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CATANZARO, 170 ARRESTI PER ‘NDRANGHETA TRA ITALIA E GERMANIA, IN MANETTE 10 AMMINISTRATORI LOCALI

Gennaio 9th, 2018 Riccardo Fucile

LE FAMIGLIE MAFIOSE CONTROLLAVANO TUTTO: DALLE AZIENDE AGRICOLE AGLI APPALTI, DAL VINO ALLA GESTIONE DEI MIGRANTI… LA POLITICA LOCALE SPESSO PARTE ATTIVA DELL’ORGANIZZAZIONE

Una decina amministratori locali tra sindaci, vicesindaci, assessori e presidenti dei consigli comunali di Cirò Marina, Strongoli, Mandatoriccio, Casabona e San Giovanni in Fiore.
In manette anche il presidente della Provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, eletto esattamente un anno fa con il 62,2% dei voti.
Un’inchiesta mastodontica, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, è stata portata a termine stanotte dai carabinieri del Ros che hanno arrestato per mafia 170 persone in Calabria: 131 sono finite in carcere e 39 agli arresti domiciliari.
Numerosi sequestri, inoltre, sono stati eseguiti dai militari del Comando provinciale di Crotone e dal Noe di Catanzaro. L’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Stige” è stata firmata dal gip di Catanzaro Giulio De Gregorio su richiesta del procuratore Nicola Gratteri, dell’aggiunto Vincenzo Luberto e dei sostituti Domenico Guarascio, Fabiana Rapino e Alessandro Prontera.
Associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, favoreggiamento, turbativa d’asta e corruzione elettorale. C’è di tutto e di più nelle oltre 1300 pagine che riassumono il lavoro della Dda. Anni di indagini che hanno fatto luce sul controllo capillare del territorio, a cavallo tra le province di Crotone e Cosenza, da parte della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina e del clan Giglio di Strongoli.
Il blitz è scattato stamattina all’alba in Calabria e in altre regioni d’Italia. Ma anche all’estero, in Germania dove la holding dei clan ha allungato i suoi tentacoli. Tredici gli arresti che gli uomini del Raggruppamento operativo speciale hanno eseguito nelle zone dell’Assia e di Stoccarda dove, grazie a una cellula distaccata delle famiglie calabresi, la cosca dei “cirotani” si è imposta nel settore della distribuzione dei prodotti vinicoli e di semilavorati per pizze.
Se la Germania è un territorio da colonizzare, il crotonese era casa loro.
Soprattutto i Comuni di Cirò Marina, Cariati, Torretta di Crucoli, Strongoli e Casabona dove gli interessi della cosca vanno dal mercato ittico ai servizi portuali, dai servizi di lavanderia industriale a quelli della distribuzione di prodotti alimentari, dalla gestione dei servizi per l’accoglienza dei migranti allo smaltimento dei rifiuti, dalle agenzie di slot-machine a quelle per la distribuzione di bevande, dai servizi di onoranze funebri alla gestione dei lidi fino agli appalti per il taglio dei boschi della Sila.
Il pubblico come il privato doveva sottostare ai desiderata della ‘ndrangheta. Nelle carte della Procura, infatti, ha trovato spazio la storia di un’azienda agricola e di un frantoio che due imprenditori non sono riusciti a vendere perchè il boss Salvatore Giglio ha allontanato l’ex deputato Franco Laratta e il sindaco di Petilia Policastro Amedeo Nicolazzi influenzando le trattative che questi avevano con i proprietari.
Se le estorsioni sono una costante, gli appalti arrivano dopo i voti.
È tutto legato per la Dda di Catanzaro secondo cui, se alcuni politici locali sono concorrenti esterni della ‘ndrangheta, molti altri sono di fatto affiliati alla cosca Farao-Marincola.
Non è un caso che, con l’operazione “Stige”, sia stata praticamente decimata l’amministrazione del Comune di Cirò Marina dove, assieme a boss e gregari, sono finiti dietro le sbarre anche il sindaco Nicodemo Parrilla che, proprio grazie “alle pressioni ‘ndranghetistiche esercitate sui consiglieri del Comune di Casabona” è stato eletto anche presidente della Provincia di Crotone.
Tramite Antonio Anania, ritenuto “tra gli esponenti più attivi della ‘ndrangheta cirotana”, per Parrilla i voti li avrebbe trovati Giuseppe Sestito, detto “Pino” uno dei plenipotenziari della cosca che, dal 2006 al 2016 ha sempre deciso chi doveva guidare il Comune.
I carabinieri hanno arrestato anche il vicesindaco Giuseppe Berardi, il presidente del Consiglio comunale Giancarlo Fuscaldo, l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio che è stato anche lui ex assessore dello stesso Comune.
Sono finiti in carcere pure il vicesindaco di Casabona Domenico Cerrelli, il sindaco di Mandatoriccio Angelo Donnici, il suo vice Filippo Mazza (che ha la delega ai lavori pubblici), l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore Giovanbattista Benincasa e il sindaco di Strongoli Michele Laurenzano, del Pd.
Quest’ultimo, secondo i pm della Dda di Catanzaro, forniva un “concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione mafiosa”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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TAURIANOVA REGNO DI ‘NDRANGHETA, 48 ARRESTI, COMPRESO L’EX SINDACO

Dicembre 12th, 2017 Riccardo Fucile

OPERE PUBBLICHE, EDILIZIA PRIVATA, SETTORE ALIMENTARE, INTERMEDIAZIONI IMMOBILIARI, ENERGIE RINNOVABILI: TUTTO IN MANO A DUE CLAN

Due diverse famiglie di ‘ndrangheta, espressione del medesimo clan ma divise da contrastanti appetiti.
Due satelliti della stessa galassia, che per quasi dieci anni hanno scippato la democrazia a Taurianova, piccolo centro in provincia di Reggio Calabria, in cui tutto, dall’amministrazione, all’economia, all’ordine pubblico, è stato per anni in mano alla criminalità .
È questa la storia – desolante – ricostruita con l’inchiesta Terramara-Closed, coordinata dal procuratore aggiunto Gaetano Paci, che questa mattina ha portato all’arresto di 48 persone, di cui 44 in carcere e 4 ai domiciliari, tutte accusate a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, trasferimento fraudolento di valori, procurata inosservanza di pena e porto illegale di armi.
In manette sono finiti anche l’ex sindaco, Domenico Romeo, insieme al fratello, entrambi accusati di concorso esterno, e un ex assessore, Francesco Sposato, cui viene contestata invece l’associazione mafiosa.
Un’indagine complessa, sviluppata da Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri, “che conferma la capacità  della ‘ndrangheta di opprimere i territori dal punto di vista economico, amministrativo, sociale e finalmente – dice il procuratore aggiunto Paci – riesce a fare chiarezza su una situazione complicata”.
La provincia di Taurianova è da sempre regno degli Avignone-Zagari-Fazzalari-Viola, che qui hanno steso la rete di complicità  – oggi individuata e disarticolata – che ha permesso al boss Ernesto Fazzalari la sua ultraventennale latitanza.
La città , quindicimila abitanti, è sempre stata “affidata in gestione” a due famiglie di ‘ndrangheta: gli Sposato-Tallarida da una parte e i Maio-Cianci dall’altra.
Due facce della medesima medaglia di sopraffazione e violenza, che per anni si sono spartite tutto: il Comune e i suoi appalti. Anche l’amministrazione – ha svelato l’indagine – è sempre stata equamente divisa e “improntata a soddisfare gli interessi e le istanze provenienti dalle cosche della ‘ndrangheta”.
Quando a fare il sindaco era Francesco Romeo, che con una serie di ingiustificabili autorizzazioni avrebbe favorito le imprese dei clan, il suo assessore allo Sport, Turismo e Spettacolo era Francesco Sposato, espressione dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta.
Un rapporto blindato fino al 2009, quando il primo cittadino si è opposto alla realizzazione del progetto imprenditoriale della famiglia Sposato: pretendeva di gestire il cimitero di Iatrinoli, ma soprattutto aveva messo gli occhi sull’affare delle energie rinnovabili.
Un business troppo grosso per essere gestito in esclusiva, ma che gli Sposato pretendevano. E così per il sindaco sono iniziati i guai e le intimidazioni. Cavalli uccisi, ordigni nelle sue proprietà , minacce.
Accreditatosi come vittima della violenza mafiosa, Romeo dopo il commissariamento si è nuovamente presentato alle elezioni, lasciando fuori dalla coalizione il suo ex braccio destro, Francesco Sposato appunto, passato con l’opposizione.
Tutta una manovra, per gli investigatori, perchè di fatto i due – quando l’accordo fra le famiglie di ‘ndrangheta è stato nuovamente trovato – hanno continuato a governare di comune accordo.
Il quadro viene confermato da dichiarazioni, intercettazioni e rapporti societari e imprenditoriali da cui emerge come a Taurianova tutto fosse direttamente o indirettamente in mano ai clan.
Tramite le sue famiglie di riferimento, la ‘ndrangheta era amministrazione grazie ai suoi uomini collocati all’interno, faceva da banca gestendo abusivamente il credito e controllava l’intera economia locale, pubblica e privata, legale e illegale. In mano alle famiglie erano finite non solo tutte le opere pubbliche,ma anche l’edilizia privata, il settore alimentare, le intermediazioni immobiliari, le produzioni serricole e le energie rinnovabili.
Un patrimonio di aziende, imprese, terreni e stabilimenti individuato dalla Guardia di Finanza che oggi ha messo sigilli a beni per oltre 25 milioni di euro.

(da agenzie)

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NEL 2017 E’ BOOM DI COMUNI COMMISSARIATI PER MAFIA

Dicembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile

GLI SCIOGLIMENTI PER INFILTRAZIONI SONO RADDOPPIATI

L’impennata nello scioglimento per mafia dei Comuni è evidente.
Parlano i numeri: 21 i municipi azzerati nel 2017, più di quanto fatto nei ventiquattro mesi tra 2015 e 2016
Dopo l’esame da parte delle prefetture, sono state azzerate tante amministrazioni locali, da Casavatore a Scafati, Bova Marina, Gioia Tauro, Castelvetrano, Isola di Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Ionica, Lamezia Terme, Cassano all’Ionio. Restando alle località  più note. La scure ha colpito soprattutto la Calabria (12 Comuni sciolti). Meno la Campania (4 Comuni), la Puglia e la Sicilia (2 Comuni ciascuna).
Se non hanno fatto gran notizia le infiltrazioni mafiose in storiche roccaforti della criminalità  organizzata, specie nella piana di Gioia Tauro, ha colpito lo scioglimento di Lavagna (Genova), dove è stato arrestato il sindaco: è dell’estate scorsa la prima condanna per Antonio Rodà  (14 anni e 8 mesi), uno dei boss calabresi insediati nel Levante ligure, accusato di associazione di stampo mafioso oltre che di spaccio di stupefacenti.
Ma non è certo il primo caso di scioglimento per mafia di un Comune al Nord e non sarà  l’ultimo. Ci sono i precedenti di Sedriano (provincia di Milano), Rivarolo Canavese e Leini (Torino). E di recente il ministero ha avviato gli accertamenti preliminari su Seregno (Monza)
«Come Commissione Antimafia – commentava qualche giorno fa la presidente Rosy Bindi – abbiamo compiuto due missioni in Liguria a distanza di due anni e devo dire che fra prima e seconda ho notato una maggiore consapevolezza dei rischi. Fummo accolti a Imperia come coloro che venivano a portare lo spauracchio della ‘ndrangheta, così non la seconda volta».
È stato un cruccio di questa commissione Antimafia, l’infiltrazione negli enti locali. Se ne sono occupati a più riprese. Nei prossimi giorni, per dire, torneranno a Ostia, dove il Municipio fu sciolto nell’agosto 2015 a seguito dell’operazione Mafia Capitale e dove si è votato solo qualche settimana fa.
Il Parlamento, intanto, si è molto interrogato sull’attualità  della legge del 1991 che regolamenta lo scioglimento dei Comuni infiltrati dalla mafia. Sempre Bindi aveva ipotizzato una «terza via» tra scioglimento degli organi politici e non-scioglimento con una «commissione di affiancamento» per accompagnare un ente locale nel suo percorso.
Infine la questione del personale amministrativo. Dal 2009 è possibile sospendere, trasferire e perfino licenziare un dipendente colluso, al termine di un procedimento disciplinare, ma solo nel caso di un Comune che sia stato sanzionato con lo scioglimento. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, aveva proposto in un suo ddl di prevedere un percorso simile anche a prescindere dallo scioglimento dell’ente, ma si è arenato al Senato.

(da “La Stampa”)

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REGGIO EMILIA, SETTIMA AUTO BRUCIATA, STAVOLTA APPARTIENE ALLA COGNATA DI UN IMPUTATO PER ‘NDRANGHETA IN AEMILIA

Novembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

POCHI GIORNI FA UN UOMO FREDDATO SUL PIANEROTTOLO… REGGIO EMILIA BRUCIA, LA ‘NDRANGHETA REGOLA I CONTI, MA MINNITI DEVE PENSARE A RESPINGERE I PROFUGHI

Reggio Emilia brucia. Un’altra auto a fuoco nella notte in provincia nel comune di Cadelbosco, ancora una volta per cause dolose. E’ una Mercedes Classe A che secondo le prime informazioni appartiene alla cognata di Antonio Crivaro, imputato nel rito ordinario del primo maxi-processo Aemilia per ‘ndrangheta che si sta celebrando in questi mesi proprio a Reggio Emilia.
E’ la settima autovettura che finisce in fiamme in provincia dall’otto agosto ad oggi. Solo cinque giorni fa il rogo all’ora di cena della Volkwagen Golf della moglie di Francesco Citro, 31enne ucciso qualche ora più tardi a colpi di pistola sul pianerottolo d’ingresso della propria abitazione a Villanova di Reggiolo.
Pochi elementi sull’ultimo incendio: vigili del fuoco e carabinieri sono arrivati a Cadelbosco Sotto, frazione di Cadelbosco Sopra, poco dopo mezzanotte ed hanno accertato l’origine dolosa delle fiamme. L’auto era in via Landi nel parcheggio sotto casa dei proprietari, parenti di Antonio Crivaro, cutrese arrestato la notte del 28 gennaio 2015 con l’accusa prevista dal 416 bis: associazione di stampo mafioso. Per la Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna era esperto di operazioni finanziarie e fideiussioni, ed operava a stretto contatto con Antonio Gualtieri, ritenuto uno dei sei capi della cosca emiliana.
A processo è anche Salvatore Silipo, come Crivaro originario di Cutro, che nella notte di domenica 6 agosto aveva visto andare a fuoco sotto casa la Fiat Punto della moglie in via Zambonini a Reggio.
In quel caso gli autori dell’incendio avevano lasciato una tanica di benzina vicino all’autovettura; il collaboratore di giustizia Salvatore Muto lo indica come un segno di intimidazione, una firma per spaventare la vittima.
Il 9 ottobre invece a Castelnovo Sotto, a tre chilometri di distanza dal rogo di questa notte, era bruciata un’Opel Antara intestata ad una concessionaria mantovana, utilizzata da un cittadino del paese nativo di Milano. La benzina in quel caso era stata usata per impregnare gli interni dell’auto.
Il 14 ottobre nel quartiere San Prospero Strinati di Reggio Emilia bruciava verso mezzanotte la BMW X5 di un imprenditore edile di 45 anni, Francesco Ranieri, per il quale vale la regola del “non c’è due senza tre”: le altre due auto di sua proprietà  erano finite in fiamme a Cutro e ancora a Reggio.
Meno di 24 ore dopo a Sant’Ilario, ai confini con Parma, andava a fuoco la Golf di una donna di 48 anni originaria di Catanzaro. Prima le hanno danneggiato l’auto, poi l’hanno bruciata.
E infine arriviamo a novembre, con il record che spetta al comune di Reggiolo: tre incendi dolosi ad altrettante auto nel giro di una settimana. L’ultimo venerdì scorso, con l’epilogo tragico dell’attentato che non ha lasciato scampo all’autista di camion Francesco Citro.
Cosa sta succedendo? Se lo chiedono gli investigatori e se lo chiede la gente.
Le indagini non hanno per ora svelato un possibile movente sull’omicidio di Reggiolo e si continua a guardare in tutte le direzioni, attraverso un lavoro congiunto della Procura Antimafia di Bologna e di quella ordinaria di Reggio Emilia.
La preoccupazione è palpabile in provincia e una riunione dei Comuni della Bassa Reggiana, inizialmente prevista a Novellara, è stata spostata a Reggiolo dove è avvenuto l’omicidio.
Cgil Cisl e Uil segnalano un possibile collegamento con il processo in corso: “Il rischio che l’associazione di stampo mafioso alzi il tiro contro la legalità  e la democrazia, mentre il processo Aemilia sta svelando tutti gli affari illeciti e i delitti commessi dalla cosca reggiana, è sempre presente”.
In aula, il collaboratore di giustizia Salvatore Muto continua a raccontare fatti dettagliati e ad accostarli agli imputati.
Le violenze in carcere, i tentativi di condizionare i testimoni con messaggi registrati su schede micro sd che entrano ed escono tranquillamente dalle case circondariali, la creazione di nuovi gruppi che non ricalcano i precedenti organigrammi della Famiglia reggiana di ‘ndrangheta, sono segnali che fanno pensare ad un momento di svolta, con il palpabile nervosismo di chi è dietro le sbarre o ascolta dall’aula in libertà  vigilata. La preoccupazione in città  è che la tensione generi nuova violenza; l’omicidio della scorsa settimana e le auto che “non bruciano da sole” aggiungono nuovi motivi di paura.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA FARSA DI OSTIA: 250 UOMINI, BLINDATI, ELICOTTERI, NATANTI E CANI PER 4 ARRESTI E QUALCHE SEQUESTRO DI DROGA

Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

IL SOLITO BLUFF MEDIATICO DI MINNITI, COME ALLA STAZIONE DI MILANO E A SCAMPIA

“Quel blitz alla stazione centrale andava fatto”, disse Marco Minniti a fine maggio sull’operazione di polizia anti-immigrati a Milano. Un colpo a sangue freddo, che gelò anche il sindaco Beppe Sala. “A Milano c’è un equilibrio delicato e non bisogna fare strappi”, commentò il primo cittadino alquanto irritato dall’interventismo del ministro degli Interni.
Da allora in poi, Sala ha avuto rapporti sempre più diradati con Matteo Renzi, tanto da preferire la contro Leopolda milanese di Silvio Berlusconi alla Leopolda fiorentina del leader Dem lo scorso weekend.
Il Pd invece ha fatto propria la strategia di Minniti, che sabato discettava sul palco della vecchia stazione di Firenze e, a un anno dall’insediamento al Viminale, continua con i blitz e i colpi ad effetto. Un effetto anzitutto mediatico.
Stamane a Ostia c’era di tutto: circa 250 uomini tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, unità  cinofile, elicotteri di polizia e finanza, equipaggi dei reparti anti-crimine e vigili del fuoco. Blitz nel palazzo del clan Spada, finiti nei riflettori di tutti i media dopo l’aggressione di Roberto Spada a due giornalisti Rai prima delle comunali.
Risultato: una denuncia per un balcone abusivo.
Su 350 identificati solo 4 arresti, un po’ di droga e qualche arma non denunciata.
Ostia ritorna tra le top news. E anche Minniti.
Minniti lo aveva detto alla Leopolda: “Per quanto ci riguarda il tema della liberazione di Ostia dalla mafia sarà  irrinunciabile, lì ci giochiamo un pezzo della sovranità  del nostro Paese”.
E, guarda caso, di “sovranità ” a rischio aveva parlato anche riguardo al dossier immigrazione. Gli sbarchi continui di disperati dall’Africa mettono a dura a prova la tenuta democratica del paese, dicevano dal Viminale a fine giugno.
E, anche per inaugurare questa nuova linea, Minniti aveva scelto l’effetto scenico: il 28 giugno decise di invertire la rotta dell’aereo che lo stava portando a Washington per alcuni incontri istituzionali. Scalo tecnico in Irlanda e invece di proseguire oltreoceano, ritorno in Italia per gestire gli sbarchi di giornata e ovviamente attirare l’attenzione dei media.
Senza l’inversione di rotta probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto.
Ma anche quell’inversione di rotta è stata preceduta da un’attenta strategia ad effetto. La campagna contro le organizzazioni non governative impegnate a salvare vite nel Mediterraneo è partita dal Viminale e dalle procure, solo in un secondo momento è stata cavalcata ad arte anche da Luigi Di Maio del M5s.
Ne sono seguiti mesi di linea dura sempre sotto i riflettori, lo sgombero a 40 gradi all’ombra ad agosto in via Curtatone a Roma: città  semi-deserta, poche notizie in giro, prima pagina assicurata.
“Sui migranti ho temuto per la tenuta democratica del paese”, dirà  Minniti a fine agosto: estate alle spalle, momento buono per dichiarare l’emergenza finita, almeno per quest’anno.
Poi è iniziato il periodo delle accuse. Persino dall’Onu. “L’accordo Ue-Libia viola i diritti umani dei migranti”, dice l’alto commissario Onu per i diritti umani Zeid Raad al Hussein dopo che già  Medici senza frontiere aveva rilasciato un report zeppo di critiche delle intese tra il governo italiano e i libici.
E su questo anche la linea del Pd traballa a metà  novembre. “Bisogna aggiustare la linea”, quella del governo sui migranti, dice Matteo Orfini a Repubblica ritrovandosi d’accordo con le critiche di Emma Bonino. “Inaccettabile il patto con la Libia, il governo dice di aver fermato gli sbarchi ma ne muoiono di più”, è l’attacco della leader radicale.
E benchè Bonino chieda un cambiamento di rotta quale condizione per un dialogo con il Pd, la linea Minniti va avanti, salda in sella, Orfini non ne parla più.
Se c’è un punto fermo nella strategia (anche di campagna elettorale) del governo e del Pd è Minniti. Con i suoi blitz e le sue mosse pensate sempre in maniera tale da ‘piacere’ ai media, non ha rivali.

(da “Huffingtonpost”)

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MINNITI SI E’ ACCORTO CHE A OSTIA COMANDANO I CLAN E ORGANIZZA LO SHOW: BLITZ ALL’ALBA CON IMPIEGO DI 250 UOMINI

Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

BLINDATI IN STRADA, ELICOTTERO NEI CIELI, PERQUISIZIONI NEL FEUDO DEI CLAN: TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO… MA LE CASE POPOLARI DOVE UNO SU TRE E’ ABUSIVO QUANDO LE NORMALIZZIAMO?

Ostia Nuova si è svegliata con i blindati in strada questa mattina. Una vasta operazione della polizia ha preso il via alle prime ore dell’alba in piazza Gasparri, feudo dei clan. Centinaia di agenti in assetto anti sommossa hanno effettuato diverse perquisizioni in abitazioni private.
E’ la tardiva risposta dello Stato alla scia di sangue e fuoco che si è registrata a Ostia negli ultimi giorni: prima la gambizzazione all’interno di una pizzeria in via delle Canarie dove è stato ferito il nipote di Fasciani, poi sabato sera il doppio avvertimento alle case degli Spada, Silvano e Giuliano, cugini di Roberto, secondo i pm il reggente del clan, responsabile della testata al giornalista di Nemo e attualmente rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo.
In particolare vengono controllate a tappeto piazza Gasparri e le vie limitrofe dove vive il clan Spada. In particolare davanti l’abitazione di Roberto, rinchiuso nel carcere di sicurezza di Tolmezzo   dopo aver aggredito il giornalista Daniele Piervincenzi e il suo operatore.
L’abitazione     che il comune assegnò a Rosaria Spada è stata perquisita. Il nipote Walter Casamonica che di fatto viveva lì è stato portato in commissariato e sarà  denunciato.
Nel giardino dell’abitazione era stato costruito un terrazzo completamente abusivo.
Due uomini sono stati invece arrestati per spaccio. “Bello vedere l’attenzione dello stato in questo quartiere – dice la titolare della tabaccheria di via Storelli proprio accanto al bar Music di Roberto Spada – voglio ricordare che qui vive tanta ma tanta gente perbene. Spero non vi dimentichiate di loro”.

(da agenzie)

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IL PENTITO MUTOLO: “NON IMMAGINO UNA POLITICA SENZA MAFIA”

Novembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

“BERLUSCONI? NON DIMENTICHIAMO CHE DELL’UTRI E’ IN GALERA”

“Io non immagino una politica senza mafia“. Parola di Gaspare Mutolo, ex mafioso fedelissimo di Salvatore Riina e poi tra i pentiti più importanti della storia di Cosa nostra. “Riina era un uomo carismatico, per me è stato un papà . Siamo stati in galera insieme. E lì è nata una profonda amicizia. Lui era un personaggio carismatico. Non era prepotente, lui conquistava le persone con le belle parole. Non abbiamo mai litigato, solo che a un certo punto ognuno ha preso la sua strada”, ha raccontato il collaboratore di giustizia che nel giorno della morte del capo dei capi ha partecipato ad un incontro alla Stampa estera con alcuni corrispondenti internazionali a Roma.
Incappucciato, ha riavvolto indietro il nastro della storia, sostenendo che dietro l’arresto di Luciano Liggio ci fosse proprio Riina.
“Fino al 1973/74 Riina è stato agli ordini di Luciano Liggio. Poi Liggio lo voleva estromettere e allora lui l’ha fatto arrestare a Milano nel 1974. E lì Riina ha preso il potere. Perchè Riina era diverso da Bernardo Provenzano che era un bonaccione“, sono le parole usate da Mutolo.
Che poi dà  una sua personale visione della seconda guerra di mafia scatenata dallo stesso Riina. “Riina — ha detto il pentito — arrivò a costruire questo sistema che induceva le persone a lui affezionate a tradire i loro capi. Lui ha fatto uccidere i suoi migliori amici perchè a un certo punto è diventato pazzo e aveva paura di essere tradito a sua volta”.
Quindi spazio anche ai rapporti tra mafia e politica.
“In Cosa nostra — ha detto Mutolo — c’erano anche i cugini Salvo che con Salvo Lima erano il potere. Erano amici di Andreotti. La mafia era ben vista finchè non si è messa contro il governo. Nei Paesi comandavano tre persone: il prete, il mafioso e il maresciallo. Il maresciallo non perseguitava il mafioso perchè non era un criminale come gli altri”.
E quando parla di rapporti tra mafia e politica Mutolo poi tira in ballo anche Silvio Berlusconi. “Anche Berlusconi: l’amico intimo di Berlusconi che è Dell’Utri è in galera: vogliamo fare scomparire questo? Noi a Palermo vedevamo che Mangano faceva lo stalliere ad Arcore”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHI CONTENDERA’ LO SCETTRO DELLA MAFIA A MESSINA DENARO

Novembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL DOPO RIINA: SONO TRE I NOMI CHE GIRANO, POI CI SONO I MENO CONOSCIUTI MA CHE HANNO PRESO IL CONTROLLO DEI MANDAMENTI A PALERMO

Attilio Bolzoni su Repubblica oggi torna sul problema della successione al Capo dei Capi dopo la morte di Totò Riina.
Secondo la DIA il capo dei capi continuava a rimanere al vertice dell’organizzazione criminale, «a conferma dello stato di crisi di una organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un’ingombrante icona simbolica».
In una intercettazione registrata circa un anno fa   Santi Pullarà , figlio di Ignazio, reggente del clan di Santa Maria di Gesù. «Minchia — dice hai visto Bernardo Provenzano? Sta morendo, mischino. Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno: è vero zio Mario?».
E lo “zio”, alias Mario Marchese, considerato l’ultimo boss di Villagrazia: «Lo so, non se ne vede lustro — mostra di essere d’accordo — e niente li frega. Ma no loro due soli, tutta la vicinanza».
Come dire che per rilanciare Cosa nostra, dovrebbero morire Riina e Provenzano, ma anche gli altri padrini storici. Da registrare anche le perplessità  dello stesso Riina su Matteo Messina Denaro, che “se n’è andato all’estero” dopo “non aver fatto niente” per lui.
Bolzoni fa altri tre nomi oltre a quello del latitante mafioso più ricercato d’Italia.
Ci sono tre nomi che girano più di altri in questo toto-mafia palermitano. Uno è quello di Giuseppe Guttadauro, ex aiuto primario di chirurgia all’ospedale Civico, originario del quartiere Brancaccio, un cervello fino che una volta fu avvertito persino dall’ex governatore Totò Cuffaro (appena tornato a far politica) che qualcuno aveva piazzato delle miscrospie nel suo salotto. Guttadauro vive a Roma, vicino alla stazione Ostiense. Fa volontariato in un’associazione, organizza cene nella sua bella casa, incontra tanti personaggi. E’ libero dal 2012.
Il secondo della lista è Gaetano Scotto, boss della borgata dell’Arenella, mafioso con tante entrature nei “servizi”. Ogni mattina passeggia tranquillo fra i vicoli che portano alla vecchia tonnara, attualmente è indagato per l’omicidio del poliziotto Nino Agostino ucciso nell’estate del 1989. È libero dal 2016.
Il terzo accreditato come possibile nuovo capo si chiama Giovanni Grizzaffi, è di Corleone ed è nipote di Totò Riina. Si è fatto quasi un quarto di secolo di carcere e ha quasi settant’anni. È libero dal luglio scorso.
La mafia del paese punta su di lui per continuare la saga dei Corleonesi, ma i boss di Palermo non ne vogliono sapere di ritrovarsi una fotocopia del vecchio Riina fra i piedi.
Poi ci sono mafiosi meno conosciuti ma che hanno preso il controllo dei “mandamenti” a Palermo. Sono loro i rappresentanti di quelle strutture criminali che dovranno prima riunirsi, dare forma alla Cupola e poi eleggere il capo.
A meno che i capi mandamento non trovino l’uomo giusto che possa mettere tutti d’accordo, capace di amministrare le finanze dell’organizzazione e redimere contrasti, uno in grado di “ragionare” e trascinare fuori dalla crisi economica e d’identità  la loro Cosa nostra. Ma deve scegliere anche lui la latitanza come ha fatto Riina.

(da “NextQuotidiano”)

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QUEL BIVIO TRA NOSTALGIA E LIBERTA’ RITROVATA NELLE STRADE DESERTE DI CORLEONE

Novembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

I FIGLI DI QUELLA MAFIOSITA’ DIVERSA DALL’ESSERE MAFIOSI

Peppe Anthony del bar Sweet Temptation non ha dubbi. «La famiglia Riina? Miei grandissimi amici. Che sia morto Totò mi dispiace, come quando muore chiunque, non più ma neanche di meno. Le stragi? I ventisei ergastoli? E io che ne so, non ero con lui, non posso sapere».
Mostra un quadro di fronte al bancone, il dipinto della torre di Corleone sullo sfondo di un tramonto. Firmato Lucia Riina. E’ lei una delle due figlie del boss, l’artista, l’unica rimasta a vivere in città . «Così le faccio pubblicità , la aiuto a vendere».
Sul muro accanto c’è la gigantografia di Marlon Brando con il mascellone ne Il Padrino. «Scrive un articolo? Tanti auguri di buona salute», augura sulla porta.
La piazza dove si trova il bar, di fronte alla Villa comunale di Corleone, è intitolata a Falcone e Borsellino. E davanti alla piazza c’è un gruppo di volontari del Cidma, il Centro di documentazione sulla mafia e sul movimento antimafia che ogni anno accoglie novemila turisti per raccontare la storia di Cosa Nostra mostrando i faldoni del maxiprocesso e le fotografie della mostra permanente di Letizia Battaglia: «Arrivano dall’Australia, dal Giappone, da tutta Europa — racconta una di loro, Serena Trumbaturi, 24 anni, studentessa di Giurisprudenza — sulla scia del mito della mafia, si aspettano di trovare don Vito Corleone e trovano noi, molti sono delusi, però noi siamo felici di fare capire che questa città  non è solo quella dei boss, che qui si respira aria nuova».
Eccole, a pochi metri di distanza, le due città , quella bianca e quella nera.
La casa di Totò Riina e di Ninetta Bagarella in via Scorsone è chiusa, solo una veloce chiusura di persiana, due mani di donna dietro la finestra. Poco distante ci sono i vecchi a ricordare di quando il boss che diede l’assalto allo Stato andava con le vacche in campagna.
Prima che fratello e padre saltassero su una bomba da cui cercavano di ricavare polvere da sparo, prima che «’U curtu» commettesse il primo delitto per vendicare un’avance alla sorella Caterina, la madre dei tre figli — Mario, Franco e Giovanni — che adesso sono gli eredi designati.
Soprattutto Giovanni, ormai quasi settantenne, scarcerato tre mesi fa dopo venticinque anni di galera.
Non è il solo a essere riemerso. C’è il nipote dello storico boss Luciano Leggio, Giovanni Marino, uscito di cella sei mesi fa. E poi i vivandieri e i collaboratori di Provenzano, da poco liberi.
È ancora «dentro» invece Rosario Lo Bue, considerato il capo della famiglia di Corleone, uomo-ponte tra Riina e Provenzano.
«È morto Riina ma non è morta la mafia — sintetizza Dino Paternostro, responsabile della legalità  della Camera del Lavoro di Palermo e memoria storica di Corleone —. Ma mi piace ricordare che qui è nata anche l’antimafia, con le guerre contadine, con Placido Rizzotto, con Bernardino Verro, con i 168 contadini e sindacalisti uccisi le cui storie oggi si studiano in tutte le scuole di Corleone, elementari e medie».
Ecco il profilo Facebook di Tony Ciavarello, marito di Maria Concetta Riina, l’altra figlia del boss che vive in Puglia, quello che di recente ha lanciato una raccolta fondi dopo che i magistrati hanno disposto il sequestro delle sue aziende di ricambi auto. Una fotografia con un nastro nero di lutto.
E c’è un diluvio di condoglianze sotto quella fotografia. Molta è gente di Corleone. Figlia di quella «mafiosità  diversa dall’essere mafiosi» di cui parla don Luca Leone, parroco di frontiera della chiesa di San Leoluca, emigrato neonato con la famiglia in Piemonte e in Emilia e tornato qui, nella sua trincea.
«C’è tanta gente che esprime un desiderio di rinascita — dice — e che si rende conto che la mafia non ha lasciato nulla, solo povertà  e disoccupazione».
In piazza tre anziani, «niente nomi, i nomi non servono»: «Siamo pensionati, facevamo i contadini. Adesso neanche a lavorare la terra si può più andare, le strade sono tutte buchi», dice uno. Gli fa eco l’amico: «Tutta colpa della politica». E della mafia no? «La mafia sta a Roma».

(da “La Stampa”)

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