Aprile 26th, 2012 Riccardo Fucile
TORNA IN PARLAMENTO LA DISCUSSIONE SULLA PROPOSTA DI LEGGE 1065 SULLE UNIONI DI FATTO….RELATRICE GIULIA BONGIORNO, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA
La relatrice, e presidente della Commissione Giustizia, Giulia Bongiorno ha rilevato che il fenomeno della convivenza more uxorio è enormemente cresciuto passando dalle 127.000 libere unioni degli anni 1993-94 alle 897.000 quantificate dall’Istat nel 2009, cioè il 5.9% delle coppie.
La presenza di figli riguarda il 49,7% delle coppie non coniugate, una quota in netta crescita rispetto al 40% del 1998.
La Bongiorno ha fatto anche un quadro dettagliato della normativa esistente in molti altri paesi sui Pacs e sulle unioni non eterosessuali e ha posto l’accento sulle recenti valutazioni in merito della Corte Costituzionale.
Ha successivamente illustrato nei particolari i contenuti delle varie proposte in esame.
Ora deve essere avviato il confronto di merito che impegnerà la Commissione per numerose sedute.
Intanto l’Inghilterra potrebbe diventare la settima nazione europea ad avallare il matrimonio omosessuale dopo Paesi Bassi, Belgio, Spagna, Norvegia, Portogallo e Islanda.
Perlomeno questo e’ l’obiettivo del primo ministro David Cameron che auspica di portare a casa il risultato entro il 2015, a dieci anni dal via libera del ”Civil Partnership Act” che offre alle coppie omosessuali gli stessi diritti delle coppie sposate.
Insomma, si tratterebbe di ”formalizzare” ulteriormente un passo già fatto dal governo laburista di Tony Blair che, con le unioni civili, ”porto’ all’altare”, all’indomani del via libera, 687 coppie gay, tra cui il celeberrimo Reginald Kenneth Dwight, in arte Elton John, che con il canadese David Furnish convolò a nozze a Windsor Guildhall, l’ufficio del registro dove qualche mese prima si erano sposati il principe Carlo e Camilla Parker Bowles.
Nel giro di sette anni, intanto, in Inghilterra, una coppia gay ha fatto in tempo anche a separarsi (dopo l’unione civile) e a fine marzo un tribunale di Londra ha emesso un giudizio su quello che viene ritenuto il primo caso legale di divorzio tra gay in Gran Bretagna.
Dunque, unioni civili e divorzi civili.
Cosa cambierebbe allora? Cambierebbe che dalle unioni si passerebbe a veri e propri matrimoni civili e la questione non e’ semplicissima soprattutto perchè le gerarchie ecclesiastiche, dagli anglicani ai cattolici, si sono ampiamente schierate contro la proposta. La Chiesa d’Inghilterra il 15 marzo, giorno dell’inizio della consultazione, ha pubblicato una nota sul proprio sito, nella quale esprime tutta la sua contrarietà : «La Chiesa d’Inghilterra è impegnata nella concezione tradizionale dell’istituzione del matrimonio come tra un uomo e una donna» e «sostiene il modo in cui le unioni civili offrono a coppie dello stesso sesso una parità di diritti e responsabilità rispetto alle coppie eterosessuali sposate. Un’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso conferirebbe poco o nessun nuovo diritto legale a coloro che già sono legati da un’unione civile, ma richiederebbe molte modifiche alla legge, con il cambiamento della definizione di matrimonio che varrebbe per tutti».
Anche i cattolici non hanno espresso simpatia per la ”battaglia” di Cameron tanto che il presidente e il vicepresidente della Conferenza dei Vescovi d’Inghilterra e Galles, mons. Vincent Nichols e mons.Peter Smith, arcivescovo di Southwark, hanno mandato una lettera firmata che e’ stata letta in 2.500 parrocchie del paese in cui hanno evidenziato che i cattolici «hanno l’obbligo di fare tutto il possibile per assicurare che il vero significato del matrimonio non si perda per le generazioni future».
Il fulcro della discussione risiede nel fatto che se con la “partnership civile” le coppie dello stesso sesso hanno la possibilita’ di vincolarsi in una unione registrata, questa non e’ comunque un matrimonio dal punto di vista giuridico.
Aspetto che cambierebbe con la legge per cui Cameron ha avviato una consultazione pubblica. Novanta giorni dal 15 marzo.
Entro metà giugno, insomma, l’opinione pubblica britannica potrà far sapere al governo quali sono i propri orientamenti in materia.
Nella consultazione si specifica comunque che i matrimoni saranno solo ed esclusivamente civili ma si tratta di una ”rassicurazione” che non e’ bastato a chi non e’ d’accordo con la scelta.
Anche la stampa ha espresso piu’ o meno velatamente la propria posizione: non propriamente d’accordo i conservatori Daily Mail e Daily Telegraph e non del tutto in disaccordo il Guardian e l’Indipendent che, nei giorni scorsi, ha tracciato il punto della situazione.
Da una parte, la ”Coalizione per il matrimonio” che riunisce diverse organizzazioni che si rifiutano di ”ridefinire” il matrimonio tradizionale, con alcuni quotidiani, come il ”Country Life magazine” che sono riusciti a raccogliere oltre 400 mila firme contro la proposta di Cameron. Dall’altra parte, la ”Coalition for Equal Marriage”, condotta da una coppia gay di Newcastle, sostenuta da organizzazioni omosessuali come ”Humanistic Society”, ”Gay Times” e ”the National Secular Society”: la loro campagna ha finora portato 40 mila firmatari alla petizione per l’uguaglianza ma sanno che la battaglia, nonostante il sostegno del governo, sara’ tutt’altro che facile.
Soprattutto dopo il ”se” usato da Cameron durante il suo discorso ai leader religiosi per il giorno di Pasqua.
Un ”se” che non e’ passato inosservato, da nessuna delle due parti. («Se la questione andrà avanti – ha detto il primo ministro – cambierà quello che accade in un’anagrafe; non cambierà quello che accade in una chiesa»).
Giacomo Galeazzi
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO CHE RITIRA LO STIPENDIO PER PAGARSI IL MUTUO NON PRESENTA PIU’ LE DIMISSIONI… FA IL SALVATORE DEI RESPONSABILI
Classificato da Openparlamento al 589esimo posto su 630 deputati nell’indice di produttività , aveva difeso il suo assenteismo in Aula.
Caduta nel vuoto la promessa di ritornare a tempo pieno a fare l’imprenditore
Niente dimissioni per Massimo Calearo, il deputato trasformista passato prima dal Pd all’Api, poi al gruppo Misto e finito nei Responsabili, oggi rinominato Popolo e Territorio.
Lo ha rivelato l’Espresso che ha smascherato il bluff del passo indietro, prima annunciato e poi caduto nel nulla.
A convincere il parlamentare è stato il capogruppo Silvano Moffa, che temeva lo scioglimento del movimento in cui è confluito l’ex esponente pd.
Classificato da Openparlamento al 589esimo posto su 630 deputati nell’indice di produttività , lo scorso 30 marzo, durante un’intervista a La Zanzara, Calearo aveva dichiarato apertamente il suo assenteismo dai lavori parlamentari.
”Dall’inizio dell’anno — aveva spiegato — alla Camera sono andato solo tre volte, anche per motivi familiari. Rimango a casa a fare l’imprenditore, invece che andare a premere un pulsante.
Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più”.
E sullo stipendio percepito a Montecitorio aveva aggiunto che gli serviva “per pagare il mutuo”.
Parole che avevano suscitato molte polemiche e a cui il deputato aveva reagito annunciando le dimissioni: “La settimana prossima — aveva detto — vado a Roma dal mio capogruppo e poi me ne torno a casa a fare l’imprenditore”.
Nei giorni successivi, però, aveva deciso di tornare a presenziare alle sedute alla Camera e del ritiro a vita privata non ha più parlato.
Ma il capogruppo Silvano Moffa lo difende: “Calearo è una persona molto seria e sa da solo come comportarsi. Ci siamo sentiti per telefono e gli ho solo detto di riflettere, invitandolo a continuare a svolgere la sua funzione di parlamentare”.
Moffa spiega che la sua levata di scudi è “tutt’altro che disinteressata, visto che con la defezione dell’imprenditore il gruppo di Popolo e Territorio sarebbe sceso a quota 22 deputati, a rischio scioglimento”.
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Aprile 16th, 2012 Riccardo Fucile
LE CIFRE UFFICIALI SULLA SPARTIZIONE: IL CENTRODESTRA PRENDE 916 MILIONI, IL CENTROSINISTRA 759 MILIONI… TRA I MINORI L’MPA DI LOMBARDO PERCEPISCE 4,7 MILIONI… SOLDI ANCHE AI GRUPPI FANTASMA
120 milioni di euro la Lega, declinata in tutte le sue forme. Oltre 750 la galassia che oggi è
incarnata nel Pd, ma che è stata Pds, Ds, Margherita, Ulivo, Unione. 900 milioni e passa il Pdl, sommando le sue quote a quelle di Forza Italia, An e precedenti vari.
Sono i soldi che i partiti hanno incassato dallo Stato dal 1994 a oggi.
Sapevamo che si trattava in totale di 2,3 miliardi di euro.
Adesso – grazie a un lavoro certosino fatto dai Radicali sulle Gazzette Ufficiali fornite dal Parlamento – sappiamo come sono stati divisi quei fondi negli ultimi 18 anni.
In base ai voti e al consenso ottenuti.
Consentendo l’ingigantirsi di alcune macchine partito che oggi, senza i soldi pubblici, non saprebbero come andare avanti.
Dovrebbero dismettere sedi, licenziare persone.
Andrebbero in bancarotta, dicono Pd e Udc. Del Pdl, sappiamo che già nel 2010 aveva un passivo di 6 milioni.
Antonio Di Pietro continua dire che vuole abolire il finanziamento pubblico via referendum e devolvere la quota di luglio al ministro Fornero.
La sua tesoriera, l’onorevole Silvana Mura, ha però ammesso con Repubblica che i soldi cui intende rinunciare sono 4 milioni sugli 11 in arrivo, quelli che riguardano le elezioni politiche.
E che lei pensa che il finanziamento vada abolito, certo, ma andrebbe già bene ridurlo di un quinto: “Perchè io nel mio bilancio 2011 ho un milione e duecentomila euro solo di stipendi”.
E quindi, anche l’Idv si è ben nutrita di soldi pubblici. Non dal ’94, non c’era.
Dal 2001 però ha incassato nelle sue diverse forme (è stata anche solo lista Di Pietro) 53,3 milioni di euro.
Che dire della Lega? Ieri il governatore del Veneto Luca Zaia invocava l’abolizione dei fondi pubblici, il capogruppo alla Camera – il maroniano Gianpaolo Dozzo – ha annunciato che il Carroccio devolverà al sociale i milioni in arrivo a luglio (sarebbe interessante capire se si riferisce a tutta la quota, 11 milioni, o anche lui solo ai rimborsi delle politiche).
Nel frattempo ha preso (con l’apporto regionale di Liga veneta Padania, lega nord Liguria padania e via dicendo) un totale di 120,2 milioni di euro.
Per tutti, si parla di soldi già incassati. Altri sono da venire per le rate mancanti delle elezioni di Camera e Senato, delle regionali, delle europee.
E ancora, l’Udc: se guardiamo agli anni passati, e riteniamo suo diretto antenato il Ccd e i cristiano democratici di Pier Ferdinando Casini, il partito ha ottenuto negli anni 121,4 milioni di euro.
Se restringiamo il campo al partito attuale, sono 99 milioni.
Così come restringendo all’attualità il giovane Pd ne ha presi 194 e il Pdl 230.
Il passato però conta.
All’interno dei partiti che hanno cambiato nomi e volti ci sono le stesse persone che hanno gestito un fiume incontrollato di denaro pubblico senza sentire l’esigenza di invocare certificazioni e stringere le verifiche prima del caso Lusi.
Prima che arrivassero le inchieste a far capire che in un sistema come questo, che consente di prendere soldi – e tanti – anche ai partiti morti, il cancro è dietro l’angolo.
Ha ragione il segretario pd Pier Luigi Bersani quando dice che i fondi sono già stati diminuiti: erano di 289,8 milioni nel 2010, sono stati 189,2 nel 2011, saranno 165 nel 2013 e andranno a regime diventando 143 nel 2015.
I radicali credono non basti, e soprattutto, che si debba conoscere come sono stati spesi i soldi che non sono serviti alle campagne elettorali.
Non devono dirlo solo Margherita e Lega. Devono dirlo tutti.
Anche i partiti scomparsi che sopravvivono in fondazioni.
Anche i piccoli: solo per le politiche del 2008 – stando alla Corte dei Conti – La Destra di Storace ha diritto a 6,2 milioni di euro, la Sinistra l’Arcobaleno a 9,3 milioni, Associazioni italiane in Sudamerica a 383mila euro, Autonomie Libertè democratie a 605mila, il Movimento associativo italiani all’estero a 487mila, il Movimento per l’Autonomia Alleanza per il Sud – quello del governatore siciliano Raffaele Lombardo – a 4,7 milioni di euro.
Prende i soldi chi ottiene l’1 per cento, anche se non entra in Parlamento.
Le cose da cambiare sono molte. Il Parlamento vuole cominciare dai controlli.
Chissà se basterà .
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
TEMONO UN COLPO DI MANO DELLE LOBBY FARMACEUTICHE AL SENATO DOVE SI DISCUTONO GLI EMENDAMENTI ALLA LEGGE COMUNITARIA… BISOGNEREBBE VIETARE NON SOLO L’ALLEVAMENTO, MA ANCHE LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI ANIMALI
«Chiudere Green Hill. Altrimenti ci arrabbiamo».
L’hanno scritto su uno striscione gli attivisti che questa mattina all’alba hanno superato le barriere dell’azienda di Montichiari e si sono incatenati agli uffici dell’allevamento con lucchetti e tubi di ferro.
Il coordinamento Fermare Green Hill vuole riportare l’attenzione sull’azienda che alleva cani beagle destinati alla vivisezione.
Il futuro di questi animali e di tanti altri dipende dal Senato dove si discutono gli emendamenti alla legge comunitaria sulla sperimentazione animale.
Il cosiddetto emendamento Brambilla, se sarà confermato, porterà alla chiusura degli allevamenti di cani, gatti e primati destinati alla vivisezione.
Dopo l’approvazione alla Camera, gli attivisti temono che ci possa essere un colpo di coda delle lobby farmaceutiche in Senato.
Per questo hanno lanciato l’«Operazione altrimenti ci arrabbiamo» invitando tutti a tempestare di e-mail gli indirizzi di posta elettronica di ogni senatore.
«Vista la crescente e ampia sensibilità pubblica sull’argomento — spiegano gli attivisti — crediamo che i legislatori non possa non tenere conto della volontà delle persone, non solo di quella delle aziende chimico-farmaceutiche».
Per mantenere alta l’attenzione, gli attivisti si recheranno a Roma martedì 27 marzo con una protesta davanti al Senato, organizzata in collaborazione con il Comitato Montichiari Contro Green Hill, che presenterà le decine di migliaia di firme raccolte negli ultimi mesi per la chiusura dell’allevamento-lager di Montichiari.
Gli attivisti sanno che anche l’emendamento alla legge comunitaria potrebbe non bastare per la chiusura definitiva di Green Hill.
Nella modifica di legge si vieta l’allevamento, ma non la commercializzazione degli animali destinati ai laboratori di vivisezione.
E in tanti temono che Green Hill possa diventare un centro di smistamento e vendita di cani e gatti, come già succede ad Harlam, l’azienda della Brianza oggetto di forti critiche degli animalisti.
«Quello che vogliamo — ribadiscono gli attivisti — è l’abolizione totale della sperimentazione sugli animali. Chiudere gli allevamenti è un primo passo in questa direzione».
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
LA RAGIONERIA DELLO STATO AVEVA AVANZATO DUBBI SULLA COPERTURA FINANZIARIA DI CINQUE NORME… FINI CRITICA IL GOVERNO CHE NON HA DATO CHIARIMENTI IN AULA, SEDUTA SOSPESA E GIOVEDI IL VOTO
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda ha chiesto, nell’Aula della Camera, la
fiducia sul decreto legge liberalizzazioni che è in seconda lettura a Montecitorio e deve essere convertito in legge entro il 24 marzo, pena la sua decadenza.
Si tratta della dodicesima questione di fiducia che l’Esecutivo Monti pone.
La fiducia è “sul testo delle commissioni identico a quello approvato in Senato”, ha precisato Giarda.
Intanto, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha stigmatizzato in aula “l’insensibilità mostrata dall’esecutivo che non ha ritenuto opportuno fornire all’aula ulteriori chiarimenti” in merito alle richieste fatte dall’opposizione, dopo che la Commissione bilancio ha dato al Dl liberalizzazioni parere favorevole nonostante i dubbi di copertura avanzata dalla Ragioneria dello Stato.
Fini è intervenuto subito dopo che l’aula aveva respinto a maggioranza la richiesta di Idv di rinviare il decreto in commissione dopo che la Ragioneria generale dello Stato aveva rilevato la presenza di cinque norme prive di copertura finanziaria, su cui invece la commissione Bilancio aveva sorvolato.
Prima di dare la parola al ministro Giarda, che doveva porre la fiducia, Fini ha parlato brevemente: “sia consentito alla Presidenza – ha detto Fini – di esprimere rammarico per l’insensibilità mostrata dal Governo nel non fornire all’Assemblea ulteriori elementi di giudizio, anche perchè sono questioni che hanno una loro fondatezza”.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha sospeso la seduta in Aula e convocato la conferenza dei capigruppo per fissare il calendario dei lavori delle prossime ore alla luce della questione di fiducia posta dal Governo.
La fiducia al governo sul dl liberalizzazioni sarà votata domani a partire dalle 15,45, dopo le dichiarazioni di voto fissate per le 14,15.
Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo della Camera.
Il voto finale sul provvedimento è previsto per le 19,30 di giovedì.
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Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile
DA UN MESE A MONTECITORIO UNA QUOTA DELLA DIARIA, CHE PUO’ ARRIVARE A 500 EURO AL MESE, E’ LEGATA ALLA REALE PARTECIPAZIONE AI LAVORI… LA MEDIA DEI DEPUTATI PRESENTI E’ IMPROVVISAMENTE PASSATA DAL 50% al 70%
Da Guinness sono quei 149 che da un mese a questa parte non perdono un colpo. 
Non c’è seduta di commissione Agricoltura piuttosto che Esteri, Attività produttiva o Cultura alla quale facciano mancare la loro preziosa firma al registro presenze.
Un onorevole su quattro, a Montecitorio, vanta il 100 per cento di partecipazione almeno dal 6 febbraio scorso. Di tutti i gruppi, senza distinzione.
Funzionava così da ottobre – a parole – ma si scopre ora che era solo una “sperimentazione”.
Sul serio si fa appunto da poco più di un mese fa.
Da quella data è entrata a pieno regime la nuova tagliola che alla Camera prevede la riduzione della diaria non solo in proporzione alle assenze in aula, ma anche alle commissioni e alle giunte.
Una tagliola simbolica, se rapportata alle indennità dei parlamentari.
Cifre tutt’altro che stratosferiche, sia chiaro: parliamo di 300 euro per assenze comprese tra il 50 e l’80 per cento e di 500 euro oltre l’80 per cento.
Ma tant’è, è tempo di crisi per tutti.
Ed è bastato l’annuncio che è subito scattata la corsa alla firma.
“Eccome se si nota – racconta il presidente della commissione Lavoro, Silvano Moffa – siamo di più, è vero. Lavoriamo sempre tanto. Ma diciamo che le sedute sono più partecipate. Anche se da noi non ci sono stati mai fenomeni di assenteismo diffuso. Però il deterrente aiuta”.
Gianfranco Fini ha imposto che il 6 febbraio si partisse comunque a pieno regime, dopo una sperimentazione protrattasi da ottobre.
Al Senato invece il nuovo meccanismo è entrato in vigore solo lunedì scorso, il 12 marzo.
Ed è il motivo per il quale – spiegano dagli uffici di Palazzo Madama – i primi dati potranno essere elaborati solo tra un mese.
Ma anche lì sembra che la semplice firma al registro sia stata sufficiente per innescare un incremento delle presenze già in questa prima settimana.
Corsa al registro, dunque, ma non necessariamente alla presenza effettiva ai lavori, è meglio precisare.
Perchè per dimostrare di esserci stati (e dunque per non entrare nel pallottoliere della penalizzazione) è sufficiente appunto registrarsi a inizio seduta.
Ma poi si possono disertare le successive convocazioni in giornata, come si può andare via di soppiatto poco dopo l’inizio della riunione.
Che poi, raccontano alcuni parlamentari, è quello che spesso succede.
Falle di un sistema ancora tutto da rodare. E che non prevede, per esempio, la registrazione della presenza in commissione mediante le votazioni con impronte digitali, come invece accade in aula da almeno un paio d’anni.
“Troppi fanno i furbi – attacca il dipietrista Antonio Borghesi – Vogliamo parlare dell’ex ministro Renato Brunetta, che da noi in commissione Bilancio firma e spesso dopo cinque minuti va via? E poi, lui come gli altri, per tutto il giorno sono a posto, anche se la commissione si riunisce altre tre volte in giornata”.
L’ex responsabile della Funzione pubblica, proprio lui che della lotta all’assenteismo negli uffici ha fatto la sua bandiera, proprio non ci sta.
E, contattato, taglia corto: “Guardi, io lavoro dalla mattina alla sera. Non mi occupo di queste bassezze”. Clic.
Brunetta non è l’unico ex ministro berlusconiano a essere finito sotto “osservazione” per le presenze ai lavori di commissione. Il 6 dicembre, quando il meccanismo era già scattato ma in rodaggio, il democratico Andrea Sarubbi aveva accusato su Twitter Mara Carfagna di aver firmato agli Affari sociali “per la diaria” e di essere poi andata via.
Polemica di fuoco sul ring delle 140 battute.
E poco più di un mese dopo, dal 26 gennaio l’ex ministra delle Pari opportunità risulta aver abbandonato quella commissione per la Giustizia. Sarubbi non torna in rotta con la Carfagna, ma fa notare come sia “l’unico che, se in ritardo, scrive accanto alla firma l’orario di ingresso: mi prendono in giro, ma io ci tengo. Quel che è certo è che in alcune giornate le presenze sono aumentate anche del 50 per cento”.
Poi ci sono quelli che della firma – e del taglio – se ne infischiano.
È il caso dei 29 deputati, anche questi iscritti a tutti i gruppi, che al “registro” della Segreteria generale risultano aver partecipato a meno del 10 per cento delle sedute di commissione, in questi primi 30 giorni.
Tra loro, quasi tutti i leader politici, per inevitabili “altri impegni”. Per loro il biglietto da 500 euro è già decurtato dalla busta paga. “Verranno pure a firmare.
Ma alla fine – lamenta un deputato di lungo corso come Pino Pisicchio, Api – a lavorare siamo sempre una ventina su 40. Non è cambiato molto”.
Tanto meno per quell’unico deputato che vanta il record al contrario: zero per cento, mai presenziato ad una seduta della sua commissione di appartenenza.
Anche se, di contro, ha sempre firmato il registro presenze della bicamerale Antimafia, che dunque predilige.
Tutto sarà più chiaro quando, tra qualche giorno, la Camera renderà pubbliche le percentuali di ciascun deputato.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 3rd, 2012 Riccardo Fucile
PRIMO ACCORDO TRA PDL, PD E TERZO POLO SU UN TESTO DI DIECI ARTICOLI… DIVISIONE DI COMPETENZE TRA CAMERA E SENATO… POTERE DI REVOCA DEI MINISTRI E SFIDUCIA COSTRUTTIVA
L’ultimo punto, discusso fra tramezzini e caffè, riguarda il Senato federale o Camera delle Regioni. È stato lasciato da parte, a decantare.
Ma il documento delle riforme è pronto: dieci articoli, a cui ieri Luciano Violante, Ferdinando Adornato, Gaetano Quagliariello e Italo Bocchino hanno dato il via libera e che consegneranno ai leader di Pdl, Pd e Udc Alfano, Bersani e Casini.
Alcune modifiche rispetto alla bozza precedente (ma non sul numero dei parlamentari che saranno tagliati sempre a 500 deputati e 250 senatori); una road map sui tempi (tra giugno e agosto la prima lettura delle riforme, e a settembre la legge elettorale in Parlamento); e una novità nel segno del ringiovanimento della politica.
Sarà possibile essere eletti alla Camera a 21 anni e a 35 anni al Senato (attualmente gli articoli 56 e 58 della Costituzione prevedono a 25 e 40 anni).
Tuttavia sono l’accelerazione delle leggi e l’equilibrio tra i poteri del premier e il Parlamento a rappresentare l’ossatura del documento.
“L’intesa è un miracolo e ora non si può fallire”, commenta Adornato.
Rincara Violante: “Gli strumenti istituzionali sono altrettanto importanti che quelli finanziari perchè danno i mezzi per affrontare i problemi”.
Inoltre, al giro di boa è il regolamento del Senato, una specie di rivoluzione con l’obbligo di settimana lunga (a cui sarà legata la diaria) e tempi certi anche per le leggi d’iniziativa popolare, tipo quelle di Beppe Grillo.
Superato il bicameralismo.
È prevista una divisione per materia (alla Camera quelle che l’articolo 117 della Carta assegna attualmente allo Stato e al Senato le competenze regionali).
Nei casi dubbi saranno i presidenti dei due rami del Parlamento, d’intesa tra loro, a decidere quale Camera comincia l’iter.
L’altra ha potere di richiamo (chiesto da 1/3 dei componenti), però ha l’obbligo di approvazione entro 15 giorni, altrimenti varrà come unica la prima lettura.
Sfuggono a questa regola, e quindi prevedono la doppia lettura, le riforme costituzionali, le leggi di bilancio, le leggi comunitarie e i trattati internazionali.
Poteri dei premier
Oltre all’indicazione dei ministri, poi nominati dal capo dello Stato, ha anche il potere di revoca. Con questa riforma, Berlusconi avrebbe potuto dare il benservito a Tremonti.
Sfiducia costruttiva
Non sarà in seduta comune (idem la fiducia, come era stato precedentemente ipotizzato), però introduce il meccanismo in vigore nel sistema costituzionale tedesco: consente che il governo possa cadere solo se ne nasce un altro. Violante osserva: “È il modo per favorire governi di legislatura”.
Tempi certi
Considerato un deterrente al ricorso alla fiducia e ai decreti sono i tempi certi dei disegni di legge del governo. I “tecnici” preferiscono non chiamarlo “potere d’agenda” dell’esecutivo, però comporta delle dead-line per l’approvazione. Saranno i regolamenti parlamentari ad articolare forme e date.
Senato, nuove regole
Fuorisacco rispetto al documento delle riforme, c’è il nuovo regolamento del Senato messo a punto da Luigi Zanda (Pd) e Quagliariello (Pdl) che il presidente Schifani vuole per giovedì prossimo alla discussione della giunta.
Praticamente la prima riforma istituzionale condivisa che già a fine mese Palazzo Madama dovrebbe approvare.
In primo luogo, impedirà che nascano neo gruppi parlamentari che gli elettori non hanno mai votato.
Pur rispettando il “cambio di casacca”, poichè costituzionalmente il parlamentare non ha vincolo di mandato, chi non sta più bene con i suoi, se ne va nel misto.
Stop ai “pianisti”, anche qui come alla Camera è probabile che Schifani decida per il sistema di voto con le impronte digitali.
Così come per la diaria, che potrebbe essere legata non solo alla presenza in aula bensì anche a quelle nelle commissioni e comunque queste saranno convocate in modo che “non siano sovrapponibili” ai lavori dell’aula.
È la “settimana lunga”, non come ora che si lavora da martedì a giovedì.
Nella fase istruttoria si è attinto alla bozza di Enzo Bianco.
Di certo è sulla legge elettorale che lo scontro si fa aspro.
D’accordo gli sherpa hanno deciso che se ne riparla, dopo.
Giovanna Casadio
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile
CINQUE ANNI DI MANDATO PARLAMENTARE E’ IL MINIMO PER OTTENERE L’INDENNITA’ A VITA….MA I DEPUTATI CHE SONO ENTRATI PER LA PRIMA VOLTA NEL 2006 E CHE SONO CADUTI CON LA FINE DEL GOVERNO PRODI ORA SCOPRONO CHE, SE RIELETTI NEL 2008, HANNO MATURATO I REQUISITI LO STESSO
Lo ha visto aggirarsi tra i banchi della Camera con aria festante. 
“È fatta!”, esultava “è fatta!”.
La giovane deputata del Pd ci ha messo un po’ a capire i motivi di tanto giubilo.
Il collega che è entrato in Parlamento prima di lei, quando al governo c’era Romano Prodi, ha capito solo adesso che è arrivato a quota 5.
Cinque anni di mandato, il minimo per ottenere il vitalizio. Forse anche lui, come tanti cittadini, aveva capito che dopo la riforma del 2007 il diritto alla pensione maturava solo dopo due anni sei mesi e un giorno di legislatura (prima bastavano 24 ore, oggi serve un lustro).
Invece ha scoperto che quei due anni che ha passato con il governo di centrosinistra erano un “credito” di cui poter godere, visto che è stato rieletto.
Perchè i cinque anni sono obbligatori sì, ma non necessariamente consecutivi.
Così, nel maggio del 2011, raggiunti i tre anni dall’elezione del 2008, è arrivato ai fatidici cinque anni che gli garantiscono il vitalizio vecchio stile, visto che il passaggio al contributivo è scattato a gennaio 2012.
E come lui la regola vale per decine di altri entrati per la prima volta in Parlamento nel 2006 (Prodi cadde due anni dopo) e tornati a sedere sugli scranni nel 2008: c’è Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Daniele Capezzone, Massimo Donadi, Antonio Borghesi, Manuela Di Centa, Giorgia Meloni.
Tutti con la pensione garantita da maggio scorso.
Per un parlamentare che festeggia a scoppio ritardato, c’è n’è uno, invece, che arriva pronto all’appuntamento.
Pietro Cannella, deputato siciliano 47 enne, porta a casa l’assicurazione per la vita: ha lasciato il suo incarico da assessore al Comune di Palermo a dicembre, per subentrare a Niccolò Cristaldi, che ha optato per la carica di sindaco di Mazara del Vallo.
I due hanno dato vita a un leggendario incrocio di casta: entrando in Parlamento Cannella ha potuto accumulare quei due mesi che gli mancavano per concludere i quattro anni e dieci mesi trascorsi alla Camera nella XIV legislatura, dal 2001 al 2006.
Cristaldi, invece, lasciando la Camera prima del 31 dicembre è riuscito a mantenere il vitalizio vecchio stampo e a sfuggire alla riforma che scattava dal primo gennaio.
Se il caso (anzi, il Pdl) non li avesse messi in lista uno sopra l’altro, si sarebbero meritati un premio all’ingegno.
Ai parlamentari che hanno conquistato “a rate” il vitalizio, comunque, restano altri due anni da accumulare.
Uno è praticamente già passato, l’altro difficilmente non ci sarà .
In ogni caso, se mai il governo Monti dovesse cadere prima della primavera del 2013, nella riforma di gennaio c’è un’altra clausola dalla loro: gli ultimi sei mesi si possono riscattare e arrivare così a legislatura completa.
Due anni in più in Parlamento, significa prendere il vitalizio con due anni di anticipo rispetto alla soglia dei 65 anni stabilita sempre dalla stessa riforma.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
IN COMMISSIONE INDUSTRIA SONO BEN 2.299 GLI EMENDAMENTI PRESENTATI DA PD E PDL… FUOCO DI SBARRAMENETO CONTRO L’ABOLIZIONE DELLE TARIFFE DEGLI ORDINI E L’OBBLIGO DI PREVENTIVO
Sono 2.299 gli emendamenti al decreto liberalizzazioni presentati in Commissione Industria del Senato, prima tappa della discussione sul disegno di legge voluto dal governo Monti per favorire lo sviluppo economico.
Molti sono diretti a cancellare o comunque disinnescare la riforma delle professioni, ma le richieste di modifica sono a tutto campo.
Il Pd rimette sul tavolo l’asta delle frequenze tv. I testi sono raccolti in sette volumi, ma parecchie proposte di modifica dovrebbero essere accorpate, in particolare i cosiddetti “emendamenti-fotocopia” dal contenuto identico, a volte presentati addirittura dal medesimo senatore.
Nei giorni scorsi il governo ha fatto capire di essere pronto a porre la fiducia se i provvedimenti di liberalizzazione delle professioni e dei servizi fossero stati stravolti dalla discussione in aula. Gli emendamenti presentati in Commissione arrivano in gran parte dalle forze che sostengono il governo.
L’opposizione ne avrebbe depositati meno di 300: circa 150 la Lega e 140 l’Idv. Dal Pdl ne arrivano 700, dal Pd 650, il resto da altri gruppi che sostengono l’esecutivo.
Una pioggia di emendamenti colpisce in particolare l’articolo 9 del disegno di legge, quello che riguarda le professioni regolamentate dagli albi.
Le proposte di modifica sono circa 200. Tra queste se ne segnalano sei tra Pdl, Lega e Coesione nazionale, che chiedono l’abrogazione totale dell’articolo.
Una decina di emendamenti dicono no all’abolizione delle tariffe.
Molte le proposte, soprattutto del Pdl, contrarie all’obbligo di preventivo.
Com’è sempre accaduto in occasione di tentativi di riforma, la lobby dei professionisti si fa sentire in Parlamento.
Oltre alla questione delle tariffe, emerge anche una richiesta di intervenire sulle norme relative ai tirocini con uno più stringente coinvolgimento dei Consigli nazionali degli ordini.
Torna alla ribalta la questione dell’asta frequenze tv: tra gli emendamenti figurano due proposte di correzione del Pd (firmate da Perduca, Poretti e Vita) che chiedono “una procedura di assegnazione su base onerosa” di una parte delle frequenze per le quali è invece previsto il meccanismo del ‘beauty contest’.
Negli emendamenti in questione si chiede anche di assegnare una quota delle frequenze “a condizioni agevolate” a imprese a gestione prevalentemente femminile o gestite da soggetti con meno di 35 anni di età .
Decisamente trasversale la richiesta di un limite alle commissioni bancarie, non superiore all’1,5 per cento, a carico degli esercenti nel caso di utilizzo di pagamenti elettronici, contenuta in emendamenti presentati dai senatori del Pd, del Pdl e del terzo Polo.
Ma le richieste di modifica abbracciano ogni settore: la proposta per favorire la diffusione dei mercatini dell’usato (Pdl), i cartelloni davanti ai supermercati con i prezzi medi dei prodotti ortofrutticoli, della carne e del pesce “da aggiornarsi settimanalmente” (Lega).
Sempre in materia di supermercati, tra le proposte di correzione depositate alla Commissione Industria del Senato, ci sono un paio di emendamenti (Pdl) che si occupano dei punti che vengono dati ai clienti con la spesa.
(da “la Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Parlamento | Commenta »