Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PERPLESSITA’ ANCHE SULLA SOGLIA DEL PREMIO
Una riflessione che pesa. Ovviamente se a farla è un giudice della Consulta. E soprattutto se la sua
opinione è condivisa da molti suoi colleghi.
Praticamente da tutti quelli, un’ampia maggioranza della Corte, che il 4 gennaio hanno confermato la bocciatura del Porcellum.
Decisa il 4 dicembre, confermata e motivata un mese dopo.
La riflessione è questa: «Non sarei troppo sicuro nel ritenere che c’è un nostro pieno via libera a una legge elettorale in cui non sia prevista almeno una preferenza».
E allora quel riferimento alle liste corte, alla spagnola, quindi con candidati riconoscibili?
«Quello era un esempio per dimostrare quanto grande fosse lo svarione contenuto nel Porcellum, con le sue liste lunghe e bloccate».
L’interrogativo seguente è d’obbligo: quindi c’è il rischio che la futura legge elettorale, quell’Italicum frutto dell’incontro Renzi-Berlusconi, possa finire di nuovo davanti alla Consulta per un vizio di costituzionalità almeno sulla questione delle preferenze?
Qui si raccolgono affermazioni convinte. E preoccupanti. Sulle quali riflettere.
Del tipo: «La Corte ha aperto una porta importante per porre subito la questione di costituzionalità . Se il ricorrente Bozzi è dovuto arrivare in Cassazione per veder recepita la sua istanza, adesso la faccenda è cambiata. Un nuovo ricorso potrebbe arrivare sui nostri tavoli anche subito».
Come andrebbe a finire? Anche in questo caso la risposta è assai pregnante: «La Corte, sta scritto nelle carte, non ha sdoganato un sistema senza preferenza».
È settimana “bianca” alla Consulta. Ma i giudici lavorano ugualmente.
È troppo fresca la bocciatura del Porcellum per non interrogarsi su che sta succedendo adesso.
Anche se la premessa è necessaria: «La Corte non dà patenti di costituzionalità sulle leggi in itinere o approvate nella loro interezza. I giudici valutano il singolo punto. Su quello si pronunciano. Proprio com’è avvenuto per il Porcellum».
Già , sul premio di maggioranza e sulle preferenze, giusto i due fantasmi di potenziale incostituzionalità che cominciano ad agitarsi in queste ore. La preferenza che non c’è. La soglia minima per il premio di maggioranza, quel 35%, valutato come «ancora troppo basso».
Ma è la preferenza il vero scoglio. Perchè, come dicono alla Corte, il passaggio che riguarda la necessità che ce ne sia almeno una viene considerato del tutto inequivoco. Anzi, chiarissimo.
Ovviamente i giudici sono stati attenti, nelle motivazioni, a non “sposare” un sistema elettorale, nè avrebbero potuto farlo. Ma hanno valutato il diritto costituzionale di un cittadino ad esprimere un suo pieno voto e quindi una sua scelta.
Per questo, alla Corte, ci si meraviglia sulla convinzione del palazzo della Politica che, sin dal primo momento, ha ritenuto che i giudici avessero sponsorizzato il sistema spagnolo e dato il via libera a quelle liste corte, da 3 a 6 candidati, che adesso fanno bella mostra di sè nel nuovo testo della legge elettorale.
Ma questo via libera invece non c’è. «Quello era solo un esempio di un sistema diverso da quello previsto dal Porcellum». Tutto qui.
«Ma non significava affatto che un sistema senza le preferenze sia costituzionale .
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 19th, 2014 Riccardo Fucile
TUTTE HANNO DIFETTI EVIDENTI: “PRODURRE GOVERNABILITA’ NON BASTA A PRODURRE GOVERNI CHE GOVERNINO BENE”
Matteo Renzi, al momento minaccia burrasca sulla legge elettorale. Ha ragione. Una cinquantina di anni fa scrivevo che il sistema elettorale è lo strumento più manipolabile, e allo stesso titolo più decisivo, di tutto l’armamentario politico delle democrazie.
L’originalità del nostro Renzi è di proporre ben tre sistemi elettorali (l’uomo è generoso) che hanno un solo inconveniente: di essere tutti e tre sbagliati.
Ma Renzi ha la parlantina facile, troppo facile per dargli il tempo di leggere e di informarsi.
Però si è scelto un guru, Roberto D’Alimonte, che è guru perchè vuole essere primo e anche solo, tra tutti i politologi italiani. Beninteso, lui è il più bravo.
Sarà , ma forse non sarà . E veniamo alla sostanza
Il primo sistema proposto da Renzi è il sistema spagnolo: piccole circoscrizioni che eleggono 5-6 rappresentanti il che implica di fatto un’alta soglia di sbarramento. §
I nostri specialisti propongono, in aggiunta, un premio di maggioranza che gli spagnoli non hanno e che insospettisce perchè il troppo è troppo.
Comunque è vero che il sistema spagnolo ha prodotto, fino a poco fa, un sistema bipartitico.
Ma è così perchè la contrapposizione a due c’era già : era una eredità della guerra civile che contrappose sanguinosamente una sinistra crudelmente dominata dai comunisti, a una destra franchista anch’essa macchiata di molto sangue, e si intende, anti-comunista.
Dunque alla morte del generale Franco una struttura bipartitica era fortemente radicata nella memoria storica della Spagna.
Il che equivale a dire che non fu un prodotto del sistema elettorale. Pertanto non è vero che il sistema spagnolo importato in Italia produrrebbe un sistema bipartitico.
Se il Grillismo reggerà , i partiti dominanti risulterebbero tre e così saremmo in uno stallo
La seconda proposta sarebbe un ritorno al Mattarellum, cioè ad un sistema proporzionale puro, corretto però da un premio di maggioranza.
Ma oramai abbiamo raggiunto un livello di frammentazione partitica che forse potrebbe non fare scattare nessun premio.
Resta la terza proposta che distingue il professor D’Alimonte da quasi tutti i cultori della materia e che il nostro inventore chiama «doppio turno di collegio».
La denominazione fa confusione e confonde anche me.
Comunque il punto che deve essere fermo e chiaro è che il doppio turno funziona a dovere solo se non consente coalizioni, solo se al primo turno ogni partito si deve presentare da solo.
Detto per inciso questo è anche l’unico sistema che consente preferenze genuine degli elettori e che allo stesso tempo assicura in ogni caso governabilità .
Ma se Renzi mi leggesse (solo su questo punto, per carità ) forse eviterebbe gli errori che sta per fare o far fare.
Un buon sistema elettorale non è un sistema approvato da tutti. Questa è pura demagogia. È un buon sistema quello che riduce i piccoli partiti e che ovviamente i piccoli partiti avversano fino all’effusione del sangue.
Come, per esempio, il doppio turno possibilmente collegato ad un semipresidenzialismo come da tempo praticato con successo in Francia.
Ancora un punto. Tutti ripetono che la legge elettorale non basta. Sì e no.
Può bastare a produrre governabilità , certo non basta a produrre buoni governi che governino bene.
Come è ovvio.
Giovanni Sartori
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 17th, 2014 Riccardo Fucile
SERVIZIO PUBBLICO: L’AVVOCATO DELLA DE GIROLAMO HA PASSATO L’AUDIO A MEDIASET… STAMATTINA ALLA CAMERA L’AUTODIFESA DELLA MINISTRA
Ultimamente il passaggio parlamentare si trasforma in una sorta di autodafè al contrario. Nessuna confessione ma una celebrazione con fiducia inclusa.
Il ministro sfoggia il meglio del suo repertorio oratorio e il Parlamento assolve tutto e tutti, in primis se stesso che sostiene il governo.
Così è accaduto nel caso Alfano-Shalabayeva e in quello Cancellieri-Ligresti.
Il file del colloquio sarà acquisito dai pm
La situazione del ministro De Girolamo però sembra diversa e lo si comprende dalla mossa disperata dell’invio alla redazione del Tg5 del cd audio contenente la parte a lei favorevole di un suo colloquio del novembre 2012 con Felice Pisapia, il manager della Asl che la incontrò e registrò più volte.
Non è chiaro ancora se sia stata lei a registrare quel file. Certo però, se davvero avesse scelto di lottare nel fango con il suo grande accusatore con gli stessi mezzi (registratore nascosto contro registratore nascosto, audio contro audio) questa sarebbe l’ennesima prova della sua debolezza.
L’audio, si è appreso ieri, sarà acquisto dal pm Giovanni Tartaglia Polcini presso la redazione del Tg5.
Sarà interessante vedere se la Procura convocherà il ministro per accertare come sia stato registrato, tagliato e consegnato quel file.
Se fosse provato, come affermato ieri da Michele Santoro a Servizio Pubblico, che è stato l’avvocato di De Girolamo a consegnare l’audio al Tg5 si arriverebbe al paradosso di una registrazione che viene definita dai giornali “illegale” o “abusiva” se consegnata dal difensore di Pisapia.
Mentre diventa la prova regina dell’innocenza e del complotto se la fornisce il legale del ministro.
Tutti i punti oscuri da chiarire
Oggi De Girolamo cercherà di spostare l’attenzione sulle parole di Pisapia, ma dovrebbe rispondere delle sue, in particolare di quelle dette quando non pensava di essere registrata e non parlava come una santarellina.
Le registrazioni effettuate di nascosto nel luglio del 2012, pubblicate sul sito del Fatto, ‘prendono in castagna’ la De Girolamo su quattro questioni.
La prima è la ‘gara bypassata’ per le ambulanze del 118. Un appalto triennale da 9-12 milioni per un servizio che il ministro voleva affidare direttamente.
Nunzia chiede come sia possibile raggiungerequelrisultatonellariunione del 23 luglio 2012 a tre manager della Asl (il direttore generale Michele Rossi, il direttoresanitarioMinoVentuccieil direttore amministrativo Felice Pisapia) quando Pisapia si oppone, lei sbotta: “Tu non la vuoi fare! Non è Michele (Rossi, il dg a lei fedelissimo, ndr) tu trovi (…) queste cazzo di carte”.
La società Modisan e la campagna pro-Pdl
Centrale il ruolo di Giacomo Papa, oggi vice capogabinetto del ministro che insieme a Luigi Barone (oggi curatore del portale web del ministero) enuncia la strategia per arrivare al risultato di “bypassare la gara”.
Con la scusa della partenza a breve del Dipartimento integrato di emergenza, spiega, si può fare la proroga senza gara a chi svolge il servizio attualmente: la società Modisan, proprio quella che secondo Pisapia aveva sponsorizzato la campagna elettorale per il congresso del Pdl di Benevento nel quale aveva trionfato Nunzia.
Secondo le dichiarazioni di Pisapia, sempre in quella riunione gli fu chiesto di consegnare la bozza del capitolato della gara in preparazione a casa dell’avvocato Papa.
Quando poi la ‘gara’ d’urgenza finalmente si svolge nel marzo 2013, vince proprio Modisan, come previsto in tempi non sospetti da un altro manager ‘dissidente’, Arnaldo Falato, in una denuncia profetica al pm. Dopo tutto questo lavorio del direttorio, però Modisan a sorpresa rifiuta. “Probabilmente avevano saputo della mia denuncia”, dice oggi Falato.
La multa da non far pagare al negozio di bufale
Il secondo episodio riguarda le manovre per non far pagare la multa della Asl a un negozio di mozzarelle di un amico del ministro.
In questo caso è Luigi Barone a chiedere un intervento dei manager ma il ministro non si oppone allo sconcio al quale assiste.
Il terzo episodio riguarda l’allocazione di un presidio sanitario per i malati di mente.
Il sindaco di Airola voleva fosse aperto nel suo paese e la discussione dell’allora coordinatore del Pdl con i suoi collaboratori è un piccolo manuale di politica clientelare: De Girolamo nomina una mezza dozzina di sindaci sfogliando la margherita per decidere a chi dare il privilegio. I malati di mente che dovrebbero usufruire del servizio non sono al centro dei suoi pensieri. Nemmeno i sindaci del suo partito. C’è solo il suo tornaconto elettorale.
Quando il suo collaboratore Barone propone: “Se i nostri sindaci non sono interessati si fa ad Airola o a Forchia”. Lei ribatte: “No, preferisco darlo a un sindaco del Pd che poi ci vado a chiedere 100 voti!”.
La questione più grave, anche se meno rilevante economicamente del 118, è quella scoperta dal Fatto: l’ormai famigerato bar dello zio del ministro.
Nunzia De Girolamo dice al direttore generale dell’Asl Michele Rossi: “Michè manda i controlli all’ospedale Fatebenefratelli e vaffanculo”. Il deputato però non si ferma qui e spiega il ‘m ovente’ della sua pressione:“Facciamogli capire che un minimo di comando ce l’abbiamo (…) così si impara il direttore dell’ospedale Giovanni Carrozza” e poi “se fra Pietro sa che c’è un problema di controllo al Fatebenefratelli dà l’ok”.
Cosa sia l’ok lo spiega dopo: “Se tu gli crei un problema di controllo devi vedere fra Pietro (Cicinelli, presidente della Provincia Religiosa del Fatebenefratelli) come gli dice a Carrozza: “A ccelera e fagli il 700”, cioè la procedura legale di urgenza contro il gestore del bar rivale, il cui contratto era scaduto.
Un anno e due mesi dopo fra Pietro firma il contratto di affitto del bar alla cugina di Nunzia.
La deputata ha abusato del suo potere?
Quando parla di ‘accelerare’ grazie ai controlli, De Girolamo è un pubblico ufficiale, in qualità di deputato del Pdl di Benevento.
Le domande che si stanno ponendo gli investigatori sono due: Nunzia De Girolamo ha abusato della sua qualità parlamentare? Ha indotto il Fatebenefratelli a dare indebitamente allo zio l’affitto del bar? Se la risposta fosse positiva potrebbe scattare l’iscrizione nel registro degli indagati per l’articolo 319 quater: induzione indebita a dare o promettere utilità .
Domande difficili alle quali dovrà rispondere il pm Giovanni Tartaglia Polcini.
I parlamentari devono rispondere a un quesito più semplice: Nunzia De Girolamo è degna della sua carica?
Vincenzo Iurillo e Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO LE MOTIVAZIONI DELLA BOCCIATURA DEL PORCELLUM L’ITALIA TORNA ALLA PRIMA REPUBBLICA, PREFERENZE E NIENTE PREMIO DI MAGGIORANZA
Da ieri sera l’Italia è di nuovo una Repubblica fondata sul proporzionale.
Col deposito delle motivazioni con cui la Corte costituzionale ha bocciato il Porcellum sul premio di maggioranza senza soglia e l’assenza della possibilità di esprimere almeno “una preferenza”, il sistema elettorale italiano viene ridisegnato in profondità : da stamattina è in vigore la legge scritta dagli ermellini, il cui nome in filigrana è “larghe intese per sempre”.
Cosa resta, infatti, della legge di Roberto Calderoli dopo il passaggio dei giuristi della Consulta? Solo la Prima Repubblica, cioè quella parte proporzionale della legge del 2005 scritta da Pier Ferdinando Casini e dall’Udc (il premio di maggioranza e le coalizioni le volle invece il Cavaliere).
La nuova legge elettorale italiana è la seguente.
I voti vengono ripartiti proporzionalmente: a livello nazionale alla Camera a tutte le liste che superino il 4 per cento e alle coalizioni che superino il 10; a livello regionale in Senato per le liste che vadano oltre l’8 per cento (il 20 per le coalizioni).
Ovviamente l’elettore potrà esprimere una preferenza: per introdurle non serve nemmeno una legge, mette nero su bianco la Corte, ma basta un semplice regolamento o una circolare del Viminale, se si dovesse andare al voto senza che il Parlamento trovi l’accordo su una nuova legge.
Il sistema “Prima Repubblica” applicato ai risultati di febbraio, ad esempio, significherebbe immaginare un Pd senza quasi un terzo dei suoi eletti alla Camera e parecchi in meno anche in Senato, seggi che sarebbero finiti in larga parte al Movimento 5 Stelle e al Pdl.
Il risultato più ovvio di questa situazione è che oggi Enrico Letta non sarebbe più a palazzo Chigi: la scissione del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, infatti, non sarebbe bastata a tenere in vita l’esecutivo.
Anche coi sondaggi attuali, peraltro, se si votasse ora non ci sarebbe alcuna maggioranza dopo il voto.
Non solo: anche ammesso che il centrosinistra s’avvicini al 40 per cento — come prevedono e sperano ai vertici del nuovo Pd – Matteo Renzi non potrebbe formare il governo se non attraverso un accordo con qualche ex avversario.
Motivo per cui il sindaco di Firenze si gioca molto nelle trattative sulla nuova legge elettorale: la sua immagine di leader giovane e dinamico al limite della frettolosità si sposerebbe poco con i minuetti necessari a un governo di coalizione in cui ogni voto parlamentare finirebbe per pesare.
Fore anche per questo la Consulta — con uno dei suoi tradizionali giudizi giocati sul filo sottilissimo tra il magistero giuridica e il realismo politico — ha lasciato graziosamente aperta la via alle due principali opzioni sul tappeto: il sistema spagnolo e il Mattarellum.
Entrambi, infatti, prevedendo le liste bloccate potevano essere considerati incostituzionali.
La Corte s’è preoccupata di far capire a Renzi, Verdini, Alfano e chiunque altro giochi questa partita che possono mantenere la mente aperta: le liste del Porcellum con enormi circoscrizioni, a volte regionali, sono una cosa “non comparabile nè con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi (Mattarellum, ndr), nè con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte (lo spagnolo, ndr)”.
Altrimenti, sembrano dire in un inciso gli ermellini, dovremmo considerare incostituzionale “il collegio uninominale”.
Dunque i giochi sono ancora tutti aperti. Come abbiamo scritto nei giorni scorsi, Silvio Berlusconi predilige il modello adottato in Spagna: si tratta in sostanza di un finto proporzionale, o meglio di un proporzionale che grazie a circoscrizioni molto piccole ha effetti maggioritari fortissimi.
Lo spagnolo è un sistema che piace, ovviamente, ai partiti più grandi (non escluso il M5S, che aveva presentato una bozza di questo tenore anche se poi derubricata ad iniziativa individuale) e anche a quelli radicati territorialmente com’era un tempo la Lega e sono ancora la SVP sudtirolese e l’UV valdostana.
Sel, l’attuale Carroccio, alfaniani, dipietristi e quant’altro non conterebbero niente e probabilmente non entrerebbero in Parlamento (a meno di non lasciare per legge un po’ di seggi al cosiddetto “diritto di tribuna”).
Il Matarellum è, d’altra parte, il sistema che potrebbe mettere tutti d’accordo (più della legge dei sindaci col doppio turno, che ha il grosso problema di applicarsi ad un sistema che non è un premierato, non prevede cioè elezione diretta).
Il vecchio sistema — in vigore per le politiche del 1994, 1996 e 2001 — ha due grandi vantaggi: può entrare in funzione con una leggina di due righe che si limita ad abolire il Porcellum e piace anche ai piccoli e medi partiti perchè costringe quelli grandi a coalizzarsi per forza.
Il rapporto eletto ed elettore sarebbe salvo, ma riavremmo governi sostenuti da maggioranze parecchio eterogenee.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 5th, 2014 Riccardo Fucile
E’ LI’ LA CHIAVE DI VOLTA SU MODELLI E TRATTATIVE
Adesso c’è anche una data. Il 13 gennaio prossimo, lunedì.
È la data che nelle agendine dei giudici della Corte Costituzionale sarebbe già stata cerchiata con la penna rossa.
Perchè proprio in quella data la Consulta dovrebbe rendere note le motivazioni che stanno alla base della sentenza con cui, all’inizio del mese scorso, i giudici costituzionali hanno cancellato il Porcellum.
Partendo dall’incostituzionalità dei due aspetti principali della legge elettorale confezionata nel 2005 da Roberto Calderoli.
E cioè il premio di maggioranza e le liste bloccate.
Tempi abbastanza stretti, insomma. Forse persino più stringenti di quanto non si pensasse.
Col timer azionato dalla Consulta, sulla base di un conto alla rovescia di soli nove giorni a cominciare da oggi, che potrebbe rivoluzionare il dialogo sulla legge elettorale avviato da Matteo Renzi con la lettera inviata l’altro giorno ai leader degli altri partiti
Ha indicato tre strade, il segretario del Pd.
Il sistema spagnolo, che piace a un pezzo significativo di Forza Italia, a cominciare da Denis Verdini.
Poi il Mattarellum corretto con un premio di maggioranza. E infine il modello del sindaco d’Italia, quel doppio turno di coalizione su cui s’è registrata anche l’apertura «tattica» di Angelino Alfano.
Ma i tavoli di confronto bilaterali, su cui Renzi ha già incassato il disco verde di Silvio Berlusconi, possono essere rovesciati già dalle motivazioni che la Consulta renderà note il 13 gennaio.
Perchè è vero, come sottolinea Cesare Mirabelli, che della Consulta è stato anche presidente, «che nella scelta di una nuova legge elettorale il Parlamento è sovrano».
Ma è altrettanto vero, aggiunge, «che le Camere non potranno non tenere conto dei principi che la Corte Costituzionale fisserà nelle motivazioni della sentenza. Sia per quanto riguarda il premio di maggioranza, sia per quanto riguarda le liste bloccate». D’altronde, scandisce l’ex giudice costituzionale, «saranno principi che non ha inventato la Corte. Ma che sono contenuti nella Costituzione, da cui la Corte li deduce».
Non è una questione accademica. Al contrario, il dispositivo della Corte può scombinare il quadro dei rapporti tra i partiti sulle diverse bozze di riforma e, soprattutto, rafforzare il sistema dei veti incrociati che mette a rischio il «tavolone».
Basti pensare al modello spagnolo, che piace a berlusconiani della vecchia guardia e non dispiace al Cavaliere.
«La Corte ha bocciato il Porcellum anche sulla base delle liste bloccate. Ma non sappiamo se ha bocciato le lunghissime liste previste dal Porcellum oppure se l’idea di lista bloccata in sè», è la premessa di Stefano Ceccanti.
«Ma se nella sentenza ci fosse una bocciatura totale dell’idea di lista bloccata», aggiunge il costituzionalista ed ex senatore del Pd, «la strada del modello spagnolo, che prevede delle piccole liste chiuse, diverrebbe a quel punto impraticabile».
Con delle probabili ricadute sul fronte del dialogo tra Pd e Forza Italia. Una tesi che, però, non convince del tutto Mirabelli. Secondo cui «c’è una differenza evidente tra le lunghissime liste del Porcellum, che automaticamente portavano in Parlamento degli eletti secondo un ordine fissato dai partiti, e quelle dei collegi spagnoli».
Più semplice, invece, il rebus che riguarda l’aspetto del premio di maggioranza.
«Già dall’annuncio della sentenza», spiega Ceccanti, «la Consulta ha lasciato intendere che non va bene un premio di maggioranza indeterminato, spropositato rispetto ai voti che, per esempio, le principali forze politiche hanno preso alle ultime elezioni. Le tre proposte di Renzi, invece, ne prevedono uno determinato. Compreso il sistema del sindaco d’Italia, che assegna il 55 per cento dei seggi solo a chi avrà superato il 50 per cento più uno dei voti».
Ed è forse l’unico tassello a posto di un puzzle ancora da costruire.
E che la data del 13 gennaio potrebbe complicare ulteriormente.
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 31st, 2013 Riccardo Fucile
IL DIFFICILE CAMMINO DELLA RIFORMA COSTITUZIONALE
L’unica soluzione praticabile per riformare la Costituzione è abolire il Senato. Introducendo il
monocameralismo. Ma serviranno altri contrappesi: più poteri al Capo dello Stato, ricorso diretto alla Consulta delle minoranze
Riforme costituzionali? A parlarne, rischi una denuncia per maltrattamenti: chi ti ascolta finirà per slogarsi le mascelle a forza di sbadigli.
Perchè l’argomento non è fra i più eccitanti, e perchè il chiacchiericcio dura da trent’anni, senza cavare un ragno dal buco.
Meglio, molto meglio, concentrarsi sui temi dell’occupazione, della concorrenza, dei salari.
C’è tuttavia un legame fra le nostre ingessate istituzioni e la camicia di gesso che blocca l’economia italiana. Quando il sistema si rivela incapace di produrre decisioni, quando è perennemente ostaggio dei veti incrociati, quando infine la voce del padrone ha il timbro rauco delle lobby, l’unica industria è quella dei favori.
E infatti l’Italia, dal 2000 in poi, ha registrato la crescita più bassa del pianeta, se si eccettua Haiti.
Da qui l’urgenza di correre ai ripari. Sbarazzandosi in primo luogo di due Camere gemelle, che s’intralciano a vicenda.
Il bicameralismo paritario ci ha donato in sorte un procedimento legislativo macchinoso, una pletora di parlamentari che riempirebbe la tribuna di San Siro, governi ballerini come Carla Fracci.
Sicchè, almeno in questo caso, l’accordo è trasversale. Però, attenzione: meglio nessuna riforma che una cattiva riforma.
E d’altronde — come osservò Aristotele — se una Costituzione si può migliorare, significa che si può anche peggiorare.
Eppure i nostri eroi promettono di riuscire nell’impresa.
Quale mai sarebbe la loro ricetta? A quanto pare, un bicameralismo differenziato, assegnando in esclusiva ai deputati il potere di vita e di morte sui governi, nonchè l’officina delle leggi.
E i senatori? Verificano, ispezionano, controllano, manco fossero altrettanti Sherlock Holmes.
Richiamano in seconda lettura le leggi più importanti, quindi andranno in porto solo le leggi più insignificanti. Rappresentano i territori regionali, come se invece la Camera debba rappresentare Marte.
E in che modo varcano l’uscio del Senato? Attraverso un’elezione a suffragio universale, secondo una corrente di pensiero; ma allora ci risiamo col doppione. Attraverso un seggio di diritto per governatori regionali e sindaci, secondo un’altra opinione; però il doppio mestiere riesci a farlo se la tua giornata è di 48 ore.
E no, messa così diventa un pateracchio. In primo luogo perchè questo colpo d’ingegno s’iscrive non tanto nell’ingegneria, quanto nell’archeologia costituzionale: la «Camera delle regioni» era un’idea di quarant’anni fa (Nicola Occhiocupo ci scrisse sopra un libro nel 1975).
In secondo luogo perchè il Senato diverrebbe — come pure è stato detto — non tanto una seconda Camera, quanto una Camera secondaria.
E in terzo luogo, chi li convince i senatori a segarsi gli attributi? Eppure alla riforma servirebbe pur sempre il loro assenso, cozzando contro il paradosso illustrato nel 1932 da Fraenkel: quando il riformatore coincide con il riformato, nessuna riforma sbuca mai fuori dal cilindro.
La via d’uscita? Una sola Camera, e buonanotte ai suonatori, pardon, ai senatori.
Ma buonanotte pure ai deputati, sicchè nessuno ci rimette, nessuno ci guadagna. Politicamente, è l’unica soluzione praticabile.
Giuridicamente, soddisfa quattro imperativi: rappresentare, decidere, semplificare, ridurre (il numero dei parlamentari).
Una proposta di cui si discusse quest’estate in seno alla commissione governativa sulle riforme, e sulla quale due costituzionalisti (Ciarlo e Pitruzzella) hanno scritto un documento dettagliato.
Ma soprattutto un sistema ormai vigente in 39 Stati, e non soltanto in contrade esotiche e remote. Hanno un Parlamento monocamerale Paesi come la Svezia, la Scozia, l’Ucraina, il Portogallo, Israele, la Danimarca, la Grecia, la Norvegia.
Certo, rinunziando a una Chambre de reflection serviranno altri contrappesi, per scongiurare i colpi di mano.
Ma si può fare potenziando il ruolo del capo dello Stato, permettendo il ricorso diretto delle minoranze parlamentari alla Consulta, prescrivendo maggioranze qualificate per determinate leggi. Tutto si può fare, se c’è un grammo di buon senso.
Ma in Italia — diceva Manzoni — il buon senso se ne sta ben nascosto, per paura del senso comune.
Michele Ainis
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Dicembre 30th, 2013 Riccardo Fucile
TRA VETI E CONVENIENZE DEI PARTITI SPUNTA IL DOPPIO TURNO NAZIONALE… MA ORA SI ASPETTA LA CONSULTA
Accelerare. Far presto. Chiudere comunque, con chi ci sta.
Il pressing di Matteo Renzi sulla legge elettorale sembra aver funzionato: tra incontri ufficiali e colloqui riservati, tre dei quattro principali attori della scena politica — Pd, Forza Italia e Nuovo Centrodestra — stanno mettendo le carte in tavola per trovare un punto d’incontro che permetta di varare una nuova legge elettorale in tempi rapidissimi: settimane, non mesi.
Ma esiste davvero, un massimo comune denominatore capace di mettere d’accordo Renzi, Berlusconi e Alfano? E quale potrebbe essere?
Si parte dalla legge attuale, il Porcellum, che tutti dicono di voler abolire perchè non permette all’elettore di scegliere i parlamentari (e questa è anche l’inconfessabile ragione della sua sopravvivenza: a quasi tutti i segretari di partito non dispiaceva affatto quel potere di decidere chi diventava deputato o senatore).
La Corte Costituzionale lo ha corretto, bocciando le liste bloccate senza preferenze e il premio di maggioranza attribuito con la sola maggioranza relativa, quel premio che ha permesso al centrosinistra di conquistare la maggioranza assoluta alla Camera con appena il 29,5 per cento dei voti.
Ma la Corte non ha ancora reso note le motivazioni della sua sentenza: lo farà a metà gennaio, e molti aspettano proprio quel documento per capire, per esempio, se le liste bloccate sono incostituzionali sempre e comunque o se sono ammesse per una quota limitata dei seggi, come accadeva già con il Mattarellum.
O se magari sono ritenute legittime liste corte, con pochi nomi.
Non si tratta di un dettaglio secondario, come vedremo, ed è per questo che le trattative sono sostanzialmente ferme fino alla pubblicazione della sentenza.
Cosa vuole il Pd?
Il nuovo leader del Partito democratico non ha indicato un modello preciso, ma ha messo in chiaro che la nuova legge elettorale dovrà soddisfare tre requisiti fondamentali.
Primo, dovrà mantenere il bipolarismo, chiudendo la stagione delle larghe intese. Secondo, dovrà riconsegnare all’elettore il potere di scegliere i parlamentari. Terzo, dovrà consegnare al Paese, la sera stessa delle elezioni, il vincitore che governerà per i successivi cinque anni.
La neoresponsabile delle riforme istituzionali del Pd Maria Elena Boschi ha chiarito ai suoi interlocutori che non ci sono preclusioni per nessuna soluzione, purchè consenta di raggiungere tutti e tre questi obiettivi.
Vediamo allora quali sono le proposte in campo.
IL DOPPIO TURNO NAZIONALE
E’ la proposta elaborata dall’ex presidente della Camera Luciano Violante: sistema proporzionale con un voto di preferenza (o due, uno a un uomo e uno a una donna), sbarramento al 5 per cento, premio di maggioranza per chi raggiunge il 40-45 per cento e ballottaggio tra il primo e il secondo (partito o coalizione) se nessuno raggiunge quella soglia.
Oltre al Pd, sono a favore Scelta Civica e Sel, ma gli altri hanno votato contro quando la proposta è stata messa ai voti al Senato. La novità è che, mentre il Pdl era contrario, oggi sia Forza Italia che il Nuovo Centrodestra potrebbero prenderla in considerazione, anche se con alcune modifiche.
IL DOPPIO TURNO DI COLLEGIO
E’ il sistema vigente in Francia: se nessuno dei candidati raggiunge la metà più uno dei voti nel collegio, si va al ballottaggio. Niente preferenze, niente liste bloccate.
Ma se in Francia il meccanismo ha funzionato grazie al traino del voto presidenziale, in Italia l’attuale tripolarismo non gli permetterebbe di soddisfare il terzo requisito di Renzi: l’indicazione immediata di un vincitore.
Non solo, ma Berlusconi non ne vuole sentir parlare, perchè nei Comuni il doppio turno ha giocato quasi sempre a suo sfavore. La motivazione ufficiale è che gli elettori di centrodestra non tornano ai seggi per la seconda volta, quella vera è la paura che l’antiberlusconismo coalizzi dappertutto i suoi avversari.
IL SISTEMA SPAGNOLO
E’ la soluzione che Denis Verdini sponsorizza da tempo, e che sembra aver convinto anche Berlusconi: collegi provinciali con liste bloccate (in Spagna la media è di sei candidati). Così com’è non soddisfa nessuno dei tre requisiti di Renzi: non è bipolarista, non permette la scelta del candidato e soprattutto non sforna una maggioranza certa, essendo proporzionale allo stato puro. Ma Verdini propone di correggerlo con premio di maggioranza da assegnare con un ballottaggio nazionale, modifica che soddisferebbe due dei tre requisiti, ma non il terzo (il potere di scelta dell’elettore tra più candidati).
IL MATTARELLUM
Il ritorno al sistema precedente (tre quarti dei seggi assegnati nei collegi uninominali maggioritari, un quarto con la proporzionale alle liste bloccate di partito) è stata a lungo una bandiera del Pd, e adesso anche il capogruppo forzista Brunetta vorrebbe riadottarlo per andare subito alle urne (Verdini invece è contrario, perchè teme che il sistema che nel 2001 consegnò al centrodestra un trionfale 61-0 in Sicilia possa condurlo oggi a una disastrosa sconfitta, stavolta su scala nazionale).
Neanche il Mattarellum, così com’era, sarebbe però in grado di incoronare certamente un vincitore. Ecco perchè Renzi ha elaborato una modifica fondamentale: incastrare un premio di maggioranza tra i collegi uninominali e la quota proporzionale.
Oltre a metà dei forzisti, bisognerebbe comunque convincere anche gli alfaniani, assolutamente contrari a questa soluzione.
IL TATARELLUM
Al Nuovo Centrodestra di Alfano (e forse anche a Casini) non dispiace l’idea di adottare un sistema che ricalchi quello in vigore nelle Regioni: liste con preferenza nelle circoscrizioni, e alla coalizione più votata un premio di maggioranza da assegnare con liste bloccate.
Per superare l’incostituzionalità del premio assegnato senza un quorum, Alfano accetterebbe un doppio turno nazionale, ma dovrebbe fare i conti con la fortissima resistenza di Berlusconi alla reintroduzione del voto di preferenza.
L’INTESA POSSIBILE
Molto dipenderà , come dicevamo, dalle argomentazioni con cui la Corte motiverà la bocciatura del Porcellum. Se dovesse dichiarare incostituzionale qualunque lista bloccata, anche corta, allora rimarrebbero in campo solo le soluzioni che prevedono i collegi uninominali o il voto di preferenza, ma resterebbe comunque da sciogliere un nodo fondamentale, la garanzia di un vincitore certo.
E l’unica soluzione che permetterebbe di ottenere questo risultato, dopo la bocciatura del premio di maggioranza (senza quorum), è il ballottaggio nazionale tra le due coalizioni più votate, con il quale si potrebbe assegnare il premio a chi conquista al secondo turno la metà più uno dei voti.
Di questo, a poco a poco, si stanno convincendo tutti i protagonisti della trattativa.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
COMPROMESSO PER CONVINCERE FORZA ITALIA E NUOVO CENTRODESTRA SULL’OFFERTA DEL PD
L’ircocervo non ha ancora un nome. E tuttavia inizia a prendere forma nelle conversazioni riservate tra esponenti del Partito democratico e di Forza Italia sulla legge elettorale. È un modello del tutto nuovo.
È un ibrido che prende la struttura del vecchio Mattarellum e ci innesta sopra un doppio turno (eventuale) di coalizione.
Il composto alchemico è l’ultimo prodotto della fucina renziana e, secondo chi lo ha potuto leggere, sarebbe «l’uovo di Colombo».
Berlusconi vuole il Mattarellum? Il Pd vuole il doppio turno? Che problema c’è, basta mischiarli insieme ed ecco il risultato.
Anche i partiti minori, come Ncd, non verrebbe soffocati in culla grazie al fatto che la quota proporzionale rimarrebbe intatta.
La proposta parte infatti dal mantenimento delle vecchie quote del Mattarellum: 75% di maggioritario e 25% di proporzionale.
Alla Camera significa 475 seggi maggioritari e 155 seggi proporzionali.
Dalla quota maggioritaria sarebbe ritagliato un tesoretto di 75 seggi, un «premio di governabilità » da assegnare a quel partito che abbia superato una certa soglia.
L’idea è fissare l’asticella a un’altezza congrua, non semplice da raggiungere: 200 seggi. Chi li dovesse conquistare con i propri voti, collegio per collegio, vincerebbe anche il premio di governabilità di ulteriori 75 seggi (pari a quasi il 12 per cento dell’assemblea). A questi 275 andrebbero poi aggiunti i seggi ottenuti dal partito nella quota proporzionale per arrivare – auspicabilmente – alla maggioranza assoluta di 315 deputati.
E se nessuno dovesse superare l’asticella dei 200 collegi vinti?
Allora e solo allora scatterebbe un ballottaggio tra le prime due coalizioni per aggiudicarsi il premietto di 75 seggi.
Questo è lo schema su cui si sta ragionando. Un cocktail di elementi diversi messo a punto, pare, dal renziano Matteo Richetti.
«È fattibile», sentenzia Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc che nella scorsa legislatura trattò con Verdini e Migliavacca una nuova legge elettorale.
Per Paolo Gentiloni, renziano doc, il doppio turno sarebbe quasi inevitabile «visto che la presenza di Grillo come terzo incomodo nei collegi renderà difficile che qualcuno arrivi alla soglia dei 200 seggi».
E così sarebbe accontentata anche l’ala sinistra del Pd, che continua a reclamare il doppio turno.
Come ha ricordato ieri l’ex segretario Pierluigi Bersani: «In questa situazione solo il doppio turno ti può garantire la governabilità . Le altre soluzioni, compreso il Mattarellum, non lo garantiscono». Peraltro, ha aggiunto, «Berlusconi vuole il turno unico perchè è il modo per tenere ancora tutti sotto di lui, per riuscire a fare ancora un’ammucchiata di cui lui è il capo. Con il doppio turno si dà un po’ più di spazio di manovra anche ad Alfano. E non mi pare il caso di fare regali a Berlusconi».
Il caso Alfano, al di là dei toni ruvidi con cui Renzi ha strapazzato in pubblico il leader Ncd, è stato a lungo discusso nella segreteria Pd.
Maria Elena Boschi, addetta alle riforme, ha già incontrato informalmente diversi esponenti del nuovo centrodestra.
Del resto Napolitano, nell’incontro di due giorni fa al Colle, avrebbe chiesto alla Boschi proprio questo, di partire da una prima consultazione interna alla maggioranza.
«Ci sono alcuni gruppi che sostengono il governo – ha insistito ieri il ministro dell’Interno – quindi la nostra ipotesi è: intendiamoci su una base comune nelle maggioranza e poi parliamo con gli altri, anche con Forza Italia».
Il ministro Graziano Del Rio e lo stesso Richetti tengono aperto il dialogo con gli alfaniani.
Da queste conversazioni è emerso un paletto insormontabile: «Alfano – spiega uno dei renziani – ci ha chiesto di non arrivare all’approvazione definitiva della riforma fino ad aprile, in modo da avere la garanzia che non si voti a maggio ma si arrivi al 2015. Su tutto il resto, persino sul Mattarellum, è disposto a discutere ».
Per venire incontro al Ncd, l’approvazione della riforma al-la Camera avverrà nei tempi stabiliti – la prima settimana di febbraio – come annunciato da Renzi.
Mentre il passaggio del Senato sarà più al rallentatore, proprio per evitare fughe verso le elezioni anticipate.
L’idea di arrivare a un Mattarellum- bis, che prevede un eventuale doppio turno ma lascia inalterate le quote del 75-25 per cento, è dovuta anche a un’altra preoccupazione circolata nell’inner circle renziano.
L’incubo di dover ridisegnare tutti i collegi d’Italia. «Se si tocca il 75% bisogna aggiornare la mappa – osserva il renziano Ernesto Carbone – e allora campa cavallo, ci potrebbe volere anche un anno di tempo!».
Senza contare che sarebbe il Viminale a dover ridisegnare i collegi. Proprio il ministero in mano all’uomo che ha meno fretta di andare a votare.
A questo punto l’unico ostacolo al Mattarellum-bis potrebbe essere Denis Verdini – a cui il Cavaliere ha delegato la trattativa – che è da sempre favorevole al sistema spagnolo (proporzionale con collegi piccoli e liste bloccate).
«Ma Verdini – riflette Paolo Gentiloni – dice spagnolo per trattare meglio sul Mattarellum ».
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
“GLI ATTI COMPIUTI NON DECADONO”
«La sentenza non provoca uno sfascio istituzionale, ma il Parlamento dovrebbe legiferare prima dell’arrivo delle motivazioni».
Riccardo Chieppa, presidente emerito della Consulta, si dice «lieto che sia caduta una legge tanto illegittima », ma esclude che si aprano «voragini che facciano precipitare nel caos le istituzioni».
È dunque d’accordo con la bocciatura del Porcellum?
«Ho sempre sostenuto che ci fosse un grave dubbio di costituzionalità sul difetto assoluto di esprimere preferenze. Sarei addirittura favorevole che si tornasse all’antico sistema elettorale dei piccoli comuni. Quando da giovane facevo il presidente di seggio, l’elettore poteva cancellare un candidato dalla lista. Era una bocciatura esplicita, un voto di preferenza negativo»
Cosa succede ora dopo la sentenza della Consulta?
«Allo stato attuale, in attesa delle motivazioni, si possono fare solo congetture. I giudici della Corte non travolgono tutto. Le norme di legge non sono più applicabili per il futuro, ma non decadono atti e nomine compiuti dal Parlamento. La dichiarazione di illegittimità può travolgere solo nomine e atti ancora suscettibili di contestazione. Del resto la Consulta si è sempre preoccupata di non creare vuoti nell’ordinamento».
Un Parlamento eletto con legge incostituzionale è illegittimo?
«Dal punto di vista giuridico lo escludo. La questione eventualmente è politica: il Parlamento non è delegittimato dalla pronuncia della Corte, ma semmai dalla sua inerzia».
Le Camere dovrebbero correre ai ripari?
«Il Parlamento ha tutti i poteri e per evitare il rischio che riviva il Mattarellum dovrebbe intervenire prima delle motivazioni».
Quando usciranno le motivazioni della sentenza?
«Dipende dalla discussione: i giudici devono trovare l’accordo non solo sul dispositivo, ma anche sulle motivazioni. Sarebbe auspicabile pure in Italia il sistema tedesco, dove la Corte dichiara l’illegittimità a scoppio ritardato: dà un termine al Parlamento per permettergli di intervenire prima della sentenza».
Che ne sarà dei 148 deputati eletti, ma non ancora convalidati dalla Giunta per le elezioni?
«Su questo la sentenza non influisce, resta indifferente. Se non ci sono altri elementi ostativi, la Camera può convalidarli».
Per Calderoli diventano illegittimi anche i consigli regionali eletti con liste bloccate e premi di maggioranza.
«Non credo. Le regionali hanno norme che prevedono diverse proporzioni nei premi e non sono toccate dalla sentenza».
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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