Aprile 3rd, 2014 Riccardo Fucile
DA TORINO A BARI, GIUBILO PER LE RIFORME…. PIÙ CAUTI DORIA E DE MAGISTRIS: “A NOI BASTANO LE CITTà€ METROPOLITANE”
La Trinità della Terza Repubblica.
Il sindaco uno e trino. Senatore, poi a capo della città metropolitana ex provincia e sindaco, ovviamente. Più che super, mega. Il megasindaco di Torino o Bari o Napoli a Genova o Milano e così via.
Michele Emiliano, possente sindaco-sceriffo di Bari, non vede l’ora di triplicare il suo impegno: “Questa riforma del Senato, se passa, è una bomba atomica”. Il termine bomba è declinato positivamente. Emiliano, che è renziano, esplode di gioia: “Oggi il sindaco se rileva un problema nella legislazione o ha bisogno di un chiarimento finanziario a Roma deve armarsi di pazienza e chiamare il segretario regionale del suo partito. Questi a sua volta si rivolge agli uffici nazionali che poi devono interpellare il capogruppo parlamentare”.
Una catena infernale. Continua il sindaco di Bari: “Vuol sapere come finisce?
Che 99 volte su cento nessuno ti si fila anche perchè esiste una forte contrapposizione tra sindaci e parlamentari. I primi però sono eletti sul territorio, i secondi nominati dalle segreterie di partito”.
Viva il superlavoro, allora: “Mi creda questa riforma è una vera bomba. I sindaci invece di fare i lobbisti a Roma strisciando ai piedi dei nominati, s’impegneranno direttamente nella nuova assemblea, muovendo rilievi e obiezioni, perchè se una legge non va bene la puoi richiamare a Palazzo Madama”.
Ma il tempo? Il tempo non è mai relativo.
Emiliano ha una risposta per tutto: “Attualmente, proprio per i problemi che le dicevo prima, io trascorro due giorni a settimana a Roma e non credo, in tutta sincerità , che bisognerà riunirsi sempre, dal lunedì al venerdì”.
Nulla scalfisce l’ottimismo del sindaco barese: “Mi scusi, ma non è meglio mandare me da sindaco che non un tizio qualunque al Senato? Faccio il lavoro più bello del mondo e sono felice di farlo”.
Anche Piero Fassino, storico uomo-macchina di sinistra, non è spaventato. Anzi sì. Sostiene il sindaco di Torino, oggi renzianissimo: “Questa sfida mi spaventa e mi affascina, sempre che vada in porto, intendiamoci. Io lavoro 16 ore al giorno da quando avevo 19 anni e non temo la fatica”.
Il problema è la durata della giornata. Appena 24 ore per occuparsi di comune, provincia e Senato.
Fassino non si tira indietro: “Questa può anche essere una buona occasione per riorganizzare il lavoro delle Camere. Per quanto ci riguarda non è detto che bisogna vedersi quattro volte le settimane. Si può adottare il metodo delle sessioni come fa il Parlamento europeo oppure come fanno in Francia e Germania, qualora, ripeto, dovesse farsi la riforma”.
La prudenza è d’obbligo. Al momento il sindaco certamente diventerà il presidente dell’area metropolitana, al posto della provincia. La carica di senatore è più distante, disegnata solo sulla carta.
Marco Doria, sindaco di Genova, di un centrosinistra non d’apparato, ha una cifra sobria per natura: “La preoccupazione per il carico di responsabilità e di lavoro indubbiamente esiste. Fare il sindaco di una grande città significa già confrontarsi in prima linea con i molti problemi che la società attraversa. Per contro, la futura città metropolitana consentirà a me in collaborazione con gli altri sindaci del territorio di governare e pianificare direttamente, senza più il filtro di altre istituzioni, le grandi reti e i servizi di area vasta. Però, mentre la prospettiva della città metropolitana mi pare ravvicinata e anzi auspico che lo sia, la prospettiva per il nuovo Senato mi pare comunque più lontana”.
Stesso concetto per Luigi de Magistris, il sindaco della rivoluzione arancione a Napoli: “Sulla città metropolitana il giudizio è positivo e la nostra amministrazione si sta preparando ad affrontare questa sfida, tanto che come sindaco ho mantenuto la delega. Tutti i sindaci che ricadono nei confini della città metropolitana vanno coinvolti e, con loro, anche i cittadini, all’interno di un modello di partecipazione democratica. Questa riforma deve servire a superare la sovrapposizione odierna di competenze tra enti, a semplificare e rendere più efficiente l’azione amministrativa, particolare su trasporti e rifiuti. È essenziale però, affinchè la riforma sia una vera opportunità per tutti, che sia riconosciuta l’autonomia economico-finanziaria della città metropolitana, ponendo fine alla logica dei tagli pesanti orizzontali imposti ai comuni dai governi, in questo senso l’impostazione di Renzi mi fa ben sperare in un cambiamento. Sul ddl di riforma del senato non voglio esprimermi perchè aspetto di leggere il testo definitivo: certo, per noi si tratterebbe di un ulteriore impegno in una attività , quella di sindaco, già altamente impegnativa”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 2nd, 2014 Riccardo Fucile
PER IL COSTITUZIONALISTA E’ “UNA RIFORMA DA RISCRIVERE”…”SE NON PASSA RENZI SI RITIRA DALLA POLITICA? CE NE FAREMO UNA RAGIONE”
“Semplificare? Purtroppo la riforma del Senato di Renzi fa il contrario: crea un meccanismo legislativo enormemente farraginoso che mantiene le navette, i ping pong e aumenta addirittura la confusione”.
Il giurista Gianluigi Pellegrino boccia senza rinvio il progetto di revisione costituzionale su cui il premier sta puntando tutto il suo capitale politico.
E lo smonta punto per punto.
“Il governo dice: per prima cosa dobbiamo semplificare l’iter di formazione delle leggi”.
E invece?
La proposta prevede ben dodici modi diversi per una povera legge di arrivare finalmente in porto.
Per esempio?
In parte è mantenuto l’iter attuale, di bicameralismo puro, che paradossalmente è l’unica parte chiara. Perchè poi c’è un nuovo bicameralismo confusionario: entrano in gioco mille variabili a seconda che il Senato decida o meno di intervenire; e poi, anche quando annuncia di voler intervenire, può decidere poi di non farlo.
Sembra un pesce d’aprile.
Ma non è finita. Perchè se il Senato interviene a quel punto si aprono molte altre ipotesi, differenziate in base ai labili confini delle materie. La Camera a sua volta potrà adeguarsi al Senato, oppure non farlo, oppure ancora farlo in parte. Con esiti diversi in base alle materie e alle maggioranze da raggiungersi. E le navette ripartono…Il caos, così, è garantito
Quindi il Senato mantiene un peso rilevante.
Direi ancora decisivo nel processo legislativo. Ed inoltre confuso.
Ma la Camera, in casi specifici, avrà un ruolo prioritario.
Anche in quelle situazioni un passaggio dal Senato è comunque previsto. E comunque c’è una serie di materie rilevanti nelle quali l’intervento del Senato crea un vincolo per la Camera, perchè essa può resistere alla richiesta del Senato solo con una maggioranza qualificata.
E quindi?
Questo comporta moltissimi problemi. Una delle ragioni per cui si vuole riformare il titolo V della Costituzione è che il riparto per materie non ha funzionato: decidere ogni volta a che materia appartenga un argomento che spesso è trasversale, è cosa complicatissima, dato che i confini delle materie sono in sè labili. E loro cosa fanno? Prendono questo stesso sistema fallimentare e lo usano per decidere quale di questi complicati iter legislativi vada eseguito e se scatta o no il vincolo determinato dall’intervento del Senato. Insomma, riproducono le patologie del titolo V nell’iter legislativo. Poi dicono che il Senato non avrà voce in capitolo sull’approvazione delle leggi di bilancio…
Non è cosi’?
No. Mentono: il Senato avrà capacità d’interdizione anche sulla legge di bilancio. Può creare un vincolo che può di fatto impedire alla Camera di varare la legge finanziaria così come la vorrebbe.
Vede altri problemi, oltre alla confusione?
C’è il paradosso di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale che però vorrebbe essere costituente. Nessuno sottolinea che alla Camera stanno tenendo ben nascosto il ricorso contro i 148 nominati con il premio illegittimo; ricorso che dopo la sentenza della Consulta può solo essere accolto facendo entrare in parlamento chi vi ha diritto al posto di chi ci sta abusivamente. È una condizione minima per mettere mano alla Costituzione
C’è una questione democratica anche per quanto riguarda la riforma del Senato?
Sì, perchè tutto questo pasticcio è enormemente aggravato dal fatto che nella primaria funzione legislativa una Camera democraticamente eletta dai cittadini viene interdetta da un Senato non eletto e privo di rappresentanza democratica.
Sarà composto da presidenti di Regione, Sindaci e così via.
Che infatti non sono eletti per legiferare, ma per amministrare gli enti locali. E poi, mentre la Camera avrà una maggioranza politica, il Senato ne avrà una del tutto occasionale, perchè frutto di nomine. Si paralizza tutto con due maggioranze diverse. Un disastro.
Quindi il superamento del bicameralismo paritario non c’è?
C’è solo nel titolo della riforma. Ma è smentito dal contenuto del testo dove è in parte mantenuto e in parte notevolmente complicato.
Il capo dello Stato da’ l’assist a Renzi: “Improrogabile superare il bicameralismo”.
Si renderà conto che non è affatto superato. Ammesso che arrivi la riforma al Quirinale, perchè come il mostruoso Italicum che dà più deputati se prendi meno voti, sembra fatta per non arrivare mai porto. Se sostieni che le leggi le debba fare una Camera sola, poi devi essere conseguente. Altrimenti consenti il saldarsi di resistenze giuste a quelle conservative. Chi fa una rivoluzione a metà si scava da solo la fossa. Nel frattempo non si fa ciò che sarebbe possibile implementare subito, ad esempio, sul fronte delle spese, il taglio delle indennit�
Ma il premier ci crede: dice che se non passa la riforma molla tutto, si ritira dalla politica.
Come direbbe Renzi stesso, “ce ne faremo una ragione.”
Beatrice Borromeo
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Aprile 2nd, 2014 Riccardo Fucile
UNA MAGGIORANZA DI INQUISITI: TANTO VALE, PER CORRERE, PESCARE DIRETTAMENTE NEI GIARDINI DEI PENITENZIARI DURANTE L’ORA D’ARIA
Strano che nessuno abbia ancora fatto una simulazione per immaginare come sarebbe il nuovo
Senato, pardon la “Camera delle Autonomie”.
I 148 componenti, com’è noto, non sono più eletti: 42 sono membri di diritto (i presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, i sindaci dei capoluoghi di regione e di provincia autonoma), 80 cooptati (2 consiglieri regionali scelti da ogni consiglio regionale e 2 sindaci selezionati dai colleghi di ogni regione), 21 nominati dal Quirinale (“cittadini che abbiano illustrato la Patria per altissimi meriti”), e i 5 attuali senatori a vita (Cattaneo, Ciampi, Monti, Piano, Rubbia).
Ora facciamo finta che la riforma Renzi fosse entrata in vigore da un paio d’anni.
E vediamo la formazione tipo della nuova “Camera Alta”.
Governatori: il valdostano Rollandin (pregiudicato a 16 mesi per abuso d’ufficio, rinviato a giudizio per un appalto di parcheggi), il piemontese Cota (indagato per peculato con mutande verdi), il ligure Burlando (arrestato in passato e più volte indagato, sempre assolto), il lombardo Formigoni (rinviato a giudizio per corruzione), il veneto Tosi (pregiudicato per istigazione all’odio razziale), il bolzanino Durnwalder (indagato per peculato), il trentino Dellai (incensurato), il friulano Renzo Tondo (indagato per peculato), il toscano Rossi (indagato per falso), l’emiliano Errani (imputato per falso, poi assolto), l’umbra Marini (incensurata), la laziale Polverini (indagata per illecito finanziamento), il marchigiano Spacca (incensurato), il campano Caldoro (indagato per epidemia colposa), l’abruzzese Chiodi (indagato per truffa, peculato e falso), il molisano Iorio (condannato a 16 mesi e poi prescritto per abuso, indagato per uno scandalo di rifiuti), il pugliese Vendola (imputato per abuso e concussione), il lucano De Filippo (indagato per peculato), il calabrese Scopelliti (condannato in primo grado per abuso), il sardo Cappellacci (indagato per abuso e imputato per due bancarotte), il siciliano Lombardo (imputato per concorso esterno in associazione mafiosa).
Due anni fa, su 21 governatori, solo 4 erano intonsi da problemi giudiziari.
Anche fra i sindaci dei capoluoghi regionali, i guai con la giustizia (penale o contabile) si sprecavano: dal torinese Chiamparino (poi prosciolto) alla genovese Vincenzi, dal bolognese Merola al romano Alemanno all’abruzzese Cialente, dal potentino Santarsiero al napoletano De Magistris, dal palermitano Cammarata al cagliaritano Zedda.
Per non parlare dei sindaci degli altri capoluoghi (mitico De Luca, collezionista di indagini e ras di Salerno).
Poi ci sono i consiglieri regionali: lì, essendo 18 interi consigli regionali su 20 sotto inchiesta per Rimborsopoli, è quasi impossibile trovarne uno immune da imputazioni. Restano i 21 cittadini che hanno illustrato la Patria, a scelta di Napolitano, ed è facile immaginarli: Violante, Amato e un esercito di corazzieri presi di peso dalle liste dei “saggi” annata 2013 (i 10 incaricati ad aprile di scrivere il programma del nuovo governo e i 42 precettati per riscrivere la Costituzione).
Quelli almeno, come pure i senatori a vita, dovrebbero essere immuni da avvisi di garanzia e rinvii a giudizio, a meno che il Colle non ricada nella tentazione di nominare gli indagati per i concorsi universitari truccati.
Così il nuovo Senato vanterebbe una maggioranza schiacciante di inquisiti.
Roba da far impallidire quello di Tangentopoli (che ne aveva solo un quarto) e da riabilitare perfino la Camera (che ne ha appena una sessantina).
A questo punto però, siccome Renzi va di fretta, potrebbe risparmiare altro tempo prezioso affidando la selezione dei senatori alle questure e alle procure: si prendono i mattinali dei ricercati e i registri degli indagati, e si tira a sorte.
O, ancora meglio: ci si porta avanti col lavoro e si pesca direttamente nei cortili dei penitenziari durante l’ora d’aria, con appositi ponti aerei verso Palazzo Madama. Alleviando, fra l’altro, il dramma del sovraffollamento delle carceri.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 30th, 2014 Riccardo Fucile
CONTESTA LA RIFORMA DI RENZI: “RESTI UN’ASSEMBLEA DI ELETTI: NON DIA LA FIDUCIA, MA SI OCCUPI DI LEGGI COSTITUZIONALI ED ETICHE”
«Certamente la gente pensa, a ragione, che quasi mille parlamentari siano troppi, che la politica
costi molto e produca poco, che sia venuto il momento di dare una sterzata. Ma avverto anche la forte preoccupazione di mantenere, su alcuni temi, la garanzia di scelte condivise. Con un sistema fortemente maggioritario, con un ampio premio di maggioranza e una sola Camera politica, il rischio è che possano saltare gli equilibri costituzionali e ridursi gli spazi di democrazia diretta».
E sarebbe ?
«Affidare a una sola Camera anche le scelte sui diritti e sui temi etici potrebbe portare a leggi intermittenti, che cambiano ad ogni legislatura, su scelte che toccano profondamente la vita dei cittadini e che hanno bisogno di essere esaminate anche in una camera di riflessione, come ritengo debba essere il Senato»
Quindi il suo Senato ideale come si chiama e com’è fatto ?
«Non rinuncerei mai a una parola italiana che viene usata in tutto il mondo. Lascerei il nome di Senato, e dovrebbe essere composto da rappresentanti delle autonomie e componenti eletti dai cittadini…»
Che fa, la stessa proposta del capogruppo di Forza Italia Romani? Ancora un Senato di eletti? Ma così crolla il progetto Renzi…
«Non è la stessa proposta, perchè io immagino un Senato composto da senatori eletti dai cittadini contestualmente alle elezioni dei consigli regionali, e una quota di partecipazione dei consiglieri regionali eletti all’interno degli stessi consigli. Per rendere più stretto il coordinamento tra il Senato così composto e le autonomie locali, prevederei la possibilità di partecipazione, senza diritto di voto, dei presidenti delle Regioni e dei sindaci delle aree metropolitane »
Renzi vuole come senatori sindaci e governatori regionali, lei perchè è contrario?
«Perchè ritengo che per una vera rappresentatività sia indispensabile che almeno una parte sia eletta dai cittadini, come espressione diretta del territorio e con una vera parità di genere. Una nomina esclusivamente di secondo grado comporterebbe una accentuazione del peso dei partiti piuttosto che di quello degli elettori ».
Quindi un fifty-fifty?
«Non si tratta di percentuali, su quelle vedremo. Credo sia utile la presenza di rappresentanti delle Assemblee regionali, proprio per rafforzare la vocazione territoriale del Senato, estendendo la funzione legislativa regionale a livello nazionale. Ma sindaci e presidenti di Giunte regionali, che esercitano una funzione amministrativa sul territorio, a mio avviso non possono esercitare contemporaneamente una funzione legislativa nazionale, ma soltanto consultiva e di impulso»
Altro che Senato delle autonomie, il suo assomiglia a quello di adesso, solo con meno poteri e competenze.
«Niente affatto. Il Senato che immagino io, anche in parallelo con la riforma del Titolo V, è un luogo di decisione e di coordinamento degli interessi locali fra di loro e in una visione nazionale, e in questo senso dovrebbe sostituire la Conferenza Stato-Regioni».
E come la mette con i soldi? Questo suo Senato, sicuramente, avrà un costo maggiore rispetto a uno di sindaci e governatori perchè gli eletti dovranno necessariamente essere retribuiti. Quindi, con questo sistema, dove va a finire il risparmio previsto da Renzi?
«Possiamo ottenere risparmi maggiori diminuendo il numero complessivo dei parlamentari e riducendo le indennità , solo per iniziare. Poi mi faccia dire che non si può incidere sulla forma dello Stato solo con la calcolatrice in mano».
Questo suo Senato rispetto alla fiducia al governo che fa?
«Non dà la fiducia, non si occupa di leggi attuative del programma di governo, nè di leggi finanziarie e di bilancio. Il rapporto col governo su questi punti deve restare solo e soltanto alla Camera».
Di quali leggi dovrebbe occuparsi?
«Oltre a tutte le questioni di interesse territoriale, delle leggi costituzionali o di revisione costituzionale, di legge elettorale, ratifica dei trattati internazionali, di leggi che riguardano i diritti fondamentali della persona»
Solo questo?
«Io immagino che una Camera prettamente ed esclusivamente politica debba essere bilanciata da un Senato di garanzia, con funzioni ispettive, di inchiesta e di controllo, anche sull’attuazione delle leggi. Chiaramente il Senato dovrà partecipare, in materia determinante, ai processi decisionali dell’Unione Europea, sia in fase preventiva che attuativa. L’apporto di grandi personalità del mondo della cultura, della scienza, della ricerca, dell’impegno sociale non può che essere utile. In che modo e in che forma sarà da vedere».
Due questioni calde, la tagliola sulle leggi del governo che vanno a rilento e i poteri “di vita e di morte” del premier sui ministri. Progetto ammissibile e condivisibile?
«Un termine chiaro entro cui discutere le proposte del governo, in un sistema più snello, non può che accelerare e semplificare l’iter legislativo. La ritengo una buona proposta. La seconda ipotesi non mi sembra sia prioritaria in questo momento».
Praticabilità politica. Dopo il caos del voto sulle province, finito con la fiducia, che prevede per il voto su questa riforma?
«Se si vuole un’accelerazione e una maggioranza di due terzi non si deve procedere mostrando i muscoli, ma cercando proposte più possibili condivise e aperte alla riflessione parlamentare. I senatori non sono tacchini che temono il Natale, e sono pronti a contribuire al disegno di riforma del Senato».
Ne è davvero convinto o s’illude?
«Hanno compreso, credo, le aspettative dei cittadini: partecipazione democratica, efficienza delle istituzioni, diminuzione del numero di deputati e senatori, taglio radicale ai costi della politica. Diminuendo di un terzo il numero dei parlamentari tra Camera e Senato, e riducendo le indennità , si otterrebbe un risparmio ben superiore a quello che risulterebbe, bilancio alla mano, dalla sostituzione dei senatori con amministratori dei comuni, delle aree metropolitane e delle regioni»
Un prossimo voto di fiducia di questo Senato sul futuro Senato è ipotizzabile?
«Non penso che si possa riformare la Costituzione con un maxi-emendamento e senza alcun contributo delle opposizioni».
Il timing di Renzi prevede prima la riforma del Senato, poi quella elettorale, il famoso Italicum. Forza Italia dice già di no e vuole il contrario. Lei che tempistica prevede?
«Dal momento che la legge elettorale riguarda solo la Camera approviamo prima la riforma del Senato, per poi passare immediatamente all’Italicum».
Lei sta già riorganizzando gli uffici di questo Senato. Perchè? Per mantenere lo status quo o in vista della riforma?
«Sto lavorando per proporre al Consiglio di presidenza una riorganizzazione che risponda ad alcune esigenze attese da anni. Questo non ostacola le riforme, anzi le anticipa: razionalizzando le strutture, eliminando quelle non necessarie, valorizzando la prospettiva regionale ed europea del Senato, tagliando dal 30 al 50% le posizioni apicali e andando a ricoprire i posti restanti con nomine a costo zero, senza alcun aumento in busta paga per nessuno. Inoltre è già stato deliberato l’accorpamento di molti servizi con quelli corrispettivi della Camera, e si va verso l’unificazione dei ruoli del personale di Camera e Senato. Voglio che il nuovo Senato parta già nella sua piena efficienza».
Politica e mafia. La polemica sul 416-ter. La sua proposta, appena eletto, è agli atti. Adesso? È d’accordo sull’ipotesi del decreto legge cambiando il testo uscito dal Senato?
«Come ho detto, la mia proposta è agli atti. L’ho presentata il primo giorno, ho ancora il braccialetto bianco al polso e spero che si faccia presto e bene».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile
COME FU CHE IL PARLAMENTO, ALL’UNANIMITà€, CI IMPOSE IL VINCOLO SUL DISAVANZO… L’EROISMO SOLITARIO DI IANNACCONE
Nell’aula della Camera, proprio mentre gli afflati europeisti toccavano vette tuttora
inesplorate, il solo Arturo Iannaccone — medico avellinese di tradizione Dc, passato nel Ccd, poi nell’Udc, poi in Mpa e infine in Noi Sud — faceva sentire la voce della sinistra politica: “Riteniamo che sia sbagliato imporre ulteriori vincoli. Stiamo rincorrendo questa folle corsa della Germania a realizzare un’Europa austera che non guarda alla crescita e alle condizioni dei più deboli, ma solo al rigore e ai bilanci”.
La battaglia contro l’austerity, Iannaccone, la faceva già nel novembre 2011, quando la patria si stringeva attorno a Mario Monti e votava in cinque minuti l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio.
Per unico alleato trovò Giorgio La Malfa: “Se questa norma venisse intesa nel senso letterale daremmo addio agli investimenti in questo Paese”, scolpì a uso dei distratti colleghi.
Ancor peggio andò in Senato: l’unico a sventolare la bandiera rossa fu Mauro Cutrufo, democristiano pure lui, ma in forza al Pdl.
BREVE RIEPILOGO
Forse Matteo Renzi non lo sa, ma ha ragione: il vincolo del 3 per cento tra deficit e Pil è “anacronistico”.
Nel senso che il Parlamento italiano — all’unanimità — solo due anni fa ha avuto modo di darsene un altro assai più stringente: il pareggio di bilancio, appunto, cioè il vincolo dello zero per cento. Il pareggio, o equilibrio, di bilancio è stato introdotto nella Costituzione italiana il 20 aprile del 2012: regnava — da cinque mesi — Mario Monti, ma lo zero per cento era nato già con Silvio Berlusconi.
Deriva infatti dal patto “Europlus” del marzo 2011, da cui nasce il Fiscal Compact, e compare anche nella famosa lettera della Bce al governo dell’agosto 2011.
Fu, infatti, proprio il governo dell’ex Cavaliere a presentare alle Camere (il 7 settembre) un ddl per inserire il pareggio di bilancio all’articolo 81 della Carta.
Si trovò in buona compagnia visto che ddl analoghi li avevano presentati quasi tutti i partiti: dal Pd (prima firma Pier Luigi Bersani) a Italia dei Valori, dal Pdl al Terzo Polo.
Il dibattito sul tema cominciò in ottobre alla Camera, entrò nel vivo a novembre, dopo il cambio di governo, ad aprile era tutto finito. Rileggerlo è istruttivo.
La voglia di bondage economico — mani legate, sacrifici, tagli — dei partiti italiani in quei giorni aveva raggiunto il culmine, anche di quelli come Forza Italia o Lega Nord che oggi vogliono la rivolta contro l’Europa.
IL PAREGGIO?
Non basta, fateci soffrire di più, smaniavano i parlamentari d’ogni colore (eccetto Iannaccone). Prendiamo Pier Paolo Baretta, Pd, sottosegretario all’Economia di Renzi: “Il metro di misura del risanamento è un bilancio non in rosso. Il discrimine non è obbligatoriamente l’avanzo, che pure non guasta, ma certo l’abbattimento del disavanzo”.
Giuseppe Marinello, Pdl, uomo di Angelino Alfano, vedeva già il sangue per le strade: “Non sono bastate le lezioni del Cile del 1973, dell’Argentina degli anni scorsi, della Grecia quest’anno? Paesi dove un welfare insostenibile ha alimentato il debito e poi portato alla bancarotta e alla guerra civile”.
Il berlusconiano, poi montiano, Giuliano Cazzola, addirittura si astenne per protesta: “La norma doveva essere netta: non può contenere riserve che consentano di derogare al pareggio”.
Pure un altro montiano, Benedetto Della Vedova, voleva di più: “Mancano strumenti che ‘inchiodino’ la politica” (oggi è sottosegretario di quello che il 3 per cento è anacronistico).
Pure Francesco Barbato (Idv) partecipò a suo modo: “Basta cda pubblici, basta auto blu, basta casta!”.
Alcuni, va detto, fecero sfoggio di erudizione fuori dal comune.
L’attuale viceministro all’Economia Luigi Casero, allora Pdl, ricorse ad arditi paragoni scientifici: “È la fisica che dimostra che una leva troppo lunga, la leva finanziaria, si spezza quando deve sollevare pesi troppo elevati come l’economia occidentale”.
Peppino Calderisi, altro berluscones: “Lo short-termism che caratterizza le moderne democrazie di massa riduce drammaticamente gli spazi per un uso coerente del deficit spending”.
Roberto Simonetti, Lega Nord: “L’economia sociale di mercato ha messo in crisi il dogma del pareggio di bilancio che fu raggiunto in tempi lontani, per esempio nel 1897, dal biellese Quintino Sella. Lo dico da presidente della provincia di Biella”.
Daniela Melchiorre, Liberaldemocratica già diniana, inneggiò alla cosa — per così dire — con la doppietta: “È un segnale forte e chiaro in un momento di incertezza e travaglio per la nostra economia e il nostro Paese”.
Altri, invece, lo dicevano da anni che bisognava pareggiare.
Tipo Renato Cambursano di Italia dei Valori: “Questo impegno avremmo dovuto assumerlo molto prima… Siamo in ritardo”.
Ma di quanto? Rispose Linda Lanzillotta, ex ministro: “È un passaggio importante anche se arriva, purtroppo, con trent’anni di ritardo”.
Altri, in questa orchestra, sceglievano senz’altro di suonare il trombone. Antonino Lo Presti, finiano: “È un momento solenne, una svolta di portata storica per il legislatore italiano, che sceglie di vincolare le proprie decisioni future al rigore finanziario”.
Enrico Letta, ex premier: “Noi assumiamo questa sfida: la assumiamo per il destino dei nostri paesi, per il destino di noi europei e, soprattutto, per il futuro dei nostri figli”.
Gianclaudio Bressa, Pd, dopo aver scomodato Luigi Einaudi, Ezio Vanoni e Costantino Mortati, concludeva leggermente su di tono: “Torniamo protagonisti del riscatto della democrazia parlamentare!”.
Ci voleva un vero democristiano come Roberto Occhiuto, giovine deputato Udc, per riportare il tutto ad una dimensione più consona: “Tutti negli anni abbiamo sbagliato: chi più, chi meno”.
E in coerenza con questo aureo principio alla Camera, in due letture, si contarono solo 3 voti contrari, in Senato nessuno.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
PARLA L’AVVOCATO CHE “UCCISE” IL PORCELLUM
Felice Besostri è uno dei legali dal quale partì l’iter giudiziario che portò la legge Calderoli alla
bocciatura davanti alla Consulta.
E non è tenero nemmeno nei riguardi dell’Italicum, il testo frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi che ha ricevuto il primo via libera dalla Camera.
“E’ un trucco, un tradimento della libera volontà degli elettori, in violazione di precise norme costituzionali“, dice commentando il premio di maggioranza così come previsto dal nuovo testo.
E il gran dibattito sulle quote rosa?
“Cosmesi sui cadaveri, le liste bloccate sono comunque incostituzionali, anche con il cinquanta per cento di donne”.
E i tempi per un nuovo giudizio costituzionale?
“Se la legge viene approvata in fretta, il ricorso potrebbe rientrare in un procedimento ancora aperto in Cassazione come strascico della questione Porcellum ed essere in breve mandato alla Consulta”.
Altrimenti, conclude l’avvocato, si percorrerà la via ordinaria.
Piero Ricca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 11th, 2014 Riccardo Fucile
REGGE IL PATTO CON BERLUSCONI SULL’ITALICUM… GOVERNO E AULA SACRIFICANO LA RAPPRESENTANZA DI GENERE
Il governo lascerà libertà di coscienza: evidentemente non siamo arrivati a un accordo con Forza Italia”. La ministra Maria Elena Boschi, rigorosamente vestita non di bianco, ma con una camicetta blu elettrico tono su tono con gli occhi che spalanca sull’interlocutore, lo ammette a metà pomeriggio.
“A voto segreto, gli emendamenti che chiedono la parità di genere saranno approvati? “Non ho la sfera di cristallo. Nessuno può saperlo”. E se le quote rosa dovessero passare, l’accordo Renzi-Berlusconi reggerà ? “Non lo so”.
La risposta arriva in serata, quando la Camera, a voto segreto, boccia tutti e tre gli emendamenti in questione: prima, quello che prevede l’alternanza di genere (335 no e 227 sì), poi quello che vorrebbe il 50% cento di capilista donne (i no sono 344 no, i sì 214) e infine anche quello che fino a un certo punto della giornata sembrava rappresentare un punto di mediazione, prevedendo una percentuale al al 40-60% tra donne e uomini nella indicazione dei capilista (298 i contrari, 253 i favorevoli).
Solo il Pd fa 293 deputati: visto che il voto è trasversale è evidente che vengono a mancare almeno 60 deputati uomini.
Perchè più va avanti la giornata delle donne bianco vestite più si chiarisce la posta in gioco: da una parte ci sono le deputate che vogliono la parità di genere e gli anti-renziani (soprattutto i democratici) che vogliono far fallire l’Italicum, dall’altra gli uomini anti quote rosa e i renziani, che vogliono salvare l’accordo tra il premier e Berlusconi per fare la legge.
Matteo Renzi l’aveva preannunciato domenica da Fazio: “Se troviamo una soluzione che va bene a tutti sono felice, ma è giusto che sia una scelta politica”. Insomma, il premier che si è fatto un vanto di avere un governo composto da una metà di uomini e una metà di donne, sulle quote rosa non è disposto ad impiccarsi.
Lui ci prova, comunque, in mattinata in un colloquio con il capogruppo di Fi, Renato Brunetta, che però gli dice che i suoi non li tiene.
Anzi, chiede che il governo dia parere negativo sugli emendamenti in questione. Renzi non cede. Che la mediazione è impossibile si capisce dopo una riunione tra la Boschi, Verdini e la Santanchè. Nonostante le pressioni di molte delle sue deputate, Berlusconi sulle quote rosa non molla.
L’indicazione ufficiale allora è libertà di coscienza. Per il governo. E per Pd, Fi, Sc e Ncd. Un equilibrio difficile.
In molti di Fi sottoscrivono la richiesta di voto segreto: un modo per rendere più facile l’affossamento delle quote. Ma l’Aula è in fibrillazione, sia nelle dichiarazioni, che nelle grandi manovre.
Il lettiano Marco Meloni interviene per dichiarare il sostegno a “questi emendamenti che ho sottoscritto”. Lo stesso fa Gianni Cuperlo. Asse anti-renziano.
Tra i banchi confabulano Luca Lotti e Lorenzo Guerini: devono evitare che l’accordo con B. salti. Molti renziani alla fine votano no. Anche se nessuno ci mette la faccia con un intervento in Aula.
Fino all’ultimo i dem aspettano una presa di posizione del gruppo diversa dalla libertà di coscienza. Che però non arriva. Se il Pd è diviso, dentro Fi non va molto meglio.
Denuncia la Prestigiacomo: “Il mio gruppo non ci lascia nemmeno la libertà di coscienza su questo tema”. La rimbrotta Brunetta: “La libertà di coscienza c’è”. I due dopo battibeccano lanciandosi accuse reciproche a vari banchi di distanza.
Evidentemente la libertà di coscienza è indicazione più formale che sostanziale. O una decisione dell’ultimo minuto.
I Cinque Stelle, nel frattempo, non approfittano dell’occasione per affossare il tutto. Il no lo annuncia Federica Dieni: “Norme ipocrite”.
Mentre si votano le quote, le donne bianco vestite mostrano il pollice alzato, Roberto Speranza, il capogruppo Pd, non dà segni di vita. Emendamenti bocciati.
Le donne democratiche furibonde abbandonano l’aula. Denunciano: “Il gruppo non ha rispettato l’accordo di votare sì all’ultimo emendamento”.
Rosato (Pd) in aula chiede immediatamente il rinvio a oggi. Seduta aggiornata a stamattina alle 10. Prima ci sarà un gruppo. Le democratiche minacciano di tirare fuori un emendamento sulle preferenze e di far saltare il banco.
Nel frattempo Renzi twitta, cercando di fermare le polemiche: “Il Pd rispetta il voto del Parlamento sulla parità di genere. Ma rispetta anche l’impegno sancito dalla direzione su proposta del segretario: nelle liste democratiche l’alternanza sarà assicurata”.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile
A SCRUTINIO SEGRETO BOCCIATI GLI EMENDAMENTI SULLA PARITA’ DI GENERE… FI E PD AVEVANO UFFICIALMENTE DATO LIBERTA’ DI COSCIENZA, MA SOLO PER SALVARE LA FORMA… L’OPPOSIZIONE PERDE L’OCCASIONE PER CREARE PROBLEMI A RENZI
L’aula della Camera boccia le quote rosa nell’Italicum, e parte la protesta delle donne Pd che accusano gli uomini del gruppo dem di non aver rispettato i patti.
Interviene subito il premier Matteo Renzi a dire che il partito assicurerà comunque l’alternanza di genere.
Dopo giorni carichi di polemiche, confronti, appelli e discussioni, a Montecitorio viene respinto con 335 no e 227 sì il primo emendamento messo ai voti sotto sera sulla parità di genere e l’alternanza dentro alle mini liste bloccate della riforma elettorale.
Passano alcuni minuti, e viene respinto (con numeri ancora più alti) anche il secondo, che riguarda la parità ’50 e 50′ per i capilista: i no sono 344, i sì 214.
Dopo un’ampia e accesa discussione, il pollice verso arriva pure per il terzo, considerato soft visto che prevedeva una rappresentanza donne-uomini di ’40 e 60′ sempre sui capilista: i contrari stavolta scendono e si fermano a quota 298, favorevoli 253.
Forza Italia si spacca (e lo si era capito dalle dichiarazioni di voto), ma a sorpresa si spacca soprattutto il Pd.
Infatti, se i democratici avessero sostenuto compattamente entrambi gli emendamenti, gli emendamenti avrebbero potuto contare sui 293 deputati componenti il gruppo, senza contare che le proposte sono stati votate dai 36 deputati di Sel, da molte parlamentari del centrodestra e degli altri gruppi.
La reazione delle donne dem non si fa attendere. E’ il caso di Maria Chiara Carrozza, già ministro dell’Istruzione nel governo Letta.
Ma a reagire con parole pesanti è anche la deputata Pd Giuditta Pini.
Dopo la bocciatura di tutti gli emendamenti sull’introduzione delle quote rosa nell’Italicum, le deputate Pd lasciano l’aula in segno di protesta.
Le parlamentari dem vogliono chiedere al capogruppo, Roberto Speranza, una imminente riunione del gruppo e pare puntino a far mancare il numero legale per impedire la prosecuzione dei lavori sulla legge elettorale.
L’accordo, spiegano le parlamentari, era che il gruppo Pd avrebbe dovuto votare l’emendamento, dando in tal senso indicazione di voto.
“Ed invece – spiegano – non è andata così visto che i voti a favore sono stati 253 mentre solo noi del Pd siamo 293. Quindi sono mancati molto più di 40 voti visto che a favore hanno votato anche esponenti di altre forze politiche”.
Considerando che, concettualità a parte, gli unici interessati a non far passare le quote rosa erano Verdini e Renzi, al fine di poter avere mano libera nella formazione delle liste elettorali, una opposizione lungimirante avrebbe dovuto votare sì per far esplodere l’inciucio di governo tra renziani eVerdini.
Cosa fanno invece, tanto per cambiare, grillini, sorellastre d’Italia e padagni? La ruota di scorta di Verdini e Renzi che ora potranno navigare tranquilli e farsi gli affari loro.
E dato che questi finti oppositori stupidi non sono, vuol dire che sono complici di questo governo che a parole attaccano ogni giorno, ma di fatto nei momenti di difficoltà mantengono a galla.
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Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile
UN DIBATTITO CHE TESTIMONIA L’ARRETRATEZZA CULTURALE DEL NOSTRO PAESE
Da donna, sono contraria alle quote rosa nelle liste elettorali. 
E l’attuale dibattito che si è sviluppato in Italia, a rimorchio della discussione sull’Italicum in corso alla Camera, mi rattrista perchè è la spia dell’arretratezza culturale del nostro paese.
Non siamo un paese scandinavo e si vede: da noi, parità e diritti sono ancora oggetto di discussione, come se fossero discutibili, come se non avessero a che fare con il sano concetto di uguaglianza, come se fossimo ancora nel Medioevo della caccia alle streghe e non in un’epoca comunque posteriore alla Rivoluzione francese.
Sostenere che abbiamo bisogno di una legge sulle quote rosa proprio per via di questa arretratezza culturale, è argomento che non mi convince.
Soprattutto quando si prendono in considerazione percentuali diverse dal 50 % di uomini e 50% di donne in lista, tipo quel 60 (uomini) 40 (donne) di cui si parla nelle ultime ore.
Senza dilungarmi, ne elenco solo 5 di motivi per cui una norma del genere non è utile a risolvere il problema della parità di genere e rischia magari di essere controproducente.
1. Trovo sempre allarmante qualunque ragionamento fondato su una idea di differenziazione tra esseri umani: uomini-donne, bianchi-neri, ricchi-poveri e così via. Perchè chiedere le quote rosa e non quelle per i senza tetto, per dire?
Non meriterebbero anche loro di entrare in Parlamento, godere del diritto inalienabile e sancito per legge di un posto in lista?
E mi fermo qui sulle categorie sociali, il senso del ragionamento credo sia chiaro. Tutti sono uguali davanti alla legge. Nessuno può diventare ‘più uguale degli altri’ solo perchè parte da una condizione di svantaggio.
Di svantaggiati nella società ce ne sono: non è ‘solo’ una questione di genere, lo è ‘anche’.
2. Non mi piace l’idea di ‘chiedere al maschio’ di avere un posto in lista.
Il posto in lista si guadagna sul campo, anche con la solidarietà tra donne, le lotte, la partecipazione.
Supplicare per ottenere di essere candidata o ricandidata – come lascia pensare l’accanito dibattito delle parlamentari – è sintomo di sudditanza al potere, che spesso è maschile in questo paese.
Si dirà : come si fa a sconfiggere un ‘nemico’ del genere? E’ dura, lunga, trattasi di rieducazione culturale nelle scuole ma vi risparmio il ‘pippone’ sull’argomento. In ogni caso, non esistono bacchette magiche: nemmeno quelle legislative lo sono.
3. Cosa succederebbe se in una data circoscrizione elettorale emergessero tantissime donne in gamba da candidare, così tante da superare gli uomini in gamba?
Cosa succederebbe se per legge fosse sancita la parità assoluta ‘fifty-fifty’ o se fosse stabilita la versione più ‘soft’ di 60% di posti per gli uomini e 40% per le donne? Succederebbe che la legge strangolerebbe una realtà evidentemente più avanzata della legge stessa.
4. L’aggravante del dibattito italiano sta nell’aver esaminato la possibilità di uscire dal seminato del ‘fifty-fifty’ per acconciarsi a soluzioni tipo quella del 60/40, nel tentativo di andare incontro alle resistenze di Forza Italia.
Un rimedio peggiore del male, che dovrebbe offendere tutte le donne.
Perchè qui addirittura si esce dal terreno della parità assoluta, seppur deprecabile se stabilita per legge, per entrare in quello della disparità , che sarebbe assoluta proprio perchè messa nero su bianco per legge.
5. Difficile non sospettare una certa strumentalità politica nelle argomentazioni di taluni sostenitori degli emendamenti sulle quote rosa in Parlamento.
Ma, si sa, la battaglia politica contiene sempre ampie dosi di strumentalità , purtroppo. E preferisco non addentrarmi su questo terreno.
Faccio solo notare che, mentre infuoca la discussione sulle quote rosa in lista, in commissione alla Camera ancora giace il testo contro quella terribile pratica chiamata delle ‘dimissioni in bianco’ sul posto di lavoro.
Questa sì che sarebbe una norma di civiltà : riguarda soprattutto le donne, in quanto sono spesso loro le vittime di una consuetudine ancora strausata in Italia.
Ma in realtà riguarda tutti, perchè i meccanismi che stritolano i diritti spesso non guardano in faccia al genere maschile o femminile.
Soprattutto in tempi di crisi economica.
Angela Mauro
(da “Huffingtonpost“)
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