Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
BEPPE NON VUOLE RISCHIARE DI PAGARE DI TASCA COME UNICO GARANTE, IL NIPOTE NON MOLLA IL RUOLO, CASALEGGIO JR NEPPURE: ALLA FINE LA PROPRIETA’ DEL SIMBOLO RESTA IN FAMIGLIA
Adesso il problema si chiama Grillo. Ma non inteso come Beppe. Bensì come Enrico, cioè il nipote del
leader pentastellato, avvocato e vicepresidente dell’associazione M5S.
E’ nel suo studio a Genova, dove c’è la sede legale del Movimento, che il Direttorio grillino si è riunito per decidere nei fatti la nuova struttura.
Ed è qui che tra il Direttorio (Di Maio, Di Battista, Fico, Ruocco, Sibilia) ed Enrico Grillo sarebbe andato in scena un braccio di ferro sulla proprietà del simbolo M5S. Secondo quanto si apprende, il nipote di Beppe avrebbe frenato l’operazione sul marchio stellato che al momento appartiene all’associazione Movimento 5 Stelle, formata, fino alla scomparsa di Gianroberto Casaleggio nell’aprile scorso, da quattro soci: lo stesso Grillo, Casaleggio, Enrico Nadasi (commercialista di Grillo) ed Enrico Grillo.
Mentre il Movimento cambia il corso della sua storia, Beppe Grillo è in vacanza a Olbia, anche se più fonti ben accreditate avevano riferito che nel giorno del mega vertice il comico si trovava a Genova dove era stato raggiunto dal Direttorio anche per i suoi 68 anni.
Insomma, attorno alla presenza del leader pentastellato si è alimentato un giallo. Roberto Fico scrive su Facebook: “Peccato che noi cinque siamo a Genova ma Beppe è in vacanza e quindi si trova proprio in un’altra regione”.
Così un utente chiede: “Allora, per quale motivo siete a Genova?”.
In mattinata viene riferito — da fonti parlamentari – della riunione nello studio legale di Enrico Grillo, senza però lo zio.
Carlo Sibilia, dal canto suo, prova a confondere le acquee: “Nessuna riunione segreta. Non c’è nessun cambio di proprietà ”.
Luigi Di Maio va oltre: “Grillo e il suo futuro non sono in discussione nel Movimento 5 Stelle. L’unica cosa da fare – spiega – è che dobbiamo adeguare un po’ di scartoffie ad alcune ordinanze della magistratura che sono state emesse negli ultimi giorni”.
Il riferimento è alla questione dei ricorsi dopo che il tribunale di Napoli ha dato ragione agli espulsi e quindi Beppe Grillo, in quanto unico garante e presidente del Movimento, rischierebbe di rimetterci i soldi di tasca sua.
Anche per questo è stato deciso di creare un comitato di garanti ad hoc e di modificare lo statuto.
Non solo. Il passaggio storico sta nella volontà di Grillo di non essere più lui il proprietario del simbolo in quanto presidente dell’associazione.
Dell’associazione però, come è noto, fa parte anche il nipote che — secondo quanto si apprende — non sarebbe intenzionato a cedere la proprietà per lasciare tutto lo spazio ai parlamentari.
Quindi, la via di mezzo che porterebbe alla quadra – si ragiona in queste ore – sarebbe un ingresso del Direttorio nell’associazione al posto di Gianroberto Casaleggio.
In questo caso però si aprirebbe un problema enorme con alcuni deputati e i senatori ortodossi, convinti ancora che “uno vale uno” e che soffrono la sovraesposizione del Direttorio.
In questo contesto però anche l’Associazione Rousseau, fondata da Davide Casaleggio, non vuole essere esclusa.
Insomma, nella storia dei partiti le litigate su chi deve tenere il simbolo sono sempre avvenute una volta compiuta la scissione, nel caso dei 5Stelle avviene quando il leader Beppe Grillo ha deciso di fare un passo indietro causando un terremoto nel Movimento che prova a camminare sulle sue gambe.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL SETTIMANALE ECONOMICO NON SI FIDA DEI CINQUESTELLE AL GOVERNO: “IL LORO PROGRAMMA UN GROVIGLIO DI INGENUITA’ E CINISMO”
“Un partito che ha davanti un chiaro sentiero verso la vittoria ma nozioni ambigue su cosa fare se
vince”.
Così il settimanale britannico The Economist analizza, in un lungo articolo da Torino, la “questione” Cinque Stelle con un attenzione particolare sulla vittoria di Chiara Appendino.
“La difficile prospettiva economica è una delle ragioni per cui alle scorse Comunali” Appendino “ha posto fine a 23 anni di governo del centrosinistra” a Torino, scrive The Economist allargando poi il raggio a tutto il Movimento.
“Il suo più grande vantaggio ad attrarre sia a destra sia a sinistra”, osserva il settimanale londinese spiegando come questa particolarità renda i 5 Stelle “molto efficaci” in un sistema a doppio turno.
E, ricorda The Economist, grazie alla nuova legge elettorale l’Italia ha un sistema a doppio turno “non solo a livello locale ma anche nazionale”.
Ma, sottolinea il foglio d’Oltremanica, “il M5S è impreparato a governare. I suoi impulsi di destra e di sinistra sono in tensione” e, “peggio, gli sforzi del Movimento per stimolare gli input dai cittadini sono, sebbene lodevoli, hanno lasciato il loro programma in un groviglio di ingenuità , ambiguità e cinismo”, scrive The Economist facendo alcuni esempi: “la loro politica estera è pervasa di anti-americanismo” laddove sul piano economico viene proposto un referendum sull’euro che “può essere incostituzionali”. Ma, “coerenti o meno, i 5 Stelle sono popolari e, al ballottaggio, secondo i sondaggi vincerebbe. E l’Italia potrebbe ritrovarsi a dare più potere al suo governo solo per eleggere un partito che non ha idea di come usarlo”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile
ALLA FINE SI SCUSA E DA’ LA COLPA AL PD: “STRUMENTALIZZATE LE MIE PAROLE”
«Esiste la lobby dei petrolieri e quella degli ambientalisti, quella dei malati di cancro e quella degli inceneritori. Il problema è la politica senza spina dorsale, che si presta sempre alle solite logiche dei potentati economici decotti».
Uno dei passaggi di un post su Facebook di Luigi Di Maio sulle lobby è finito nel mirino di molti dem.
Il Pd attacca: per il renziano Marcucci, «sulle persone malate di cancro paragonate ad una lobby, Di Maio tocca il punto più basso. La cosa incredibile è che a pronunciare tali assurdità sia un signore che fa il vice presidente della Camera».
«Sono senza parole – scrive in un tweet la deputata Alessia Morani – Di Maio per giustificare il suo incontro con le lobbies dà dei lobbisti ai malati di cancro #schifo».
E Alessia Rotta: «Di Maio si scusi per avere parlato dei malati di cancro come di una lobby #vergogna».
«Le parole del vicepresidente Luigi Di Maio nei confronti dei malati di cancro sono vergognose e indegne. Definire lobby – dice Ernesto Carbone – coloro che hanno avuto la sfortuna di avere un tumore lascia esterrefatti. Ma lascia ancora più sorpresi che ciò venga detto proprio quando Di Maio incontra lobbies vere. Si è trattato del tentativo di far passare in secondo piano, proprio con una gaffe gravissima fatta ad arte, l’incontro con quei gruppi di pressione sempre demonizzati? In tutti i casi si scusi e si vergogni, e abbia rispetto per il dolore altrui questo gattopardo pseudomoralista».
Dopo le polemiche Di Maio, sempre sulla sua pagina Facebook, si scusa.
Poi però punta il dito contro i democratici: «Sono dispiaciuto che a causa delle mie affermazioni, strumentalizzate ad arte dal Pd, le associazioni dei malati di cancro siano finite in una becera polemica politica. A loro sento di dover chiarire il senso delle mie parole e di un accostamento (lobby degli inceneritori e lobby dei malati di cancro) che può essere apparso infelice: in Parlamento ci sono portatori di interessi negativi, come quelli degli inceneritori, e portatori di interessi positivi, come quelli appunto delle associazioni dei malati di cancro, che devono poter dialogare con le istituzioni affinchè il Parlamento approvi leggi a favore del loro diritto alla salute. Le loro sollecitazioni e indicazioni sono preziose per noi portavoce. Mi scuso se le mie parole sono risultate offensive».
(da “La Stampa”)
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Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile
QUESTO SAREBBE IL “PROCESSO DI MATURAZIONE” DEL M5S
Il processo di “maturazione” del Movimento 5 Stelle prosegue senza sosta. 
Dopo la recente visita di una delegazione dei grillini in Israele, con tanto di gaffe diplomatica sulle difficoltà di accedere a Gaza, i 5 Stelle incontrano anche gli acerrimi nemici dei lobbisti.
Lo scrive il Corriere della Sera che racconta l’incontro tra il leader in pectore Luigi Di Maio e una platea formata dagli esponenti dei cosiddetti gruppi di pressione in una sala di Palazzo Firenze a Roma.
Qui, il vicepresidente della Camera ribadisce la linea adottata “dal gennaio 2014” di promuovere una legge che “regolamenti la partecipazione dei gruppi di interesse alle procedure legislative”.
(I lobbisti) vogliono annusare Luigi di Maio. E’ l’esponente di punta di quel M5S che appena due anni e mezzo fa intimò: fuori i lobbisti dal Parlamento.
E che adesso accetta di confrontarsi con cento di loro, in nome della trasparenza. Strano incontro ma estremamente istruttivo. […] Davanti ha i punti di contatto tra multinazionali, forze politiche e opinione pubblica: rappresentanti di Enel, Vodafone, Microsoft, Confindustria, Codacons, Fastweb, 3M, fondazioni assicurazioni, studi legali, reti di manager. Deve convincerli che il Movimento sta cambiando, si sta evolvendo.
“Un segno dei tempi”, scrive Massimo Franco sul Corsera.
Non si tratta del primo segnale dell’evoluzione grillina, e nemmeno dell’ultimo. Il 26 luglio Di Maio incontrerà Antonio Spadaro, direttore del quindicinale dei gesuiti La civiltà cattolica, uomo vicinissimo a Papa Francesco.
“E’ una tappa-chiave anche la Santa Sede, per Di Maio. Continua Franco:
Nella platea dei lobbisti, probabilmente i sostenitori delle riforme sono molti.Di Maio cerca di demolirle una a una. Sostiene che il risparmio derivante da uno svuotamento del Senato sarà minimo: circa 50 milioni di euro. Sarebbe meglio dimezzare gli stipendi di tutti i parlamentari se si vogliono abbattere i costi. […] I “nemici” ascoltano, attenti, senza applaudire se non alla fine.
E’ stata solo una tappa: per i lobbisti e per il grillino in grigio.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA POLEMICA SUL WEB
La sindaca Chiara Appendino non aspira soltanto a mettere a dieta i torinesi incoraggiando
l’alimentazione “vegetariana e vegana su tutto il territorio cittadino”. Prospetta anche di spegnere gli impianti wi-fi, che considera potenzialmente pericolosi per la salute.
E intende farlo a cominciare dalle scuole, “riducendo il tempo e la quantità delle emissioni in modo che sia garantita la connettività per lo stretto necessario”.
C’è scritto così a pagina 23 del programma di governo che la prossima settimana passerà in consiglio comunale per l’approvazione.
Subito dopo la pubblicazione della notizia su Repubblica la prima cittadina con un tweet si è affrettata a chiarire il concetto: “Si tratta di eliminare le emissioni superflue riducendo tempo e/o quantità delle emissioni in modo che sia garantita la connettività . Non ho mai detto – ha aggiunto – che il wi-fi è nocivo”.
La polemica infuria sul web, vanno all’attacco soprattutto gli ex assessori pd della giunta Fassino Enzo Lavolta e Claudio Lubatti. Stefano Lorusso, il senatore Stefano Esposito e molti altri.
Tuttavia nelle 62 pagine del documento si sottolinea anche che ai Cinque Stelle, da sempre accaniti fautori della rete, sta “a cuore lo sviluppo dei sistemi di connessione “, ma anche “l’ambiente e la salute” dei cittadini.
Un altro cavallo di battaglia grillino si fa così strada nel programma che la nuova amministrazione riserverà ai torinesi.
Solo pochi mesi fa, a gennaio, aveva fatto discutere il caso del sindaco grillino di Borgofranco di Ivrea, Livio Tola, che aveva deciso di staccare i routers nelle scuole del paese, ritenendoli dannosi per i bimbi.
La stessa situazione si ripropone nel capoluogo, dove la nuova giunta comunale annuncia: “Seguiremo tutti i principi di precauzione relativi alle onde generate da ogni impianto di emissione, ancor di più se queste apparecchiature si trovano all’interno di edifici scolastici”.
E aggiunge: “Chiederemo, in concerto con le altre amministrazioni pubbliche, di ridurre le emissioni in modo che sia garantita la connettività per lo stretto necessario”. Un enunciato fa anche intendere che la proposta possa essere estesa anche ai privati, non solo alle scuole e agli edifici pubblici: “Ove sarà possibile – c’è scritto nel documento – chiederemo di ridurre il numero di singoli impianti o emittenti, riducendole al numero strettamente a garantire la connettività dei dispositivi mobili”.
L’assessora all’Ambiente, Stefania Giannuzzi, già investita dal vortice di polemiche sul progetto della “vegan city”, conferma che la questione Wi-Fi è all’ordine del giorno, ma preferisce non scendere troppo nei particolari: “Sono azioni – afferma – che dovremo valutare in maniera articolata”.
Come questo si tenga con un’altra, ponderosa parte di programma, dove a proposito dell’attrazione di nuove imprese si propone di “costruire un sistema Wi-Fi a banda larga su tutta la città , attraverso l’installazione di routers e antenne dedicate all’utilizzo da parte di cittadini e imprese” resta un mistero.certo, la crociata contro il Wi-Fi o quella per la promozione della dieta vegan non sono le uniche proposte singolari contenute nel programma della sindaca Appendino. Ce n’è un’altra, per esempio, che prevede l’abbattimento delle “barriere anti- uccelli”, introducendo nei regolamenti comunali delle “prescrizioni sulle caratteristiche di costruzione dei palazzi per limitare i danni ai volatili dovuti alle collisioni con le vetrate”.
Senza parlare, poi, della volontà di “realizzare colombaie in alcune aree verdi per fornire una alimentazione adeguata ai piccioni “.
Subito sul web sono cominciate le polemiche e le ironie (“Torniamo alla Sip”) anche di esponenti dell’opposizione e di semplici cittadini.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 20th, 2016 Riccardo Fucile
ALMENO 500 SBATTUTI FUORI PRIMA DEL REGOLAMENTO NULLO… A ROMA ORMAI SOLO 300 ATTIVISTI… E A NAPOLI SI PREPARA UN’AZIONE LEGALE COLLETTIVA
«Nel M5S ci sono almeno 500 persone sbattute fuori prima di un certo regolamento e comitato
d’appello… o procedura minima di facciata».
L’uomo che fornisce queste cifre sa molto di tutta la storia delle origini del Movimento cinque stelle.
Si chiama Ernesto Tinazzi, è il fondatore del meet up 878, uno dei meet up storici – e anche uno dei più discussi e attaccati dai media mainstream.
L’«878» era una lista, laziale, di 511 aderenti, la gran parte dei quali superortodossi e convinti del progetto delle origini di Grillo e Casaleggio, al punto che a Milano le analisi di Tinazzi erano ascoltate con attenzione.
Era considerato un influencer. La sua truppa, forte e anche capace di intimorire assai nelle dinamiche social. Quindi apprezzatissimo da Casaleggio.
Poi accadde qualcosa. Dissero ai due fondatori che Tinazzi si stava facendo un suo simbolo – cosa non vera – fatto sta che la Casaleggio diffidò tutto il meet up.
Subìto questo trattamento, Tinazzi avrebbe potuto organizzare azioni roboanti, cause persino di gruppo. Non lo ha fatto. Parentesi: dal suo meet up sono venuti tantissimi deputati e senatori, ora lieti nel vortice della vita romana. Ruocco, Taverna, Di Battista sono stati da loro assai sostenuti.
Ne avrebbe di cose da raccontare, Tinazzi.
A questi 500 vanno sommati gli «espulsi» in senso tecnico, almeno altri 300 in tutta Italia che (dopo il varo del Regolamento del 23 dicembre 2014, ora dichiarato «nullo» dal Tribunale) hanno ricevuto una mail con una comunicazione.
Prima di quella data le espulsioni avvenivano con un post scriptum sul blog, spesso anche senza: un bel giorno il militante si svegliava e si trovava «cliccato», disattivato dal server della Casaleggio.
Al massimo con una lettera di diffida all’uso del simbolo. Questa carica degli 800 delinea i contorni di una gigantesca cacciata del dissenso, per una forza di un paese democratico; una cacciata di cui per la prima volta siamo in grado di determinare con precisione l’entità .
Trentasei espulsi a Napoli, una trentina a Roma, almeno 50 espulsi in Emilia – tra cui i casi storici di Favia e Salsi, o quello recente di Lorenzo Andraghetti, reo di aver tentato di sfidare Massimo Bugani, prescelto dalla Casaleggio – una decina in Calabria, dove l’uomo forte è Nicola Morra, e dopo le espulsioni il Movimento è precipitato al 4%.
Ieri Federico Pizzarotti (per ora solo «sospeso») ha scritto ormai spazientito a Grillo, consapevole ormai di avere armi giuridiche assai forti: «Il tempo dell’attesa è finito. Se non dovessero arrivare in tempi brevi risposte sulla mia situazione, interpreterò l’atteggiamento per quello che è: la chiara volontà di arrivare a una rottura senza neppure il coraggio di assumersene la responsabilità . Pretendiamo chiarezza, l’indifferenza non rende piccolo chi la subisce, ma chi la attua».
A Napoli doveva esser candidato alle regionali Angelo Ferrillo, un militante storico della Terra dei fuochi.
Fu espulso con accuse pretestuose. Fece una lista civica (che appoggiò Caldoro). Ora annuncia di non voler affatto rientrare ma di voler «avviare un’azione legale collettiva» contro i responsabili: «Il M5S non è riformabile, nè dall’interno nè dall’esterno. È un partito azienda col potere di firma nelle mani di una sola persona e gestito in comproprietà da una srl».
«Conquistano il consenso elettorale mediante il plagio o l’inganno e la menzogna», dice.
In tanti stanno catalizzando questa rivolta degli espulsi.
Roberto Motta a Roma riceve decine di telefonate. Idem l’avvocato Borrè.
Altri, sempre nella Capitale, ci dicono questo: «A Roma sono rimasti nel M5S in tutto 300 attivisti; se pensate che 200 sono stati assorbiti nei municipi capirete che la base non esiste più».
Il Movimento della partecipazione è diventato un partito degli eletti, senza più una vera e propria base.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
GIUNTA DI TECNICI, SCELTE TRASVERSALI E ORA BATTAGLIA COMUNE PER MANTENERE A TORINO IL SALONE DEL LIBRO
A differenza di Virginia Raggi, la scalata di Chiara Appendino al piano nobile di Palazzo Civico è stata indolore. I problemi sono venuti dopo.
La notte in cui ha archiviato ventitrè anni di governo del centrosinistra a Torino, aveva pronta la giunta per nove undicesimi e ha composto le due caselle mancanti nel giro di una settimana. Senza interferenze.
Anzi, se c’è un dato che contrappone l’esperienza torinese ai travagli romani è proprio questo: Appendino da mesi può contare sul sostegno compatto della pattuglia di parlamentari piemontesi, sull’appoggio dei consiglieri regionali e della quasi totalità degli attivisti.
I (pochissimi) dissidenti sono stati isolati, o si sono emarginati da sè, già molto tempo fa. Ecco perchè partire è stato semplice.
Giunta di tecnici, scelti attraverso i curricula: un commercialista al Bilancio, un professore di Architettura all’Urbanistica, un ingegnere dei Trasporti alla mobilità , un ex atleta allo Sport.
Competenze ma anche segnali trasversali ai vari mondi che l’hanno appoggiata: il suo vice, l’assessore all’Urbanistica Montanari, proviene dai movimenti per i beni comuni e ha un profilo marcato a sinistra; Sergio Rolando, l’uomo dei conti, è stato direttore in Regione ai tempi di Cota ed è vicino al centrodestra.
Il difficile è venuto dopo.
Nemmeno il tempo di insediarsi ed è scoppiato il caso Salone del Libro: cambiata l’aria in Comune, gli editori – che da tempo meditavano lo strappo ma sapevano che con Fassino al timone sarebbe stata dura – hanno fatto sapere di voler trasferire la manifestazione altrove e cominciato a flirtare con Milano.
Appendino aveva due possibilità : fare spallucce, in fondo è appena arrivata e se Torino perdesse il Salone non sarebbe certo colpa sua; oppure battersi per difenderlo sapendo che sarebbe una sconfitta per la città e quindi anche per lei.
Ha scelto la seconda opzione e ha fatto asse con il presidente della Regione Chiamparino, in un certo senso il fondatore di quel «sistema Torino» che è stato cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.
La coppia sta mostrando una imprevedibile affinità che va oltre la necessità di mantenere buoni rapporti di vicinato e che potrebbe disturbare la base grillina.
E invece no. In questo primo mese Appendino ha saputo giocare con naturalezza su più tavoli: pragmatica quando c’era da fare il sindaco e, ad esempio, non perdere i 250 milioni promessi dal governo per il Parco della Salute, progetto che non le è mai piaciuto; barricadera quando voleva lanciare segnali ai suoi.
Così si spiega il siluro sganciato sul presidente della Compagnia di San Paolo Profumo il giorno dopo la vittoria: si dovrebbe dimettere. Sapeva di non poterla spuntare (la Compagnia è ente autonomo), ma ha affondato comunque il colpo.
E così sulla Tav, altro tema caro ai Cinquestelle: quando il ministro Del Rio ha annunciato il nuovo progetto low cost, ha subito replicato che per lei cambiava nulla, l’opera resta inutile.
Ha sfiorato l’incidente diplomatico anche con la Curia: la delega alle politiche per le famiglie (anzichè per la famiglia) istituita in giunta le è costata la reprimenda del vescovo.
Gli ha chiesto un incontro chiarificatore ma ha tirato dritto, sfilando, con fascia, in testa al corteo del Torino Pride.
Qualche giorno prima era andata alla chiusura del ramadan. In gonna.
Andrea Rossi
(da “La Stampa“)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
COMMISSIONI D’INCHIESTA, ECONOMIA, POCHI DIRTTI CIVILI: DOVE VA IL M5S
Il Movimento Cinquestelle è una «non-associazione», ha un «non-statuto», per sede legale si è scelto un sito web.
Pensato per travolgere nella forma quel che resta dei partiti novecenteschi, nella sostanza dovrebbe avere una «non-ideologia». Il Movimento non vanta un catalogo di idee e proposte, quanto piuttosto un metodo.
La sua priorità è riconoscere «alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi». La democrazia diretta dovrebbe superare, dunque, categorie usurate come destra e sinistra.
All’atto pratico, questo si traduce in una sorta di elegante camaleontismo: il Movimento propone il reddito di cittadinanza e l’abolizione di Equitalia, eccita l’elettore «antagonista», vezzeggia la piccola borghesia produttiva.
Di per sè è un fenomeno non nuovo, nel nostro Paese.
Il liberismo di Berlusconi era sempre «sociale», col crollo del Muro la sinistra postcomunista ha specificato che il suo era un socialismo «democratico», talvolta perfino «liberale».
La vecchia politica era un po’ anche questo: partire dai lati e convergere al centro, per conquistarlo mostrando un pragmatismo pacato e riflessivo.
Il Movimento al contrario non gioca a cucire assieme sensibilità sociale e critica allo Stato massimo, cultura di mercato e attenzione ai ceti più deboli, sentimento di giustizia e aspirazione all’efficienza.
Si propone piuttosto come una collezione di realtà non necessariamente comunicanti, tante piccole isole accomunate dall’insofferenza per lo status quo.
In un’importante ricerca del 2013, «Il partito di Grillo» (Il Mulino), Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta cercavano di risolverne l’enigma guardando ai flussi elettorali.
Ne veniva fuori che quello di Grillo era un partito giovane, col suo zoccolo duro nella fascia d’età 35-44, e trasversale, capace di pescare a sinistra quanto nell’area del non-voto e, al Nord, fra chi aveva dato fiducia alla Lega.
Già da quel lavoro emergeva come una quota consistente di pentastellati si autodefinisse di sinistra.
Che cosa dice, invece, della collocazione del Movimento la sua produzione legislativa?
Abbiamo provato a catalogare le proposte depositate da deputati e senatori Cinquestelle.
Dovrebbe essere il modo migliore, per comprendere quali sono effettivamente attitudini e preoccupazioni di un ceto politico. I criteri seguiti sono inevitabilmente arbitrari: dipendono in tutto e per tutto dalla lettura che, delle proposte di legge in questione, ha dato chi scrive.
Più welfare che diritti
Prima di concentrarci su quelle di tema economico, abbiamo diviso le proposte di legge, 360 depositate alla Camera e 154 al Senato, per macro-settori.
Alla Camera, il 38% riguarda questioni economiche, il 15% il funzionamento del welfare state, il 6% temi di trasparenza e, per così dire, di «moralità pubblica», il 17% la riforma della politica, il 6% i diritti civili, il 6% politica estera e di difesa, il 7% ambientalismo e diritti degli animali, il 3% la cultura, e il restante 2% non rientra in nessuna di queste categorie.
Le proporzioni sono simili, se si guarda all’attività dei senatori: economia 23%, stato sociale 21%, trasparenza e «moralità pubblica» il 19%, riforma della politica 9%, diritti civili 9%, politica estera e di difesa 7%, ambientalismo 2%, cultura 6%, il resto non rientra in nessuna di queste categorie.
L’attenzione ai temi dell’ecologia segnala la vicinanza alla sinistra tradizionale. La componente di proposte di stampo «giustizialista» è corposa, e non poteva essere altrimenti: dal «Vaffa» Day in poi, è il tasto sul quale Grillo e i Cinquestelle hanno più costantemente battuto, proprio per fare valere la propria alterità rispetto alla vecchia politica.
Stupisce forse la relativa esiguità di interventi sui temi dei diritti civili: ambito nel quale abbiamo inserito questioni pure eterogenee come l’attribuzione del cognome ai figli, l’introduzione del reato di tortura nel codice penale, fecondazione assistita, matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Commissioni e complotti
Un dato forse particolarmente significativo è la passione di onorevoli e senatori pentastellati per le commissioni d’inchiesta.
Le commissioni d’inchiesta vengono istituite per via legislativa e sono associate, nella memoria dei più, a eventi particolarmente drammatici nella storia della Repubblica: pensiamo al caso Sindona, alla loggia P2, al terrorismo, alla mafia, fino al dossier Mitrokhin e all’uranio impoverito.
L’aspirazione di istituire una commissione d’inchiesta sembra tradire l’idea di aver a che fare non semplicemente con un «fatto», semmai con un evento preordinato e organizzato.
Ne «La società aperta e i suoi nemici», Karl Popper definisce «teoria cospirativa della società » quella convinzione per cui «la spiegazione di un fenomeno sociale consiste nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo».
Si tratta di un tentativo di leggere la realtà che deriva «dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà , le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti».
Oltre che su fatti concreti (per esempio le vicende di Alma Shalabayeva e di Mps), il Movimento promuove l’istituzione di commissioni sull’alta velocità Torino-Lione, sulle «agevolazioni fiscali di cui ha goduto il gruppo Fiat» nel secondo Dopoguerra, «sull’affidamento di consulenze a soggetti esterni agli organici delle pubbliche amministrazioni», sul funzionamento delle scuole paritarie, e perfino sulla «deindustrializzazione».
I Cinquestelle vorrebbero una commissione d’inchiesta anche sulla «privatizzazione di Telecom» e hanno chiesto a Renzi di sostenerla, dopo che il primo ministro ha stuzzicato di nuovo Massimo D’Alema sulla vicenda dell’Opa e dei «capitani coraggiosi». Renzi attaccava un esponente del fronte del «no»: per i pentastellati in tutta evidenza conta di più fare chiarezza su una «cospirazione», che serrare i ranghi per il referendum.
Un’economia da regolare
Se guardiamo alle proposte di carattere economico, il 48% prevede maggiori adempimenti di un tipo o di un altro.
La categoria è volutamente ampia: comprende sia forme di regolamentazione tutto sommato innocue (tipo l’istituzione di una nuova figura professionale, l’operatore shiatsu), che norme stringenti che avrebbero presumibilmente un impatto rilevante su interi settori (per esempio in materia di attività assicurativa o di utilizzo dei suoli).
In generale, emerge l’idea che attività ritenute poco commendevoli (per esempio, il gioco d’azzardo) debbano essere rigidamente regolamentate.
Il 13% delle proposte di legge presentate riguarda invece tentativi di incentivare o sussidiare iniziative che sono ritenute encomiabili. Il 12% possono essere invece considerate semplificazioni e il 4% interventi di sostegno fiscale a particolari attività .
È una lista molto eterogenea, ma di per sè questa non è una novità . Gli americani usano l’espressione «pork barrel» per riferirsi a provvedimenti di spesa che vanno a beneficiare una particolare categoria, che in cambio dà il proprio supporto a un certo politico. Che si tratti, dunque, di agricoltori o di estetiste, poco importa.
Emerge però una chiara impronta ideologica.
Qualche esempio. Una proposta che mira a dare «sostegno della ripresa demografica ed economica dei comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti» ne indica le cause del depopolamento in una «economia di rapina che privilegia la speculazione rispetto alla vita delle persone» (al quale la classe politica soggiace solo per la sua «incultura neoliberista»).
Un’altra prevede il «diritto del consumatore a conoscere la durata dei prodotti e dei servizi» in risposta a una «obsolescenza programmata» che sarebbe costruita ad arte dai produttori di certi prodotti, per assicurarsi un costante flusso di entrate.
Quando i grillini propongono di semplificare e abolire, lo fanno in larga misura strizzando l’occhio al piccolo commercio.
Dall’abolizione di Equitalia a un tentativo di costituzionalizzazione dei principi dello statuto del contribuente, non manca l’idea che quest’ultimo sia una figura negletta quando non vilipesa, dalla vecchia politica.
Addio al rigore
C’è da chiedersi, però, quanto sincere possano essere certe dichiarazioni d’intenti, se al contempo i Cinquestelle esprimono la volontà dichiarata di rimuovere gli argini, peraltro assai deboli, all’aumento della spesa.
Difficile ridurre le vessazioni per il contribuente, se cresce il bisogno di risorse dello Stato. Forse questo allentare le briglie è un passaggio obbligato, per l’introduzione di un provvedimento costoso oggi ma che essi ritengono possa produrre grandi benefici in futuro, ovvero il reddito di cittadinanza: sulle cui coperture è buio pesto.
Fra le proposte economiche dei deputati pentastellati, sei prendono la forma delle modifiche costituzionali, e di queste due riguardano lo smantellamento del nuovo articolo 81, che prescriverebbe l’equilibrio di bilancio.
Norma non proprio efficacissima, se è vero che il Parlamento rimanda il pareggio da che il nuovo articolo 81 è entrato in vigore.
Per i grillini esso andrebbe superato del tutto, in omaggio, di nuovo, a una visione cospiratoria della società : quella per cui l’attuale crisi economica «non ha nulla di naturale o di accidentale» (proposta di abolizione del pareggio di bilancio presentata dai deputati deputati Ciprini, Cominardi, Tripiedi, Alberti).
Nel luglio 2015, essi si sono espressi anche per una modifica all’articolo 47 della Costituzione, quello sulla tutela del risparmio, affinchè esso tuteli «il risparmiatore dal rischio di crisi bancarie».
Splendida idea, se non fosse che è un po’ come fare una legge che abolisca i terremoti.
Alberto Mingardi
(da “La Stampa“)
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Luglio 18th, 2016 Riccardo Fucile
FIORI PER I 38 ANNI DELLA RAGGI, MA NON C’E’ ARIA DI FESTA
Fiori dai dipendenti capitolini, dagli addetti al cerimoniale, gli abbracci dei collaboratori. Un mazzo di rose rosse, rosa e bianche è stato consegnato a metà pomeriggio ai commessi di Palazzo Senatorio.
Virginia Raggi ha festeggiato i 38 anni nel suo ufficio in Campidoglio. Arrivata nel suo studio molto presto, ha trascorso la giornata a studiare le carte, ma la data del suo compleanno ha sancito anche un passaggio politico importante: l’incontro con il mini direttorio orfano di Roberta Lombardi, che ha lasciato in rotta con il neo sindaco.
Non proprio quindi una giornata di festa. Più che altro un summit con un’aria da resa dei conti provando a guardare al futuro.
A riunione in corso arriva a palazzo Senatorio anche il deputato M5S Stefano Vignaroli, compagno della veterana dello staff Paola Taverna ed entrato anche lui nel mini direttorio al posto della Lombardi.
Il Pd già attacca: “Dalla commedia alla farsa? Esce la Lombardi ed entra compagno della Taverna? Altro che Parentopoli siamo al TinelloRaggi”, scrive Stefano Esposito.
Comunque sia i lavori per ricucire lo strappo tra Raggi e staff sono in corso.
Anche se Beppe Grillo nel suo blitz romano ha dato pieno mandato al neo sindaco per andare avanti raccomandando al mondo pentastellato romano, frastagliato e diviso in correnti, di lasciarla lavorare.
La riunione durata diverse ore è, secondo molti, un’operazione più di facciata che altro.
Nel senso che non è possibile rinnegare ufficialmente l’esistenza del mini-direttorio, e quindi venir meno al regolamento firmato dal sindaco, pertanto si vuol dare all’esterno l’impressione che lo staff capitolino esista ancora.
Nei fatti però ha perso molto del suo peso politico. Così la discussione tra il neo sindaco, la senatrice Taverna, l’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo (ex collaboratore della Taverna), il consigliere regionale Gianluca Perilli e la new entry Vignaroli è stata franca e sincera.
Da una parte Raggi ha chiesto maggiore autonomia e libertà d’azione, dall’altra lo staff hanno rivendicato il suo ruolo soprattutto per quel che riguarda le nomine, che devono passare al vaglio del mini direttorio.
Intanto quella che si apre è una settimana importante per il neo sindaco.
Per martedì è fissata la prima riunione con la Giunta e durante il prossimo consiglio comunale dovranno essere illustrate le linee guida dell’amministrazione capitolina targata 5Stelle.
Alcune azioni del neo sindaco sono state già messe nero su bianco. A pochissimi giorni dai fatti di Nizza, Raggi ha chiesto ai suoi assessori di avviare ogni azione possibile volta al rafforzamento della sicurezza in città .
In particolare, l’assessore allo Sviluppo Economico e Turismo Adriano Meloni ha incontrato Airbnb per aprire un percorso congiunto mirato a un monitoraggio più stretto dei visitatori che transitano a Roma, in linea con la normativa sulla privacy.
Al centro dei colloqui, in particolare, delle leggi di pubblica sicurezza, secondo cui “i gestori di esercizi alberghiere e altre strutture recettive” possono “dare alloggio a esclusivamente a persone munite della carta di identità o di altro documento idoneo ad attestarne l’identità “.
Sul piano nazionale invece la vicenda espulsioni continua a far discutere, dopo la decisione del Tribunale del capoluogo campano di sospendere le espulsioni di una ventina di militanti napoletani del Movimento.
Anche per questo la sospensione del sindaco di Parma è in stand by, nell’attesa di avviare le modifiche del ‘non Statuto’, operando quegli aggiustamenti che consentiranno ai grillini di ricorrere ai cartellini rossi senza temere lo stop della magistratura, come avvenuto prima a Roma e poi a Napoli.
(da “Huffingtonpost“)
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