Aprile 29th, 2021 Riccardo Fucile
DALLE BR AI NAR, QUELLI DI PRIMARIO INTERESSE SONO UNA VENTINA
I target ritenuti di “primario interesse” erano ventisette, secondo l’elenco dei latitanti politici, rossi e neri, fatto stilare dall’allora Guardasigilli, Alfonso Bonafede, nel 2019, in occasione dell’arresto dell’ex terrorista dei Pac, Cesare Battisti.
Ora, dopo l’ultima operazione condotta nelle scorse ore dall’antiterrorismo a Parigi (leggi l’articolo), ne restano da rintracciare 20, tre dei quali sono sfuggiti alla cattura proprio nei giorni scorsi.
Ma il numero di latitanti politici, più rossi che neri, su cui almeno due generazioni di investigatori e analisti dell’intelligence si sono finora concentrate, potrebbero essere molti di più. Sono tutti condannati in via definitiva, come lo era Battisti, per associazione sovversiva, banda armata, omicidio e strage.
E almeno 20 di questi, come ha dimostrato la meticolosa operazione condotta dalla Polizia a Parigi, si trovano in Francia, il Paese che più di ogni altro – grazie alla cosiddetta dottrina Mitterrand – ha accolto chi aveva imbracciato un mitra per fare politica negli anni Settanta e Ottanta. Poi c’è Nicaragua, Brasile, Argentina, Cuba, Libia, Angola, Algeria e Svizzera.
Tra il 1978 e il 1982, gli anni in cui il terrorismo politico insanguinò il nostro Paese, circa 500 esponenti della sterminata galassia eversiva italiana (qualcosa come 92 sigle tra sinistra e destra) hanno scelto di sottrarsi alla giustizia rifugiandosi Oltralpe.
Un censimento di diversi anni fa parla 163 imprendibili “rossi”, 46 dei quali condannati in via definitiva per omicidi e ferimenti e i restanti 117 con l’accusa, in molti casi ormai prescritta, di associazione sovversiva e banda armata.
In cima alla lista, esclusi i 7 ricercati arrestati oggi, ci sono ad esempio due latitanti storici delle Brigate Rosse, entrambi implicati nel sequestro e nell’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro.
Si tratta di Alessio Casimirri (nella foto), nome di battaglia “Camillo”, uno dei nove del commando che il 16 marzo 1978 partecipò alla mattanza di via Fani, insieme ad Alvaro Lojacono.
Casimirri nel 1980 si è dissociato dalle Br e due anni dopo è fuggito prima in Francia, poi a Cuba, Panama e, infine, in Nicaragua dove si è unito al Fronte Sandinista e dove, tuttora, vive con moglie i figli.
Casimirri, che ha anche un profilo Facebook inattivo dal 2012, sempre secondo quanto se ne sa, oggi fa il pescatore ma deve scontare l’ergastolo per la strage di via Fani, così come il suo compagno Lojacono, che, invece, si è rifatto una vita in Svizzera.
Nel ‘93 il compagno Camillo fu raggiunto nel Paese dell’America centrale da due agenti del Sisde a cui fornì indicazioni per far arrestare la sua ex moglie, Rita Algranati, anche lei brigatista, e Maurizio Falessi. Entrambi catturati dai Servizi in Algeria nel 2004.
Una missione, quella del Servizio segreto civile, molto discussa, che costò allo Stato circa un miliardo e mezzo di lire ma che non consentì l’arresto di Casimirri. A cosa servì tutto quel denaro è ancora oggi un mistero. Uno dei tanti quando si maneggiano storie di questo tipo.
Ma nell’elenco dei “parigini” c’era, fino ad oggi, anche l’ex esponente di Lotta Continua, Giorgio Pietrostefani, condannato a 22 anni per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Manca ancora all’appello Enrico Villimburgo, ex Br condannato all’ergastolo nel processo Moro, ma anche Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti, coinvolte più recentemente nelle inchieste per i delitti D’Antona e Biagi. Mentre Sergio Tornaghi, anche lui condannato all’ergastolo, compare nell’elenco dei 7 latitanti rintracciati nelle scorse ore a Parigi insieme al suo compagno, anche lui ex Br, Giovanni Alimonti, che, invece, ha un debito con la giustizia di 11 anni e 6 mesi.
Nell’elenco stilato da via Arenula compare anche il nome di Claudio Lavazza, ex membro dei Proletari armati per il comunismo, coinvolto, insieme a Battisti, nell’omicidio del maresciallo della Polizia Penitenziaria Antonio Santoro.
È stato, invece, localizzato in Gran Bretagna, Vittorio Spadavecchia, ex estremista di destra legato ai Nar che nel 1982 assaltò a Roma la sede dell’Olp.
Si sono perse le tracce anche di Franco Coda, uno dei fondatori di Prima Linea, condannato per concorso in banda armata e associazione con finalità di terrorismo. È latitante da 45 anni, nonostante una condanna all’ergastolo per associazione terroristica, l’altoadesino Siegfriend Steger, autore degli attentati ai tralicci in Alto Adige, così come un altro altoadesino, Karl Ausserer.
Nello stesso elenco c’è anche Paul Volgger, condannato per attentati alla sicurezza dei trasporti e detenzione di esplosivi.
Non c’è più, invece, il nome di una storica ex brigatista della colonna romana delle Brigate Rosse, Roberta Cappelli, fino a ieri architetto in Francia anche se doveva scontare una pena per associazione con finalità terroristiche, concorso in rapina e omicidio.
Stessa sorte anche un’altra nota combattente delle Br, Marina Petrella, nome di battaglia “Virginia”, condannata all’ergasotolo e rintracciata, sempre oggi, dalla Polizia. Le manette, a Parigi, sono scattate anche ai polsi dell’ex terrorista bergamasco Narciso Manenti, ex Nuclei Armati Contropotere Territoriale, condannato all’ergastolo nel 1986 per l’omicidio di un carabiniere.
È ancora oggi ricercato, per omicidio e partecipazione a banda armata, Paolo Ceriani Sebregondi, anche lui ex Br come Maurizio Di Marzio, accusato di partecipazione a banda armata e rifugiatosi da anni in Francia insieme a Ermenegildo Marinelli e sfuggito alla cattura nelle scorse ore. Gli altri due latitanti, dei 10 che il presidente francese Emmanuel Macron ha autorizzato a catturare, ma che non si sono fatti trovare, sono l’ex militante veneto dei Pac, Luigi Bergamin e Raffaele Ventura.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2021 Riccardo Fucile
NEL FRATTEMPO SI E’ COSTITUITO BERGAMIN, UNO DEI TRE LATITANTI
Luigi Bergamin, uno dei tre ex terroristi rossi in fuga dopo l’ondata di arresti di
ieri mattina in Francia, si è presentato a palazzo di Giustizia di Parigi assieme al suo avvocato per costituirsi. Tra gli ideologi dei Pac, il gruppo armato di Cesare Battisti, e come lui condannato per l’omicidio del macellaio Lino Sabbadin, Bergamin avrebbe dovuto scontare 16 anni di carcere.
Intanto, sono arrivati nel palazzo della Corte d’Appello di Parigi gli altri sette italiani condannati per episodi di terrorismo negli anni di Piombo. Dopo aver trascorso la notte nei locali della polizia giudiziaria a nord di Parigi, sono stati trasferiti nel centro della capitale Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Roberta Cappelli, Narciso Manenti, Sergio Tornaghi, Marina Petrella, Giorgio Pietrostefani.
Nel vecchio Palazzo sull’Île de la Cité avviene in queste ore la notifica ai sette fermati delle richieste di estradizione dell’Italia, a cui Emmanuel Macron ha dato via libera, con una svolta politica rispetto ai decenni passati.
“Accettate l’estradizione?”
E’ la procuratrice generale della Corte d’Appello di Parigi, l’alta magistrata Catherine Champrenault, a dover eseguire la notifica, anche se questa mattina non sarà fisicamente presente lei ma verrà rappresentata da un altro magistrato. Per ogni persona il procuratore fa la lettura della domanda di estradizione, con le condanne da eseguire in Italia. Nella procedura è previsto che venga chiesto agli italiani se accettano o meno l’estradizione. Un passo dovuto e dall’esito scontato visto che i latitanti sono rifugiati in Francia da oltre trent’anni. “Francamente non pensiamo che nessuno di loro accetterà” dice una fonte della Procura. Una volta che sarà espresso il rifiuto formale, i magistrati della Corte d’Appello daranno il via libera al vero e proprio percorso giudiziario per esaminare le sette domande di estradizione. Un percorso che durerà mesi, se non anni.
Regime di detenzione
La prima cosa da decidere oggi sarà quindi come e dove i sette italiani (e ora anche Bergamin) trascorreranno la lunga battaglia giudiziaria. La procura dovrà dare un orientamento ai due magistrati che poi decideranno se applicare o meno un regime di detenzione. L’orientamento potrebbe non essere uguale per tutti gli italiani. Ci sono persone ormai molto anziane e malate come Pietrostefani, altre che hanno già avuto problemi di salute in passato come Petrella. La decisione sarà comunque presa in giornata, e nel caso avvenga la liberazione di alcuni del gruppo, potranno essere applicate misure di sorveglianza a domicilio.
La battaglia giudiziaria
La prima udienza alla Chambre d’Instruction della Corte d’Appello di Parigi potrebbe esserci già la settimana prossima. “Speriamo ci sia dato più tempo per esaminare le domande di estradizione di cui non sappiamo ancora nulla” commenta Antoine Comte, avvocato di Tornaghi. “Certo che ci batteremo, come abbiamo giù fatto in passato” promette Irène Terrel, avvocato di Alimonti, Cappelli, Manenti, Pietrostefani e Petrella. “Di questi processi ne abbiamo già vinti tanti in passato” commenta Jean-Louis Chalanset che difende Calvitti. Molti degli arrestati hanno infatti già frequentato le aule di tribunali per richieste di estradizioni che in passato vennero bloccate dalla giustizia francese. E’ una giurisprudenza che peserà? “I tempi sono cambiati, molte procedure di estradizioni furono bloccate dalla politica” risponde William Julié, l’avvocato che rappresenterà lo Stato italiano.
Tempi lunghi
I legali della difesa punteranno a fare ricorsi tecnici e formali. In passato hanno pesato nella giurisprudenza alcune differenze del sistema giudiziario italiano (uso dei pentiti, processi in contumacia, concorso morale) che non esistono in Francia. Ci saranno poi altri cavilli e modi per tentare di rallentare al massimo la procedura che ha comunque tempi medi di oltre un anno. Se la Corte d’Appello emetterà una sentenza favorevole all’estradizione gli avvocati della difesa avranno possibilità di fare appello alla Corte di Cassazione. Nel caso ci sia la convalida dell’estradizione anche nell’ultimo grado di giudizio, allora sarà il primo ministro a dover firmare il decreto di estradizione. Ma anche in questo caso è possibile il ricorso presso il Consiglio di Stato. L’arrivo in Italia dei sette fermati non avverà prima di qualche anno, ed è possibile che alcune delle estradizioni non siano convalidate dalla magistratura francese. I consiglieri di Macron ne sono consapevoli: “La difesa farà valere le sue ragioni, è il normale percorso della giustizia che rispettiamo”.
(da La Repubblica)
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Aprile 28th, 2021 Riccardo Fucile
TEMPI PIU’ LUNGHI PER L’INCHIESTA, SI AGGIUNGONO NUOVI ELEMENTI
Emergono nuovi particolari dall’inchiesta per stupro a carico di Ciro Grillo, il figlio del Garante dei 5Stelle, e di altri tre suoi amici.
Negli atti in mano alla Procura di Tempio Pausania gli investigatori avrebbero verbalizzato anche gli “schiaffi sulla schiena e sulle natiche” di Silvia (nome di fantasia), la ragazza che poi ha denunciato tutto ai carabinieri della Compagnia Duomo di Milano, al suo ritorno dalla Sardegna, una settimana dopo il presunto stupro di gruppo nella villa Beppe Grillo, a Porto Cervo, il 17 luglio del 2019.
La giovane, con la mamma, otto giorni dopo si era presentata alla clinica Mangiagalli di Milano per farsi visitare, poi ha denunciato i quattro giovani della Genova bene: oltre Ciro Edoardo Capitta, Francesco Corsiglia e Vittorio Lauria.
ll fascicolo, alla luce dei racconti che gli indagati hanno fornito il 15 aprile scorso al procuratore capo Gregorio Capasso e al sostituto Laura Bassani, si è arricchito di nuove informazioni, tra cui il video di cui parla Beppe Grillo nel su intervento diventato virale in cui dice che il figlio Ciro e gli altri ragazzi “non sono stupratori ma sono quattro co…i”, e che “è strano che la ragazza abbia presentato la denuncia solo dopo otto giorni”.
Secondo quanto trapela da fonti giudiziarie della cittadina gallurese, il quadro indiziario sarebbe cambiato. Per alcuni in peggio, per qualcuno in meglio.
Certo è che la Procura si è presa ancora un mese di tempo. Entro tale termine sarà depositato in cancelleria un nuovo avviso conclusione indagini preliminari (il 415 bis), un secondo avviso di garanzia. Poi gli avvocati avranno 20 giorni per (ri)chiedere ulteriori interrogatori o depositare nuove memorie difensive.
Non ci si aspetta in tempi brevi alcuna richiesta di processo da parte della procura, né di archiviazione. E per il pronunciamento del giudice per l’udienza preliminare se ne parlerà in estate.
L’altro capo di imputazione è la violenza sessuale ai danni di Roberta: Ciro, Capitta e Lauria si sono immortalati mentre la oltraggiavano quando dormiva. Quella foto è stata mostrata ad altri amici.
(da La Repubblica)
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Aprile 28th, 2021 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA FAMIGLIA DELLA RAGAZZA CHE HA DENUNCIATO CIRO GRILLO E I SUOI AMICI PER VIOLENZA SESSUALE: “ABBIAMO FIDUCIA NELLA GIUSTIZIA”
“Fango”. “Dolore aggiunto al dolore”. “Come se il corpo di nostra figlia fosse un
trofeo”. “Frammenti di un video condivisi tra amici”. “Ma ciò nonostante abbiamo fiducia nella giustizia”.
Parla la famiglia della ragazza che accusa di stupro il branco di cui faceva parte anche Ciro Grillo. Indignazione. Querele in vista, su cui sta lavorando la legale della famiglia Giulia Bongiorno
Ma ecco il testo. “Non è facile rimanere in silenzio davanti alle falsità che si continuano a scrivere e a dire sul conto di nostra figlia, aggiungendo dolore al dolore: il nostro e il suo. D’altro canto, sarebbe fin troppo facile smentirle sulla base di numerosi atti processuali che sconfessano certe arbitrarie ricostruzioni e che, per ovvie ragioni, non possono essere resi pubblici”.
Scrive ancora la famiglia: “Abbiamo appreso, inoltre, che frammenti (frammenti!) di video intimi vengono condivisi tra amici, come se il corpo di nostra figlia fosse un trofeo: qualcosa che ci riporta a un passato barbaro che speravamo sepolto insieme alle clave”.
Infine – nonostante tutto – la fiducia nella giustizia: “Confidiamo nel fatto che tutto questo fango sarà spazzato via facendo emergere la verità. In ogni caso, la fiducia nella giustizia e il rispetto per le istituzioni – che ci hanno guidato finora e che continueranno a guidarci in futuro – non significano che siamo spettatori passivi: abbiamo conferito mandato al nostro legale di agire in sede giudiziaria contro tutti coloro che a qualsiasi titolo partecipano e parteciperanno a questo deplorevole tiro al bersaglio”.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2021 Riccardo Fucile
LA SOFFERTA VOLONTA’ DEI GENITORI DELLA RAGAZZA GENOVESE HA VINTO, ANCHE SE GRAZIE ALLA PRESCRIZIONE I DUE NON ANDRANNO MAI IN GALERA…. PER SFUGGIRE ALLA VIOLENZA LA RAGAZZA PRECIPITO’ DAL BALCONE
La corte di appello di Firenze ha condannato a 3 anni ciascuno Alessandro
Albertoni e Luca Vanneschi, imputati nel processo bis di secondo grado sul caso della morte di Martina Rossi, la studentessa 23enne deceduta il 3 agosto 2011 precipitando da un balcone dove era in vacanza a Palma di Maiorca, in Spagna.
I due imputati sono stati condannati per tentata violenza sessuale di gruppo. Per la giustizia, i due hanno dunque cercato di violentare la ragazza causandone la morte, come affermato nel 2018 dalla sentenza di primo grado del tribunale di Arezzo. Accolte le richieste dell’accusa. Il pg Luigi Bocciolini aveva chiesto per loro tre anni di reclusione, dopo che l’accusa di morte in conseguenza di altro reato è andata prescritta. “Esprimo soddisfazione per il provvedimento emesso dalla Corte d’Appello di Firenze, che è in linea con la sentenza di condanna di primo grado e con il pronunciamento della Cassazione e al tempo stesso in linea con la realtà dei fatti. E’ stata riconosciuta la colpevolezza piena degli imputati”, è stato il primo commento dell’avvocato Stefano Savi, legale dei genitori di Martina.
Il padre: “Oggi il sole è andato ai giusti”
“Dicono che il sole vada ai belli ma oggi è andato anche ai giusti. Questa è la fine di un tentativo di fare del nuovo male a Martina. Ci hanno provato ma non ci sono riusciti. Il mio primo pensiero è andato a lei, ai suoi valori, a lei che non ha fatto niente e ha perso la vita”. Così Bruno Rossi, padre della ventenne genovese Martina Rossi, commenta la sentenza bis della corte di appello di Firenze. I due imputati “hanno avuto tre anni di prigione per aver fatto male a Martina. Occorre rivedere il rapporto fra giustizia e pena”, ha anche detto Bruno Rossi, inoltre “le donne devono essere più tutelate”. Per il padre di Martina “in questi processi chi ci rimette sono sempre i poveri. Se non fossimo stati economicamente all’altezza, non avremmo potuto fare un processo lungo 10 anni”.
La vicenda
Era la notte tra il 2 e il 3 agosto del 2011. Martina Rossi, in vacanza a Palma di Maiorca con le amiche, salì in camera dei due giovani perché nella sua stanza le coetanee erano in compagnia degli altri della comitiva di aretini. All’alba Martina precipitò dal balcone della stanza di Vanneschi e Albertoni. Secondo la ricostruzione della procura, Martina cercava di scavalcare il parapetto del balcone per mettersi in salvo sul terrazzo della stanza accanto. Dopo indagini in Spagna, dove il caso fu archiviato frettolosamente come suicidio, i genitori di Martina Bruno Rossi e Franca Murialdo hanno lottato a lungo per far riaprire l’inchiesta in Italia.
La pronuncia di primo grado del tribunale di Arezzo è arrivata solo nel 2018, con la condanna di Vanneschi e Albertoni a 6 anni ciascuno per i reati di tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di altro reato. Due anni dopo, nel 2020, la caduta del reato più pesante, quello di morte in conseguenza di altro reato, per avvenuta prescrizione, e l’assoluzione in appello da entrambi i capi di imputazione sia per Vanneschi che per Albertoni. Decisione bocciata tre mesi fa dalla Cassazione, che ha ordinato un nuovo processo d’appello a Firenze parlando di “incompletezza, manifesta illogicità e contraddittorietà” della sentenza, “priva di una visione sistematica dell’intero quadro istruttorio”.
(da La Repubblica”)
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Aprile 28th, 2021 Riccardo Fucile
LE ACCUSE E LE CONDANNE NEI CONFRONTI DEI SETTE
Omicidi di giudici e di appartenenti alle forze di polizia, sequestri di esponenti politici, uccisioni di dirigenti d’azienda. È lungo e riporta alla luce alcuni dei momenti più bui degli anni di piombo l’elenco dei reati di cui sono accusati i sette ex terroristi fermati questa mattina in Francia. Ecco le accuse e le condanne nei confronti di ciascuno dei sette, così come indicato nelle sentenze.
GIOVANNI ALIMONTI – 66enne ex brigatista.
Tra i vari reati per i quali è condannato c’è anche il tentato omicidio del vice dirigente della Digos di Roma Nicola Simone, avvenuto il 6 gennaio del 1982 e durante il quale lui stesso rimase ferito al braccio destro. L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso dalla procura generale presso la Corte d’appello di Roma a marzo del 2008: deve scontare 11 anni, 6 mesi e 9 giorni e la libertà vigilata per 4 anni per banda armata, associazione con finalità di terrorismo, concorso in violenza privata aggravata, concorso in falso in atti pubblici. Il mandato di cattura europeo emesso nei suoi confronti scade l′8 gennaio del 2022.
ENZO CALVITTI
anche lui 66enne ex brigatista, nato a Mafalda, in provincia di Campobasso. Deve scontare una pena di 18 anni, 7 mesi e 25 giorni e la misura della libertà vigilata per 4 anni per associazione sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo, ricettazione di armi. La sentenza è divenuta esecutiva a settembre del 1992, il mandato di cattura europeo nei suoi confronti scade il 21 dicembre del 2021.
ROBERTA CAPPELLI
l’ex brigatista, 66enne, è responsabile di 3 omicidi avvenuti a Roma: quello del generale dei carabinieri Enrico Calvaligi, ucciso l’ultimo dell’anno del 1980, dell’agente di Polizia Michele Granato (9 settembre del 1979) e del vice questore Sebastiano Vinci (19 giugno 1981). A suo carico anche il ferimento di Domenico Gallucci (sempre a Roma il 17 maggio del 1980) e del vice questore Nicola Simone, il 6 gennaio del 1982, di cui è responsabile anche Alimonti.
Deve scontare l’ergastolo con un anno di isolamento diurno per associazione con finalità di terrorismo, concorso in rapina aggravata, concorso in omicidio aggravato. Il mandato d’arresto europeo scade il 30 luglio 2022.
NARCISO MANENTI
Il 64enne originario di Telgate, in provincia di Bergamo, è un ex dei ‘Nuclei armati contropotere territoriale’ e dal 1985 è sposato con la francese Christine Andrè Marie Hayotte. E’ stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giuseppe Guerrieri, ucciso a Bergamo il 13 marzo del 1979. Manenti ha anche una condanna a 2 anni e 6 mesi per ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi e a 3 anni e 6 mesi per associazione sovversiva e banda armata. Il mandato di cattura europeo emesso dalle autorità italiane scade il 6 luglio del 2023
MARINA PETRELLA
la 67enne ex brigatista è responsabile, in base alle condanne, dell’omicidio del generale dei Carabinieri Enrico Galvaligi, di cui è accusata anche Roberta Cappelli, del sequestro del giudice Giovanni D’Urso, avvenuto a Roma il 12 dicembre del 1980, e dell’assessore regionale della Democrazia Cristiana Ciro Cirillo, avvenuto a Torre del Grego il 27 aprile del 1981 e nel quale furono uccisi due membri della scorta, dell’attentato al vice questore Nicola Simone (insieme a Cappelli e Alimonti). Il suo mandato di cattura europeo scade l′8 gennaio del 2022.
GIORGIO PIETROSTEFANI
il 78enne tra i fondatori di Lotta Continua e responsabile del servizio d’ordine del movimento deve scontare 14 anni, 2 mesi e 11 giorni per l’omicidio del commissario di Polizia Luigi Calabresi. L’ordine di esecuzione della pena è stato emesso il 15 luglio del 2008 dalla procura generale di Milano. il mandato di cattura europeo scade il 9 settembre 2023.
SERGIO TORNAGHI
Il 63enne, milanese, è anche lui un ex brigatista e tra i reati per i quali è stato condannato all’ergastolo c’è l’omicidio di Renato Briano, direttore generale della ‘Ercole Marelli’. Tra le accuse anche partecipazione a banda armata, propaganda e apologia sovversiva, attentato con finalità di terrorismo e eversione, detenzione e porto illegale di armi, violenza privata. Il mandato di cattura europeo scade il 5 maggio del 2023
(da Huffingtonpost)
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Aprile 28th, 2021 Riccardo Fucile
FERMATI SETTE EX TERRORISTI, DUE PER L’OMICIDIO MORO, ALTRI TRE IN FUGA
Sette ex terroristi italiani – condannati in Italia per atti di terrorismo commessi
negli anni ’70 e ’80 – sono stati arrestati questa mattina in Francia nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”, su richiesta dell’Italia. Altri tre sono ricercati.
Lo ha riferito l’Eliseo, secondo quanto riporta Le Figaro. Tra gli arrestati ci sono anche Giorgio Pietrostefani, cofondatore di Lotta Continua, condannato a 22 anni come mandante dell’omicidio Calabresi; Marina Petrella, condannata all’ergastolo per l’omicidio di un agente e condannata nel processo Moro-ter, in quanto coinvolta nel rapimento di Aldo Moro, e Giovanni Alimonti, anche lui condannato a 22 anni al processo Moro-ter.
Secondo quanto apprende l’Ansa da fonti investigative francesi, i sette arrestati sono: Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi (tutti delle Brigate Rosse); Giorgio Pietrostefani di Lotta Continua; Narciso Manenti dei Nuclei Armati contro il Potere territoriale. I tre in fuga sono Luigi Bergamin, Maurizio Di Marzio e Raffaele Ventura.
L’operazione, secondo quanto si apprende da fonti italiane, è stata condotta dall’Antiterrorismo della polizia nazionale francese (Sdat) in collaborazione con il Servizio di cooperazione internazionale della Criminalpol e con l’Antiterrorismo della Polizia italiana e con l’esperto per la sicurezza della polizia italiana nella capitale francese.
L’operazione, riporta l’Ansa, era stata preparata da diversi giorni ed è stata realizzata in cooperazione dagli ufficiali di collegamento della polizia italiana a Parigi, che hanno operato in stretto contatto con la direzione antiterrorismo francese. Gli arrestati sono in attesa di essere presentati al giudice per la comunicazione della richiesta di estradizione da parte dell’Italia.
Con gli arresti entra in forte crisi la ‘dottrina Mitterrand’, anche se dall’Eliseo precisano che la decisione del presidente Emmanuel Macron “si colloca strettamente nella logica della dottrina Mitterrand di accordare l’asilo agli ex brigatisti, eccetto ai responsabili di reati di sangue”.
La compilazione della lista dei 10 nomi (7 arrestati e 3 in fuga) è il frutto “di un importante lavoro preparatorio bilaterale, durato diversi mesi – sottolinea l’Eliseo – che ha portato a prendere in considerazione i reati più gravi”.
(da Huffingtonpost)
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Aprile 26th, 2021 Riccardo Fucile
OBIETTIVO PRIMARIO RECUPERARE LE DOSI PROMESSE
Le ultime perplessità sono evaporate venerdì, nel corso dell’ultima riunione del comitato direttivo della Commissione Europea dove sono rappresentati tutti gli Stati membri. Ultimi a convincersi l’Ungheria e anche la Germania. E così Bruxelles ha deciso di fare causa ad Astrazeneca, accusata di aver violato il contratto firmato il 27 agosto dell’anno scorso per la fornitura di 300 milioni di vaccini anti-covid entro giugno 2021.
La causa è intentata dall’organismo di Palazzo Berlaymont con il sostegno di tutti gli Stati membri, che partecipano formalmente all’azione. Mercoledì si terrà la prima udienza davanti al tribunale di prima istanza di Bruxelles, dove è stata presentata la denuncia. L’obiettivo è recuperare le dosi che mancano all’appello, ma il percorso per raggiungerlo è complicato. Fino alla fine di marzo, l’azienda anglo-svedese ha consegnato solo 30 milioni di dosi a fronte delle 120 milioni pattuite per il primo trimestre.
Ma ormai, dopo il braccio di ferro di quest’inverno, i sospetti denunciati dalla Commissione Europea contro Astrazeneca, accusata di esportare in Gran Bretagna le dosi destinate all’Ue, dopo le lettere di richiamo partite dalla Commissione a marzo e rimaste pressoché senza spiegazioni plausibili, a Bruxelles hanno concluso che per ora non c’è altra via che quella legale per farsi valere. Per ora e forse anche per il futuro, visto che tutti gli indizi lasciano ormai presagire che il futuro è fatto di vaccini Pfizer, con cui la Commissione sta per firmare un terzo contratto per la fornitura di 1 miliardo e 800 milioni di dosi, o comunque è fatto di vaccini a ‘Rna messaggero’, considerato più efficace contro le varianti. Insomma, non sembra esserci posto per Astrazeneca – e forse nemmeno per Johnson&Johnson – nel futuro della campagna vaccinale europea.
L’azione legale avviata venerdì parla di “continue violazioni del contratto” e “mancanza di una strategia credibile da parte dell’azienda per assicurare il rispetto dei tempi di consegna dei vaccini”. Insomma, conflitto aperto, il rapporto con Astrazeneca sembra chiuso. Come pure sembrerebbe affogato in un vicolo cieco di mancanza di frutti il dialogo avviato da Bruxelles con il governo britannico sulle catene di produzione e fornitura dei vaccini, dopo gli scontri dei mesi scorsi.
Adesso c’è l’azione legale. L’obiettivo principale, chiarisce la Commissione, è “assicurare la consegna immediata delle fiale, in linea con il contratto firmato”, ma recuperare le dosi mancanti non è affatto semplice. Perché pur ammettendo che da gennaio l’azienda abbia privilegiato il Regno Unito e sacrificato i patti con l’Ue, il problema è che la capacità produttiva di Astrazeneca si è rivelata scarsa. È anche questo il motivo per cui la compagnia non ha rispettato i patti.
Ad ogni modo, la possibilità che il giudice sequestri le dosi prodotte negli stabilimenti dell’azienda in Europa è una opzione sul tavolo. Ed è questo che ha convinto gli Stati più scettici sull’azione legale: chi non la sostiene, sarebbe rimasto escluso dall’eventuale re-distribuzione delle fiale. Dopo le perplessità iniziali (ce le avevano anche Italia e Francia, ma si sono sciolte già nella giornata di giovedì), tutti i 27 Stati membri si sono risolti a sostenere la causa preparata da Palazzo Berlaymont: proprio per partecipare alla spartizione delle torta di vaccini, se il sequestro andrà a buon fine.
Il primo contenzioso dell’Ue sulla strada della lotta al covid, a quattro mesi dall’inizio di una campagna vaccinale piena di acciacchi, finisce in tribunale. Ai giudici l’ardua sentenza.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2021 Riccardo Fucile
ORA RISCHIA L’ESCLUSIONE PER LA LEGGE SEVERINO
Se non avesse avuto quel precedente penale, seppur non definitivo, Daniele Polato, neo consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Veneto avrebbe potuto coltivare qualche ambizione di entrare nella giunta di Luca Zaia.
Lo scorso settembre era risultato il primo degli eletti del partito di Giorgia Meloni con 10.783 preferenze e questo lo legittimava ad assumere un ruolo di primo piano nell’amministrazione regionale.
Invece aveva dovuto fare i conti con la condanna a un anno di reclusione, coperta dalla sospensione condizionale, che gli era stata inflitta nel dicembre 2019. Adesso, anche in appello a Venezia, la pena è stata confermata e quindi si pone il problema della permanenza in Consiglio regionale.
Si tratta di verificare quale interpretazione vada data, in assenza di una sentenza definitiva, alla legge Severino che vieta di ricoprire incarichi politici in presenza di condanne penali. Di sicuro Polato, che è assistito dall’avvocato Davide Adami, presenterà ricorso in Cassazione e quindi la condanna non è in giudicato.
Polato, prima di candidarsi in Regione, era assessore comunale alla Sicurezza nella giunta veronese guidata da Federico Sboarina. La condanna si riferisce al fatto che nel 2015 sottoscrisse firme, poi risultate false, che erano state raccolte da altre persone a sostegno della partecipazione elettorale della lista di Forza Nuova.
La sua linea di difesa ha puntato sul fatto che egli si fosse fidato di ciò che gli aveva assicurato chi aveva materialmente raccolto tutte le firme. Si era prestato, aveva detto, a difesa del principio della “democrazia partecipativa”, per assicurare il diritto di partecipare a una contesa elettorale anche a un piccolo partito.
”Quando ho vidimato quelle firme per la presentazione delle liste alle Regionali del 2015, ho agito in assoluta buona fede e senza alcun interesse personale”, aveva spiegato in aula durante il processo di primo grado. Ma non gli era bastata quella dichiarazione ad evitare una condanna. La tesi non ha fatto breccia neanche in appello.
Cosa accadrà ora in Regione? Un mese fa la Corte Costituzionale ha ritenuto (per il caso di un consigliere regionale della Liguria) che la sospensione automatica, anche per una sentenza non definitiva, prevista dalla Legge Severino non è in contrasto con i principi della Carta Costituzionale, quando ci si trovi in presenza di reati di particolare gravità.
Nella storia della Regione Veneto c’è un precedente famoso. Ai tempi dello scandalo Mose venne indagato e arrestato per corruzione l’assessore Renato Chisso di Forza Italia. Uscì dal Consiglio comunale, dando le dimissioni, seppur in assenza di una sentenza definitiva, prima che venisse presa la decisione di sostituirlo con un altro consigliere.
(da agenzie)
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