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QUOTE ROSE, DECIDERA’ L’AULA

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

ITALICUM, FUMATA NERA SULLA PARITA’ DI GENERE: IL VOTO ALLA CAMERA RISCHIA DI SLITTARE… IL GOVERNO SI RIMETTE ALL’AULA

La riforma elettorale torna oggi in Aula a Montecitorio.
La speranza di Matteo Renzi è quella di far approvare il testo in prima lettura tra stasera e domani mattina. “Entro domattina si chiude”, assicura il presidente del Consiglio.
I tempi potrebbero però allungarsi perchè tra i punti controversi in agenda, un’intesa è stata raggiunta solo sulla delega al governo per la definizione dei collegi plurinominali.
L’accordo prevede che i collegi non possono essere inferiori a 120. La riformulazione dell’emendamento prevede ora solo un tetto massimo dei collegi, ma lascia invariati i 25 giorni di tempo assegnati al governo per disegnare i collegi.
Restano invece ancora da disinnescare altre tre mine: il cosiddetto salva-Lega, le candidature multiple e la rappresentanza di genere.
In particolare su quest’ultimo punto il confronto resta molto aspro e per il momento una mediazione appare lontana, con il movimento bipartisan a favore della sua introduzione deciso a non fare passi indietro.
Il comitato dei 9 della commissione Affari costituzionali della Camera, convocato per stamattina, non è stato in grado infatti sinora di sciogliere il nodo sulla parità  di genere, con Forza Italia ferma sulla posizione di non apportare alcuna modifica all’accordo Renzi-Berlusconi.
L’Aula, inizialmente convocata per le 11, su richiesta del relatore Francesco Paolo Sisto è slittata quindi alle 14:30, scatenando le proteste dell’opposizione, esclusa naturalmente Forza Italia. Gli emendamenti sulla parità  di genere sono stati però nuovamente accantonati.
“Noi dobbiamo tenere una posizione conforme all’accordo, il voto poi è affidato ai singoli parlamentari. Ma sarebbe grave se si usassero gli emendamenti sulla parità  di genere per saltare la riforma”, avverte lo stesso Sisto, intervistato da Radio24. “Emendamenti peraltro – aggiunge – che violano dei precetti costituzionali, come dimostrano due sentenze della Corte costituzionale”. “Nessuno – inisiste ancora Sisto – mi ha chiamato stanotte – aggiunge Sisto – non mi risultato cambiamenti rispetto a quanto deciso nell’accordo fatto con il Pd”.
Il governo ha fatto sapere in tarda mattinata che sul tema delle quote rosa si rimetterà  all’Aula, mentre sugli altri nodi della legge elettorale rimasti aperti darà  parere contrario.
Il Pd, dal canto suo, sarebbe disponibile a una modifica della legge elettorale pro ‘quote’, ma – viene ribadito – deve esserci l’accordo di tutti i sottoscrittori del patto sull’Italicum. La battaglia bipartisan delle donne a Montecitorio, però, va avanti e sarebbero orientate a mettere comunque in votazione, quindi senza ritirarlo, l’emendamento a prima firma Agostini e appoggiato da diverse deputate di vari schieramenti. Molte deputate si sono presentate oggi vestite di bianco, raccogliendo l’appello lanciato da Laura Ravetto di Fi ad indossare qualcosa di bianco per sostenere la parità  di genere. Tra loro, Alessandra Moretti e diverse colleghe del Pd ma anche Nunzia De Girolamo di Ncd e Michela Brambilla di Fi.
In assenza di una mediazione che possa coinvolgere anche Forza Italia, per gli emendamenti sulla parità  di genere (in tutto sono 4) la sorte pare però segnata. Si andrà , con ogni probabilità , al voto segreto ma sono soprattutto i numeri a ipotecare fortemente l’approvazione degli emendamenti. Il documento-appello pro quote rosa è stato infatti sottoscritto da 90 deputate su 197. Le più nette divisioni si registrano all’interno di Forza Italia, ma anche nel Pd – con le renziane che non hanno appoggiato apertamente la battaglia delle colleghe – manca l’unanimità .
Pallottoliere alla mano, poi, c’è il voto decisivo dei colleghi uomini: su 630 deputati, 433 sono uomini. Tirando le somme, quindi, se ai voti degli uomini si aggiungono quelli delle donne contrarie agli emendamenti pro parità  di genere, almeno sulla carta dovrebbero essere circa 500 i voti contrari, fatti salvi quei deputati maschi che si sono detti, almeno ufficialmente, favorevoli alla battaglia ‘in rosa’.
Ma è in particolare l’emendamento che prevede la pari rappresentanza per i capilista a mobilitare i deputati uomini contro il voto favorevole.

(da “La Repubblica“)

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I NEMICI DELLA RIFORMA PREPARANO LA PALUDE DI PALAZZO MADAMA

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

SI DELINEA UNA TRINCEA TRASVERSALE PER CAMBIARE L’ITALICUM SU PREFERENZE E SOGLIA

Può darsi che si tratti solo di un tentativo di intimidazione contro il governo. Oppure di una somma di debolezze e di frustrazioni destinate a rivelarsi un bluff.
Ma la possibilità  che la riforma elettorale in via d’approvazione alla Camera sia cambiata al Senato sembrerebbe tutt’altro che remota.
A Montecitorio, tra lunedì e martedì il cosiddetto Italicum diventerà  legge, come il premier Matteo Renzi aveva promesso.
Nessuno, però, è pronto a scommettere che il testo uscirà  indenne dalla discussione nell’altro ramo del Parlamento. E non tanto perchè nella strategia del presidente del Consiglio la «Camera alta» è destinata ad assumere un rilievo politico più o meno ornamentale.
Sono i numeri a far ritenere che le forze minori cercheranno una rivincita in grado di bilanciare lo strapotere che i partiti maggiori, Pd, FI e M5S, si vedranno attribuire dall’Italicum.
Ma, in quel caso, c’è da chiedersi quali saranno i possibili effetti sull’asse tra Renzi e Silvio Berlusconi che ha già  ingoiato di malavoglia le modifiche imposte dal Nuovo centrodestra a Montecitorio.
Gli attacchi del partito di Angelino Alfano a FI sembrano fatti per rendere più difficile la sintonia istituzionale tra i due maggiori partiti.
L’impazienza del Cavaliere trasuda dalle pagine del Mattinale, il bollettino diffuso dal gruppo parlamentare.
«Attento, Renzi – scriveva ieri–, la luna di miele con gli italiani dura poco…».
In parallelo, viene chiesto al premier di richiamare all’ordine quanti, nel suo Pd, non nascondono la volontà  di «migliorare» la riforma elettorale a palazzo Madama: al punto che i renziani sono costretti a ricordare che la direzione del partito ha approvato il progetto a stragrande maggioranza.
In discussione sono soprattutto le preferenze: quelle che ridurrebbero il potere dei leader nella designazione di fatto dei parlamentari, a seconda della loro posizione nelle liste.
Alla Camera la proposta non è passata per una trentina di voti. Il tentativo dei dissidenti è di farla approvare al Senato.
E nel frattempo di insinuare dubbi corposi sulla costituzionalità  della riforma che sta prendendo corpo. In più, non riesce a decollare l’idea delle «quote» femminili nelle liste; e questo aggiunge un altro focolaio di tensione trasversale.
Una degli avversari di Renzi, Anna Finocchiaro, pd e presidente della commissione Affari costituzionali, ha annunciato che in Senato si lavorerà  per abbassare la soglia che sbarra l’ingresso in Parlamento delle forze minori, e per alzare il premio di maggioranza.
«La soglia dell’8 per cento per i partiti che vanno da soli è molto alta. E per il premio, è ragionevole il 40 per cento». Sono bastate queste parole per tirarle addosso l’ira di berlusconiani e renziani: al punto che è intervenuto a difenderla il vicepresidente del Senato, Vannino Chiti. «Sono stupefatto e preoccupato», ha detto. «Il Senato c’è ancora e pesa. Cercheremo di migliorare la legge elettorale, come è nostro dovere».
Eppure, nonostante tutto, il patto Renzi-Berlusconi regge.
Il Ncd parla maliziosamente di un Cavaliere desideroso di far parte del governo.
Sono punture di spillo che nascono da una campagna elettorale già  in atto, alla quale tutti più o meno consapevolmente partecipano.
Rimane da capire se è solo per le Europee di maggio, o se possa sfociare in un voto politico anticipato.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera“)

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QUOTE ROSA E PREFERENZE, AL SENATO SONO GUAI

Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile

SE ALLA CAMERA I FRANCHI TIRATORI SONO STATI 70, AL SENATO DOVE IL MARGINE E’ DI OTTO IL GOVERNO RISCHIA LA DISFATTA

Numeri che si restringono, dichiarazioni infuocate della maggioranza contro le indicazioni del governo: giovedì notte la Camera al voto dell’Italicum era l’immagine plastica del pantano in cui si sta approvando la legge elettorale.
E neanche finito un pantano, se ne annuncia uno ben peggiore: da Ncd e minoranza Pd è tutto un avvertimento che in Senato la legge si cambierà .
In barba all’accordo intoccabile (pena la fine della legislatura) tra Renzi e Berlusconi.
Giovedì notte, l’emendamento Pisicchio (gruppo Misto) che introduceva la possibilità  di esprimere due voti di preferenza è stato bocciato — a voto segreto — con solo 42 voti di scarto. 278 contro 236.
Presenti in media in Aula tra i 450 e i 520 deputati. La maggioranza conta su 394 voti, all’appello ne sono mancati 60-70.
Ovvero, quelli di Ncd (29 a ranghi pieni), quelli di Scelta Civica (27 anche qui a ranghi interi), più alcuni del Pd.
Toni esasperati, accorati. Il lettiano Meloni il suo dissenso rispetto alla legge lo dichiara in Aula, così la Bindi. E Boccia quota al 20% la possibilità  che alla fine voti la legge.
Poi c’è il documento bipartisan per la parità  di genere sottoscritto dalle parlamentari di tutte le forze politiche. Le deputate sono intenzionate a non mollare.
Che farà  il governo? Risponde Lorenzo Guerini, nella veste di portavoce della segreteria Pd e di mediatore in Parlamento per conto di Renzi: “Non ci sarà  nessuna modifica se non rientrerà  nell’accordo”. Quello tra Pd e FI.
Lo stesso Guerini, mentre si dice soddisfatto della tenuta del gruppo Pd l’altra notte, ammette che ci sono continui contatti per arrivare a capire se ci sono le basi per qualche modifica. “Questa legge è una schifezza, ma è frutto di un accordo extraparlamentare, quindi non c’è battaglia che tenga”, si sfogava ieri qualche deputato.
La convinzione più o meno generale è che alla fine in qualche modo la Camera l’Italicum lo approverà . E in Senato si vedrà .
Tra i renziani c’è chi è pronto pure ad appellarsi alla Provvidenza o a sperare in qualche risultato entusiasmante del governo.
Basta sentire Anna Finocchiaro, presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, dove la riforma uscita da Montecitorio (e dove i renziani sono minoranza) andrà  incardinata: “Lavoreremo in Commissione per una norma sulla parità  di genere, la soglia dell’8% per i partiti che vanno da soli, poi, è molto, molto alta. Per quanto riguarda il premio di maggioranza, invece, una soglia ragionevole è il 40%”. Sostanzialmente smonta l’accordo. Tanto che il suo omologo alla Camera, Francesco Paolo Sisto, la richiama all’ordine: “Io trovo sconcertante che di fronte a un patto che è stato raggiunto fra Renzi e Berlusconi, si possa pensare già  con riserva mentale di mutarlo”.
Il Senato non è la Camera e i numeri del governo sono molto più risicati. 169, per una maggioranza di 161. Se alla fine, per dire, contro l’Italicum votassero tutto Ncd (32 senatori) e i 25 democrat che già  hanno firmato contro la legge, pure con il soccorso dei 60 di Fi i numeri sarebbero molto a rischio.
I presupposti ci sono tutti. Renato Schifani chiarisce: “Palazzo Madama non farà  il notaio della Camera”.
E in Commissione la Finocchiaro fa sponda con Francesco Russo, fedelissimo di Letta: il progetto è quello di mettere il più possibile i bastoni tra le ruote all’Italicum e di far passare prima la riforma del Senato.
Alla faccia di quello che Maria Elena Boschi avrebbe scritto a Dorina Bianchi (come riporta l’Huffington Post): “Se passa l’emendamento che hai difeso (sulle preferenze, ndr.) , salta tutto e si va a votare. Voglio vedere dove prendi i voti per essere eletta”.
Smentiscono entrambe, sia il ministro che la deputata: ma il clima è quello.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA FINZIONE DELLA PARITÀ TRA UOMO E DONNA

Marzo 7th, 2014 Riccardo Fucile

L’EMENDAMENTO SULLA PARITA’ DI GENERE NON VA BENE A CHI VUOLE AVERE MANO LIBERA NELLA COMPOSIZIONE DELLE LISTE

Sarà  interessante vedere il governo Renzi passare dalle parole ai fatti, ora che tutti sono a bordo.
Ora che, pazienza per l’overbooking, si è trovato un posticino per tutti – incerti, ex nemici, ultimi arrivati e pecorelle smarrite nella stiva.
A decollo avvenuto il primo nodo al pettine, chi l’avrebbe detto, riguarda le donne.
Sempre lì s’inceppa il meccanismo della propaganda. Una piccola cosa: che volete che sia al cospetto della soglia di sbarramento, del modello strutturale di riferimento, del ruolo del Senato e dei vincoli costituzionali, per esempio.
Eppure, ogni volta daccapo, è lì che alzano le mani i professionisti di meccanica elettorale: quando davvero, ma davvero, bisogna garantire che uomini e donne abbiano la stessa possibilità  sostanziale di essere eletti. Sostanziale oltrechè formale.
Dunque succede che, di fronte ad un emendamento sulla parità  di genere firmato da parlamentari di molti gruppi e partiti politici, il relatore esprima parere negativo, il governo taccia un momento di troppo e l’agognata riforma, il cosiddetto Italicum, interrompa la sua marcia trionfale e vada in stallo per mezza giornata.
Allarme nel pannello di comando, pericolo di caduta, i calcoli di aula fanno temere il peggio, meglio riprendere quota e aspettare. Il voto slitta a lunedì.
Combinazione vuole, è proprio un caso ma si sa che il caso è un mistero trasparente e luminoso, che la tre giorni di sosta attraversi l’8 marzo.
Una festa, la Festa della Donna, che molti – persino molte donne – hanno ormai in uggia, la giudicano più o meno sottovoce stantia e retorica: a cosa serve un giorno all’anno, la vita è tutti i giorni, il merito prescinde dal sesso eccetera.
Benissimo, ammettiamo che.
Andiamo a vedere però le ragioni reali per cui una richiesta semplice e sensata come quella della parità  fra uomini e donne nelle liste elettorali (cinquanta per cento di capolista, alternanza uno a uno e non a blocchi perchè è chiaro, e noto per esperienza, e reso manifesto dal buon senso che se in una circoscrizione elettorale un partito ha la forza di eleggere due parlamentari mettere una donna al terzo posto è un esercizio di stile, salvo sorprese) dunque vediamo perchè no.
La voce del Transatlantico è molto chiara, tutti sanno perchè: perchè chi fa le liste – i Denis Verdini, gli uomini neppure tanto ombra dei partiti – vogliono avere le mani libere.
Vogliono essere loro a decidere, ancora una volta, chi sarà  eletto e chi no. Certo, con un margine di rischio perchè l’elettorato può essere imprevedibile. Ma con un margine minimo, diciamo.
Vogliono garantire chi deve essere garantito: i fedeli, i devoti, quelli che poi saranno grati e obbedienti. Anche le donne possono essere fedeli e non leali, certamente. Tutto attorno abbiamo fior di esempi. A maggior ragione quindi – anche nell’antica ottica della concessione dall’alto – non dovrebbero esserci problemi. Invece ci sono.
È una vecchia storia. Renzi ha fatto un governo 50 e 50 (ci sarebbero anche i sottosegretari, ma quelli sono meno vistosi dunque si contano meno) e ha abolito il ministero delle Pari Opportunità , che per un momento alla vigilia aveva pensato per Ivan Scalfarotto, gay e paladino dei diritti delle minoranze.
Poi Giovanardi in pubblico e Alfano in privato hanno avuto da ridire. È pur sempre un governo di larghe intese, questo, per quanto – rispetto al precedente – di più aggressive e meno miti pretese. Perciò il gruppo di parlamentari Pd, Ndc, Sel, Scelta civica e vari altri minori – le firmatarie dell’emendamento che ha provocato lo stallo, non sono fra loro Forza Italia e Cinque Stelle – non possono contare sul sostegno istituzionale di un ministro.
Ci fosse stata, per dire, Iosefa Idem, la volta scorsa si sarebbero rivolte a lei.
Ma la volta scorsa la legge elettorale non era all’ordine del giorno. La palla non si trova mai col piede. Ora che tutto marcia, manca il referente.
Laura Boldrini, presidente della Camera, ha ricevuto le deputate facendo presente che ben due articoli della Costituzione, il 3 (uguaglianza) e il 51 (pari opportunità ) sono dalla loro. I senatori del Pd hanno sottoscritto un appello. Sel chiede il voto palese, non si vede perchè sull’uguaglianza di genere ci debba essere libertà  di coscienza da tutelare. Eppure non basta. È il governo che deve parlare. È Renzi che deve mettere dentro i fatti l’abilità  che manifesta a parole.
Si dice spesso che la vera parità  sarà  raggiunta quando ci saranno nei posti di comando tante donne incapaci quanti uomini inetti solitamente ci sono. È una ben triste battuta.
È purtroppo già  spesso vero che anche gli uomini ricoprono incarichi di prestigio in quanto “uomini di” – di corrente, di riferimento, di un leader – quanto accada alle donne che di rado, anche a questo giro di governo, possono essere identificate non solo in base ai loro meriti ma per essere piuttosto “donne di”. Indicate da. Volute da. In confidenza con.
Negli stessi giorni in cui si discute la legge elettorale si chiude a Roma un magnifico incontro di Women in diplomacy, convegno di giovani diplomatiche del Mediterraneo voluto da Emma Bonino, ottimo ministro degli Esteri non sponsorizzato da alcuna frazione di corrente per la conferma. Nei medesimi giorni in cui si osserva la pausa di riflessione, 8 marzo compreso, la Lego manda in produzione tre figurine che rappresentano una chimica, un’astrofisica e una paleontologa. Le affianca alle tradizionali signora col gattino, alla cuoca e alla giardiniera col grembiule.
Anche in questo caso c’è voluta una potente raccolta di firme, in azienda non gli era venuto in mente. Strano. Perchè le scienziate (anche quelle italiane, buongiorno Fabiola Gianotti) sono parecchie, cucinano anche e a volte hanno un gatto.
Magari a Renzi questa cosa della Lego interessa. Magari, domani sabato 8, pensando al pupazzetto dell’astrofisica (ne ha avuta una eccelsa Firenze, un saluto Margherita Hack) butta un occhio all’emendamento sulla parità .
Aspettando Godot, lunedì.

Concita De Gregorio

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ITALICUM: BOCCIATO NELLA NOTTE PER SOLI 40 VOTI EMENDAMENTO PER RIPRISTINARE PREFERENZE

Marzo 7th, 2014 Riccardo Fucile

CAOS SULLA PARITA’ DI GENERE, PD SPACCATO, FORZA ITALIA IN DIFFICOLTA’…SLITTA ANCORA L’APPROVAZIONE FINALE DELLA LEGGE TRUFFA

L’iter dell’Italicum appare sempre più problematico tanto che in serata la reintroduzione delle preferenze è stata bocciata con soli 40 voti di scarto.
Il rinvio.
In Conferenza Fratelli d’Italia ha avanzato la proposta di non proseguire l’esame della riforma elettorale nella giornata di domani, venerdì 7 marzo, per consentire al partito di svolgere il congresso che si terrà  a Fiuggi proprio a partire da domani.
La richiesta è stata accolta, ma il capogruppo del Pd, Roberto Speranza ha manifestato contrarietà  a questa soluzione, chiedendo “con insistenza che si procedesse con la riforma elettorale in aula almeno la giornata di domani”.
Respinto lo sbarramento al 4%.
La Camera ha respinto, a scrutinio palese, l’emendamento alla riforma elettorale che abbassava la soglia di sbarramento dal 4,5% a 4%.
La proposta, presentata da Ignazio La Russa e da Fdi, è stata sostenuta da appassionati interventi dei piccoli partiti, mentre Pd e Fi non sono intervenuti. Alla fine i “no” sono stati 308 contro i 215 sì (a favore hanno votato anche i Cinque Stelle).
Sull’Italicum i tempi sono contingentati e una stima fatta durante la riunione dei capigruppo prevede che vi siano ancora 18 ore a disposizione per l’esame e il voto degli emendamenti. Non da ultimo, durante l’incontro la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha ribadito che le sanzioni a seguito dei disordini in aula e in commissione comminate ai 5 Stelle e al questore Dambruoso inizieranno a decorrere una volta terminata la legge elettorale.
Emendamento sulle quote rosa.
Sono invece ancora in stallo gli emendamenti Agostini sulla parità  di genere, su cui le forze di maggioranza non riescono a trovare l’accordo: in serata 90 deputate dei partiti che sostengono la riforma elettorale (Pd, Fi, Ncd, Sc, Udc e Pi) hanno sottoscritto un “appello aperto” ai leader dei loro partiti affinchè sostengano gli emendamenti bipartisan per la parità  di genere. L’obiettivo è ottenere l’alternanza uomo-donna nelle liste elettorali e il 50 per cento delle donne capolista.
Anche la presidente della Camera Laura Boldrini ha incontrato le deputate che sostengono l’iniziativa, appartenenti a diversi gruppi: assenti quelle di Fi e Movimento Cinque Stelle. Presenti, tra le altre, le parlamentari Pd Barbara Pollastrini e Roberta Agostini, Dorina Bianchi (Ncd), Titti Di Salvo (Sel), Irene Tinagli (Sc) e Gea Schirò (Pi).
In realtà  le deputate del Pd restano divise.
L’area più vicina a Renzi è dubbiosa che una iniziativa in tal senso contribuisca a sbloccare lo stallo sulla parità  di genere, visto che nell’accordo con Fi i tre emendamenti Agostini non erano previsti.
Silvia Fregolent, deputata piemontese vicina al premier, interpellata in proposito spiega: “Io non penso che sia una buona idea e non firmerò. Non sono d’accordo con il metodo, con una raccolta di firme in una fase della trattativa così delicata. E’ in corso una trattativa sotto traccia per ottenere un risultato e io che voglio arrivare al risultato non condivido questo metodo”.
Preferenze.
In tarda serata l’aula della Camera ha bocciato il primo degli emendamenti alla riforma elettorale che introducono il voto di preferenza, rispetto alle liste bloccate previste dal testo. I no sono stati 278, i si’ 236, gli astenuti 2.
La discussione ha avuto toni accesi: alcuni esponenti del Pd (come Rosi Bindi e il lettiano Marco Meloni) si sono pronunciati a favore della modifica.
I presentatori dell’emendamento (Pino Pisicchio, Giancarlo Giorgetti e Gennaro Migliore) sono dunque tornati sui propri passi chiedendo nuovamente che si votasse a scrutinio segreto.
E alla fine i voti favorevoli sono stati 236, cioè molto più numerosi di quelli registrati in altri emendamenti proposti dai piccoli partiti (in media 180-190).
Il presidente.
Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, dal canto suo, continua a mantere un ruolo sopra le parti: “Promulgherò la legge elettorale dopo attento esame – afferma in una nota – Ora, mentre sono in corso discussioni e votazioni in Parlamento sulla riforma, è fuorviante chiedere al presidente della Repubblica, in nome di presunte incostituzionalità , di pronunciarsi o ‘intervenire’ sulla materia”.

(da “La Repubblica“)

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CAMERA, SANZIONI RIDICOLE PER I DISORDINI: UN MORSO VALE 12 GIORNI DI SOSPENSIONE, IMPEDIRE I LAVORI E DARE UNA GOMITATA 15 GIORNI, GL INSULTI SESSISTI 3 GIORNI

Febbraio 28th, 2014 Riccardo Fucile

VIOLARE LA LEGGE IN PARLAMENTO E’ LECITO, SE UN CITTADINO RUBA UNA MELA INVECE FINISCE IN GALERA… UN CONSIGLIO AI FUTURI AGGREDITI: PRENDETE GLI ASSALITORI A SPRANGATE, AL MASSIMO VI SOSPENDONO 15 GIORNI

Punizioni ridicole a ventidue deputati del Movimento 5 stelle (più un esponente di Fratelli d’Italia) e a un questore di Montecitorio.
La protesta inscenata nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia il 29 e 30 quando fu fisicamente impedito lo svolgimento dell’esercizio dell’attività  di parlamentare è costata 15 giorni di sospensione dai lavori dell’aula ai deputati grillini Ferdinando Alberti, Laura Castelli, Diego De Lorenzis, Ivan Della Valle, Alessandro Di Battista, Vittorio Ferraresi, Matteo Mantero, Giorgio Sorial e Simone Valente.
Per Alberti, Di Battista, Ferraresi, Mantero e Simone Valente la sospensione sale a 25 giorni complessivi poichè a quella irrogata per la protesta in commissione, si aggiungono ulteriori dieci giorni decisi dall’ufficio di presidenza per i disordini in aula.
Massimo De Rosa (M5S) è stato sospeso per appena tre giorni, a causa delle offese rivolte a un gruppo di deputate del Pd, una pena che è un insulto alle donne in politica.
15 giorni invece per il questore Stefano Dambruoso (Scelta Civica) che registra il record non invidiabile di primo questore della Camera sottoposto a sanzioni (peraltro quella massima).
Fabio Rampelli (Fratelli d’Italia) sospeso per 10 giorni per aver occupato i banchi del governo e aver sventolato il tricolore.
Le sanzioni saranno “scontate” dai destinatari solo dopo il 10 marzo, quando sarà  esaurito l’esame in Aula della legge elettorale, e pure a gruppi al massimo di 13 deputati.
Lo ha deciso l’Ufficio di presidenza di Montecitorio in considerazione dell’elevato numero di deputati puniti appartenenti ad un unico gruppo parlamentare, quello del M5S.
Per il primo gruppo, dunque, le sospensioni partiranno dal 10 marzo, dal 31 marzo per il secondo e dal 14 aprile per il terzo.
Sono queste le pene inflitte dall’ufficio di presidenza di Montecitorio nei confronti dei deputati che si sono resi protagonisti dei disordini in Aula e nelle commissioni della Camera subito dopo e all’indomani del voto sul decreto Imu-Bankitalia arrivato il 29 gennaio.
Mentre i Cinque Stelle si riversavano sui banchi del governo Dambruoso si era messo a suo dire a scudo della Boldrini, nonostante il banco della presidenza fosse lontano. Il risultato fu un colpo con il gomito in pieno volto ai danni della deputata Loredana Lupo. Dambruoso per questo è stato sanzionato con il massimo della pena: 15 giorni. Secondo quanto riporta l’Ansa è la prima volta che a subire una sanzione dell’Ufficio di presidenza sia un deputato questore, che in base al regolamento ha la competenza di proporre le sanzioni per i deputati indisciplinati. E’ stato anche invitato insistentemente a dimettersi prima della sanzione per non creare un precedente (l’auspicio era arrivato anche dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti), ma Dambruoso non ha fatto passi indietro.
Tra l’altro la stessa Lupo ha ricevuto una pena di 10 giorni di sospensione dai lavori di Montecitorio.
Nella stessa bagarre un’altra parlamentare grillina, Silvia Benedetti, aveva dato un morso a un commesso di Montecitorio.
Oltre a Lupo e Benedetti sono state comminate “squalifiche” a Dino Fernando Alberti, Massimo Artini, Massimo Baroni, Sergio Battelli, Francesco Carinelli, Andrea Cecconi, Claudio Cominardi, Davide Crippa, Ivan Della Valle, Massimo De Rosa, Vittorio Ferraresi, Luigi Gallo, Mirella Liuzzi, Loredana Lupo, Matteo Mantero, Paolo Parentela, Daniele Pesco, Paolo Nicolò Romano, Simone Valente, Stefano Vignaroli e Alessio Villarosa.
La normativa vigente non permette di andare oltre i 15 giorni di sospensione, quindi in Parlamento non vige la legge dei comuni mortali: se le stesse cose le avesse fatte un cittadino comune (interruzione di riunione del Parlamento con la violenza) avrebbe rischiato fino a 5 anni di galera.

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RENZI GIÀ COL PALLOTTOLIERE: AL SENATO RISCHIA GROSSO

Febbraio 14th, 2014 Riccardo Fucile

 L’ORAZIONE DELL’AUTOINCORONAZIONE, POI LA LUNGA NOTTE TRA TRATTATIVE E PROPOSTE… VENDOLIANI FUORI DAI GIOCHI, ALFANO PRESSA PER RESTARE

Renzi avrebbe addirittura accarezzato il progetto di sganciarsi dagli alfaniani per “autonomizzarsi a sinistra” mettendo insieme i sette senatori di Sel e almeno dieci dissidenti grillini, se non quindici.
Ma la spaccatura a rischio scissione nel partito di Vendola ha bloccato tutto. In cambio il premier in pectore aveva già  assecondato la principale richiesta di Sel: il reddito di cittadinanza.
Giovedì 13 è un film dell’horror ammantato di poesia.
È pur sempre la vigilia di San Valentino, che oggi Renzi festeggerà  da sindaco a Firenze.
Il Rottamatore spara versi come crisantemi sulla tomba politica di Enrico Letta. Una citazione banale dall’Attimo fuggente: “Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta”.
La direzione del Pd si tramuta in esecuzione e funerale allo stesso tempo.
Il metodo di “Matteo” è spietato, per usare l’aggettivo scelto da Civati, e fa coniugare all’imperfetto tutti gli interventi di stampo comunista nordcoreano.
D’improvviso Letta “governava” anzichè governa. La bara è vuota perchè il premier assente è un morto che cammina.
I grazie si sprecano e si trasformano in un gigantesco amen, che per Renzi si trasfigura in un potente “vento in faccia”, altra lunga citazione poetica.
Sangue e poesia alle tre del pomeriggio.
Il segretario del Pd completa la conversione del partito al suo vangelo. Adesso dopo Shining (sempre Civati) o Giovedì 13 c’è l’Oceano Mare, antico titolo di Baricco, autore neorenziano.
Cioè la navigazione tra i flutti e le trappole della Capitale.
Subito fallita l’operazione per allargare a Sel
La prima incognita è il perimetro della maggioranza. Che garanzie e numeri offrirà  Renzi a Napolitano per arrivare al 2018?
Il rischio è che la maggioranza sia la stessa di Letta perchè l’operazione Vendola è fallita.
I due, “Matteo” e “Nichi”, hanno parlato lunedì, prima che il leader del Pd andasse a cena da Napolitano al Quirinale. Al di là  della Camera, dove i numeri non sono un problema, la discussione è stata tutta sul Senato.
Renzi avrebbe addirittura accarezzato il progetto di sganciarsi dagli alfaniani per “autonomizzarsi a sinistra” mettendo insieme i sette senatori di Sel e almeno dieci dissidenti grillini, se non quindici.
Ma la spaccatura a rischio scissione nel partito di Vendola ha bloccato tutto.
In cambio il premier in pectore aveva già  assecondato la principale richiesta di Sel: il reddito di cittadinanza. Nulla da fare.
Anche se i renziani assicurano che almeno tre senatori vendoliani (Stefà no, Uras, De Cristofaro) più una grillina voteranno la fiducia, tra mercoledì e giovedì della prossima settimana.
La voglia di fare a meno di Angelino
A questo punto sarà  determinante il sostegno del Nuovo Centrodestra di Alfano, partito governativo per vocazione altrimenti all’opposizione morirebbe appena nato. La tentazione del futuro premier è quella di escludere Alfano, già  delfino berlusconiano poi tra i ministri più inefficienti e “scandalosi” di Letta.
Un esempio per tutti: il caso Shalabayeva.
A Ncd dovrebbero andare due ministri, Lorenzin e Lupi, ma è in corso una serrata trattativa per far rientrare Alfano dalla finestra.
In ogni caso non con i gradi da vicepremier. A Palazzo Chigi Renzi non vuole vice.
Obiettivo: asfaltare subito il Movimento cinque stelle
Alle dieci di ieri sera il cerchio magico renziano confidava: “La cosa che più fa godere Matteo in queste ore non è la dipartita di Letta ma il silenzio dei grillini. Sono trentasei ore che non si sentono”.
I primi cento giorni di Renzi a Palazzo Chigi coincidono con la scadenza delle elezioni europee e il suo obiettivo sarà  “asfaltare il Movimento 5 Stelle”.
Altrimenti il rischio è che dalle urne di maggio escano Grillo e Berlusconi con più del cinquanta per cento.
Ma se c’è una cosa “che fa arrapare Matteo quella è la parola rischio, lui è abituato a strafare e a forzare, ci saranno tanti fuochi d’artificio, vedrete”.
Chi non la pensa così è quella maggioranza silenziosa del Pd convinta che Renzi si vada a schiantare.
E con una sonora sconfitta alle Europee la sua “dalemizzazione”, in senso negativo, cioè di dimissioni, sarebbe fin troppo evidente.
La solita telefonata al forzista Verdini
Ieri Renzi è riuscito a sentire per telefono anche il concittadino Denis Verdini, lo sherpa di Berlusconi, per il patto sulle riforme.
Il Condannato è stato rassicurato sul rispetto degli accordi anche se l’Italicum probabilmente subirà  altre modifiche.
Tipo l’abbassamento delle soglie di sbarramento.
Il leader del Pd vuole arrivare alle elezioni solo dopo le dimissioni di Napolitano, non prima del 2015, alla fine del semestre italiano alla presidenza europea.
Il premier in pectore vuole al Quirinale un presidente diverso quando si tratterà  di votare: “Non voglio sorprese sull’incarico dopo i risultati”.
L’ennesima conferma che sarà  questo Parlamento a eleggere il successore di Re Giorgio.
Ma cosa succederà  se l’ultima spiaggia renziana si impaluderà  a sua volta, facendo ritornare lo spettro del voto a ottobre?

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LEGGE ELETTORALE ALLA PROVA DECISIVA: VENTI ORE DI DIBATTITO

Febbraio 10th, 2014 Riccardo Fucile

L’INCOGNITA DEI CENTO VOTI SEGRETI

La settimana cruciale per la maggioranza comincia alle 16.15 di oggi, quando, trascorso da circa due ore il termine di presentazione, il «comitato dei nove» presso la commissione Affari costituzionali comincerà  l’esame degli oltre 400 emendamenti della riforma elettorale, ormai nota come Italicum.
A guidare i lavori sarà  il presidente dell’organismo parlamentare, il forzista Francesco Paolo Sisto che è anche il relatore.
I nove dovranno dare un parere e stabilire la compatibilità  delle modifiche rispetto al testo base che approderà  domani nell’aula di Montecitorio, dove sono previste 24-25 ore di discussione. «La legge è solida e ha un suo perchè», dice con convinzione Sisto.
Tuttavia il vero problema è tutto politico, al di là  degli aggiustamenti tecnici sul meccanismo di trasformazione dei voti in seggi sul quale stanno lavorando da giorni gli esperti.
Reggerà  l’accordo tra Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Angelino Alfano?
Reggerà  alla prova dei voti segreti (potrebbero essere un centinaio se non bloccati da un maxiemendamento) che alla Camera è possibile chiedere sulla materia elettorale?
A quanti fanno notare questo pericolo, chi segue il dossier per conto del Pd replica obiettando che un primo esame, quella sulle eccezioni di costituzionalità , è stato superato con il 92% di voti a favore da parte del gruppo, e che le preoccupazioni al riguardo appaiono eccessive.
Del resto nega propositi guerreschi anche Gianni Cuperlo, che è il punto di riferimento delle minoranze interne del Pd, quelle stesse indiziate di volersi prendere una rivincita e assai critiche con Renzi per avere scelto come interlocutore Berlusconi.
«Nessun cecchinaggio, nessuna trappola contro questa riforma. Stiamo parlando della tenuta del nostro Paese e sentiamo un profondo senso di responsabilità », garantisce l’ex presidente del Pd.
«Nessuna trappola – insiste Cuperlo – ma bisogna ragionare su alcuni miglioramenti che non debbono mettere in discussione l’impianto: servono migliorie sulla rappresentanza delle donne e sulle liste bloccate».
L’esponente del Pd propone anche, per rendere applicabile l’Italicum, il superamento del bicameralismo paritario perchè, in caso di elezioni, argomenta, «senza quella riforma il rischio è di avere una legge incostituzionale».
Al riguardo un altro esponente del Pd, Giuseppe Lauricella, ha scritto e già  depositato una modifica che va proprio nella direzione auspicata da Cuperlo.
E cioè lega l’entrata in vigore del nuovo sistema di voto all’approvazione del Senato delle autonomie.
Una modifica questa che, riferiscono dall’entourage dei renziani, «è fuori dell’accordo». «Sospendere l’applicazione dell’Italicum in attesa dell’altra riforma significa bloccare tutto», concorda Sisto.
In questo quadro di tensione si colloca l’incontro che si terrà  in serata tra lo stesso Renzi e i deputati proprio alla vigilia del passaggio in Aula della riforma.
Al momento, un punto di equilibrio che raccolga le varie richieste e che le traduca in norme non è stato ancora trovato.
Anche se, come riferisce il ministro Gaetano Quagliariello, è probabile che nel primo pomeriggio venga presentato dallo stesso relatore un maxiemendamento che tenga conto di tutto.
Pertanto, in linea di massima, lo schema sarebbe questo: la soglia di accesso di una lista coalizzata scenderebbe dal 5 al 4,5%, sarebbe dell’8 per quelle non coalizzate, mentre lo sbarramento per le coalizioni è al 12.
Per accedere al premio di governabilità  è necessario raggiungere il 37%, verrebbe cioè ritoccato all’insù per evitare il rischio di incostituzionalità . La lista o la coalizione che lo supera al primo turno si aggiudica 340 seggi.
Qualora nessuno raggiungesse tale soglia si va al ballottaggio al quale accedono i primi due.
Al secondo turno non sono ammessi apparentamenti. Chi arriva primo si aggiudica 327 seggi.
È inoltre previsto il cosiddetto «salva Lega», ovvero una norma che consente a chi raggiunga il 9% in almeno tre circoscrizioni di potere accedere al riparto dei seggi.

Lorenzo Fuccar
(da “il Corriere della Sera”)

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ITALICUM, ARMI SPUNTATE PER I CONTRARI: I FRANCHI TIRATORI TEMONO IL RITORNO ALLE URNE

Febbraio 10th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI E BERLUSCONI REAGIREBBERO CONTRO UN PARLAMENTO FUORI CONTROLLO

Domani la legge elettorale arriva in aula alla Camera.
Ma nei palazzi della politica nessuno si agita piuÌ€ di tanto, poiché l’attenzione adesso eÌ€ concentrata sul duello Renzi-Letta.
Si parlava di «franchi tiratori» in agguato, di emendamenti-trabocchetto per far cadere l’«Italicum» nel voto segreto, dei piccoli partiti pronti all’ultimo disperato assalto…
E invece, alla vigilia delle votazioni l’aria eÌ€ quella di un passaggio parlamentare alquanto scontato, dove l’unica vera incognita la rappresentano i grillini, casomai volessero mettere Montecitorio a ferro e a fuoco per impedire che il testo venga licenziato entro venerdiÌ€.
Cinque stelle a parte, nessuno più contesta la sostanza della riforma
La minoranza Pd, fino all’altro giorno molto sofferente, per bocca di Cuperlo lancia messaggi flautati: «Da parte nostra nessun cecchinaggio, tutto si puoÌ€ dire di noi tranne che manchi il senso di responsabilitaÌ€».
Nemmeno i partiti che rischiano l’estinzione, dai montiani agli alfaniani, pare vogliano sabotare. Fa testo la riflessione a voce alta del ministro Quagliariello (Nuovo centrodestra): «Fin dall’inizio di questa partita il nostro ruolo eÌ€ stato di correzione e di coesione al tempo stesso. Ci siamo battuti per aggiustare un impianto di legge elettorale quantomeno fragile, ma pure per evitare che il tentativo di riforma fallisse creando un alibi per il partito dello sfascio e delle elezioni anticipate».
Esattamente questo eÌ€ il punto: se nei prossimi giorni i «franchi tiratori» riuscissero a stravolgere il famoso patto Berlusconi-Renzi, la gioia durerebbe poco in quanto l’effetto inevitabile sarebbe di scatenare la reazione dei due nei confronti di un Parlamento fuori controllo.
Tornerebbe a riaffacciarsi lo spettro di elezioni immediate, che consentirebbero al segretario Pd (al Cav, a Grillo) di rimodellare le Camere a loro immagine e somiglianza.
Insomma, prima di pigiare il pulsante dell’autodistruzione, gli eventuali «cecchini» ci penseranno bene
E poi ci sono tutti coloro che tifano per un «Letta-bis»: nel mezzo delle trattative, si guarderanno bene dal provocare incidenti di percorso.
Magari vorrebbero le preferenze, oppure gradirebbero alzare la soglia del premio di maggioranza dal 37 per cento al 40.
Però poi ne farebbe le spese Letta, meglio non insistere.
Dunque niente emendamenti al testo base su cui il relatore Sisto (Forza Italia) sta portando le ultime limature?
La previsione è che qualche tentativo di modifica ci sarà.
PeroÌ€ senza mettere in discussione i pilastri della riforma. Piuttosto, cercando di ritardarne l’attuazione nel tempo.
Ad esempio, eÌ€ pronto un emendamento trasversale per rinviare l’entrata in vigore della legge al giorno in cui chiuderaÌ€ il Senato.
La speranza dei proponenti, inutile dire, eÌ€ che quel giorno non arrivi mai…

Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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