% un ritorno alle urne per evitare il commissariamento.

(da agenzie)

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GUARDIA CIVIL NELLA SEDE DELLA POLIZIA CATALANA, SCADUTO L’ULTIMATUM

Ottobre 19th, 2017 Riccardo Fucile

PUIGDEMONT AMMETTE CHE NON E’ STATA DICHIARATA LA SECESSIONE… MADRID SABATO SOSPENDERA’ L’AUTONOMIA

Il conflitto tra Spagna e Catalogna entra ufficialmente in una nuova fase.
Sospensione dell’autonomia e forse dichiarazione unilaterale di indipendenza.
È scaduto stamattina alle 10 l’ultimatum con il quale il governo Rajoy chiedeva a Puigdemont di «rientrare nella legalità » ovvero di abbandonare la via della secessione unilaterale.
Ma il governo catalano non ha fatto passi indietro, complice anche un clima diventato di nuovo incandescente con gli arresti dei leader indipendentisti Cuixart e Sà nchez. Puigdemont ha inviato una lettera dura a Rajoy: «Il suo governo insiste nell’impedire il dialogo e nella repressione, quindi il parlamento catalano, se lo riterrà  opportuno, potrà  procedere alla votazione dell’indipendenza».
Qui però arriva una precisazione importante: «L’indipendenza non si votò il 10 ottobre». Una frase che sembra rispondere a quella domanda «avete dichiarato la secessione?» che Madrid aveva posto formalmente. Secondo le intenzioni della Generalitat si tratta di un ultimo appello: siamo ancora in tempo per dialogare.
Intanto però il clima resta molto teso. Gli agenti della Guardia Civil del comando di Barcellona e specialisti in reati telematici stanno effettuando perquisizioni nel commissariato dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, nella città  di Lleida. L’operazione, che avviene su mandato di un giudice istruttore, mira al sequestro delle registrazioni delle comunicazioni avvenute prima, durante e nelle ore successive al referendum, e all’acquisizione di altra documentazione.
Madrid però non si accontenta e passa alla fase successiva.
La Spagna procede alla sospensione parziale dell’autonomia regionale, con l’applicazione dell’articolo 155 previsto per sabato, quando si riunirà  un consiglio dei ministri straordinario che dovrà  approvare le misure per «proteggere gli interessi generali degli spagnoli, tra cui i cittadini della Catalogna, e restaurare l’ordine costituzionale nella Comunità  autonoma». Secondo il portavoce dell’esecutivo spagnolo Inigo Mendez de Vigo, Puigdemont «non ha risposto» alle richieste del governo.
Per questo Madrid andrà  avanti nell’applicazione dell’articolo 155.
A quel punto la Catalogna potrebbe dichiarare, stavolta senza prudenze e congelamenti, l’indipendenza. Questa mossa, nell’aria già  da giorni è stata confermata ieri dallo stesso Puigdemont durante un vertice del suo partito, il PDeCat finora il più dubbioso riguardo alla prospettiva della rottura.
L’ipotesi delle elezioni resta però aperta, Madrid lascia intendere che qualora il governo catalano dovesse sciogliere il parlamento la sospensione dell’autonomia si fermerebbe. Ma Puigdemont pensa a un altro tipo di elezioni: quelle costituenti per scrivere o principi della nuova repubblica.

(da “La Stampa”)

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CATALOGNA, PUIGDEMONT FA L’EVASIVO E CHIEDE DUE MESI DI DIALOGO

Ottobre 16th, 2017 Riccardo Fucile

MADRID REPLICA: “RICHIESTA NON VALIDA”

IL presidente della Generalitat Carles Puigdemont non risponde direttamente all’ultimatum di Madrid e prende tempo.
Con una lettera inviata a Mariano Rajoy ha chiesto un margine di “due mesi” per dialogare e negoziare un’uscita politica dal braccio di ferro.
Cinque giorni fa il governo spagnolo aveva chiesto al governo catalano di chiarire la sua posizione: il ministro della Giustizia spagnolo, Rafael Català¡, fa sapere che non considera valida la dichiarazione di Barcellona “per mancanza di chiarezza”. Gli fa eco il ministro degli Esteri: “Questa lettera non costituisce una risposta”.
“Stimato Presidente Rajoy…”, così si apre il documento ufficiale inoltrato da Puigdemont alla Moncloa, sede dell’esecutivo spagnolo. “La priorità  del mio governo è cercare con tutta l’intensità  la via del dialogo”, prosegue nel testo, “la situazione esige risposte che siano all’altezza, così come ci chiede la maggioranza della società  e l’Europa, che non comprende altro modo di risolvere i conflitti che non passi attraverso il dialogo, il negoziato e l’accordo”
Puigdemont propone di organizzare “il prima possibile” un incontro urgente per “esplorare le prime intese”. Nella comunicazione ufficiale si ribadisce che il risultato del referendum del 1 ottobre ha dato mandato al Parlamento catalano per dichiarare l’indipendenza.
La Generalitat ha ancora tre giorni, fino a giovedì, per correggere la propria decisione. Poi Madrid potrebbe procedere con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione e sospendere l’autonomia catalana.

(da agenzie)

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MACRON SCEGLIE ENRICO LETTA

Ottobre 14th, 2017 Riccardo Fucile

L’EX PREMIER FARA’ PARTE DELLA COMMISSIONE PER LA RIFORMA DELLO STATO

Annunciata a Parigi l’istituzione del nuovo Comitè Action Publique 2022, una Commissione pubblica per la riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione, diretta emanazione del governo francese.
Tra le 27 personalità , anche straniere, scelte dal premier Èdouard Philippe c’è anche, a titolo gratuito, l’ex presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, che da due anni vive a Parigi e dirige la Scuola di Affari Internazionali dell’Università  Sciences Po.
Il progetto, fortemente voluto dal presidente Macron, arriva a 10 anni esatti dalla costituzione della Commissione Attali, promossa da Nicolas Sarkozy e di cui fece parte anche un altro ex premier italiano, Mario Monti.
Proprio da quella esperienza, in qualità  di segretario della Commissione, prese avvio la carriera pubblica dell’attuale inquilino dell’Eliseo.
“Per me sarà  una grande esperienza e soprattutto una miniera di idee”, dice Letta in esclusiva ad Huffpost.
“Che un grande Paese europeo — prosegue — investa politicamente su una simile mobilitazione di personalità  di diversa provenienza per ripensare il ruolo dello Stato, del welfare State e della qualità  amministrativa ai tempi della rivoluzione digitale è una buona notizia per l’Europa stessa. C’è da ragionare proprio sull’idea di sovranità  ai tempi della globalizzazione, Tutto cambia sotto i nostri occhi e le istituzioni chiaramente hanno bisogno di occasioni serie di riflessione per dare risposte ai cittadini. Fondamentale sarà  il coinvolgimento di tutti i corpi intermedi e la ricaduta concreta del lavoro della Commissione. Sul punto insisterò direttamente”.
La Commissione — di cui, secondo le prime indiscrezioni, faranno parte, tra gli altri, l’economista Philippe Aghion, lo svedese Per Molander, l’industriale Ross McInnes presidente del grande gruppo Safran, e il direttore della stessa Università  Sciences Po, Frèdèric Mion — entro il primo trimestre del 2018 dovrà  redigere il proprio rapporto.

(da “Huffingtonpost”)

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PUIGDEMONT: “CATALOGNA STATO SOVRANO MA SOSPENDIAMO DICHIARAZIONE INDIPENDENZA”

Ottobre 10th, 2017 Riccardo Fucile

PER MADRID E’ SECESSIONE…. ORA POTREBBE APPLICARE L’ART 155 DELLA COSTITUZIONE CHE PREVEDE LA DESTITUZIONE E L’ARRESTO DEL GOVERNATORE E UN COMMISSARIAMENTO DELLA REGIONE

Assume il mandato affinchè la Catalogna diventi uno “stato indipendente sotto forma di Repubblica”, ma allo stesso tempo sospende “la dichiarazione di indipendenza per avviare il dialogo, perchè in questo momento serve a ridurre la tensione“.
Una soluzione a metà  quella del presidente catalano Carles Puigdemont, che parla così davanti al Parlamento di Barcellona nel suo attesissimo discorso dopo il referendum del primo ottobre.
Il governatore ha quindi usato la “formula slovena”: Lubiana, infatti, aveva seguito lo stesso iter al momento della separazione da Belgrado: aveva dichiarato l’indipendenza, ma l’aveva sospesa per sei mesi, per arrivare a un divorzio negoziato con Belgrado.
Così anche Puigdemont lancia un messaggio a Madrid per cercare la mediazione e avviare le trattative.
Per il governo centrale il suo messaggio ha un solo senso: è una dichiarazione di secessione dalla Spagna.
Quindi Rajoy, scrive El Pais, prepara una “risposta” alla presa di posizione del presidente catalano. Secondo fonti del governo citati dall’agenzia Efe, l’esecutivo considera “inammissibile fare una dichiarazione implicita d’indipendenza per lasciarla in sospeso in modo esplicito”.
Altre fonti d Madrid lasciano filtrare una dichiarazione più netta: “Si prevede che il governo applichi l’articolo 155 della Costituzione”. Cioè quella legge che consente di destituire il governatore, arrestarlo per “ribellione” e sospendere l’autonomia catalana.
Erano le ore 19 e 41 quando Puigdemont aveva dichiarato l’indipendenza.
“Si è creato un consenso amplissimo e trasversale sul fatto che il futuro dovessero deciderlo i catalani con un referendum”, ha detto il governatore nel suo discorso, sottolineando che “milioni di cittadini sono arrivati alla conclusione che l’unica soluzione” fosse “che la Catalogna potesse diventare uno Stato, e il risultato delle ultime elezioni al Parlamento catalano è stato la dimostrazione”.
§Ma a replicargli in aula è la leader dell’opposizione Inès Arrimadas, secondo cui quanto accaduto oggi “è la cronaca di un golpe annunciato”.
E aggiunge: “Voi siete i peggiori nazionalisti d’Europa” e “non avete alcun sostegno: signor Puigdemont, lei è solo”.
Il discorso doveva iniziare alle 18, ma è stato rinviato di un’ora, deciso dopo che alle 18 la presidente dell’assemblea Carme Forcadell ha ricevuto due richieste.
Una di Puigdemont che chiedeva un rinvio di un’ora e un’altra dei capigruppo di Pp e Ciudadanos che chiedevano una sospensione della seduta.
Forcadell ha convocato una riunione dell’ufficio di presidenza e della giunta dei capigruppo per esaminare le due richieste. Ad ascoltare il governatore circa 30mila persone che si sono radunate nella zona intorno al Parlamento locale a Barcellona, dove sono stati piazzati due maxi schermi.
L’articolo 155 della Costituzione
E’ già  sul tavolo del governo di Madrid come meccanismo di risposta. L’articolo è semplice nella sua forma ma di delicata applicazione.
Nessun governo, in 40 anni, ne aveva mai considerata l’adozione: per questo non è mai stato trasformato in legge. Si tratta quindi, come segnala il quotidiano catalano La Vanguardia, di una misura di carattere eccezionale che implica il controllo politico delle comunità  autonome da parte dello Stato centrale.
Il testo prevede infatti che il governo possa adottare “le misure necessarie” per “obbligare” con la forza una comunità  autonoma al rispetto “degli impegni” che la Costituzione, o altre leggi, impongono e, nel caso in cui fosse necessario, e per “proteggere” gli interessi generali della nazione.
Le circostanze in cui farlo sono, ovviamente, che una comunità  abbia violato la Costituzione o abbia intentato gravemente contro gli interessi generali.
Il procedimento
La procedura stabilita dallo stesso articolo 155 prevede che innanzitutto il governo debba inviare una richiesta al presidente della comunità  in questione.
In questo caso, lo stesso premier Mariano Rajoy deve avvertire direttamente il presidente catalano Carles Puigdemont.
In secondo luogo, il governo deve presentare la sua proposta di misure di controllo dell’autonomia al Senato, che le può approvare con maggioranza assoluta.
A sua volta, la procedura di applicazione del 155 al Senato è regolata dall’articolo 189: il governo deve presentare una proposta chiara per ciascuna delle misure specifiche che intende adottare e la relativa possibilità  di emendamenti.
Anche se è stato oggetto di dibattito, gli esperti possono capire se, nel caso di procedure di emergenza, le misure possano essere approvate in modo diretto (in 2 o 3 giorni).
La Vanguardia ricorda che il partito popolare di Rajoy possiede oggi la maggioranza assoluta nel Senato spagnolo.
Margini di manovra
L’articolo 155 concede molto margine al governo centrale, a condizione che abbia l’approvazione del Senato.
Il governo può infatti controllare le finanze della Generalitat, può dare ordini e assumere il controllo dei dipartimenti, può licenziare all’interno della pubblica amministrazione e può sciogliere il Parlamento.
Quello che però non può fare è implementare misure che presuppongano cambiamenti dello Statuto o della propria Costituzione.
Ecco perchè esperti ritengono che il 155 non prevede una sospensione nè, ancora meno, una soppressione, dell’autonomia.
Tuttavia, è ovvio che questa sarebbe molto limitata dal controllo totale o parziale dell’amministrazione statale.
L’applicazione dell’articolo non ha limiti temporali: quello che indica la Costituzione è che si debba applicare fino a che non verrà  ripristinata “la normalità  costituzionale”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GRANDE MANIFESTAZIONE DEGLI UNIONISTI A BARCELLONA, MENTRE I SONDAGGI PARLANO CHIARO: IL 59% DEI CATALANI NON VUOLE L’INDIPENDENZA

Ottobre 8th, 2017 Riccardo Fucile

“UNITI SIAMO PIU’ FORTI”, STRADE DI BARCELLONA INVASE DALLA MAGGIORANZA SILENZIOSA CHE VUOLE RESTARE SPAGNOLA

“Basta, recuperiamo il buon senso”: con questo slogan pronunciato in coro, decine di migliaia di persone stanno sfilando per le strade di Barcellona contro l’indipendenza. Sono la ‘maggioranza silenziosa’, i catalani e gli spagnoli che si oppongono all’indipendenza della Comunità  autonoma.
E che si considerano “quelli che non hanno avuto voce in capitolo” da quando le autorità  indipendentiste hanno organizzato lo scrutinio di domenica scorsa.
Secondo i sondaggi, infatti, se la maggioranza dei catalani reclamasse un referendum regolare, il 59% dei catalani   voterebbe contro l’indipendenza della regione.
Ieri, per le stesse strade hanno sfilato gli indipendentisti, chiedono dialogo per affrontare la situazione in Catalogna. Fra due giorni il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, pronuncerà  nel Parlament un discorso sulla “situazione politica attuale” con la dichiarazione di indipendenza sul tavolo.
La marcia di oggi è organizzata dalla Società  civile catalana (Scc), la piattaforma contro l’independenza, e hanno risposto in tanti. È appoggiata da Pp e Ciudadanos. Il Psc (Partito Socialista della Catalogna) non si è unito, ma ha spronato i suoi militanti a partecipare.
Sono arrivati con i colori delle bandiere intrecciati, con la voglia di gridare che “l’unione fa la forza”.
Il corteo è partito da piazza Urquinaona a mezzogiorno, si sono sentiti fischi di protesta al passaggio dei Mossos d’Esquadra, poi le persono hanno sfilato nel centro della città , un chilometro attraverso Via Laietana fino al viale Marques de Argentera, di fronte alla stazione Francia.
In prima fila il prefetto spagnolo in Catalogna Enric Millo, il ministro della sanità  di Madrid Dolors Montserrat, il Nobel di letteratura Mario Vargas Llosa, che si è pronunciato più volte contro l’indipendenza, l’ex-presidente spagnolo dell’Europarlamento Josep Borell.
Dietro diversi esponenti politici spagnoli, fra cui la presidente Pp della regione di Madrid Cristina Cifuentes, il presidente di Ciudadanos Albert Rivera e il dirigente del Pp catalano Xavier Albiol.
“In difesa della democrazia, la Costituzione e la libertà . Preserviamo l’unità  della Spagna Non siete soli”: ha incitato via Twitter i manifestanti a favore dell’unità  della Spagna il premier spagnolo Mariano Rajoy con l’hashtag #RecuperemElSeny (recuperiamo il buon senso).
In un ‘tweet’ di poco precedente il premier spagnolo aveva ripetuto che il governo di Madrid “impedirà  l’indipendenza della Catalogna”.
“Devo cercare di essere giusto, devo ascoltare la gente, e so quanto pensano in molti. Ho però soprattutto l’obbligo di mantenere la calma. È il mio primo dovere, altrimenti potrei prendere una decisione sbagliata”, ha dichiarato rispondendo alle critiche di chi lo accusa di non aver ancora sospeso l’autonomia catalana per impedire una dichiarazione di indipendenza. “Ho l’obbligo di non sbagliare, è probabilmente la cosa più difficile di tutte”.
“L’unità  della Spagna non è negoziabile”, “sotto ricatto non si può costruire nulla” ha detto Rajoy nell’intervista a El Pais oggi anche su Repubblica.
“Fino a quando non si tornerà  alla legalità , ovviamente non negozierò”, ha detto, aggiungendo che impedirà  “che qualsiasi dichiarazione d’indipendenza si concretizzi in qualcosa” e che “la Spagna continuerà  a essere la Spagna, e lo sarà  per molto tempo”.
Rajoy ha sottolineato che il governo, come le autorità  catalane sa, è fermo sulla “idea che non si può negoziare sull’unità  della Spagna, nè mediare, esser oggetto di mediazione, nè negoziare con la minaccia di rompere l’unità ” nazionale.

(da agenzie)

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CATALOGNA, LA CORTE COSTITUZIONALE BLOCCA LA SEDUTA DEL PARLAMENTO DI LUNEDI’ CHE AVREBBE PROCLAMATO L’INDIPENDENZA

Ottobre 5th, 2017 Riccardo Fucile

AMMESSO UN RICORSO PRESENTATO DAI SOCIALISTI

La Corte costituzionale spagnola, ammettendo un appello presentato dal Partito dei socialisti di Catalogna, ha sospeso la sessione plenaria del Parlamento catalano prevista per lunedì, che avrebbe dovuto approvare una dichiarazione d’indipendenza, giocando d’anticipo sulla nuova sfida di Barcellona dopo il referendum di domenica scorsa.
Secondo l’appello, se la plenaria dichiarasse l’indipendenza si produrrebbero una violazione della Costituzione e un ‘annichilimento’ dei diritti dei deputati.
Il governatore catalano, Carles Puidgemont, aveva espresso la volontà  di comparire lunedì davanti al Parlamento locale per discutere del risultato e degli effetti del referendum, con la dichiarazione d’indipendenza sul tavolo.
Il ministro portavoce dell’esecutivo, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che se il governatore dichiarerà  l’indipendenza unilaterale il governo spagnolo “agirà  di conseguenza” e adotterà  le misure previste dalla Costituzione a difesa dei diritti dei catalani e di tutti i cittadini spagnoli. “Una dichiarazione unilaterale di indipendenza non ha alcun senso”, ha aggiunto, sottolineando che il governo difende le libertà  e i diritti di tutti, non solo di una minoranza secessionista.
Il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, continua intanto a chiedere a Puigdemont, di rinunciare “nel più breve tempo possibile” al suo progetto.
In un’intervista con l’agenzia Efe, Rajoy ha detto: “C’è una soluzione? Sì, la migliore è il veloce ritorno alla legalità  e l’affermazione nel più breve tempo possibile che non ci sarà  una dichiarazione unilaterale di indipendenza, perchè in questo modo si eviteranno danni maggiori”
MANIFESTAZIONI IN PROGRAMMA
Ma le proteste non si fermano. Il movimento popolare ‘Parlem?’ (parliamo) ha convocato per sabato, attraverso i social network, manifestazioni davanti ai municipi a favore del dialogo in Spagna, chiedendo ai partecipanti di vestirsi di bianco, portare cartelli e dipingersi le mani dello stesso colore, evitando le bandiere.
Su Facebook, Twitter e Whatsapp, il movimento sta lanciando appelli per convocare le manifestazioni, con un manifesto in cui sottolinea che “è ora la Spagna sia un Paese migliore dei suoi governanti”, che “hanno seminato odio” e “ci dividono”.
Il testo prosegue: “Se non interveniamo come società , la Spagna si trasformerà  in un Paese difficile in cui vivere. Quindi dobbiamo fare un passo avanti, tutta la cittadinanza, e uscire sabato prossimo con abiti bianchi e cartelli bianchi, per mostrare che non vogliamo ci usino”, e che la situazione “non viene risolta da loro, ma dalla gente, dal dialogo e dalla convivenza”. Negli appelli viene anche chiesto che i manifestanti evitino “le bandiere nazionali di qualsiasi luogo, dei partiti e dei sindacati”. Mentre per sabato sono convocate in tutta la Spagna manifestazioni a favore del dialogo, domenica a mezzogiorno si terrà  la manifestazione di Societat Civil Catalana, contraria all’indipendenza, che a Barcellona sfilerà  con lo slogan ‘Basta! Recuperiamo il senno!”.
Il Partito popolare catalano ha aderito e il suo leader, Xavier Garcà­a Albiol, ha chiesto una partecipazione massiccia a “difesa della democrazia”.
Sempre domenica, l’associazione Espanya i Catalans ha convocato alle 10 una manifestazione di fronte alla sede della Guardia civil di Travessera de Gracia, a Barcellona, in “omaggio ai corpi e alle forze di sicurezza dello Stato”, che a mezzogiorno si unirà  al corteo di Societat Civil.
SITUAZIONE ECONOMICA
Di fronte al rischio che il divorzio dalla Spagna faccia precipitare la situazione economica della Catalogna, due storici istituti catalani, CaixaBank e Banco Sabadell si preparano al trasloco. CaixaBank, la prima banca della Catalogna e la terza spagnola, sta pensando di trasferire la sede nelle Baleari, anche se al momento non è stata presa alcuna decisione: potrebbe anche lasciare il quartier generale nella capitale catalana ma spostare la sede legale per proteggere gli interessi dei correntisti. Banco Sabadell, il quarto istituto di credito spagnolo, sta valutando di trasferire la sede ad Alicante o a Madrid per poter continuare a operare sotto l’ombrello dell’eurosistema. Dopo la notizia, il titolo è schizzato in borsa e ha guadagnato il 3,21%.
Per Barcellona sarebbe un colpo pesante.
La banca e la fondazione Caixa che la controlla hanno una presenza fortissima nella regione, tanto da un punto di vista economico finanziario che culturale e simbolica.
“Non ci sarà  nessuna fuga di aziende dalla Catalogna”, ha assicurato da parte sua il vicepresidente della Generalitat, Oriol Jonqueras. I rischi per l’economia, però, si fanno sempre più concreti: Standard & Poors ha fatto sapere che nei prossimi tre mesi potrebbe declassare il debito sovrano della Catalogna.

(da “Huffingtonpost”)

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