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IL PAESE CHE CONDANNA ALL’ERGASTOLO UN DICIOTTENNE

Maggio 8th, 2021 Riccardo Fucile

TUTTI I DUBBI SUL CASO CERCIELLO: DALL’ETA’ DELL’ASSASSINO AL RUOLO DELL’AMICO, DALLA DEBOLEZZA DEL TESTE AL RISVOLTO POLITICO DEL PROCESSO

Ammaliata dai giochi di prestigio di Piercamillo Davigo, indignata dalla delatoria spudoratezza di Luca Palamara, divisa dallo show di Beppe Grillo, l’informazione è rimasta distratta, o indifferente, a quello che potrebbe essere un nuovo primato della giustizia: la condanna all’ergastolo dell’imputato, non mafioso, più giovane della storia repubblicana.
Il condizionale è d’obbligo, perché la data di nascita dei colpevoli non rientra nel novero dei dati censiti dalle agenzie di statistica. Però la notte del 25 luglio di due anni fa, quando il brigadiere Mario Cerciello Rega è stato accoltellato e ucciso a Trastevere, Gabriel Natale Hjort aveva 18 anni.
La sentenza con cui la Corte d’Assise di Roma gli ha inflitto il carcere a vita, con isolamento diurno per due mesi, insieme con l’autore materiale dell’omicidio, Lee Elder, un anno più grande di lui, non ha suscitato alcuno stupore.
Le cronache dei grandi giornali e i servizi dei tg l’hanno raccontata con l’asetticità adeguata alla conclusione plausibile, e prevedibile, di un processo molto popolare. A questo mascheramento ha concorso l’inversione lessicale adoperata dal pm, Maria Sabina Calabretta, specializzata in reati societari, fallimentari e bancari – secondo quanto riporta il sito della Procura della Repubblica capitolina -, che per tutte le udienze ha definito i due imputati “giovani uomini”.
Bisogna provare a pronunciare questa locuzione per sentire già sulle labbra quanto suoni diversa da quella con cui siamo soliti chiamare i nostri figli diciottenni, i loro compagni di scuola, e i ragazzi che tornano in questi giorni a sciamare per le città riaperte alla vita: “adolescenti”.
Così del resto li chiamerebbe qualunque vocabolario che si rispetti. Io mi chiedo e vi chiedo che cos’è, o che cosa diventa, un Paese dove si punisce con l’ergastolo un delitto commesso da due adolescenti di diciotto e diciannove anni. Quanto rischia di somigliare a quelle fanatiche autocrazie securitarie e dispotiche, le cui violazioni dei diritti più elementari pure suscitano la nostra indignazione.
Non si tratta di cadere in sociologismi che dispensano indulgenza a buon mercato, né di voler negare la responsabilità individuale in nome di un perdonismo che pesca nella pietas cristiana. Restiamo pure su un piano squisitamente razionale: chi oserebbe negare che un diciottenne sia condizionato da percorsi di vita e traumi che forse non ha avuto il tempo di elaborare e di sfidare? Possiamo trasformare la sua prima sconfitta, ancorché gravissima, in una conseguenza irreversibile o ultimativa? Perché nessun cane da guardia abbaia contro questa barbarie?
In Italia l’ergastolo è ancora l’ergastolo. Lo scontano in millesettecentonovanta. Milleduecentocinquanta dei quali, cioè i due terzi, sono morti viventi, seppelliti dall’aggravante ostativa che impedisce qualunque premialità. I restanti cinquecentoquaranta dovranno attendere 26 anni prima di poter sperare nella liberazione condizionale, a differenza di quanto accade nella maggior parte delle democrazie avanzate d’Europa, dove dopo 12 o 15 anni può iniziare un percorso di risocializzazione.
L’ergastolo dei due ragazzi, adolescenti, sbandati, tossici, ma tutto tranne che “giovani uomini”, è la prova di quanto il diritto penale sia andato via via slabbrandosi. La sua risposta non persegue la gravità intrinseca della condotta rilevata, ma l’ingiustizia generica percepita dalla società. Il cui perimetro è gonfiato dalla rabbia sociale.
Con l’effetto di dilatare l’ampiezza delle fattispecie e degli istituti del processo, come quello del concorso. Gabriel Natale Hjort è stato condannato alla pena massima dell’ordinamento non per aver ucciso il brigadiere, ma per essersi accompagnato all’assassino.
Quando l’amico Lee Elder reagiva con undici coltellate all’arresto, lui affrontava a mani nude un altro carabiniere, e poi sfuggiva a questo, allontanandosi senza assistere al delitto. La sua condotta è stata definita a turno, dal pm e dalle parti civili, concorso e dolo ora morale, ora materiale, ora diretto, ora eventuale. Come effetto di una ricostruzione a posteriori. Fondata su presunzioni: Gabriel sapeva che Lee Elder aveva il coltello in tasca. O su gesti depistatori: l’aver aiutato il compagno a nascondere la stessa arma dopo il delitto.
Così la responsabilità penale ha finito per risultare una condizione oggettiva cucitagli addosso da circostanze a cui il giovane non è riuscito a sottrarsi. Si può comminare l’ergastolo senza che si possa attribuire con prova la volontà di una piena e premeditata partecipazione al supplizio del carabiniere?
Si può. Si può in un processo che – come ha detto l’avvocato del diciottenne, Francesco Petrelli – è capace di sconfessare qualunque prevedibilità degli esiti, archiviando tanto la legalità sostanziale quanto quella processuale.
In nome di esigenze e urgenze figlie di questo tempo: un’attrattiva mediatica, dettata dalla popolarità del luogo, dalla singolarità degli autori, due giovani turisti americani, e della vittima, un tutore della sicurezza pubblica; una spendibilità politica, in quanto occasione di una propaganda securitaria e forcaiola; una delicatezza istituzionale, che coinvolge i Carabinieri.
Nelle settimane in cui si chiude il processo, un’altra indagine, quella sulle coperture e i depistaggi nella morte di Stefano Cucchi, sta mettendo alle corde i vertici dell’Arma. Lì si procede senza sconti né timori reverenziali. Qui, a Trastevere, s’indulge su errori marchiani e bugie dei militari coinvolti. Che intercettano i due americani senza divisa e senza pistola, nonostante fossero regolarmente in servizio, e con regole d’ingaggio più simili a quelle di due ambigui contractor.
L’intera contestualizzazione del delitto si fonda sul racconto del carabiniere Andrea Varriale, che accompagnava il brigadiere ucciso, e che per le sue bugie è sotto processo di fronte al tribunale militare. Era in T-shirt e jeans, quando ha fermato i ragazzi, ha mentito sostenendo che aveva la pistola e ha così indotto il comandante della stazione di Trastevere a confermare la sua falsità.
Ha aggiunto alla Corte d’Assise di aver subito dichiarato ai due americani la propria qualifica, esibendo il tesserino dell’Arma. Gli imputati hanno sempre giurato il contrario, raccontando di aver reagito a quella che sembrava un’aggressione di sconosciuti.
Vale più la parola di due sbandati con una gravissima accusa sulle spalle o quella di un carabiniere presunto bugiardo, e con molti buoni motivi per mentire, imputato in un procedimento connesso e tuttavia unico testimone del fatto? I giudici d’Assise non hanno avuto dubbi: la deposizione di Varriale è diventato il racconto ufficiale di un martirio. E la condanna dei due suona ora per l’Arma come una compensazione del destino al disdoro del processo Cucchi.
Un avvocato americano ha raccontato in tv di aver spiegato ai due ragazzi che in Italia la giustizia di primo grado è inattendibile.
E che già dall’Appello si può puntare su una maggiore ponderatezza e competenza dei giudici. Gabriel e Lee non devono cedere alla disperazione. Vent’anni fa un loro coetaneo, Mirko Eros Turco, è finito all’ergastolo per un duplice omicidio. Lo accusavano sette pentiti di mafia. Ma dopo dieci anni di ingiusta detenzione è stato scagionato dalla Cassazione, liberato e risarcito. Qui il processo non si prescrive mai, ma neanche la speranza.
(da Huffingtonpost”)

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PROCESSO CUCCHI, PENE PIU’ DURE: CONDANNATI A 13 ANNI PER OMICIDIO PRETERINTENZIONALE DUE CARABINIERI

Maggio 7th, 2021 Riccardo Fucile

ILARIA: “IL MIO PENSIERO VA AI MIEI GENITORI”

Hanno massacrato Stefano Cucchi. Lo hanno fatto nel 2009, dentro una caserma dei carabinieri, sulla Casilina. E adesso, dopo 12 anni da quei fatti, arriva la sentenza d’Appello del processo bis. I carabinieri accusati del pestaggio, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, sono stati condannati a scontare 13 anni di reclusione perché colpevoli di omicidio preterintenzionale.
Mentre il collega Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia, dovrà scontare 4 anni di carcere per falso. Confermata invece la condanna, esclusivamente per il reato di falso, del carabiniere Francesco Tedesco (2 anni e 6 mesi), divenuto un importante testimone per puntellare le accuse contro i colleghi.
Nel novembre 2019, per la morte del trentunenne romano i giudici di primo grado avevano condannato a 12 anni di reclusione i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, mentre era stato assolto Francesco Tedesco dall’accusa di omicidio preterintenzionale, venendo condannato a due anni e sei mesi di reclusione solo per il reato di falso. Mandolini invece era stato condannato a scontare 3 anni e 8 mesi di carcere.
Secondo le accuse Mandolini avrebbe falsificato il verbale d’arresto che fra le altre cose attestava un fotosegnalamento mai avvenuto.
Il sostituto procuratore Giovanni Musaró ha sempre ritenuto che quel verbale falsificato fu il primo atto del depistaggio, necessario per coprire il successivo pestaggio di cui fu vittima Cucchi.
“Stefano Cucchi fu portato in carcere perché il maresciallo Mandolini scrisse nel verbale di arresto che era un senza fissa dimora. Ma lui era residente dai genitori, senza quella dicitura forse sarebbe finito ai domiciliari e oggi non saremmo qui. Questo giochetto gli è costato la vita. Il verbale di arresto è il primo atto di depistaggio di questa vicenda, perché i nomi di Tedesco, Di Bernardo e D’Alessandro non sono nel documento”, aveva detto il pm nella sua requisitoria.
Secondo i magistrati Cucchi era già stato picchiato dai carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.
“In questa storia abbiamo perso tutti – aveva detto Cavallone nella sua requisitoria – Nessuno ha fatto una bella figura. Stefano Cucchi quel giorno doveva andare in ospedale e non in carcere. Credo che nel nostro lavoro serva più attenzione alle persone piuttosto che alle carte che abbiamo davanti. Dietro le carte c’è la vita delle persone. Quanta violenza siamo disposti a nascondere ai nostri occhi da parte dello Stato senza farci problemi di coscienza? Quanto è giustificabile l’uso della forza in certe condizioni? Noi dobbiamo essere diversi – aveva proseguito Cavallone – noi siamo addestrati a resistere alle provocazioni, alle situazioni di rischio”. Il pg, ricordando tra gli altri il caso della morte di Federico Aldrovandi, ha aggiunto che “le vittime di queste violenze sono i marginalizzate. In questa storia abbiamo perso tutti, Stefano, la sua famiglia, lo Stato”.
“Il nostro pensiero va ai magistrati Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Giovanni Musaró. La giustizia funziona quando ci sono magistrati seri, onesti e capaci”, dice l’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo.
“Il mio pensiero va ai miei genitori per il caro prezzo che hanno pagato in questi anni”, fa eco Ilaria Cucchi. Che aggiunge: “Questa sentenza riformata è un momento storico e per me di estrema emozione. Non avrei mai creduto di attivare fin qui”.
“Devo ringraziare tante persone, a partire dall’avvocato Fabio Anselmo e la Procura di Roma nelle persone dell’ex procuratore Giuseppe Pignatone, dell’attuale procuratore Michele Prestipino e del sostituto Giovanni Musarò. Senza di loro non saremmo qui. Il mio pensiero va a Stefano, a tutti questi anni, a quanto ci sono costati, e ai miei genitori che non sono qui proprio per il prezzo che hanno dovuto pagare per questi anni di sofferenza”.
(da agenzie)

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CASO GRILLO, LE RIVELAZIONI DELLA MIGLIORE AMICA DI SILVIA: “IL GIORNO DOPO QUELLA NOTTE AVEVA LIVIDI SU TUTTO IL CORPO”

Maggio 6th, 2021 Riccardo Fucile

LA TESTIMONIANZA DI AMANDA AGGIUNGE NUOVI DETTAGLI ALLA VICENDA

Arrivano nuovi dettagli sul caso di Ciro Grillo, il figlio del fondatore del M5s coinvolto in una inchiesta per presunta violenza sessuale. Nuovi dettagli forniti dalla testimonianza agli inquirenti di Amanda, 21 anni, migliore amica di Silvia, la giovane che, secondo le accuse, la notte del 17 luglio 2019 è stata violentata dallo stesso Ciro e da tre amici, Edoardo Capitta, Vittorio Lauria e Francesco Corsiglia, nella villa di Porto Cervo di proprietà di Grillo.
Il giorno successivo Amanda racconta di avere ricevuto da Silvia alcune foto: «Erano scatti in cui si vedevano chiaramente alcuni lividi sul costato a sinistra, sulla scapola destra e sulla coscia all’altezza del bacino».
La ragazza, interrogata il 5 settembre 2019, due mesi dopo i fatti, fornisce dettagli importanti anche sulla personalità di Silvia. Racconta di una giovane «all’apparenza molto socievole con i ragazzi, ma in realtà fragile e suggestionabile. Si fanno un’opinione di lei sbarazzina, ma sbagliata».
Amanda continua: «È una ragazza solare e di buona famiglia, molto gentile ed educata con tutti, non l’ho mai vista litigare con nessuno”
«Mi disse che aveva molto dolore»
Le immagini fornite da Amanda agli investigatori potrebbero rappresentare materiale importante ai fini delle indagini, assieme ai video registrati dai quattro ragazzi. La ragazza definita «consenziente» da Beppe Grillo proprio in riferimento ai video fino a quel momento messi a disposizione, ora risulterebbe invece essere uscita da quella notte piena di lividi.
«Non erano foto della casa» prosegue Amanda, «ma di lei. Ho visto i lividi in più parti del corpo e nei commenti mi ha anche aggiunto che aveva molto dolore».
«Roberta non fece nulla per aiutarla»
Silvia e Amanda, cinque giorni dopo la violenza, si sentono al telefono e parlano a lungo: «Mi aveva mandato un messaggio su Snapchat dicendo che mi doveva parlare di una cosa importante che le era successa». Nella confidenza che Silvia fa alla migliore amica sulla presunta violenza avvenuta quella sera a Porto Cervo, c’è anche il nome di Roberta, la ragazza presente con lei nella villa. «Mi diceva che le aveva raccontato le violenze subite e che voleva andare via. Ma Roberta le ha risposto che la cosa non le importava e si è rimessa a dormire».
Il comportamento di Roberta è uno degli argomenti di cui Amanda racconta di aver parlato con Silvia il 4 settembre, quando le due si incontrano per un pranzo. «Ero appena tornata dall’estero e mi ha raccontato di aver sporto denuncia per le violenze. Abbiamo commentato l’atteggiamento di Roberta quella notte. Silvia è molto arrabbiata con lei perché non è intervenuta in suo aiuto, non ha fatto nulla per evitare che avesse conseguenze maggiori». Roberta da parte sua ha raccontato di essere stata svegliata da Silvia, sostenendo che non le stia stato raccontato in quel momento delle violenze.
Nella testimonianza di Amanda, infine, si parla di Andrea, un amico in comune che aveva presentato a Silvia i quattro ragazzi e aveva trascorso la prima parte della serata al Billionaire insieme a loro: «Silvia mi disse che lui si era molto arrabbiato e che voleva andare a picchiare i genovesi per quello che avevano fatto».
(da agenzie)

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PERQUISITA LA CASA DEL SINDACO LEGHISTA DI FOGGIA, SEQUESTRATO IL CELLULARE INSIEME A DOCUMENTI

Maggio 6th, 2021 Riccardo Fucile

PROBABILE LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE PER INFILTRAZIONI MAFIOSE

Documenti e telefonini sono stati sequestrati dagli agenti di polizia dopo la perquisizione, fatta nei giorni scorsi, a casa dell’ex sindaco di Foggia Franco Landella (Lega) che ha rassegnato le sue dimissioni ieri.
Secondo quanto si apprende, i poliziotti avrebbero portato via i cellulari dell’ex primo cittadino e della moglie oltre ad alcuni documenti.
Landella ha rimesso ieri il proprio mandato. Complessivamente sono tre i consiglieri di maggioranza arrestati nel Comune di Foggia dove è al lavoro anche una commissione del Viminale per verificare eventuali infiltrazioni della criminalità. Ieri Landella ha annunciato le sue dimissioni. Il suo nome era tra quelli finiti nella relazione consegnata dalle forze dell’ordine ai membri della commissione del ministero dell’Interno. Che dovrà decidere se sciogliere o meno il Comune per infiltrazioni mafiose.
Il ministro dell’Interno, nelle scorse settimane, ha insediato una commissione per valutare se esistono le condizioni per lo scioglimento. Si parla di “collegamenti ambigui e discutibili di amministratori con soggetti orbitanti, se non appartenenti, a gruppi mafiosi locali”.
Secondo i racconti dei siti locali i clan hanno condizionato l’attività amministrativa del Comune nei lavori pubblici, i tributi, i servizi cimiteriali, dall’appetito famelico dei clan. Lo scopo è appropriarsi del controllo di strade e quant’altro in ogni angolo della città. E in qualsiasi momento.
Nella relazione consegnata ai membri della commissione è presente un paragrafo dedicato al primo cittadino. Eletto nel 2014 e confermato nel 2019 alla guida del comune. Che secondo il documento raccontato dal Fatto è “dilaniato dalle guerre tra le batterie “Moretti-Pellegrino”,“Sinesi – Francavilla” e “Trisciuoglio – Prencipe -Tolonese ” che negli ultimi anni avevano deciso di cambiare strategia: superando la spartizione del territorio e le sanguinose faide, avevano optato per una cassa comune in cui i soldi delle estorsioni sarebbero stati divisi fra i tre gruppi”.
(da agenzie)

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EX TERRORISTI ARRESTATI IN FRANCIA, LA PETRELLA RIVENDICA: “HO GIA’ FATTO 10 ANNI DI CARCERE E 30 DI ESILIO”

Maggio 5th, 2021 Riccardo Fucile

A PARIGI INIZIATO IL PROCESSO PER L’ESTRADIZIONE

Sono arrivati davanti al giudice verso le 18, dopo che l’udienza era stata spostata due volte. Inizia oggi, davanti alla Corte d’Appello di Parigi il processo per l’estradizione dei nove ex terroristi rossi arrestati a fine aprile in Francia.
Sono tutti stati condannati in via definitiva per reati di sangue e hanno dimorato finora in Francia grazie alla dottrina Mitterrand. La svolta il 28 aprile, dopo una serie di contatti tra il governo italiano e quello d’Oltralpe. Sono arrivati prima gli arresti e, nel giro di 24 ore, la libertà vigilata.
Per nove dei dieci terroristi per cui era stato emesso il mandato d’arresto – sono Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Patrella, Sergio Tornaghi, Giorgio Pietrostefani ai quali si aggiungono Luigi Bergamini e Raffaele Ventura, ancora in fuga Maurizio Di Marzio, per il quale oggi scatta la prescrizione – si apre ora un lungo iter che potrebbe durare anni. E culminare, se il giudice riterrà che ce ne siano le condizioni, con l’estradizione in Italia.
Oggi è solo il primo atto. E una parte di questo si consuma fuori dall’Aula. Non mancano i momenti di tensione, quando i giornalisti vengono insultati insultati in romanesco da una donna che si trova nel gruppo degli ex terroristi che stava entrando nel corridoio che porta l’aula del tribunale: “Pezzi di merda”, avrebbe urlato.
Gli ex terroristi arrivano in mascherina, con i loro avvocati. Gli scatti dei fotografi immortalano Raffaele Ventura, che inizialmente era sfuggito agli arresti e poi si è costituito, e Giorgio Pietrostefani, condannato per l’omicidio Calabresi, il più anziano di tutti, quasi ottantenne.
Le ultime immagini che si hanno di lui, così come degli altri arrestati, risalgono a tanti anni fa. Anni trascorsi in Francia, mentre l’Italia ne chiedeva il ritorno per far loro scontare le pene.
Arriva anche Marina Petrella, ex Br oggi 66enne condannata all’ergastolo, e si ferma qualche secondo a parlare con i cronisti: “Vi rendo partecipi del mio dolore, sono sconvolta”, dice in francese. Sessantasette anni, anche lei brigatista e condannata all’ergastolo, sostiene: “Stiamo arrivando verso la fine. Stiamo raschiando il fondo del barile. Io ho vissuto tutti questi anni con un grande dolore. Dolore e compassione per le vittime, per tutte le vittime. Per le famiglie coinvolte, compresa la mia. Da parte mia, ho fatto 10 anni di carcere, fra Italia e Francia. E 30 di esilio, una pena senza sconti e senza grazie. Che ti impedisce di tornare nella tua terra”. Parole che, forse, faranno discutere.
In aula, intanto, si celebra il rito. Il primo a entrare è Sergio Tornaghi, ex brigatista. La corte comincia leggendogli le condanne subite – in questo caso l’ergastolo – e le richieste dell’Italia. Lo stesso procedimento verrà fatto poi anche con gli altri. Le prime formalità, che preludono a un processo che non sarà breve né semplice.
Intanto, mentre i familiari delle vittime in Italia chiedono giustizia – chiarendo che non cercano vendetta – gli intellettuali francesi continuano con le iniziative a sostegno degli ex terroristi.
Il quotidiano Liberation ha dedicato questa mattina due pagine all’appello di un gruppo di intellettuali al presidente Emmanuel Macron contro la concessione dell’estradizione. Nell’appello si ricorda la concessione dell’accoglienza durante la presidenza di Francois Mitterrand, negli anni Ottanta, la nuova vita in Francia degli ex militanti italiani, che hanno rinunciato alle armi e alla violenza, le loro nuove famiglie. Viene invocata l’amnistia in Italia, un gesto che – secondo loro – consentirebbe al Parlamento di “voltare pagina e di guardare al futuro”.
(da agenzie)

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IL SINDACO LEGHISTA DI FOGGIA CHE SI DIMETTE, IL CONSIGLIERE DI FRATELLI D’ITALIA ARRESTATO E LA RETE DI MAFIOSI

Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile

LA COMMISSIONE DEL MINISTERO DELL’INTERNO STAVA PER DECRETARE LO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE PER INFILTRAZIONE MAFIOSA

C’è anche il nome del sindaco di Foggia Franco Landella, entrato nella Lega di Matteo Salvini, tra quelli finiti nella relazione consegnata dalle forze dell’ordine ai membri della commissione del ministero dell’Interno. Che dovrà decidere se sciogliere o meno il Comune per infiltrazioni mafiose.
Il ministro dell’Interno, nelle scorse settimane, ha insediato una commissione per valutare se esistono le condizioni per lo scioglimento. Si parla di “collegamenti ambigui e discutibili di amministratori con soggetti orbitanti, se non appartenenti, a gruppi mafiosi locali”.
Secondo i racconti dei siti locali l’attività amministrativa del Comune sarebbe stata condizionata dai clan nei lavori pubblici, i tributi, i servizi cimiteriali, dall’appetito famelico dei clan. Lo scopo è appropriarsi del controllo di strade e quant’altro in ogni angolo della città. E in qualsiasi momento.
Nella relazione consegnata ai membri della commissione è presente un paragrafo dedicato al primo cittadino. Eletto nel 2014 e confermato nel 2019 alla guida del comune. Che secondo il documento raccontato dal Fatto è “dilaniato dalle guerre tra le batterie “Moretti-Pellegrino”,“Sinesi – Francavilla” e “Trisciuoglio – Prencipe -Tolonese ” che negli ultimi anni avevano deciso di cambiare strategia: superando la spartizione del territorio e le sanguinose faide, avevano optato per una cassa comune in cui i soldi delle estorsioni sarebbero stati divisi fra i tre gruppi”.
Nel documento visionato dal Fatto si parla dei rapporti con esponenti della “Società foggiana”: gli investigatori scrivono, ad esempio, che nelle Regionali 2010, pur non eletto, Landella avrebbe avuto “annoverato tra i suoi più fattivi sostenitori, alcuni componenti della famiglia ‘Piserchia’, noti pregiudicati in materia di traffico di stupefacenti”.
Gli investigatori, inoltre, ricordano che sua moglie è cugina di Claudio Di Donna coinvolto nel 2009 in un’inchiesta per associazione mafiosa. E che suo figlio è stato denunciato per truffa aggravata in concorso con Francesca Bruno, compagna di Antonio Tizzano, figlio di Francesco Tizzano definito “esponente di rilievo della batteria Moretti-Pellegrino”.
Il comune di Foggia a rischio scioglimento
Ci sono poi i nomi dei consiglieri comunali, degli ex assessori e dei dipendenti di Foggia ritenuti vicini ai clan.
C’è un’accusa anche per Bruno Longo, consigliere di Fratelli d’Italia arrestato lo scorso febbraio per tangenti. Nei prossimi mesi la commissione dovrà decidere se la criminalità ha controllato il Comune. Si parla di costruttori, imprese funebri, sale scommesse, i fantini in corsa negli ippodromi, imprese di trasporti e dell’industria alimentare, commercianti. E persino gli ambulanti del mercato settimanale.
(da “il Fatto Quotidiano”)

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FONDI LEGA, LA PROCURA DI MILANO CHIEDE 4 ANNI E 8 MESI DI CARCERE PER I CONTABILI DELLA LEGA

Maggio 4th, 2021 Riccardo Fucile

4 ANNI E 8 MESI PER DI RUBBA, 4 ANNI PER MANZONI … HANNO CHIESTO IL RITO ABBREVIATO CHE CONSENTE UNO SCONTO DI PENA DI UN TERZO

Quattro anni e otto mesi per Alberto Di Rubba, quattro anni per Andrea Manzoni. Sono queste le richieste di condanna avanzate dal procuratore aggiunto di Milano Eugenio Fusco e dal pm Stefano Civardi nei confronti dei due revisori contabili della Lega in Parlamento. Di Rubba e Manzoni sono imputati nel processo abbreviato – nell’udienza che si svolge a porte chiuse e consente lo sconto di un terzo della pena – , davanti al gup Guido Salvini, per il caso della compravendita del capannone di Cormano, acquistato dalla Lombardia Film Commission, con la quale sarebbero stati drenati 800mila euro di fondi pubblici.
Nel processo, filone dell’inchiesta milanese che sta scavando anche su presunti fondi neri per il Carroccio, i due sono accusati di peculato, turbativa e reati fiscali.
Per Di Rubba è stata formulata la richiesta di pena più alta, 4 anni e 8 mesi, in quanto “incaricato di pubblico servizio” perché in quel periodo era presidente di Lombardia film commission.
Sia lui che Manzoni (chiesti 4 anni) sono ai domiciliari dallo scorso settembre, mentre l’imprenditore Francesco Barachetti, ritenuto dai pm vicino alla Lega e che si occupò sulla carta della ristrutturazione dell’immobile, è a processo con rito ordinario davanti alla settima penale.
I due contabili, come detto, sono imputati per peculato e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (i reati fiscali sono stati stralciati e non sono nelle imputazioni del processo). Tre persone, invece, tra cui il commercialista Michele Scillieri e il presunto prestanome Luca Sostegni, hanno già patteggiato. In aula, intanto, sono intervenute per le richieste danni le parti civili Comune di Milano e Lombardia Film Commission, partecipata da Comune e Regione Lombardia. Poi parola alla difesa col legale Piermaria Corso. La sentenza arriverà in altra data, non oggi.
(da agenzie)

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CASO CIRO GRILLO, IL TERRIBILE RACCONTO DELLA 19ENNE: “STUPRATA SETTE VOLTE, MI CHIAMAVANO CAGNA”

Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

DEPOSITATI GLI ATTI, CI SONO TRE FOTO INEQUIVOCABILI

“Mi hanno fatto bere la vodka, afferrandomi per il collo. Poi mi hanno portata nel letto e mi hanno stuprata. Mi tenevano ferma su un letto e mi penetravano a turno, dicendosi dai ora tocca a me, per sei o sette volte”, è il drammatico racconto della giovane studentessa di 19 anni vittima dei presunti abusi sessuali avvenuti in una villa di Cala di Volpe, in Sardegna, nel luglio del 2019 e di cui sono accusati Ciro Grillo, il figlio di Beppe Grillo, e suoi 3 amici: Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria. Tutto è iniziato con l’incontro tra la ragazza e il gruppo di giovani durante una serata nella discoteca Billionaire dove la 19enne era andata insieme ad una compagna di classe.
La prima violenza sulla 19enne
Secondo la ricostruzione fornita ai carabinieri dalla vittima, al momento di lasciare il locale, alle 5 del mattino del 17 luglio, non c’erano taxi e così e le due giovani hanno accettato l’invito dei ragazzi a fermarsi a dormire a casa loro.
Qui, secondo i verbali delle dichiarazioni rilasciate dalla giovane milanese e pubblicati sul quotidiano “La Verità”, si sarebbe consumata la violenza sessuale di gruppo. Dopo una cena insieme e le prime avance rifiutate, per la ragazza sarebbe iniziata la notte da incubo. Il primo rapporto sessuale sarebbe avvenuto con Corsiglia una volta a letto. “Mi ha preso per i capelli indirizzandomi la testa verso il suo pene, dicendomi cagna apri la bocca e mi chiedeva di fargli sesso orale. Inizialmente ho resistito ma lui continuava a farmi violenza. Io mi dimenavo perché non volevo, ma non riuscivo a contrastarlo completamente perché non mi sentivo bene” è il terribile racconto della giovane. La violenza sarebbe poi proseguita anche in bagno, sotto la doccia: “Mi teneva con la mano il collo, tenendomi bloccata di spalle e mi penetrava. Per due volte gli ho detto di smetterla, che era un animale, uno stronzo, ma lui ha continuato più forte, tirandomi i capelli e baciandomi sul collo”.
La vittima in lacrime convinta a restare
Dopo la violenza subita, la ragazza in lacrime si sarebbe rivolta all’amica che stava dormendo sul divano in salotto per invitarla ad andare via, spiegandole la situazione. Questa però non l’ha assecondata: “Le dicevo ‘mi hanno violentata’. Inizialmente non capiva e glielo ripetevo, poi le chiedevo se potevamo andare a casa. Si è seduta sul divano e mi ha fatto spallucce”. A questo punto l’intervento degli altri ragazzi che l’avrebbero convinta a desistere dall’andare via e poi avrebbero violentato a loro volta la giovane.
La violenza di gruppo
“A quel punto intervenne un altro dei ragazzi, Vittorio Lauria, che nonostante io gli dicessi che un loro amico mi aveva violentata e che loro non erano intervenuti, ha cominciato a provarci. Poi verso le 9 del mattino mi hanno fatto bere la vodka, afferrandomi per il collo. Sentivo che mi girava la testa dopo aver bevuto, non ricordo bene. Poi mi hanno portata nel letto matrimoniale e mi hanno stuprata” ha raccontato la ragazza. A questo punto la violenza di gruppo. Documentata in parte dai video girati con i telefonini dai presunti violentatori.
Terribile la sequenza raccontata dalla vittima: “Sentivo che si chiamavano per nome tra di loro e si dicevano ‘ora tocca a me, dai spostati’ e sentivo che si davano il cambio. Uno mi tirava i capelli e mi tiravano schiaffi sulle natiche e sulla schiena. Mi girava la testa e continuavo a cadere in avanti. Ho visto nero, da quel momento non ricordo più nulla, ho perso conoscenza”. La vittima dello stupro però l’indomani si sarebbe confidata con altre ragazze, una milanese e due norvegesi.
Intanto i genitori la raggiungono in Palau due giorni dopo. Ma lei solo una settimana dopo, il 24 luglio, a Milano avrebbe confidato tutto alla mamma. Il 26 luglio la denuncia ai carabinieri.
Le foto
Grillo, Capitta e Lauria sono accusati di violenza sessuale di gruppo anche ai danni di Roberta, l’amica di Silvia. In particolare il figlio del fondatore del M5s avrebbe «appoggiato i propri genitali» sulla testa della ragazza alla presenza di Lauria, mentre Capitta scattava una foto. Roberta, anche questo un nome di fantasia per tutelare la vittima, era «in stato di incoscienza perché addormentata» e veniva «costretta a subire tale atto sessuale». Agli atti sono state allegate in particolare tre fotografie, di cui inizialmente non si conosceva la responsabilità riguardo le singole condotte. Gli interrogatori di tutti e quattro i ragazzi, richiesti dai difensori e avvenuti nel corso degli ultimi 15 giorni, invece, hanno reso possibile modificare il capo d’accusa in questione, come riportato dall’agenzia di stampa Adnkronos, nel nuovo avviso di chiusura delle indagini notificato oggi.
(da agenzie)

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CONSIGLIERE COMUNALE EX FRATELLI D’ITALIA ARRESTATO IN OPERAZIONE ANTIDROGA, ACCUSATO DI SPACCIO DI COCAINA

Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile

51 ANNI, ELETTO CON UNA LISTA CIVICA, UN PASSATO NEL PARTITO DELLA MELONI

C’è anche un consigliere comunale di San Lorenzo al Mare tra i 15 arresti eseguiti dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’operazione antidroga coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova – Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, in collaborazione con la Procura della Repubblica di Imperia.
Il consigliere arrestato è Giovanni Stramare, 51 anni, ex Fratelli d’Italia, eletto nella lista Civica San Lorenzo Oggi, a sostegno del candidato Sindaco Lorenza Bellini, oggi all’opposizione.
Stramare è stato tratto in arresto all’alba di martedì mattina dalla Guarda di Finanza, a San Lorenzo al Mare. E’ accusato di aver ceduto cocaina a diverse persone. Dopo essere stato accompagnato presso la Caserma delle Fiamme Gialle, in piazza De Amicis, a Imperia, è stato tradotto in carcere.
Contattato da ImperiaPost, il Sindaco Paolo Tornatore ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.
L’inchiesta
Le indagini, inizialmente finalizzate a determinare i contorni delle attività di spaccio di alcuni dei soggetti indagati, operanti tra Imperia e i comuni limitrofi, hanno consentito di individuare un’associazione a delinquere, facente riferimento ad una famiglia di residente a Loano (SV), che si avvaleva di una capillare schiera di pusher, anche italiani, attivi tra le province di Imperia e Savona.
Le indagini, eseguite dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Imperia, hanno consentito di documentare e ricostruire oltre 7 mila episodi di minuto spaccio, in gran parte riguardanti la cessione di un grammo, o anche meno, di cocaina, nei confronti di una platea alquanto eterogenea di assuntori per età, estrazione sociale e attività lavorativa svolta.
Come ricostruito dalla Fiamme Gialle, a fronte di un giro di affari di circa 520.000 euro, prodotto in circa un anno, l’organizzazione criminale conseguiva guadagni netti prudenzialmente quantificati in 225.000 euro.
(da Imperiapost)

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