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SOCIAL STRIKE: IN PIAZZA CHI NON HA DIRITTO DI SCIOPERO

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

E NASCONO I LABORATORI A TUTELA DEI PRECARI

Marta si è data malata. Giovanni si è inventato il matrimonio di un cugino. Marta e Giovanni sono giovani precari.
Ma oggi lei non era ammalata e lui non era a festeggiare le nozze di un parente. Erano in piazza a Roma al corteo per lo sciopero sociale organizzato da reti di precari come loro, sindacati di base, studenti e centri sociali.
Al lavoro hanno dovuto dire una piccola bugia: perchè da precari lo sciopero non se lo possono permettere, pena il licenziamento.
Questo 14 novembre, che viaggia sui social sull’hashtag ‘#14n’ e scorre in tantissime città  italiane con mobilitazioni, presidi e cortei, è fatto di inevitabili contraddizioni.
E’ il lancio di un “social strike” – come lo chiamano gli organizzatori “strikers” – per chi non gode nemmeno del diritto di sciopero: precari e partite Iva vere e false, contratti a termine e a progetto, collaboratori a vita, interinali, migranti ecc. P
er quelli che “non verranno certo aiutati dal Jobs Act di Renzi che abolisce solo una forma di lavoro precario, il co.co.pro: ce ne sono altre 40…”, ti dicono in piazza.
“Strike” come sciopero, certo, ma anche come ‘colpire’, in inglese.
La giornata di oggi è il frutto del lavoro di diverse reti di precari e studentesche per ‘colpire’, scuotere un sistema economico, politico e anche sindacale che non li garantisce e non li rappresenta.
Non è lo sciopero di un sindacato, nonostante il proficuo dialogo di queste reti precarie con Maurizio Landini della Fiom, che non a caso proprio oggi ha celebrato la prima giornata di sciopero di categoria con una manifestazione a Milano.
Il 14 novembre non è la giornata di sciopero di un segmento di lavoratori, ma è lo sciopero delle molteplici figure del lavoro contemporaneo. O almeno è questo il tentativo degli ‘strikers’.
Un tentativo, lo dicono anche loro, l’inizio di un percorso che finora ha dato vita a una ventina di laboratori locali nelle città , nuclei che vorrebbero organizzare la variegata rappresentanza precaria, oltre le attuali forme sindacali, lontani anni luce anche dalla Cgil di Susanna Camusso e il suo sciopero generale del 5 dicembre: “Non ci rappresenta”, ti dicono in piazza.
Alla vigilia delle mobilitazioni, gli ‘strikers’ romani volantinano a sera a San Lorenzo, quartiere studentesco e della movida notturna.
Distribuiscono volantini sulla manifestazione, denunciano il Jobs Act del governo Renzi e anche il programma europeo di ‘Garanzia giovani’ come una “scatola vuota”. “L’Italia — c’è scritto — mette a disposizione 1,5 miliardi di euro in tre anni, distribuiti dal Youth European Initiative, il Fondo sociale europeo, e il cofinanziamento nazionale. Il programma è partito il primo maggio 2014. Al 9 ottobre si sono registrati a Garanzia Giovani 236.969 giovani, la maggior parte dei quali ancora in attesa del primo colloquio di informazione e orientamento. Solo il 25 per cento è stato preso in carico dai centri per l’impiego…”.
Soprattutto, alla vigilia delle mobilitazioni, gli ‘strikers’ non sanno fare una stima della partecipazione ai cortei. “Può essere duemila persone come diecimila…”. Cautamente vaghi. Difficile fare previsioni quando chi dovrebbe seguirti non può anche quando vuole.
Non tutti osano come Marta e Giovanni, non tutti si possono permettere di mentire al datore di lavoro. Anche molti organizzatori dello strike, ti raccontano al corteo, non hanno potuto fare gli strikers oggi. Perchè precari e per questo ‘legati’ al posto di lavoro.
Un paradosso che rende complicatissimo tutto il percorso dello sciopero sociale, laboratori locali compresi.
Eppure, alla fine, il bilancio degli organizzatori supera le aspettative. La giornata è lunga.
A Roma inizia alle 7 con un blitz alla sede dell’Acea. Gli strikers si presentano con una gigantografia di Super Mario, l’idraulico immaginario dei videogiochi, per protestare contro i distacchi delle forniture di acqua e luce operati da Acea su chi non paga le bollette: “Almeno 300 al giorno e senza preavviso”, denunciano.
Poi c’è il corteo da piazza della Repubblica all’Esquilino, un po’ di petardi e lancio di uova davanti al ministero dell’Economia e all’ambasciata tedesca. Traffico in tilt nella capitale e nelle altre città .
Solo nella alluvionata Genova ci sono ben cinque cortei. A parte i momenti di tensione con le forze dell’ordine a Milano e Padova, tutte le mobilitazioni sono state organizzate per sfilare pacificamente: “Per non rovinare il percorso appena avviato”, spiegano gli strikers.
Il lavoro per organizzare la rappresentanza del lavoro liquido e invisibile, a tempo e non garantito, è appena nato.
Gli strikers contano molto sul dialogo con Landini, il segretario della Fiom che, ti spiegano, “pure si pone il problema di riorganizzare collettivamente la rappresentanza sindacale”.
Solo due giorni fa, Landini era all’assemblea di studenti e precari alla Sapienza a Roma.
Dopo il 14 novembre ci saranno altre date di mobilitazione, a ridosso del voto parlamentare sul Jobs Act che “non risolve il problema del precariato, anzi…”, ripetono in piazza.
Il futuro è incerto: nel lavoro come nel diritto di sciopero.

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SCIOPERO SOCIALE: A MIGLIAIA NELLE PIAZZE TRA UOVA, SCONTRI E PROTESTE

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

SCONTRI A MILANO E PADOVA: FERITI STUDENTI E POLIZIOTTI..A NAPOLI BLOCCATA LA TANGENZIALE, A ROMA UOVA CONTRO L’AMBASCIATA TEDESCA

E’ il giorno dello “sciopero sociale“: Fiom, Cobas, sindacati di base, organizzazioni studentesche, precari e attivisti dei centri sociali in piazza a Roma, Milano, Napoli e in altre città  (25 in tutto quelle principali) contro le politiche di austerità  della Ue e del governo Renzi, contro il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18.
Ma anche, per quanto riguarda la scuola, per l’assuzione dei precari e un no secco al piano del governo.
A Milano   la manifestazione principale, organizzata dalla Fiom, alla quale partecipano il segretario Maurizio Landini e la leader della Cgil Susanna Camusso.
Un’occasione per rilanciare la sfida al governo soprattutto sul Jobs act, dopo l’intesa all’interno del Pd che è stata vista come una vittoria della sinistra interna al partito.
La Camusso dice che “non ci pare che quella mediazione sia una risposta per mantenere la difesa dei diritti che noi facciamo”. Landini la dice in modo anche più chiaro: “E’ una presa in giro che serve solo ai parlamentari per conservare il loro posto”.
Landini affronta il Pd in modo aperto: “Non ci fermiamo, andiamo avanti fino in fondo, finchè non cambieranno le loro posizioni. Lo si deve sapere abbiamo la forza e l’intelligenza per farlo”.
Non c’è solo sulla riforma del lavoro in agenda, ma anche sulla polemica nata sullo sciopero del 5 dicembre vicino al ponte dell’Immacolata. “Bisogna avere rispetto dei lavoratori, chi parla senza sapere di cosa parla è meglio che stia zitto. Noi non siamo quelli che pagano mille euro per una cena, siamo quelli che con mille euro debbono mangiare per un mese”.
Piazza Duomo è gremita, Landini dice che è la risposta a chi diceva che “non rappresentiamo nessuno”.
Scontri a Milano: “10 studenti e 3 agenti feriti”
Ma le manifestazioni hanno riempito le strade e le piazze di tutta Italia, con migliaia di partecipanti, ma anche momenti di tensione.
A Milano scontri tra polizia e studenti: in piazza Santo Stefano il corteo, che doveva raggiungere piazza Beccaria, si è scontrato con le forze dell’ordine e sono stati lanciati alcuni lacrimogeni. Gli studenti hanno tentato di sfondare il cordone che limita l’ingresso in via Larga. Il bilancio, provvisorio, è di qualche contuso, tra cui un finanziere. Gli studenti non dovevano attraversare piazza Santo Stefano per raggiungere piazza Beccaria, ma hanno deciso di non ascoltare le forze dell’ordine e di scegliere la strada parallela, in fondo alla quale c’era un dispiegamento di uomini della Polizia e della Guardia di Finanza.
Prima hanno lanciato alcuni petardi e acceso dei fumogeni. Poi si sono diretti con fare deciso verso lo schieramento delle forze dell’ordine che, protetto dagli scudi, si è difeso con i manganelli e con il lancio di alcuni lacrimogeni.
Gli studenti hanno riferito che 10 di loro sono rimasti feriti duranti gli scontri e portati nella vicina sede della Statale in attesa dell’arrivo dei soccorsi. A quanto si è potuto vedere ci sarebbero tre feriti anche tra gli agenti.
Padova, tensione polizia-studenti: “Agenti feriti”
Anche a Padova gli scontri si sono verificati tra forze dell’ordine e manifestnati: alcuni agenti sono rimasti feriti, tra questi il capo della squadra mobile che era tra i funzionari della questura che stavano coordinando il servizio per l’ordine pubblico. Circa 500 persone, soprattutto attivisti dei centri sociali, hanno sfilato per le vie della città  per protestare contro Jobs act e precariato.
Lo scontro si è verificato nei pressi di piazza Mazzini quando i manifestanti hanno tentato di sfondare un blocco delle forze dell’ordine per passare davanti alla sede cittadina del Pd.
Il capo della squadra mobile di Padova ha affermato all’Ansa di essere stato anche colpito con un calcio allo zigomo nel corso degli scontri, mentre era caduto a terra. Ora è al pronto soccorso.
Il corteo si è sciolto dopo essere ritornato di fronte alla Prefettura. Grande apprensione, alla luce di quanto accaduto, per le 19 quando i manifestanti torneranno in piazza per protestare contro le ordinanze del sindaco Massimo Bitonci (Lega Nord).
Roma, uova e fumogeni contro il Mef. Napoli, bloccata tangenziale
Momenti di tensione anche a Roma.
Lancio di uova e fumogeni contro il ministero dell’Economia: è il primo blitz in apertura del corteo partito da piazza della Repubblica. I manifestanti sono sfilati tra cordoni delle forze dell’ordine: in testa lo striscione con la scritta “Oggi è solo l’inizio”, slogan del Maggio francese.
Durante il blitz al ministero dell’Economia le forze dell’ordine sono intervenute con azioni di contenimento: alcuni manifestanti denunciano di essere stati manganellati. Alcuni di loro, alcuni col volto coperto, hanno gettato uova, acceso fumogeni e anche petardi. In un’altra occasione alcuni partecipanti al corteo hanno tirato uova e vernice contro l’ambasciata tedesca. A fuoco anche la ruota di una camionetta della Guardia di Finanza per un fumogeno esplosa vicino il mezzo. Le fiamme sono state subito spente dagli stessi manifestanti.
A Napoli il corteo di manifestanti ha bloccato la rampa di accesso alla Tangenziale del capoluogo campano all’altezza di corso Malta. Il corteo ha imboccato la rampa di accesso e si sta dirigendo verso i caselli autostradali.
Milano, Fiom: “Adesioni a sciopero molto elevate”
“Dalle fabbriche e dai territori ci arrivano adesioni di partecipazione allo sciopero molto elevate” annuncia dal palco di piazza Duomo a Milano il segretario generale della Fiom Cgil della Lombardia, Mirco Rota.
Un Ipad con tanto di gettone telefonico a grandezza uomo ha sfilato con la manifestazione, la cui testa del corteo ha raggiunto piazza Duomo mentre la coda — spiegano gli organizzatori — si trovava ancora in porta Venezia. Numerose le bandiere rosse con la ruota dentata, il compasso, il calamaio ed il martello che simboleggiano l’organizzazione, presenti anche bandiere della Cgil, di Sel, Rifondazione Comunista, bandiere italiane e una bandiera del Movimento 5 Stelle.
Roma, 30 lavoratori salgono in cima al Colosseo
A Roma un gruppo di circa 30 lavoratori, con il sostegno dell’Usb, è salito in cima al Colosseo ed ha srotolato un paio di striscioni. L’iniziativa è in solidarietà  con Ilario Ilari e Valentino Tomasone, i due autisti di bus sospesi dalla società  di trasporti Roma Tpl dopo la loro partecipazione alla trasmissione Presa diretta e di protesta contro le azioni disciplinari effettuate dalla stessa società  nei confronti di numerosi altri dipendenti. Si protesta inoltre contro la privatizzazione dei servizi pubblici e la prosecuzione dell’affido ad aziende che hanno dimostrato una manifesta inadeguatezza sia nella gestione dei servizi sia nel rapporto con i lavoratori.
A Roma, assieme ai sindacati di base, ai movimenti per la casa e ai centri sociali tanti precari, studenti e anche rappresentanze di migranti, rifugiati e extracomunitari. Tanti gli slogan contro il Jobs Act e la riforma per “La buona scuola”. Molti anche gli studenti che si sono concentrati davanti all’Università  La Sapienza: “Non è tempo di andare a lezione ma di sciopero sociale” e ancora “reddito istruzione e diritti per tutti”.
Prima del corteo tanti Super Mario, celebre idraulico della saga di videogames, hanno occupato l’atrio dell’Acea, l’azienda comunale che si occupa di acqua e energia elettrica, per protestare contro “privatizzazioni e i distacchi”. Vestiti come tanti Super Mario, caschetto rosso e chiavi inglesi, alcuni manifestanti sono entrati nell’atrio nella sede della municipalizzata al grido di “l’acqua è vita non si stacca” e “acqua bene comune”. Più tardi rappresentanti dei Movimenti per al casa hanno occupato anche un’ex sede della Bnl mostrando striscioni come “Casa reddito dignità ”.
Bari, mille in corteo
Sono circa mille, secondo gli organizzatori, i partecipanti alle proteste di Bari, organizzate dai sindacati di base tra cui Usb e Cobas, e dalle associazioni studentesche tra cui Uds Puglia per “dire no — come si legge in numerosi striscioni — alla precarietà ”. Al grido “Renzi, Renzi, vaf….”, i manifestanti, tra i quali ci sono lavoratori precari, rappresentanti di Alternativa Comunista e anche alcuni migranti, stanno percorrendo le vie del centro cittadino per poi arrivare alla sede della presidenza della Regione Puglia. “Qui — spiega Bobo Aprile dei Cobas — porteremo le tante vertenze lavorative aperte in questa regione, tra cui quella dei vigili del fuoco che dal primo gennaio rischiano di rimanere senza lavoro”. In Puglia, spiega uno dei pompieri in testa al corteo, “siamo in 400, tutti precari: ci hanno solo preso in giro dicendo che ci avrebbero assunti tutti ma ora come mandiamo avanti la famiglia?”.
Bologna, studenti e precari in corteo
Il corteo del collettivo bolognese Cas è partito da piazza XX settembre e ha raggiunto piazza XX settembre, dove ha protestato davanti all’Autostazione. I Cobas, invece, si sono riuniti alle 10 in piazza Re Enzo, raggiunti circa mezz’ora dopo da un altro corteo studentesco che si è diretto verso la zona universitaria. Con Cobas e studenti, anche Usb e i collettivi Labas, Tpo e Xm. Il collettivo Tpo ha attaccato, durante il corteo, manifesti con la tag #oggiiosciopero all’Ufficio tirocini di via Zamboni e alla sede di Conservice in via Alessandrini, considerati “posti simbolo dello sfruttamento e della precarietà ”, come hanno urlato ai megafoni i rappresentanti dei movimenti dello sciopero sociale. I cortei hanno messo in seria difficoltà , per tutta la mattina, la viabilità  della città , provata anche dallo sciopero dei mezzi pubblici e da una manifestazione fieristica.
Genova, 5 cortei. Traffico in tilt
Dalla protesta sono esclusi la zona del Tigullio, alluvionata, e il settore trasporti. Cinque i cortei in città  che stanno creando disagi al traffico cittadino, dalle periferie, al centro, dove, in piazza Caricamento, al Porto antico, si terrà  il comizio finale. Quattro cortei sono organizzati dalla Cgil, uno da studenti, precari, Cobas.
Uno dei cortei, quello che parte dalla centralissima piazza Corvetto, è aperto dai lavoratori del centro stampa San Biagio che manda in edicola Il Secolo XIX: protestano contro la chiusura dopo l’avvenuta sinergia con la società  editrice della Stampa. “In 49 rischiamo il posto di lavoro — ha detto il delegato rsu Sandro Bollea -. Ci aspettiamo un’apertura altrimenti le manifestazioni si faranno pesanti”. Il quotidiano oggi non è in edicola per una protesta dei poligrafici.
A Firenze tre cortei
Tre cortei a Firenze sfilano nelle vie della città  partendo da punti differenti e quindi riunendosi sui viali di circonvallazione. Centinaia di persone si sono concentrate in piazza Puccini per il corteo promosso dai sindacati di base, dai Cobas e da sigle antagoniste e della sinistra alternativa.
In tutto la questura stima tra 1500 e 2mila partecipanti. I manifestanti hanno cominciato quindi a transitare sui viali di circonvallazione e il traffico intorno al centro storico è stato interrotto con ripercussioni su buona parte della viabilità  cittadina. Anche il tribunale dei minorenni di Firenze tra gli “obiettivi” dei cortei: alcuni studenti hanno imbrattato la facciata lanciando uova piene di vernice rossa. Durante il passaggio nelle vie della città  inoltre sono state tracciate scritte sui muri di un’agenzia interinale, del liceo Galileo in via Martelli, sulla sede dell’Arpat. Dal corteo in movimento gli slogan sono stati contro Renzi: “Matteo Renzi pezzo di m…”.
Nel corteo del Movimento lotta per la casa visibili striscioni contro inceneritori, il potenziamento dell’aeroporto di Peretola, le banche, il jobs act di Renzi e contro la Tav. Presenti anche bandiere dei Carc, il partito “dei Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo”.
Gli stessi Carc mostrano uno striscione con la scritta “Uscire dalle aziende riprendersi il Paese” corredato da falce e martello. Esposte anche bandiere anarchiche. Impegnate le maggiori direttrici di traffico. Vigili urbani e forze dell’ordine presidiano i punti nevralgici dello scorrimento viario, cominciando a bloccare il traffico. Il sindaco Dario Nardella aveva invitato i fiorentini e i pendolari a ridurre al massimo l’utilizzo di auto.
Napoli, duemila manifestanti, in gran parte studenti
Circa 2mila manifestanti, per larga parte studenti, si sono concentrati in piazza Garibaldi, a Napoli, per partecipare al corteo indetto per la giornata dello “sciopero sociale”, partito poco fa. Gli organizzatori hanno annunciato l’intenzione di bloccare il raccordo autostradale. Pochi minuti fa, da piazza del Gesù un altro corteo di studenti universitari e medi — un migliaio, secondo fonti della Questura — si sono diretti verso la sede di Confindustria, a piazza dei Martiri, a Napoli.
Torino, sequestrate mazze, bastoni e fumogeni
Sono tre i cortei a Firenze che hanno sfilato per le vie della città . In tutto personale della questura stima tra 1.500 e 2mila partecipanti. Centinaia di persone si sono concentrate in piazza Puccini per il corteo promosso dai sindacati di base, dai Cobas e da sigle antagoniste e della sinistra alternativa. Dal corteo in movimento i primi slogan sono stati contro Renzi: “Matteo Renzi pezzo di m…”.
Altro concentramento in piazza San Marco con gruppi delle organizzazioni studentesche. Un terzo corteo con il Movimento lotta per la casa ha già  raggiunto piazza Puccini per unirsi ai sindacati di base. Visibili striscioni contro inceneritori, il potenziamento dell’aeroporto di Peretola, le banche, il jobs act di Renzi e la Tav. Uno striscione riporta la scritta “Casa, lavoro e diritti. Incrociamo le lotte contro sfruttamento e speculazione”. Presenti anche bandiere dei Carc, il partito “dei Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo”.
Gli stessi Carc mostrano uno striscione con la scritta “Uscire dalle aziende riprendersi il Paese” corredato da falce e martello. Esposte anche bandiere anarchiche. Impegnate le maggiori direttrici di traffico. Vigili urbani e forze dell’ordine presidiano i punti nevralgici dello scorrimento viario, cominciando a bloccare il traffico. Il sindaco Dario Nardella aveva invitato i fiorentini e i pendolari a ridurre al massimo l’utilizzo di auto.
Cagliari, sfila finto Renzi in versione Fonzie
Un finto Renzi in versione “Renzie”, con giubbotto in pelle e t-shirt bianca, che con un frustino colpisce due ragazzi con maschere bianche che rappresentano gli studenti e i precari di oggi e di domani. È la scena principale del corteo organizzato dai giovani dell’Unione degli studenti in marcia a Cagliari da piazzale Trento a piazza Garibaldi per manifestare contro la “Buona scuola” del progetto di riforma del governo.
Alcune centinaia di ragazzi sfilano con davanti al gruppo un’auto con i precari in maschere legati a una catena, mentre “Renzie” è con il frustino. Lo striscione principale recita “Il nostro futuro non è uno slogan”. Gli studenti si sono diretti in piazza Costituzione dove è in corso da questa mattina un sit-in dei Cobas per dire no alle politiche del governo e dell’Europa.
Palermo, 2mila in corteo: fumogeni e uova contro sedi banch
Un lancio di uova contro la sede Unicredit e l’accensione di alcuni fumogeni hanno caratterizzato la manifestazione dei Cobas e degli studenti in corso a Palermo. Al corteo, partito da piazza Castelnuovo e diretto a Piazza Indipendenza, dove si trova la sede della Presidenza della Regione, partecipano circa 2mila persone. Lungo il tragitto i manifestanti hanno effettuato anche brevi blocchi stradali agli incroci. Notevoli i disagi alla circolazione.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCIOPERO SOCIALE: IN TUTTA ITALIA CENTINAIA DI MIGLIAIA DI STUDENTI E PRECARI IN PIAZZA IN OLTRE 30 CITTA

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

LA CAMUSSO E LANDINI IN CORTEO A MILANO CON LA FIOM: “LA PARTITA SULLO JOBS ACT NON E’ CHIUSA, MEDIAZIONE PD UNA PRESA IN GIRO”

Manifestazioni e disagi: sono oltre trenta i cortei organizzati in tutti Italia per lo ‘Strike Sociale’, una mobilitazione promossa da Fiom, Cobas e sindacati autonomi, studenti e precari, attivisti per i diritti civili, esponenti dei centri sociali e delle “occupazioni culturali”.
A Milano la manifestazione più ampia organizzata da Fiom-Cgil, che per oggi ha indetto uno sciopero dei metalmeccanici in tutto il Centro-Nord contro il Jobs act e la legge di stabilità .
Dietro lo striscione ‘Lavoro legalità  uguaglianza democrazia, sciopero generale’, sfilano uno di fianco all’altro il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, e quello della Fiom, Maurizio Landini.
A Roma in programma cinque manifestazioni. Si prevedono disagi per il traffico. Stamani tanti Super Mario, il celebre idraulico della saga di videogames, hanno occupato l’atrio dell’Acea, l’azienda comunale che si occupa di acqua e energia elettrica, per protestare contro “privatizzazioni e i distacchi”.
Vestiti come tanti Super Mario, caschetto rosso e chiavi inglesi, alcuni manifestanti sono entrati nell’atrio nella sede della municipalizzata al grido di “l’acqua è vita non si stacca” e “acqua bene comune”.
Più tardi rappresentanti dei Movimenti per al casa hanno occupato anche un’ex sede della Bnl mostrando striscioni come “Casa reddito dignità “.
Davanti all’Università  la Sapienza, dove partirà  lo spezzone di corteo animato da studenti, cartelli con il logo simbolo della giornata: sagome di giovani con le braccia incrociate.
A Genova cinque i cortei che creano disagi alla circolazione, dalle periferie, al centro, dove, in piazza Caricamento, al Porto antico, si terrà  il comizio finale. Quattro cortei sono organizzati dalla Cgil, uno da studenti, precari, Cobas.
Camusso: “La partita non è chiusa”.
“La partita non è chiusa, non è un voto di fiducia che cambierà  il nostro orientamento, la nostra iniziativa”. Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, non arretra e risponde al premier Matteo Renzi che sul Jobs act si è detto pronto a chiedere il voto di fiducia. Il segretario Cgil ‘boccia’ poi la mediazione raggiunta all’interno del Pd: “Non ci pare che quella mediazione sia una risposta per mantenere la difesa dei diritti che noi facciamo. Siamo in tantissimi – ha sottolineato Camusso – e questa è la conferma di quello che diciamo da sempre: c’è bisogno di un grande investimento pubblico che crei lavoro e rimetta in sicurezza il Paese. Il governo Renzi dovrebbe decidere di investire per creare lavoro, invece che continuare in una ricetta di riduzione dei diritti”.
Landini: “Renzi contro lavoratori, così va a sbattere”.
Quello che arriva dalla piazza, secondo il segretario generale Fiom, è un messaggio che la gente che lavora lancia al governo: “Dice che non è questa la strada e siamo pronti ad andare avanti. Chi è in piazza non parla solo al sindacato, ma al Paese, al governo perchè devono capire che per risolvere i problemi bisogna farlo con chi lavora”, ha aggiunto Landini, che ha sottolineato che le posizioni del governo sono quelle di Confindustria: “L’attacco assurdo allo statuto dei lavoratori, la riduzione delle tasse senza garanzie sugli investimenti: queste sono le richieste di Confindustria. Ma così si va a sbattere. Abbiamo offerto il dialogo a Renzi, ma lui lo rifiuta. Lui ha scelto un’altra strada, noi gli diciamo- ha concluso Landini- che c’è bisogno di unire il Paese, non di dividerlo”.
Anche il segretario Fiom è duro sulla mediazione del Partito democratico: “La possibile mediazione che il Pd ha trovato è una presa in giro dei lavoratori perchè serve solo a quei parlamentari di conservare il proprio posto. Non serve ai lavoratori e alla difesa dei loro diritti”

(da “La Repubblica”)

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JOBS ACT: COSA CAMBIA REALMENTE SU LICENZIAMENTI E REINTEGRO

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

L’ART 18 RESTA PER LICENZIAMENTI DISCIPLINARI E DISCRIMINATORI

Dopo l’intesa raggiunta all’interno del Pd che di fatto ricalca il documento approvato dalla direzione del Partito democratico, la legge delega sulla riforma del lavoro è pronta all’esame delle Commissioni alla Camera per poi approdare in aula la prossima settimana.
Il premier Matteo Renzi ha già  una data segnata in rosso per l’approvazione della norma: il 26 novembre. Il testo poi tornerà  al Senato dove entro la prima metà  di dicembre otterrà  l’ok definitivo. Anche su questo il Pd ha già  raggiunto un accordo di massima con gli alleati della maggioranza, Ncd in testa.
Dal via libera del Senato l’esecutivo avrà  sei mesi di tempi per varare i decreti attuativi: il lavoro però dovrebbe essere piuttosto rapido perchè già  da diverse settimane il governo ha avviato lo studio del dossier con uno stretto giro di consultazioni tra esperti ed esponenti politici, allo scopo proprio di non rimanere impantanato a pochi metri dal traguardo finale.
Il tema più spinoso resta quello legato all’articolo 18, o meglio al reintegro dopo licenziamenti per motivi disciplinari.
E’ proprio su questo punto che ha insistito la minoranza del Pd: “E’ stato un percorso virtuoso – dicono fonti vicine a Palazzo Chigi – la norma ha beneficiato della discussione all’interno del partito e del Parlamento. Noi vogliamo fare le riforme e vogliamo farle rapidamente”.
E’ importante chiarire, però, che le nuove norme in materie di lavoro si applicheranno solo ai neoassunti o a chi lascerà  il proprio posto di lavoro per un altro: per tutti gli altri non cambierà  nulla.
Non ci sarà  più, dunque, il reitengro per i licenziamenti economici che l’azienda può usare nei casi di crisi aziendale, mentre resterà  per quelli discriminatori ingiustificati (ad esempio per motivi politici, razziali o religiosi) e per quelli disciplinari dovuti al comportamento del lavoratore, che però saranno tipizzati per legge e sanciti dal magistrato.
Di certo l’esecutivo vuole ridurre al minimo i margini di discrezionalità  della giurisprudenza e modificare il regime del reintegro così come previsto dall’articolo 18, sostituendolo con un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità  con l’obiettivo di estendere le tutele ai tutti i lavoratori, anche a tempo determinato.
La battaglia si sposta ora sui dettagli, ma se sui licenziamenti discriminatori – motivati per esempio dal credo politico, religioso o dall’orientamento sessuale – le norme sono chiare, l’incertezza rimane sul fronte della disciplina e della motivazione economica. Nel caso dei licenziamenti disciplinari andranno definiti, infatti, quali comportamenti del lavoratore potranno essere sanzionati per evitare possibili abusi – sotto forma di minacce o ricatti – dei superiori.
Lo stesso vale per i motivi economici: per il momento si parla di difficoltà  del mercato per le quali resterà  possibile solo un indennizzo crescente con l’anzianità  di servizio.
In questo caso però andrà  spiegato se le difficoltà  economiche dovranno essere legate all’azienda che licenzia, oppure basterà  una contrazione del mercato di riferimento dello stessa.
O, ancora, come si dovrà  giustificare la necessità  di sopprimere una determinata funzione all’interno dell’impresa.
Sulla stessa lunghezza d’onda, il governo dovrà  definire il perimetro del demansionamento del lavoratore.
L’obiettivo dichiarato dal governo resta quindi di agevolare le assunzioni a tempo indeterminato, attraverso agevolazioni fiscali, per arrivare all’estensione delle garanzie economiche a quanti oggi ne sono sprovvisti: un co.co.co. o un dipendente a tempo determinato possono oggi essere lasciati a casa senza alcun indennizzo.
Con la proposta dell’esecutivo i contratti atipici saranno più onerosi per le aziende, ma nonostante tutto i dipendenti così inquadrati avranno diritto al sussidio di disoccupazione cui oggi non possono accedere.

Giuliano Balestreri
(da “La Repubblica“)

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JOBS ACT, INTESA PD: L’ART.18 CAMBIA ANCORA, RENZI CEDE ALLA MINORANZA

Novembre 13th, 2014 Riccardo Fucile

TORNA IL REINTEGRO PER I LICENZIAMENTI DISCIPLINARI

Nessun voto di fiducia, modifiche in commissione e l’articolo 18 che cambia di nuovo con il diritto al reintegro che torna anche per i licenziamenti ingiustificati di natura disciplinare.
Il nuovo colpo di scena per la riforma del lavoro è arrivato dopo una riunione del Pd alla quale hanno partecipato tra gli altri il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il responsabile economia del partito Filippo Taddei e il presidente della commissione Lavoro di Montecitorio Cesare Damiano.
“Abbiamo deciso di fare modifiche rilevanti — dice Speranza — Non ci sarà  la fiducia sul testo uscito dal Senato ma ci sarà  un lavoro in commissione. Si riprenderà  l’ordine del giorno approvato in direzione. Sono molto soddisfatto. Il Parlamento non è un passacarte e abbiamo dimostrato che incide”.
Torna dunque il diritto al reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, come prevedeva l’ordine del giorno della direzione del Pd sul Jobs act.
Una questione alla quale governo e Pd tengono molto perchè slittano i tempi dell’esame in commissione Bilancio della legge di stabilità .
Le operazioni di voto dovrebbero iniziare a metà  della prossima settimana, mercoledì o giovedì della prossima settimana.
Ma ora si apre un problema politico nel governo: “se il testo è quello descritto dalle agenzie non è accettabile. Ribadisco urgente riunione di maggioranza. Altrimenti si rompe coalizione”dice il capogruppo del Nuovo Centrodestra al Senato Maurizio Sacconi.
Il fatto che sia stata un’operazione che ha coinvolto anche i vertici del Pd è dimostrato dall’intervento del vicesegretario Lorenzo Guerini: chi voleva “aprire fronti nel Pd — afferma — ha avuto una buona risposta. Il partito dentro la sua espressione della commissione Lavoro ha saputo svolgere un lavoro serio, un confronto di merito” andando a “un punto condiviso che responsabilmente impegna tutti”.
Guerini tuttavia non esclude il voto di fiducia in Aula.
Il presidente Matteo Orfini parla di “accordo larghissimo” il cui “punto politico è l’articolo 18″.
Nella delega sarà  recepito il testo della direzione Pd sul reintegro su alcuni tipi di licenziamenti, il cui elenco arriverà  coi decreti delegati.
“Escono sconfitti gli oltranzisti di destra e di sinistra — dice il deputato bersaniano Danilo Leva — che non credevano nel confronto di merito sulla questione. Abbiamo dimostrato, ancora una volta, che il Parlamento non può avere un ruolo secondario e che le ideologizzazioni non fanno bene al Partito Democratico”.
Per il renziano Andrea Marcucci “l’accordo raggiunto alla Camera sul jobs act è in linea con le dichiarazioni fatte dal ministro Poletti in Senato. Nessun cambiamento sostanziale ma semplicemente il rispetto integrale del testo approvato dalla direzione Pd”.
Ma la mediazione provoca naturalmente già  qualche malumore all’interno della maggioranza di governo.
Il punto delicato ancora una volta è l’articolo 18: “Vogliamo — prosegue Sacconi — che diventi possibile licenziare un assenteista o un ladro, in modo che l’imprenditore abbia finalmente il pieno governo dell’efficienza dell’impresa. Vogliamo che la disciplina sia semplice e certa in modo da non dare spazio alla giustizia creativa e ideologizzata”.
La conclusione è significativa perchè fa pesare ancora una volta il peso dell’Ncd nella maggioranza: “Ricordo al Presidente del Consiglio che egli stesso, quando nei giorni scorsi mi sono dimesso per un incidente nella Commissione giustizia del Senato, ha condiviso non debbano essere consentite maggioranze spurie”.
La capogruppo alla Camera Nunzia De Girolamo la spiega meglio: “Il Parlamento non è il luogo della ratifica degli accordi nel Pd”.
Ma il ministro Maria Elena Boschi, al termine della Conferenza dei capigruppo di Montecitorio, taglia corto sulle richieste degli alfaniani: “Stiamo discutendo con tutti i partner della maggioranza. Non sono necessari vertici, è sufficiente il lavoro parlamentare”.

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L’ALTRO SCIOPERO: ECCO I PRECARI PER SEMPRE

Novembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

L’ASTENSIONE “SOCIALE” DURERà€ 24 ORE…. IN PIAZZA CO.CO.PRO. E COLLABORATORI… NESSUN POLITICO PARTECIPERà€

Far incrociare le braccia a coloro che, per contratto e reddito, in genere non possono farlo.
È la scommessa dell’altro sciopero, quello “sociale” convocato da mesi per il 14 novembre e che si snoderà  nella stessa giornata in cui la Fiom terrà  il suo sciopero generale per il nord del paese con corteo a Milano.
Per presentarsi, i promotori — una costellazione di centri sociali e sindacati di base — hanno utilizzato delle figure-tipo: “Anna, consulente del lavoro di 36 anni con una figlia di 5”, oppure Omar, “35 anni e da 12 cuoco presso una catena di ristoranti con contratto part-time”. O, ancora, Marta, “co.co.pro e progettista” resa famosa dal video trasmesso in Rete — finora ha ottenuto 18 mila visualizzazioni — e in cui Marta, “28 anni, precaria” risponde a “Matteo”, cioè Renzi, dicendo che la sua riforma del lavoro può buttarla nel cestino.
I settori che si vogliono coinvolgere rappresentano figure lavorative nuove — l’editing editoriale, il giornalismo freelance ormai fuori dalle redazioni, la ricerca di qualità  — ma anche lavoratori più tradizionali come i precari della pubblica amministrazione o quelli della scuola.
Accomunati dal fatto di guadagnare anche meno di mille euro al mese.
La sfida dello “sciopero sociale” punta a sottrarre al premier e alla sua “narrazione” quei settori del lavoro precario che non si riconoscono nei sindacati tradizionali ma che fanno fatica anche a riconoscersi nel messaggio renziano.
Perchè hanno scoperto che la precarietà  non è una fase transitoria della loro vita ma una condizione permanente.
Lo sciopero si terrà  il 14 novembre “e durerà  24 ore — spiega al Fatto Dario Di Nepi, del Laboratorio per lo sciopero di Roma, laureato con un master e precario del terzo settore — proprio per permettere a tutti di partecipare alla giornata nelle modalità  possibili”.
Si comincia il 13 a mezzanotte quando gli attivisti dello sciopero si recheranno nei locali della movida per parlare con i lavoratori precari dei tanti locali che costellano il centro delle città  romane, a partire da Roma.
Qui, venerdì mattina, si terrà  il corteo cittadino con sciopero degli studenti e dei lavoratori che potranno partecipare.
Le iniziative però sono in tutta Italia.
A Venezia si terrà  una “critical mass” in bicicletta, alle 15, per i luoghi del “vero degrado” di Mestre.
A Milano l’iniziativa è tutta dedicata al “no Expo” e alla contestazione della Fiera internazionale che si inaugura il prossimo primo maggio.
Le richieste possono essere riassunte nel “salario minimo intercategoriale a 10 euro l’ora” — oggi sono frequenti lavori da 6 euro l’ora ma anche a meno — un “reddito di base per precari, disoccupati e studenti” e “l’abolizione delle 46 diverse tipologie contrattuali” che costellano la precarietà  per allargare “le tutele a tutti”.
“Siamo ancora una coalizione di attivisti sociali, non siamo ancora un movimento” ammette Dario che però, quando si tratta di indicare i riferimenti simbolici oltre a citare i mitici wobblies degli Stati Uniti di inizio ‘900 ricorre ai precari dei fast food che pochi mesi fa sono riusciti a scioperare non solo negli Usa, ma nel resto del mondo.
Il rapporto con la Fiom è d’obbligo e non solo perchè il 14 novembre la Fiom manifesterà  a Milano.
I punti di contatto sono diversi e stasera con Maurizio Landini si terrà  un confronto pubblico all’Università  di Roma.
Chi non è compreso nella giornata del 14, al momento, è la politica dei partiti. Nessuna presenza, più o meno simbolica, delle varie sigle.
E questa è una novità .

Salvatore Cannavo’
(da “il Fatto Quotidiano”)

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NOVE CORSE E 61 EURO: LA MIA GIORNATA DA AUTISTA UBER

Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile

CURRICULUM ON LINE E UN TELEFONO: UN GIORNALISTA   DE “LA STAMPA” ARRUOLATO NEL PRIMO GIORNO DEL NUOVO SERVIZIO A TORINO

La prima chiamata arriva alle 9,10. Ci siamo appena seduti in macchina e c’è già  qualcuno che ha bisogno di noi.
Si chiama Giulio e deve andare al Politecnico. Ha fondato una start up: «Forniamo alle persone tutti gli ingredienti necessari per preparare una cena. Ma dobbiamo rivedere il piano finanziario, così non regge. Anzi, forse ci trasferiamo direttamente a Londra».
Poco meno di 7 chilometri in 22 minuti. Costo: 9 euro. In taxi ne avrebbe spesi come minimo 15.
Il secondo cliente ci reclama alle 10 ma, quando arriviamo, sul posto non c’è. Chiamiamo. «Mi scusi, volevo disdire la corsa ma non sapevo come fare. Sa, è la prima volta». È la prima volta anche per noi. Accostiamo in via Roma, pieno centro, e aspettiamo. Dopo un quarto d’ora, il telefono s’illumina: un signore ha bisogno di un passaggio in Tribunale.
Ci siamo fatti arruolare da Uber, il servizio che permette di prenotare un’auto con conducente tramite smartphone pagando con carta di credito.
Da giovedì funziona anche a Torino: chiunque può mettersi a disposizione quando vuole, tutto il giorno o un’ora al mese.
Con la nostra auto, una Alfa Romeo Giulietta, abbiamo lavorato dalle 9 alle 18, con due pause di mezz’ora: undici chiamate, nove corse portate a termine e due annullate perchè il cliente aveva cambiato idea.
Abbiamo percorso 100 chilometri. Incasso: 61 euro, meno 11 di gasolio e altri 11 che resteranno a Uber.
Mercoledì sera ci siamo fatti avanti. Abbiamo caricato su una piattaforma on line dati e documenti. Abbiamo anche giurato di non avere conti in sospeso con la giustizia.
Per ora si fidano, ma entro due settimane dovremo fornire i certificati del Tribunale. Giovedì ci siamo ritrovati con altre quindici persone – studenti, disoccupati, due pensionati, una commessa stufa di servire clienti e in ansia per il suo negozio – in un hotel di piazza Massaua, periferia Ovest di Torino.
Ci hanno accolto tre ragazzi di 25 anni. Ci hanno catechizzato per un’ora e fornito uno smartphone. In meno di ventiquattr’ore siamo diventati «autisti».
Con Uber non si telefona. Funziona tutto tramite un’app: il cliente vede sul telefono le auto più vicine e sceglie a chi chiedere un passaggio.
Tra una corsa e l’altra accosti a bordo strada e aspetti. Il telefono suona, s’illumina. Basta toccare lo schermo ed ecco il passeggero: il quarto si chiama Florent, è un gallerista parigino, in città  per Artissima.
Parte dal centro per andare all’aeroporto di Caselle: 16 chilometri in venti minuti, costo 13 euro. Con il taxi sarebbero stati 35 o 40.
Viaggiamo senza sosta dalle 9 a mezzogiorno, poi fino alle 13,40 nessuno chiama.
Ci assale l’ansia da prestazione: avremo sbagliato qualcosa? Poi, improvvisamente, il telefono si rianima.
Al corso, i ragazzi di Uber raccomandano di rispondere ad almeno il 90% delle chiamate, di non telefonare al cliente a meno che non sia necessario, e di essere prudenti: «Quando credete di aver individuato il passeggero chiedetegli come si chiama. Solo a quel punto fatelo salire. Non date troppo nell’occhio».
Avvertenza preziosa: Uber viaggia sul filo della legge, i vigili (e i tassisti) sono sempre in agguato.
Noi, però, non ne incontriamo nemmeno uno. Nove corse, 23 persone trasportate, solo due con più di quarant’anni e solo quattro italiani.
Un francese, Maxime, voleva pagare in contanti. Impossibile: in auto non avvengono scambi di denaro o transazioni; Uber preleva direttamente il costo della corsa dalla carta di credito del cliente e ogni settimana paga il «driver» con un bonifico. «Che dovete conteggiare nella dichiarazione dei redditi».
Tutte le raccomandazioni hanno un solo scopo: evitare i passi falsi. Con i vigili. Con i taxi. Con il Fisco. «Speriamo che a nessuno venga in mente di farla chiudere», dicono Gale e altri tre studenti londinesi, arrivati apposta per Artissima.
Le generazioni digitali si apprestano a stravolgere anche il modo di muoversi.
Alle cinque, ci contattano due americani. Sono al Lingotto, a Eataly. Siamo lontani sei chilometri e loro devono prendere un treno 40 minuti dopo.
Ci sarebbero soluzioni alternative, eppure aspettano noi, ostinatamente. Si fiondano sul sedile posteriore. Dietro c’è un taxi, chissà  se l’autista se ne accorge. «È meglio se fate sedere i passeggeri accanto a voi», consigliano i ragazzi di Uber.
Gli stranieri, però, salgono dietro. Gli italiani no. Coltivano il dubbio che non tutto sia perfettamente lecito. O forse covano qualche senso di colpa.
Come quello che ha Daniele, che accompagniamo in Tribunale: «Sono dispiaciuto, davvero. Non è mai bello vedere una categoria in difficoltà . Se i tassisti non si fossero messi di traverso quando si voleva liberalizzare un po’ il settore, forse non saremmo qui». O forse sì. La verità  è che il popolo di Uber non nutre sentimenti per i tassisti. Noi sì.
Ieri abbiamo provato quanto sia sfiancante guidare in città  per otto o nove ore. Ritrovandoci, alla fine, con 40 euro.

Andrea Rossi
(da “La Stampa“)

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QUEI 25 MILIONI DI ITALIANI SENZA TUTELE: “E’ ORA DI REDISTRIBUIRE IL WELFARE”

Novembre 9th, 2014 Riccardo Fucile

SONO PRECARI, DISOCCUPATI, GIOVANI, IMMIGRATI, PENSIONATI POVERI: UNA MASSA CHE NON HA VOCE… LA POLITICA RENDE PIU’ PROFONDE LE DISEGUAGLIANZE: IL SAGGIO DI UN GIOVANE DOCENTE CALABRESE DI OXFORD

Lia, disoccupata. Fabrizio, precario. Samuele, che non studia e non lavora. Katia, immigrata. E Lucia, che vive con 600 euro al mese di pensione.
Sono loro la maggioranza degli italiani.
La grande maggioranza «invisibile», che conta più di 25 milioni di persone, citando dati Istat stimati al ribasso. E che nonostante questi numeri, non ha voce.
Il sindacato non la rappresenta, anzi. Le politiche pubbliche non la considerano, anzi. Così stranieri e atipici pagano il peso di garanzie e privilegi che coprono sempre meno cittadini. Di certo non loro.
La disuguaglianza non andrebbe più cercata solo tra poveri e ricchi, tra il 99 e l’1 per cento della popolazione.
Ma anche fra i tutelati e non tutelati. Fra chi beneficia del welfare e chi lo produce.
È quello che suggerisce Emanuele Ferragina, docente di al dipartimento di Politiche Sociali dell’università  di Oxford e autore di “ La maggioranza invisibile ”, appena uscito per Bur.
«È arrivato il momento di affrontare i veri nemici della sinistra progressista di oggi», commenta il professore trentenne nato a Catanzaro: «Ovvero neoliberisti e garantiti. Ovvero le politiche alla ‘Jobs act’ ma anche le difese dei diritti di pochi portate avanti dai sindacati. I non-tutelati sono altri. Hanno altre richieste. Inascoltate in Italia. Ma già  sentite all’estero».
L’attacco ai garantiti, categoria in cui Ferragina mette anche molti pensionati, sembra una provocazione.
Ma il sociologo insiste: «Sarebbe bello confidare sull’uguaglianza al rialzo, chiedere più diritti per tutti senza intaccare quelli di pochi. Ma non è più sostenibile. Le pensioni sopra i 2000 euro non possono essere difese di principio. È assurdo. Se chiediamo una patrimoniale sui grandi patrimoni per redistribuire le ricchezze, che è un’idea giusta, dobbiamo chiedere anche tasse progressive nei confronti di chi in questi anni ha beneficiato troppo del welfare sempre più magro del nostro paese».
Insomma: ha ragione Thomas Piketty nel suo Capitale a chiedere di aggredire le ricchezze finanziarie per dare un argine alla disuguaglianza. Ma non basta.
Nell’Italia del 2014, sostiene Ferragina, bisogna cominciare anche redistribuendo il welfare a favore di quelli che sono i veri ultimi.
Perchè la protezione corazzata a difesa di pochi rischia di far ricadere i costi del sistema sugli altri.
Ferragina lo definisce “neoliberismo selettivo”: «Guardiamo il Jobs Act, che rende tipici, per sempre, i contratti atipici: rende più profondo il solco fra una minoranza sempre più esigua di lavoratori ultra-tutelati e la massa di assunti dopo il 1996, che hanno dovuto rinunciare a ogni garanzia», perchè «le riforme del lavoro dei governi di destra e di sinistra degli ultimi 20 anni hanno seguito la parola chiave della flessibilità . Senza mai introdurre garanzie universali».
Le uniche che servirebbero, secondo Ferragina, alla «maggioranza invisibile». Composta da precari, neet, disoccupati, migranti e pensionati poveri.
Ad accomunarli, spiega: «È il fatto di essere marginalizzati dal welfare. Benchè producano ricchezza per il paese».
Già , ricchezza: anche dal 12,9 per cento di disoccupati (ultimi numeri) e dalle migliaia di anziani con pensioni da fame.
«La ricchezza non è solo il Pil. Queste persone assumono su di sè compiti specifici e spesso ignorati della società . Come quelli della cura. Del tempo da passare coi bambini. Tutta questa è produttività  sociale. Non considerata».
Insieme queste categorie riguardano oggi in Italia 25 milioni di persone.
«Sono 20 milioni di voti», aggiunge Ferragina: «Alle ultime elezioni politiche hanno votato circa 34 milioni di cittadini. La potenziale forza d’opinione di questa nuova massa è evidente».
Ma ancora non c’è: frammentata, distratta, sostenuta dagli ultimi risparmi familiari, non si ribella. E non ha voce. «Perchè una cosa è certa: queste persone non sono rappresentate dalla piazza della Cgil di Susanna Camusso e dello sciopero generale».
E torniamo al sindacato.
Perchè non rispecchia le richieste di questa massa di lavoratori atipici, di migranti e di giovani? «Perchè non sostiene l’unica battaglia che potrebbe interessare questa maggioranza: quella per il reddito minimo garantito. Per misure di sostegno universali e non ancorate solo ad alcune categorie».
Cgil, Cisl e Uil, sostiene Ferragina, non possono continuare a urlare “Giù le mani”, per esempio, anche dalle pensioni, perchè «il 50 per cento delle nostre spese per il welfare finisce in pensioni. Spendiamo 45 miliardi solo per quelle sopra la soglia di 2000 euro. Solo imponendo una tassazione progressiva, che parta dall’uno, due per cento per arrivare al 30 per cento di quelle sopra i 9000 euro, avremmo i 10 miliardi di euro che servono per delle garanzie universali. Invece no. Invece anche quelle vanno protette così come sono. Non è disuguaglianza questa?».
C’è un macro-tema, un filo rosso che attraversa tutta la riflessione di Ferragina nel libro. Ed è che il welfare del futuro non potrà  più essere fondato sul lavoro, o almeno sul lavoro formale, sulla produzione di beni e merci per il consumo.
«Prima usciamo dall’illusione della piena occupazione meglio è», sostiene l’autore: «Anche perchè quest’illusione ci porta a una gara al ribasso sui salari e i diritti. Il contrario di quello a cui dovremmo aspirare».
A cosa dovrebbero puntare politiche progressiste quindi? A una maggior dipendenza dallo Stato? «No, non c’entra niente. In inglese esiste una differenza semantica che manca in italiano fra work e labour, ovvero fra lavoro in senso lato e lavoro formale con una retribuzione fissa. Dentro questa differenza sta il futuro del mondo in cui viviamo. Un mondo in cui la redistribuzione non potrà  più essere legata al labour ma al reddito e alla condivisione di work».
In Italia, però, non c’è nessuno che le dice, queste cose.
Che le porta in Parlamento. «Il Movimento 5 Stelle, votato dai giovani, ha capito l’importanza della battaglia sul reddito minimo garantito. Ma l’ha lasciato una scatola vuota. Non è diventata una proposta dai contenuti chiari: su dove risparmiare, come distribuire quei fondi, a chi garantirli. Renzi l’ha detto in campagna elettorale ma per ora è una questione dimenticata. E per le altre forze semplicemente non esiste».
Non è così in tutta Europa: «In Spagna Podemos è riuscita a intercettare quest’esigenza. E sta portando avanti queste proposte. Partendo da deputati che sono stati precari e atipici e conoscono bene le garanzie che mancano».
Alla maggioranza invisibile. In attesa che diventi una forza anche da noi.

Francesca Sironi
(da “L’Espresso”)

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L’ALLARME DELLE GIOVANI PARTITE IVA: “NOI ABBANDONATI SENZA TUTELE”

Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile

“SIAMO SENZA GLI 80 EURO, NON C’E’ NULLA PER NOI NEL JOBS ACT E I FONDI VANNO SOLO AI COMMERCIANTI: LA PROTESTA DI INFORMATICI, DESIGNER, TRADUTTORI, CONSULENTI DI IMPRESE

Sono informatici, designer, grafici, traduttori, esperti di marketing, organizzatori di eventi, consulenti di imprese.
Un milione e mezzo di persone (nell’universo ben più vasto di partite Iva vere o finte) che vanno avanti in una giungla fatta di lavori a singhiozzo e pacchetti clienti, aziende da soddisfare e gare al ribasso.
Di loro, di questo terziario avanzato che è in gran parte giovane e cresce ogni giorno di più, il governo Renzi sembra essersi dimenticato.
L’associazione Acta — nata nel 2004 per rappresentare i free lance del mondo del lavoro — ha lanciato il suo grido d’allarme la settimana scorsa alla Camera: «Siamo rimasti fuori dagli 80 euro, non c’è niente per noi nel jobs act, non abbiamo un’indennità  malattia degna di questo nome. Il governo aveva promesso fondi nella legge di stabilità , e invece quel che c’è ci penalizza », spiega la presidente Anna Soru.
In effetti, gli 800 milioni che Matteo Renzi aveva promesso al mondo delle partite Iva dopo la loro esclusione dal bonus fiscale, serviranno in gran parte ad abbassare i contributi previdenziali per artigiani e commercianti (519 milioni).
Il resto doveva allargare la platea del cosiddetto regime dei minimi, quello che consente a un ragazzo che si mette in proprio per fare — ad esempio — il consulente, di avere un carico fiscale vantaggioso ed evitare adempimenti complicati.
E invece, le cose potrebbero addirittura peggiorare.
Oggi, per chi avvia un’attività  per i primi 5 anni (o per chi non ha compiuto 35 anni di età ) questo regime prevede un’imposta del 5%, l’esenzione dall’Iva e la possibilità  di scaricare i costi sostenuti a fronte di un fatturato di 30mila euro annui.
In Stabilità , il regime si applica è vero — a tutti, ma con un’aliquota maggiore — al 15% — compensata in parte da un calcolo dei costi a forfait, ma entro un limite di 15mila euro annui che a molti è sembrato una beffa.
Con in più una clausola di salvaguardia che fa sì che chi ha già  aperto una partita Iva godrà  dei vecchi vantaggi, mentre per chi la aprirà  dal primo gennaio sarà  tutto diverso.
«Il limite a 15mila euro — spiega Mara Mucci, Movimento 5 Stelle — porterà  a un aumento del nero, perchè molti cercheranno di restare entro i minimi. E il sommerso sarà  favorito anche dal forfait dei costi. In più, non si fa niente per le partite Iva finte, anzi — nel tentativo di farle uscire allo scoperto — finiranno per essere pagate di meno». Mucci propone per tutti gli autonomi un limite a 40mila euro (il governo ha differenziato per categorie) e un ritocco all’aliquota in caso di mancate coperture.
Che sia necessario intervenire, lo ha ammesso lo stesso sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti martedì sera a Ballarò, e lo dice il deputato Pd Antonio Misiani: «Il regime va cambiato, ma il problema è più generale: è necessario allargare il sistema delle tutele a questi lavoratori, che sono tantissimi. E bisogna prima di tutto bloccare l’innalzamento dei loro contributi, che cominceranno a salire dal prossimo anno per arrivare entro il 2019 al 33 per cento, dal 27 attuale».
«Ci dicono che è per le nostre pensioni — spiega Anna Soru — ma il punto è che noi stentiamo ad andare avanti oggi. Quel che chiediamo è di essere ascoltati. Da un governo che dice di guardare al mondo del lavoro com’è oggi ci sembra il minimo. Finora però non è successo ».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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