Febbraio 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL SENATO RESPINGE LE ACCUSE DI FORZA ITALIA
Lo rifarebbe? «Certo». È pentito? «No». Decisione tecnica o politica? «Istituzionale». Ora che
accadrà della riforma elettorale? «Andrà avanti».
Pietro Grasso parla mentre la sua auto sfreccia verso l’aeroporto dove l’attende un volo per la Tunisia.
Dice: «Come si potrebbe non seguire un processo del genere? È doveroso e necessario».
E ancora: «Revocare la costituzione? Io non ne vedo il motivo»
La giornata peggiore dall’inizio del suo mandato?
«Assolutamente no, ce ne sono state altre. Per me le peggiori sono tutte quelle in cui non si riesce a fare nulla di concreto per risolvere i problemi dei cittadini, che sono molti e gravi».
I berlusconiani la rimproverano di non aver mai smesso la toga… È un’offesa?
«Intanto ho cambiato funzione, mi sono dimesso dalla magistratura e so ben distinguere la differenza dei ruoli. Ciò detto, l’aver mantenuto la capacità di essere autonomo, indipendente e super partes non mi costa fatica, è quello che ho fatto per 43 anni da magistrato, e credo che questi valori possano essere utili anche alla politica».
Fazioso, persecutorio, perfino cattivo, grida Forza Italia. L’aveva messo nel conto?
«Avevo previsto una comprensibile reazione, ma non questi toni così aggressivi».
Le rivolgono un’accusa grave per un presidente, di non rappresentare tutti…
«In questa situazione le parti erano divise: ho ascoltato tutti e deciso autonomamente, con grande senso di responsabilità ».
Dicono che dietro di lei c’è Napolitano. Gli ha parlato?
«Alla fine del consiglio di presidenza, con una battuta, ho comunicato che “mi sarei ritirato in camera di consiglio per deliberare”, e così ho fatto. Non ho seguito le agenzie ne avuto contatti con alcuno prima della decisione».
«Sono coerente con la mia storia», dice lei. Ma la coerenza da magistrato non cozza con il Grasso ormai politico del Pd che deve farsi carico delle riforme? Non rischia di rompere il feeling Renzi-Berlusconi?
«Come presidente ho anteposto la difesa della dignità e dell’immagine dell’istituzione che rappresento. Sono convinto che questa dovrebbe essere la normalità e che non dovrebbe inficiare in alcun modo la spinta riformatrice condivisa dalle forzepolitiche».
Ne ha parlato con Renzi?
«Ho deciso da solo».
Ha chiamato prima Berlusconi?
«Ho chiamato tutti i capigruppo 48 ore prima del consiglio di presidenza, in modo da dare a tutti la possibilità di valutare laportata politica del tema e di condividere con i propri rappresentanti ogni valutazione in vista della riunione».
Il merito della decisione. È giusto che il presidente del Senato si assuma da solo la responsabilità ?
«Fa parte del ruolo, ed è stato unanimemente riconosciuto anche durante l’acceso dibattito inaula. Al contrario di quanto mi viene contestato io non ho voluto umiliare il consiglio di presidenza, piuttosto valorizzarlo, chiedendo a ciascuno le proprie argomentazioni. Non c’è stata una richiesta di parere, e non si è arrivati a nessun voto. Questo era chiaro a tutti. Prima della riunione ero aperto a ogni soluzione. Ho fatto tesoro delle argomentazioni di tutti, poi ho deciso».
Decisione tecnica o politica? C’erano gli estremi per non costituire parte civile il Senato?
«La costituzione di parte civile è una facoltà . Mi sono convinto che essere presenti al processo tramite l’Avvocatura era non solo doveroso, ma necessario. Non ho trascurato che vengono citate nel capo d’imputazione sedute specifiche del Senato nel corso delle quali si sarebbero commessi i fatti e che alcuni senatori sono chiamati come testimoni. Come si potrebbe non seguire un processo del genere? Circa l’effettiva qualità di persona offesa del Senato sarà il tribunale a decidere sull’ammissibilità ».
Non c’erano precedenti, dicono i suoi detrattori…
«È vero, ma non c’erano nemmeno precedenti di un processo in cui degli imputati venivano tratti a giudizio per la compravendita di senatori e per aver alterato il rapporto di rappresentatività tra parlamentari ed elettori».
In aula ha detto che la costituzione si può revocare. Lo pensa davvero?
«Se non ci fossimo costituiti parte civile entro l’11 febbraio non avremmo più potuto farlo, ma si può revocare in ogni momento. Io non ne vedo il motivo, per me rimane ferma la necessità di seguire l’iter processuale e l’accertamento di una verità che riguarda il Senato come istituzione».
Dicono che parlando di «dovere morale» lei abbia qualificato come immorali coloro che non erano d’accordo…
«Non ho inteso in alcun modo tacciare di immoralità chi si è espresso contro la costituzione. Si è trattato solo di una mia personale e ulteriore motivazione rispetto a quelle giuridico-politiche prospettate nella riunione».
Per chi era la battuta «senatore, ex per fortuna»?
«Non era una battuta: era una constatazione sull’ex senatore De Gregorio, che ha ammesso di aver venduto il proprio voto per denaro. Si può restare indifferenti ed estranei a tutto questo?».
Prima la decadenza di Berlusconi, ora la costituzione. I suoi detrattori dicono che è più antiberlusconiano ora di quando era magistrato…
«Non ho mai avuto sentimenti persecutori contro nessuno. Ricordo la pioggia di critiche per aver riconosciuto i meriti di alcuni ministri di un suo governo, a riprova che ho sempre affrontato con obiettività i temi che riguardavano lui come chiunque altro. Spero che si ritorni presto alla normalità e alla tranquillità nei rapporti tra i senatori e il loro presidente. Sono sempre stato e resto sopra le parti in questo ruolo istituzionale, sereno per la decisione che ho preso e che avrei preso nei confronti di chiunque».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 5th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE HA RIBALTATO LA DECISIONE NON VINCOLANTE DELL’UFFICIO DI PRESIDENZA: A RISCHIO IL TAVOLO DELLE RIFORME?
È sera quando Pietro Grasso scioglie la riserva: il Senato si costituirà parte civile nel processo di
compravendita dei senatori che vede imputato Silvio Berlusconi. Nonostante la decisione possa mettere in pericolo il processo riformatore che il Cavaliere sta portando avanti con Matteo Renzi.
Nonostante nella tarda mattinata l’ufficio di presidenza avesse offerto un parere contrario. Ma quei dieci voti a otto non hanno pesato nella scelta del presidente del Senato.
“Non c’è stata una valutazione politica degli effetti della scelta – spiegano fonti vicine a Grasso – si tratta di una decisione istituzionale. Si è scelto di consultare l’ufficio di presidenza per avere un quadro completo, molti l’hanno ringraziato, in primis Maurizio Gasparri. Ma la decisione finale era nelle sue mani”.
Che l’ex procuratore antimafia potesse avere in mente una scelta diversa da quella emersa qualche ora prima lo si respirava già nel primo pomeriggio nei corridoi di Palazzo Madama.
Nessuna comunicazione sulla tempistica, risposte decisamente elusive da parte di tutto l’entourage.
Grasso si è chiuso tutto il pomeriggio nel suo studio al secondo piano di Palazzo Madama. Un lungo pomeriggio di sofferto silenzio.
Poi, intorno alle 20.00, il comunicato, piovuto come una bomba nei corridoi ormai deserti della Camera alta.
Al piano di sotto la scena è surreale. Nitto Palma, falco berlusconiano, è appoggiato allo stipite di una porta.
Al di là del legno, i senatori del Pd sono riuniti per discutere di riforme in vista della direzione del partito. Quando sugli smatphone arrivano i primi sms, esplode un applauso.
Palma si fa scuro in viso, ha un attimo di esitazione. Poi: “Ma allora che l’ha convocato a fare quell’ufficio di presidenza?”.
“Questa è una decisione politica, non tecnica – contrattacca l’ex Guardasigilli – di cui si assume le responsabilità . Vedremo se influirà sul proseguo delle riforme”.
E annuncia quella che potrebbe essere la strategia di Forza Italia: “Dovranno passare per l’aula, chiedere un voto, e lì si evidenzierà plasticamente una maggioranza diversa di quella di governo, composta da Pd e M5s, e se ne dovranno assumere le responsabilità “.
In realtà dalla presidenza sono sicuri: nessun passaggio in assemblea.
“La valutazione del presidente mira ad accertare la verità . Non c’è nessun precedente di processi per compravendita di senatori. E non c’è nemmeno nessun accanimento: quando ci chiesero la stessa cosa in fase di udienza preliminare declinammo, era troppo presto”.
I senatori del Pd escono alla spicciolata dalla sala dove sono riuniti, i volti distesi in ampi sorrisi.
Miguel Gotor è soddisfatto: “Vogliono portarci in aula con qualche cavillo? Va bene, vorrà dire che faremo l’ennesimo voto, che problema c’è. Quello che nel centrodestra devono capire è che Berlusconi è un fantasma, è politicamente morto. Devono fare pace con le sue questioni giudiziarie”.
Sui soffitti a cassettoni aleggia lo spettro che la slavina politica possa travolgere le riforme. Gotor è fatalista: “Non lo so, questo dipende da loro”.
Da lontano arrivano le aspre parole di Raffaele Fitto: “Sconcerta lo zelo giustizialista con cui il presidente Grasso ha disposto la costituzione di parte civile del senato contro Silvio Berlusconi, nonostante il parere contrario che gli era giunto in giornata dal consiglio di presidenza”.
Un’opinione condivisa dal capogruppo del Nuovo centrodestra a corso Rinascimento, Maurizio Sacconi: “Nonostante l’opinione prevalente in senso contrario del Consiglio di Presidenza, il Presidente del Senato ha deciso la costituzione di parte civile senza precedenti nella storia della repubblica conducendo la Camera alta in una vicenda giudiziaria temeraria con la quale si pretende di leggere anche le dinamiche politiche in termini criminali. E’ un brutto giorno per le nostre istituzioni”.
Quando le luci si stanno per spegnere sul Palazzo spunta il presidente dei senatori grillini, Maurizio Santangelo. È abbracciato al collega Bruno Marton, raggiante.
Il suo volto è di per sè una dichiarazione politica. Giusto il tempo di aggiungere: “Forza Italia vuole passare per un voto d’aula? Splendido, così dovranno metterci la faccia”.
Certo è che in quel caso la partita sarebbe chiusa, la maggioranza Pd-M5s inscalfibile. Sarebbe il tavolo delle riforme a franare miseramente qualora venisse a mancare la terza gamba sul quale si sorregge. Di questo, in queste ore, si sta parlando tra i colonnelli azzurri. In attesa che Silvio si pronunci.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 5th, 2014 Riccardo Fucile
QUANDO ANCHE LA DESTRA MISSINA SI OPPOSE A UNA NORMA LIBERTICIDA
Il premio di maggioranza era analogo, assegnava alla coalizione vincente un 15 per cento di seggi in
più.
Ma la soglia da raggiungere per ottenerlo era ben più elevata rispetto al 37 per cento di cui si parla oggi.
La riforma elettorale voluta da Alcide De Gasperi nel 1953, che è passata alla storia come «legge truffa», richiedeva infatti la maggioranza assoluta: l’alleanza di partiti apparentati che avesse superato il 50 per cento dei voti avrebbe ottenuto alla Camera il 65 per cento dei seggi.
La legge fu approvata in via definitiva dal Senato il 29 marzo 1953, in un clima di violenta contrapposizione.
Quel giorno l’aula di Palazzo Madama divenne un autentico campo di battaglia, con i parlamentari socialisti e comunisti all’assalto e i commessi a fare da baluardo per proteggere dall’aggressione il presidente Meuccio Ruini, un anziano liberaldemocratico di scuola prefascista, nato nel 1877.
Volava di tutto: penne, calamai, libri, rotoli di carta delle macchine stenografiche.
Ruini venne colpito alla fronte da un pezzo di tavoletta di legno, ma portò a termine il compito che la coalizione governativa gli aveva assegnato: far passare la legge negli ultimi scampoli della legislatura, in tempo per applicarla alle successive elezioni.
Facciamo un passo indietro.
Nel 1948 la Democrazia cristiana aveva ottenuto un successo enorme e aveva potuto governare stabilmente insieme a socialdemocratici, repubblicani e liberali.
Ma poi il quadripartito aveva perso consensi: Pci e Psi si erano ripresi dalla disfatta, ma soprattutto l’elettorato di destra, che nel 1948 aveva puntato sulla Dc per battere i comunisti, aveva preso a orientarsi verso i monarchici e i neofascisti del Msi.
I risultati delle elezioni amministrative nel biennio 1951-52, con una forte avanzata delle opposizioni, facevano temere che alle politiche la Dc e i suoi alleati avrebbero perso i numeri necessari per governare.
Fu allora che De Gasperi, contrario all’ipotesi di un’intesa con le destre, giocò la carta della riforma elettorale, che fu subito bollata come «legge truffa» dalle opposizioni.
Pci e Psi dissero che violava il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini, poichè attribuiva al voto di alcuni elettori un peso superiore rispetto al suffragio degli altri italiani. Ma il progetto era inviso anche a monarchici e missini, perchè li avrebbe resi del tutto irrilevanti rispetto agli equilibri di governo.
Per bloccare la riforma venne adottata una tattica di agguerrito ostruzionismo, cui De Gasperi rispose ponendo la questione di fiducia.
Alla Camera la proposta passò il 21 gennaio 1953, dopo una seduta fiume di 70 ore, segnata da gravi incidenti.
Per l’approvazione definitiva al Senato era rimasto un tempo esiguo e il presidente di Palazzo Madama, Giuseppe Paratore, cercò una mediazione.
Poi suggerì di sciogliere il Parlamento e andare alle urne con le regole vigenti. Ma De Gasperi non cedette e Paratore si dimise.
Al suo posto fu eletto Ruini, che affrontò la tempesta di cui si è detto.
Le sinistre sostennero che la legge, in quella baraonda, non era stata approvata in modo regolare, ma il presidente della Repubblica Luigi Einaudi la promulgò e sciolse le Camere.
Nello scontro i partiti laici avevano subito importanti defezioni. Ferruccio Parri lasciò il Pri e Piero Calamandrei ruppe con il Psdi: contrari alla «legge truffa», crearono insieme la lista di Unità popolare.
Dopo una campagna elettorale arroventata, il premio di maggioranza non scattò per un soffio.
Il 7 giugno 1953 Dc, Psdi, Pri e Pli ottennero insieme il 49,8 per cento, appena 54 mila voti sotto il quorum richiesto.
Si apriva un periodo d’instabilità governativa: la «legge truffa», ormai ritenuta inutile, fu cancellata nel 1954.
Antonio Cariot
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 31st, 2014 Riccardo Fucile
SUPERATO (PER ORA) LO SCOGLIO DEL PRIMO VOTO SEGRETO
L’aula della Camera, con un’unica votazione e a scrutinio segreto, ha respinto le pregiudiziali di
costituzionalità e di merito presentate da Sel, Fdi e M5s al testo base sull’Italicum.
Subito dopo è stata bocciata anche la pregiudiziale di merito presentata dal M5s e votata a scrutinio palese.
I deputati grillini hanno poi abbandonato l’aula.
Esprime tutta la sua soddisfazione il segretario del Pd, Matteo Renzi: “Bene, abbiamo tenuto, ora avanti, si fa”.
Nel primo voto d’aula la maggioranza ha quindi ‘tenuto’ sull’accordo Pd-Forza Italia siglato da Renzi e Silvio Berlusconi e sottoscritto in commissione anche da Ncd. Il partito di Angelino Alfano comunque, attraverso il capogruppo a Montecitorio Enrico Costa, ha chiesto che il testo non sia “blindato”.
Le pregiudiziali delle opposizioni sono state votate anche dal centro democratico, alleato con il Pd.
La Lega non ha partecipato al voto protestando per la bagarre M5s di giovedì in commissione Affari costituzionali che non ha permesso al suo deputato Cristian Invernizzi di esprimersi sul testo base.
Per quanto riguarda la maggioranza, i Popolari per l’Italia hanno ritirato la loro pregiudiziale.
Scelta civica, pur non votando i documenti delle opposizioni, ha mosso alcuni rilievi all’Italicum.
Renato Balduzzi, in dissenso dal gruppo Sc, si è astenuto.
Ma nonostante la maggioranza alla fine abbia mostrato di aver tenuto, nel voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità spuntano poco più di 20 franchi tiratori.
Già , perchè tabulati alla mano, sono tra i 21 e i 30 i deputati che, nel segreto dell’urna, hanno votato per bocciare la legge elettorale, in dissenso rispetto al proprio gruppo.
Alle 14 ci sarà una conferenza dei capigruppo che deciderà sul prosieguo dell’esame della legge elettorale in assemblea per quanto riguarda gli emendamenti. Le altre votazioni dovrebbero essere rinviate a febbraio.
Per assistere al primo voto in aula sulla legge elettorale c’era il governo al gran completo, tranne il premier Enrico Letta.
Tra i ministri, da segnalare la presenza di Alfano.
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Gennaio 31st, 2014 Riccardo Fucile
RESOCONTO DI UNA GIORNATA DI ORDINARIA FOLLIA
Doveva essere una sera come tante. Una seduta notturna in Commissione Giustizia per lavorare al decreto sui diritti dei detenuti e il sovraffollamento carcerario.
Due volumi pieni di emendamenti ostruzionistici presentati dalla Lega e dal Movimento 5 Stelle, cui però ormai si è fatta l’abitudine.
E invece è andato tutto per traverso. Gli emendamenti, la seduta, i voti, il dibattito.
Perchè invece di discutere, si è finito con il litigare. Invece di votare, si è occupata l’aula della commissione.
Invece di licenziare il provvedimento, si sono licenziati l’educazione e il rispetto.
Le cose hanno cominciato a mettersi male fin dall’inizio.
Quando la Presidente Ferranti ha aperto la seduta e i deputati del M5S hanno cominciato ad accalcarsi davanti la porta. A differenza di quanto accade di solito, anche chi non fa parte della commissione pretende di assistere ai lavori, e non accetta che per ragioni di sicurezza non sia possibile entrare in un’aula già stracolma.
Mentre la Presidente cerca una soluzione, il malcontento aumenta. C’è chi sbuffa esasperato dalla giornata interminabile. C’è chi provoca. C’è chi rincara la dose.
E pian piano è solo una grandissima confusione. Tutti parlano. Ci si accusa reciprocamente di intolleranza e di violenza. Nessuno ascolta.
“Noi rappresentiamo i cittadini”, urla un collega del M5S. “E noi chi rappresentiamo invece, nessuno? E i nostri elettori?”, risponde uno del Pd. “E la violenza contro la collega Lupo?”. “E gli insulti contro la Boldrini?”. Ma è solo l’inizio.
Prima dell’arrivo di altri grillini, prima del “voi del Pd siete il male”, prima dei “fascisti” gridati che volano da una parte e dall’altra della sala, prima dei commessi che cominciano a temere per l’incolumità generale.
È a questo punto che la Presidente, nonostante le proteste della Lega e del M5S, decide di annullare la seduta e di riconvocarla per l’indomani mattina.
Massimo De Rosa è uno tra gli ultimi ad andarsene. A “me non fa nè caldo nè freddo essere chiamato fascista” dice sbattendo la porta. Poi ci ripensa.
Ma quando sta per entrare di nuovo con in mano il casco della moto, un commesso lo blocca. “Voi del Pd siete tutti collusi”, urla allora. Poi, rivolto a noi donne, aggiunge con scherno: “E voi siete qui solo perchè siete brave a fare i pompini”.
De Rosa è paonazzo, ma sembra finalmente contento. Io smetto per qualche secondo di respirare. Poi mi volto e vedo occhi sgranati e sguardi vuoti. Siamo tutte senza parole.
Con gli insulti, è sempre così. Lasciano di stucco, almeno in un primo momento. È per questo che i filosofi del linguaggio ne parlano come di una forma di hate speech, discorso dell’odio. Quando si insulta una persona, non si cerca nè di dialogare, nè di manifestare il proprio disaccordo. Quando la si insulta, si cerca solo di farla tacere.
Che cosa si può mai rispondere quando qualcuno ci insulta d’altronde? Che non si è d’accordo? Che chi ci insulta sta sbagliando? Che non è affatto vero che le donne del Pd sono “brave solo a fare pompini”?
Chi insulta lo sa. Ed esulta dell’umiliazione che provoca, proprio come uno schiaffo in pieno viso che continua a far male anche dopo molto tempo.
Allora sì, l’altra sera anche io sono rimasta ammutolita. Silenziosa e impotente di fronte agli insulti di De Rosa, nonostante questa storia dell’hate speech la insegni da anni ai miei studenti per spiegare come nel momento in cui si insulta un interlocutore non è più una questione di diversità di idee o di opinioni, ma sempre e solo un gesto di violenza.
Quando ci si trova di fronte alla violenza, tutto è più complicato. Molto più complicato delle teorie.
Ecco perchè, con le altre colleghe, ci abbiamo messo un po’ prima di reagire, prima di fare comunicati e dichiarazioni, prima di andare al commissariato e sporgere querela.
Ora però è fatta. E anche se De Rosa non si è nemmeno degnato di chiedere scusa, noi ci siamo riappropriate della nostra parola. Anche se sui social network c’è chi rimette in discussione quanto accaduto (“avete registrato?” “qualcuno è testimone?” “non starete mica inventando tutto, vero?”) e c’è persino chi osa rincarare la dose – spiegando che è proprio così, e che è evidente che De Rosa dice ciò che pensano tutti – , noi abbiamo rivendicato il rispetto della nostra dignità .
Basta con la violenza nei confronti delle donne. Basta con gli insulti. Ma basta con gli schiaffi. Perchè se De Rosa ha mostrato che il “nuovo” può anche essere terribilmente “vecchio”, il questore Dambruoso, con lo schiaffo alla deputata del M5S Lupo cui va tutta la mia solidarietà , ha mostrato che per molti, oggi, è veramente difficile meritare quell'”onorevole” di cui si dovrebbe invece cercare di essere fieri.
Michela Marzano
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Gennaio 31st, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI HA LA SUA TABELLA DI MARCIA, NOI LA NOSTRA”
Presidente Boldrini, si è «barricata dietro porte blindate», come annunciato dalle agenzie?
«Siamo alla follia. Come vede, la porta è socchiusa. Non ci sono blindature. A dire il vero, non c’è neppure la chiave. Mi chiedo se questo sia giornalismo…».
In Aula si è visto ben di peggio.
«Abbiamo assistito ad atti non tollerabili nel Parlamento di un Paese democratico. Violenze. Insulti. Turpiloquio. Minacce. Aggressioni. I deputati del Movimento Cinque Stelle si sono scagliati contro di me. Gridavano minacciosi, allungavano le braccia, urlavano i peggio improperi. Sono stati malmenati i commessi, gente che lavora. È stato impedito fisicamente ai deputati di entrare in commissione. Al capogruppo del Pd si è tentato di impedire di parlare alla stampa. Un gran numero di deputati si è riversato da una commissione all’altra per bloccare i lavori…».
Lei come ha reagito?
«Ho convocato l’ufficio di presidenza e attivato l’istruttoria per ricostruire cos’è accaduto. Saranno esaminate le immagini, i responsabili verranno individuati e convocati. Poi si decideranno le sanzioni».
Quali sanzioni?
«Si va dalla lettera di censura alla sospensione per tot giorni di lavoro. Sia chiaro che io non tollererò altri episodi simili. Non è questo il modo di fare opposizione. Le intimidazioni e le violenze contrastano con i regolamenti e con la Costituzione. Allo stesso modo, non saranno tollerate le offese sessiste, come quelle irripetibili lanciate da un deputato 5 Stelle contro le donne del Pd, e da un deputato di Scelta civica contro le donne del Movimento di Grillo».
Va detto però che lei ha preso una decisione senza precedenti: la “tagliola” con cui ha troncato la discussione e imposto il voto sul decreto Imu-Bankitalia. Era proprio necessario?
«È vero, alla Camera era la prima volta che si adottava questo provvedimento. Ma non è un tabù. Al Senato lo si è preso più volte, senza suscitare drammi. Il decreto, già approvato al Senato e sul quale pochi giorni prima la Camera stessa aveva concesso la fiducia al governo, è stato discusso in Aula per circa 27 ore. Tutte le fasi erano state espletate: la discussione generale, la discussione sugli emendamenti, la fiducia, l’illustrazione degli ordini del giorno, la votazione sugli ordini del giorno, le dichiarazioni di voto. Hanno parlato deputati di tutti i gruppi. A quel punto, mi sono trovata a decidere: se avessi fatto proseguire le dichiarazioni individuali, il giorno dopo gli italiani sarebbero dovuti andare a pagare la seconda rata dell’Imu. Così mi sono assunta responsabilità che non erano soltanto mie».
Si riferisce al governo, che non ha accolto la sua richiesta di separare il decreto Imu da quello su Bankitalia?
«Io ho rivolto quattro appelli in due giorni: al governo, perchè valutasse le richieste; e all’opposizione, perchè come è sempre accaduto in passato usasse tutti gli strumenti a sua disposizione, senza costringere però la presidenza a misure estreme. Tutti gli appelli sono caduti nel vuoto».
A febbraio scadono altri sei decreti.
«Appunto. Il governo dovrebbe evitare di creare questo ingorgo alla Camera».
Con questo clima, cosa accadrà la prossima settimana con la legge elettorale?
«La minoranza ha espresso le sue riserve sull’andamento dei lavori in commissione. Il presidente della commissione, Francesco Paolo Sisto, ha attestato in Aula che in ogni caso la commissione ha votato il mandato al relatore a riferire su un testo base. Ora come proseguire sui lavori lo decideranno la conferenza dei capigruppo e l’assemblea».
Al di là dei tecnicismi, non c’è il rischio che una legge cruciale per la democrazia non venga discussa con la necessaria calma?
«I tempi non li decido io, è sempre una decisione collegiale. Prima si è stabilito all’unanimità che la legge arrivasse in Aula il 27 gennaio; poi, a larghissima maggioranza, si è optato per il 29. Io ho proposto il 3 febbraio, per avere più tempo in commissione e un calendario certo per l’Aula. Ma sono stati proprio i Cinque Stelle a dire no, così come hanno negato la possibilità di far lavorare la commissione Affari costituzionali in contemporanea con l’Aula. A questo punto il confronto si farà in assemblea».
Renzi ha troppa fretta?
«Renzi ha le sue tabelle di marcia, ma noi alla Camera abbiamo le nostre, che sono basate sul confronto tra tutte le forze parlamentari».
Questa legge non le piace, vero?
«Il pluralismo è un valore. Al tempo dell’antipolitica, ridurre la rappresentanza rischia di allontanare parti della società dalle urne. La governabilità va garantita, ma non a scapito della rappresentanza e della partecipazione dei cittadini».
Quali sono i punti della legge su cui si può intervenire per evitare questo rischio?
«La legge deve includere, non escludere. Sbarramenti e premi di maggioranza non possono essere troppo alti. Io rispetto gli accordi tra i partiti. Ma poi la legge deve essere discussa e votata dalle Camere».
Che effetto le fa la richiesta di impeachment contro Napolitano?
«Un brutto effetto. Non è solo una richiesta infondata, per colpire un capo dello Stato che ha svolto il suo ruolo di garanzia in modo equilibrato; è il tentativo di minare le istituzioni. Il presidente ha tutta la mia solidarietà ».
Come si è comportata Sel, il partito con cui lei è stata eletta?
«Sel fa un altro tipo di opposizione. Dura, ma senza manifestazioni sconsiderate, senza cercare a ogni costo la prima pagina».
Chi può fermare questa deriva? Grillo? Casaleggio? Il capogruppo D’Incà ?
«Non lo so. So che questo è un atteggiamento sterile e distruttivo, che non aiuta nè le istituzioni nè i cittadini. In passato ci sono stati casi di ostruzionismo anche durissimo, con cui però le opposizioni si sono dimostrate capaci di mobilitare i cittadini, fino a indurre il governo a cambiare linea. Questa capacità i Cinque Stelle non l’hanno avuta. La loro opposizione non è stata all’altezza, nè ha rispettato le consuetudini istituzionali. L’indignazione la devi saper elaborare, gestire, indirizzare. Le immagini dell’altra sera sono girate ovunque e temo anche oltreconfine. In questo modo si restituisce un’immagine solo negativa e si oscurano i tanti deputati che si impegnano seriamente, il cui lavoro non diventa notizia. Ora dobbiamo ricostruire un argine di correttezza e di rispetto reciproco».
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 30th, 2014 Riccardo Fucile
CINQUESTELLE OCCUPANO ABUSIVAMENTE COMMISSIONI E IMPEDISCONO LAVORI PARLAMENTO: LE ISTITUZIONI INCAPACI DI DIFENDERE LA LEGALITA’
Risse, spintoni, bagarre, commissioni occupate, polemica alle stelle. 
Da ieri sera le porte di accesso agli uffici della presidente della Camera Laura Boldrini a Montecitorio sono sbarrate.
Le porte a vetri blindati risultano chiuse a chiave: devono essere aperte dall’interno dai commessi dell’anticamera. Non era mai successo.
E intanto il Movimento 5 Stelle ha formalmente depositato in entrambi i rami del Parlamento la denuncia per la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accusandolo di «attentato alla Costituzione».
La richiesta di impeachment è lunga meno di dieci pagine e campata in aria come sempre: tutto serve a creare scontri.
Secca la replica del Colle. «Stato d’accusa? Faccia il suo corso», dice il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al termine della visita al Vittoriano “La Rai racconta l’Italia”.
«La richiesta di M5S di mettere sotto accusa il Capo dello Stato rappresenta un atto scellerato volto solo a far saltare le fondamenta del nostro sistema democratico». Lo dice il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza.
Parole simili a quelle usate stamane da Matteo Renzi sulla bagarre pentastellata scoppiata ieri in aula : «I grillini, anzichè cercare di lavorare per il bene del Paese, hanno trasformato il Parlamento in un ring, facendo ostruzionismo e bloccando la democrazia», ha detto il segretario del Pd ospite di Maurizio Belpietro a La Telefonata su Canale 5. ‘
«Verso un’altra giornata di ”distruzionismo’ grillino. Il Parlamento della Repubblica è sequestrato da Casaleggio» scrive il capogruppo di Scelta Civica alla Camera, Andrea Romano, su twitter.
Anche la portavoce del gruppo Forza Italia alla Camera Mara Carfagnasi sfoga su twitter: « La democrazia a 5 Stelle: occupazioni, urla, spintoni e volgarità gratuite. Comprendiamo la sindrome di Peter Pan ma la Camera dei deputati non è un liceo, nè tanto meno un asilo».
Stamane è scoppiata la rissa in commissione Affari costituzionali della camera dove i deputati del M5s bloccano nell’aula i parlamentari delle altre forze politiche.
La commissione ha votato il mandato al relatore della legge elettorale tra le urla dei parlamentari 5 stelle.
Sono intervenuti i commessi. I deputati M5s hanno bloccato l’uscita dall’aula della commissione.
Stamattina i deputati M5S hanno di fatto occupato l’aula della commissione Giustizia e la presidenza dove si esaminava il dl carceri.
La presidente Donatella Ferranti ha cambiato sede di esame e messo direttamente in votazione il mandato al relatore che ha avuto l’ok con gli emendamenti tutti respinti per l’Aula.
Si attendono oggi nell’emiciclo nuovamente bagarre e disordini.
E’ incredibile che il Parlamento sia sequestrato senza che nessuna carica dello Stato intervenga con i mezzi previsti dal regolamento e dalla giustizia penale.
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Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA HANNO VOLUTO COSTRINGERE IL GOVERNO AD APPLICARE LA “GIGLIOTTINA” SUL DECRETO IMU-BANKITALIA, POI ATTACCANO L’UFFICIO DI PRESIDENZA…”UNA VIOLENZA COSI’ NON L’HO MAI VISTA IN TRENT’ANNI”… INSULTI A SFONDO SESSUALE A DEPUTATE PD
Una conversione che alla fine è diventata ‘lampo’. 
Per evitare l’ostruzionismo del M5s e far sì che il decreto Imu-Bankitalia ottenesse il via libera entro la mezzanotte di oggi, la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha usato la ‘ghigliottina’: si chiama così quello strumento parlamentare che serve a mettere ai voti un decreto quando questo sta per scadere.
Con il voto di Montecitorio ora il dl è legge, ma in aula scoppia il caos.
Se il provvedimento non fosse passato entro i tempi stabiliti, i cittadini avrebbero dovuto pagare la seconda rata dell’Imu.
Il decreto del governo, infatti, tra le altre cose contiene la norma sull’abolizione della seconda rata della tassa sulla casa, ed è al centro di uno scontro parlamentare durissimo da settimane. Quello che ha portato ieri il deputato grillino Sorial ad insultare il capo dello Stato.
Dopo aver applicato per la prima volta nella storia repubblicana la ‘ghigliottina’, la Boldrini lascia l’aula di Montecitorio visibilmente provata dalle proteste e dalle urla che tanti deputati le hanno gridato contro.
Ad accompagnarla verso il suo ufficio al primo piano ci sono i commessi parlamentari, che la invitano a salire con l’ascensore da un corridoio laterale all’aula, probabilmente per volerla tutelare da eventuali ‘faccia a faccia’ con deputati furibondi. Ma lei non ci sta.
E a voce alta ribatte: “Voglio passare di qui – dice solcando a passi lunghi il Transatlantico – non dalla via laterale. Non devo mica scappare, ci mancherebbe altro”.
Ma in aula, intanto, è bagarre.
I deputati delle opposizioni protestano in varie forme per la decisione che è stata presa per aggirare l’ostruzionismo che stava mettendo a rischio la conversione in legge del decreto.
Dai banchi del Movimento 5 Stelle sono partite le urla (“siamo tornati al fascismo con una presidente Sel”) alle quali hanno risposto i colleghi della maggioranza.
Gli esponenti di Fdi hanno occupato i banchi del governo e dal Pd sono partiti anche alcuni cori con l’inno e ‘Bella Ciao’.
Nel lasciare l’emiciclo il ministro Dario Franceschini riesce a schivare un fascicolo del decreto lanciato verso l’ingresso dell’aula dai piani alti dell’emiciclo stesso.
Negli stesso minuti, una deputata del M5S, Loredana Lupo, denuncia di aver ricevuto “uno schiaffo in faccia dal questore Stefano D’Ambruoso”. D’Ambruoso respinge le accuse e replica: “Nessuno schiaffo, ho cercato di fermare le violenze”.
Due deputate Pd in commissione Giustizia, Micaela Campana e Alessandra Moretti, hanno detto che “il deputato M5s Massimo Felice De Rosa” le ha aggredite, “rivolgendoci insulti a sfondo sessuale dicendoci, per usare un linguaggio più accettabile ‘siete solo capaci di fare sesso orale'”.
Le deputate hanno preannunciato querela.
Di sicuro c’è che alcuni commessi di Montecitorio hanno dovuto ricorrere alle cure dell’infermeria.
Uno ha un braccio dolorante, un altro ha raggiunto i medici dicendo di aver ricevuto un colpo al volto.
“Una violenza così non l’ho vista in 30 anni”, racconta uno dei più anziani assistenti parlamentari, da sempre in aula.
Chi era alla Camera ha raccontato che, in effetti, dalla tribuna si è assistito ad una scena decisamente caotica.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 26th, 2014 Riccardo Fucile
I PARTITI PIU’ PICCOLI ANNUNCIANO BATTAGLIA PARLAMENTARE SU PREFERENZE E SOGLIA DI SBARRAMENTO… MOLTO ATTIVI NCD, LEGA, SCELTA CIVICA E SEL.. FDI E GRILLINI SONNECCHIANO
Matteo Renzi e Silvio Berlusconi non devono solo guardarsi l’uno dall’altro, ma dovranno fare i conti con i partiti minori, decisi a dare battaglia in Parlamento per una legge elettorale che non abbia l’effetto di escluderli.
Per l’Italicum in discussione alla Camera, “la vedo molto male, fatti due conti non esce dalla Commissione, non ci sono i numeri” dice il leghista Roberto Calderoli, l’estensore del Porcellum, ma anche un espertissimo del Parlamento.
“Il fatto che abbiano inserito nell’allegato b l’elenco dei collegi — spiega – vuol dire che volevano usare la legge elettorale già il 24 maggio e che non si fidano del ministro dell’Interno”.
Tuttavia, per Calderoli, non si arriverà a questo esito, perchè contro la legge elettorale proposta “oltre ai partiti contrari ci sarà il partito del non voto: l’ipotesi più probabile è che si vada in Aula senza relatore col testo che c’è e col voto segreto ci sarà il Vietnam”.
A promettere battaglia in Parlamento è anche il Nuovo centrodestra, che spinge per eliminare le liste bloccate.
Ieri il segretario Angelino Alfano aveva annunciato la presentazione di un emendamento per reintrodurre le preferenze, offrendo anche una mediazione sul modello tedesco, che prevede una parte di liste bloccate e una parte di preferenze. Oggi rincara la dose Renato Schifani, che promette una “battaglia senza sè e senza ma”, fino anche al ricorso a un referendum abrogativo.
Sull’altro fronte, a sinistra, si registra il malumore di Sel. I sonanti fischi rivolti a Stefano Bonaccini, intervenuto al Congresso in sostituzione dell’assente Matteo Renzi, sono diventati timidi applausi solo quando il democratico ha aperto alla possibilità di rivedere le soglie di sbarramento.
“Se nelle prossime ore si troverà tra tutti o a larga maggioranza la possibilità di correzioni anche rispetto alla soglia di sbarramento, noi non abbiamo preclusioni” ha detto l’esponente della segreteria Pd, ma Nichi Vendola rincara la dose: “La mia polemica non nasce perchè mi sento minacciato dalla soglia di sbarramento, ma dal fatto che metà della popolazione italiana non va più a votare”.
Scelta Civica annuncia inoltre un’iniziativa per la parità uomo-donna. “Noi presenteremo i nostri emendamenti migliorativi soprattutto per contrastare la finta parità di genere che l’Italicum non garantisce” dice Stefania Giannini, secondo cui inoltre “la soglia del premio di maggioranza va assolutamente innalzata, almeno al 40%, perchè il bipartitismo forzato non è la fotografia del paese”.
Lunedì alle 13 scade il termine per la presentazione degli emendamenti e servirà il pallottoliere per contarli tutti.
Da quel momento sull’Italicum potrebbe scattare l’operazione Vietnam.
(da “Huffington Post”)
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