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FIRME FALSE M5S BOLOGNA, QUATTRO RINVII A GIUDIZIO

Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile

ANCHE FIRME RACCOLTE A ROMA E FATTE FIGURARE APPOSTE A BOLOGNA

La Procura di Bologna ha chiuso l’inchiesta sulle presunte irregolarità  nella raccolta firme per le liste 5 Stelle alle elezioni regionali del 2014.
Avvisi di fine indagine sono stati notificati a tutti e quattro gli indagati tra cui il vicepresidente ‘grillino’ del Consiglio comunale di Bologna, Marco Piazza che si era autosospeso dal Movimento, nel novembre scorso, dopo aver ricevuto dai pm bolognesi l’invito a comparire.
Agli indagati, tra cui anche Stefano Negroni dipendente comunale e collaboratore ‘grillino’, Giuseppina Maracino e Tania Fiorini.
La Procura contesta la violazione dell’articolo 90 (comma due) del Dpr 570/1960, ovvero il testo unico delle leggi per la composizione e la elezione degli organi delle amministrazioni comunali.
Nello specifico, secondo il quadro accusatorio, a Piazza (in quanto pubblico ufficiale perchè consigliere comunale) si contesta di avere attestato falsamente che alcune firme erano state apposte in sua presenza a Bologna mentre, secondo i pm, le stesse sottoscrizioni erano state raccolte a Roma nell’ottobre 2014 durante il raduno nazionale del Movimento 5 Stelle.
Al vicepresidente del consiglio comunale, dunque, la Procura felsinea non contesta firme false ma attribuisce al grillino irregolarità  nella procedura di autenticazione delle stesse perchè, secondo gli inquirenti, ha attestato che alcune sottoscrizioni erano state fatte in sua presenza quando in realta’ erano state apposte materialmente davanti ad altri o in un altro luogo.
Alcune firme ‘disconosciute’ dai loro autori (tre da quanto si apprende) sono invece contestate al collaboratore Stefano Negroni.
L’inchiesta dei magistrati felsinei era nata da un esposto presentato nell’ottobre 2014 da due ex militanti 5 Stelle di Monzuno, paese sull’Appennino Bolognese.
Stefano Adani, uno dei due autori dell’esposto, nei mesi scorsi, era stato oggetto di minacce e insulti via web e aveva raccontato di telefonate anonime ricevute nel cuore della notte. Per questo i Carabinieri avevano deciso una forma di sorveglianza leggera intorno alla sua abitazione.

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA ALLA MURARO: “RAGGI COMMISSARIATA DAI POTERI FORTI, DENTRO E FUORI IL M5S”

Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile

“E’ STATO CASALEGGIO A SCEGLIERE IL DIRETTORE GENERALE DELL’AZIENDA RIFIUTI”

«Berdini avrebbe dovuto lasciare immediatamente: quello che ha detto è imbarazzante e falso. La sindaca non è fragile, inadeguata e senza personalità , come i dissennati comunicatori del Movimento la fanno apparire. Ho assistito a telefonate con i vertici in cui troncava la conversazione dicendo: “La sindaca sono io”».
Certe volte la chiama «la Raggi». Altre «la sindaca». «Fino a Natale era solo Virginia. C’era forte sintonia. Poi il suo commissariamento s’è compiuto. Mi pare provata. Se potessi le direi: sii te stessa, slegati. I romani hanno votato te, non Casaleggio». A due mesi dalle dimissioni da assessore all’ambiente per l’avviso di garanzia, la versione di Paola Muraro.
Il vostro primo incontro?  
«Prima del ballottaggio. Dopo un’ora mi avvertì: lei sarà  triturata, se la sente?».
È stata triturata?  
«Da subito. Cominciarono a uscire calunnie politiche ai miei danni. Per esempio che ero pro inceneritori. Falso, non me ne sono mai occupata. Sono specializzata in impianti di compostaggio».
Da dove provenivano?  
«Dal sottobosco di pseudoambientalisti che gravitano attorno al Movimento e aspirano a laute consulenze. Se non li foraggi, ti scatenano contro il web. Ho chiuso il rubinetto, era un fiume di soldi, e l’ho pagato sulla mia pelle».
Com’è andata esattamente la vicenda delle sue dimissioni?  
«Quando ho informato la sindaca dell’avviso di garanzia, lei ha convocato i consiglieri comunali dicendo: “Ti autosospendi, chiarisci e torni”. Ma il segretario generale diceva che l’autosospensione non era possibile. Virginia era contraria alle dimissioni e i consiglieri mi difendevano ma i vertici, Grillo e Casaleggio, erano irremovibili. L’imbarazzo era evidente tanto che io sono andata via. Nella notte la Raggi ha postato il video in cui dava la notizia delle dimissioni».
È rimasta delusa?  
«L’intesa era che dopo l’interrogatorio, viste le carte, sarei tornata in giunta. L’indomani mi arrivavano messaggi di solidarietà  da consiglieri, assessori, parlamentari come Di Battista che stimo e ha leadership. In realtà  il successore era già  pronto. Dopo qualche giorno la sindaca mi ha richiamato. Faticava a trovare le parole: “Paola, non posso reggere”. Io l’ho interrotta: “Virginia, ho capito”. Dopo qualche ora ha nominato il nuovo assessore».
Ci ha ripensato?  
«Mi sono dimessa per fedeltà  ai dettami del Movimento. In realtà  l’avviso di garanzia era l’atteso escamotage per farmi fuori».
Rifarebbe tutto?  
«Non offrirei le dimissioni, li costringerei a cacciarmi».
Condivideva il programma M5S?  
«A parte qualche bizzarria come quelle sul riciclo dei pannolini, totalmente. E ho provato ad applicarlo. Senza di me, è stato tradito».
Che cosa intende?
«C’è all’opera un gruppo trasversale di affaristi dentro e fuori il Movimento. L’ho capito dall’interno. Un’esperienza che mi ha aperto gli occhi. Per questo dico agli attivisti 5 Stelle: io ho fatto da scudo umano, voi svegliatevi prima che sia tardi».
Perchè, a suo giudizio, volevano farla fuori?  
«C’è stato un grande scontro. Per tre volte gli assessori alle aziende partecipate mi hanno presentato un progetto di partnership con Acea. Io l’ho sempre rispedito al mittente».
Perchè?  
«Premetto che è un vecchio piano studiato da diversi anni dalle amministrazioni precedenti. Prevede nuovi impianti su terreni di Acea e non di Ama. Questo è il vero business. Altro che rifiuti zero. Su questo la mia posizione divergeva da quella di Colomban».
Lui che rispondeva?  
«Colomban è capace e pratico, non lascia molto spazio. Diceva di avere un filo diretto con Grillo che chiamava “Beppe” e con i parlamentari nazionali. In realtà  non ha nulla di grillino. In una riunione mi disse: “Non si governa con l’utopia”».
Lei che cosa pensava?  
«Che Roma non può essere governata da avvocati liguri e manager lombardi e veneti, che non sanno dov’è Centocelle, quali sono i parchi o com’è difficile la raccolta differenziata a Tor Bella Monaca».
Che c’entrano gli avvocati?  
«La nomina del direttore generale dell’Ama, l’azienda rifiuti della Capitale, fu fatta da Casaleggio attraverso tale avvocato Lanzalone, che in pieno agosto si presentò a una riunione con una lista di candidati. Bina, il prescelto, veniva dall’azienda di Voghera, non proprio una metropoli, dove faceva appena il 30% di differenziata. Gli telefonammo che era in spiaggia. E’ inadeguato perchè proveniente da una realtà  pari a un quartiere di Roma, spiegai. Fui zittita».
Perchè Bina è importante?  
«Quando è arrivato a Roma, ha confessato di non aver nemmeno letto il programma del M5S. Aveva un compitino da fare non proprio in linea col programma Raggi. Ho capito che gli obiettivi erano diversi».
Quali sono questi obiettivi?  
«Lo stipendio di Romeo e la nomina di Marra sono specchietti per le allodole. Parliamo di qualche decina di migliaia di euro. Il business dei rifiuti a Roma vale miliardi. Acea può diventare la multiutility più grande d’Europa. Quello che destra e sinistra non sono riusciti a realizzare, potrebbero farlo i grillini».
La Raggi ne è consapevole?
«Fino a un certo punto avevo la sua copertura totale. In simbiosi, nelle sabbie mobili. Poi si è dovuta piegare. Penso che se ne sia resa conto».
Lei sapeva delle chat dei “quattro amici al bar”?  
«Le chat erano molte. Un giorno Virginia disse: “Basta, non riesco a star dietro a tutte”».
Che orizzonte ha la Raggi?
«Dipende dalla capacità  di liberarsi da lacci e lacciuoli che le hanno imposto dall’esterno».

(da “La Stampa”)

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LA REPLICA DI DI MAIO E’ UNA TOPPA PEGGIORE DEL BUCO

Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile

DI MAIO CHIAMA IN CAUSA LA PROCURA PER NON AVER GARANTITO NULLA SULLA CORRETTEZZA DI MARRA

Rendendo pubblico un sms inviato a Raggi il 10 agosto 2016 e di cui, con la sindaca, era il solo in possesso, Luigi Di Maio prova a rovesciare il tavolo convinto di dimostrare, senza fornire alcuna prova, di essere vittima di una persecuzione odiosa.
Perchè consumata da “Repubblica” attraverso la consapevole manipolazione dei fatti (vale a dire con un lavoro “selettivo” delle chat che in quell’estate dello scorso anno decisero del destino di Raffaele Marra).
Ma la mossa, oltre a calunniare questo giornale e ad animare un sabba di odio online alimentato per l’intera giornata dal sito del Fatto Quotidiano, è una toppa peggiore del buco.
Che non smentisce quanto falsamente sostenuto domenica scorsa dallo stesso Di Maio nell’intervista televisiva a Lucia Annunziata («Ho incontrato Marra una sola volta. Per cacciarlo»).
Che conferma i suoi giudizi di allora sull’«integrità » dello stesso Marra («È un servitore dello Stato») e sulla necessità  di non sentirsi «umiliato» per lo screening cui era sottoposto al pari di ogni uomo che godeva della sua fiducia.
Che, di più, introduce nella vicenda un nuovo dettaglio che, questa volta, obbliga la Procura della Repubblica a smentirlo e smaschera come tale un’altra furbizia.
Per poter separare il proprio destino politico da quello della Raggi, Di Maio è infatti costretto, a posteriori, a riscrivere la storia di quei giorni di agosto del 2016, facendo dire ai suoi sms con la Raggi quello che quegli sms non dicono.
Ma, soprattutto, quello che un comunicato della Procura e quanto accaduto nelle settimane successive al 10 agosto smentiscono.
Il vicepresidente della Camera, in sostanza, dice infatti due cose.
Che i suoi sms inediti con la Raggi dimostrerebbero come avesse espresso l’intenzione che Marra venisse allontanato dal gabinetto del sindaco e come il suo destino fosse stato legato al “responso” chiesto al procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, sulla “pulizia” dell’uomo.
Ebbene, la Procura della Repubblica, in una nota ufficiale, svela come, il 12 agosto, la risposta sollecitata dal Campidoglio sul conto di Marra fosse stata del tutto neutra. «Venne comunicato – scrive – che nei confronti di Marra non vi erano iscrizioni suscettibili di comunicazioni. Formula che comprende sia il caso che non vi siano provvedimenti pendenti, sia che risultino procedimenti coperti da segreto investigativo ».
È un fatto, dunque, che non solo il 10 agosto 2016 Raffaele Marra fosse ancora nel posto da cui, a dire di Di Maio, era stato cacciato 35 giorni prima (il 6 luglio).
Ma che, dal 12 agosto in avanti, il tentativo di legare il destino di Marra alle comunicazioni del Procuratore della Repubblica è un paravento inservibile.
A meno, come accadrà , di spendere dentro e fuori il Movimento il senso di quella comunicazione (che abbiamo visto essere neutra) facendole dire dell’altro.
Vale a dire, che, sul conto di Marra, “nulla risultava”
Si dirà : eppure, come documentano ancora gli sms con la Raggi, il “pensiero” di Di Maio era che Marra non dovesse restare nel gabinetto della sindaca.
Dunque, l’errore nel perseverare sarebbe stato solo e soltanto della sindaca.
Ma, anche in questo caso, i fatti e gli stessi sms con la Raggi, smentiscono quell’asserita intenzione.
Il 10 agosto 2016, Di Maio, prendendo tempo, rinvia infatti ogni decisione sostenendo – testualmente – che, a valle delle comunicazioni di Pignatone, «deciderete», «decideremo ».
È un plurale che indica una decisione che verrà  infatti presa in quel mese di agosto e di cui non risultano dissociazioni dello stesso Di Maio, responsabile degli enti locali del M5S.
Marra resterà  infatti vice-capo di gabinetto con il sacrificio (tra il 31 agosto e l’1 settembre) dei suoi due nemici in Giunta: l’allora capo di gabinetto Carla Raineri e l’allora assessore al bilancio Marcello Minenna.
Di più, a settembre, dopo l’inchiesta con cui il settimanale l’Espresso, a firma Emiliano Fittipaldi (anche di lui Di Maio ha chiesto il processo disciplinare all’Ordine), svela la vicenda della casa di Marra acquistata a prezzo di favore dal costruttore Scarpellini (circostanza che lo porterà  in carcere il 16 dicembre successivo per corruzione), Marra viene promosso a capo del Personale del Campidoglio.
Un incarico nevralgico nella vita dell’amministrazione.
Benedetto da una narrazione, allora, come oggi, identica a se stessa, per la quale arriva in soccorso Marco Travaglio, direttore del Fatto, che scrive: «Marra invece è incensurato, e questo forse è il problema: però il Messaggero assicura che, siccome comprò casa dal costruttore Scarpellini allo stesso prezzo stimato da una perizia della banca Barclays che gli erogò il mutuo, senza mai firmare un atto riguardante Scarpellini (all’epoca si occupava di incremento delle razze equine), “la Procura sembra voler fare chiarezza”. Ergo, è il mostro di Lochness ».
Sappiamo come è andata.

(da “la Repubblica”)

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MARRA “SERVITORE”, MA NON DELLO STATO

Febbraio 15th, 2017 Riccardo Fucile

DIFESO DA DI MAIO SOLO PERCHE’ HA INDOSSATO LA DIVISA DELLA GDF

Lasciando da parte verità  e bugie, nell’sms di Luigi Di Maio sui guai di Raffaele Marra c’è una frase che colpisce: «Lui è un servitore dello Stato».
Il vicepresidente della Camera usa questa definizione per spiegare a Virginia Raggi che Marra non è un politico di carriera, ma solo un funzionario del Comune, ed essendo stato un ufficiale della Finanza dovrebbe sapere bene che spirito di sacrificio e la capacità  di abnegazione fanno parte del bagaglio di chi è appunto, «un servitore dello Stato».
Ora, facciamo finta che il giovane deputato pentastellato oltre a non leggere le mail non leggesse neanche i settimanali, e dunque gli fosse sfuggita l’inchiesta che l’Espresso aveva pubblicato due mesi prima di quel suo sms.
Un’inchiesta nella quale si dimostrava che quando era capo del dipartimento Patrimonio e Casa, Marra aveva acquistato dal costruttore Scarpellini un attico di 165 metri quadri con uno “sconto” di mezzo milione, esattamente quell’affare che poi è costato a entrambi l’arresto per corruzione.
Facciamo finta che non sapesse nulla dei servigi resi da Marra non allo Stato ma ad Alemanno e a Polverini, occupandosi di galoppo o di mobilio a seconda del politico da servire (sempre con spirito di sacrificio e capacità  di abnegazione, si capisce).
Facciamo finta. Ma definire uno come Marra «servitore dello Stato» solo perchè ha vestito la divisa della guardia di finanza (altrimenti sarebbe, in quanto funzionario del Campidoglio, solo un «servitore del Comune») vuol dire non conoscere il significato di quell’espressione.
Che non equivale affatto a «dipendente pubblico».
Servitore dello Stato è chi ha contribuito alla sua nascita. Chi ha preso le armi per difendere la democrazia e la libertà . Chi ha dato la vita per far rispettare la legge. Servitori dello Stato sono stati Cavour e De Gasperi, il maresciallo Diaz e Massimo D’Azeglio, il governatore Baffi e il presidente Ciampi.
Servitori dello Stato erano poliziotti come Boris Giuliano, magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giuristi come Massimo D’Antona, avvocati come Giorgio Ambrosoli, uomini che per lo Stato hanno dato la vita.
Non basta aver indossato la divisa, per meritare questo titolo.
Certo, Raffaele Marra è stato un servitore: ma non dello Stato.

Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)

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“ASPETTANDO PIGNATONE”: LA CHAT SU MARRA NON DA’ AFFATTO RAGIONE A DI MAIO

Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile

DALLA CHAT NON EMERGE PER NULLA CHE DI MAIO AVREBBE INTIMATO A MARRA DI LASCIARE IL POSTO, SEMMAI L’OPPOSTO: LUI LO ASCOLTA E ASPETTA PIGNATONE… DUE GIORNI DOPO (IL 12 AGOSTO) ARRIVA LA RISPOSTA SIBILLINA DEL PROCURATORE DI ROMA, MA MARRA RESTA FINO A DICEMBRE, QUANDO VIENE ARRESTATO: CHE HA FATTO DI MAIO IN QUESTI 4 MESI PER CACCIARLO? NULLA

Il Corriere della Sera, La Repubblica e Il Messaggero replicano colpo su colpo assicurando di essere in grado di documentare che il procuratore di Roma Pignatone aveva poi risposto il 12 agosto osservando che non c’erano notizie che “potessero essere comunicate” sul conto di Raffaele Marra.
“Una risposta sibillina, ma non assolutoria, nel rispetto del segreto sulle indagini in corso. Nonostante questo, Marra è rimasto al suo posto ed è stato addirittura promosso da vicecapo di gabinetto a capo del personale dell’intero Comune, mantenendo la carica fino al momento dell’arresto per corruzione nello scorso dicembre”, fa notare La Repubblica.
“Il blog di Grillo – continua La Repubblica — spiega la definizione di ‘servitore dello Stato’ con cui Di Maio indica Marra con ‘il fatto che Marra era della Guardia di finanza’.
Va ricordato che Marra ha lasciato la Guardia di finanza da più di dieci anni.
Da allora ha lavorato come direttore dell’Unire guidata all’epoca da Franco Panzironi, lo stretto collaboratore di Gianni Alemanno arrestato nella retata di Mafia Capitale del dicembre 2014. Poi è entrato al Comune di Roma con lo stesso Alemanno, che dal 2015 è sotto processo per corruzione e finanziamento illecito”.
In conclusione, “questi sono i fatti, ma Grillo continua ad attaccarci con una propaganda delirante e pericolosa, che diffonde nel Paese un clima di odio”.
Il Messaggero fa notare che “con quel messaggio, lo scorso 10 agosto, Virginia Raggi intendeva tranquillizzare Marra trasferendogli le considerazioni di Luigi Di Maio che, da una parte lo definiva ‘un servitore dello Stato’ e dall’altra segnalava alla stessa Raggi l’opportunità  di conoscerne la posizione giudiziaria e il suo convincimento sul fatto che Marra non potesse restare nel Gabinetto in Campidoglio”.
“Per una sua scelta – osserva Il Messaggero – Virginia Raggi decise di inoltrare a Marra solo la parte ‘positiva’ del messaggio di Di Maio, per dargli l’impressione che la fiducia fosse incondizionata”.

(da agenzie)

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“LE PERIFERIE SPROFONDANO E LA LORO UNICA PREOCCUPAZIONE E’ LO STADIO”: L’ULTIMO SCHIAFFO DI BERDINI

Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile

L’ASSESSORE SI E’ DIMESSO: “DOVEVAMO RIPORTARE LEGALITA’ E TRASPARENZA, SI CONTINUA SULLA STRADA DELL’URBANISTICA CONTRATTATA CHE HA FATTO IMMENSI DANNI ALLA CITTA'”… E I GRILLINI RINNEGANO LE PROMESSE ELETTORALI: OK ALLO STADIO

Non ha aspettato che Virginia Raggi portasse a termine l’annunciata due diligence sul suo lavoro e sciogliesse la “riserva”.
Poco dopo l’incontro tenuto nel pomeriggio in Campidoglio sullo stadio della Roma, che ha fatto segnare un deciso passa in avanti verso la realizzazione del progetto, Paolo Berdini ha lasciato la giunta a 5 stelle rassegnando le sue “dimissioni irrevocabili“.
“Era mia intenzione servire la città  mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare le condizioni per poter proseguire il mio lavoro. Mentre le periferie sprofondano in degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio della Roma“, scrive l’assessore all’Urbanistica nella nota in cui dà  l’addio definitivo alla giunta M5S che dal 20 giugno 2016 guida l’amministrazione capitolina.
Al centro della frizione durata mesi tra Berdini e i 5 stelle c’è il progetto del nuovo impianto sportivo per il quale l’As Roma ha con il Campidoglio un accordo che risale al 2014: da una parte l’assessore all’Urbanistica, che chiedeva forti tagli alla parte commerciale del progetto in mancanza dei quali aveva sempre espresso una posizione contraria alla costruzione del nuovo impianto; dall’altro la giunta, intenzionata a costruire la struttura nell’area dell’ex ippodromo di Tor di Valle seppur dicendosi disponibile ad aprire una discussione sulla riduzione delle cubature.
Oggetto del contendere il faraonico progetto della società  di James Pallotta cui la giunta guidata da Ignazio Marino aveva dato il proprio assenso perchè ritenuto “di interesse pubblico” e che il 3 marzo, a meno di colpi di scena, riceverà  l’ok definitivo anche dall’amministrazione a 5 stelle.
Alla quale l’assessore dimissionario rivolge ora il suo j’accuse: “Dovevamo riportare la città  nella piena legalità  e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata, che come è noto, ha provocato immensi danni a Roma“.
La certezza che l’addio fosse una mera questione di tempo era arrivata il 13 febbraio, quando Il Fatto Quotidiano pubblicava la lettera con la quale Berdini diceva la sua sul caso delle dichiarazioni attribuitegli da La Stampa riguardo alla sindaca Raggi.
Il punto 10 della missiva annunciava in maniera inequivocabile ciò che poi è avvenuto: “Oggi, il M5S, se vuole, ha la grande opportunità  di continuare l’azione fin qui intrapresa per far cambiare passo a Roma. Lo stadio di Tor di Valle è il banco di prova per fermare blocchi di potere che da sempre difendono la speculazione fondiaria e finanziaria a scapito dei diritti dei cittadini. Se la Raggi vuole fare questa battaglia mi troverà  al suo fianco. In caso contrario, le mie dimissioni sono già  sul suo tavolo”. Tradotto: io la faccia sullo stadio da un milione di metri cubi di cemento non la metto, o si tagliano le cubature o me ne vado. E così è stato.
L’intesa fra i presenti al tavolo riunito questo pomeriggio in Campidoglio (il capogruppo M5S, Paolo Ferrara, il presidente dell’Aula, Marcello De Vito, la presidente della commissione Urbanistica, Donatella Iorio da una parte; il direttore generale giallorosso Mauro Baldissoni e il costruttore Luca Parnasi dall’altra) è stata raggiunta.
Un idillio fra società  e comune che attende solo il sigillo di Virginia Raggi. Che avoca a sè le deleghe all’Urbanistica e Infrastrutture e cui rimane il problema di trovare il nome adatto per sostituire il terzo assessore in 7 mesi.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LO STADIO DELLA ROMA SCOPPIA IN MANO AL M5S, ATTIVISTI FURIOSI CON LA RAGGI: “DOV’E’ LA GRANDE RIVOLUZIONE?”

Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile

“CONTINUITA’ CON QUEI PERSONAGGI CHE HANNO DISTRUTTO LA CITTA'”… “FATECI VOTARE SULLO STADIO”… IL 5 MARZO LA RAGGI DISSE: “SE DIVENTERO’ SINDACA RITIRERO’ LA DELIBERA”…E ORA PINOCCHIO-DI MAIO DICE L’OPPOSTO: “FAREMO LO STADIO, ERA NEL PROGRAMMA”

Com’era ampiamente previsto, la questione dello stadio della Roma sta scoppiando in mano al MoVimento 5 Stelle.
Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista si sono schierati a favore dell’opera mentre la Giunta Raggi oggi affronterà  un vertice con i proponenti per arrivare finalmente a un accordo.
E mentre l’indimenticabile vicepresidente della Camera sostiene che il M5S è sempre stato favorevole all’opera (ovviamente è falso) la rivolta della base dei grillini è ufficialmente scoppiata, complice anche il lungo addio di Paolo Berdini all’assessorato all’urbanistica.
Stamattina a svegliarsi con un diavolo per capello è Francesca De Vito, la sorella del presidente dell’Assemblea Capitolina che era già  finita sui giornali per le critiche alla giunta: «Meglio sbagliare con persone “pulite” che continuare ad amministrare con le dinamiche di sempre…non è quello che i romani si aspettavano da noi!! Giusto o sbagliato che sia, il tavolo urbanistica ha affrontato il problema “stadio”…perchè non è chiamato in Comune e non gli viene dato ascolto?…mentre i “soliti noti” continuano ad avere un “posto al sole”….e noi????…fuori….come sempre!!», scrive lei su Facebook in un tripudio di puntini puntini puntini.
Di cosa sta parlando? La De Vito parla della proposta di delibera sullo stadio della Roma   che annullerebbe quella approvata sotto la giunta Marino con la quale veniva sancito il “pubblico interesse” dell’opera, che è stata consegnata dagli attivisti M5S all’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini e poi pubblicata su Facebook da Francesco Sanvitto, coordinatore del tavolo Urbanistica del M5S di Roma, con un post su Facebook al quale ha allegato il documento.
Nella delibera vengono individuati sette aspetti di illegittimità  del documento approvato dall’amministrazione Marino e l’iniziativa è in aperto contrasto con quanto sta attualmente facendo la giunta Raggi, che proprio ieri si è riunita con gli esponenti della società  giallorossa in Campidoglio per lavorare al progetto prevedendo modifiche e riduzioni di cubature.
L’iter infatti non è giuridicamente concluso e non lo sarà  finchè il progetto non avrà  il via libera della Conferenza dei servizi in Regione.
Fino a quel momento il Comune ha tempo per approvare una delibera per modificare o ritirare il “pubblico interesse” concesso il 22 dicembre 2014 con la votazione nell’aula Giulio Cesare.
Bisognerebbe però per l’appunto votare in Consiglio, e soprattutto la motivazione deve essere inattaccabile perchè altrimenti i grillini rischierebbero di esporre il Campidoglio a una causa miliardaria di risarcimento danni.
Cosa sta succedendo, quindi?
Sta succedendo che la “base” del MoVimento 5 Stelle sta provando a forzare la mano della sindaca e dei consiglieri per mandare all’aria il progetto, probabilmente incurante (anche perchè l’eventuale responsabilità  in solido non sarebbe la sua) di quanto potrebbe accadere.
Lo stesso Sanvitto da giorni attacca l’amministrazione a 5 Stelle prendendosela in particolare con Daniele Frongia e Donatella Iorio, ovvero l’ex vicesindaco che era stato incaricato dalla Raggi di seguire il dossier stadio e con la presidente della Commissione Urbanistica in Campidoglio.
Frongia, accusa Sanvitto, «da 7 mesi ha smesso di comunicare con me e, sin dai primi giorni dopo la vittoria elettorale aveva smesso di rispondere anche al telefono». Secondo Sanvitto — in realtà  la sua tesi non è peregrina — è in atto il complotto della trattativa: «I “tavoli tecnici” che stanno “trattando” riduzioni servono solo a farci arrivare allo scadere del tempo (pochi giorni) perchè il progetto non è modificabile se non dopo l’annullamento della delibera di Marino. Al termine della “conferenza dei servizi” il procedimento sarà  senza ritorno ed allora, tutti quelli che sapevano, avranno la responsabilità  morale di essere stati complici di un indebito arricchimento di alcuni privati a discapito della collettività ».
Ma a contribuire al caos non ci sono solo Sanvitto e Frongia. Il consigliere all’VIII Municipio Massimiliano Morosini, già  noto alle cronache per le liste di proscrizione e la proposta di recall per Paola Muraro oltre che per un divertentissimo scazzo sull’assemblea dei meetup, ha pubblicato su Facebook un appello per chiedere a Beppe Grillo   di fare votare il M5S Roma sullo stadio: «Per stabilire definitivamente quale deve essere la posizione del MoVimento in merito alla questione dello stadio, mantenendo comunque la coerenza con quanto il M5S ha sempre espresso in Assemblea Capitolina, la soluzione è una: DEMOCRAZIA DIRETTA. Invitiamo il Garante del MoVimento Beppe Grillo ad attivare una consultazione sul blog per far esprimere la base che ha già  votato i punti del programma e le candidature per Roma Capitale».
Anche Claudio Sperandio, organizzatore dell’assemblea dei meetup, è ostile al progetto e condivide un intervento pubblicato sul blog di Beppe Grillo nel 2014 che domandava: «Stadio a Tor di Valle: chi paga?».
E Sperandio aggiunge: «La rete è come una casa, nasconde ma non ruba. Leggo continuamente che questo progetto assurdo non costerebbe un euro alla collettività , eppure già  3 anni fa si era indicato il rischio degli oneri concessori rispetto al piano di fattibilità  di questo sfacelo».
C’è poi chi mette a confronto le parole di oggi con quelle pronunciate anni fa o in campagna elettorale.
«Noi manteniamo le promesse e rispettiamo il programma. Dunque faremo lo stadio come abbiamo detto in campagna elettorale», ha sostenuto domenica Luigi Di Maio a In 1/2 Ora.
Ma sullo stadio una promessa c’era: «Se diventerò sindaco — annunciò la Raggi il 5 marzo 2016 — ritirerò la delibera per l’impianto di Tor di Valle. Perchè noi ci opponiamo a qualsiasi operazione edilizia che sia solo speculativa».

(da “NextQuotidiano“)

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GRILLO PUBBLICA LA CHAT INTEGRALE PER SMENTIRE I GIORNALI, MA BLUFFA ANCHE LUI, CI SONO COSE CHE NON TORNANO

Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile

DI MAIO 1: “NELL’INCONTRO CON MARRA GLI HO RIBADITO CHE DOVEVA LASCIARE L’INCARICO”…DI MAIO 2: “HO SOLO ASCOLTATO QUELLO CHE AVEVA DA DIRMI”… UNO DEI DUE DI MAIO HA MENTITO

Oggi i giornali hanno pubblicato il testo di un sms inviato a Virginia Raggi in cui Luigi Di Maio definiva Raffaele Marra “un servitore dello Stato”; il testo è stato poi inoltrato dalla Raggi a Marra e pubblicato oggi dai giornali tagliandone una parte (quella che si riferiva ai controlli di Pignatone).
Grillo ha pubblicato sul suo blog la chat integrale accusando i giornali di “bufala” e che non sarebbe vero che “Di Maio difese Marra”, ma l’esatto contrario.
In realtà  vi sono due frasi che sembrano opposte: la prima è che a Marra viene riconosciuto di essere un “servitore dello Stato”, la seconda “penso che nel gabinetto non debba stare perchè ci eravano accordati (lui e la Raggi n.d.r.) così”. Salvo poi non prendere posizione in attesa che “Pignatone ci faccia sapere”.
Forzati i primi titoli, forzata l’assoluzione da parte di Grillo.
Ma dalla chat emerge piuttosto un’altra menzogna di Di Maio.
Cosa ha detto Di Maio a In 1/2 Ora?

” Fermo restando che io ho incontrato una volta quel signore, il MoVimento chiedeva a Virginia Raggi — e questo lo testimonia l’incontro — di rimuovere questo signore dal suo gabinetto già  dall’estate del 2016. Quell’incontro serviva ulteriormente per ribadire che quel signore non aveva la nostra fiducia, la mia, quella di Davide Casaleggio e quella di Beppe Grillo, e dopo quell’incontro — in cui ho ribadito la posizione che dovesse andar via dal gabinetto — ho continuato a chiedere al sindaco di rimuovere questo signore”
Nell’sms inviato a Virginia Raggi invece dice di aver solo ascoltato quello che Marra aveva da dirgli.
Una delle due versioni è falsa.

Fermo restando che Di Maio conclude “Quanto alle ragioni di Marra, aspettiamo Pignatone e poi deciderete-decideremo”
Quindi in quell’occasione non può certo aver detto a Marra di lasciare la carica.

(da agenzie)

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DI MAIO HA MENTITO, FU IL GARANTE DI MARRA, LA PROVA IN UN SMS: “E’ SERVITORE DELLO STATO”

Febbraio 14th, 2017 Riccardo Fucile

IL 10 AGOSTO LA RAGGI GIRO’ A MARRA L’SMS IN CUI DI MAIO ASSICURAVA IL SUO SOSTEGNO…ALTRO CHE “A LUGLIO DISSI DI MANDARLO VIA” COME HA SOSTENUTO IN TV

Luigi Di Maio ha mentito su Raffaele Marra, ex capo del personale del Campidoglio, detenuto da cinquanta giorni a Regina Coeli perchè accusato di corruzione.
E su almeno due circostanze. Che Repubblica è ora in grado di documentare.
Non è vero che lo incontrò il 6 luglio 2016 nei suoi uffici alla Camera “per cacciarlo”, come ha sostenuto nella sua intervista televisiva di domenica scorsa a Lucia Annunziata nel suo “In ½ ora”, sollecitato sulle domande poste da questo giornale nei giorni scorsi.
Non è vero che fu l’ostinazione della sindaca Virginia Raggi a impedirne l’allontanamento.
E’ vero piuttosto il contrario. Perchè, ancora il 10 agosto 2016, oltre un mese dopo il loro incontro e nel pieno dello scontro interno al minidirettorio che ne chiedeva la testa, Di Maio sollecitava Marra a resistere perchè “servitore dello Stato”.
La prova della falsità  della ricostruzione proposta da Di Maio sul ruolo politico che ha svolto nell’affaire dei “quattro amici al bar” è in due chat telefoniche, il cui testo è stato ottenuto da Repubblica .
Entrambe datate 10 agosto 2016 e custodite nella memoria dello smartphone di Raffaele Marra sequestrato al momento del suo arresto.
Di entrambe, l’avvocato Francesco Scacchi, legale di Marra, conferma l’esistenza, rifiutando tuttavia garbatamente ogni commento nel merito.
Se non per ribadire che il suo assistito “parlerà , parlerà  di tutto, perchè ha intenzione di farlo e non ha cambiato idea”.
“Ma solo quando sarà  messo in condizione di conoscere con esattezza il materiale istruttorio raccolto dalla Procura” nell’indagine che lo vede indagato con la Raggi per abuso di ufficio.
Il che significa non oggi, come chiesto dalla Procura, nè comunque prima del deposito degli atti a conclusione dell’indagine.
E veniamo alle due chat, dunque.
E’ – come si diceva – mercoledì 10 agosto 2016. Quel giorno, in Campidoglio, è in calendario la votazione in Aula Giulio Cesare della mozione di sfiducia dell’allora assessore all’ambiente Paola Muraro presentata dalle opposizioni (verrà  respinta con 24 no).
Ma, soprattutto, sono quelli i giorni dell’incrudelirsi del dibattito interno al minidirettorio M5S aperto dalle nomine con cui la Raggi ha definito il ruolo del suo cerchio magico, degli “amici al bar”. Salvatore Romeo, capo della segreteria. Daniele Frongia, vicesindaco. Raffaele Marra, vicecapo di gabinetto.
Per questo, Marra è nervoso. Di più. Ossessionato da quello che, da settimane, percepisce come uno stillicidio sulla sua persona.
Alimentato soprattutto dal “fuoco amico” della componente lombardiana del M5S, che chiede il suo immediato allontanamento dalla stanza dei bottoni del Campidoglio. Alle 8 52 minuti e 42 secondi di quel mercoledì mattina, la sindaca, il cui nickname di chat è “Mio Sindaco”, apre con un emoticon la conversazione: “:) Buongiorno”. Marra le risponde dopo un quarto d’ora. Con un riferimento alla prova dell’aula di quel giorno. “Buongiorno. In bocca al lupo per oggi”. “Grazie”, risponde lei.
Marra fa passare qualche ora e, alle 13 11 minuti e 6 secondi, rientra in chat per un lunghissimo messaggio di sfogo.
Che, oggi, diventa cruciale per ricostruire non solo quali fossero in quel momento i rapporti di forza tra gli “amici al bar”, ma, soprattutto, per documentare quale ruolo politico di copertura avesse prestato Luigi Di Maio e quanto sia dunque posticcia la versione dei fatti offerta domenica scorsa alla Annunziata.
Scrive Marra alla Raggi: “Vorrei anche ricordarti che ho manifestato la mia disponibilità  a riprendere l’aspettativa sin dal giorno in cui ho incontrato il vice presidente Di Maio a cui manifestai la mia disponibilità  a presentare l’istanza qualora non fossi stato in grado di convincerlo, carte alla mano, sulla mia assoluta correttezza morale e professionale. L’incontro, come sai, andò molto bene, tanto che lui mi disse di farmi dare da te i suoi numeri personali. Cosa che per correttezza non ho mai fatto. Pensavo che quell’incontro potesse rappresentare un punto di svolta. Evidentemente mi sbagliavo”.
Il testo è chiaro. L’incontro del 6 luglio tra Marra e Di Maio era stato tutt’altro che la sgradevole occasione per un licenziamento (come vorrebbe l’avventurosa ricostruzione del vicepresidente della Camera). E non solo perchè questa fu la percezione di Marra. Ma perchè che così fossero andate le cose è la stessa Raggi a saperlo.
Non fosse altro perchè è difficile immaginare Di Maio che nel “cacciare” un dirigente capitolino lo invita contestualmente a farsi dare i propri numeri personali dalla sindaca. A che scopo, se non quello di dimostrargli piena fiducia e massimo accesso confidenziale?
Certo, si potrebbe dire: Marra, in quei messaggi, millanta. Racconta cose non vere dell’incontro del 6 luglio. Accredita, pro domo sua, una versione dei fatti dove la parola dell’uno (Di Maio) vale quanto quella dell’altro (Marra).
E, dunque, sarebbe arbitrario, o comunque opinabile, caricare Di Maio di un ruolo politico di “protezione” di cui non esisterebbe la prova regina. Anzi, lo sconforto di Marra potrebbe essere la prova che proprio Di Maio lo avesse mollato.
E, tuttavia, è la seconda chat in possesso di Repubblica che fa piazza pulita anche di questa (generosa) ipotesi.
Per tranquillizzare Marra e convincerlo a resistere perchè ha ancora il pieno appoggio di Di Maio, la Raggi, alle 15 48 minuti e 50 secondi di quel mercoledì 10 agosto, gli gira infatti, inoltrandoglielo, un sms che ha ricevuto proprio dal vicepresidente della Camera.
Anche questo di un’evidenza solare. Dove alle parole può essere difficilmente dato un significato alternativo a ciò che documentano.
Con il senno di poi, un azzardo quello della sindaca. Perchè quel messaggio rimane nella memoria dello smartphone che verrà  sequestrato al momento dell’arresto.
Scrive Di Maio alla Raggi: “Quanto alle ragioni di Marra, lui non si senta umiliato. E’ un servitore dello Stato. Sui miei, il Movimento fa accertamenti ogni mese. L’importante è non trovare nulla”.
“Un servitore dello Stato”, cioè uno dei miei. Non male per un tipo che, a suo dire, aveva “cacciato” il 6 luglio.

(da “La Repubblica”)

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