Ottobre 14th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI NON INTERPRETA IL PENSIERO DEI LAVORATORI, L’IDEA NON PIACE
La proposta di utilizzare la «liquidazione» come integrazione dello stipendio anzichè come risorsa da
procrastinare al momento dell’uscita dall’azienda o, in alcuni casi, come strumento per la costruzione di un percorso di previdenza integrativa, non incontra il favore degli italiani.
Cosa sanno e cosa pensano gli italiani in generale e i lavoratori dipendenti in particolare di queste proposta?
Come su molti dei temi che riguardano il mondo del lavoro l’interesse è alto: il 45% dei nostri intervistati ha seguito con attenzione questo aspetto, 42% almeno superficialmente.
Con una netta differenza tra i lavoratori dipendenti privati (al momento sembrerebbero gli unici direttamente coinvolti nella possibile riforma) che per oltre due terzi hanno seguito con attenzione questo tema e i dipendenti pubblici che invece vi hanno prestato un ascolto assai più superficiale.
Consensi limitati
Il Tfr in busta paga riscuote però consensi molto limitati: solo il 26% degli italiani (e il 21% dei lavoratori dipendenti) apprezzerebbe di avere qualche soldo in più mensilmente (o in un’unica tranche annuale) ad integrazione del proprio salario.
Più di due terzi (e quasi tre quarti dei dipendenti) gradirebbe maggiormente avere la classica liquidazione al termine del rapporto lavorativo.
Anche in questo caso ci sono differenze apprezzabili tra privati (il 28% lo vorrebbe in busta paga) e pubblici (19%) ma in entrambi i segmenti di lavoratori la contrarietà alla proposta è netta.
Sembrerebbe un atteggiamento irrazionale: in un momento di acuta crisi come quello attuale ci si aspetterebbe che ogni aiuto venisse salutato con favore.
La previdenza
In realtà bisogna tener conto di un atteggiamento largamente diffuso nel Paese: il timore del futuro e l’impellente necessità di risparmiare proprio per far fronte ad una prospettiva sempre meno tranquillizzante.
È una cosa che molte famiglie stanno già facendo: contenere i consumi per ricostituire il capitale perso in questi ultimi anni.
Uno dei temi sollevati in termini critici rispetto alla proposta è relativo all’attuale utilizzo di una parte dei lavoratori dipendenti del Tfr per la previdenza complementare, cioè per avere una pensione integrativa rispetto a quella pubblica.
L’inserimento del Tfr in busta paga potrebbe ridurre ulteriormente la quota di chi aderisce alla previdenza complementare.
È un rischio non trascurabile: circa il 30% dei dipendenti pensa che molti lavoratori rinuncerebbero ai versamenti pur di avere qualche soldo in più in busta paga.
I dubbi delle impres
L’altro aspetto critico, in parte ridimensionato negli ultimi giorni, proveniva dalle organizzazioni aziendali: per le piccole e medie aziende sotto i 50 dipendenti la riforma sarebbe un salasso, poichè il Tfr è liquidità disponibile e la sua assenza costringerebbe gli imprenditori a ricorrere al credito con un aggravio dei costi.
È una tesi condivisa da più di due terzi degli italiani e dei dipendenti (solamente tra i privati una quota apprezzabile, il 32%, ritiene che le pmi potrebbero trovare senza problemi altre fonti di finanziamento).
Anche questo è un dato che non sorprende: da tempo infatti i lavoratori sono solidali con gli imprenditori (in particolare i piccoli, sentiti come più vicini) che ogni giorno combattono la loro battaglia sul mercato.
Tra spese e risparmio
Ma in definitiva, l’eventuale reddito disponibile in più nel salario dei lavoratori, avrebbe un effetto immediato sui consumi? Probabilmente sì, ma sembra che non sarebbe un effetto importante, o almeno tale da cambiare il segno del ciclo economico: certo, un quarto dei dipendenti (ma un terzo dei privati) lo spenderebbe tutto o quasi per consumi, tuttavia prevale chi pensa che lo destinerebbe a risparmio integralmente o per la maggior parte (36% tra i dipendenti privati, 37% tra i pubblici) e una quota che oscilla tra un quarto dei privati e un terzo dei pubblici la userebbe parte per consumi e parte per risparmio.
Insomma anche in questo caso sembra prevalere la necessità di cautelarsi per il futuro. Gli italiani si stanno abituando, spesso con fatica, alla maggiore austerità dei consumi e sono storicamente delle formiche.
Anche questa volta lo confermano, sia pure a scapito della necessità di una ripresa a breve.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 11th, 2014 Riccardo Fucile
I VERI ROTTAMATI? I POSTI PERSI IN UN ANNO… E CE NE SONO ALTRI 500 MILA IN CASSA
L’ultima notizia di licenziamenti è arrivata in redazione proprio ieri sera.
E riguarda i giornalisti e il personale tecnico-amministrativo dell’emittente privata Extra Tv di Frosinone, nel Lazio.
L’azienda ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per 19 dei 24 dipendenti rimasti, cui si aggiunge “il drammatico ritardo nel pagamento degli stipendi che ha ormai raggiunto le nove mensilità ”.
Di casi così ce ne sono a decine ogni giorno (a Roma sono 19 i dipendenti licenziati di un’altra emittente, T9).
La Cgil nazionale ha il merito di aver istituito un osservatorio sulle tante vertenze quotidiane e sfogliando i casi pubblicati ogni mese si scopre la realtà di un paese in cui non è mai stato così facile licenziare.
I licenziamenti collettivi sono regolati dalla legge 223 del 1991 e quando , vengono attivate le procedure previste — come nel caso di Terni — scatta l’indennità di mobilità .
Un sussidio che accompagna alla disoccupazione (700 euro al mese), che però la riforma Fornero ha indebolito, con l’introduzione dell’Aspi, e che il Jobs Act di Renzi intende alleggerire.
La Cisl ha stimato in circa 140 mila i posti di lavoro persi nel 2014 solo nei settori della manifattura e delle costruzioni.
Dal punto della forza lavoro si tratta di più di un terzo del lavoro dipendente privato. Nel corso del 2013, le domande di mobilità complessivamente presentate all’Inps hanno raggiunto la cifra di 217 mila in crescita dell’81% rispetto all’anno precedente. Va inoltre precisato che circa 500 mila lavoratori sono esclusi da questo conteggio perchè “protetti” dalla cassa integrazione.
Dentro il calderone dei licenziati “in massa” ci sono ad esempio i 256 lavoratori della Sixty di Chieti Scalo che da oggi si ritroveranno senza lavoro.
Fondata nel 1989 dagli imprenditori romani Wicky Hassan e Renato Rossi nella zona industriale della val Pescara la Sixty era in crisi da tre anni, e i lavoratori, nel frattempo, hanno potuto usufruire della cassa integrazione.
Che però non è servita a far ripartire l’azienda
Ballano sull’orlo del licenziamento annunciato anche i 262 lavoratori dell’Accenture Outsourcing di Palermo. Società multinazionale, con oltre 50 mila dipendenti, la Accenture ha deciso di dismettere il sito siciliano in seguito al venir meno della commessa con British Telecom, suo unico cliente.
I lavoratori sono riusciti a rendere molto visibile la loro protesta ma al momento non hanno certezza del futuro.
Chi invece una certezza, negativa, l’ha già avuta sono i 130 dipendenti dell’Indesit di None, nel torinese, una delle aree maggiormente coinvolta dalla crisi industriale.
In alternativa al licenziamento, con buonuscita di 30 mila euro lordi, i lavoratori hanno ricevuto l’offerta di trasferirsi a Comunanza, in provincia di Ascoli.
A rischiare di essere licenziati, se non sarà assicurato di nuovo il servizio di contact center al Comune di Roma (lo 060606), sono i 280 dipendenti di Almaviva mentre hanno già ricevuto la lettera di licenziamento i 115 dipendenti della Nokia nelle sedi di Cassina de Pecchi (Milano), Roma e Napoli.
La Nokia è particolarmente specializzata in licenziamenti collettivi visto che ha inviato lettere di questo tipo a 2500 persone in 7 anni.
Guai anche alla Coca Cola, che in estate ha avviato un piano di ristrutturazione per mettere in mobilità 279 lavoratori su un organico di 2112 unità .
Solo in seguito a una trattativa sindacale gli esuberi si sono ridotti a 89.
Situazione analoga, anche se con numeri diversi, 320 dipendenti, all’Averna di Caltanissetta da poco rilevato dalla Campari Spa.
Anche qui è partita la procedura di mobililità per tutti i dipendenti, come denunciano Cgil, Cisl e Uil, nonostante la F.lli Averna Spa abbia i bilanci in attivo, un fatturato di 70 milioni e bilancio in nero.
Scade domani, invece, la cassa integrazione per 630 dipendenti della ex Merloni cui si prospetta il licenziamento anche perchè l’azienda subentrata, la Jp, non ha ancora avviato l’attività .
A sintetizzare la situazione ci hanno pensato i lavoratori “in esubero” di Meridiana, la compagnia aerea che ha deciso di licenziare 1600 dipendenti (1.478 dipendenti di Meridiana Fly e 156 di Meridiana Maintenance).
L’altroieri si sono messi in fila per donare il sangue, “un piccolo aiuto per chi ne ha bisogno”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 10th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER SI ERA IMPEGNATO A RISOLVERE LA CRISI DELLE “TRE T” CON TARANTO E TERMINI IMERESE: LA PRIMA E’ ANDATA…”DEL RIO E GUIDI? APPRENDISTI STREGONI, MEDIAZIONE INUTILE”
Il Jobs Act non è ancora legge dello Stato eppure un’azienda straniera, come la tedesca ThyssenKrupp, può
permettersi di inviare 537 lettere di licenziamento nello stabilimento siderurgico di Terni.
Segno evidente che in Italia la facoltà di licenziare è viva e vegeta.
E mentre gli operai hanno iniziato a bloccare la stazione e a presidiare la fabbrica, la prima delle tre “T” indicate da Matteo Renzi come le principali emergenze industriali — Terni, Taranto e Termini — è saltata.
La vertenza delle Acciaierie Speciali di Terni, storico stabilimento siderurgico, polmone produttivo della città che dà lavoro a circa 2800 persone, si trascinava da tempo.
I tedeschi che hanno acquisito gli impianti puntano a ridurre drasticamente i costi di produzione in Italia con l’obiettivo iniziale di risparmiare 100 milioni di euro. All’ultimo miglio però, il tavolo di confronto istituito presso il ministero dello Sviluppo economico alla presenza della ministra Federica Guidi e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, è saltato in aria.
La mediazione avanzata dall’esecutivo e su cui Delrio ha “messo la faccia” del governo, è stata capace di trovare contrari sia l’azienda che i sindacati.
E così l’Ast ha fatto partire le lettere di mobilità e la disdetta degli accordi integrativi dal 1 ottobre.
“Sono molto preoccupato — ha detto Matteo Renzi — ci sono tre mesi davanti di discussione, cercheremo la ragionevolezza”.
Al Fatto il braccio destro di Renzi, Graziano Delrio spiega che il governo “era riuscito a portare maggiori investimenti per 110 milioni e a ridurre l’impatto della mobilità ”. Invece dei 550 esuberi calcolati dalla Thyssen, il governo ha proposto 290 eccedenze da gestire con procedure di mobilità volontaria e incentivata.
“Abbiamo trovato un’azienda molto rigida ma anche i sindacati Delrio — non hanno capito che la nostra proposta era il ‘male minore’ e avrebbe consentito di affrontare meglio il futuro”.
Sul fronte sindacake, però, i ministri all’opera sono apparsi come “apprendisti stregoni”.
A Delrio, in particolare, si rimprovera di essere arrivato solo alla fine.
Il sindacato, che su questa vertenza appare unito, chiede invece l’utilizzo dei contratti di solidarietà , come avvenuto nella trattativa, esaltata spesso da Matteo Renzi, dell’Electrolux.
“Con i contratti di solidarietà — spiega Rosario Rappa della Fiom, “si sarebbero avuti risparmi analoghi a quelli richiesti senza toccarel’occupazione. Il governo non è riuscito ad avanzare una proposta di politica industriale in grado di spostare l’azienda”.
Anche Delrio ammette le rigidità della Thyssen e alla domanda se Renzi non avesse dovuto interloquire su questo punto con Angela Merkel, come chiede Antonio Tajani di Forza Italia, confessa che di tentativi ne sono stati fatti molti ma che la “rigidità ” non è stata superata.
La “durezza” Thyssen , del resto, si è vista nella rapidità con cui sono state inviate le lettere e con cui si è chiesta la riduzione del 20 per cento dei costi prodotti dall’indotto.
Chi rimprovera l’incapacità dell’esecutivo è Susanna Camusso secondo la quale “il governo è stato a guardare”.
Anche Annamaria Furlan, al primo giorno da segretario Cisl, definisce quella mediazione “inadeguata e insoddisfacente”.
Gli operai di Terni, a caldo, si sono riuniti in assemblea e all’unanimità hanno deciso di bocciare il piano del governo.
Allo stesso tempo sono cominciati i presìdi davanti ai cancelli con l’obiettivo, implicito, di bloccare l’entrata e l’uscita delle merci.
I primi cortei, nel pomeriggio, si sono diretti al Comune e, significativamente, sotto la sede del Pd per poi spostarsi alla stazione dove i lavoratori hanno occupato i binari. Martedì o mercoledì Cgil, Cisl e Uil proclameranno lo sciopero cittadino.
Lo stesso che un anno fa aveva visto scendere in piazza circa ventimila persone e che era finito con cariche della polizia in cui era stato colpito anche il sindaco. Fiom, Fim e Uilm, invece, hanno già promosso una manifestazione della siderurgia a Roma che si terrà nei prossimi giorni.
La “viva preoccupazione” per il fallimento della trattativa è stata espressa dai vescovi umbri che in una nota hanno rivolto “un accorato appello alle parti in causa, ThyssenKrupp, governo, sindacati, istituzioni affinchè riprendano immediatamente il dialogo e le trattative con toni sereni e aperti alla comprensione reciproca per trovare una soluzione equa e dignitosa per tutti, specie per i più deboli della vertenza in atto”.
Salvatore Cannavò
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
USARE L’ART.18 PER UMILIARE UN SINDACATO NON AIUTA I LAVORATORI, MA LI RAGGIRA
In una delle strade nevralgiche di Roma, via Nomentana, c’era un traffico superiore a quello abituale,
assolutamente già invivibile di suo.
Tre km scarsi, e tra semafori impazziti, vigili come l’arbitro Rocchi, corsie preferenziali intasate da chiunque, vialetti laterali impercorribili, si rimaneva imbottigliati per più di un’ora: spiegazione, i lavori stradali.
Giacchè era interrotto il percorso viario, mi sono immesso in quello mentale. Perchè a Roma i lavori di manutenzione si fanno di giorno, meglio se nelle ore di punta, con costi sociali enormi non facilmente misurabili ed effetti collaterali determinanti sulla psiche collettiva, e non invece di notte come nelle metropoli civili o decenti all’estero?
Dice: perchè di notte dovrebbero fare gli straordinari e il Comune non ha i soldi per pagarli, nè direttamente nè indirettamente.
E comunque magari c’è chi si rifiuterebbe di farlo.
Mi domando se tutto ciò abbia qualcosa a che fare con l’art. 18, con la discussione sul Job’s act (o semplificato Jobs act senza genitivo sassone e in ogni caso stolidamente esterofilo: mercato del lavoro andava così male?), con il dato del Fmi che indica nell’Italia l’unico Paese in recessione tra le grandi economie, con i numeri degli italiani che espatriano alla ricerca di lavoro che doppiano quelli degli immigrati (94 mila nel 2013 in crescita esponenziale).
C’entra l’art. 18 per esempio con la possibilità di rotazione negli orari notturni senza straordinari per i lavoratori stradali?
Negli altri Paesi in cui lavorano per le strade di notte come sono messi da questo punto di vista?
Si metterebbero a rischio diritti acquisiti o sarebbe giusto ridiscuterne alla luce della “più grave crisi del dopoguerra”?
E nel concreto la discussione sul Job’s act (oddio…) tocca anche questo genere di problemi?
E che distanza c’è realmente tra via Nomentana e Palazzo Chigi?
Rubo all’effervescente sociologo De Masi alcuni dati.
Il numero complessivo degli occupati da noi è 22 milioni e 380 mila. I casi da art. 18 sono 40 mila. Ma — obietta De Masi — l’80% di essi arriva a un accordo extragiudiziale.
Dunque ne restano 8 mila. In 4.500 casi il lavoratore perde e in 3.500 vince.
Ma non sempre se vince ottiene il reintegro, calcolabile invece solo sui due terzi, quindi poco più che in 2.500 casi.
Ovviamente come già stradetto, scritto e ripetuto, il valore simbolico e rappresentativo di un modo di intendere il diritto al lavoro non si misura contrapponendo i dati esigui all’universo dei lavoratori.
Ma è sciuro che nel maneggiare la polemica politica strumentale sull’art. 18 non si possono tralasciare considerazioni di fondo: se davvero interessa far ripartire il Paese, è impensabile farlo escludendo da questa ripartenza l’unità sindacale, i datori di lavoro e l’esecutivo politico.
Basta voler indebolire uno di questi tre fattori ed è come estrarre maldestramente dal castello di bastoncini dello shanghai quello sbagliato.
Usare l’art.18 per costringere nel ridotto un sindacato che pur ne ha fatte di tutti i colori negli ultimi vent’anni non significa aiutare i lavoratori, ma soltanto raggirarli nell’imbuto tra teoria e pratica.
Così come imbastire polemiche lessicali sul termine “padroni/imprenditori” fa ridere per non piangere in tempi in cui è un sistemaPaese che va in rovina.
Che poi tutto ciò serva a un regolamento di conti interno al Pd, è la ciliegina su una torta andata a male e fanno sorridere i proclami di “lealtà ” in aula dopo le esperienze dell’ultima elezione per il Quirinale…
Se vogliamo continuare sulla falsariga di un derby che si trasferisce da JuveRoma all’art.18, prego, accomodatevi.
Ma intanto noi siamo in fila da una vita sulla Nomentana…
Oliviero Beha
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
“LA FUNZIONE DELL’ART. 18 E’ LA DETERRENZA, NON SI PUO’ CONCEDERE AL DATORE DI LAVORO LA FACOLTA” DI LICENZIARE USANDO UN MINIMO PRETESTO”
“Resta l’articolo 18 per il licenziamento discriminatorio? Di cause per il discriminatorio non ne ricordo
nessuna. Questa tipologia non ha mai tutelato nessuno”.
Il magistrato Roberto Riverso, giudice del lavoro al Tribunale di Ravenna, saggista e studioso qualificato del diritto del lavoro, non ha dubbi su quello che sta per accadere con la riforma dell’articolo 18.
Perchè mantenere la giusta causa solo per i licenziamenti discriminatori, come intende fare il governo, non è sufficiente a tutelare il diritto?
Perchè la vera funzione dell’articolo 18 è la deterrenza. L’azienda, cioè, non può, per giustificare un licenziamento, inventare un motivo presunto perchè sa che ci sarà un giudice che lo considererà nullo. Io non ricordo nessun caso di qualcuno che è riuscito a provare una discriminazione nei propri confronti.
Perchè per provarla servono due elementi: un motivo unico e determinato e l’onere della prova.
Per i lavoratori è difficilissimo motivarli entrambi. In Italia non è come nel mondo anglosassone. Negli Stati Uniti la tutela ha una estensione più ampia. Un datore di lavoro che licenzia un “nero” deve dimostrare lui di non aver agito per discriminazione. In Italia la legge non funziona così.
Quanto è ampia, invece, l’efficacia della tutela dai licenziamenti disciplinari?
Il problema è se si concede a un datore di lavoro di poter licenziare con un minimo pretesto. In questo caso viene a mancare la deterrenza e così il lavoro non è democratico.
Cosa intende per minimo pretesto?
Le faccio un esempio che mi è capitato. Un lavoratore iscritto alla Fiom, che si era presentato alle elezioni Rsu, ha preso delle vecchie scarpe antinfortunistiche bagnate e le ha consegnate a una lavoratrice che ne era sprovvista. È stato licenziato per furto e, ovviamente, reintegrato. Il fatto era evidentemente pretestuoso. Ma se si elimina quel tipo di tutela si apre la strada all’abuso.
La precisazione del governo che si qualificheranno le fattispecie del licenziamento disciplinare costituisce o meno una garanzia ?
Si tratta di un palliativo. Hanno fatto la stessa cosa con la riforma Fornero. In realtà hanno ‘spacchettato’ il disciplinare.
Cosa significa?
Con la riforma, attualmente in vigore, si sono stabilite tre tipologie: nel caso in cui il fatto non sussiste si da il reintegro. Stessa cosa avviene quando il fatto è compreso tra i casi regolati dai contratti collettivi nazionali. In tutte le altre ipotesi, invece, non c’è più il reintegro e il giudice può decidere per l’indennizzo. Probabilmente lo spacchetteranno ancora.
Qual è l’obiettivo?
Quello che si vuole ottenere è legittimare un ‘fatto lieve’. Licenziare, ad esempio, perchè si arriva in ritardo o, caso limite, perchè, magari, un lavoratore prende una scatoletta di tonno in un supermercato. Ma si può licenziare per una scatoletta di tonno? Se si può licenziare per un fatto lieve l’abuso è sempre dietro l’angolo.
Perchè difendere l’articolo 18?
Proprio perchè quell’articolo non consente alle imprese di fare quello che vogliono. Un dipendente vive un rapporto di lavoro subordinato e quindi è soggetto all’autorità . Ma se quell’autorità può fare quello che vuole si cade nell’abuso. E si viola la Costituzione.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
IL VERTICE CON I LEADER EUROPEI SENZA RISULTATI… UTILE PER DISTRARRE DAL CAOS AL SENATO
A cosa serve un vertice europeo che non produce documenti, decisioni, e che alcuni capi di governo (David Cameron) preferiscono disertare? Ovviamente a nulla.
Se non a garantire all’organizzatore, Matteo Renzi, applausi internazionali alla sua riforma del lavoro nel giorno più delicato.
La conferenza “ad alto livello” (la traduzione di high level sarebbe in realtà “di alto livello”) è così poco operativa che alla riunione di apertura dei ministri del Lavoro, quello italiano ospitante, cioè Giuliano Poletti, non si presenta neppure, impegnato in Senato a duellare con il Movimento Cinque Stelle.
“Le conferenze non risolvono problemi, servono solo a creare un clima”, riconosce Herman van Rompuy, presidente del Consiglio europeo in scadenza di mandato. L’umore di Renzi, incupito dal caos al Senato sulla riforma del Lavoro, è stato comunque rasserenato dal pomeriggio milanese: nei locali della vecchia fiera, uno dopo l’altro, sono arrivati ministri, capi di governo, istituzioni europee.
E quelli importanti si sono prestati a diventare testimonial del renzismo per un giorno. Il socialista Martin Schulz, appena rieletto al Parlamento europeo anche coi voti del Pd italiano, parla di governo “fantastico”.
Il premier è abile a spremere ogni stilla comunicativa da una chiacchierata pomeridiana di meno di tre ore.
Renzi fa anche trasmettere in streaming l’inizio della discussione, cosa abbastanza inusuale, giusto il tempo di far capire che ha confidenza con tutti i capi di governo e che è lui a gestire la riunione: “Possiamo cominciare? Benvenuti a Milano”.
In conferenza stampa il premier ha l’aria accigliata, furioso per il caos in Senato.
Ma si gode il momento: con lui ci sono Van Rompuy, Schulz, il presidente uscente della Commissione Josè Barroso, Angela Merkel e Franà§ois Hollande.
L’esclusione degli altri si può giustificare perchè le due precedenti conferenze sull’occupazione (altrettanto produttive di quella di ieri) si erano tenute a Berlino e Parigi.
La cancelliera tedesca è alle prese con la frenata dell’economia, la produzione industriale è crollata del 5,7 per cento ad agosto, e con la Bundesbank, la sua banca centrale, che ormai attacca pubblicamente la Bce di Mario Draghi.
Hollande ha una popolarità al 13 per cento e sta lavorando a una legge finanziaria per il 2015 che probabilmente sarà bocciata da Bruxelles perchè non riduce il deficit, arrivato al 4,4 per cento del Pil.
“Non abbiamo parlato di budget”, premette Hollande per chiarire che non si è trattato di un processo a Parigi, ma “la Francia vuole usare tutte le flessibilità previste dal patto di stabilità , faremo 21 miliardi di risparmi e li useremo anche per ridurre il costo del lavoro”.
La Merkel non cede di un millimetro: “Renzi e Hollande hanno annunciato riforme importanti, come Consiglio europeo abbiamo deciso di rispettare il Patto di Stabilità e crescita, ci sono flessibilità previste, la Francia ha detto di rispettare i propri impegni, sono fiduciosa che tutti rispetteranno le promesse”.
Ma la pressione sulla Germania sta salendo, anche il capo del dipartimento fiscale del Fondo monetario, Kenneth Kang, ha suggerito che i “fondi europei vengano usati per investimenti pubblici a livello nazionale” (a Kang il Jobs Act piace).
Su questo arriva un’apertura quasi sorprendente della Merkel: “Siamo pronti ad affrontare il problema dei soldi per il co-finanziamento che finiscono nel deficit”.
In pratica: i Paesi devono poter spendere la loro quota in progetti finanziati dall’Europa senza veder peggiorare i propri conti pubblici.
Con i tempi europei ci vorranno mesi prima di vedere dichiarazioni più specifiche, come minimo fino al Consiglio europeo di dicembre quando la nuova Commissione di Jean Claude Juncker presenterà i dettagli del suo piano da 300 miliardi.
Nel frattempo i 28 Paesi devono mandare a Bruxelles le leggi finanziarie per il 2015. Renzi sa di essere guardato con un po’ di diffidenza, soprattutto per la scelta di rinviare il pareggio di bilancio al 2017, e quindi ripete per l’ennesima volta: “Abbiamo un problema di reputazione e quindi ritengo giusto per l’Italia rispettare il vincolo del 3 per cento, non mi intrometto nelle scelte di altri Paesi , come la Spagna e la Francia”.
Sì, perchè se qualcuno deve essere bocciato, sarà Hollande.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
ALLE 18.41 IL VERTICE UE SI SCIOGLIE E RENZI RESTA CON L’ANNUNCIO IN GOLA… PER UNA VOLTA LA SCENA L’HA CONQUISTATA L’ALTRA COMPAGNIA DI GIRO
Glielo mandano a dire in fiorentino stretto, anzi rignanese, che fa ancora più male. “Cari senatori e senatrici – inforca il microfono il senatore Cinque stelle Stefano Lucidi – sono le 18 e 41, il vertice europeo è finito e, come si direbbe a Rignano, un s’è portato a casa nulla. Quindi, perso lo slot utile, possiamo anche tornare a fare il nostro. E a ragionare, con il tempo e i modi che servono, su un tema serio come quello del lavoro”.
Alle 18 e 41 infatti finisce il vertice di Milano sui temi economici che Renzi aveva individuato come il luogo dove portare lo scalpo di nuove regole sul lavoro a riprova che l’Italia sta facendo i compiti a casa.
I leader europei se ne vanno e il premier italiano nonchè residente di turno del semestre può fare solo bye bye. Senza poter annunciare alcunchè.
È un pezzo che non andava a segno. La battaglia contro la riforma del Senato, in fondo, se l’era intestata Sel lasciando i grillini più sullo sfondo. Oggi c’è l’ha fatta.
Il Movimento 5 stelle ha rovinato la festa al premier Renzi. Tanto ha fatto e brigato che ha impedito l’annuncio festoso dell’approvazione della delega al Jobs Act durante il vertice europeo a Milano con Hollande e la Merkel.
Alle sette della sera i ministri europei, specie quelli del nord dove le giornate sono corte, sono pronti per la soup e il dinner. Di certo non possono aspettare la notte italiana quando arriverà il via libera dell’aula di palazzo Madama.
Nella guerriglia a bassa intensità , micidiale al di là del lessico, che il Movimento ha ingaggiato con il governo e le istituzioni, oggi ha messo a segno una battaglia di valore.
Tanto che poi, quando è stato chiaro che la tempistica era saltata, sulla barca dei guastatori sono saltati Lega e anche Forza Italia.
“Essendo venuto meno l’annuncio con Hollande e la Merkel che ci era sin qui sembrato argomento dirimente, possiamo anche prenderci un po’ più di tempo per leggere un testo generico modificato con il maxi emendamento con un testo ancora più generico” ha detto Paolo Romani il capogruppo di Forza Italia.
Quando ci sono di mezzo i Cinquestelle non si sa mai quanto ci sia di pianificato o di improvvisato. In questo caso è stato tutto misurato. Al secondo, è il caso di dire.
Dalla mattina quando hanno provocato, con successo, la sospensione dei lavori da cui poi è derivato lo slittamento del voto di fiducia oltre i tempi utili all’annuncio europeo. Al pomeriggio-sera quando, una volta ripresi i lavori dell’aula, senatrici e senatori Cinquestelle, facendosi ogni tanto aiutare dal gruppo leghista, hanno messo in atto un ostruzionismo di primo livello.
Giocando fino all’estremo con il legittimo argomento della “proposte di variazione del calendario” sono intervenuti tutti, uno dopo l’altro, circa sessanta, chiedendo di mettere in calendario mozioni e ordini del giorno sepolti nel tempo: mozioni di sfiducia contro tutti i ministri del governo, dalla Guidi ad Alfano passando per Lorenzin e Poletti che “distrugge il lavoro”; questioni sessiste contro il presidente Grasso accusato di “far parlare più gli uomini delle donne” (senatrice Elena Fattori); il maltempo nel Gargano e i siriani respinti a Fiumicino. Vero? Falso? Non importa. Quello che conta è perdere tempo.
Ne fa le spese il presidente Grasso che tira avanti i lavori in una giornata campale nonostante tutto e tutti, dal lancio dei volumi del regolamento “parati” con qualche difficoltà dalla barriera dei commessi d’aula, alle previsioni minacciose.
“Lei è un presidente schiacciato dal presidente del consiglio Renzi” gli urla un Cinque stelle. “Attenzione presidente -provoca la Lega – grasso schiacciato è grasso che cola…” cioè destinato alla rottamazione secondo gli schemi renziani.
È una cronaca triste e complessa quella della giornata al Senato.
Peggiore persino di quelle altre giornate che tra fine luglio e i primi di agosto segnarono l’approvazione in prima lettura della riforma del Senato.
Una giornata che una volta di più insegna che ogni volta che il governo pone una data-simbolo, le opposizioni fanno di tutto per farla saltare. Spesso ci riescono. Forse converrebbe non fissare più una data sul calendario. E nel frattempo fare.
La trappola dei Cinque stelle prende forma poco dopo le tredici.
Mentre parla il ministro del Lavoro Giuliano Poletti e fa il suo ingresso in aula il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, dai banchi pentastellati si comincia a mormorare. Non va giù la tagliola di tempi e motivi. Non va giù che si debba votare un testo di cui l’aula ancora non conosce la formulazione definitiva ma su cui il governo pretende un voto di fiducia al buio.
Come se in questi mesi non se ne fosse parlato già abbastanza.
I Cinque stelle mettono in scena tutte le provocazioni di cui sono capaci, dai fogli bianchi sbandierati in aula per dire che non si può votare una delega in bianco alle monetine che il capogruppo Petrocelli consegna al ministro Poletti. Elemosina provocatoria. Offensiva. Che il presidente Grasso ritiene necessario fermare con l’espulsione di Petrocelli.
Mai, però, s’era visto espellere un capogruppo. I senatori 5 Stelle rifiutano e si barricano in aula in una catena umana inviolabile per i commessi. Seduta sospesa. Se ne riparla alle 16.
Ma sono ore preziose sottratte al dibattito e al voto. Il progetto Renzi, e relativi annuncio, comincia ad entrare in crisi.
Alla ripresa dei lavori il ministro Poletti non fa neppure in tempo a finire il suo intervento. Il ministro Boschi mette la fiducia e lo fa così in fretta che quasi bisbiglia. A questo punto – e sono le 16 e 32 – il testo del maxi emendamento diventa ufficiale. Nella riunione dei capigruppo i Cinque stelle chiedono “almeno quattro ore di tempo per studiarlo. Che magari ci piace e lo approviamo anche noi”.
Le quattro ore vengono negate ma alle 17 è chiaro che il piano del governo è saltato.
Il premier non avrà nulla da annunciare ad Angela e a Francois. “Renzi ha dovuto dire alla Merkel gatto prima di averlo nel sacco” sibila la senatrice Nugnes (M5S).
A questo punto l’ostruzionismo assume le forme più surreali, “opere circensi e solo mediatiche” le bolla la senatrice Bencini, ex Cinque stelle.
L’aula di palazzo Madama diventa un’ordalia dove M5S e leghisti, anche l’azzurro Nitto Palma che tira fuori il grillino che è in lui, accusano Grasso di non rispettare il regolamento.
Si avvicinano al banco del governo e poi della presidenza per lanciare il libro del regolamento, alto e pesante, contro il presidente Grasso.
Un paio di volumi sfiorano il volto di un paio di segretari d’aula. I commessi, sistemati come una barriera a difesa del banco della Presidenza, parano il lancio di oggetti. Altri commessi fanno sparire ogni suppellettile da scrivania che possa essere lanciato.
Il senatore Centinaio sgattaiola fino al lato destro del banco della presidenza e da lì lancia il volume che più di tutti sfiora il Presidente del Senato.
Non rinviare il voto a domattina, cosa a questo punto anche sensata, diventa una questione di principio. L’ennesima bandiera irrinunciabile.
Grasso non può che andare avanti come un automa. Il rispetto istituzionale è stato cancellato da un pezzo. Ma per uno che ha affrontato 300 boss di mafia in gabbia ai tempi del maxiprocesso a Palermo, cosa saranno mai una sessantina di senatori urlanti e offensivi? Tanto vale procedere e arrivare al voto. Che arriva nella notte.
Dopo, purtroppo, aver visto la rissa anche tra i banchi a sinistra dell’emiciclo.
Botte tra compagni. Tra la senatrice De Petris (Sel) e il senatore Covancich, per i
solito mite e educato.
Non doveva finire così.
Ma ci si chiede anche come si possa ancora andare avanti così.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN AULA NE PARLERA’ SOLO POLETTI , TUTTO RINVIATO AI DECRETI ATTUATIVI
Il tema dei licenziamenti e dell’articolo 18 non c’è.
L’emendamento al Jobs Act su cui il governo metterà nelle prossime ore la fiducia in Senato non raccoglie le indicazioni emerse dalla direzione Pd del 29 settembre sulla possibilità di reintegro per i lavoratori licenziati illegittimamente per motivi disciplinari. Neppure come principio generale.
Questo tema sarà affrontato in Aula dal ministro Giuliano Poletti (che dunque non sarà al vertice Ue sul lavoro a Milano col premier Renzi).
Poletti prenderà l’impegno a tradurre quel principio nei decreti delegati, e cioè a consentire per legge il reintegro per alcune fattispecie di licenziamenti disciplinati.
Le ipotesi di reintegro saranno dunque chiarite nel dettaglio, ma solo nei decreti.
Il maxi emendamento che i senatori saranno chiamati a votare nel pomeriggio (che riscrive per intero la legge-delega sul lavoro) conterrà però delle modifiche rispetto al testo licenziato alcuni giorni fa dalla commissione guidata da Maurizio Sacconi. Modifiche che raccolgono alcuni emendamenti presentati dal Pd, e che non saranno votati per via della fiducia.
In particolare, il nuovo testo conterrà , spiegano fonti di governo, “alcune proposte avanzate dalla minoranza Pd con i 7 emendamenti di Cecilia Guerra e Federico Fornaro e altre modifiche proposte da altri emendamenti firmati dal giovane turco Francesco Verducci”.
Tra i temi affrontati c’è l’impegno di risorse per gli ammortizzatori sociali “fin dalla legge di Stabilità per il 2015”, richiesta avanzata dalla minoranza Pd.
E ancora, sul tema del demansionamento, c’è una riformulazione che tipizza le condizioni in cui ci può essere una variazione delle mansioni, fatta salva la tutela della professionalità del lavoratore.
Il demansionamento non potrà quindi essere utilizzato per attuare riduzioni di salario. C’è anche un rinvio alla contrattazione tra imprese e sindacati per individuare più precisamente gli schemi delle mansioni.
Sui voucher, rispetto al testo della commissione, c’è una specificazione sui “termini di utilizzo” e sui “tetti”, dunque un contenimento.
Il testo della commissione infatti prevedeva di innalzare i tetti attuali (5mila euro annui per ogni lavoratore) senza limiti precisi. Mentre la modifica fa esplicito riferimento ai paletti della legislazione attuale.
Infine, c’è l’indicazione della “prevalenza” del nuovo contratto a tutele crescenti e un più esplicito riferimento alla “riduzione” delle altre forme contrattuali.
Salta dunque l’avverbio “eventualmente” con cui nella prima versione della delega si faceva riferimento alla possibilità di disboscare la giungla dei contratti atipici.
Sul contratto a tempo indeterminato c’è inoltre un esplicito riferimento a una riduzione dei costi: un modo per renderlo più conveniente per i datori di lavoro, anche rispetto ai contratti a termine che costano di più anche nella legislazione vigente prima del Jobs Act.
Nel complesso si tratterà di indicazioni ancora generiche, senza numeri certi, a partire dalle risorse da impiegare per gli ammortizzatori nella legge di Stabilità . Indicazioni che, in ogni caso, restringono l’ampiezza di manovra del governo quando dovrà tradurre questi principi in decreti.
E la restringono nella direzione di porre paletti più rigidi sul tema del demansionamento e dell’utilizzo dei voucher.
Oggi, presumibilmente nella tarda mattina, il ministro Poletti prenderà l’impegno in Aula sul tema dei licenziamenti discriminatori e disciplinari da regolare nei decreti. Sarà poi il ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi a illustrare i contenuti del maxiemendamento su cui il governo metterà la fiducia.
Per questa sera, salvo sorprese, la partita al Senato dovrebbe essere chiusa.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL 70% PREFERISCE VENGANO ACCANTONATI, SOLO IL 30% VUOLE INCASSARE SUBITO
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha ripreso l’idea di lasciare nella busta paga dei lavoratori la quota accantonata ogni mese per il TFR (Trattamento di Fine Rapporto).
Gli interessati potrebbero così disporre immediatamente di una fonte di reddito ulteriore — da trasformarsi, secondo gli auspici del governo, in maggiori consumi — ma dovrebbero rinunciare alla disponibilità di una cifra consistente nel momento della cessazione del lavoro.
Proprio questo aspetto rende perplessi gli italiani.
Un sondaggio condotto da Ispo mostra che la maggior parte — quasi due su tre — mostra di preferire l’accantonamento del TFR, in modo da ritrovarsi una cifra consistente a fine rapporto.
Solo poco più del 30% si orienta verso la riscossione immediata della quota di TFR, con una accentuazione tra gli impiegati.
Mentre, viceversa, tra gli operai, è ancora maggiore la quota di chi preferisce l’accantonamento del TFR e si dichiara contrario alla distribuzione mensile in busta paga.
È interessante la differenziazione delle risposte rispetto al reddito familiare.
In tutti i livelli, la maggioranza si conferma per la continuazione del sistema com’è ora, ma nelle due categorie estreme, i più “poveri” (meno di 15.000 euro all’anno) da un verso e i più “ricchi” (più di 50.000 euro l’anno) dall’altro, si rileva un’accentuazione relativa (che raggiunge il 41%) per l’erogazione mensile del TFR.
L’atteggiamento critico verso l’erogazione mensile del TFR è confermato da molte risposte degli intervistati.
Ad esempio, il 69% lamenta la possibilità di una tassazione maggiore, il 67% teme per la perdita di una forma di risparmio anche se forzosa.
Non solo: il 50% non ritiene che la distribuzione mensile del TFR costituisca un aiuto per le famiglie.
E il 60% dichiara di non credere che questo eventuale provvedimento possa rilanciare i consumi.
Ciò che, in ogni caso, accomuna quasi tutti gli italiani è l’idea che ciascuno debba essere libero di scegliere.
Secondo l’81%, il lavoratore deve decidere autonomamente il destino del proprio TFR.
(da “Huffingtonpost“)
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