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CO.CO.PRO, IN CALO DEL 22% IN UN ANNO: SMONTATE LE INTENZIONI DI RENZI

Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile

LE COLLABORAZIONI A PROGETTO NON SONO PIU’ LA FORMA PREVALENTE TRA I PARA-SUBORDINATI… IN COMPENSO BISOGNEREBBE AGIRE SUL PART -TIME CHE NASCONDE IL NERO

Uno dei punti chiave della lotta alla precarietà  del lavoro, su cui il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha intenzione di mettere mano con il Jobs Act, forse non necessita di un intervento del governo.
Si tratta dei Cocopro, le collaborazioni a progetto, una delle forme più flessibili d’ingresso nel mercato del lavoro: secondo il report Datagiovani, pubblicato dal Sole 24 Ore, e sviluppato sui dati dell’Osservatorio sui lavoratori parasubordinati dell’Inps, i collaboratori a progetti sono in calo del 22% nel 2013 rispetto all’anno precedente (-145mila).
Un trend che segue quello del 2012, dove sono diminuiti del 6,5%.
I cocopro non sono più la forma prevalente tra i contratti di lavoratori para-subordinati: questo perchè il calo si è registrato negli ultimi due anni per effetto della Legge Fornero che è intervenuta direttamente sulla questione, fissando paletti precisi. Ora il ‘progetto’ deve essere specifico, ben descritto e collegato a un risultato effettivo e individuabile.
Non solo: il compenso deve essere adeguato alle forme di prestazioni lavorative e comunque legato ai minimi salariali stabiliti da Contratti nazionali assimilabili alle mansioni che si ricoprono.
Non solo: scrive ancora il Sole 24 Ore che “il 30% dei Cocopro ha meno di trent’anni ed è proprio in questa classe che si sono verificate le più gravi perdite numeriche rispetto al 2012 (-30%).
Una classe d’età  che guadagna meno di tutti: nemmeno 5mila euro di media, da cui scaturiscono contributi pensionistici di media entità .
Inoltre, un caso su tre i giovani non riescono a vedere accreditato nemmeno un mese di contributi, mentre circa il 44% accantona da uno a cinque mesi di contributi pensionistici”.
Come annunciato dal premier Renzi, il governo con la riforma del lavoro intende intervenire proprio sui contratti a progetto e sui cococo: questi ultimi però, dopo l’intervento del 2003, restano in vigore solo per alcune categorie di lavoratori (professionisti, sindaci di società  ecc).
Su altre forme di lavoro precario, invece, per il momento non si è deciso di intervenire, ma bisognerà  comunque aspettare i decreti delegati al Jobs Act, dopo l’approvazione della legge delega da parte del Parlamento.
Per avere un’idea chiara ci vorrà  quindi del tempo.
“Ma se la legge Fornero sembra aver prodotto risultati positivi sul fronte dei Cocopro, c’è il rovescio della medaglia: secondo Italia Oggi, è in costante crescita il lavoro part-time, ma dietro un terzo dei contratti si nasconde “una quota di lavoro non dichiarata”. Nero, quindi:
Nel 2000 gli occupati a tempo parziale erano meno di tre milioni, nel 2013 sono diventati più di quattro milioni, con una crescita del 40%. Ma la progressione più significativa si è registrata negli ultimi anni, quelli della crisi economica e della riforma Fornero.
Secondo l’Istat, in parallelo è cresciuto anche il fenomeno dei falsi part-time, contratti che nascondono in realtà  un tempo pieno o strumento di flessibilità  in grado di adattarsi senza troppe complicazioni alle esigenze produttive dell’azienda.
Più di un quinto di questi contratti sarebbe fasullo. Le ore realmente lavorate sarebbero il 40% in più di quelle dichiarate”.

(da “Huffingtonpost”)

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SALARIO MINIMO E CONTRATTI, EUROPA IN ORDINE SPARSO

Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile

 LE REGOLE SUL LAVORO ESCLUSE DAI TRATTATI

L’Europa non ha voce su rappresentanza sindacale, contratti e salari.
Non ne ha diritto, perchè quando i governi si sono dati i Trattati e le regole per governare il mercato interno hanno tenuto per sè il diritto di decidere su lavoro e connessi.
Le competenze sono rimaste nelle capitali, circostanza che si manifesta nella difformità  di codici e comportamenti.
Anche quando si è occupata della materia, l’Ue l’ha toccata con la punta del dito.
«Si propone che la Commissione valuti, eventualmente, l’ipotesi di un quadro giuridico facoltativo europeo per gli accordi societari transnazionali», ha chiesto l’Europarlamento nel 2013.
Testo di cornice, ipotetico, finito nel limbo dei desideri non accolti.
Del resto si tratta di materie difficili da discutere a livello europeo. Un salario minimo per tutti i Ventotto sarebbe impensabile: qualunque fosse la soglia fissata, risulterebbe troppo bassa per alcuni e troppo alta per altri.
Chi lo vuole, se lo fa, opzione scelta dalla maggior parte degli stati europei, ma non da Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria, Cipro e Italia, che delegano le decisioni al confronto fra le parti sociali. In Francia sono 9,53 euro l’ora almeno, in Spagna scendono a 5,57, in Grecia a 5,06, mentre nel Regno Unito si torna a 6 sterline e mezzo (8,30 euro ai valori attuali).
In Svizzera, fuori dall’Ue, un referendum ha bocciato fra la sorpresa la paga minima di 4000 franchi per tutti (3250 euro).
In Germania è passata in luglio una legge che introduce una soglia minima per le retribuzioni a livello federale da gennaio, rivoluzione che smosso anche Roma.
L’approccio tedesco alla contrattazione è peculiare, ma efficace, a vedere i risultati su occupazione e attività . Posto che in Italia si lavora su due livelli – contratti nazionali di settore e integrativi aziendali basati su redditività , produttività , qualità  -, in Germania si parte dalle regioni. Si sceglie un «land» rappresentativo e si chiude un’intesa a livello locale che, in seguito, viene estesa a tutte le altre regioni.
Fatto questo, ciascuna impresa contratta poi il proprio livello salariale che non può scendere sotto il livello distrettuale.
Nel Regno Unito non c’è contratto nazionale collettivo di settore, il sindacato discute azienda per azienda.
In Francia si negozia su tre livelli (nazionale, settoriale, aziendale): obbligatoria la contrattazione annuale di categoria sul salario minimo e ogni cinque anni sull’inquadramento professionale, senza però obbligo di raggiungere un’intesa.
Interessante il sistema scandinavo.
Ci sono contratti nazionali per tutti i settori in cui vengono stabilite solo condizioni di perimetro, mentre gli aspetti più specifici vengono demandati al confronto aziendale.
Qui, le materie in campo sono numerose e sensibili, riguardano i salari e i benefit.
Il sindacato svolge un ruolo diverso rispetto a quello a noi familiare, paga i sussidi ed ha un ruolo di mediatore fra domanda e offerta del lavoro. Insomma si sostituisce con frequenza alla mano pubblica.
Nel Grande nord, il sindacato nel consiglio delle grandi aziende è la regola.
In quasi tutti i paese europei la rappresentanza è disciplinata per legge (non in Italia).
In Germania si prescrive l’esistenza di una rappresentanza sindacale in ogni azienda con più di dieci dipendenti, mentre oltre i duemila si richiede un consiglio di sorveglianza in cui azionisti e lavoratori si spartiscono le poltrone.
In Francia le prerogative del consiglio aziendale sono ampie, possono impegnare un pacchetto di licenziamenti e chiedere l’intervento di un mediatore.
Qualcuno potrebbe dire che non hanno aiutato l’economia transalpina negli ultimi anni.
Ma questo, è un altro discorso.

Marco Zatterin
(da “La Stampa”)

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MA QUANTI SONO I DISOCCUPATI? PER L’ISTAT 3,2 MILIONI, PER IL CNEL 7

Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile

OLTRE I DISOCCUPATI UFFICIALI VI SONO QUELLI PARZIALI: COSI’ IL TASSO PASSA DAL 12,3% AL 30%

Ma quanti sono davvero i disoccupati?
Gli ultimi dati Istat riferiti ad agosto ci dicono che il tasso di disoccupazione generale è del 12,3%, a cui corrispondono 3.134.000 persone.
Non si tratta di persone che non hanno un lavoro ma, secondo le statistiche in uso, si tratta di persone che non avendo un lavoro lo ricercano attivamente.
Nello stesso giorno in cui l’Istat pubblicava i suoi dati, è uscito il Rapporto del Cnel, con un’ampia mole di dati, dentro il quale si può trovare un altro numero, che è passato sotto silenzio.
Secondo il Cnel è ora di passare ad altri modi di calcolo della disoccupazione reale, che non corrisponde a quella ufficiale.
In altri termini, il Cnel afferma che in Italia vi è il 30% di disoccupati ufficiali e di “disoccupati parziali”, a cui corrispondono circa 7 milioni di persone.
E’ questo l’universo della disoccupazione a cui fare riferimento nella ricerca dei rimedi.
Il Cnel calcola infatti, oltre ai disoccupati ufficiali, l’aggregato di coloro che “lavorano involontariamente a tempo parziale, non essendo riusciti a trovare un lavoro a tempo pieno”.
Il numero dei part timer involontari è cresciuto dell’83% dal 2008 al 2013 (+1 milione 121 mila individui); è un fenomeno caratteristico di questi nostri tempi, che ha permesso di attutire la perdita netta di occupati.
A questi il Cnel aggiunge il numero degli “equivalenti occupati” in cassa integrazione, calcolato dividendo le ore di cassa utilizzate per l’orario contrattuale, in modo da ottenere una stima di quanti sono gli occupati che di fatto non hanno lavorato nè partecipato al processo produttivo.
Nel complesso, nella media del 2013 le ore di Cig tradotte in “equivalenti occupati a tempo pieno” corrispondono a circa 240 mila persone, che sono state registrate fra gli occupati, pur non avendo di fatto lavorato nel periodo considerato.
“Sia le persone che lavorano involontariamente a orario ridotto, sia quelle messe in cassa integrazione — prosegue il Cnel – rappresentano quindi un’ampia fascia di sottoccupati, o disoccupati parziali, che la crisi ha contribuito ad alimentare”.
Senza lavoro.
Insomma, possiamo preoccuparci dei 3,2 milioni di disoccupati ufficiali, ma la preoccupazione dovrebbe raddoppiare, visto che l’area del disagio occupazionale supera i 7 milioni di persone.
E’ su questo target che dovremmo concentrare le misure e le risorse.
“La crisi — conclude il Cnel – ha provocato un forte aumento non solo della disoccupazione in senso stretto, che si riferisce ai senza lavoro che compiono azioni di ricerca attiva, ma anche del numero di sottoccupati e delle persone che hanno interrotto l’attività  di ricerca, perchè scoraggiati o perchè in attesa dell’esito di passate azioni di ricerca. Si possono utilizzare definizioni più o meno stringenti di disoccupato pervenendo a quantificazioni anche molto diverse”.
Le strategie reali contro la disoccupazione devono tenerne conto.
“Questi fenomeni — ammonisce il Cnel – vanno presi in considerazione sia per valutare il deterioramento del mercato del lavoro causato dalla crisi sia per prevedere le dinamiche dell’occupazione nel prossimo futuro”.
Bisogna infatti non dimenticare che se i part timer involontari allungassero a tempo pieno i loro orari e se venisse assorbita la cassa integrazione, rallenterà  la creazione di nuovi posti di lavoro effettivi nel prossimo biennio.

Walter Passerini

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NO DELLA CONFINDUSTRIA AL TFR IN BUSTA PAGA E IL GOVERNO CI RIPENSA

Ottobre 5th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI SCATTA SULL’ATTENTI: “DIETROFRONT SE DANNEGGIA LE IMPRESE”

Frenata del governo sull’anticipo del Tfr in busta paga: la misura allo studio dell’esecutivo con l’obiettivo di potenziare l’effetto bonus e rilanciare i consumi, non piace alle nè alle piccole aziende, nè a Confindustria e Palazzo Chigi fa un mezzo passo indietro.
«Ascolteremo le piccole imprese – ha detto Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo economico – per loro il Tfr è un elemento fondamentale di liquidità , da cui dipende la capacità  di investire e di andare avanti. Se non ci sarà  una soluzione che le manterrà  indenni sul questo fronte, su quello dell’indebitamento e della capienza dei castelletti, l’operazione non si farà ».
Il meccanismo al quale il governo sta pensando e che prevede il coinvolgimento del sistema bancario non convince infatti “i piccoli”, ma nemmeno Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria.
Mettendo il Tfr in busta paga «per quel poco che si è capito, l’unico a beneficiare sarebbe il Fisco – ha detto – quest’operazione farebbe sparire con un solo colpo di penna 10-12 miliardi per le piccole imprese: non accetteremo soluzioni che mettano a rischio la loro liquidità  e che aumentino costi e complessità  burocratica».
Un «no grazie» è arrivato anche dalle Confcooperative: «Siamo già  troppo provati dalla crisi» ha affermato il presidente Maurizio Gardini.
Ma se sul Tfr il governo sembra frenare – «la questione importante, ne stiamo discutendo» ha detto ieri il premier Matteo Renzi – resta alta la tensione sul Jobs act e sulla possibilità  che il governo, per bypassare la valanga di emendamenti presentati, decida di porre il voto di fiducia sul provvedimento.
«Al momento la fiducia non ci sarà » ha assicurato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti «stiamo lavorando per una composizione delle diverse soluzioni».
Ma allo stesso tempo il vicepresidente del partito, Lorenzo Guerini ha ricordato come, nella prossima settimana «con o senza fiducia sia importante mettere un punto definitivo per un primo passaggio al Senato: il Paese deve correre e la tempistica ha una sua importanza».
Parole che preoccupano la minoranza del Pd, che vuole il dibattito in aula e il voto sugli emendamenti presentati «Sarebbe un errore se su una legge delega di questa portata il governo scegliesse la via della fiducia» ha affermato Gianni Cuperlo. §
Per Pippo Civati oltre che un errore «sarebbe un segno di debolezza dell’esecutivo. Renzi aveva parlato di un nuovo emendamento, se si torna indietro vorrà  dire che saremo ancora meno d’accordo di prima».
«Per quanto mi riguarda senza cambiamenti significativi la delega non è votabile – ha messo in chiaro Stefano Fassina, che si è detto pronto, in quel caso «ad andare il piazza il 25 ottobre».
In attesa della manifestazione voluta per quella data da Cgil e Fiom, ieri il governo Renzi ha incassato la prima protesta di piazza, organizzata da Sel a Roma, contro la politica del lavoro.
«Servono risposte concrete e immediate e avere un concorso per il futuro. La gente ha perso la fiducia nel futuro – ha detto il premier Renzi – nonostante i problemi e le difficoltà  non molliamo».

Luisa Grion
(da “La Repubblica“)

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L’IMPRENDITORE CHE VUOLE ASSUMERE MA NON TROVA OPERAI

Ottobre 4th, 2014 Riccardo Fucile

LA RUBINETTERIA CERCA TORNITORI

«AAA operai meccanici specializzati cercansi»: l’appello arriva da Boca, dalla IVR, un’azienda specializzata nella produzione di rubinetteria di alta gamma, con 80 dipendenti e un mercato in forte espansione.
L’impresa esporta in oltre sessanta Paesi del mondo (erano solo ventuno nel 2002), vanta trenta certificazioni ed è considerata fra le aziende leader del comparto.
Adesso intende ampliare le linee produttive e quindi l’organico: ha bisogno di operai specializzati ma non ne trova, a dispetto della crisi e della disoccupazione dilagante.
«In passato – dice Graziano Giacomini, amministratore delegato e responsabile delle attività  internazionali IVR – non passava un giorno senza che in azienda arrivasse un nuovo curriculum. Ultimamente ciò non accade più, non riceviamo più candidature via e-mail ed è diventato difficile trovare personale qualificato anche attraverso i normali canali di ricerca di personale».
Un fenomeno singolare se si pensa alla mancanza di lavoro che c’è in questo momento in Italia e nel Novarese in particolare: «Forse la spiegazione sta nel pessimismo dilagante – prosegue il manager Graziano Giacomini – che finisce per sfiduciare le persone a tal punto da immobilizzarle e far pensare loro che anche l’invio di un curriculum sia un gesto inutile, perchè tanto le aziende sono in crisi. Si finisce per perdere delle opportunità . Nel nostro caso, pur nella difficoltà  degli ultimi anni, siamo riusciti a crescere e abbiamo buone prospettive».
L’azienda di Boca, come aggiunge Giacomini, è alla ricerca di figure professionali specifiche come i tornitori: «Speriamo di ricevere presto nuove candidature, perchè in questo periodo in particolare stiamo cercando operai meccanici specializzati e, considerato il trend di crescita e i nostri progetti di ulteriore sviluppo, le assunzioni continueranno anche nei prossimi anni. Al momento la nostra ricerca è tarata su cinque-sei unità , ma non escludiamo presto di avere anche ulteriori necessità  di reclutamento».

Marcello Giordani
(da “La Stampa”)

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TFR, IN BUSTA PAGA 100 EURO? NO, RENZI HA SBAGLIATO I CONTI COME AL SOLITO, SONO 50 EURO

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

LE AGENZIE SPECIALIZZATE HANNO GIA’ FATTO I CONTI: SI TRATTA DI 50 EURO IN PIU’ AL MESE

La proposta ufficialmente non esiste ancora. Ma i conti non tornano già .
Secondo Matteo Renzi, l’ipotesi di destinare una parte del Tfr direttamente in busta paga potrebbe portare a chi guadagna 1300 euro netti “un altro centinaio di euro euro che uniti agli 80 euro del bonus — ha detto l’ex sindaco di Firenze a Ballarò – rappresentano una bella dote, circa 180 euro al mese”.
Ma a mettere in fila le simulazioni condotte fino ad ora sulla base dello scenario fino ad ora più accreditato, quello che venga prelevato subito il 50% della propria liquidazione, il beneficio finale potrebbe rivelarsi sensibilmente più basso di quanto annunciato dal premier.
Dei cento euro citati, conti alla mano, per la stessa fascia di reddito menzionata dal presidente del Consiglio, ne entrerebbero poco più della metà .
Abbastanza da far pensare che la proposta allo studio non riguardi solo il 50% ma l’intero importo del Trattamento di fine rapporto.
Stormo di gufi già  in azione? Tutt’altro.
Accanto ai conti già  fatti da Huffpost la scorsa settimana su cinque diverse categorie di lavoratori, anche l’ex sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla, esperto di previdenza, citato dal Corriere della Sera è arrivato a conclusioni distanti da quelle del premier.
Per un lavoratore con uno stipendio da 1500 euro lordi, circa 1100 euro netti, appena sotto la soglia citata dal premier, il beneficio si attesterebbe intorno ai 55 euro.
Molto lontano dai 100 euro citati dal premier.
Come si arrivi alla cifra indicata da Renzi resta un mistero, anche perchè i dettagli della proposta sono ancora tutti da scrivere e lo stesso Pier Carlo Padoan, interpellato sulla questione, è stato più che prudente: “È un argomento in discussione”, si è limitato a rispondere ieri in conferenza stampa.
Avendo sommato il possibile beneficio con il bonus fiscale da 80 euro approvato ad aprile pare evidente che il premier, parlando dei cento euro, si riferisca a una cifra netta.
Musica per le buste paga degli italiani, pur con la dovuta precisazione che a differenza dei primi, i secondi sono già  soldi dei lavoratori. Incassarli ora vuol dire non vederli più alla fine del rapporto di lavoro.
Lo scoglio principale ad oggi riguarda proprio il possibile drenaggio di liquidità  dalle imprese che si vedrebbero private di preziose risorse. Problema che riguarda le aziende con un numero inferiore ai 49 dipendenti, che tengono “in pancia” le liquidazioni dei propri lavoratori e li usano per auto finanziarsi.
“Se diamo il Tfr in busta paga si crea un problema di liquidità  per le piccole imprese, le grandi ce la fanno”, ha detto ieri Renzi.
Le grandi, probabilmente sì. Ma l’Inps forse no. Come ha ricordato oggi il Corriere della Sera il tesoretto di chi decide di mantenere il proprio Tfr in azienda ammonta oggi a circa 6 miliardi.
Somma che finisce direttamente in un Fondo di Tesoreria dell’Inps. Maggiore la percentuale che il governo farebbe confluire in busta paga, maggiore sarebbe il diametro del buco che si aprirebbe nei conti dell’Istituto Nazionale di Previdenza.
Buste paga più ricche, quindi, ma conti da ripianare altrove. Una piccola partita di giro che potrebbe innescare però un piccolo ma consistente effetto positivo anche per le casse pubbliche.
Portare la liquidazione direttamente in busta paga vuol dire anche tassare oggi (ad aliquote anche più alte) quello che si sarebbe tassato alla fine del rapporto di lavoro. Cifre consistenti, secondo uno studio de lavoce.info, che ha elaborato una stima sulla base di quattro diversi scenari di adesione alla proposta del governo.
L’ipotesi intermedia, con un’adesione del 50% dei lavoratori che hanno lasciato il Tfr in azienda e del 25% che lo hanno destinano alla previdenza complementare, lo Stato si porterebbe a casa 2,8 miliardi di euro di gettito fiscale in più.
In tempi di legge di stabilità  e di caccia disperata alle coperture, risorse a cui Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan potrebbero far fatica a rinunciare.

(da “Huffingtonpost”)

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TITO BOERI: “JOBS ACT: CAMBIARE TUTTO SENZA CAMBIARE NULLA”

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

LE CONTRADDIZIONI DELLA RIFORMA SUL LAVORO

La mediazione via sms all’interno del Partito Democratico, con i messaggini fra Matteo Renzi e Sergio Chiamparino, rischia di rendere il Jobs Act del tutto inefficace nell’incoraggiare incrementi di produttività  e più assunzioni con contratti a tempo indeterminato.
Speriamo che, mettendo da parte i cellulari, e affrontando il merito dei problemi, vi si ponga rimedio.
La direzione Pd lunedì ha approvato a larga maggioranza, non prima di deflagranti polemiche e minacce di scissione, un ordine del giorno che mantiene in vigore, fin dal primo giorno di vita di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la reintegrazione del lavoratore in caso “di licenziamenti ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie”.
Questo significa che i licenziamenti individuali continueranno a essere fin da subito molto costosi, trattando un neo-assunto come un lavoratore già  presente da 20 anni nell’azienda.
In barba a quelle “tutele crescenti con l’azienda aziendale” cui fa esplicitamente riferimento l’emendamento governativo al disegno di legge delega recentemente approvato dalla Commissione Lavoro al Senato.
Vediamo di capire perchè.
Oggi un datore di lavoro che volesse licenziare un dipendente può addurre sia ragioni di natura disciplinare (legate al comportamento del lavoratore) che economica (legate alla performance dell’impresa).
Se il giudice ritiene che queste motivazioni siano infondate (si parla di “manifesta insussistenza” nel caso di licenziamenti economici), può imporre la reintegrazione del lavoratore.
Si vuole ora mantenere questa possibilità  per i soli licenziamenti disciplinari.
Ma il confine fra licenziamenti economici e licenziamenti disciplinari è molto sottile.
I datori di lavoro avranno, nel caso in cui questa modifica entrasse in vigore, l’incentivo a perseguire solo la strada dei licenziamenti economici, anche nel caso di comportamenti opportunistici di un proprio dipendente, dato che, almeno sulla carta, i licenziamenti economici costano di meno dei licenziamenti disciplinari.
Mentre un lavoratore licenziato per ragioni economiche potrà  sempre far valere davanti al giudice il fatto che l’azienda volesse in realtà  punirlo per il proprio comportamento.
In questo caso, anche se il difetto del lavoratore fosse documentabile, ma l’impresa avesse altri modi di “punire” il lavoratore senza licenziarlo (ad esempio cambiando gli orari di lavoro), il giudice potrà  imporre all’azienda il reintegro del dipendente.
Si tratta perciò di una modifica marginale, del tipo di quella imposta dalla Legge Fornero con il principio della “manifesta insussistenza”, che viene peraltro in questo caso introdotta solo per i nuovi assunti, mentre la legge Fornero cambiava le regole per tutti i lavoratori.
Per quanto il legislatore possa definire con precisione i licenziamenti disciplinari (“la qualificazione specifica della fattispecie” cui fa riferimento il testo approvato lunedì), con questa mediazione si crea una forte asimmetria fra licenziamenti illegittimi di diversa natura, aprendo lo spazio al contenzioso.
Nei paesi Ocse, la norma è quella di trattare tutti i licenziamenti illegittimi allo stesso modo, indipendentemente dalle ragioni inizialmente addotte dalle imprese.
Da noi, invece, si mettono paradossalmente in una posizione di vantaggio i lavoratori coinvolti in un procedimento disciplinare rispetto a quelli coinvolti in una crisi aziendale di cui non hanno colpa alcuna. Se il licenziamento viene considerato legittimo, non riceveranno nulla come pure i lavoratori che hanno perso il lavoro per motivi economici.
Se, invece, il licenziamento venisse considerato dal giudice senza giusta causa, il lavoratore licenziato per questioni disciplinari potrà  essere reintegrato sul posto di lavoro, a differenza di chi ha avuto la sfortuna di trovarsi in un’azienda in crisi.
Gli incentivi sono perversi: per aumentare la produttività  bisognerebbe proprio scoraggiare i comportamenti opportunistici.
A chi oggi deve creare lavoro in Italia importano due cose.
Primo, vuole essere rassice curato sul fatto che un eventuale errore nella selezione dei candidati, inevitabile quando si assume per le prestazioni più complesse richieste dalla stragrande maggioranza dei nuovi lavori, questo errore fosse rimediabile con costi certi e contenuti, tipo una compensazione monetaria fissata per legge.
Secondo, vuole essere sicuro che il dipendente si impegnerà  a svolgere sempre meglio le proprie mansioni “imparando facendo”.
Il Jobs act uscito dalla direzione del Pd non cambia nulla su questi due piani.
Di più, non viene neanche a sanare la contraddizione introdotta dal decreto Poletti che, permettendo di fatto un periodo di prova di tre anni, scoraggia qualsiasi assunzione a tempo indeterminato e la stessa conversione dei contratti temporanei in contratti permanenti, come certificato dai dati sulle comunicazioni obbligatorie raccolti dal ministero di cui Poletti è titolare.
È sconcertante, infine, che materie così importanti, che riguardano milioni di lavoratori, vengano negoziate via sms.
Credevamo che con la nuova politica, l’arte del confronto, della mediazione e della ricerca del consenso, fosse un’altra cosa.

Tito Boeri
(da “La Repubblica”)

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“IO SUPER PRECARIO, PIU’ DI VENTI CONTRATTI E QUINDICI MESTIERI, ORA LASCERO’ L’ITALIA”

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

UNA STORIA COME QUELLA DI TANTI GIOVANI IN MANO ALLA FLESSIBILITA’ TANTO CARA A RENZI

Ha guidato le ambulanze, ha fatto l’operaio metalmeccanico, distribuito i volantini dei supermercati nelle cassette della posta.
Ha cercato di convincere la gente a comprare una certa marca di surgelati, l’anno prima a stipulare una certa polizza assicurativa.
Ha fatto l’operatore sanitario in una Rsa e poi a domicilio da un pensionato.
La lista dei lavori è lunga e varia. L’ultimo impiego è quello di netturbino, il penultimo quello di scrutatore al seggio elettorale: tre giorni pagati, servono pure quelli.
Lo “zelig” dei precari, si chiama Stefano Giambastiani, vive a Borgo a Mozzano, un paesino in provincia di Lucca: a 33 anni può contare su una quindicina di mestieri e una ventina di contratti, tutti a tempo determinato, racconta lui.
Di un giorno, due mesi, di tre, un due più due e anche un tre più tre.
La matematica declina il lavoro negli orizzonti stretti della crisi: «A volte sembra di avere davanti un muro. Mandi il curriculum, rispondi agli annunci di lavoro e, niente. Il telefono non squilla, nessuno ti cerca, nessuno ti risponde, nemmeno via mail che è così poco. Ti viene l’ansia…».
Ad aprile scorso, quando è rimasto per qualche mese disoccupato ha scritto una lettera al Tirreno , rubrica “Sportello lavoro”: «comincio ad essere stanco di questa situazione…».
Stefano, cosa pensa uno come lei dell’articolo 18?
«Io non l’ho mai avuto e sinceramente ho perso la fiducia nella politica…».
Perchè?
«Perchè il problema di chi governa dovrebbe essere di mettere al centro di tutto l’occupazione, di mettere il Paese nelle condizioni di tornare a creare lavoro. Di cosa viviamo altrimenti?».
Lei sta sperimentando tutta la fatica di cercarlo, il lavoro.
«Io e tante altre persone. Perchè volete intervistare me? Non sono un caso isolato, siamo in tanti in questa situazione, guardatevi in giro».
Ora ha un lavoro a tempo determinato.
«Si, faccio l’operatore ecologico, ho un contratto in scadenza fra pochi giorni che potrebbe essere rinnovato, ma anche no, non so…».
E’ stato spesso così negli ultimi tempi?
«Ho avuto pure contratti di un giorno, mi hanno chiamato tre volte dall’agenzia interinale per andare a fare l’inventario in un supermercato. Tre contratti che cominciavano e finivano nella giornata. Ho un’amica che lavora in un supermercato e le fanno il contratto dal lunedì al sabato».
Stefano lei ha studiato? E’ diplomato?
«Sono perito aziendale, ho fatto ragioneria con l’indirizzo linguistico. Ma poi ho frequentato corsi per avere diverse qualifiche e aumentare le possibilità  di intercettare un lavoro: dall’assistente alla distribuzione in biblioteca, all’organizzatore di eventi turistici, all’operatore sociosanitario. Ho preso la patente C per guidare i camion più il Cqc merci, la patente per i taxi e pure quella per il muletto, non si sa mai. Mi do da fare, continuo a credere che prima o poi mi sistemerò ».
Quanti contratti a termine ha avuto?
«Non li ho contati, ma credo più di venti».
Come si sente ogni volta che arriva la scadenza del contratto?
«Guardi che oggi nella stragrande maggioranza dei casi funziona così: quando uno comincia, ti dicono che il tuo lavoro finisce il giorno x e tu sai che il giorno x sei fuori. Punto. Inutile coltivare delle speranze, ti danno subito delle certezze. Comunque io sono fra quelli fortunati perchè il lavoro in qualche modo lo trovo».
Le hanno mai offerto un contratto a tempo indeterminato?
«Mai, però spero di arrivarci. Mi sono dato una scadenza, se non ho un contratto almeno annuale entro il 2015 vado all’estero ».
Ci è mai stato all’estero?
«Sì, a Londra quando ero molto giovane e speravo di vivere con la musica. Lì ho fatto il promoter per dei locali e le pulizie in casa di una famiglia inglese».
E’ sposato? Ha figli?
«Sono fidanzato».
Vive da solo o convive con la sua fidanzata?
«Scherza? Non posso. Per fortuna ho una famiglia alle spalle che mi aiuta. Vivo con i miei genitori. Sono economicamente indipendente ma con vitto e alloggio pagato, così metto via qualche risparmio per il futuro».
Le pesa tutto questo?
«Coltivo il sogno di potermi permettere una casa in affitto. Le sembra un grande sogno? Per me lo è…».
E’ vero che ha fatto lavori molto diversi, dal carpentiere, all’operaio in una cartiera, all’aiuto infermiere?
«Sono flessibile, ci dobbiamo adattare al mercato che c’è altrimenti il rischio è di stare a casa sul divano. Ho fatto un calcolo».
Quale?
«L’altra volta che sono rimasto disoccupato per 4 mesi ho mandato in giro più di 400 curriculum, diventa un lavoro il cercare lavoro e quando ti chiamano, presentarsi al colloquio, chiedersi ogni volta “come sono andato?” e ogni volta pensare che ricominci da capo. E che comunque sei fortunato, perchè tu ricominci e altri no».

Laura Montanari
(da “La Repubblica”)

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TFR IN BUSTA PAGA, SERVE SOLO ALLO STATO PER INCASSARE PIU’ TASSE E A RENZI PER SPACCIARSI DA BENEFATTORE

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

RENZI PROMETTE I SOLDI DEGLI ALTRI, DUBBI SU TASSE E SOSTENIBILITA’… PER L’INPS UN BUCO DA TRE MILIARDI

Per il premier Matteo Renzi è deciso. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan frena, a dir poco, spiegando che “è un tema in discussione, siamo soltanto a questo livello”.
Certo è che l’ipotesi di mettere nelle buste paga dei lavoratori dipendenti del settore privato il 50% del Tfr maturato, con il risultato di appesantirle di 50-100 euro al mese a seconda dello stipendio lordo iniziale, suscita più di un interrogativo.
A parte i dubbi sulla natura dell’intervento (“Sono soldi dei lavoratori, nessuno racconti che siamo di fronte a degli aumenti salariali”, ammonisce la leader Cgil Susanna Camusso) e sulla sua lungimiranza (riassunti dalla efficace metafora del giuslavorista ex Pdl e oggi Ncd Giuliano Cazzola, secondo il quale ”sarebbe come usare delle banconote da 100 euro al posto della carta igienica“) e le proteste delle imprese, che dovrebbero dire addio a risorse preziose con cui oggi finanziano investimenti, le perplessità  riguardano soprattutto la sostenibilità  della trovata per il sistema della previdenza pubblica e privata e il trattamento fiscale.
L’ostacolo dei conti Inps
Sul primo fronte, come ricorda un editoriale di Massimo Fracaro e Nicola Saldutti sul Corriere della Sera, “mettendo il Tfr in busta paga all’Inps verrebbero a mancare tre miliardi l’anno”.
Ovvero la metà  dei 6 miliardi che l’istituto incassa ogni anno sotto forma di flussi di Tfr dei dipendenti privati.
In più “i fondi pensione potrebbero contare su meno risorse e la previdenza integrativa continuerebbe ad avere vita stentata”.
Infatti altri 5,2 miliardi finiscono proprio nelle casse dei fondi (mentre circa 14 si fermano nelle casse delle piccole e medie imprese).
Tradotto: le pensioni, sia quelle garantite dal sistema pubblico sia quelle complementari, il famoso “secondo pilastro”, sarebbero a rischio.
L’ipotesi di un intervento delle banche
A meno che, come propone l’economista Stefano Patriarca su lavoce.info, non intervengano le banche a finanziare l’anticipo.
Renzi ha ipotizzato che ”l’Abi, l’associazione delle banche, possa dare i soldi che arrivano dall’Europa, quelli che chiamiamo i soldi di Draghi, alle piccole imprese per garantire liquidità “ (ma la sola ipotesi di dover ricorrere al credito ha già  fatto insorgere le pmi).
Secondo Patriarca, che evidenzia anche l’opportunità  di rendere facoltativa la scelta se ricevere o meno l’anticipo, un meccanismo simile si potrebbe mettere in campo per evitare il “buco” nei conti dell’istituto di previdenza: “L’anticipo verrebbe operato dal soggetto finanziario e nulla muterebbe per l’Inps”.
Tutto però si fonda sull’ipotesi che gli istituti siano disponibili a concedere prestiti a un tasso di interesse calmierato, pur senza rischi perchè la potenziale insolvenza dei destinatari sarebbe coperta da un apposito fondo assicurativo presso l’Inps.
Il nodo del fisco e le entrate aggiuntive per lo Stato
Ma passiamo al fisco. Quando viene erogato alla cessazione del rapporto di lavoro, come avviene normalmente, il Tfr è soggetto a tassazione separata e agevolata.
Se quei soldi verranno dati subito, anzichè alla fine del percorso professionale, a quale aliquota saranno soggetti?
Cumularli con il resto dello stipendio equivale a dire che il lavoratore dovrà  versare al fisco l’aliquota Irpef corrispondente al suo scaglione di reddito.
Superiore alla tassa agevolata. Ma su questo aspetto basterebbe un intervento tecnico che stabilisca lo scorporo della quota.
Che potrebbe arrivare in tasca al lavoratore anche in un’unica tranche annuale, come una specie di quattordicesima, tassata di meno rispetto alla normale busta paga.
Quel che è sicuro, in ogni caso, è che il risultato sarà  un aumento immediato delle entrate per lo Stato, che incasserà  subito le imposte sul Tfr anzichè dover attendere che i dipendenti, di anno in anno, concludano i loro rapporti di lavoro.
“Nell’ipotesi di un’adesione all’anticipo in busta paga del 50 per cento dei lavoratori il gettito sarebbe di quasi 3 miliardi”, scrive Patriarca. (Non) pochi, maledetti e subito. Anche qui, tutta questione di lungimiranza.
La beffa del bonus
Ultimo appunto: chi ha un reddito annuo poco sotto i 26mila euro, attuale tetto massimo per ricevere il bonus Irpef di 80 euro introdotto dal governo lo scorso aprile, sommando anche il Tfr rischia di superare la soglia e ricevere solo l’anticipo ma non più il bonus.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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