Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile
POI L’APOTEOSI: “COME MINISTRO DELL’ECONOMIA IN ITALIA CE N’E’ UNO SOLO MEGLIO DI LUI: IL SOTTOSCRITTO”… MENTRE MARONI STRAPARLA DI MACROREGIONI E VIENE SPERNACCHIATO DALLA BASE
L’accordo tra Pdl e Lega è un teatrino della politica, come direbbe il Cavaliere. E in serata assume i contorni della farsa.
Dopo che Maroni nel pomeriggio aveva detto “no ad Alfano premier, vogliamo Tremonti” in serata l’ipotesi provoca la reazione stizzita del Cavaliere, a dare già il passo di un’intesa che si preannuncia tutt’altro che serena.
A Telelombardia, l’ex premier descrive Tremonti come “persona particolare, molto intelligente ma difficile. Come ministro dell’Economia in Italia ce ne è uno solo migliore di lui: il sottoscritto”.
Tuttavia, nella veste di premier Berlusconi non vede bene Tremonti: “gli manca il talento di tenere unito il gruppo. Dopo poco che gli parli, capisci che Tremonti pensa: ‘lui è un cretino e io sono intelligente’, questo non fa fare squadra”.
Dunque, tra Tremonti ed Alfano “meglio Alfano”. E
in un rimpallo televisivo ad alto tasso di asprezza, Tremonti da Piazzapulita rintuzza il Cavaliere: “Lui all’Economia? E’ ministero molto complicato, lo vedrei allo Sviluppo: potrebbe dimostrare le sue reali capacità di imprenditore”.
Nel frattempo delira anche Maroni: “Creeremo una macroregione dove il 75% delle tasse sarà trattenuto in modo che le amministrazioni regionali le possano restituire ai loro cittadini sotto forma di servizi”.
“La prima cosa che faremo – aggiunge – è abolire l’Irap”.
E poi c’è da intervenire “sull’Imu, abolire il bollo auto, completare il collegamento con Malpensa”.
In realtà tutti possono sparare stronzate perchè ” Non c’è il candidato premier, verrà indicato congiuntamente dalle due forze politiche se vinceremo le elezioni”.
E dato che le perderanno, anche in Lombardia, il problema non si porrà .
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
HANNO SANCITO UN ACCORDO SUL NULLA E, IN ATTESA DI PERDERE, FANNO A GARA A CHI LA SPARA PIU’ GROSSA… IL PORTAVOCE DELLA VOTINO FINIRA’ COL PERDERE PURE LA SEGRETERIA
Silvio Berlusconi stamane annuncia l’alleanza siglata ad Arcore.
Quanto al candidato premier, Berlusconi precisa che è ancora da decidere.
Maroni, parlando nel pomeriggio in una conferenza stampa in via Bellerio, afferma che Berlusconi «non sarà premier».
Quest’ultimo «si deciderà congiuntamente dopo il voto».
Maroni indica la candidatura di Giulio Tremonti.
Peccato che il Cavaliere pensi invece a se stesso o ad Alfano.
Poi Maroni spara una delle sue: “posso ragionevolmente affermare che in Lombardia si vince”, senza precisare se intedesse la Coppa del nonno o le elezioni regionali.
Nel frattempo la base leghista lo sommerge di insulti via web, tanto per prepararlo a quando, dopo la sconfitta in Lombardia, sarà cacciato dalla segreteria dai veneti incazzati.
Quanto al 75% di tasse che devono restare in Lombardia è una tale bufala che solo dei gonzi potrebbero crederci: impraticabile, incostituzionale, razzista.
Vorrebbe dire che nel Centro-sud tutti gli addetti di ospedali, scuole, sicurezza verrebbero dimezzati.
Scioppierebbe una rivolta tale che il sassofonista dovrebbe finamente emigrare in Svizzera per sfuggire ai forconi.
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
PROTESTE SUL WEB, SULLA PAGINA FB DEL SEGRETARIO E A RADIO PADANIA: “COSI’ PERDIAMO ELEZIONI E MILITANTI”
L’annuncio dell’accordo tra il Pdl di Berlusconi e la Lega di Maroni ha messo in
agitazione la base leghista.
Sono parecchi infatti quelli che vedono i sostenitori del Cavaliere come il fumo negli occhi, un pericoloso ritorno a un passato che gran parte dei militanti del Carroccio pensava di aver accantonato per sempre.
Basta aprire la bacheca facebook di Roberto Maroni o ascoltare Radio Padania per rendersi conto degli umori della base. Sul social network nell’arco di pochi minuti, questa mattina, sono piovute decine di commenti, tutti dello stesso tenore.
Matteo (in un commento rimosso a tempo di record) lancia la sua sentenza senza possibilità di appello: “No a Berlusconi”, più sotto una sfilza di interventi dello stesso tenore.
Marco (altro commento rimosso) dice: “Penso che la Lega abbia fatto male ad allearsi con Berlusconi! Prima molta stima per le cose che hai fatto, oggi molta delusione! Io probabilmente con mio rammarico non voterò Lega”.
Paolo rincara la dose: “La Lega sta sbagliando strada! Ora Berlusconi pur di prendere voti vuole aprire anche ai gay!”, Andrea gli fa eco così: “Maroni peggio di Bossi!” e William: “Che tristezza! Non ho parole”.
Luca sull’alleanza con il Pdl dice che prima di giudicare aspetterà la conferenza stampa delle 16: “Ma ho la sensazione di vivere le ultime ore da leghista e militante”. E poi conclude: “Per qualche voto del Pdl perderemmo per sempre quelli di molti leghisti. Riflettici! Spero davvero che non ci venga confermata questa alleanza!”. Scorrendo i commenti precedenti il sentimento dominante è chiaro.
Alessandro: “Ho un sogno nel cuore, vedere la porta chiusa per sempre in faccia al Pdl” e Paolo concorda: “L’accordo ci fa perdere, le elezioni e i militanti”, mentre Carlo è anche più esplicito: “Il pdl è corresponsabile dello sfacelo del 2012 e di tutto ciò che ha fatto Monti. Quindi è abominevole allearsi con sta gente. Prima il nord ma senza il nano traditore del nord”.
Se qualcuno prova a sostenere l’utilità di un’alleanza con il Pdl per favorire la conquista della Lombardia, altri rispondono: “Se è vero ciò che dice il nano, vuol dire che non avete capito niente e che ci siete di nuovo cascati… in basso”.
Giampietro analizza la situazione lombarda: “Siamo ad una incollatura nei sondaggi con Ambrosoli. I voti che ci mancano li prendiamo dagli indecisi, dai grillini, ex destra, ex lega. Dal Pdl solo marginali, hanno già Albertini, Formigoni. Noi con il Pdl perderemmo giovani e delusi sul filo del rasoio che sono tanti!”.
E, ancora, Lucio: “Se si va con il Pdl ci tira a fondo anche noi, è un partito morto”. Moreno si rivolge direttamente a Maroni: “Lascia perdere il Silvio! Basta farci condizionare da quella gente lì! Abbiamo tanta brava gente noi e tante donne da mettere in campo. Coraggio ragazzi!”.
E Chicca: “Non fare alleanze… ti metteranno sempre i bastoni tra le ruote!”.
A Radio Padania prevale la linea della prudenza, in attesa della voce ufficiale del segretario federale.
Tra i dirigenti di partito, però, c’è chi non si sottrae ad una lettura critica nei confronti della rinata alleanza.
Tra i primi ad esporsi c’è Marco Reguzzoni, ex capogruppo della Lega alla Camera, membro di spicco del cerchio magico bossiano, tra i più distanti da Maroni: “Con l’obiettivo di tenere i nostri soldi a casa nostra eravamo alleati con il Pdl al governo e in Lombardia. Hanno voluto rompere l’alleanza perchè volevano “pulizia”, sostenendo che non avremmo ottenuto niente e che bisognava ‘ascoltare la base’. Abbiamo fatto cadere la Regione Lombardia x questo motivo. E adesso? Credo che nella vita ci voglia un minimo di coerenza”.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
MARONI CANDIDATO GOVERNATORE IN LOMBARDIA… SUL CANDIDATO PREMIER “SI DECIDERA’ DOPO, IN CASO DI VITTORIA”, QUINDI MAI… E SULLE SCHEDE IL PREMIER INDICATO SARA’ SEMPRE IL CAVALIERE… ORA SI TEME LA RIVOLTA DELLA BASE LEGHISTA
“Habemus papam questa notte all’una è trenta è stato firmato un accordo tra noi e il
Carroccio. Ho firmato io e per la Lega Nord Roberto Maroni che sarà candidato in Lombardia, io sarò il leader moderati. Premier sarà da decidere ove vincessimo”.
Lo afferma Silvio Berlusconi, ospite a Rtl 102.5.
Quanto al suo futuro nel governo il Cavaliere è umoristico: “Qualora vincessimo preferirei fare il ministro dell’Economia essendo stato in trincea molti anni. Il presidente del Consiglio ha pochi poteri”.
Ma subito dopo annuncia: “Io ho già indicato il mio successore e penso sarà ancora lui: Angelino Alfano”.
Tanto, per quello che costa dire tutto e l’incontrario di tutto, visto che la coalizione perderà sia alle politiche che alla Regione Lombardia…
«Il simbolo sarà quello delle passate elezioni – ha spiegato Il Cavaliere a chi gli chiedeva con quale nome si sarebbe presentata la coalizione -.
C’è il logo del Pdl e sotto il mio nome: “Berlusconi presidente”.
Tanto per capire chi sarà il candidato premier reale.
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Gennaio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
NESSUN VERTICE IN PROGRAMMA: DOPO TANTI ULTIMATUM, MARONI ORA ASPETTA LA CALZA DELLA BEFANA
Mancano dieci giorni alla presentazione delle liste e Pdl e Lega sono d’accordo su nulla. Nemmeno su Giorgio Gaber, tanto per capirci.
«Un gran lombardo», twitta Roberto Maroni, a dieci anni dalla morte.
Ma Silvio Berlusconi che pure volle Ombretta Colli al vertice del partito in Lombardia, si beccò da Gaber una di quelle frasi che lasciano il segno: «Non temo Berlusconi in sè, lo temo in me».
Ecco, Pdl e Lega sono ancora lì a guardarsi in cagnesco, mostrando i muscoli a parole ma temendo che il mancato accordo elettorale possa essere disastroso a Roma come in Lombardia.
In agenda non ci sono incontri previsti per accorciare le distanze.
La Lega promette di sciogliere le sue riserve dopo l’Epifania.
Ma intanto spinge perchè a Roma il candidato premier sia il sindaco di Verona Flavio Tosi e al Pirellone in Lombardia ci vada Roberto Maroni.
Matteo Salvini, segretario del movimento sotto il Duomo insiste: «Con Maroni governatore ridurremo le tasse regionali a cominciare dai ticket sanitari nei primi sei mesi. Ma per farlo il 75% delle tasse deve rimanere qui. Chiunque voglia sostenere Maroni dovrà sottoscrivere questo impegno».
Della serie, prendere o lasciare come twitta pure Maroni: «E’ un punto essenziale del programma della Lega».
Il Governatore della Campania Stefano Caldoro del Pdl è l’unico a replicare: «Quella proposta è uno spreco improduttivo. Si premi il più bravo e non il più ricco». Controreplica del Governatore del Veneto Luca Zaia: «È il Veneto che ha le tasche piene di pagare per chi spreca, per tutti gli sprechi che sono la rovina dell’Italia e che hanno prodotto come unico risultato di avere duemila miliardi di debito pubblico e il pagamento di 80 miliardi di interessi».
Alla fine le distanze rimangono chilometriche.
Pure sul discorso di fine anno del presidente Napolitano che al Pdl è piaciuto e a Roberto Maroni fa dire: «Angelino Alfano che critica Monti è lo stesso Alfano che elogia Napolitano che nel discorso di fine anno elogia Monti?».
Un’iperbole verbale quasi da niente, di fronte alle esternazioni di Silvio Berlusconi che nelle ultime 48 ore sui rapporti con la Lega dice tutto e il suo contrario: «Con la Lega non c’è un problema sul candidato premier», «Ho fiducia su una possibile alleanza con la Lega», «Se Lega va da sola cadranno Piemonte e Veneto», «Al Veneto ho chiesto di non staccare la spina», «Ceduto alla Lega posizione di privilegio» fino all’ultimatum secondo cui «o con la Lega c’è un accordo globale altrimenti non c’è alcuna ragione di sostenere un loro candidato in Lombardia».
Il sindaco di Verona Flavio Tosi gli risponde per le rime: «Gli italiani vogliono il cambiamento. Silvio Berlusconi, che tanto ha fatto di positivo in passato, oggi non rappresenta il cambiamento».
E il cambiamento sarebbe ovviamente Maroni, in politica da oltre venti anni…
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Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
VORREBBE ACCORDARSI CON IL PDL PUR DI OTTENERE LA POLTRONA IN LOMBARDIA, MA NON PUO’ CONCEDERE UN’ALLEANZA AL CAVALIERE PERCHE’ I VENETI GLI FAREBBERO LA FESTA…E ALLORA IL PORTAVOCE DELLA VOTINO PERDEREBBE ANCHE LA SEGRETERIA DELLA LEGA
L’alleanza con la Lega “spero si possa fare ma non è obbligatoria, perchè pensiamo di
avere la possibilità lo stesso di vincere anche se andassimo separati. Ma ci sono alcuni cose che non mi convincono e che dobbiamo chiarire”.
Berlusconi lascia ancora aperta la partita con il Carroccio, al termine del vertice sulle alleanze fra i due partiti che si è tenuto nella sua casa milanese di via Rovani.
Un summit nel quale si è rischiata la rottura, come minacciato da un tweet non proprio beneagurante del segretario Pdl Angelino Alfano: “Discussione con Lega ancora in corso. Alcune importanti questioni, però, non ci convincono e potrebbero indurci a separare il nostro percorso”.
No a Silvio premier.
La Lega ha chiesto ancora una volta un passo indietro di Berlusconi da candidato premier come condizione irrinunciabile per stringere l’alleanza con il Pdl.
Al Cavaliere, Maroni e i suoi riconoscerebbero il ruolo di capo della coalizione.
Ma l’indicazione per la premiership dovrebbe essere per Angelino Alfano o aperta anche ad altri nomi, eccetto l’ex premier.
Che, dal canto suo, nega problemi sulle candidature: “Non abbiamo parlato di candidati premier – ha detto – non abbiamo posizioni inconciliabili con la Lega, è su altre cose che discutiamo”.
Il nodo delle alleanze.
Altro punto di divergenza fra i due partiti è la richiesta da parte della Lega di un’alleanza in Lombardia prima di discutere di quella (eventuale) sul piano nazionale.
Su questo punto Berlusconi non ha intenzione di cedere e l’ha ribadito anche in mattinata, precisando che “se il Carroccio andrà al voto da solo rischia di diventare un partito piccolo, assolutamente ininfluente” a Roma.
Il Cavaliere è tornato quindi a minacciare il ritiro del Pdl dalle alleanze nelle giunte di Piemonte e Veneto e in un centinaio di amministrazioni comunali, nel caso in cui i leghisti non dessero il via libera all’alleanza a livello nazionale.
La risposta di Zaia.
Chiamato in causa, ancora una volta il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha risposto alle affermazioni dell’ex premier: “Mandarci a casa adesso sarebbe un danno inimmaginabile per cinque milioni di veneti. Se dovesse prendere questa decisione, Berlusconi se ne dovrebbe assumere la responsabilità “.
Quanto alla chiusura dell’accordo nazionale tra Lega e Pdl, Zaia si è limitato ad osservare che “la delega è nelle mani di Maroni, che è doppiamente coinvolto, in quanto anche candidato alla Regione Lombardia”.
Salvini, il Pdl non mantiene gli impegni. All’attacco è andato anche il segretario regionale della Lega, Matteo Salvini che ha precisato: “La candidatura di Maroni ha un fondamento, che il 75% delle tasse pagate dai Lombardi rimanga in Lombardia. Questo è un punto non negoziabile e se il Pdl non è in grado di mantenere questo impegno, è un problema suo”.
In realtà Maroni è circondato da alleati interni che alzano il prezzo per mettere in difficoltà lui e costringerlo alla sconfitta per poi succedergli in modo indolore.
Se poi Pdl e Lega si presentassero alleati in Regione e Maroni perdesse lo stesso contro Ambrosoli e Albertini anche Bobo sarebbe spazzato via.
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Dicembre 29th, 2012 Riccardo Fucile
MARONI HA PRESO IN MANO IL PARTITO SOLO DOPO CHE IL CERCHIO MAGICO ERA STATO SPAZZATO VIA DALLA MAGISTRATURA… LA FASE DEL DIALOGO CON CONFINDUSTRIA CHE HA DISORIENTATO LA BASE…E ANCORA SCANDALI IN REGIONE E IL FLIRT CON SILVIO INVISO ALLA BASE
Dalle ramazze al (nuovo) inciucio?
In dodici mesi la Lega Nord è passata da Umberto Bossi a Roberto Maroni, dalla Padania alla macroregione, dalle corna alle cravatte, da “Roma ladrona” a “Prima il nord”.
Ma, tanto ha fatto e tanto ha brigato, che Maroni rischia di tornare da dove era partito.
Il 2012 della Lega è stato tutto un tumulto, un susseguirsi di colpi di scena e dèjà -vu.
Un anno passato tra spaccature interne, inchieste giudiziarie, rottamazione dei vecchi leader e nuove parole d’ordine arrivate a sostituire quelle consumate da un passato senza più credibilità .
Dodici mesi che stanno per culminare con una incredibile giravolta: la candidatura di Roberto Maroni alla presidenza della Regione Lombardia potrebbe infatti riaccendere la vecchia passione e riavvicinare la Lega al Pdl del redivivo Silvio Berlusconi, quell’alleato ingombrante di cui la stessa base del Carroccio non vorrebbe più sentir parlare.
FASE UNO — LE DIVISIONI INTERNE
Tutto è iniziato con l’esplosione dei malumori interni, covati per mesi nel cuore e nella pancia della base militante.
Una base stanca di un partito troppo legato agli scranni capitolini e sempre più distante dalle istanze del territorio. Così sono emerse, in tutta la loro evidenza, le divisioni tra i fedelissimi di Umberto Bossi e i barbari sognanti che spingevano per l’incoronazione di Roberto Maroni.
Le prime avvisaglie sono arrivate a ottobre del 2011, in occasione del congresso provinciale di Varese.
Nella sala dell’Ata Hotel è stata negata ai delegati la possibilità di votare ed è stato imposto un segretario provinciale bossiano: Maurilio Canton. Tanto è bastato per far scoppiare il putiferio.
Durante l’assemblea i militanti hanno dato vita a delle aperte contestazioni, consumate sotto lo sguardo incredulo di Bossi.
Nelle settimane e nei mesi a venire lo scontro è andato acutizzandosi e, senza che Roberto Maroni sia mai dovuto uscire allo scoperto, il movimento dei maroniani ha iniziato la propria rivolta, combattendola sul web e nelle segreterie.
L’apice di questa fase preparatoria è arrivata tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 quando, sull’onda del crescente consenso riscosso da Roberto Maroni dopo la caduta del governo Berlusconi, la segreteria federale ha vietato all’ex ministro dell’Interno di parlare in pubblico.
Una mossa che si è rivelata ben presto una clamorosa autorete da parte dei bossiani.
Nel giro di poche ore, infatti, centinaia di segreterie cittadine sparse in tutto il Nord hanno invitato Roberto Maroni a tenere comizi nelle loro città .
A quel punto a Maroni sarebbe bastato raccogliere i frutti della battaglia combattuta dal “suo” esercito senza generale.
E invece l’ex ministro degli Interni continuava a non esporsi.
FASE DUE — BOSSI GATE
Con i tumulti ancora in corso e un partito barcollante, a spianare la strada a Maroni ci hanno pensato le inchieste giudiziarie.
Mentre tutti aspettavano che Bobo, il barbaro sognante, infliggesse il colpo di grazia al vecchio Capo ormai delegittimato dalla sua stessa base, le procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria hanno fatto esplodere lo scandalo sull’utilizzo dei finanziamenti ai partiti.
Tutto è iniziato dall’indagine sull’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, ma l’azione delle procure si è presto allargata, travolgendo nomi eccellenti nel panorama leghista.
Il figlio del Senatùr, Renzo Bossi, è stato tra i primi a dover lasciare la comoda poltrona di consigliere regionale. Assieme al “Trota” nel tritacarne è finita anche la pasionaria Rosi Mauro, vicepresidente del Senato e “badante” di Umberto Bossi.
In quelle settimane ogni giorno ha segnato inesorabilmente un passo verso il baratro. Soldi investiti in Tanzania, diamanti acquistati con i fondi di partito, addirittura una laurea in Albania per Renzo e rimborsi elettorali utilizzati per mantenere la famiglia del Capo.
Ai sospetti si aggiungono le intercettazioni, le mezze ammissioni.
La verità è che la Lega in versione primavera 2012 offre uno spettacolo da Prima Repubblica.
Uno spettacolo davanti al quale la storica base leghista, quella che affollava le piazze al minimo cenno del Capo, ha perso ogni speranza.
I sondaggi danno il Carroccio in picchiata, anche i più ostinati difensori di Bossi hanno dovuto arrendersi all’evidenza, accettando il fallimento del sistema. Un fallimento davanti al quale lo stesso Senatùr si è visto costretto a rimette il proprio mandato di segretario nelle mani del partito, aprendo la strada al congresso federale che mancava da dieci anni.
Per Roberto Maroni, in quel momento, è stato facile agitare le ramazze chiamando a raccolta i suoi barbari, in nome di una nuova Lega, più pulita e meritocratica, capace di spazzare via la vecchia classe dirigente con tutti i suoi vizi.
Così, il 10 aprile, alla fiera di Bergamo, dopo che la valanga giudiziaria e il tifone mediatico avevano ormai ridotto in brandelli la Lega, Roberto Maroni è salito sul palco assieme a un Umberto Bossi in lacrime, irriconoscibile, prendendosi la guida di quel che restava del partito.
FASE TRE — MARONI SI TROVA AL COMANDO
La Lega nella fase di transizione dall’era bossiana a quella maroniana è un partito completamente allo sbando.
Alle elezioni amministrative della primavera 2012 ha perso in quasi tutti i comuni interessati dal voto, uno dei peggiori risultati di sempre nella storia del partito.
L’unico successo degno di nota è stato quello di Verona, la città di Flavio Tosi, leghista atipico che piace molto a Maroni, che lo elegge a modello da imitare, per la sua capacità di guardare oltre i confini ristretti del partito e di parlare alla società civile, aggregando forze diverse attorno al progetto amministrativo del Carroccio.
Il primo cittadino scaligero assieme al sindaco di Varese Attilio Fontana e all’eurodeputato Matteo Salvini sono stati tra i principali sponsor dell’atto finale dell’affermazione maroniana che si è compiuta a luglio, in occasione del congresso federale, che non ha tradito le attese incoronando Roberto Maroni come nuovo segretario della Lega Nord.
Nelle settimane precedenti il Veneto e la Lombardia avevano anticipato il risultato, finendo sotto il controllo della nuova guardia leghista (a Tosi il Veneto, a Salvini la Lombardia).
Vestiti i panni del segretario, Maroni ha provato a restituire un’identità al partito, calandosi nel ruolo dell’anima candida, critico con il Governo e con chi lo ha sostenuto, vicino alla gente.
Il lavoro di Maroni è stato tutto volto a costruire una nuova immagine per la nuova Lega, con meno corna e più cravatte.
Così il neo-segretario ha indossato subito il vestito buono e ha iniziato a dialogare con la cosiddetta società civile, convocando grandi assemblee per incontrare di volta in volta gli industriali, le associazioni di categoria e gli amministratori locali.
Di fronte a questo nuovo modo di operare la base storica è rimasta in una certa misura smarrita.
Il nuovo corso del Carroccio, depurato dalle vecchie parole d’ordine (secessione e federalismo), è diventato più difficile da comprendere ed ha perso ampie fette di consenso nei territori di recente conquista (come l’Emilia Romagna), ridimensionando la presenza anche nelle roccaforti storiche.
La Lega 2.0 ha iniziato a parlare di “macroregione del nord”, con l’obiettivo dichiarato di assumere il controllo diretto della Lombardia per fare asse con Veneto, Piemonte e Friuli, anche a scapito della presenza nei palazzi romani.
FASE QUATTRO — CASO LOMBARDIA E RIAVVICINAMENTO AL PDL
Ma è proprio dalla sua ostinata rincorsa alla guida della Lombardia che Maroni rischia di fare un pericoloso salto nel passato.
Quando è arrivato il momento di definire candidature e alleanze in vista delle elezioni del prossimo febbraio (a seguito degli scandali che hanno travolto il Pirellone e il suo presidente Formigoni sostenuto anche dal Carroccio), l’ex ministro dell’Interno non ha esitato a riallacciare i rapporti con un Pdl sempre più a pezzi, spingendosi fino alla tana del diavolo per trattare direttamente con Silvio Berlusconi pur di assicurarsi la guida della Regione a lui più cara.
Un patto di reciproco sostegno che era nell’aria da mesi, da quando cioè Maroni ha iniziato ad ammorbidire le posizioni nei confronti di Angelino Alfano, dichiarando a più riprese che il dialogo con il Pdl sarebbe ripreso se e quando il Pdl avesse staccato la spina al Governo Monti.
Ora il governo Monti non c’è più e il dialogo tra la Lega e il Pdl si è fatto più intenso, tanto che l’idea del vecchio asse Pdl — Lega, ritenuta impossibile solo fino a qualche settimana fa, oggi sembra essere una delle poche alternative al fallimento del centro destra.
Un equilibrismo che molti dei militanti e dei quadri leghisti hanno affermato apertamente di non gradire, preferendo di gran lunga la prospettiva di un’onorevole sconfitta solitaria ad una vittoria da condividere con un alleato ingombrante.
Uno su tutti il segretario Lombardo della Lega, Matteo Salvini, che è più volte intervenuto a gamba tesa sulla possibilità di un accordo con il Pdl.
Maroni doveva sciogliere le riserve in queste ore a Bergamo, di fronte a quel che rimane del pubblico tradizionale del Carroccio.
Ma, ancora una volta, ha preferito rimandare.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 18th, 2012 Riccardo Fucile
CON ALBERTINI IN CAMPO I PADAGNI SI SONO ACCORTI CHE MARONI ANDREBBE SOLO A SBATTERE E NON SANNO PIU’ COME USCIRNE
L’annuncio della vigilia era roboante: lunedì al “federale” si decide, il Pdl dica se appoggerà la
candidatura di Maroni in Lombardia, «altrimenti andiamo da soli», tuonava il segretario.
E invece niente, dopo il vertice della mattinata ad Arcore tra Berlusconi e Maroni, la Lega prende tempo fino a venerdì, guarda caso il giorno della verità per Monti, quando i due si vedranno di nuovo.
Ma il segretario, dopo l’incontro con il Cavaliere avverte i suoi: «Da soli in Lombardia perdiamo».
A Villa San Martino, l’ex premier (c’è anche Alfano) ribadisce di puntare su Maroni nella difficile partita lombarda.
Però bisogna ricostruire l’alleanza alle politiche.
Se c’è Monti la Lega si sfila, e dovrebbe sfilarsi pure se a guidare il centrodestra ci fosse Berlusconi, come conferma il leader del Carroccio in serata.
Ma l’investitura di Alfano a candidato premier, chiesta proprio da “Bobo”, da Berlusconi non arriva.
C’è dunque bisogno di un supplemento di trattativa.
Nel pomeriggio “federale” tormentato, circa tre ore: e alla fine il segretario si fa consegnare un «mandato pieno» in vista dell’incontro di venerdì.
Ma la prospettiva di un nuovo matrimonio col Pdl mette molti in allarme. Soprattutto i non lombardi. «Gli ultimi scandali sui rimborsi dei consiglieri regionali rendono la partita in Lombardia molto più difficile; senza il Pdl andiamo incontro a una più che probabile sconfitta», dice a più riprese il segretario, che ancora spera nella carta Alfano.
Però il prezzo da pagare è troppo alto, e una serie di interventi a raffica lo sottolinea. Gianluca Pini, segretario della Romagna, è tra i più accesi: «Sì, la Lombardia per noi è strategica, ma se torniamo con Berlusconi andiamo a sbattere e poi chi ci garantisce che Albertini si ritirerà ?»
In effetti l’ex sindaco che si è riscoperto “montiano” è lanciatissimo, e la sua corsa preoccupa non poco il leader del Carroccio.
Che ha in mano un sondaggio: con Albertini in campo, Maroni al 25 per cento, 12 punti in meno del candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli. Senza Albertini, invece, vincerebbe il leghista: con il 39 per cento.
Flavio Tosi scuote la testa e dice che se proprio ci si deve alleare con il Pdl in Lombardia bisogna «almeno» rinunciare a presentarsi alle politiche.
Tutto in queste ore passa da Arcore.
Silvio Berlusconi riceve a Villa San Martino anche Ignazio La Russa per benedire, presente Daniela Sananchè, la scissione tanto annunciata.
Poche ore dopo il “colonnello” la può annunciare a Porta a Porta.
L’incontro di Arcore si chiude con una stretta di mano e la prospettiva di una federazione, comunque, alle politiche.
La Santanchè resta tuttavia col Cavaliere.
Ma quello di La Russa è un doppio strappo.
A sorpresa non lo segue il “gemello” di una vita, Maurizio Gasparri, che resta come Matteoli e Ronchi nell’alveo berlusconiano.
E col passare delle ore anche Alemanno e la Saltamartini e i deputati a loro vicini dicono no a La Russa.
Continuano invece le trattative con Giorgia Meloni e Guido Crosetto, reduci dal successo della loro manifestazione di domenica.
Ieri il faccia a faccia tra la ex ministra e La Russa non è stato risolutivo.
Lei non vuole «annettersi» a qualcosa che è già nato altrove.
«Centrodestra nazionale è solo una ipotesi di nome » precisa non a caso lui da Vespa. Nel braccio di ferro innescato si discute di organigrammi e posti in lista, con la Meloni che ha ormai accarezzato il sogno di una corsa da leader. In serata lei e Crosetto firmano un comunicato per frenare: «Confronto aperto in attesa di risposte».
Le trattative continuano ma molti le danno in dirittura d’arrivo.
Rodolfo Sala
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Dicembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA STEFANO GALLI HA PAGATO LO SPOSALIZIO DELLA FIGLIA, MA NON HA NULLA DA DIRE
La segretaria, è colpa della segretaria. 
Lo ripetono quasi tutti i consiglieri regionali lombardi indagati per i rimborsi allegri con l’accusa di peculato.
Saranno pure “quasi tutte spese lecite perchè la legge che ci siamo dati le consente”, come dice il capogruppo del Pdl lombardo Paolo Valentini, indagato per 115 mila euro di rimborsi vari chiesti (e ottenuti) negli ultimi cinque anni, ma le ricevute presentate dai consiglieri appaiono grottesche rispetto alle voci per cui sono state chieste: spese di rappresentanza e attività politica.
E grottesche sono le giustificazioni.
Così il libro di Paolo Guzzanti, Mignottocrazia , rimborsato a Nicole Minetti, rientra nella voce “aggiornamenti professionali”, spiega l’ex igienista dentale raggiunta telefonicamente sull’iPhone 5 anch’esso pagato dal Pirellone.
Quel libro “parla anche di me ed era necessario che io lo leggessi, non c’è nulla di illegale”.
E i barattoli di sabbia, l’oggettistica acquistata all’Ikea?
Sono legittimati dalla “necessità di arredare il mio ufficio, cosa dovrei farci altrimenti?”, risponde quasi seccata.
In quest’ottica del tutto è giustificabile perchè la legge ce lo consente, Roberto Formigoni, esperto di ricevute presentate e non (soprattutto), si spinge sfidando la temerarietà ad affermare che “gli usi impropri di denaro sono limitati al 5% del totale del gruppo”.
E poi insomma “anche Pd, Idv e Sel usano gli stessi metodi: li abbiamo definiti e approvati insieme”, ha detto ieri il governatore.
E non gli par vero di poter parlare dei problemi di altri: “L’uso ingiustificato dei rimborsi nel Pdl è minimo, noi abbiamo solo un caso, le cartucce e i matrimonio non ci riguardano”.
SALSICCE NORIMBERGA
Tradotto: la Minetti è roba nostra, per gli altri citofonare Lega Nord.
Risponde Pierluigi Toscani, il consigliere del Carroccio che si è fatto rimborsare cartucce da caccia, merendine, lecca lecca, gratta e vinci, zucchero, semolino e salsicce di Norimberga. “Non lo sapevo, non volevo”, dice sull’orlo della disperazione.
“I giornali mi hanno trattato come un mostro per questa storia delle cartucce da caccia, ma è stato un disguido: la segretaria credeva fossero quelle della stampante. Colpa sua, colpa sua, doveva controllare lei. Io consegno tutte le ricevute poi verificano e mi fanno il bonifico di 1.200 euro al mese, mica controllo, ne spendo almeno tremila”.
In lecca lecca e gratta e vinci quanto spende? “Mica li rimborsano o magari sono scontrini finiti nel mucchio. Capita. Ogni tanto compro qualche caramella insieme al biglietto del treno e così finisce sullo scontrino ma mica mi rimborsano tutto”.
E poi insomma, aggiunge scocciato, “io non bevo il caffè quindi magari mangio un cioccolatino e ripeto: la segretaria mi ha chiamato in lacrime, ma ormai che vuol fare è andata così”.
IL DIABETICO IN PASTICCERIA
Nella Lega i dolci vanno forte.
Cesare Bossetti ha speso 15 mila euro in pasticceria pur essendo diabetico: “Infatti lì ci pranzo, è tutto in regola”, taglia corto.
E ricorda che comunque può spendere fino a 18 mila euro quindi va bene così.
Anche Angelo Ciocca, altro leghista indagato per i rimborsi allegri, non ha nulla da rimproverarsi. Anzi, fa notare che “a fronte dei 70 pranzi che mi vengono contestati dell’anno scorso io in aula ci sono andato ben 400 volte, quindi ho chiesto poco rispetto a quanto avrei dovuto”.
Potere della rappresentanza politica.
Il capogruppo Stefano Galli, che nei rimborsi ha messo anche le spese del matrimonio della figlia Valeriana, ha il telefonino spento e quello di casa suona a vuoto.
L’ammiccante voce femminile con cui Galli ha personalizzato la segreteria telefonica del cellulare comunica, tra sospiri e rumori gutturali, che “al momento il tuo amico è impegnato in una situazione molto toccante”.
Per inciso: l’utenza è pagata dalla Regione.
Risponde invece Luciana Ruffinelli.
La leghista che si è fatta rimborsare anche i Mon Cherì. “Ma si figuri, non mi piacciono neanche, li avrò regalati. Che ci devo dire… Anzi sicuramente li avremo presi alla cassa pagando il pranzo, infatti quel cioccolatino è allegato a due scontrini ben più corposi”.
Appunto. “Ma noi non abbiamo i ticket come tutti gli altri impiegati e possiamo avere mille euro di rimborsi per i pranzi”.
Non proprio una cifra da buoni pasto.
“Ma siamo consiglieri, consiglieri regionali e comunque io sono una donna delle regole: mi attengo alle regole che mi sono state date”.
Il dvd del cartone animato Disney quindi rientra nelle spese politiche? “No, non era mio”.
E la ricevuta di 35 euro della spesa fatta in Francia, quella l’ha fatta lei? “Spesa? Ma va, si figuri: ho comprato dei biglietti di auguri di Natale molto belli, molto”.
LA CENA COL TARTUFO
Tra gli 11 leghisti indagati c’è anche Davide Boni, ex presidente del consiglio. Tra le sue spese anche una “cena di rappresentanza” per 644 euro di cui 180 per 30 grammi di tartufo.
Boni non risponde al cellulare, ma si stupisce su Facebook: “I giornalisti mi inseguono e chiamano per sapere. Vorrei sapere anch’io”.
C’è chi, a quanto pare, mangia a sua insaputa.
E nel silenzio in cui si è chiusa la maggioranza del dimissionario consiglio (che mercoledì si riunisce), torna a parlare Filippo Penati.
“Da vicepresidente non ho presentato neppure una fattura, uno scontrino o una ricevuta fiscale”.
Neanche al Pirellone si può avere tutto.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: LegaNord, Maroni | Commenta »