Giugno 25th, 2016 Riccardo Fucile
LA PETIZIONE CHIEDE UNA LEGGE CHE PREVEDA UNA SECONDA CONSULTAZIONE SE NELLA PRIMA L’AFFLUENZA E’ INFERIORE AL 75% E IL RISULTATO SOTTO IL 60% DI VOTI…E INTANTO LA SCOZIA VUOLE STACCARSI DALLA GRAN BRETAGNA
Petizione per nuovo referendum. La petizione per una nuova consultazione ha superato i due milioni difirme. È pubblicata sul sito del parlamento britannico (https://petition.parliament.uk/petitions/131215), che, a un certo punto, è andato in tilt a causa dei troppi accessi.
I firmatari chiedono la promulgazione di una nuova legge che consenta la ripetizione del referendum in caso di un risultato del ‘Leave’ o del ‘Remain’ inferiore al 60%.
E che abbia come condizione minima un’affluenza alle urne non inferiore al 75%. Insomma, sarebbe un escamotage per poter ripetere la consultazione: in molti ritengono che difficilmente la petizione avrà seguito, tuttavia è eccezionale la quantità di firme a sostegno che in breve tempo ha ottenuto.
Va precisato che le petizioni inviate al governo e al parlamento che raccolgono almeno 100mila firme vengono automaticamente considerate per un dibattito parlamentare.
Doppio referendum: i precedenti.
Appare molto improbabile l’organizzazione di un nuovo referendum sulla Brexit come chiesto dai firmatari. Ma esistono dei precedenti. In Irlanda la ratifica dei trattati Ue di Nizza e di Lisbona è stata realizzata in due tempi, organizzando un secondo referendum, con risultati positivi, dopo la bocciatura di una prima consultazione popolare.
Una curiosità infine: persi i referendum sul Trattato di Nizza, Francia e Olanda decidono di non prendere rischi per la fase successiva. Il trattato di Lisbona viene ratificato per via parlamentare in ambedue in Paesi nel 2008.
La Norvegia ha indetto due referendum per l’entrata nell’Ue, ed entrambe le volte i cittadini hanno bocciato la proposta sebbene con un lieve margine, il primo nel 1972, il secondo nel 1994.
Secondo referendum indipendenza Scozia.
Un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, all’indomani dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, è “un’opzione concreta”.
Lo ha affermato il first minister scozzese, Nicola Sturgeon. Il governo scozzese chiederà di avviare “discussioni immediate” con Bruxelles “per proteggere il posto nell’Unione Europea della Scozia” che s’è espressa a favore dell’Europa.
Le manovre nei due partiti. Sono in pieno fermento, intanto, le manovre politiche all’interno dei due partiti più importanti, laburisti e conservatori.
Tra i laburisti: le critiche di Blair a Corbyn.
L’ex premier britannico Tony Blair non risparmia critiche anche al leader laburista Corbyn: “Ha dato un sostegno insufficiente alla causa del Remain. Non è riuscito a spiegare all’elettorato laburista che questo non era un voto di protesta contro il governo conservatore, la sua politica, i suoi tagli. Ha permesso che un’ampia parte del nostro elettorato votasse per Brexit, insieme a Ukip e all’ala più euroscettica dei Tories. Senza i voti del Labour, Brexit non avrebbe vinto”.
Corbyn si difende.
Jeremy Corbyn (che invita il Paese “a unirsi dopo la divisiva campagna sul referendum”), si dice pronto a ricandidarsi alla guida del partito laburista, se la sua leadership fosse messa in discussione. “Le nostre politiche commerciali, economiche e migratorie – ha aggiunto – devono cambiare, non possono essere lasciate a Johnson, Farage e Gove”, principali sostenitori della campagna pro-Brexit.
Tra i conservatori: la fronda anti Johnson.
La faida fra i Tory, degenerata in campagna referendaria, si sposta ora sul terreno dell’elezione del leader. La resa dei conti, dopo l’annuncio di dimissioni di Cameron, è fissata dopo l’estate.
È il Times a rivelare una fronda tutta interna al partito conservatore per evitare che Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra leader della campagna pro-Brexit, diventi primo ministro in seguito alle annunciate dimissioni di David Cameron.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
MORGAN STANLEY PRONTA A TRASFERIRE 2.000 DIPENDENTI IN IRLANDA… TOYOTA ANNUNCIA RALLENTAMENTO INVESTIMENTI… INTESA: “IN ITALIA A RISCHIO 3 MILIARDI DI EXPORT”
Le aziende provano a contenere, almeno con le dichiarazioni, gli effetti dello tsumani che si è
abbattuto sull’Europa con la Brexit.
Ma Intesa SanPaolo pesa l’effetto Brexit sull’Italia con “un calo delle esportazioni fino a un valore massimo di circa 3 miliardi”, su un totale di 22 miliardi di euro (il 7% dell’export nazionale).
E la banca d’affari Morgan Stanley si dice pronta – secondo la Bbc – a trasferire 2 mila dipendenti dalla sua sede di Londra in un altro paese, probabilmente l’Irlanda.
La banca americana JpMorgan, che dà lavoro a 16mila persone nel Regno Unito, ha inoltre previsto di trasferire diversi dipendenti fuori dal paese.
“Potremmo aver bisogno di cambiamenti alla struttura della nostra entità legale europea e alla localizzazione di alcuni impieghi”, ha indicato la direzione della banda in un memo interno.
Il numero uno di Deutsche Bank, John Cryan, ha avvertito che le conseguenze della brexit “saranno negative sotto tutti i punti di vista”.
Il colosso bancario tedesco, che dà lavoro a 9mila persone nel regno unito, ha messo in piedi da qualche mese un gruppo di lavoro per valutare il trasferimento di alcune attività in seno all’eurozona, in particolare in germania.
La banca britannica hsbc aveva inoltre parlato della possibilità di trasferire un migliaio di persone nella capitale francese.
Nel dettaglio, la Brexit potrebbe costare dai 70mila ai 100mila posti dl lavoro nei servizi finanziari britannici entro il 2020.
Toyota e Nissan
I produttori di auto asiatiche con fabbriche in Gran Bretagna e che esportano largamente in Europa (e 800 mila dipendenti in Uk), dicono che potrebbero rallentare i loro investimenti o metterli in pausa, almeno per ora.
Già prima del voto le principali case, incluse Toyota e Nissan, avevano avvertito che Brexit avrebbe portato a un periodo di incertezza, con gli accordi su commercio e lavoro da rinegoziare in un periodo non breve di due anni.
Solo Nissan è in Gran Bretagna da trent’anni e produce 475 mila auto all’anno, la maggior parte destinate al mercato europeo. Toyota l’anno scorso ne ha sfornate 190 mila. “Non abbiamo altra scelta che non quella di essere più cauti con le nostre decisioni di investimento, incluse quelle di produrre o meno nuovi modelli in Uk”, dice una fonte a Reuters.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
IMBARAZZANTE STATISTICA: QUANTI HANNO VOTATO PER USCIRE SENZA SAPERE NEMMENO LE CONSEGUENZE?
Nel giorno shock dell’Europa arriva un’altra sorpresa, questa volta da Google: in Gran Bretagna subito dopo i risultati del referendum che vede il Paese fuori dall’Ue è stato raggiunto il picco delle ricerche su Google con le frasi “cosa significa lasciare l’Ue” ma soprattutto “cosa è l’Unione Europea”.
Al terzo posto di questa classifica a dir poco imbarazzante si trova “Quali sono i paesi che appartengono all’Ue” seguita da “Cosa succede se lasciamo l’Ue” e infine: “Quanti sono i Paesi nell’Unione”.
Google trends ha registrato una vera impennata nel numero di persone che cercavano “cosa accade se lasciamo l’Ue?”, subito dopo la chiusura delle urne, tendenza che è rimasta anche dopo i risultati, mentre risultava stabile durante la settimana precedente al referendum.
A livello globale gli utenti dopo i risultati del referendum hanno ‘chiesto’ a Google soprattutto “Quando la Gran Bretagna è entrata nell’Ue”, poi “Perchè lascia l’Ue” e “Cosa succederà se va via dall’Ue”, ma anche “Cos’è Brexit” e “Cosa significa per la Gran Bretagna l’abbandono dell’Ue”.
Un altro dato che emerge dalle statistiche di Google è la presa di consapevolezza, in ritardo, delle conseguenze di Brexit: infatti la frase ”come ottenere un passaporto irlandese” ha avuto un picco del 100 percento dopo l’annuncio del risultato così come l’idea di trasferirsi a Gibilterra.
(da “la Repubblica”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
OLTREMANICA RISCHIA IL DISFACIMENTO, DOPO SCOZIA E IRLANDA, ANCHE LA METROPOLI SE NE VUOLE ANDARE
Il Regno Unito se ne va dall’Europa? Allora Londra esca dal Regno Unito. 
È questa, in sintesi, la richiesta di una petizione rivolta al sindaco della capitale inglese, Sadiq Khan, pubblicata sulla piattaforma Change.org subito dopo l’ufficialità del risultato del referendum sulla Brexit,
“Londra è una città internazionale e noi vogliamo rimanere nel cuore dell’Europa”, si legge nel messaggio.
A lanciarla è stato un giornalista inglese, James O’Malley.
Un appello meno ironico di quello che sembra, vista la preoccupazione che serpeggia non solamente in Gran Bretagna per gli scenari che si delineano all’orizzonte.
In poche ore la richiesta di ‘divorzio’ ha raccolto oltre 60mila firme.
In effetti, assieme alla Scozia e all’Irlanda del Nord, Londra è stato proprio il centro in cui i voti contro la Brexit, per rimanere quindi nell’Ue, ha raggiunto le percentuali maggiori (quasi il 60 per cento).
Oltremanica ora si rischia il fuggi fuggi da Brexit
(da “la Repubblica”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
UNA TRADIZIONE CULTURALE PATRIMONIO DELLA DESTRA ALTERNATIVA ITALIANA INFANGATA DA PRESUNTI NAZIONALISTI ACQUISITI CHE FINO A IERI URLAVANO “PADANIA IS NOT ITALY” O DA TROMBATE CHE NON HANNO SPESO UNA PAROLA SULL’ASSASSINIO DI UN GIOVANE ITALIANO DA PARTE DI UN REGIME MILITARE
La vicenda Brexit merita un approfondimento in termini culturali e politici da parte di chi si riconosce in una visione di “destra alternativa”.
Chi ha qualche capello bianco ricorderà che, in tempi non sospetti, uno dei “richiami ideali”, se non ideologici, della destra italiana del dopoguerra era rivolta al “mito” dell’Europa Nazione, dell’Europa dei popoli europei, in contrapposizione ai due blocchi o modelli allora esistenti, quello sovietico e quello statunitense.
Era il periodo storico dell’Urss e delle rivolte popolari dei Paesi dell’Est, represse con i carri armati: il nostro mondo sognava un’Europa unita, capace di riscattare i suoi valori, la sua cultura, la sua storia.
La Ue è nata su presupposti economici, è evidente che non poteva essere il nostro modello. Ma è altrettanto vero che poteva diventarlo nel tempo se i vari Stati non avessero fatto prevalere logiche protezionistiche e nazionalistiche, i piccoli egoismi e provincialismi, per capirci, e avessero saputo intraprendere la strada maestra della “integrazione nelle differenze”.
E’ prevalsa la linea degli interessi finanziari, la stessa che oggi lucra in Borsa sull’exit britannico. Ma illudere il popolo inglese oggi, o quello europeo domani, che la Ue sia l’origine di tutti i mali è un tipico esempio della cialtroneria della politica.
Qualcuno forse pensa che, se la Ue venisse sciolta, non comanderebbe sempre il potere finanziario? Solo un imbecille o uno in malafede potrebbe pensare di aver neutralizzato così le “centrali economiche” che gestiscono mercati, scelte e investimenti schiacciando semplicemente un bottone in qualsiasi parte del mondo.
In Europa occorre entrarci convintamente o meglio restarne fuori: personalmente non mi strappo le vesti per la scelta del popolo britannico, peggio per loro.
Sono anni che ricevono più vantaggi dalla Ue che obblighi, Cameron ha seminato vento e raccolto tempesta, ha avuto quello che meritava, onore solo al fatto che, a differenza dei politici nostrani, dopo una sconfitta rassegna le dimissioni.
Ma non possiamo dimenticare la vergogna di Calais, i suoi discorsi anti-Ue e gli egoismi e le lobby nazionali che ha rapppresentato. Ora la Gran Bretagna pagherà con l’addio annunciato di Scozia e Irlanda e una Londra cosmopolita “posizionata” a favore della permanenza in Europa. Hanno voluto lasciare spazio a chi si vorrebbe chiudere a doppia mandata in casa, che ne paghino le conseguenze e allevino polli.
Ultima chiosa dedicata a chi ha inventato la sedicente “destra” nostrana e che oggi, dopo aver perso le elezioni amministrative, deve trovare per forza un motivo per non suicidarsi e quindi inneggia al Brexit.
Si tratta di quei “sovranisti” patacca che fino a qualche tempo inneggiavano alla secessione ed esibivano magliette “Padania is not Italy” e che oggi si sono riciclati in “nazionalisti”.
Si tratta di quei mentecatti che sono contro la Ue, ma vivono da dieci anni grazie alla peghetta di 15.000 euro al mese elargita dal parlamento europeo.
Si tratta di quelle trombate che hanno un fremito solo quando vedono un berretto militare, ma non spendono una parola se un giovane ricercatore italiano viene torturato e assassinato da un regime militare criminale.
Si tratta di quelli che vogliono un’Europa allo sfascio per fare una marchetta a Putin, chissà che quache banca russa non elargisca un prestito come a Marine Le Pen per destabilizzare il Vecchio Continente e fare un favore all’oligarchia corrotta che a Mosca ha preso il posto della vecchia nomenklatura.
Per questo a destra occorre chiarezza, oggi più di ieri.
Vogliamo un’Europa Nazione, non in balia di piccoli gerarchi da avanspettacolo che sanno solo limitare le libertà interne in nome di una nazionalismo provinciale.
Di fronte a nuove potenze economiche emergenti, l’Europa potrà sopravvivere solo se recupererà l’idea di un progetto comune, sacrificando ciascuna entità qualcosa di suo in nome dell’ interesse superiore del popolo europeo.
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
LO STUDIO DI PROMETEIA: L’ITALIA PERDERA’ UN MILIARDO SOLO NEL MADE IN ITALY, SETTORE ALIMENTARE E MODA
Gli addetti ai lavori fanno già i calcoli per capire quanto costerà alla Penisola l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.
Mentre piazza Affari sprofonda, come tutti i listini europei, Intesa Sanpaolo stima che il nostro export potrà calare fino a 3 miliardi, mentre la società di consulenza Prometeia indica in 1 miliardo il contraccolpo sul made in Italy.
Intesa Sanpaolo: “Calo dell’export fino a 3 miliardi”
L’effetto Brexit sull’Italia potrà comportare “un calo delle esportazioni fino a un valore massimo di circa 3 miliardi”.
E’ quanto sostiene il chief economist di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, ricordando che l’Italia esporta verso il Regno Unito il 7% del proprio export, pari a circa 22 miliardi di euro.
De Felice ricorda quindi che “la trasmissione per l’Italia avviene in tre modi: la minore crescita inglese, la svalutazione della sterlina e la maggiore avversione al rischio che si sta manifestando con forza sui mercati finanziari”.
Prometeia: “Colpiti soprattutto alimentare e moda”
Secondo la società di consulenza Prometeia, l’uscita dalla Ue potrà comportare l’introduzione di dazi sul mercato britannico, per la prima volta da 40 anni: anche ipotizzando tariffe contenute, il dazio medio applicato alle imprese italiane dopo Brexit potrà essere superiore al 5% del valore esportato.
Immaginando che le imprese italiane mantengano invariati i prezzi in euro facendosi carico del dazio, l’operazione potrà costare nel complesso più di 1 miliardo di euro, solo lo 0,25% dell’export italiano nel mondo.
Prometeia stima che i comparti più penalizzati potranno essere le imprese dell’alimentare, che potranno perdere 450 milioni di euro (il 14% delle proprie vendite sul mercato) e la moda, oltre 200 milioni di euro (il 9% di quanto esportato). La svalutazione della sterlina, aggiunge Prometeia, potrà rappresentare per l’offerta italiana un rilevante, seppur temporaneo, svantaggio competitivo, agendo sulla competitività italiana sia sul mercato britannico (rispetto ai produttori nazionali) sia in paesi terzi dove le imprese italiane e britanniche competono più intensamente.
Coldiretti: “Regno unito primo mercato per l’export di spumante”
Uno dei settori più allarmati dalla Brexit è quello della viticoltura.
Secondo Coldiretti la Gran Bretagna è diventato il primo mercato mondiale di sbocco per lo spumante italiano, con un incremento del 38% di bottiglie vendute nel primo trimestre di quest’anno. Per il vino in generale — sottolineano a Federvini — invece è il terzo mercato. A soffrire però è l’intero comparto agricolo. L’Inghilterra, con i suoi 3,2 miliardi di euro di controvalore, è il quarto mercato di sbocco estero dei prodotti italiani, a fronte di un flusso contrario di appena 701,9 milioni.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
PIAZZE EUROPEE NEL CAOS, A PICCO LA STERLINA, GIU’ ANCHE IL PETROLIO
Nella giornata della Brexit, Piazza Affari affonda. 
Per la Borsa di Milano, dove il Ftse Mib perde il 12,48% e l’All Share il l’11,75%, è un tonfo storico, il più drammatico mai registrato.
Il collasso non risparmia quasi nessuno, ma a precipitare sono soprattutto i titoli delle banche.
Unicredit e Intesa Sanpaolo lasciano sul terreno oltre il 20%, fanno lo stesso Bper (-23,31%), Bpm (-22,78%), Banco Popolare (-23,30%), Mediobanca (-21,22%) e Ubi (-20,69%).
Profondo rosso pure per Unipol (-18,58%), Mediaset (-17,17%), Generali (-16,77%), Telecom Italia (-16,62%) e Montepaschi (-16,43%).
Limitano i danni Luxottica (-3,33%), Campari (-4,28%), Ferrari (-4,85%) e Tenaris (-5,04%).
Dopo una fiammata iniziale, tiene lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi che chiude a 154 punti per un rendimento dell’1,48 per cento.
L’incertezza scatena le vendite anche a Francoforte (-6.82%), Parigi (-8,04%) e Londra (-3,15%).
Alla fine, il conto è salatissimo: bruciati 637 miliardi di capitalizzazione.
STERLINA AI MINIMI
Sul fronte dei cambi la sterlina, dopo aver toccato i minimi dal 1985 sul dollaro, a 1,3406 ha recuperato a 1,3732 che rappresenta comunque un minimo dalla primavera 2009.
Rispetto all’euro, la valuta britannica scambia a 0,815 sui valori di giugno 2014. Il rapporto fra euro e dollaro si attesta a 1,1112 mentre il rapporto fra dollaro e yen si attesta a 102,185.
L’incertezza sui mercati e sulle prospettive dell’economia affossano anche il prezzo del petrolio con il Wti in calo del 4,4% a 47,91 dollari al barile.
LE CONTROMISURE
Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, dichiara di essere già pronto a «prendere tutte le misure necessarie per garantire la stabilità finanziaria e monetaria: le nostre banche dispongono di 600 miliardi di sterline in liquidità ”
(da “La Stampa”)
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
UNA TRADIZIONE CULTURALE PATRIMONIO DELLA DESTRA ALTERNATIVA ITALIANA INFANGATA DA PRESUNTI NAZIONALISTI ACQUISITI CHE FINO A IERI URLAVANO “PADANIA IS NOT ITALY” O DA TROMBATE CHE NON HANNO SPESO UNA PAROLA SULL’ASSASSINIO DI UN GIOVANE ITALIANO DA PARTE DI UN REGIME MILITARE
La vicenda Brexit merita un approfondimento in termini culturali e politici da parte di chi si riconosce in una visione di “destra alternativa”.
Chi ha qualche capello bianco ricorderà che, in tempi non sospetti, uno dei “richiami ideali”, se non ideologici, della destra italiana del dopoguerra era rivolta al “mito” dell’Europa Nazione, dell’Europa dei popoli europei, in contrapposizione ai due blocchi o modelli allora esistenti, quello sovietico e quello statunitense.
Era il periodo storico dell’Urss e delle rivolte popolari dei Paesi dell’Est, represse con i carri armati: il nostro mondo sognava un’Europa unita, capace di riscattare i suoi valori, la sua cultura, la sua storia.
La Ue è nata su presupposti economici, è evidente che non poteva essere il nostro modello. Ma è altrettanto vero che poteva diventarlo nel tempo se i vari Stati non avessero fatto prevalere logiche protezionistiche e nazionalistiche, i piccoli egoismi e provincialismi, per capirci, e avessero saputo intraprendere la strada maestra della “integrazione nelle differenze”.
E’ prevalsa la linea degli interessi finanziari, la stessa che oggi lucra in Borsa sull’exit britannico. Ma illudere il popolo inglese oggi, o quello europeo domani, che la Ue sia l’origine di tutti i mali è un tipico esempio della cialtroneria della politica.
Qualcuno forse pensa che, se la Ue venisse sciolta, non comanderebbe sempre il potere finanziario?
Solo un imbecille o uno in malafede potrebbe pensare di aver neutralizzato così le “centrali economiche” che gestiscono mercati, scelte e investimenti schiacciando semplicemente un bottone in qualsiasi parte del mondo.
In Europa occorre entrarci convintamente o meglio restarne fuori: personalmente non mi strappo le vesti per la scelta del popolo britannico, peggio per loro.
Sono anni che ricevono più vantaggi dalla Ue che obblighi, Cameron ha seminato vento e raccolto tempesta, ha avuto quello che meritava, onore solo al fatto che, a differenza dei politici nostrani, dopo una sconfitta rassegna le dimissioni.
Ma non possiamo dimenticare la vergogna di Calais, i suoi discorsi anti-Ue e gli egoismi e le lobby nazionali che ha rappresentato.
Ora la Gran Bretagna pagherà con l’addio annunciato di Scozia e Irlanda e una Londra cosmopolita “posizionata” a favore della permanenza in Europa.
Hanno voluto lasciare spazio a chi si vorrebbe chiudere a doppia mandata in casa, che ne paghino le conseguenze e allevino polli.
Ultima chiosa dedicata a chi ha inventato la sedicente “destra” nostrana e che oggi, dopo aver perso le elezioni amministrative, deve trovare per forza un motivo per non suicidarsi e quindi inneggia al Brexit.
Si tratta di quei “sovranisti” patacca che fino a qualche tempo inneggiavano alla secessione ed esibivano magliette “Padania is not Italy” e che oggi si sono riciclati in “nazionalisti”.
Si tratta di quei mentecatti che sono contro la Ue, ma vivono da dieci anni grazie alla paghetta di 15.000 euro al mese elargita dal parlamento europeo.
Si tratta di quelle trombate che hanno un fremito solo quando vedono un berretto militare, ma non spendono una parola se un giovane ricercatore italiano viene torturato e assassinato da un regime militare criminale.
Si tratta di quelli che vogliono un’Europa allo sfascio per fare una marchetta a Putin, chissà che qualche banca russa non elargisca un prestito come a Marine Le Pen per destabilizzare il Vecchio Continente e fare un favore all’oligarchia corrotta che a Mosca ha preso il posto della vecchia nomenklatura.
Per questo a destra occorre chiarezza, oggi più di ieri.
Vogliamo un’Europa Nazione, non in balia di piccoli gerarchi da avanspettacolo che sanno solo limitare le libertà interne in nome di una nazionalismo provinciale.
Di fronte a nuove potenze economiche emergenti, l’Europa potrà sopravvivere solo se recupererà l’idea di un progetto comune, sacrificando ciascuna entità qualcosa di suo in nome dell’ interesse superiore del popolo europeo.
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Giugno 24th, 2016 Riccardo Fucile
E IN EUROPA NESSUNO SCONTO A LONDRA: “ORA ESCA IL PRIMA POSSIBILE”
In Italia non è ammesso dalla Costituzione un referendum come quello inglese sulla brexit. Ma, se
fosse indetto, il 68% voterebbe a favore della permanenza dell’Italia nell’Unione Europea.
Per l’uscita si esprimerebbe, secondo un sondaggio Ixè per Agorà (Raitre), solo il 27%. Il 5% non sa.
Intanto linea dura, come previsto, da parte dell’Unione Europea alla decisione del popolo britannico di lasciare l’Unione Europea.
Con la Brexit – ha detto il presidente della Commissione Jean Claude Juncker – adesso “bisogna accelerare” la procedura”
A chi gli chiedeva cosa si attendesse dal motore franco tedesco dell’ue, “mi attendo – ha risposto – prese di posizioni molto chiare. Penso che a tutti noi deve essere chiaro che il processo di incertezza in cui siamo entrati non deve durare troppo a lungo. Bisogna accelerare le cose”.
Ancora più chiari, in una dichiarazione congiunta i vertici Ue. “L’Unione di 27 stati membri continuerà ” hanno affermato i presidenti delle istituzioni europee (Juncker, Tusk, Schulz e Rutte) nella dichiarazione congiunta dopo il vertice di crisi che si è tenuto nella sede della Commissione europea. “Ci aspettiamo che il governo del Regno Unito dia effetto alla decisione del popolo britannico al più presto possibile, per quanto doloroso il processo potrà essere il processo”.
“Il popolo britannico ha scelto, noi rispettiamo la decisione. Ora si volta pagina”, ha detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
“Se voglio dare un nome all’Europa voglio chiamarla casa”, ha detto Matteo Renzi. “L’Europa è casa nostra. È la casa dei nostri figli e dei nostri nipoti. È una casa che ha bisogno di essere ristrutturata, rinfrescata, ma è la casa del nostro domani”.
“Sono qui per dirvi che l’Italia farà la sua parte nel percorso che si apre”, ha aggiunto Renzi. “Il governo e le istituzioni europee sono nelle condizioni di garantire con ogni mezzo la stabilità finanziaria e la sicurezza dei consumatori”.
La decisione britannica di lasciare l’Ue . secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel – è “un colpo all’Europa e al processo di integrazione europea”: lo ha detto il cancelliere Angela Merkel, ricordando però che proprio l’Ue negli ultimi cinquant’anni è stata capace di “garantire la pace europea dopo secoli di violenza”. “Il mondo -ha ricordato- è in una fase di scompiglio: in Europa oggi sentiamo gli effetti di guerre costate la vita a tantissime persone, guerre che hanno costretto tante persone a lasciare i loro Paesi”.
Intanto lunedì Angela Merkel ha convocato un incontro con Francois Hollande, Matteo Renzi e Donald Tusk. Mentre la conferenza dei presidenti del Parlamento europeo (in cui siedono i capigruppo politici più il presidente dell’assemblea, Martin Schulz), si è riunita stamattina a Bruxelles e ha deciso di convocare per martedì prossimo alle 10, sempre a Bruxelles, una sessione plenaria straordinaria per approvare una risoluzione sulle conseguenze e sui prossimi passi da compiere dopo la vittoria della Brexit al referendum britannico.
(da “Huffingtonpost”)
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