Ottobre 18th, 2010 Riccardo Fucile
IL NUOVO INTERESSANTE SAGGIO DI GIORDANO BRUNO GUERRI SU BRIGANTI, PATRIOTI E ILLUSI: PROVE DI GUERRE CIVILI 1860-70
Pubblichiamo l’introduzione del libro di Giordano Bruno Guerri “Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio 1860-70 (Mondadori, pagg. 302, euro 20)” in uscita martedì prossimo.
Un saggio anti-retorico che diventa un’occasione – in questo 150 º anniversario dell’Unità d’Italia – per sfatare molti luoghi comuni che orientano il nostro giudizio sul Risorgimento.
Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali.
L’Italia «una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un’astrazione.
Ma in che modi e con che spirito fu compiuta l’impresa? Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?
Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all’abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l’Unità integrava davvero identità , culture, tradizioni, persino lingue diverse?
Oppure si raggiungeva soltanto l’unità politica?
«Si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d’Azeglio, con retorica sufficiente a velare un’intenzione che non c’era – almeno non in tutta la classe dirigente – e non ci sarebbe stata.
Lo stesso d’Azeglio scrisse, in una lettera privata: «La fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso».
Una parte del nuovo Stato era già «italiana», l’altra non lo era affatto.
Occorreva dunque educarla a essere diversa da sè, a costo di snaturarla.
Ai primi segni di insofferenza del Sud, nacque subito una contrapposizione rancorosa: «noi» contro «loro». «Noi», i civilizzatori; «loro», i brutali indigeni. «Noi», i portatori di giustizia e legalità ; «loro», i briganti.
A dividere gli uni e gli altri, c’era una diversità radicale e radicata, non un’inconciliabilità momentanea. Qualcosa di molto simile a un’estraneità , che si finì per aggravare.
La storia – a partire dalla Rivoluzione francese – aveva insegnato che, appena si annunciano grandi cambiamenti, dal cuore antico di masse amorfe e analfabete prorompe l’animus di un’opposizione sanguinaria.
Per sminuirne la portata, tale opposizione veniva svilita – dagli intellettuali, dai politici e dall’opinione pubblica – a una viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali.
Si trattava, invece, di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale. Ma, per liquidarla, i maestri della Rivoluzione francese avevano già capito che il segreto stava nell’accomunare la rivolta al delitto comune.
Anche in Italia la ribellione – di reazionari, contadini e clericali – contro lo Stato appena costituito fu etichettata «brigantaggio». Al Sud c’erano banditi veri, criminali comuni, prima, durante e dopo l’Unità .
A questi delinquenti vennero equiparati i «briganti», come vennero chiamati i meridionali in lotta per scacciare gli «stranieri» che sbandieravano una fratellanza forzata; dall’altra parte non c’erano parenti, affini, connazionali, bensì un popolo nemico, un invasore brutale e arrogante, venuto da lontano.
Nessuna solidarietà , nessuna vicinanza, nè culturale, nè umana, nè politica: i briganti non si sentivano «italiani».
I nemici erano usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze. Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l’uno venisse a patti con l’altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale.
Si preferì l’azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare.
Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele.
Ufficiali e soldati italiani si sentirono avamposti in pericolo, esploratori in una terra popolata da una razza diversa, percepita come inferiore .
Con la legge Pica, dell’agosto 1863, il governo italiano – in pieno accordo con il Parlamento – impose lo stato d’assedio, annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adottò la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri.
Mentre accadeva tutto questo, c’era chi vedeva dietro il brigantaggio l’intervento del Papa, chi la longa manus borbonica, e in parte avevano ragione.
Ma ne aveva di più chi suggeriva, inascoltato, che la causa principale andasse ricercata nelle oggettive condizioni di minorità sociale e di miseria della plebe meridionale.
La verità su cui al Nord tutti concordavano è che, appena nata, l’Italia era già madre di due figli diversi: uno di cui andare fieri, l’altro bisognoso di severe lezioni.
Per gli uomini dei Savoia, i briganti erano l’emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato.
Ma non basta l’approccio razzistico a spiegare l’atteggiamento tenuto nei suoi confronti, c’è dell’altro: potremmo chiamarla la sindrome del «chi ce l’ha fatto fare?».
Si spiegano così prima la spietatezza della repressione, poi l’adozione di una politica economica e sociale del tutto inadeguata ai problemi del Mezzogiorno; più tardi la perseveranza con cui quei problemi vennero liquidati come sintomi indelebili di arretratezza e di parassitismo.
Il brigantaggio rappresentava il segnale d’allarme di un guasto grave, e non solo per l’ordine pubblico.
Il modo in cui fu combattuto sviluppò quella che sarebbe diventata la «delinquenza organizzata», e accrebbe a dismisura la gravità di una questione meridionale destinata a incancrenire la vita politica del Paese perpetuando la contrapposizione Nord-Sud.
I contadini saliti sui monti furono – con le sole armi che avevano a disposizione, la disobbedienza e il banditismo – i ribelli di una storia che li aveva ignorati, di un processo che aveva sancito la rimozione della loro cultura e della loro tradizione.
Furono la spina nel fianco del potere, almeno per cinque lunghissimi anni.
Saranno sconfitti, ma grazie alla loro rivolta, si rafforzò la sensazione che la terra abitata da quel popolo sarebbe stata la «palla al piede» della nazione.
«Ci avete voluti, imponendoci la vostra volontà : ora pagate le conseguenze».
Ecco cosa sembrava dire il Sud al conquistatore.
Tutto ciò rivela gli errori e le colpe di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile.
Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo.
È una retorica che vuole il nostro Risorgimento fatto solo di eroi, di martiri, di Bene opposto al Male.
È una storia alla quale tuttora manca una profonda opera di revisione storiografica .
Perciò il brigantaggio postunitario è stato, lungo il secolo e mezzo di storia nazionale, poco più di una parentesi della quale si sono perse le tracce, quasi un incubo da rimuovere e censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.
I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della damnatio memoriae.
A loro, non spetta l’onore delle armi. Gli sconfitti sono scomparsi nella zona d’ombra in cui li ha relegati la cattiva coscienza dei padri della patria.
Una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia.
C’è solo da sperare che, con le prossime celebrazioni dei 150 anni di Unità nazionale, si rinunci almeno in parte al conformismo retorico e patriottardo: aggettivo molto diverso da «patriottico».
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Ottobre 17th, 2010 Riccardo Fucile
PER IL 71,9% E’ LA QUESTIONE PRIORITARIA, INSIEME AL LAVORO… IL 75% ACCUSA I GOVERNI DI MANCANZA DI CORAGGIO NEGLI INVESTIMENTI E NELL’INNOVAZIONE… GRANDE SPERANZA NELLE ENERGIE ALTERNATIVE PULITE, SOLO IL 30% A FAVORE DEL NUCLEARE
Che al primo posto nelle preoccupazioni degli italiani ci fosse l’occupazione – o per
meglio dire la disoccupazione – non era difficile da prevedere.
Ma al secondo posto troviamo l’ambiente.
Più di 7 italiani su 10 sono preoccupati per l’inquinamento e per lo spreco di risorse che derivano da scelte vecchie, dalla mancanza di coraggio e di innovazione.
E quando dal generale si scende al particolare, al locale, la protesta si concentra sull’arretratezza del sistema di trasporti che in Italia penalizza il trasporto su ferro a vantaggio degli ingorghi su gomma.
E’ questa la fotografia che emerge dal sondaggio, curato da Lorien Consulting e dal mensile La Nuova ecologia, reso noto al Forum QualEnergia organizzato a Firenze da Legambiente e Kyoto Club.
Dopo il tema lavoro (88,1 per cento di risposte in un questionario in cui si potevano barrare fino a tre caselle) e il pacchetto dei problemi ambientali che si colloca a quota 71,9 per cento, nella classifica sulle preoccupazioni degli italiani troviamo la debolezza della classe politica (24,6 per cento), il terrorismo e la guerra (23 per cento), i conflitti istituzionali (14,5).
L’Ecobarometro segna dunque tempesta.
E indica i responsabili.
Il 75,7 degli intervistati ritiene che il governo centrale potrebbe fare di più per risolvere i problemi ambientali.
Mentre il giudizio sulle amministrazioni locali, pur restando negativo, è meno severo: sono bocciate dal 61,5 per cento delle risposte.
Dal sondaggio emerge poi una grande speranza nei confronti delle fonti energetiche pulite.
L’indice di gradimento vede al primo posto il solare, seguito da eolico e idroelettrico.
Bocciato il nucleare: solo il 30 per cento delle risposte è a favore e si scende al 25 per cento se la prospettiva è quella di una centrale atomica nella regione in cui si vive.
Non si tratta solo di aspettative e giudizi teorici.
Molti degli intervistati hanno cominciato a fare quello che potevano.
Il 98 per cento usa lampadine ad alta efficienza, il 96 per cento ha comprato un elettrodomestico che riduce i consumi, il 73 per cento ha adottato una misura di coibentazione (dall’isolamento delle pareti ai doppi vetri).
E di fronte all’ultima, provocatoria domanda del sondaggio (avendo un milione di euro meglio investirli in una grande azienda automobilistica come la Fiat o aiutare una nuova impresa nel settore delle rinnovabili?) il 77 per cento degli intervistati ha optato per le rinnovabili.
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Ottobre 16th, 2010 Riccardo Fucile
LE COMMISSIONI CULTURA E BILANCIO DELLA CAMERA REGALANO 120 MILIONI DA RIPARTIRE TRA I SINGOLI PARLAMENTARI PER FINANZIARE INTERVENTI SU EDIFICI SCOLASTICI NEL PROPRIO TERRITORIO ELETTORALE…SIAMO ANCORA AI TEMPI DEL PRINCIPE CHE ELARGIVA LE BRICIOLE DI PANE DAL BALCONE DELLA REGGIA
Arriva la “legge mancia” per gli edifici scolastici.
Le commissioni Cultura e Bilancio della Camera hanno a disposizione 120 milioni di euro circa, stanziati nell’ultima finanziaria, per ristrutturare edifici scolastici, modernizzarli, migliorarli.
Una misura che sarebbe assolutamente normale, anzi meritoria, viste le condizioni in cui si trovano i 42 mila edifici scolastici presenti nell’intero territorio nazionale, se non fosse per un piccolo particolare: la somma sarà ripartita tra i singoli parlamentari delle commissioni e ognuno potrà spenderli come vuole.
Il riferimento alla “legge mancia” per il deputato è quasi obbligatorio.
Nel 2004 l’allora governo Berlusconi inventò una legge che consente a deputati e senatori di assegnare risorse a enti e associazioni (anche private) per gli scopi più disparati: il “Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio”.
Lo scorso mese di il Senato varò la norma per gli anni 2009, 2010 e 2011: 165 milioni in totale, che sono andati a parrocchie, scuole private, associazioni sportive, ma anche Comuni e Province.
A fare scalpore, quest’anno, è stato il finanziamento di 800 mila euro (300 mila per il 2009 e 500 mila per il 2010) elargito “per ampliamento e ristrutturazione” della scuola Bosina di Varese.
Un istituto paritario fondato nel 1998 dalla signora Manuela Marrone, maestra di scuola elementare di lunga esperienza, in opposizione alla riforma, allora attuata e tuttora in vigore, che prevede fino a sette insegnanti diversi a partire dal primo anno della scuola primaria invece della maestra unica.
La signora Marrone, oltre ad essere una maestra di scuola primaria, è anche la moglie del leader della Lega, Umberto Bossi.
La “legge mancia” per gli edifici scolastici servirà in concreto a finanziare opere che garantiscono al parlamentare un ritorno elettorale.
Non è stato stabilito alcun criterio per l’assegnazione dei fondi, nè il parlamentare dovrà rendere conto a qualcuno.
E non essendoci criteri di priorità e di emergenza, quei soldi sono a disposizione, di fatto, per una sorta di campagna elettorale pagata con i soldi dei cittadini.
La situazione degli edifici scolastici in Italia è abbastanza preoccupante.
I plessi scolastici individuati di recente dal ministero dell’Istruzione come bisognosi di interventi urgenti, anche su elementi non strutturali, sono quasi 13 mila: il record con il 54 per cento di scuole “sgarrupate” è della Calabria, seguita dal Lazio, che conta 42 edifici su 100 a rischio.
Ma dei 13 miliardi di euro, individuati dal sottosegretario Guido Bertolaso all’indomani della tragedia del liceo Darwin di Torino in cui morì il diciassettenne Vito Scafidi , ne sono stati stanziati una minima parte e spesi ancora meno.
Lo Stato dovrebbe avere il dovere di amministrare nell’interesse di tutti i cittadini e di gestire i fondi con oculatezza,in base a reali esigenze, e non di distribuire prebende clientelari.
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Ottobre 15th, 2010 Riccardo Fucile
IL PARTITO PIU’ FORTE DEL PARLAMENTO E’ QUELLO CONTRO LO SCIOGLIMENTO ANTICIPATO DELLO STIPENDIO: 245 DEPUTATI E 107 SENATORI MATURERANNO LA PENSIONE IN PRIMAVERA….SE I NUOVI PARLAMENTARI DEVONO ADESSO ARRIVARE AL TERMINE DELLA LEGISLATURA, AI PIU’ ANZIANI BASTA LA META’ PIU UNO
Altro che le dichiarazioni di guerra di Umberto Bossi che tuonava chiedendo le elezioni anticipate come unico rimedio per togliere le pastoie al governo e sottrarsi al ricatto dei “traditori” di Futuro e Libertà .
Altro che prendere in considerazione le uscite di Di Pietro quando proclama la necessità di chiudere la legislatura per tentare con il voto di mettere in ginocchio il Pdl e distruggere Berlusconi.
Va già meglio la linea del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che prima del ritorno alle urne ipotizza un governo di transizione.
Altro che elezioni anticipate: per un folto drappello parlamentare l’Italia ha bisogno di continuità politica.
Per risolvere la crisi economica, ma soprattutto per consentire agli onorevoli deputati e senatori che ne hanno bisogno di completare felicemente la legislatura.
Mentre Fini e Berlusconi se le danno di santa ragione mettendo a rischio la sopravvivenza del Parlamento e l’opposizione è dibattuta sul ritorno al voto, a Montecitorio e palazzo Madama sta in agguato e silenziosamente preme uno schieramento che della stabilità ha fatto un vero dogma e che in fatto di numeri nulla ha da invidiare ai gruppi parlamentari più forti.
Si tratta del Pap, il Partito degli aspiranti alla pensione, deputati e senatori che desiderano solo completare il mandato per maturare l’anzianità indispensabile per riscuotere il ricco vitalizio: cinque anni alla Camera, solo quattro anni e mezzo, e vai a capire perchè, al Senato.
Nella lista degli esponenti del Pap c’è di tutto: parlamentari illustri di destra e di sinistra che almeno a prima vista dovrebbero temere poco lo scioglimento anticipato delle Camere visto che, almeno loro, in Parlamento dovrebbero tornarci sicuramente.
Gente del rango di Pietro Lunardi, Giorgia Meloni, Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini tra i berlusconiani; o di Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc; Gianrico Carofiglio (scrittore e magistrato) e Ricardo Franco Levi, ex braccio destro di Romano Prodi, del Pd.
Ma ci sono anche, e sono la maggioranza, soprattutto sconosciuti peones che per approdare in Parlamento hanno dato fondo a tutte le loro risorse, risparmi compresi, che devono ancora rifarsi delle spese e che della ricandidatura non sono affatto sicuri.
“Tra 630 deputati”, spiega qualcuno, “chi è disposto a votare per il vitalizio piuttosto che per la politica c’è sicuramente”.
Quanti? Ecco è il problema.
Nelle file del Pap militano soprattutto gli eletti per la prima volta nella sedicesima legislatura, quella inauguratasi nel 2008, e molti parlamentari in carica eletti anche nella precedente del 2006.
Prima di allora avere la pensione era molto facile, per lungo tempo è bastato addirittura mettere piede un solo giorno in Parlamento per riscuotere il vitalizio.
Poi grazie alle proteste contro i privilegi le norme sono state rese più stringenti.
Stringenti?
Si fa per dire, visto che ancora fino al 2007 bastavano due anni e mezzo per maturare il diritto, quello stesso che la gran parte dei comuni mortali conquista solo dopo 35 anni di lavoro.
L’esercito del Pap quindi resta comunque in agguato, pronto a mobilitarsi in caso di bisogno.
Il loro, ovviamente.
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Ottobre 14th, 2010 Riccardo Fucile
E ALL’HOTEL DE RUSSIE, IGNAZIO LA RUSSA URLA A CICCHITTO: “O BERLUSCONI RISPETTA I PATTI O FACCIAMO SALTARE TUTTO”… GLI EX AN VOGLIONO TUTTI I POSTI NEGLI INCARICHI LASCIATI VACANTI DAI FINIANI, MA BERLUSCONI LI CONSIDERA INVECE I VERI COLPEVOLI DELLO SFASCIO DEL PARTITO…A CORTE ORA VOLANO LE SEGGIOLE
Slitta ancora la riforma dell’Università .
Il disegno di legge, approvato al Senato lo scorso 29 luglio tra le proteste di molti ricercatori, docenti e studenti, doveva approdare alla Camera.
L’inizio dell’esame, però, è stato inizialmente spostato di un giorno dalla conferenza dei Capigruppo di Montecitorio.
Un ritardo dovuto all’analisi tecnica della Ragioneria Generale dello Stato, che ha di fatto stroncato le modifiche apportate a Montecitorio alla riforma.
Alla fine il governo ha deciso di rinviare l’esame del testo a dopo la fine della sessione bilancio.
Non prima, dunque, di fine novembre o inizio dicembre.
Il “nodo” evidenziato dalla Ragioneria è proprio quello delle coperture del provvedimento, in particolare la norma sul piano di sei anni di concorsi per nove mila ricercatori universitari.
Un punto che “Futuro e Libertà ” considera «dirimente», ovvero l’assunzione dei ricercatori prevista nell’articolo 5 bis: oltre al parere contrario, si contesta anche la quantificazione stessa dei costi, chiedendo l’acquisizione di una relazione tecnica.
“Il governo – aveva commentato Chiara Moroni dopo il primo rinvio – deve trovare la copertura, semmai rinviando l’esame del provvedimento a dopo la Finanziaria”.
La morale è che è stata fatta una figuraccia: inutile impostare delle riforme se poi non ci sono i mezzi finanziari per realizzarle.
Tremonti non ha tirato fuori i soldi per l’Università e la Gelmini è finita su un binario morto.
La proposta della Gelmini prevedeva l’assunzione di 9.000 ricercatori con la qualifica di associato dal 2011 al 2016 al ritmo di 1.500 l’anno: costo a regime, ovvero alla fine del ciclo di assunzioni, 480 milioni di euro l’anno.
Tremonti aveva imposto invece gia nel 2011 un taglio agli atenei di 830 milioni per arrivare nel tempo a 1,3 miliardi di tagli.
A che serve allora spacciare riforme se non si è in grado di finanziarle?
Mistero.
Ovviamente questa decisione di Tremonti ha scatenato le proteste della Gelmini ( per una volta ha ragione: potevano dirglielo subito) e nel pomeriggio di ieri ad Arcore c’è stata una lite tra il premier e Tremonti.
“La devi finire di fare il maestro del rigore solo quando vuoi tu, se i soldi ci sono per la Lega, li devi trovare anche per l’Università ” è sbottato il premier che ha poi aggiunto: “Non voglio fare figuracce, se non arrivano i fondi ci saranno conseguenze serie”.
E ai suoi ha aggiunto che “Tremonti sta complottando alle mie spalle”, in vista di un governo tecnico.
Ma due giorni fa, a Roma, all’hotel De Russie, è andato in scena un altro spettacolo.
La Russa ha minacciato Cicchitto che “se continua così, noi ex An facciamo gruppi autonomi: o Berlusconi rispetta i patti o facciamo saltare tutto”.
Quanche giorno prima il premier aveva accusato proprio gli ex An: “se siamo a questo punto è colpa loro”.
Che vuole in concreto La Russa? Che il posto di Italo Bocchino e gli altri lasciati vacanti da chi ha aderito a Futuro e Libertà vadano agli ex An.
Altrimenti come ripaga chi ha tradito Fini?
Una nobile battaglia sul programma insomma.
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Ottobre 13th, 2010 Riccardo Fucile
UN ARTICOLO DI ROBERTO SAVIANO SUI METODI PER ALTERARE IL VOTO E SU COME SI CONTROLLANO LE ELEZIONI IN TANTI CENTRI ITALIANI… NON PIU’ ANOMALIE E CASI SPORADICI, MA PRESA DEL POTERE GIA’ AVVENUTA…COSA STA DIVENTANDO LA POLITICA, DA DESTRA A SINISTRA
Vi racconto una storia, una storia semplice, facile da capire. Una storia che dovrebbero conoscere tutti e che i pochi che la conoscono tengono per sè. Come si truccano i voti, come si controllano le elezioni, come fanno i clan criminali a gestire il voto.
L’organizzazione si procura schede elettorali identiche a quelle che l’elettore trova ai seggi, tramite scrutatori amici e in alcuni casi dalle stamperie stesse. Le compila e le tiene lì.
L’elettore che vuole vendere il suo voto va da referenti del clan e riceve la scheda elettorale già compilata.
Si reca al seggio presenta il proprio documento di riconoscimento e riceve la scheda regolare.
In cabina sostituisce la scheda data dal clan già compilata con la scheda che ha ricevuto al seggio, che si mette in tasca.
Esce dalla cabina elettorale e consegna al seggio la scheda ottenuta dal clan. Poi va via.
Torna dagli uomini del clan, dà la scheda non votata e riceve i soldi.
La scheda non votata e consegnata agli uomini del clan viene compilata, votata, e data all’elettore successivo che la prende e tornerà con una pulita.
E avrà il suo obolo.
Cinquanta euro, cento, centociquanta o un cellulare.
O una piccola assunzione se è fortunato e il clan riesce a piazzare tutti i politici che vuole.
Ecco come funzionano le elezioni in alcune parti del Paese.
Avevamo da queste colonne lanciato una provocazione durante le ultime elezioni amministrative.
Avevamo chiesto all’Osce, all’Onu, all’Unione europea di poter monitorare le elezioni amministrative.
Non nelle capitali, non nelle città più in vista dove spesso fanno studi e osservano.
Ma nei posti di provincia dove il condizionamento è capillare e costante, dove i candidati sono direttamente imposti ai partiti dalle organizzazioni criminali.
Il presidente della commissione antimafia Pisanu conferma che le amministrative hanno visto nelle liste candidati impresentabili, uomini e donne decisi direttamente dalle organizzazioni criminali.
La richiesta di aiuto all’Onu era naturalmente una provocazione, un modo per sottolineare che da soli non ce la facciamo. Che le mafie sono un problema internazionale e quindi solo una forza internazionale può estirparle.
Quando un’organizzazione può decidere del destino di un partito controllandone le tessere, quando può pesare sul governo di una Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a un’emergenza, a un’anomalia, a un “caso Campania” o a un “caso Calabria”: ci troviamo al cospetto di una presa di potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a mettere insieme alcuni segni e sintomi palesi.
Il Pdl in molte parti del Sud ha candidato colpevolmente personaggi condannati o indagati per mafia.
Tutti i proclami di contrasto alle organizzazioni criminali si sono vanificati al momento di scrivere le liste elettorali: persino quello che di buono era stato fatto nell’ambito repressivo è stato vanificato.
Tutto compromesso perchè bisogna dare la priorità ai voti e agli affari e quando dai priorità ai voti e agli affari, dai priorità alle mafie.
Il centrosinistra ha cercato un maggiore controllo non sempre riuscendoci. Dalla svolta, che sembrava avvenuta con lo slogan “Mafiosi non votateci” alla deriva che arrivò con l’iscrizione al Pd in un solo pomeriggio a Napoli di seimila persone.
Il tentativo di incidere sulle primarie aveva portato ambienti vicini ai clan ad entrare nel partito per condizionarne i leader.
Il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta voti. Conviene essere contro le organizzazioni, ma se questo significa perdere? Cosa fai? Compromesso o sconfitta? Tutti rispondono compromesso.
E questo perchè la politica sembra essersi ridotta a mero strumento che usi per ottenere quello che il diritto non ti dà .
Se non hai un lavoro, cerchi di ottenerlo votando quel politico; se non hai un buon letto in ospedale, cerchi di votare il consigliere comunale che ti farà il favore di procurartelo.
Ecco, questo sta diventando la politica, non più rispetto dei diritti fondamentali, ma semplice scambio.
Quello che si fatica a comprendere, è che il politico che ti promette favori ti dà una cosa ma ti toglie tutto il resto.
Ti dà il letto in ospedale per tua nonna, ti dà magari l’autorizzazione ad aprire un negozio di tabacchi, ti dà mezzo lavoro: ma ti sta togliendo tutto.
Ti toglie le scuole che dovresti avere per diritto.
Ti toglie la possibilità di respirare aria sana, ti toglie il lavoro che ti meriti se sei capace.
Questa è diventata la politica italiana: se non ne prendiamo atto, si discute su un equivoco.
La macchina del fango, lo strumento che in certi ambienti del governo si utilizza per terrorizzare chiunque osi contrastare è mutuato direttamente dal comportamento delle mafie.
Diffamazione, delegittimazione costante, è la criminalità che ci ha insegnato questo metodo che si sta dimostrando infallibile: far credere che tutto sia sporco, che non valga la pena più di credere in niente.
Se fossimo un altro paese si invaliderebbero le elezioni, se fossimo un altro paese si chiederebbe aiuto agli organismi internazionali, se fossimo in un altro paese, un potere pubblico condizionato dalle organizzazioni criminali a destra come a sinistra sarebbe disconosciuto.
Ma non siamo un altro paese.
Ci resta solo la possibilità , che dobbiamo difendere con tutto quello che abbiamo, di raccontare, osservare, capire e dire come stanno le cose: che l’Italia è una democrazia, ma è anche una democrazia a voto mafioso.
Roberto Saviano
(da la Repubblica)
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Ottobre 13th, 2010 Riccardo Fucile
IN ATTESA DEGLI ELENCHI UFFICIALI, PISANU “SEGRETA” LA LISTA NERA, MA MOLTI NOMI SONO NOTI PER COLLUSIONI MAFIOSE E TANGENTI… “MARONI NON CI AIUTA, MOLTI PREFETTI NEGANO I DATI”: 5 PREFETTURE NEANCHE RISPONDONO, 25 TRASMETTONO DATI INCOMPLETI….GRANATA: “PER AVERE DENUNCIATO LA STESSA COSA AL SENATO SONO STATO MESSO IN CROCE”
La lista nera, di nomi “indegni” ne contiene almeno un centinaio. 
Consiglieri e assessori regionali, comunali, provinciali.
Colletti bianchi invischiati in affari sporchi, alcuni considerati vicini alle organizzazioni criminali, altri perfino parenti di uomini delle cosche.
Nei casi meno gravi accusati o condannati per reati di corruzione e concussione.
Dalla Calabria alla Lombardia.
Ma a fronte di quei cento “sospettati”, dei quali circolano i nomi (e i reati) in via informale a Palazzo San Macuto, nella cassaforte della presidenza dell’Antimafia di fascicoli ne giacciono meno di dieci.
I conti non tornano al presidente Beppe Pisanu, qualcosa non quadra, “qualcuno non sta facendo il proprio dovere”.
Pochi, troppo pochi i nomi trasmessi dalle prefetture, in qualche caso solo i condannati in via definitiva, nessun cenno a inchieste in corso, a parentele di un certo peso.
Cinque prefetture cerchiate in rosso: sono quelle che non hanno nemmeno risposto all’Antimafia. Mantova, Messina, Agrigento, Bolzano, Catania.
Altre 25, stando alle informazioni in possesso della commissione, hanno fornito appunto dei dati parziali o incompleti, comunque insoddisfacenti.
Si tratta di Milano, Latina (competenza su Fondi, per esempio), Viterbo, Bergamo, Isernia, Savona, Terni, Enna, tra le altre.
È successo infatti che prima di inviare i loro dossier, i prefetti abbiano chiesto chiarimenti al Viminale.
Il ministro Roberto Maroni ha risposto con una circolare, sembra non abbastanza vincolante, come conferma indirettamente la nota ufficiale con la quale l’associazione dei prefetti ieri sera ha risposto all’Antimafia.
Pisanu non ha gradito quei ritardi, quei buchi neri, ha chiesto chiarimenti al suo successore al Viminale.
È valso poco o nulla.
La sensazione di fondo, a Palazzo San Macuto, è che i vertici di una commissione pur dotata di poteri di inchiesta siano stati lasciati “soli a combattere questa battaglia per la legalità e la trasparenza nella politica”.
Già per approvare il codice etico, i promotori avevano dovuto scavare trincee e aprire una lunga mediazione col Pdl che opponeva resistenza.
Angela Napoli (finiana), in prima linea contro le infiltrazioni, confessa la “profonda insoddisfazione: solo io di nomi di politici collusi ne posso indicare a decine nella mia Calabria, invece ci ritroviamo con una lista di una manciata di consiglieri”.
Granata chiama in causa i ritardi di prefetture importanti, “a cominciare da Milano, guidata da quel Valerio Lombardi che all’insediamento, a gennaio, aveva sostenuto che la mafia lì non esiste, peccato che da lì ad alcune settimane con una maxi retata sono finiti all’arresto trecento ndranghetisti tra la Calabria e la Lombardia”.
Quel prefetto napoletano molto gradito dal ministro leghista Maroni finisce anche nel mirino del Pd: “tra Viminale e prefetture è stato eretto un “muro di gomma”, è l’accusa.
I nomi dei candidati impresentabili non si divulgano: Pisanu ha preteso che i suoi commissari garantissero con la loro parola d’onore.
Si vuole attendere che tutti i prefetti collaborino in modo da rendere il quadro completo.
Ma i casi più delicati in parte sono noti agli addetti ai lavori.
In Piemonte è stato candidato dal Pdl l’ex assessore uscente al Bilancio, Angelo Burzi, rinviato a giudizio per una vicenda di tangenti nel settore sanitario.
Sempre in Pemonte c’èil caso di Luigi Sergio Ricca del Pd, condannato per finanziamento illecito.
A Pavia fu candidata Rosanna Gariboldi(Pdl), condannata per corruzione.
A Prato il capoista del Pdl era Alfredo Magnolfi, arrestato anni fa per aver intascato una tangente e che aveva patteggiato una condanna.
In Toscana il Pd ha candidato Gianluca Parrini, indagato per una serie di appalti.
Nel Lazio c’è il caso di Storace, sotto processo per violazione della legge elettorale, per aver inserito firme false nella llista di una sua concorrente (la Mussolini).
Cosimo Mele, candidato per Noi Sud, era stato coinvolto, quando era ancora Udc, in uno scandalo a base di droga ed escort.
Luigi Scaglione, capolista dei Popolari in Basilicata, è ancora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Sandra Lonardo, moglie di Mastella, è sotto processo per tentata concussione.
Roberto Conte appoggiava Caldoro alle ultime regionali pur essendo inquisito per concorso in associazione mafiosa.
In Puglia il centrodestra ha candidato Fabrizio Camilli, imprenditore con condanna per truffa.
A Caserta Luigi Cassandra (Udc) ha avuto una diffida dai carabinieri per frequentazioni camorristiche.
Ricordiamo che il Codice di Autoregolametazione vieta le candidature non solo dei condannati in via definitiva, ma anche a quelli in primo grado per reati di mafia e collegati (estorsione, usura e riciclaggio).
Ora Pisanu ha intenzione di adottare la linea dura: “se entro una settimana non arrivano i dati dalle prefetture mancanti, vorrà dire che dovranno venire i prefetti in persona a spiegarci il motivo della loro mancata risposta”.
Ricorda Fabio Granata (Fli): “per aver fatto un’analoga denuncia ad agosto in Senato sono stato messo in croce all’interno del Pdl. Ora i nomi saranno comunicati al Parlamento e all’opinione pubblica”.
Sono in molti ora a non dormire sonni tranquilli: qualcuno sta facendo le cose sul serio, caso raro in Italia.
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Ottobre 11th, 2010 Riccardo Fucile
LA CATENA DI APPROVIGIONAMENTO AMERICANA, IN MANO A PRIVATI, ALIMENTA ESTORSIONI E CORRUZIONE: ORMAI LE TANGENTI SUPERANO I PROVENTI DEL TRAFFICO DELLA DROGA… DOVREMMO FORMARE LA POLIZIA AFGHANA? SU 94.000 POLIZIOTTI, IL 90% E’ ANALFABETA, IL 20% E’ TOSSICODIPENDENTE E IL 30% SCOMPARE DOPO UN ANNO, QUALCUNO DOPO ESSERSI PURE VENDUTO DIVISE E PISTOLE AI TALEBANI
Mentre all’aeroporto militare di Ciampino sono arrivate le salme dei quattro alpini uccisi
due giorni fa in Afghanistan in un’imboscata talebana e mentre la politica nostrana si interroga se sia opportuno o meno dotare i nostri aerei di bombe, è singolare che nessuna forza politica, sia a destra che a sinistra, si ponga alcuni quesiti fondamentali, oggetto tra l’altro di una discussione che inizierà mercoledi al Parlamento europeo.
Nel rapporto “Nuova strategia Ue per l’Afghanistan”, frutto di sei mesi di viaggi, incontri, riunioni, emerge una verità spietata.
La principale causa della morte dei nostri soldati va ricercata infatti nelle pagine di questa relazione bipartisan, stilata senza distinzione politica: sono i boss della droga, i signori della guerra che vivono con le estorsioni alla catena logistica delle truppe Usa a determinare una situazione insostenibile per i nostri militari.
Mentre gli americani della Nato pagano tangenti ai talebani per immunizzarsi dagli attacchi, la “mafia dei convogli” attacca gli italiani che non pagano e che organizzano e scortano da soli i propri convogli.
Mentre in nove anni la comunità internazionale ha stanziato1,6 miliardi di dollari per attività antidroga, la produzione e il traffico di stupefacenti non ha subito flessione: 3,4 milioni di afghani, il 6,4% della popolazione risulta coinvolta in questo traffico.
Per non parlare del racket che vive sui rifornimenti Nato: affidata a privati, alimenta un mercato di corruzione ed estorsione che finisce per impossessarsi di una quota significativa dei 3 miliardi della logistica militare. Le tangenti che girano intorno a questi rifornimenti hanno ormai superato i proventi del traffico di droga.
L’Unione europea ritiene nella relazione che ormai “l’unica soluzione possibile è di natura politica”, la guerra non si è mai vinta e mai si vincerà .
Basti pensare alla presunta motivazione “dobbiamo rimanare per addestrare la polizia afghana”.
Ebbene fonti ufficiali Isaf hanno stabilito che su 94.000 poliziotti afghani il 90% è analfabeta, il 20% è tossicodipendente e il 30% scompare dopo un anno di arruolamento, spesso vendendosi divisa e pistole ai talebani che attaccano poi i nostri convogli.
Dopo sei settimane di presunto addestramento (senza libri, perchè sono analfabeti), gli si dà il tesserino, una divisa e una pistola.
E sarebbero queste le forze dell’ordine in grado di garantire la sicurezza?
Ecco perchè la politica italiana è colpevole, perchè fa finta di non conoscere queste situazioni, prona alla torre di comando a stelle e striscie.
Salvo poi inventarsi “coperture aeree”ridicole, neanche i talebani attaccassero dal cielo i nostri soldati.
Quando ti hanno fatto saltare un Lince per aria, sai che ce ne facciamo dei caccia.
Però nessuno osa dire perchè non attaccano quasi mai i convogli americani.
A questo punto meglio riportare a casa i nostri soldati, visto che la missione di pace è stata resa impossibile proprio dal comportamento degli statunitensi che hanno solo scaricato su altri le proprie responsabilità .
E non sta scritto da nessun parte che gli italiani debbano fare da carne da macello per gli altrui intrallazzi.
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Ottobre 11th, 2010 Riccardo Fucile
TREMONTI HA CREATO UN COMMISSIONE TECNICA PER RIMODULARE LE MULTE CON “RAGIONEVOLEZZA”: DOPO AVER EVASO IL FISCO, LE DIECI CONCESSIONARIE COSI’ PAGHERANNO UN CENTESIMO DEL DOVUTO…. SOLO I COMUNI CITTADINI VENGONO TASSATI IN BASE ALLA LEGGE… LA ATLANTIS DI CORALLO, LA BOCCETTA E WALFENZAO PASSA DA DOVER PAGARE 30 MILIARDI AD APPENA 345 MILIONI, MA CHE STRANO
La notizia è confermata stamane sul “Secolo XIX” da Marco Menduni, il giornalista che per primo aveva sollevato il coperchio su quello che è stato definito “il più grosso scandalo” economico del dopoguerra e che riguarda il mondo delle slot machine.
Mentre stamane il pm Marco Smiroldo ripeterà , davanti alla Corte dei Conti, la richiesta della Procura, ovvero l’applicazione alle dieci concessionarie della maximulta di 98 miliardi di euro, si moltiplicano i tentativi per favorire gli evasori.
Ricordiamo che la vicenda riguarda i primi passi dell’installazione delle slot nel nostro Paese: per diverso tempo i concessionari non avevano collegato le macchinette al cervellone ministeriale, evitando quindi di versare la parte dovuta allo Stato.
Tra versamenti non effettuati e ammende su imposte evase, la Corte dei Conti aveva quantificato in 98 miliardi di euro la somma dovuta dalle concessionarie.
Dopo vari tentativi “politici” di insabbiare l’inchiesta, gli avvocati delle concessionarie avevano sollevato un problema di competenza di fronte alla Corte di Cassazione che, dopo un anno, ha però dato loro torto, ribadendo la competenza della Corte dei Conti e parlando di “spreco di risorse pubbliche”.
Oggi si ricomincia con due istanze della difesa che punterà sia a un rinvio che alla nullità del procedimento.
Ma l’elemento più clamoroso che rivela Menduni è l’intervento del Ministro dell’Economia in persona per cercare di dare una mano ai concessionari, ovvero agli evasori.
Il ministero ha infatti nominato una commissione tecnica con l’incarico di “rimodulare le multe in base a criteri di ragionevolezza”.
Sapete a che bel risultato ha portato questo esame? A ridurre il dovuto da 98 miliardi di euro a 804 milioni di euro.
La posizione della Corte invece è rimasta ferrea: la “ragionevolezza” può essere sollecitata quando ci si trovi di fronte a calcoli abnormi.
Ma le penali, in questo caso, sono state calcolate secondo quando stabilito al momento della firma del contratto.
La Procura fa notare che “non si può agire con severità nei confronti del comune cittadino e non fare altrettanto in questo caso. Non si può firmare un contratto con lo Stato pensando che le clausole liberamente firmate e sottoscritte siano una burla”.
Alla fine si è mosso il potere politico, proprio quello che ogni giorno sostiene che certe misure non si possono prendere per mancanza di risorse, ma che poi abbuona 97 miliardi a chi invece li deve.
Una cosa incredibile, che può succedere solo in Italia.
Una multa da 98 miliardi che si riduce a meno di 1/100.
E caso strano la società maggiore debitrice, la Atlantis, passa da 30 miliardi a 345 milioni da versare.
Proprio quella società (oggi Betplus) che ha come azionista di maggioranza Francesco Corallo, il re dei casino di St. Lucia, come ex rappresentante in Italia Amedeo La Boccetta (ex An ,ora fedelissimo di Silvio) e come commercialista quel Walfenzao che risulta anche amministratore di Printemps e Timara, le due società di Montecarlo dell’ex casa si An.
Tutti improvvisamente beneficiati di uno sconto di 29,6 miliardi di euro dal governo italiano.
Che ha l’acqua alla gola, ma rinuncia a incassare 97 miliardi dai concessionari delle slot taroccate.
Un altro elemento: la licenza di Corallo per le sue slot machine italiane scade a maggio 2011 e il rinnovo sarà duro perchè serve un robusto certificato antimafia.
Vogliamo scommettere che otterrà il rinovo della licenza?
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