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E VENNE IL GIORNO DI LUSI

Giugno 20th, 2012 Riccardo Fucile

GIALLO SULLE 20 FIRME PER IL VOTO SEGRETO

Per ora sono più le ritrattazioni che le conferme ma l’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi – sulla cui richiesta di arresto si pronuncia oggi l’aula del Senato – spera che alla fine escano allo scoperto quei 20 colleghi necessari per far scattare il voto segreto.
Infatti, senza metterci la faccia, finora il Senato ha sempre respinto le richieste di custodia cautelare indirizzate ai suoi componenti.
«Una prassi granitica di diniego di ogni richiesta», conferma Marco Cerase nel saggio «Anatomia critica delle immunità  parlamentari italiane», che conta pochissime eccezioni: tra cui Cuffaro finito in carcere senza autorizzazione, perchè condannato definitivo, e Di Girolamo costretto alle dimissioni prima delle regionali del 2010.
Oggi Luigi Lusi rischia perchè i 20 colleghi che avevano firmato la richiesta di voto segreto si stanno dileguando.
Anche perchè si è fatto insistente il pressing del Pdl che ha affidato a Gaetano Quagliariello il compito di evitare un autogol: «Questo è il momento in cui ognuno deve metterci la faccia per evitare che qualcuno nell’ombra faccia cose strane». Insomma, libertà  di coscienza e voto palese, conferma Angelino Alfano.
Per questo stavolta, contrariamente al caso De Gregorio salvato proprio col voto segreto, il Pdl richiama all’ordine i senatori Lauro, Amato e Compagna favorevoli alla segretezza della votazione.
Della squadretta, poi, farebbero parte anche Villari e Tedesco (pure lui ex Pd salvato non molto tempo fa) ma la partita si risolverà  solo oggi: fino al momento del voto, infatti, possono pervenire alla Presidenza le 20 firme.
Il Pdl – che ieri ha riunito il suo gruppo fino a notte – è tormentato (favorevoli all’arresto Amato e Balboni, contrari Compagna e Lauro) anche perchè il «voto palese costituisce un precedente inaccettabile» tanto che la riunione con Alfano è aggiornata oggi alle 14.
Invece il Pd ha deciso e punta al voto compatto del gruppo per accogliere la richiesta della giunta che ha detto sì all’arresto: «Io non entro nelle elucubrazioni di Beppe Grillo ma non posso accettare che venga gettato fango sul Pd», ha detto la capogruppo Anna Finocchiaro.
Il leader del Movimento cinque stelle, infatti, aveva affermato che «il Pd lo salverà  perchè è meglio tirare a campare che tirare le cuoia».
«Falso», insiste la Finocchiaro: «Il Pd ha espulso Lusi e ora chiede un voto palese». E anche Casini (Udc), «il voto segreto santifica Grillo».
Lusi ha inviato una memoria di 500 pagine ai senatori («Vi chiedo di votare no all’arresto perchè sono discriminato») allegando due documenti non conosciuti integralmente.
Uno: la lettera con cui la Margherita (Rutelli, Bianco, Bocci) intima alla Procura di Roma «che nessuno sconfinamento avverrà  nelle indagini volte all’accertamento dei reati rispetto ai quali si ribadisce la veste di persona offesa de La Margherita..».
Due: l’esposto alla Procura di Milano in cui Lusi accusa Rutelli di stimolare «comportamenti illeciti», fino all’«attentato a organi costituzionali», quando afferma: «”Se il Senato non si ergesse a tutela dello Stato di diritto, qui fuori arriverebbero i forconi”».
Poi, dopo aver visto su Reportime sul sito del Corriere l’intervista in cui Lusi ribadisce di aver agito di conserva con il suo ex partito, la Margherita replica: «Menzogne e inquinamento delle prove».

Dino Martirano

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LAVORI AL SENATO? MERITI UN PREMIO

Giugno 19th, 2012 Riccardo Fucile

INDENNITA’ AGGIUNTIVE FINO A 2.500 EURO PER BANCARI, CARABINIERI E POSTINI “DISTACCATI”….NEL BILANCIO 3,6 MILIONI DI EURO PER LE INTEGRAZIONI… 901 DIPENDENTI DIVISI IN 14 SINDACATI

L’ex senatore Gustavo Selva l’ha bollata un giorno «indennità  di Palazzo».
Mai definizione è stata più azzeccata per descrivere il capitolo 1.6.4 del bilancio di palazzo Madama.
Dove c’è scritto «Personale di altre amministrazioni ex enti che forniscono servizi in Senato», accanto a una cifra: 3 milioni 570 mila euro.
Tanto la Camera alta ha stanziato nel 2011 per arrotondare le paghe di tutte quelle persone che non ne sono dipendenti, ma lavorano lì.
Innanzitutto le forze di polizia. «Un numero che non sono mai riuscito a conoscere nei 14 anni in cui sono stato deputato e senatore», confessò lo stesso Selva a Libero qualche tempo fa, argomentando tuttavia che quella «indennità  di palazzo» spettante a poliziotti e carabinieri in servizio, appunto, nei palazzi del potere «dovrebbe essere riconosciuta piuttosto a chi fa servizio di strada per combattere la criminalità ».
La cifra è ovviamente diversa a seconda dei gradi di responsabilità .
L’«indennità  di Palazzo» concessa alle forze di polizia oscilla da un minimo di 200 euro lordi al mese per i piantoni a un massimo di 2.500 euro per i gradi apicali.
Poi ci sono i pompieri: da 300 a 2 mila euro.
Quindi i vigili urbani: da 150 a 500 euro. E i dipendenti dell’ufficio interno di Poste italiane: da 200 a 1.000 euro.
E già  il fatto che un lavoratore dipendente debba avere una retribuzione aggiuntiva da un’amministrazione diversa dalla sua per fare lo stesso lavoro che qualunque suo collega meno fortunato svolge altrove in condizioni certamente più disagiate, soltanto perchè è nel cuore del potere, è abbastanza curioso.
Ma che all’indennità  abbiano diritto anche alcuni privati è addirittura sorprendente. Parliamo dei dipendenti dello sportello bancario interno gestito da Bnl del gruppo Bnp Paribas (da tempo immemore si è in attesa di una gara), ai quali toccano da 400 a 750 euro lordi al mese.
Come pure di quelli dell’agenzia di viaggi di palazzo Madama, affidata alla Carlson Wagonlit, i quali più modestamente si devono accontentare di 300-400 euro mensili. Briciole.
Che però non toccano, per esempio, ai dipendenti del ristorante finiti in cassa integrazione dopo l’aumento dei prezzi del menu che ha provocato il tracollo del fatturato
Sia chiaro: di questo stato di cose non sono certo responsabili i lavoratori.
Ma che l’«indennità  di Palazzo» rappresenti una singolare anomalia è chiaro da tempo: almeno da quando, dopo un ordine del giorno voluto nel 2009 dall’ex leghista Piergiorgio Stiffoni, quella voce avrebbe subito in alcuni casi un taglio del 10%.
Del resto, chi si ostina a difendere quel piccolo privilegio va compreso.
Il livello delle retribuzioni del Senato continua a essere tale da mortificare gli «esterni» che lavorano a palazzo Madama e dintorni.
Lo scorso anno gli stipendi del personale, comprese indennità  varie, hanno toccato 134 milioni e mezzo di euro. Ovvero, 149.300 euro in media per ciascuno dei 901 dipendenti.
Quasi il quadruplo della retribuzione media di un dipendente della Camera dei comuni britannica.
Ma chi ha l’ingrato compito istituzionale di fronteggiare le offensive sindacali al tavolo delle trattative qui non deve avere vita facile.
Anche se è un sindacalista poco arrendevole, a giudicare da come ha reagito alla sua espulsione decretata dal Carroccio: si tratta di Rosi Mauro, vicepresidente del Senato nonchè presidente del sindacato «padano».
Di sigle sindacali, davanti, ne ha 14. Quattordici per 901 dipendenti.
In media, se tutti quanti avessero una tessera in tasca, 64 iscritti a sigla. In media, appunto.
Perchè per 49 stenografi esiste un «sindacato tra gli stenografi parlamentari» e un’«associazione resocontisti stenografi parlamentari».
C’è poi l’«associazione fra i funzionari», l’«associazione consiglieri parlamentari», il «sindacato quadri parlamentari» e il «sindacato coadiutori parlamentari».
Senza parlare dell’«organizzazione sindacale autonoma-Senato», dell’«associazione tra gli assistenti parlamentari del Senato», del «sindacato dei dipendenti del Senato», dell’«associazione sindacale intercategoriale del Senato» e dell’«associazione dipendenti Senato».
E per finire con Cgil, Cisl e Uil.
La ciliegina: nonostante queste paghe stellari e il nutrito gruppo di espertissimi consiglieri (117), il Senato ha comunque speso 2,3 milioni di «consulenze per il Consiglio di presidenza e i presidenti» (capitolo 1.6.2) e quasi due milioni di «Prestazioni professionali per l’amministrazione».

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)

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LUSI, DALLA GIUNTA DEL SENATO SI’ ALL’ARRESTO: 13 FAVOREVOLI, 4 CONTRARI E 2 ASTENUTI, MA ORA TOCCA ALL’AULA DECIDERE

Giugno 12th, 2012 Riccardo Fucile

L’EX TESORIERE PARLA DI “ESITO ATTESO”, IL PDL LASCERA’ LIBERTA’ DI COSCIENZA, PD E LEGA FAVOREVOLI ALL’ARRESTO…MA SE 20 SENATORI CHIEDESSERO IL VOTO SEGRETO POTREBBERO ESSERCI SORPRESE

Svolta nel caso Lusi . La Giunta per le autorizzazioni del Senato ha dato il via libera all’arresto dell’ex tesoriere della Margherita.
Tredici senatori hanno votato per l’arresto richiesto dalla procura di Roma, quattro i contrari e due non hanno partecipato.
Il responso dell’organo parlamentare passa ora al vaglio dell’aula di Palazzo Madama per la decisione finale.
Da quanto emerso prima del voto, sinistra e Lega hanno votato per l’arresto, mentre il Pdl si è spaccato e ha lasciato libertà  di voto.
La Procura, riferiscono fonti parlamentari, aveva inviato solo una parte delle carte richieste in Giunta per le autorizzazioni a procedere.
Il commento di Lusi: “Era un esito atteso. Non mi aspettavo che la Giunta votasse contro l’arresto”. E annuncia: “Interverrò in Aula”.
Follini, Pd, relatore in aula.
“Sarò io il relatore in aula, mi farò io carico di questa proposta”. Cosi il presidente della Giunta per le Immunità  del Senato, Marco Follini (Pd), al termine della riunione dell’organo parlamentare che ha votato a favore dell’arresto nei confronti di Luigi Lusi.
Ai cronisti che gli chiedono sui tempi dell’assemblea il democratico non ha dubbi: “Deciderà  la conferenza dei capigruppo, per me anche oggi pomeriggio”.
Divisioni nel Pdl.
Il Popolo delle Libertà  è diviso sulla richiesta di voto segreto. Sul punto il relatore in giunta, Giuseppe Saro e il capogruppo Alberto Balboni dicono cose molto diverse.
Com’è noto, il voto segreto va chiesto da almeno venti senatori.
“Immagino che ci sarà  un’iniziativa per la richiesta del voto segreto – spiega Saro – ma non sono in grado di dare una risposta su chi lo farà “.
Balboni esclude invece che il Pdl possa chiederlo. “Chiedere noi il voto segreto? Assolutamente no”, dice senza mezzi termini Balboni.
E Gasparri e Quagliariello, annunciano che i senatori del Pdl voterenno, in Aula, “in base alla libera coscienza personale”.
L’assemblea della Margherita.
Dopo mesi di rinvii, dovuti all’inchiesta sul caso Lusi e sulla necessità  di far verificare i conti da una società  esterna, l’assemblea della Margherita si riunirà  sabato a Roma per discutere ed approvare il bilancio di chiusura e decidere che cosa fare sui soldi del partito, ormai estinto, rimasti in cassa.

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SOLDI GRUPPI PARTITI AL SENATO: NON SOLO LUSI, OPERAZIONI SOSPETTE PER 40 MILIONI DI EURO

Giugno 10th, 2012 Riccardo Fucile

SEGNALATI DALL’AGENZIA BNL DI PALAZZO MADAMA A BANKITALIA…. CI SAREBBERO ANOMALIE ANCHE SUI FONDI PUBBLICI DI LEGA E UDC

Segui quel che fa l’ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi e troverai un tesoro.
Anzi, più che un tesoro, una nuova ipotesi di riciclaggio di denaro. Pubblico.
Già , perchè l’agenzia della Bnl del Senato ha segnalato all’unità  di informazione finanziaria della Banca d’Italia una serie di operazioni “sospette” che sarebbero state fatte attraverso una decina di conti correnti, variamente titolati, proprio da Luigi Lusi. La ricostruzione dei movimenti di denaro, però, ha scoperchiato un ennesimo vaso di Pandora, ovvero il modo — talvolta molto disinvolto — con cui i capigruppo e i tesorieri di vari partiti gestirebbero i cosiddetti “fondi dei gruppi parlamentari”, 40 milioni di euro di denaro pubblico che finisce nelle casse dei partiti e che non sempre viene speso per ragioni di attività  politica.
Nel mirino del Nucleo speciale di polizia tributaria della Finanza e della Dia ci sarebbero anche una serie di operazioni compiute dai gruppi del Senato di Lega e Udc, ma le indagini sono in pieno svolgimento e chissà  che a questi non possa aggiungersi qualche altro partito di qui a breve.
Intanto, la lente delle Fiamme Gialle ha ricostruito l’ennesimo reticolo di affari non chiari che faceva capo a Lusi, unico gestore dei conti intitolati anche ai “terremotati dell’Abruzzo”, piuttosto che a “Uniti nell’Ulivo per l’Europa”.
Chiaramente, si tratta di un filone di indagine tributaria che nulla ha a che vedere con quanto già  emerso a carico di Lusi e su cui è stato richiesto l’arresto da parte della Procura di Roma, misura cautelare che dovrà  essere votata la prossima settimana (martedì 12) dalla Giunta per le immunità  di Palazzo Madama.
Però, a questo punto è chiaro che il fascicolo su Lusi è destinato inevitabilmente ad appesantirsi.
Eppure, è stato scoperto tutto per caso, il 3 febbraio scorso, quando un funzionario della Bnl del Senato ha voluto vederci chiaro su un assegno di mille euro firmato da Lusi ed intestato a un altro funzionario della stessa banca.
L’assegno è stato oggetto di un’inchiesta interna alla filiale dove è stato scoperto che Lusi aveva a libro paga il funzionario della banca, ma che questo stesso funzionario svolgeva attività  simili anche verso altri senatori che avrebbero a loro volta aiutato il figlio del responsabile dei servizi Clientela dell’agenzia ad essere assunto da una società , “Milano 90”, ritrovata persino tra i beneficiari dei bonifici firmati la Lusi.
A chi indaga, è apparso chiaro che molta dell’attività  illecita svolta da Lusi con i soldi della Margherita è stata quindi possibile grazie ai rapporti con i funzionari dell’agenzia bancaria interna al Senato che, ovviamente, nel frattempo sono stati tutti rimossi.
D’altra parte, Lusi risulterebbe procuratore di oltre dieci conti correnti (a quanto viene riferito da alcuni senatori della Giunta delle Immunità ) dove non mancavano quelli intestati alla famiglia, alla moglie Giovanna Petricone, ma anche al fratello Antonino Lusi e alla figlia Sara. Su uno di quelli del fratello Antonino, a quanto riportato anche da alcuni senatori agli organi di stampa, sarebbero poi state rilevate alcune operazioni anomale, ovvero 39 bonifici “a credito” per complessivi 535 mila euro; 20 giro-conti e due bonifici “a debito” per un totale di 546 mila euro.
Nel triennio 2009-2011 Lusi ha emesso assegni per 5 milioni e 740 mila euro, bonifici per 25 milioni e 467 mila euro, incassato contante per 893 mila euro .
Alla moglie sarebbero finiti, poi, un milione 169 mila euro.
Per non parlare delle società , dove i beneficiari sono molti ma in particolare la società  TTT Unipersonale, di Luigi Lusi, con 6 milioni 760 mila euro, il quotidiano della Margherita, ora del Pd, Europa, con 2 milioni 357 mila, la società  Milano 90 con 2 milioni e 142 mila euro, la fondazione Centro per un futuro sostenibile di Francesco Rutelli, che ha incassato poco più di un milione di euro.
L’indagine continua, soprattutto sul fronte degli altri partiti che avrebbero utilizzato per motivi diversi dall’attività  politica (anche cene conviviali con ospiti illustri) i soldi dei gruppi.
Pare che gli ultimi accertamenti puntino sul gruppo del Carroccio e sui senatori Piergiorgio Stiffoni, Rosi Mauro e Roberto Calderoli.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DE GREGORIO SALVATO DAL VOTO SEGRETO, RICHIESTA D’ARRESTO RESPINTA AL SENATO

Giugno 7th, 2012 Riccardo Fucile

ERA ACCUSATO DI UNA TRUFFA DA 23 MILIONI DI EURO IN CONCORSO CON LAVITOLA… A FAVORE DELL’ARRESTO (A PAROLE) PD, UDC E LEGA, MA I FRANCHI TIRATORI SALVANO IL SENATORE PDL: FINISCE 169 A 109, RIBALTATO IL VERDETTO DELLA GIUNTA SULLE IMMUNITA’

Il Senato dice no alla richiesta di arresti domiciliari per il senatore Sergio De Gregorio accusato di associazione per delinquere, concorso in truffa e truffa aggravata per concorso in erogazioni pubbliche, nell’inchiesta della Procura di Napoli che vede indagato anche Valer Lavitola, ex direttore de L’Avanti.
De Gregorio si è salvato grazie al voto segreto.
Un voto che ha ribaltato il verdetto della Giunta delle immunità  che un mese fa si era invece espressa a favore.
Ufficialmente, l’unico gruppo a dichiarare di essere contrario all’arresto di De Gregorio era stato il Pdl.
Ma alla fine i “franchi tiratori”, nella libertà  di coscienza e nel segreto dell’urna, sono stati decisivi per le sorti del senatore pidiellino: in ben 169 hanno votato contro il suo arresto; a favore sono rimasti solo 109.
Ufficialmente le dichiarazioni di voto erano state di ben altro tenore: a favore dell’arresto si erano pronunciati Pd, Udc e Lega Nord, l’unico gruppo contrario era rimasto il Pdl (che non ha 169 voti a Palazzo Madama).
Ma nel segreto dell’urna la maggioranza (contro l’arresto) è stata schiacciante.
La maggioranza assoluta dell’Aula.
Il fatto che a “vincere” siano stati i franchi tiratori è un dato che viene dal semplice conto dei componenti dei vari gruppi parlamentari.
I votanti sono stati 294.
Il gruppo del Pdl raggiunge “solo” quota 127 seggi, ma quelli della Lega Nord sono solo 22.
E i 169 non si raggiungono neanche con i 13 voti di Coesione Nazionale (cioè il Grande Sud di Gianfranco Miccichè, il Pid dell’ex ministro Saverio Romano, gli ex Responsabili e altri partiti minori).
Gli altri gruppi parlamentari contano rispettivamente 15 seggi l’Udc, 14 il Terzo Polo (Fli e Api), 104 il Pd, 12 l’Italia dei Valori, oltre ai 14 del gruppo misto.
Aldilà  dei calcoli, la certificazione arriva con la dichiarazione dello stesso De Gregorio: “Ringrazio i colleghi del mio gruppo — afferma — e altri che non conosco: non mi aspettavo un sostegno così forte. Evidentemente i colleghi hanno compreso l’inutile sofferenza cui sarei andato incontro. Ho notato un voto forte e deciso, una presa di coscienza del fatto che gli arresti non devono essere comminati senza motivo”.
A chi gli riferisce delle voci di un accordo che avrebbe fatto passare la sua libertà  in cambio dell’arresto per l’ex senatore della Margherita Luigi Lusi, De Gregorio replica: “Non baratto la mia libertà  con la privazione della sua. Casomai mi farei arrestare subito”.
Il senatore (ex Forza Italia, ex Dc per le autonomie, ex Idv e ora Pdl) annuncia, comunque, che voterà  contro l’arresto di Lusi e sottolinea di non volersi ricandidare, per potersi dedicare alla vicenda giudiziaria “e per favorire il ricambio generazionale di cui il Pdl ha bisogno”.
Su questo risponde lo stesso Lusi: “Escludo l’ipotesi di un accordo politico che ha portato al no all’arresto di De Gregorio. E’ una questione di coscienza, come è giusto che sia”.
Iniziano anche le accuse incrociate.
La prima è del Pd Franco Monaco nei confronti del Carroccio: “Tutto come prima — sottolinea — La Lega di Maroni si conferma un manipolo di imbroglioni, esattamente come la Lega di Bossi: dopo aver dichiarato il sì all’arresto di De Gregorio lo hanno salvato. I numeri sono inequivocabili”.
Il voto, come detto, si è svolto a scrutinio segreto.
La richiesta è stata avanzata dai senatori del Pdl, ma Pd e Idv, contrari, chiedevano che si votasse a scrutinio palese.
L’Idv e il Pd avevano confermato il voto a favore.
Ma intanto nell’aula è scoppiata la polemica: “Perchè lo scrutinio deve essere coperto dal segreto?” ha chiesto Anna Finocchiaro intervenendo in aula. Gaetano Quagliariello (Pdl) ha spiegato: “Se ci fosse stata libertà  di coscienza, non sarebbe servito il voto segreto. Ma ogni gruppo ha dato delle indicazioni e quindi è giusto che ci sia un voto segreto perche’ deve esserci assoluta libertà , senza l’obbligo di seguire le indicazioni del proprio partito. C’è un ordine di gruppo, non mi nascondo dietro un dito. Il Pdl voterà  contro l’arresto. Ma è doveroso — ha concluso — tutelare la coscienza dei nostri membri e di quelli di altri gruppi”.
La Giunta delle elezioni e immunità  di Palazzo Madama il 9 maggio scorso aveva già  detto sì alla richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla procura di Napoli, ma l’ultima parola spettava oggi all’Aula.
Gli unici a votare contro l’arresto erano stati i senatori del Pdl.
A favore tutti gli altri gruppi. L’Udc in quella seduta era assente ma oggi, secondo quanto si apprende, voterà  a favore dell’arresto.
Come farà  la Lega, anche se secondo alcune indiscrezioni qualche rappresentante del Carroccio potrebbe voler salvare De Gregorio.
Le carte dell’inchiesta raccontavano di somme erogate alla International Press — la società  editrice del quotidiano — sulla base di documenti attestanti spese in realtà  mai sostenute (come quelle relative ai dati sulla diffusione e all’attività  di strillonaggio), che prendevano altre strade, in gran parte verso paesi del Sudamerica.
L’attenzione degli inquirenti dall’inizio è stata concentrata sulla destinazione reale e sull’uso di oltre 23 milioni di euro, la quantità  di denaro complessiva versata al giornale a cominciare dal 1997 e fino al 2009.
Lavitola veniva indicato “quale dominus e coamministratore di fatto della International Press”, mentre De Gregorio era ritenuto “socio effettivo dal 1997 e coamministratore occulto” della stessa società .

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MONTEZEMOLO IN POLE POSITION: I GIOCHI POLITICI DI MISTER FERRARI POTREBBERO APRIRSI IL 14 LUGLIO

Maggio 31st, 2012 Riccardo Fucile

PER SCIOGLIERE LA RISERVA SARA’ DECISIVA LA LEGGE ELETTORALE CON CUI SI ANDRA’ AL VOTO…DIALOGO APERTO SIA CON IL MONDO IMPRENDITORIALE CHE CON QUELLO ACCADEMICO

Si trincerano dietro i “no comment”, “non c’è ancora nulla di deciso”, “non facciamo futurologia”, “scendiamo in campo solamente se ci sono le condizioni per farlo”: a quanto pare il silenzio è d’oro, almeno per i potenziali uomini di Luca Cordero di Montezemolo che, sempre con molti forse, potrebbe correre con una sua lista alle politiche del 2013.
La prognosi dovrebbe essere sciolta in tempo per la convention del 14 luglio, forse in ossequio alla flebile apertura (l’unica, peraltro) espressa da Montezemolo alla proposta del modello presidenziale a doppio turno alla francese lanciata da Silvio Berlusconi.
Che permetterebbe ai leader in lizza di guardare alle alleanze nella seconda fase delle elezioni.
Sì, perchè sul futuro politico (o sulla sua rinuncia) di mister Ferrari, dirimente sarà  la legge elettorale con cui si andrà  al voto.
E forse proprio in attesa dei futuri esiti delle riforme istituzionali, l’ultima parola del leader in pectore potrebbe essere inviata a subito dopo l’estate.
Nel frattempo, però, l’associazione Italiafutura prova a tessere la propria tela, seppure in ordine sparso.
A cominciare dal quel nucleo fondante che pure aveva preso le distanze dal movimento dove i ripetuti stop and go di Montezemolo, ma che ora potrebbe tornare a trovare interessante un’iniziativa volutamente sganciata da vecchi partiti politici: e se lo storico Miguel Gotor ha già  fatto sapere di avere orizzonti diversi (e interni al Pd) da quelli che lo avevano portato a entrare nel comitato direttivo di Italiafutura, diverso pare essere l’esito per l’economista ex veltroniana Irene Tinagli che, insieme con l’altro outsider proveniente dalla London School of Economics Marco Simoni, pare pronta a tornare a un impegno diretto nel costruendo movimento politico, sin qui nelle mani dell’ex dalemiano Andrea Romano, l’economista (pure lui ex dalemiano) Nicola Rossi e il manager Carlo Calenda.
Molti i legami con la stagione confindustriale di Montezemolo, a cominciare dal coordinatore nazionale Federico Vecchioni, all’epoca presidente di Confagricoltura e che qualcuno lo scorso anno voleva in predicato al ministero dell’Agricoltura nell’era Monti. Invece, dopo aver fatto decollare la filiale toscana di Italiafutura, lo scorso dicembre Montezemolo gli ha affidato l’incarico di sovrintendere allo sviluppo della rete di associazioni regionali su tutto il territorio nazionale.
Dodici già  sono operative, ma l’obiettivo è quello di raggiungere una ventina per luglio, in modo da coprire tutte le regioni.
La strategia ovunque, è quella di aprire un dialogo non solamente con il mondo imprenditoriale, ma anche con quello accademico, sullo schema di quanto fatto nel ’93 da Berlusconi: fuori la politica, dentro la società  civile.
Operazione che però ha avuto un suo appeal a Nord, ma meno a Sud.
Così, in Lombardia emerge il nome di Sergio Scalpelli, ex assessore della giunta Albertini e che dovrebbe avere un ruolo strategico da ideologo, insieme con quello di Alessandro Cè, ex assessore alla Sanità  della Regione Lombardia, ex deputato della Lega Nord ma, soprattutto, collegato all’associazione “Verso Nord” fondata dal filosofo ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari.
Sul versante emiliano, invece, si cercano ancora soluzioni, ma forti della presenza in Romagna di una sede a Faenza, guidata da Massimo Bucci, già  presidente regionale di Confindustria, quando a Roma sedeva Montezemolo.
Recentissima, infine, la soluzione per la Liguria dove Italiafutura è stata affidata al costituzionalista bocconiano Lorenzo Cuocolo.
Tra lui e Luca Cordero sarebbe stato amore a prima vista.
Non così facile, invece, il radicamento a Sud. Tranne che in Puglia, dove a coordinare i lavori è lo stesso Nicola Rossi.
Anche se autorevoli rappresentanti dei palazzi romani, raccontano di un meeting a Bari “animato da anziane vecchie glorie confindustriali e da un paio di consiglieri regionali di centrodestra con qualche problema giudiziario”.
La stessa fonte, assicura che sul piano nazionale, come su quello locale, sarebbero in molti che, prevedendo l’imminente estinzione del vecchio ceto politico, sarebbero pronti a traslocare armi e bagagli verso il nuovo che avanza, ovvero colui che Carlo Donat Cattin soleva chiamare “Libera e bella” in omaggio alla sua chioma fluente.
Difficile capire quali siano le reali intenzioni di Montezemolo che vuole mantenere il vantaggio garantitogli da un ottimo 24% indicato dai sondaggi, a patto che non si mischi con i vecchi partiti (da cui i fraintendimenti con Pier Ferdinando Casini e Berlusconi), quanto dal Governo (rendendo molto poco probabili le pur ventilate candidature di Corrado passera e Andrea Riccardi che non hanno mai nascosto la propria simpatia per il potenziale leader).
In Parlamento, però, una pattuglia di sostenitori del “partito dei carini”, già  c’è, rappresentata alla Camera dai transfughi del centrodestra Giustina Destro, Fabio Gava e Roberto Antonione che dialogano con quell’area del Pdl delusa dall’abbandono del campo liberale, rappresentata da deputati come Giorgio Stracquadanio e Isabella Bertolini.
Una prova generale dell’italfuturismo d’aula c’è già  stata in occasione dell’approvazione della legge sul finanziamento pubblico, quando i ribelli del Pdl hanno fatto propria la proposta depositata al Senato proprio da Nicola Rossi, per la totale abolizione del finanziamento.
Proposta che andava in direzione diametralmente opposta a quella del Pdl. Ma sarebbe proprio a Palazzo Madama il nocciolo duro dei parlamentari che strizzano l’occhio a Montezemolo: Rossi avrebbe dalla sua sia il democratico Marco Follini sia l’ex margheritina ora nell’Api Emanuela Baio Dossi.
E c’è chi garantisce che Nicola Rossi abbia dalla sua, già  i dieci nomi utili a formare un gruppo autonomo.
Forse, visto che quel che manca è il partito.

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VOTO E RIMBORSI: DIMEZZATO IL FINANZIAMENTO ELETTORALE

Maggio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

L’AMPUTAZIONE COATTA DEI PARTITI, MA I CONTROLLI SUI BILANCI RESTANO INCERTI

Primo round aggiudicato e Montecitorio si dimezza il finanziamento elettorale.
Ma non c’è gioia, in questo voto, e nemmeno verità . Un’operazione di “Pronto soccorso”, una amputazione coatta.
Passa il primo articolo, quello su cui è incardinata la legge, e il resto si vota oggi. Passa con un voto blindato che non ammette, correzioni, belle o brutte che siano.
E il perchè lo spiega Roberto Giachetti, segretario d’aula del Pd, con la chiarezza e la brutale sincerità  che tutti gli riconoscono: “Ragazzi, questo è un pacchetto blindato. Se tocchi anche solo un elemento, crolla tutto”.
Si sono arrabbiati anche i deputati del Pd, a cui è stato chiesto di ritirare tutti gli emendamenti.
Eppure, anche così, la legge passa: il primo articolo è — dunque — approvato con 372 sì, 97 no e 17 astenuti. Contro votano Lega, Radicali, Noi Sud e Italia dei Valori.
Spiegare come funzionerà  è complesso, ma non vi spaventate: il finanziamento viene ridotto da 182 a 91 milioni annui, per il 70% — 63,7 milioni — corrisposti a titolo di rimborso delle spese elettorali e come contributo per l’attività  politica e divisi in quattro quote (regionali, Camera e Senato, europee).
Ci accede chi ha almeno un rappresentante eletto in uno di questi diversi livelli di rappresentanza.
La quota che resta, invece (27.3 milioni) viene erogata come contributo dello Stato, che integra ogni euro raccolto come finanziamento privato dai partiti con 0,50 centesimi purchè il partito abbia un eletto o raggiunga il 2% (esempio: possono prenderlo la Federazione della sinistra, o Fli anche se non entrassero in Parlamento).
Terza possibilità : si può detrarre il 26% di qualsiasi donazione ricevuta dal partito, a patto che questo partito che si sia candidato alle elezioni (esempio: puoi detrarre i tuoi finanziamenti ai radicali anche se non sono in Parlamento).
Ma quello che conta è il colpo d’occhio: mentre guardi quest’aula affollata come non mai (quasi tutti presenti, tutti i vip sui banchi), ti vengono in mente un flashback e due immagini.
Il fotogramma del passato era il voto con cui la Camera aboliva l’autorizzazione a procedere nel 1993.
Un voto che i partiti di allora, semi-morenti, accettarono con il coltello alla gola. Anche il voto di ieri, con l’albero di natale rosso o verde quasi unanime, sul tabellone elettronico a ogni emendamento, Sì-No, a seconda del parere della commissione, sembrava il frutto di un unanimismo coatto.
L’immagine di quelle lucine colorate, poi, suggeriva non quella di un’aula in cui come sempre si combattono schieramenti opposti, ma quella di una sala operatoria, dove si pratica un’operazione di urgenza.
Luce rossa-luce verde, quasi unanime (unica eccezione: Radicali, Lega, Idv e qualche missionario). È amputazione terapeutica.
Perchè è proprio questo che hanno fatto i partiti ieri: amputare una parte per salvare il tutto, evitare una riforma.
Si poteva fare altro? In realtà  sì, e la battaglia degli emendamenti, pur falcidiati dal partitone di governo, lo lascia intuire. In primo luogo c’era la riforma di Nicola Rossi. Sostenuta in Aula, in primis, dagli emendamenti del pidiellino ribelle Giorgio Stracquadanio.
Stracquadanio (e Rossi) avevano un’ipotesi “liberale”: versamenti solo personali — massimo 5.000 euro — e scaricabili dalle tasse con aliquota agevolata. Niet.
Bocciato tutto, compresa l’idea (altro emendamento) molto intelligente di vincolare l’entità  del fondo alla crescita e al deperimento del Pil: nient ancora una volta, bocciato.
La futurista Chiara Moroni, invece, aveva un’altra proposta interessante: abolire la norma transitoria (quella che dimezza la quota di quest’anno), e destinare tutto per un anno a un fondo ”di scopo” per finanziare la costruzione di asili nido.
Dice, mentre illustra l’emendamento, con passione: “Mi appello ai parlamentari, soprattutto alle donne…”. L’aula rumoreggia, dai banchi del Pdl arriva persino qualche fischio.
L’albero di Natale rosso boccia anche quell’emendamento.
Si passa agli emendamenti della Lega, che ieri aveva la posizione apparentemente più anti-casta. Vengono cassati pure quelli, e qui c’è l’unica scintilla di emozione: applausi, fischi, qualche scambio di insulti.
Succede quando contro il Carroccio insorge Giachetti: “Faccio parte di un partito che al contrario di altri ha certificato le sue spese…”. E i leghisti: “Buuuu!!…”.
Il deputato del Pd prosegue: “In quest’aula oggi in diversi si oppongono… Ma solo i Radicali hanno diritto a parlare! Perchè coerentemente dicono no ai finanziamenti da trent’anni”.
Poi dice, e l’aula a questo punto si accende: “C’è chi ha preso doppie razioni!”. Il leghisti insorgono: “Oohhh!!”. Maroni lo sfotte: “Bravo! Bravo!”. Ma è un attimo.
Poi l’albero di Abc, riprende a lampeggiare e a bocciare inesorabilmente.
C’è chi vuole dare i soldi agli esodati, chi ridurre i fondi, chi elargirli in modo diverso: tutto inutile.
La legge è blindata, la sala operatoria di Abc opera con precisione chirurgica.
Ecco perchè già  si arrabbia sulla parte che verrà  votata oggi, il pd Salvatore Vassallo: “Quello che la Camera voterà  oggi è un controllo sulla mera verità  formale dei rendiconti, anche se rafforzati, senza indicare nessuna finalità  e vincolo di destinazione della spesa”: È tutto vero. Salvo miracoli e ravvedimenti, i chirurghi del pronto soccorso di Abc hanno già  deciso tutto.

Luca Telese blog

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ALLA CAMERA C’E’ PUZZA DI BRUCIATO: MA INVECE DEI CAPIBASTONE STAVOLTA DEBBONO INTERVENIRE I VIGILI DEL FUOCO

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

ERA SOLO UNA SIGARETTA ACCESA IN ZONA VIETATA, MA PER DIVERSI MINUTI E’ STATO ALLARME ROSSO A MONTECITORIO… PER UNA VOLTA NON DIPENDEVA DALLE BEGHE POLITICHE

Attimi di tensione alla Camera stamane per il forte odore di bruciato che si è diffuso nel Palazzo.
Circostanza peraltro non infrequente quando sono in corso, come sembra anche in questo caso, lavori nel Palazzo e l’impianto di condizionamento diffonde gli odori provocati, magari, da una fiamma ossidrica.
Solo che stsvolta la «fragranza» era quella tipica della carta che brucia, e piuttosto persistente in tutto il piano basamentale.
Subito sono scattati i controlli e le verifiche dei vigili del fuoco che sono arrivati anche in Transatlantico.
L’allarme è cessato poco dopo.
Come spiegano a Montecitorio, l’allerta era scattata nei locali dell’Ufficio postale interno dove qualcuno in «violazione delle norme anti fumo» ha fumato una sigaretta e poi, senza spegnerla, l’ha gettata nel cestino della carta.
La zona «incriminata» era la sala delle raccomandate: da lì la puzza di bruciato si era diffusa nella contigua sala del casellario dei deputati.
Nel punto in cui l’odore era più forte, del resto, di carta ce n’era e ce n’è in abbondanza, dato che si trattava appunto del corridoio vicino all’ufficio postale e alle caselle postali personali dei deputati.
Quando il personale se n’è accorto e ha chiamato i pompieri per effettuare un controllo, però, non si è trovato alcun incendio in atto.
Ora è caccia al trasgressore, con molta probabilità  ripreso dalle telecamere interne.
I controlli sono partiti subito, ma senza modificare in nulla l’attività  del Palazzo, che si è preparatA alla seduta mattutina senza interrompere le tradizionali gite delle scolaresche.
Che nelll’ambiente politico si senta da tempo “puzza di bruciato” è cosa nota, ma stavolta non sono stati nè franchi tiratori” nè capibastone all’origine del procurato allarme.
Solo una banale cicca lasciata incautamente accesa.

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COSA ACCADE VERAMENTE A GREEN HILL? PERCHE’ NESSUN ANIMALE HA ABBAIATO DURANTE IL BLITZ DEGLI ANIMALISTI?

Maggio 6th, 2012 Riccardo Fucile

UN’ATTIVISTA ARRESTATA DENUNCIA: “HO VISTO CANI FERITI E CHIUSI NELLE CELLE IN UN SILENZIO SPETTRALE”…. COSA ASPETTA IL PARLAMENTO A INVIARE UNA COMMISSIONE PER APPURARE LA VERITA’?

Un silenzio spettrale. Non è stato l’arresto da parte delle forze dell’ordine, nè i due giorni di carcere patiti a Brescia.
Neppure la preoccupazione di doversi difendere dall’eventuale richiesta di risarcimento che pende sul suo capo.
A sconvolgere Beata Stawycka era “quel silenzio spettrale” percepito all’interno di Green Hill.
La donna polacca, 39enne istruttrice di nuoto, residente a Ferrara da 9 anni (da 15 in Italia), era tra le dodici persone arrestate lo scorso 28 aprile a Montichiari (Bs), dopo il blitz che aveva liberato una cinquantina di cani beagle destinati alla vivisezione.
Beata Stawycka non è un’animalista “organizzata”.
A Green Hill era andata da sola, dopo aver letto della manifestazione su internet.
A causa di quell’episodio è stata arrestata per violazione di domicilio. L’arresto è stato convalidato e il gip ha emesso nei suoi confronti il divieto di ritorno nel comune di Montichiari.
Ora però su di lei pendono anche le accuse di rapina impropria e resistenza a pubblico ufficiale. Oltre alla possibile richiesta di risarcimento danni che Green Hill potrebbe avanzare in tribunale (si parla di 250mila euro).
Beata quel 28 aprile era riuscita a oltrepassare le recinzioni dell’allevamento e a vedere in faccia le centinaia di animali rinchiusi nelle gabbie.
“C’erano file interminabili di cellette — racconta -, lungo corridoi bui e maleodoranti. Non ho visto recipienti con acqua. Molti cani avevano tagli lungo tutta la pancia che arrivavano fino al collo, come se fossero stati appena operati”.
Su quella visione però ha preso il sopravvento l’assenza di rumore. Un silenzio totale.
Nonostante il clamore della protesta, la reazione delle forze dell’ordine, il facilmente immaginabile scompiglio all’interno del campo, “da quei corridoi non si è levato nemmeno un rumore. Nessun animale ha abbaiato. Nemmeno un guaito. È stato straziante: come è possibile che un cane non reagisca con spavento, curiosità  o rabbia in una situazione del genere? Cosa è successo?”.
Beata ha cercato subito di fuggire da quelle immagini spettrali e si è trovata di fronte a un carabiniere. “Ci ho sbattuto contro perchè mi voltavo come a chiedermi se fosse vero quello che avevo visto”.
Il militare la arrestò, “anche se in braccio non avevo alcun beagle; non avevo sottratto alcun animale”.
Ora la donna è tornata a casa, ma — a parte le questioni giudiziarie (per la rapina impropria si rischiano fino a 5 anni di reclusione) — non vuole rimanere con le mani in mano.
“Qualcuno deve intervenire, le istituzioni devono attivarsi. Non è giusto che si mettano le manette ai polsi di chi voleva liberare quei poveri animali e si lascino i cani dentro le gabbie”.
Il motivo per cui “nessuno ha pensato, per quanto ne sappiamo, di verificare le condizioni dei cani” rimane oscuro anche per il suo avvocato, David Zanforlini, che promette che di “Green Hill si tornerà  presto a parlare”.
Il riferimento è alla manifestazione internazionale contro l’allevamento di Montichiari e la vivisezione fissata per martedì 8 maggio.
Hanno annunciato la propria adesione il Coordinamento fermare Green Hill, il Comitato Montichiari contro Green Hill e Occupy Green Hill.
L’iniziativa cade giusto alla vigilia della riunione della XIV Commissione del Senato che dovrà  esaminare gli emendamenti al testo dell’articolo 14 per il recepimento in Italia della Direttiva europea sulla sperimentazione animale.
A Brescia la protesta partirà  alle 15 da corso Zanardelli. L’appuntamento nazionale è invece a Milano, sempre alle 15, in piazza Mercanti.
Gli organizzatori annunciano presidi e proteste anche fuori dai consolati e dalle ambasciate italiane nelle principali capitali mondiali.

Marco Zavagli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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