Maggio 3rd, 2021 Riccardo Fucile
ANTONIO CIONTOLI DOVRA’ SCONTARE 14 ANNI PER OMICIDIO VOLONTARIO…. LA MOGLIE E I FIGLI 9 ANNI E 4 MESI PER CONCORSO
Sull’assurda morte di Marco Vannini la giustizia italiana ha messo la parola fine. 
La Cassazione ha infatti confermato la condanna a 14 anni di carcere per Antonio Ciontoli, accusato dell’omicidio volontario del ventenne, allora fidanzato della figlia. Confermate anche le condanne a nove anni e quattro mesi per la moglie di Ciontoli, Maria Pizzillo e ai due figli Federico e Martina Ciontoli.
Rigettati tutti i ricorsi delle difese. La sentenza, accolta da un lungo applauso, è arrivata, dopo quasi quattro ore di camera di consiglio, dalla quinta sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Paolo Antonio Bruno.
L’unica modifica apportata dai giudici della Cassazione al dispositivo della sentenza d’appello riguarda la specificazione del reato per Maria Pezzillo e i figli Martina e Federico. I giudici, spiegano fonti della difesa, hanno trasformato il “concorso anomalo” in “concorso semplice attenuato dal minimo ruolo e apporto causale”.
Ma con questa modifica nulla cambia ai fini delle pene, che restano le stesse inflitte nell’appello bis nel settembre scorso.
L’accusa. “Tutti mentirono. Tutti hanno tenuto condotte omissive e reticenti”. È quanto sostenuto dal sostituto procuratore generale della Cassazione, Olga Mignolo, nel corso della requisitoria nel processo per l’omicidio di Marco Vannini, morto con un foro di pistola al petto, nel maggio 2015, nel bagno della casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli, a Ladispoli.
La procuratore generale ha sottolineato come “l’unico a poter mettere in crisi la ricostruzione di Antonio Ciontoli e riferire cosa accadde quella notte era proprio Marco Vannini”, per gli imputati dunque era “preferibile alla sua sopravvivenza”.
La difesa. Una “sentenza di una illogicità grossolana”, “disseminata di insensatezze argomentative”. Così l’avvocato Gian Domenico Caiazza, uno dei difensori della famiglia Ciontoli, ha definito quella emessa dalla Corte d’assise d’appello di Roma. “Chiediamo alla Cassazione – ha detto Caiazza, interpellato durante una pausa dell’udienza – di annullare con rinvio quella sentenza, nella quale ci sono eclatanti contraddizioni”. Parlare di omicidio volontario con dolo eventuale, secondo il penalista, “non è compatibile con il fatto che sono stati chiamati i soccorsi, avvisati i genitori di Vannini quando era ancora in vita e parlato con il medico”.
I fatti. Torniamo alla sera del 17 maggio 2015, sera in cui Marco Vannini, 20 anni, viene colpito a morte da un proiettile. Marco è a Ladispoli, ospite nella casa della famiglia della sua fidanzata, Martina Ciontoli. Si conoscono da tre anni ed è normale che il ragazzo rimanga lì a dormire. In casa ci sono i genitori di Martina, Antonio Ciontoli e Maria Pezzillo, il fratello Federico e la sua fidanzata Viola. Antonio Ciontoli è un uomo piuttosto in vista in città, ricoprendo il ruolo di sottufficiale della Marina militare distaccato ai servizi segreti.
Su ciò che accade in realtà dentro a quella villetta di certo c’è ben poco, a parte il colpo di pistola che uccide Marco. Perché gli unici presenti sono coloro che oggi sono stati condannati e che in questi anni, questo lo sappiamo con certezza, hanno raccontato più di una bugia.
Innanzitutto sulla dinamica, che rimane ancora abbastanza oscura. Secondo il suo ricordo, Antonio Ciontoli avrebbe puntato la sua Beretta calibro 9 contro Marco che in quel momento si stava lavando nella vasca. E poi sarebbe partito un colpo in maniera accidentale. Ma da quel momento la famiglia Ciontoli decide di fare qualsiasi cosa, tranne l’unica da fare realmente. Ovvero chiamare i soccorsi. Con tutta probabilità, soprattutto nel capofamiglia, prevale il timore che la sua reputazione possa essere infangata
In nessuna delle due chiamate al 118 infatti i Ciontoli avvertono che Marco è stato ferito con un’arma da fuoco. Anzi mentono. Prima Antonio, spiegando a una infermiera che il ragazzo si è ferito con una punta del pettine. Poi la moglie di Antonio che, nell’avvisare i genitori del ricovero in ospedale del figlio, afferma: “È caduto dalle scale ma non dovete preoccuparvi”.
Antonio Ciontoli poi giustificherà in lacrime la sua bugia con la paura di perdere il lavoro. A noi rimangono solo gli audio delle due telefonate al 118 e in sottofondo le urla straziate dal dolore di Marco che chiede aiuto.
Vannini morirà dopo quasi quattro ore di agonia. I medici sono certi che se fosse stato trasportato in emergenza subito dopo lo sparo, ora sarebbe vivo. Pensiero che viene ripreso dalla Corte di Cassazione nella sentenza del 7 febbraio 2020 con cui è stata annullata la decisione della Corte d’Appello in cui si derubricava l’omicidio in colposo, anziché volontario, e si riduceva la pena per Antonio Ciontoli a cinque anni di carcere. In primo grado era stato riconosciuto colpevole per omicidio volontario con dolo eventuale e condannato a 14 anni di reclusione.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Maggio 1st, 2021 Riccardo Fucile
DA “IL COVID NON ESISTE” ALL’ODIO VERSO I MIGRANTI
Si chiamano Paolo Pluda, 52 anni di Brescia, e Nicola Zanardelli, 51 anni di
Monticelli Brusati (Brescia).
I due, appartenenti alla galassia No Vax, sono stati arrestati oggi, 1 maggio, con l’accusa di terrorismo.
Secondo l’accusa, avrebbero organizzato l’attentato incendiario (con tanto di lancio di due molotov), lo scorso 3 aprile, ai danni del centro tamponi e vaccini di via Morelli a Brescia con lo scopo di «bloccare e sabotare la campagna vaccinale in corso».
Pluda e Zanardelli pubblicavano ogni giorno decine e decine di post sui propri profili social. Quasi tutti sul Covid, contro il governo, contro i vaccini, contro una presunta dittatura sanitaria. Era diventata un’ossessione.
Pluda, ad esempio, il giorno dell’attentato, lo scorso 3 aprile, scriveva sul suo profilo Facebook: «Se vogliamo distruggere il nemico dobbiamo usare la stessa arma “la paura” e la loro paura è la nostra unione. Non ci sono altre soluzioni».
In occasione di una manifestazione No vax, organizzata in centro a Verona il 27 febbraio scorso, Pluda si presentava con il cartello «Stop dittatura sanitaria e finanziaria, cittadini liberi», come si vede nella foto copertina pubblicata sul suo profilo Facebook.
E ancora – si legge – «non mi vaccino, non sono una cavia, basta restrizioni inutili, basta prese per il culo, è ora di tornare a vivere».
Pluda non risparmia nessuno: ce l’ha con i giornalisti, con l’uso della moneta elettronica e con i migranti: «I 35 euro al giorno invece di darli ai migranti dateli alle attività che state facendo fallire».
Nicola Zanardelli, sempre su Facebook, invocava addirittura l’arresto del ministro della Salute Roberto Speranza «per strage».
In due post differenti, pubblicati sui social, Zanardelli sosteneva senza mezzi termini che la «pandemia non esiste e che il vaccino è una inculata». Non solo. Secondo lui, il «genocidio di Bergamo» è riconducibile a «una influenza stagionale spacciata per pandemia».
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Maggio 1st, 2021 Riccardo Fucile
IL SUICIDIO GIUDIZIARIO DI LAURIA CON LE CONFIDENZE A CORONA GIRATE A GILETTI: COME STRATEGIA DIFENSIVA CHERNOBYL HA FATTO MENO DANNI
Adesso sappiamo che Beppe Grillo, nell’ormai noto video suicida, una verità l’aveva detta: dei quattro indagati, almeno uno coglioncello lo è per davvero. E senza bisogno di leggere le carte. A quanto pare, infatti, Vittorio Lauria, quello che dei quattro viene puntualmente descritto dalla stampa come “il meno abbiente” sembrerebbe essere anche il meno furbo. Si tratta infatti dell’unico indagato che ha pensato bene di rilasciare al telefono delle dichiarazioni sul presunto stupro della ragazza in Sardegna. E di rilasciarle, qui sta il bello, a una persona ai domiciliari che poco più di un mese fa diceva di sé “Sono uno psicopatico”: Fabrizio Corona.
Il custode ideale di qualunque confidenza, soprattutto se quella confidenza potrebbe costare un futuro nelle patrie galere.
Fabrizio Corona che ad aprile, dopo essere rientrato in carcere per l’ennesima volta, esce dal carcere per l’ennesima volta tra spettacolari atti di autolesionismo e una diagnosi di incompatibilità col regime carcerario per ragioni psichiatriche. Insomma, è troppo compromesso da un punto di vista della salute mentale per sopportare il carcere, ma fuori dal carcere torna lucidissimo.
E così, dopo essersi procurato il numero di telefono di Vittorio Lauria, lo chiama – pare – senza palesargli le sue intenzioni di cedere la telefonata a un programma tv, e registra la chiamata all’insaputa del ragazzo.
Sembra che anzi, Corona gli abbia espresso solidarietà per la bufera mediatica, recitando con abilità la parte del “ci sono passato anche io”. Il fesso gli spiffera tutto (“la ragazza aveva bevuto”, “Grillo non doveva fare quel video” etc…) e la domenica si ritrova le sue confidenze in onda da Giletti. Strano, eppure Fabrizio sembrava così affidabile. Chi l’avrebbe mai detto.
Insomma, Corona esce dal carcere, va ai domiciliari e si riforma all’istante la coppia di cronisti d’assalto Corona/Giletti, dopo il precedente successo della trattazione in tandem del caso Genovese, tra denunce varie, diffide, presunte stuprate portate in tv con cachet e mediazione di Corona.
E, non bastasse, nella giornata di giovedì un durissimo richiamo di Agcom recitava così: “Nella seduta di oggi il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, all’unanimità, ha adottato una delibera di richiamo nei confronti de La7 per il programma Non è l’Arena in merito alle trasmissioni dedicate al caso Alberto Genovese. (…) La trattazione del caso non sempre ha assicurato il doveroso equilibrio tra informazione e rispetto della riservatezza delle indagini e dei diritti alla dignità, all’onore e alla reputazione delle persone. (…) Al di là del legittimo diritto di cronaca e della rilevanza sociale del tema, tornare sulla stessa vicenda per così tante volte ha portato all’estrema pubblicizzazione del dramma personale, enfatizzando e spettacolarizzando eventi che in definitiva hanno amplificato le sofferenze delle stesse giovani donne coinvolte (…). Il confronto fra diverse tesi non sembra essere stato adeguatamente garantito, in quanto la lunga ‘serializzazione’ della vicenda ha inevitabilmente ingenerato, anche nello spettatore più attento, il rischio di confusione tra i ruoli delle parti coinvolte, determinando sia una sorta di vittimizzazione secondaria sia, in definitiva, la perdita dell’efficacia informativa e sociale dell’approfondimento”.
Proprio come avevamo scritto giorni fa sul Fatto, la trattazione superficiale e sguaiata a Non è l’Arena di un evento drammatico come la violenza sessuale può generare ulteriori sofferenze alla vittima (il triste fenomeno della vittimizzazione secondaria, appunto).
Massimo Giletti, mollato il caso Genovese, sta adottando lo stesso schema con il caso Grillo: testimonianze della ragazza su posizioni sessuali e rapporti orali trascritte sul megaschermo dietro di lui, e telefonate agli indagati affidate a Fabrizio Corona che registra le conversazioni e le cede – si presume con un cospicuo accordo economico di base – allo stesso Giletti. Una condotta che potrebbe anche essere valutata sul profilo penale, tra le altre cose.
Se uno è incompatibile col regime carcerario, viene insomma da chiedersi se l’altro sia compatibile col regime dell’informazione.
Nel frattempo, tra Grillo che fa il video, Lauria che parla con Corona, l’avvocato di Lauria che lo molla perché l’assistito parla con Corona, le amiche di Lauria che raccontano di aver visto il video del presunto stupro con conseguente ulteriore sospetto che i ragazzi siano colpevoli pure di revenge porn, possiamo dire che sulle responsabilità penali nella vicenda si esprimeranno eventualmente i giudici.
Sulla pura e semplice strategia difensiva mi esprimo già io: Chernobyl ha fatto meno danni.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Maggio 1st, 2021 Riccardo Fucile
“DOBBIAMO USARE LA PAURA PER DISTRUGGERE IL NEMICO”: I PROCLAMI FARNETICANTI DEI DUE NEGAZIONISTI OVER 50
Sono Paolo Pluda, 52 anni, e Nicola Zanardeli, 51, i due no vax accusati
dell’attentato all’hub di Brescia e arrestati dal Ros.
Secondo le indagini, prima dell’attacco Pluda aveva anche postato sul profilo Facebook la frase “se vogliamo distruggere il nemico dobbiamo usare la stessa arma ‘la paura’ e la loro paura è la nostra unione. Non ci sono altre soluzioni”.
L’obiettivo – secondo gli investigatori – era di “bloccare e sabotare la campagna vaccinale in corso, intimidendo la popolazione ed alimentando il clima d’incertezza del particolare momento storico, e reiterare nel breve termine ulteriori azioni violente e di danneggiamento”.
Lo scorso 3 aprile due molotov furono lanciate con l’hub vaccinale di via Morelli a Brescia (dove vengono somministrate un migliaio dosi al giorno), causando dei danni ad uno dei padiglioni del complesso. L’incendio alimentato dagli ordigni, per fortuna non propagatosi all’intero padiglione, avrebbe potuto causare gravi danni alla struttura nella quale erano stoccate diverse centinaia di dosi di vaccino.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Aprile 30th, 2021 Riccardo Fucile
IN PRATICA HA AMMESSO CHE LA RAGAZZA NON ERA CAPACE DI INTENDERE E DI VOLERE A CAUSA DELLA VODKA CHE LE ERA STATA FATTA BERE … IL MESSAGGIO DEI RAGAZZI INTERCETTATO: “3 CONTRO UNA”
Perché Paolo Costa, l’avvocato che fino a ieri difendeva Vittorio Lauria, uno dei
tre ragazzi indagati assieme a Ciro Grillo per stupro di gruppo ai danni della 19enne Silvia, ha improvvisamente deciso di rimettere il suo mandato?
Ufficialmente per «divergenze sulla condotta extraprocessuale». Una locuzione sufficientemente vaga per alimentare diversi retroscena, che hanno tutti però un elemento in comune: lo strappo è stato provocato dall’intervista rilasciata da Lauria alla trasmissione televisiva Non è l’Arena.
A raccogliere la voce del ragazzo, secondo il quotidiano La Verità, sarebbe stato Fabrizio Corona. Lauria sarebbe infatti un «grande fan» dell’ex fotografo, appena tornato agli arresti domiciliari, e lo avrebbe «ricontattato dopo aver trovato sul cellulare un suo messaggio».
Un altro quotidiano, la Repubblica, sottolinea come durante l’intervista mandata in onda da Massimo Giletti, l’indagato avrebbe commesso un errore che potrebbe costare molto a tutti i ragazzi sotto inchiesta e che avrebbe spinto il legale a fare un passo indietro.
Una frase in particolare, che descriverebbe quali fossero le condizioni della 19enne quando sono avvenuti i fatti contestati: «Non l’abbiamo costretta a bere, è lei che l’ha presa (la bottiglia di vodka, ndr). Per sfida lei l’ha bevuta tutta, gocciolandola, ma non era tanta, era un quarto di vodka… noi non riuscivamo a berla, e lei ha detto “dai che ce la faccio” e se l’è bevuta».
Il punto, però, è che se la ragazza aveva effettivamente bevuto molto, forse fino a ubriacarsi, continuando a farlo anche nella casa di Porto Cervo in cui si sarebbe consumata la violenza sessuale dopo la serata trascorsa al Billionaire, diventa difficile sostenere che non si trovasse in quella condizione di inferiorità psichica e fisica che, secondo la legge, non le consentiva un consenso cosciente.
Se anche fosse vero che i quattro ragazzi non l’hanno costretta a bere, come lei invece racconta, avrebbero comunque potuto approfittare del suo stato di minorata difesa. E tanto basterebbe per integrare il reato di violenza sessuale di gruppo.
«Gli avevo detto di non rilasciare interviste», ha detto ancora l’avvocato Costa per spiegare perché ha rimesso il mandato, «ma lui lo ha fatto lo stesso. Mi dispiace anche per i miei colleghi, con cui avevamo fatto un gran lavoro».
L’elemento del tasso alcolico potrebbe inoltre fare il paio con quello della superiorità fisica: «3 vs 1», dicono i ragazzi in un messaggio intercettato.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Aprile 30th, 2021 Riccardo Fucile
“20.000 EURO IN CAMBIO DELL’APPROVAZIONE DI UNA DELIBERA”
La Polizia di Stato ha eseguito a Foggia una ordinanza di custodia cautelare,
emessa dal gip del Tribunale di Foggia, su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti di due consiglieri comunali del capoluogo. Uno dei due è Leonardo Iaccarino, diventato conosciuto per aver sparato a salve dal balcone a Capodanno
L’altro consigliere è C. A.. Oltre ai due consigliere è stato arrestato anche un imprenditore, L. F., 51 anni.
I destinatari del provvedimento restrittivo sono ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di corruzione, tentata induzione indebita e peculato.
Dalle indagini, svolte dalla Squadra Mobile, dalla Digos e dal Servizio Centrale Operativo, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Foggia, è emerso che il consigliere comunale I.L., in cambio di denaro ed altra utilità, avrebbe favorito, compiendo un atto contrario ai doveri d’ufficio, l’imprenditore L.F. nella liquidazione di una somma di denaro che vantava nei confronti del Comune di Foggia per la fornitura di prodotti fitosanitari necessari per l’attività dell’azienda agricola comunale Masseria Giardino.
Sono emersi, inoltre, gravi indizi di colpevolezza nei confronti di I.L. e del consigliere comunale C.A. che avrebbero tentato di indurre un imprenditore foggiano a versare una somma di denaro di circa 20.000 euro per ottenere l’approvazione di una delibera comunale a favore di una società riconducibile allo stesso imprenditore.
Il consigliere Iaccarino. è stato portato in carcere mentre il suo collega C. A. si trova agli arresti domiciliari. L’imprenditore L. F. è destinatario della misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. I.L. è ritenuto responsabile anche di una serie di peculati.
Secondo l’accusa in più occasioni, nell’arco di poco più di tre mesi, si sarebbe appropriato di denaro di cui aveva la disponibilità per ragioni del suo ufficio e che destinava all’acquisto di beni per sé. Sono tuttora in corso approfondimenti investigativi per verificare ulteriori ipotesi di reato collegate e il coinvolgimento di altri soggetti nelle condotte delittuose
Leonardo Iaccarino, ex presidente dell’assemblea municipale di Foggia, uno dei due consiglieri comunali arrestati questa mattina dalla Polizia di Stato, in esecuzione di una misura cautelare emessa dall’autorità giudiziaria, con le accuse di corruzione e peculato, subito dopo le polemiche e le critiche ricevute a seguito del video pubblicato sui social in cui il massimo rappresentante dell’assise esplodeva colpi d’arma di pistola caricata a salve, dal balcone di casa durante i festeggiamenti del capodanno, aveva annunciato le sue dimissioni.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Aprile 29th, 2021 Riccardo Fucile
“IL CICLO DELLA VENDETTA E’ FINITO, ARRIVA IL CICLO DELLA GIUSTIZIA, IL PARLAMENTO ITALIANO VOTI LA LEGGE SUL’AMNISTIA VOLTANDO PAGINA”
Come era già accaduto nel 2008 – quando la Francia aveva concesso
l’estradizione in Italia della ex brigatista Marina Petrella scatendando manifestazioni a Parigi fino al passo indietro del governo – gli intellettuali francesi sono scesi in campo in difesa dei terroristi italiani riparati oltralpe. L
o hanno fatto con una lettera collettiva e pubblica indirizzata al presidente Emmanuel Macron: tra i firmatari c’è anche Valeria Bruni Tedeschi, l’attrice e regista italiana naturalizzata francese e sorella di Carla Bruni Sarkozy.
Nella lettera appello, pubblicata oggi su Libération, ricordano lo spirito della Dottrina Mitterand, in base alla quale “gli attivisti italiani di estrema sinistra impegnati nella violenza politica negli anni ’70 sono stati accolti nel nostro Paese con l’espressa condizione di abbandonare ogni attività illegale”. Una decisione presa da un presidente su cui, a parere dei firmatari, “non si può tornare indietro nel tempo o cambiare gli eventi”.
“Quarant’anni fa – scrivono – diverse decine di persone sono uscite dalla clandestinità, hanno deposto le armi, hanno fatto esaminare i loro fascicoli dalle massime autorità dei servizi di intelligence, polizia e giustizia francesi: la loro permanenza in Francia è stata accettata, poi formalizzata dal rilascio dei permessi di soggiorno”.
“Alcuni – continua l’appello – si sono sposati, creando così coppie con doppia nazionalità, molti hanno avuto figli che ora sono cittadini francesi, a volte nipoti, anche loro francesi. Hanno contribuito alla ricchezza nazionale attraverso il loro lavoro per diversi decenni, alcuni sono stati persino impiegati dallo Stato francese. Tutti hanno mantenuto il loro impegno a rinunciare alla violenza”.
Gli intellettuali ricordano che si tratta di “persone che hanno oggi tra i 65 e gli 80 anni” con tutti gli acciacchi legati alla loro età, e sostengono che “alcuni in Italia li usano come comodi spaventapasseri per scopi politici interni che non ci riguardano. La loro campagna equivale ad accusare decine di funzionari dei nostri servizi amministrativi, la polizia, la giustizia e l’amministrazione della Repubblica francese di avere, per quarant’anni, protetto degli assassini”.
“Nell’agosto 2019 – scrivono – l’Italia ha ratificato la Convenzione europea sull’estradizione tra Stati membri dell’Unione Europea, che era stata attenta a non firmare dal 1996. Questa iniziativa aveva come unico obiettivo l’annullamento delle decisioni francesi relative a queste persone. Secondo le nostre norme legali, i fascicoli in questione sono tutti prescritti e non possono dar luogo ad estradizioni a distanza di quaranta o addirittura cinquant’anni dal fatto. Assimilare le persone accolte dalla Repubblica francese ai nazisti nascosti da una dittatura in Medio Oriente è mostrare un relativismo che può solo rallegrare i negazionisti”.
Citano l’Orestea di Eschilo, che “vaga in esilio braccato dalle dee della vendetta” dopo avere ucciso la madre, ma che disse: “Non sono più un supplicante con mani impure: la mia macchia si è cancellata a contatto con gli uomini che mi hanno accolto nelle loro case o che ho incontrato per strada”. Il tempo e l’esilio hanno “un potere purificatore”, insomma, e “alla fine dell’opera Atena prende una decisione più simile a un’amnistia che a un’assoluzione. Il ciclo della vendetta è finito, arriva il ciclo della giustizia”.
Ma la vendetta, sostengono, “è tornata all’ordine del giorno” perché “è uno strumento per manipolare l’opinione e disturbare la coscienza”, mentre “l’estrema destra italiana, responsabile dei due terzi dei morti degli anni di piombo, osa parlare a nome delle vittime”.
“Signor Presidente – è la chiosa finale dell’appello degli intellettuali – probabilmente ci vorrebbe Atena per convincere il Parlamento italiano ad approvare la tanto attesa legge sull’amnistia, che permetterebbe alla società italiana di voltare pagina e guardare al futuro”. Ma occorre, a loro parere, “mantenere l’impegno della Francia verso gli esiliati italiani, i loro figli, le loro famiglie francesi. La decisione di estradarli non può essere una questione tecnica. E’ una questione politica. La ragione e l’umanesimo sono alla base delle nostre democrazie, non è bene aggiungere inutilmente l’infelicità all’infelicità”.
L’invito, dunque, è a Macron: “Puoi citare ai tuoi interlocutori transalpini questo verso che Eschilo una volta mise in bocca ad Atena: ‘Vuoi passare per giusto piuttosto che agire giustamente'”.
Ecco l’elenco dei firmatari: Agnès B., Jean-Christophe Bailly, Charles Berling, Irène Bonnaud, Nicolas Bouchaud, Valéria Bruni-Tedeschi, Olivier Cadiot, Sylvain Creuzevault, Georges Didi-Huberman, Valérie Dréville, Annie Ernaux, Costa-Gavras, Jean-Luc Godard, Alain Guiraudie, Célia Houdart, Matthias Langhoff, Edouard Louis, Philippe Mangeot, Maguy Marin, Gérard Mordillat, Stanislas Nordey, Olivier Neveux, Yves Pagès, Hervé Pierre, Ernest Pignon-Ernest, Denis Podalydès, Adeline Rosenstein, Jean-François Sivadier, Eric Vuillard, Sophie Wahnich, Martin Winckler.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Aprile 29th, 2021 Riccardo Fucile
IN ATTESA DELL’ESTRADIZIONE GIUSTAMENTE SCARCERATI GLI EX TERRORISTI
I principali protagonisti degli Anni di Piombo hanno più o meno tutti, seppur con varie sfumature, bollato la cattura degli ex terroristi in Francia come “vendetta di Stato”. Sergio Segio, fondatore di Prima Linea ossia uno dei gruppi che negli anni 70 ha abbracciato la lotta armata, ha parlato di “volontà vendicativa postuma da parte delle istituzioni”.
Oreste Scalzone, cofondatore di Potere Operaio, è andato anche oltre: “Questa è più di una vendetta, ormai siamo alla damnatio memoriae”.
Quanto sia strumentale e partigiana questa posizione lo si è capito oggi, quando le agenzie hanno battuto la notizia che nessuno di questi ex terroristi, ormai avanti negli anni e alcuni anche malati, stasera passerà la notte in carcere.
Tutti e nove (il decimo è ancora latitante) dormiranno a casa, visto che la magistratura francese ha giustamente accordato loro vari gradi di libertà, dal semplice obbligo di firma ai domiciliari. E’ la prova regina che non c’è brama di vendetta ma sete di giustizia.
A chi stamattina si è ironicamente chiesto “E adesso che ve ne fate?”, si può rispondere senza ironia che intanto non li si manda in carcere. Sicuramente non lo farà la Francia, molto difficilmente lo farà l’Italia, chi per età e chi per malattia. Ed è giusto che sia così, si badi bene, anche perché non c’è nessuna esigenza di custodia cautelare visto che si sa chi sono, cosa hanno fatto e non c’è rischio di reiterazione del reato.
La giustizia francese ha infatti mostrato quella umanità che peraltro anche tanti parenti delle vittime, ormai a 40-50 anni dai fatti, condividono, a volte assieme a un altro sentimento tanto nobile quanto connesso all’amore e cioè il perdono. Il perdono che per esempio rivendica Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi, che “non è una debolezza, ma una forza che ti fa volare alto”.
E quando non c’è il perdono c’è comunque spesso il sentimento di pietà, intesa come disposizione d’animo a sentirsi solidali con chi soffre. Qui ci viene in aiuto Mario Calabresi, figlio di Gemma e del commissario Luigi, che a caldo ha subito messo le cose in chiaro: “Sul piano personale, come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione, l’idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi”.
Anche perché, come in questo caso, la giustizia non si può ridurre a brandello di carne da dare in pasto a un popolo affamato di rancore e odio. La giustizia invece è intrinsecamente l’idea di un mondo migliore, dove chi sbaglia è giusto che paghi, laddove la pena non è un fine ma uno strumento per capire e superare l’errore, o comunque è un modo per onorare il nostro contratto sociale. E i contratti si onorano sempre, anche dopo 40-50 anni. Pacta sunt servanda.
Così la stessa umanità che viene assicurata agli ex terroristi arrestati forse dovrebbe essere data in cambio da questi ultimi agli stessi familiari delle vittime, e più in generale all’intera comunità nazionale, con un semplice gesto, quello della verità.
Una verità parziale ovviamente, nel senso di parte, su quello che avvenne davvero in quegli anni, e in quanto tale ovviamente né esaustiva né oggettiva, ma fondamentale per poi arrivare prima o poi a una verità di categoria superiore, quella con la v maiuscola, la verità storica. Perché solo allora si potrà chiudere una stagione di contrapposizione frontale in una reale riconciliazione nazionale, in cui a dominare finalmente sarà la pietas, stavolta intesa in senso latino ovvero quella virtù, considerata parte della giustizia, per cui si tributa la debita reverenza e rispetto ai congiunti, ai proprî concittadini e al proprio prossimo in generale.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Aprile 29th, 2021 Riccardo Fucile
MANCA DI MARZIO CHE IL 10 MAGGIO SARA’ PRESCRITTO… L’ITER PER LE ESTRADIZIONI DURERA’ ALMENO DUE ANNI
I 9 ex terroristi italiani arrestati ieri in Francia rientreranno tutti a casa entro
questa sera. Lo apprende l’Ansa da fonti dell’inchiesta.
Per ognuno di loro, il giudice ha deciso vari gradi di libertà vigilata, che vanno dall’obbligo di firma all’obbligo di essere presenti in casa in certi orari. Secondo quanto scrive Repubblica sono già stati scarcerati due di loro, Enzo Calvitti e Sergio Tornaghi.
Ed è già in libertà vigilata anche Raffaele Ventura. La sua fuga, così come quella di Luigi Bergamin, è durata poco.
Ancora irreperibile Maurizio Di Marzio, per il quale la prescrizione della pena – che è la ragione dell’accelerazione degli arresti – è in calendario per il 10 maggio. Di Marzio partecipò al tentativo di sequestro del vicequestore Nicola Simone, insieme a Giovanni Alimonti, anche lui arrestato. Deve scontare ancora 5 anni. Se non si costituirà entro il 10 maggio e le forze dell’ordine non lo troveranno, scatterà la prescrizione della pena. Sarà, dunque, definitivamente libero.
Bergamin e Ventura, invece, si sono presentati spontaneamente al magistrato competente. Il primo, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, si è costituito in mattinata. Poche ore dopo si è consegnato anche il secondo. L’ex membro delle Formazioni Comuniste Combattenti è andato alla Corte d’Appello di Parigi poche ore dopo, con il suo avvocato.
Bergamin oggi ha 72 anni ed è originario della provincia di Padova. È stato condannato a 16 anni e 11 mesi di reclusione per aver ideato l’omicidio del maresciallo Antonio Santoro, capo degli agenti di polizia penitenziaria ucciso a Udine il 6 giugno 1978 da Cesare Battisti, e quello dell’agente della Digos di Milano Andrea Campagna. I suoi avvocati sostengono che non è scappato, ma semplicemente al momento dell’arresto non era in casa. “Quando ha saputo” che era ricercato, dicono, “ha deciso di costituirsi”.
Ventura, invece, deve scontare una pena di 24 anni e 4 mesi per l’omicidio dell’agente di polizia Antonio Custra, ucciso nel maggio del 1977 a Milano. I suoi legali francesi fanno sapere che è stato immediatamente rimesso in libertà vigilata, “sotto controllo giudiziario”.
Nella nota, i legali Jean-Pierre Mignard e Pierre-Emmanuel Biard, sottolineano che Ventura, “di professione regista, non è mai stato membro delle BR ma del movimento di estrema sinistra Autonomia Operaia che non ha mai previsto la lotta armata né attentati contro le persone. Ha sempre negato i fatti che gli vengono imputati. Di conseguenza, rifiuta la sua estradizione”.
La lunga strada per le estradizioni
Ma quali saranno i prossimi step? Sarà chiara la decisione sulla libertà vigilata, che dovrebbe essere concessa a tutti.
Fonti dell’inchiesta, sentite dall’Ansa, fanno sapere che almeno per alcuni di loro si propende per provvedimenti alternativi alla detenzione
Determinante per questa decisione sarà la valutazione sulla salute degli arrestati. Sono tutti in età avanzata e molti di loro hanno problemi di salute. Particolarmente delicata la posizione di Giorgio Pietrostefani, Marina Petrella e Giovanni Alimonti.
Il primo, tra i fondatori di Lotta Continua e condannato per l’omicidio Calabresi, ha quasi 80 anni, ha subìto un trapianto di fegato e ha altri problemi di salute. La Petrella, già nel 2008 fu salvata dall’estradizione dopo uno sciopero della fame che ne mise a rischio la vita. Alimonti, invece, vive con la moglie che è molto malata.
Una volta stabilite le misure cautelari, la procuratrice generale della corte d’Appello di Parigi, Catherine Champrenault, chiederà loro se accettano l’estradizione chiesta dall’Italia. Quasi scontato che tutti diranno di no.
Spetterà quindi alla magistrata decidere. A quel punto, se riterrà che ci sono i presupposti per estradarli, saranno incardinati dei processi veri e propri.
Gli iter giudiziari si svolgeranno nei prossimi mesi – singolarmente – nella Chambre de l’Instruction, con il rito tradizionale: quindi con la presenza di un avvocato, la possibilità di proporre eccezioni e chiedere rinvii, oltre che con esame delle condizioni in cui si svolse il processo che li ha condannati in Italia.
Una volta che la Chambre avrà preso una decisione, la persona interessata potrà fare ricorso in Cassazione.
Alla fine, toccherà al primo ministro firmare un decreto di estradizione, che però potrà essere a sua volta impugnato per un ricorso amministrativo davanti al Consiglio di stato. Non ci sarà, insomma, niente di immediato. Nessuno degli arrestati, insomma, tornerà in Italia presto.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Giustizia | Commenta »