Destra di Popolo.net

ASSENTEISTI IN PARLAMENTO, IL RECORDMAN E’ BARBARESCHI: “HO GIRATO IL MONDO”

Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

CHE SIA STATO ELETTO PER QUELLO?… L’EX COMMOVENTE DICITORE DEL MANIFESTO DI FLI E’ RIENTRATO NEI RANGHI DEL BERLUSCONISMO

“Cento per cento di assenze a giugno? Sì, sono stato poco questo mese perchè ho dovuto fare giri per la mia fondazione, cose molto interessanti, ho fatto anche delle cose contro la pedofilia“.
Così Luca Barbareschi, ex Pdl, ex Fli e attualmente deputato del Gruppo Misto, commenta alla Zanzara su Radio24 il suo record di assenze alla Camera dei deputati.
I conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo gli fanno notare che le sue attività  cosmopolitiche non sono annoverabili tra le missioni.
E l’attore controbatte: “A giugno ho fatto il mio lavoro in altre maniere, non esistono solo le missioni. Votare lo faccio tutto l’anno, a giugno ho seguito altre cose molto importanti”.
Alla insistente domanda dei giornalisti circa il suo film in Cina, Barbareschi risponde: “In Cina? Ma saranno affari miei. Forse ci sono stato qualche giorno, un sacco di avanti e indietro con l’Italia, ma non solo lì, anche in America, in Spagna…non solo per gli affari miei, anche per il Paese”.
L’esponente del Gruppo Misto parla anche del violento scontro che lo ha visto lo scorso giugno protagonista con due inviati delle Iene, Filippo Roma e Marco Occhipinti, sul set della sua serie tv ‘Mi fido di te’.
“Quelli delle Iene sono degli idioti e dei poveracci, fanno un programma che fa schifo. Fanno audience? Che c’entra, anche i porno lo fanno”.
E dà  la sua versione dei fatti: “Sono entrati in bagno mentre facevo la pipì e sono stati cacciati fuori perchè li abbiamo presi a calci nel sedere, lo rifarei anche domattina ma più pesantemente”.
E aggiunge: “Ho menato un po’, è stato molto divertente menare uno delle Iene“.
Ma quando Cruciani cerca di metterlo in contatto telefonico con Filippo Roma, Barbareschi riattacca.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA UE CHIEDE AGLI STATI MEMBRI SACRIFICI E TAGLI, MA POI PROPONE UN AUMENTO DEL 7% DEL PROPRIO BADGET

Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile

TRA PARLAMENTO E CONSIGLIO E’ RISSA PER L’AUMENTO DELLE SPESE… I RAPPRESENTANTI DEGLI STATI MEMBRI NON VOGLIONO L’AUMENTO

Quando si parla di soldi si litiga sempre.
Pure a Bruxelles, dove le tre principali istituzioni dell’Ue, Commissione, Parlamento e Consiglio, stanno venendo ai ferri corti per la definizione del budget comunitario 2013.
A dire il vero ogni anno si bisticcia su quanto gli Stati membri devono pagare a Bruxelles, ma questa volta, complice la crisi economica e le misure di austerità  a cui molti governi sono costretti, i negoziati sono particolarmente caldi.
Si tratta del bilancio 2013, ovvero il capitolo di spese che l’Unione europea nel suo insieme effettuerà  l’anno prossimo.
Questi soldi vengono pagati proporzionalmente dai 27 Paesi membri che attraverso l’istituzione che li rappresenta (il Consiglio) negozia con Parlamento e Commissione europea. Il grosso dei soldi che arrivano a Bruxelles ritorna poi negli Stati membri sotto forma di finanziamenti vari, come i fondi di coesione e quelli strutturali.
Ad esempio nel 2012 il bilancio europeo è stato di 147,2 miliardi di euro (141,9 nel 2011), dei quali il 45% destinati a fondi di coesione (promuovere lo sviluppo nelle regioni e nei Paesi più poveri), il 30% a favore degli agricoltori europei, l’11% allo sviluppo rurale, il 6% per progetti extraeuropei e aiuti umanitari e il 5,6% alle spese di amministrazione e personale.
Succede che ogni anno, complice l’inflazione e l’aumento della spesa totale del’Ue, viene accordato un aumento di bilancio.
Ed è proprio qui che quest’anno sono volate le sedie.
La Commissione, di concerto con il Parlamento, aveva proposto lo scorso aprile un aumento del budget del 6,8% per far fronte anche a tutte quelle promesse di pagamento fatte l’anno passato (l’Ue ragiona per cicli di spesa pluriennali, adesso 2007-2013).
Neanche a dirlo, ai rappresentati del Consiglio (quindi degli Stati membri) si sono rizzati i capelli in testa.
Anche agli ex come Valèrie Pècresse, ministro francese al budget fino a due mesi fa nel governo Sarkozy, che ha detto: “E’ impossibile, assolutamente ingiustificabile e inaccettabile che l’Ue chieda ai suoi Stati membri di tagliare il deficit e le spese interne e allo stesso tempo proponga un aumento di quasi il 7% del suo proprio budget”. Impossibile, secondo il Consiglio, andare oltre un aumento tirato del 2,8%.
Furiosa la reazione di Commissione e Parlamento, che fanno notare come tagliare il budget dell’Ue equivale a tagliare i finanziamenti che gli stessi Stati membri riceveranno l’anno prossimo per stimolare crescita e occupazione.
“Questa posizione contraddice quanto deciso dagli stessi capi di Stato e di Governo lo scorso 28-29 giugno a Bruxelles che hanno stanziato 120 miliardi di euro per la crescita europea”, ha fatto notare il Commissario Ue al bilancio Janusz Lewandowski.
In effetti, anche se verrebbe naturale pensare che in tempo di crisi tutti debbano fare sacrifici, viene da se che ridurre l’aumento del budget Ue vuol dire tagliare anche i fondi che ogni anno partono da Bruxelles direzione Roma, Madrid e così via.
Ma questo i ministri nazionali lo sanno bene.
Ecco allora la contro proposta. Con un pizzico di cinismo, Paesi come Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Romania e Spagna hanno difeso a spada tratta i fondi di coesione, dimostrandosi però un pochino meno interessati agli aiuti umanitari internazionali.
Il Consiglio ha proposto infatti di tagliare del 9,75% le spese extraeuropee e di limitare l’aumento delle spese di amministrazione all’1,47% (considerando che l’Ue dovrà  preso assumere un bel po’ di croati per accogliere il 28esimo Paese membro).
Nero Alain Lamassoure, popolare francese, a capo della commissione parlamentare per il budget (ce n’è una perfino per il controllo del budget) per quello che reputa “un attacco” dei ministri nazionali “al processo decisionale europeo”.
Ed ecco che torna d’attualità  il tormentone di una tassa europea, uno degli obiettivi del Movimento federalista europeo, secondo il quale l’unione monetaria non è sostenibile senza un’unione fiscale e un bilancio dell’Unione dotato di risorse pari ad almeno il 2% del Pil europeo.
Questa possibilità , in effetti, permetterebbe all’Ue di emanciparsi economicamente dai governi nazionali e di rispondere della propria spesa solo ai contribuenti europei.
Ma al momento lo scontro resta tutto a Bruxelles.
A sbrogliare la matassa giocherà  un ruolo di primo piano il ministro alle finanze cipriota Vassos Shiarly, che mentre il suo Paese ha chiesto 10 miliardi di aiuto all’Ue per salvare le proprie banche, si permette di litigare con il Commissario Ue al bilancio Lewandowski sul bilancio comunitario.
“Questa Ue costa davvero troppo”, starà  pensando.

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GIULIA BONGIORNO E LE LISTE SENZA CONDANNATI: “ECCO LA MIA LEGGE PER RIPULIRE LA POLITICA”

Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile

LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA HA RISPOSTO ALLE DOMANDE DEI LETTORI DI “REPUBBLICA” SPIEGANDO LE RAGIONI E IL CONTENUTO DELLA PROPOSTA PER VIETARE L’ACCESSO AL PARLAMENTO A CHI HA SUBITO UNA CONDANNA AD ALMENO TRE ANNI

Una legge per liberare il Parlamento dai condannati in via definitiva a una pena di almeno tre anni.
Operazione pulizia che renderebbe gli stessi incandidabili per qualsiasi incarico di governo. E vieterebbe loro anche l’ingresso al Parlamento europeo, impedirebbe di sedere nelle assemblee e nelle giunte di Regioni, Province (quelle superstiti), Comuni.
La proposta l’ha scritta in cinque articoli e l’ha depositata a Montecitorio la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno. Deputato Fli e avvocato dalle cause roboanti.
Che su Repubblica Tv viene intervistata da Liana Milella con l’aiuto dei lettori del sito, i moltissimi che da mezzogiorno in poi affollano la casella di posta videoforum@repubblica.it.
L’appuntamento è per le 17.30 e l’onorevole si presenta in redazione con 45 minuti di anticipo.
Scarpe comode e tailleur grigio, legge i messaggi, gli incoraggiamenti e le critiche.
“Perchè solo ora?”, è una domanda frequente. “Non l’aveva già  detto Grillo?”. “Finalmente. L’iniziativa è lodevole, ma sembra assurdo che non sia già  così”. Si accendono le telecamere e Bongiorno comincia a rispondere.
I lettori sottolineano come in Italia occorra troppo tempo per arrivare al terzo grado di giudizio e come spesso intervenga la prescrizione.
C’è chi chiede l’esclusione da liste elettorali e cariche pubbliche già  dopo la prima sentenza.
“Ciascun gruppo politico può organizzarsi con un proprio codice etico e scegliere un filtro più severo per le candidature. Il presidente Fini per esempio ha posto il limite già  con il rinvio a giudizio. Ma se si deve introdurre una legge che non sia in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione   –   con il quale si sancisce la presunzione di innocenza   –   si deve necessariamente attendere una sentenza definitiva per escludere i condannati. Anche perchè bisogna ricordare che spesso in secondo grado i verdetti vengono ribaltati. E sulla prescrizione: tecnicamente non si può equiparare ad una sentenza di condanna”.
Pene non inferiori a tre anni, questo il tetto che lei immagina. Ma a quali reati pensa?
“In questa proposta di legge ho scelto di inserire ovviamente i reati gravi come la concussione e la corruzione e quelli di stampo mafioso. Ma c’è pure il falso in bilancio, che rientra nel genere di crimini dei colletti bianchi puniti – anche solo in astratto – con una pena di almeno tre anni”.
Il signor Mauro Boni chiede perchè abbia escluso i grandi evasori.
“Sono inseriti reati fiscali e tributari”.
Quali cariche sarebbero precluse ad un condannato in via definitiva?
“Sono stata piuttosto severa. I condannati non potrebbero entrare nè alla Camera nè al Senato. Niente Parlamento europeo, nessun incarico di governo, no ad enti locali. La stessa sorte spetterebbe a chi è soggetto ad una misura di prevenzione”.
Quanto durerebbe l’interdizione dalle cariche pubbliche?
“Il doppio della pena irrogata. Sei anni se si è condannati a tre, dieci se la sentenza definitiva è di cinque. E così via”.
Il signor Enrico Pietrobon, e con lui molti altri, si domanda perchè il Parlamento non abbia già  prodotto una legge del genere. Come mai la sua proposta arriva solo in questa legislatura, ormai agli sgoccioli?
“Penso sia questo il momento ideale, la scelta di tempo non è casuale. Pd e Pdl sono forze di una stessa maggioranza che sostiene il governo, siamo in un periodo di tregua politica, forse il percorso della legge può essere più spedito rispetto a quanto non sarebbe accaduto nell’epoca di Berlusconi”.
Grillo aveva fatto una proposta simile in passato. Anche Di Pietro.
“Onestamente non conosco la proposta di Grillo. E Di Pietro si è espresso a favore della mia, legata appunto ad una congiuntura positiva che spero possa portare ad un accordo tra le forze politiche. Fino a quando è stato al governo Berlusconi, la mia Commissione si è occupata solo di leggi pro-premier”.
Il Pdl era un nemico così forte? E può esserlo ancora?
“Io facevo parte del Pdl, la scissione tra Berlsconi e Fini c’è stata proprio sulla giustizia. Per anni il Parlamento è stato occupato dalla discussione di leggi che non servivano alla collettività , come quella sulle intercettazioni. Vedremo”.
Il ddl anti-corruzione approvato faticosamente alla Camera e ora acquattato al Senato contiene un articolo sull’incandidabilità  che rimanda ad una legge delega del governo. Questa sua proposta è uno sgambetto all’esecutivo? Pensa che il ministro Severino non si sia battuta abbastanza?
“Fli si è astenuta sulla norma che prevede la delega al governo, ci è sembrato inaccettabile dire ai cittadini ‘servono leggi più severe per tutti   ma che per i politici si vedrà ‘. Con la mia iniziativa non ho voluto fare uno sgambetto al governo ma dare una spinta. Anche se la materia è delicata”.
Nessuno ha però risposto, in questi giorni. Lei ha anticipato la sua proposta a Repubblica sabato scorso. E da allora non si sono sentite voci, nè dal governo, nè dalle forze politiche. A parte Di Pietro.
“Mi permetto di interpretare questo segno come un silenzio dovuto al week end. Voglio pensare che nei prossimi giorni possano esprimersi i ministri Patroni Griffi e Severino. Perchè sollecitino le forze politiche a trovare un compromesso”.
Altro silenzio pesante, quello del Pd.
“Spero si arrivi ad un punto di mediazione molto presto. La mia non è una proposta folle, potrebbero approvare la legge tutti i parlamentari responsabili”.
Ma c’è il tempo di approvare questa legge prima che finisca la legislatura?
“Abbiamo poco tempo a disposizione ma io ci credo e credo nell’urgenza di questo provvedimento. E’ un’occasione per tutti noi parlamentari. Fli sarà  un martello”.
Esiste un nesso con la legge elettorale ed il nodo delle preferenze?
“Anche le liste bloccate potrebbero essere più pulite, una volta stabiliti i paletti delle candidature. Spero che i gruppi parlamentari presto se ne occupino e che poi ne chiedano la calendarizzazione in Aula”.

(da “La Repubblica“)

Commento del ns. direttore

La proposta di Giulia Bongiorno sulle liste senza condannati, oltre ad essere ampiamente condivisibile. ha trovato vasta eco sui media e molti consensi trasversali, quelli che più contano in una politica spesso “bloccata” e divisa in schieramenti preconcetti.
Da questo “piccolo spazio” (che poi nei fatti e nei rilievi internazionali è più seguito dei siti di quasi tutti i parlamentari di centrodestra) avevamo, poche settimane fa,   lanciato una proposta.
Che non a caso viene da noi che già  criticavamo il Pdl un anno prima dell’uscita di Fini (quando ancora gli attuali deputati di Fli votavano tutte le leggi proposte da Pdl e Lega), da noi che attaccavamo aspramente la politica del Carroccio (mentre altri ci andavano a pranzo, non solo a sorseggiare quel caffè che mai “avremmo più bevuto con Bossi”), da noi che sottolineavamo la violazione delle leggi internazionali nella pratica infame dei “respingimenti” dei profughi in mare, senza verifica di chi avesse diritto all’asilo politico, mentre altri la votavano, salvo poi oggi subire condanne dagli organismi internazionali.
E potremmo fare tanti altri esempi della nostra “preveggenza” rispetto a quanto poi si sarebbe verificato.
Dopo le elezioni di maggio avevamo consigliato ai vertici di Fli un atto di coraggio: l’azzeramento della propria classe dirigente che non si è dimostrata all’altezza nel gestire il partito in questi due anni, salvo rare eccezioni (più locali che centrali).
La nostra proposta era così sintetizzabile: ritorno alle tesi di Bastia Umbra, passo indietro di Fini che avrebbe dovuto assumere il ruolo di “padre nobile” di Fli e carta disponibile per ruoli istituzionali, via Bocchino dal ruolo di vice, nomina di un portavoce unico nella persona di Giulia Bongiorno.
Perchè Giulia ben incarna le tesi di Bastia, rappresenta un modello di donna capace di aggregare senza confini ed è un esempio di meritocrazia, di sacrifici, di applicazione, di “carro armato” travolgente.
Sostanza quindi dietro un’immagine che avrebbe aperto a Fli l’elettorato femminile, avrebbe modernizzato la politica, attraverso le sue battaglie sulla legalità  e la sua “lotta tosta” alle degenerazioni berlusconiane.
Una proposta che aveva trovato molti consensi nella base di Fli, ma ovviamente non nei vertici: con il risultato che oggi Fli sta per scendere sotto il 2% e in pratica è in via di scioglimento come un ente inutile, con tanti naufraghi che cercano di raggiungere le scialuppe di salvataggio.
Certo, Fini parla di un nuovo progetto, di un grande contenitore capace di aggregare centristi di varia provenienza: rispettiamo questa sua ricerca di riposizionamento, ma non si guida il futuro senza avere un partito strutturato alle spalle.
Persino i grillini lo hanno compreso dopo Parma.
E non si conquista un ruolo se si parte da un fallimento.
Aver perso 3 elettori su 4 in meno di due anni avrà  un motivo.
Qualcuno avrebbe dovuto prendere esempio da Monti per la capacità  di “tagliare” teste.
Non l’ha fatto o non ha potuto farlo, poco cambia.
Ma non si può sperare di lanciare un “partito nuovo” solo con le terze file di An, quando già  le prime e le seconde erano composte da arruffoni e incapaci.
O forse in fondo a nessuno è mai importato davvero qualcosa di Fli.

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“ONOREVOLI REDDITI” PUBBLICATI IN RETE: BERLUSCONI, ALFANO E BOSSI DICONO NO

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

IN AUMENTO IL NUMERO DEI PARLAMENTARI CHE HANNO ACCONSENTITO A RENDERE NOTO IL PROPRIO 740 ON LINE… META’ DEL VECCHIO GOVERNO SI E’ RIFIUTATO: OLTRE ALL’EX PREMIER SCONOSCIUTI I GUADAGNI DI LA RUSSA, TREMONTI E COLONNELLI VARI

Berlusconi e Alfano hanno detto no. Bersani, Casini, Di Pietro e Fini, invece, hanno fatto il contrario.
Mancano solo i leader del Popolo della Libertà  (il Cavaliere è da sempre il più ricco di tutti, con un ‘tesoro’ annuale di 48 milioni di euro) tra i big dei partiti che hanno dato il loro assenso alla pubblicazione, sui siti di Camera e Senato, della propria dichiarazione dei redditi.
Le dichiarazioni (su supporto cartaceo), pur consultabili da tutti presso il Servizio delle prerogative, delle immunità  parlamentari e del contenzioso (a Palazzo della Sapienza, in Corso Rinascimento a Roma) sono state pubblicate online in nome di una maggior trasparenza, dopo il pressing dei deputati radicali eletti nel Pd.
All’iniziativa, naturalmente su base volontaria, hanno aderito il presidente dell’Assemblea di Montecitorio e leader di Fli Gianfranco Fini, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini e quello dell’Idv Antonio Di Pietro, oltre al neo segretario leghista Roberto Maroni.
Oltre a Berlusconi e Alfano, inoltre, manca all’appello anche l’ex leader del Carroccio Umberto Bossi.
Presenti, al contrario, tutti i sei deputati radicali del Pd che avevano condotto una battaglia parlamentare perchè i redditi dei parlamentari fossero consultabili in rete: trattasi di Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti.
A Montecitorio, tra i presidenti dei gruppi, ci sono più sì che no: online, infatti, sono i redditi di Benedetto Della Vedova (Fli), Massimo Donadi (Idv), Dario Franceschini (Pd), Silvano Moffa (Popolo e territorio) e di Gian Luca Galletti (Udc).
Non hanno dato l’assenso, almeno per ora, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, il presidente dei deputati della Lega Gianpaolo Dozzo e il presidente del gruppo Misto Siegfried Brugger, della Svp.
Tra i big, hanno detto di sì alla pubblicazione in rete dei redditi anche Massimo D’Alema e la vice presidente della Camera Rosy Bindi.
Risultato simile al Senato, dove sono cinque quelli che hanno acconsentito alla pubblicazione e 3 quelli che hanno detto no.
Rispetto alla Camera, però, diversa la provenienza politica degli assensi: presenti in Rete i redditi del capogruppo di Coesione nazionale Pasquale Viespoli, del presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro e quello dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, il presidente dei senatori dipietristi Felice Belisario, il capogruppo Udc Gianpiero D’Alia.
Non disponibili sul sito di Palazzo Madama, invece, i redditi del capogruppo del Carroccio Federico Bricolo, quelli di Giovanni Pistorio, presidente del gruppo Misto, e quelli del presidente dei senatori del Terzo Polo e leader di Alleanza per l’Italia Francesco Rutelli, che però ogni tre mesi pubblica la propria situazione patrimoniale e il saldo dell’estratto conto sul suo profilo Facebook.
Fra quanti, alla Camera, hanno dato l’ok per la pubblicazione in rete dei redditi anche alcuni ex ministri del governo Berlusconi, come Franco Frattini e Renato Brunetta, mentre, almeno per ora, non compare la dichiarazione dei redditi dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dell’ex titolare della Difesa Ignazio La Russa.
Il numero dei deputati che ha dato il via libera alla pubblicazione dei dati patrimoniali on line è comunque in aumento, dai 205 di febbraio, infatti, gli ‘onorevoli redditi’ in rete sono passati ai 253 di giugno.
Quanto al governo, Monti ha imposto per tutti, se stesso compreso, la pubblicazione on line dei redditi.
E così è stato.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA GRANDE COALIZIONE TENTA I LEADER: TRATTATIVE AVANZATE SULLA LEGGE ELETTORALE

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

PD E PDL RESTANO DIVISI SUL NODO DEL PREMIO DI MAGGIORANZA… BERLUSCONI PUNTA A UN RUOLO DETERMINANTE

Se si fa, non si dice. Perciò è scontato che nel Pdl e (soprattutto) nel Pd venga fermamente smentita l’ipotesi di lavorare a una grande coalizione per il 2013.
D’altronde non avrebbe senso parlarne prima delle elezioni, sarebbe come invalidare anzitempo la partita.
Ma la prospettiva che il montismo succeda a Mario Monti non è sfumata, anzi.
Più va avanti l’esperienza del governo tecnico, più aumentano le probabilità  che la «strana maggioranza» possa ricostituirsi in Parlamento dopo la contesa nelle urne.
Al momento non ci sono prove ma solo indizi, ed è attraverso l’analisi delle trattative sulla legge elettorale che si possono raccogliere degli elementi.
Ecco perchè è importante la mediazione in corso tra Pdl, Pd e Udc sulla riforma del sistema di voto: la tattica che stanno adottando disvela infatti dettagli sulla loro strategia politica.
Lo stallo di questi giorni non inganni, è tipico di una vertenza che sta arrivando a conclusione, tanto che gli sherpa impegneranno il weekend per lavorarci sopra.
Altrimenti i leader dei tre partiti non si direbbero convinti di poter raggiungere un’intesa già  la prossima settimana, Alfano non la metterebbe in conto, Bersani non sosterrebbe che «ormai dovremmo esserci», e Cesa non si farebbe scappare di essere «molto ottimista».
Non c’è dubbio che i nodi ancora da sciogliere sono determinanti per disegnare il futuro sistema politico, ed è proprio dietro quei nodi che si può scorgere l’ombra della grande coalizione.
Il braccio di ferro sul premio di maggioranza ne è l’emblema.
C’è un motivo se il Pd preferirebbe assegnarlo alla coalizione vincente, mentre Pdl e Udc vorrebbero affidarlo al partito vincente.
Ed è chiaro come mai Bersani spinga per un premio comunque alto (15%), mentre Alfano e Casini puntino a tenerlo basso (10%).
«Il 15% per noi è inaccettabile, Pier Luigi», ha detto il segretario del Pdl al capo dei democrat durante il loro ultimo colloquio.
«Abbassando la soglia, si prefigura l’instabilità », è stata la risposta: «E tu, Angelino, dovresti convenire che sarebbe meglio puntare sulle coalizioni e non sui partiti. Perchè se non si organizzano i due campi in contesa e andiamo in ordine sparso, Grillo potrebbe spazzarci via tutti».
Ecco spiegata l’importanza della discussione «tecnica» sul premio di maggioranza, che disegna gli scenari «politici» del dopo-voto e lascia intuire il cambio di strategia in corsa del Pdl.
A dire il vero non è la prima volta che Bersani – dopo aver incontrato Alfano – ha pensato di aver chiuso il patto, rimesso poi in discussione da un vertice a palazzo Grazioli.
L’opzione delle preferenze, per esempio, sembrava ormai abbandonata.
E invece il Pdl ha preso a spalleggiare l’Udc, convinto – come ha spiegato Casini – che «i candidati nei collegi danno l’idea di persone paracadutate sul territorio, mentre le preferenze consentono di contrastare meglio il grillismo».
«Con le preferenze – ha obiettato Bersani – aumenterebbero le spese elettorali, si aprirebbe un varco pericoloso, ci sarebbe il rischio del malaffare e ci ritroveremmo con le inchieste della magistratura».
Ma il cuore della trattativa è il premio di maggioranza.
È da lì che si intuisce come il «montismo berlusconiano» abbia preso piede.
Altro che elezioni anticipate, il Cavaliere vuole mantenere un ruolo determinante in un sistema dove nessuno prenda il sopravvento.
E la grande coalizione è lo strumento idoneo all’occorrenza. Di più, è Monti il suo asso nella manica nonostante le tensioni del Pdl con il governo.
Il rapporto riservato e preferenziale tra l’attuale premier e il suo predecessore sfugge ai riflettori e alle dinamiche di Palazzo.
E Berlusconi sarebbe pronto a sconfessare anche se stesso pur di non uscire dal centro del ring. Come ricorda il segretario del Pri, Nucara, «fu Berlusconi a indicare Monti come commissario europeo, a proporlo come governatore di Bankitalia, a tentarlo con il ministero dell’Economia, e soprattutto a lanciarlo come candidato al Quirinale prima che ci arrivasse Napolitano».
Puntando su Monti, inchioderebbe Casini e manderebbe gambe all’aria ogni manovra fin qui ipotizzata.
La grande coalizione insomma è più di una suggestione.
Ma per farla non bisogna dirla, e se del caso è necessario smentirla.
Perciò il Cavaliere fece finta di prendere le distanze dal progetto «Tutti per l’Italia» che Giuliano Ferrara lanciò mesi fa sul Foglio . Era troppo presto.
E ora che sul Giornale Vittorio Feltri evoca Indro Montanelli per scrivere che sarebbe meglio «turarsi il naso» e guidare «tutti insieme» il Paese, ecco comparire un altro indizio.
Perchè non c’è dubbio che il fondatore del Pdl sia tornato a dettare l’agenda del partito, bloccando le primarie, facendo mostra di essere un allenatore che si allena per rientrare in campo. «Io rappresento tutte le anime del partito», ha detto l’altra sera davanti al suo gruppo dirigente.
E la storia che una svolta grancoalizionista possa indurre l’area degli ex An ad abbandonare il Pdl, non sta in piedi.
Ci pensa La Russa a far giustizia delle voci circolate negli ultimi tempi: «Nessun tipo di riforma del sistema di voto su cui stiamo discutendo presuppone di per sè la grande coalizione. Certo, sarebbe per me e per molti di noi inaccettabile precostituire o addirittura dichiarare la grande coalizione come obiettivo. Se invece questa formula di governo venisse imposta per effetto del risultato elettorale, sarebbe un’altra cosa».
Più chiaro di così.
Il «montismo berlusconiano» è ben incardinato nel centrodestra, il presidente del Senato Schifani non manca occasione nei suoi colloqui di ripetere che «l’emergenza dettata dalla crisi non cesserà  purtroppo il giorno dopo le elezioni».
L’idea della grande coalizione nel Pdl si alimenta anche dei segnali che giungono dal campo avverso.
Pare che Berlusconi abbia letto più volte l’intervista rilasciata al Corriere da D’Alema e abbia avuto la sensazione che contenesse un messaggio subliminale.

Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera”)

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PROMESSA A RISCHIO: APPENA TRE GIORNI PER DESTINARE 91 MILIONI DI RIMBORSI ELETTORALI AI TERREMOTATI

Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile

SI PARLA DELLA SECONDA TRANCHE DEI FONDI PER I PARTITI: L’ADESIONE ERA STATA UNANIME, MA LA PROPOSTA E’ RIMASTA SULLA CARTA… ORA IL GOVERNO POTREBBE RIMEDIARE SOLO CON UN DECRETO D’URGENZA

L’adesione era stata universale. Dare ai terremotati dell’Emilia l’ultima tranche dei rimborsi elettorali destinati ai partiti. Tutti d’accordo, dal Pd al Pdl.
Tutti pronti a rinunciare ai 91 milioni di euro in questione in nome della solidarietà  per le vittime del sisma. Ma quella promessa è a rischio.
Mancano solo tre giorni, settandue ore.
E l’unico modo per sbloccare l’impasse è un decreto legge varato dal governo Monti: perchè, procedure alla mano, non c’è il tempo sufficiente per modificare la legge in altro modo. E dalla società  civile, il pressing sull’esecutivo aumenta.
Hanno raccolto oltre trentamila firme in poco più di 24 ore.
Loro sono Avaaz, il gruppo “specializzato” in mobilitazioni online. Non le mandano a dire.
E l’accusa è rivolta alla scarsa attenzione dei partiti al problema: “E’ una vergogna: nonostante la promessa di trasferire i loro contributi pubblici alle vittime del terremoto, i partiti se li intascheranno tutti il primo luglio”.
Poi, la strada obbligata: un intervento del governo: “Solo Monti può accendere i riflettori su questo scandalo e garantire che l’aiuto concreto vada a quelli che ne hanno più bisogno, ma solo se oggi saremo in tanti ad appellarci a lui”.
E su Avaaz.org, non manca una ricostruzione della vicenda: “i partiti hanno promesso di destinare i 91 milioni di euro della prossima tranche di finanziamento pubblico alla ricostruzione in Emilia e a L’Aquila, ma per far sì che questi fondi vadano alle vittime del terremoto devono adottare una legge entro il 1° luglio, giorno in cui riceveranno i soldi”.
Il punto critico è questo: “I partiti però hanno deliberatamente perso tempo in Parlamento così da affossare la legge e intascarsi i milioni di euro. Alcuni senatori si sono rivolti a Monti per chiedere di adottare una legge d’emergenza per fermare questa presa in giro, e un appello accorato da tutti gli italiani potrebbe convincerlo a farlo”.
Tra i firmatari della lettera, i senatori radicali Donatella Poretti e Marco Perduca.
Che scrivono: “Chi l’ha visto il decreto del governo che doveva destinare la seconda tranche del finanziamento pubblico ai partiti, ipocritamente ancora denominato rimborso elettorale ai terremotati?”.
Una domanda che non smette di circolare in rete. Amplificata dalla mobilitazione di Avaaz. Che rilancia: “Monti deve sentirci forte e chiaro prima della scadenza fra un paio di giorni. Ripetiamolo ancora: chiediamo di dirottare i 91 milioni di euro alle vittime del terremoto”.
Questo il testo della petizione al governo: “Vi chiediamo di riunirvi urgentemente e di adottare una legge d’emergenza per trasferire i 91 milioni di euro di rimborsi elettorali dei partiti ai terremotati. In tempi di ristrettezze economiche, i leader politici devono garantire che le nostre risorse vadano a quelli che ne hanno più bisogno. I partiti hanno promesso di dare una mano per la ricostruzione: sta a voi costringerli a rispettare la parola data”.

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RIFORME: BOCCIATO IN COMMISSIONE IL SENATO FEDERALE

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

RESPINTO L’EMENDAMENTO DELLA LEGA PER TRASFORMARE PALAZZO MADAMA IN UNA CAMERA DELLE REGIONI.. DOMANI LA PROPOSTA PASSERA’ IN AULA E IL CARROCCIO PRESENTERA’ LA PROPOSTA DI MODIFICA LEGATA AL SEMI-PRESIDENZIALISMO VOLUTO DAL PDL

Aveva avuto la precedenza sull’emendamento per il taglio dei deputati, ma il Senato federale, almeno per ora, non ci sarà .
La commissione Affari costituzionali del Senato ha infatti respinto l’emendamento della Lega per trasformare Palazzo Madama in una Camera delle Regioni.
Il voto è finito 13-13 e, visto che il pareggio nella votazione comporta il respingimento della proposta, il testo non è passato.
In favore hanno votato, oltre al Carroccio, anche Pdl e Coesione nazionale.
Contrari invece Pd, Terzo polo, Idv e Alberto Tedesco, l’ex Pd ora al Misto.
Si è astenuto il presidente della commissione e relatore, Carlo Vizzini.
Prima della votazione è stato respinto anche un sub-emendamento al testo della Lega a firma Benedetti Valentini (Pdl) che proponeva di togliere ai ‘senatori regionali’ (eletti dai consigli regionali e che nella proposta Calderoli possono partecipare alle sedute del Senato con diritto di voto sulle materie concorrenti) le prerogative parlamentari, compresa la diaria.
Sono stati invece ritirati tutti i sub-emendamenti del Pdl che puntavano a ‘mitigare’ il testo della Lega perchè il Carroccio ha fatto sapere che non li avrebbe appoggiati.
Ora la battaglia si sposta in Aula dove domani la Lega ripresenterà  la proposta di modifica e in assemblea ha i numeri favorevoli.
Dall’esito della votazione dipenderà  anche il via libera alla riduzione del numero dei senatori, dopo il taglio della composizione della Camera (da 630 a 508 deputati).
Se passasse l’emendamento della Lega si avrebbe sì una riduzione, ma di appena 4 componenti.
Una proposta legata a filo doppio con il semi-presidenzialismo voluto dal Pdl e che verrà  messo in votazione in commissione solo dopo che sarà  stato votato in Aula il Senato federale.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CASO LUSI: COLPIRNE UNO NON PER EDUCARNE MA PER SALVARNE CENTO

Giugno 21st, 2012 Riccardo Fucile

SI COMINCIA SEMPRE DAL TESORIERE: EFFETTO GRILLO E PAURA DEI FORCONI… IL PRIMO (E UNICO) A PAGARE NEL PALAZZO RIDOTTO A CITTADELLA ASSEDIATA

Da qualcuno bisognava cominciare. Magari ti puoi chiedere perchè Lusi sì e Belsito no, per dire. Oppure perchè no il Trota.
Ma da qualcuno bisognava cominciare. E in faccende così, in genere, si comincia dai tesorieri. Anche Tangentopoli – iniziata per caso con Mario Chiesa, il «mariuolo» – si mostrò per quel che era grazie ai tesorieri: e Severino Citaristi, storico e mite custode delle casse Dc, settantadue avvisi di garanzia e un arresto (giusto nel giugno di 18 anni fa) ne divenne infatti il simbolo. Stavolta tocca a Luigi Lusi, un’infanzia da scout e una faccia da allegrone.
Lusi è accusato di aver sottratto per “suo beneficio” oltre 22 milioni di euro dalla cassaforte della Margherita, nei dieci anni in cui ne è stato tesoriere.
Ieri sera, qualche istante prima delle 20,30 – in una calura che ancora toglieva il fiato, e con la stessa grisaglia che aveva un’ora prima al Senato – Luigi Lusi è entrato nel carcere di Rebibbia. Aveva salutato moglie e figli prima di recarsi a Palazzo Madama: e per evitare tragedie a casa si è costituito, prendendo di sorpresa perfino gli inquirenti.
Ha dovuto attendere un po’ che uomini della Guardia di Finanza arrivassero e gli notificassero l’ordinanza di custodia cautelare: poi gli hanno preso le impronte digitali, lo hanno fotografato di fronte e di profilo, e lo hanno condotto nella cella che gli era stata preparata.
Nell’aula del Senato, un paio di ore prima, aveva parlato senza lasciarsi mai andare alla retorica, a una frase pietosa o a cose del tipo “Ho un onore da difendere”.
Quel che gli premeva difendere era la logica: com’è possibile che nessuno al vertice del mio partito sapesse niente, si accorgesse di niente, sospettasse di niente, tanto che ora tocca solo a me rispondere di tutto questo?
E difendeva la legittimità  di un cattivo pensiero: mi hanno indagato a marzo per appropriazione indebita, ma per potermi arrestare ci hanno aggiunto a maggio – l’associazione a delinquere, vi pare normale tutto ciò?
Poi, affinchè buon intenditor intenda, un lungo richiamare «patti fiduciari disconosciuti», «comune assenso nella gestione dei flussi finanziari», «rapporti di fiducia ora messi in discussione»…
Non c’è stato niente da fare.
E diciamo pure che ci vuole una discreta sfortuna a finire – inaspettatamente – nella parte di «agnello sacrificale».
Tra i pochi a dire no all’arresto di Lusi (il Pdl ha pilatescamente deciso di non votare…) si sono infatti distinti i nomi dei senatori Sergio De Gregorio, Alberto Tedesco e Marcello Dell’Utri, che agnelli sacrificali non lo sono diventati per un pelo.
Altri tempi, anche se alcuni casi sono recentissimi.
Quello di Luigi Lusi, infatti, è senza alcun dubbio il primo arresto – se possiamo dir così – dell’«era Grillo».
Ieri, al Senato, se ne mormorava nervosamente alla buvette. E qualcuno parlava addirittura di «effetto Grillo»: proprio come una ventina di anni fa si temeva quello di Di Pietro.
L’«effetto Grillo» sarebbe il punto di caduta, la trasformazione dallo stato gassoso a quello solido, di un discredito e di una sfiducia – nei confronti della politica quasi tout court – che vengono da molto lontano.
Ora, però, quei sentimenti si sono trasformati in rabbia, hanno trovato un volto attraverso il quale rappresentarsi ed ogni difesa, ogni argine – nell’accerchiatissima cittadella politica – è ormai impossibile.
«Se il Senato non vota per l’arresto, si rischia che la gente venga qui con i forconi», aveva avvisato Rutelli; «Dobbiamo evitare il linciaggio», aveva concordato qualcun altro.
Ieri, a voto di condanna espresso, Enzo Carra – storico portavoce di Arnaldo Forlani, arrestato a sua volta, uno insomma che sa di che parla – ha tradotto il tutto in un’immagine spietata e melanconica: «Il Senato ha votato contro il suo Schettino: un uomo solo muoia perchè tutti gli altri vivano».
Dunque, da qualcuno bisognava cominciare: e al Senato hanno deciso di cominciare da Luigi Lusi.
Che naturalmente se lo merita per gli spaghettini al caviale, le ville, le case e le vacanze lussuose: tutte naturalmente a spese della Margherita – secondo le accuse – e cioè a spese nostre, o almeno di quelli che pagano le tasse.
Il problema, per qualcuno, potrebbe consistere nel fatto che – dopo che hanno cominciato loro – adesso possa cominciare lui, Lusi: uno che avrà  pure la faccia da allegrone ma non sembra disposto a portare la croce da solo, a trasformarsi – insomma – nel Primo Greganti del terzo millennio.
Già  nell’aula del Senato (discorso dattiloscritto, quindi a lungo preparato) aveva fatto intendere che – Grillo o non Grillo – nessuno poteva giocare a fare Alice nel paese delle meraviglie: «Non si è mai visto un gruppo dirigente disconoscere ordinarie modalità  gestionali». «E quante telefonate da Rutelli per sottrarre firme alla richiesta di voto segreto».
«Qualcuno, in quest’aula, è in evidente conflitto d’interessi: e per correttezza dovrebbe non votare».
Poi una obliqua citazione: «Come scrive il poeta, cos’è un ricordo? Niente, non puoi vederlo, non puoi toccarlo. Eppure, non puoi cancellarlo… ».
Ricorda qualcosa Luigi Lusi? E’ questo quel che gli viene chiesto fuori dall’aula, a sentenza ormai emessa.
Ha detto ai magistrati tutto quel che sapeva?
Prima di rispondere, si concede – fedele al personaggio – una battuta: «Sapete ora dove devo andare… Fatemi andare, altrimenti diranno che sto facendo altri otto viaggi alle Bahamas».
Poi però risponde: «No, non ho detto tutto. Ci sono una marea di approfondimenti che, se i giudici vogliono, sono disposto a fare».
Ognuno la può intendere come vuole.
Il sospetto è che non pochi, però, la stiano intendendo assai male…

Federico Geremicca
(da “La Stampa“)

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LUSI IN CARCERE A REBIBBIA AVVERTE: “HO TANTE COSE DA DIRE”

Giugno 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL SENATO VOTA SI’ ALL’ARRESTO 155 A 13, IL PDL NON VOTA… E’ DAVVERO GIUSTIZIA UGUALE PER TUTTI?

Luigi Lusi è in carcere a Rebibbia. Il Senato ha autorizzato l’arresto per l’ex tesoriere della Margherita.
Il voto è arrivato dopo una giornata tesa, con polemiche e interventi “velenosi” in aula.
Poi lo scrutinio palese: 155 i “sì”, 13 i “no” e un astenuto.
E’ la prima volta che i senatori votano nominalmente su una richiesta d’arresto. Il Pdl, come annunciato durante la riunione di questo pomeriggio, ha abbandonato l’emiciclo.
Il primo commento: “Sto vivendo un incubo, voglio rispetto”. Poi aggiunge: “Non ho detto tutto”.
Prima del suo intervento, l’ex tesoriere della Margherita ha rivelato di avere ricevuto tanta solidarietà , “più di quanto possiate immaginare”.
Poi, durante il suo intervento in Aula: “Non intendo sottrarmi alle mie responsabilità  e non intendo affatto sottrarmi al processo. Mi si vuole mandare in carcere perchè, parlando con i media, inquinerei il percorso investigativo. Non c’è altra motivazione”.
Ma “il legislatore – ammonisce Lusi – deve tenere distinta l’autorizzazione alla misura cautelare dall’istituto, ancora non previsto, dell’anticipazione della pena”.
Non manca una richiesta: “Non fatemi diventare un capro espiatorio”. L
‘ex tesoriere entra nel merito delle accuse.
Chiamando in causa i vertici della Margherita. “La gestione dei flussi finanziari è stata effettuata per comune assenso al fine di accantonarle per le attività  politiche di diversi esponenti del partito”.
Dopo il voto, il messaggio a Rutelli: “ha avuto la decenza di non votare a favore del mio arresto”.
E dopo il voto del Senato, Lusi è un fiume in piena. “Sto vivendo un incubo, voglio rispetto”.
Poi. sulle indagini: “Non ho detto tutto, c’è una marea di approfondimenti da fare”.
L’ex tesoriere aspetterà  nella sua villa di Genzano l’ordine di esecuzione dell’arresto che gli sarà  consegnato dalla Guardia di Finanza.
Poi l’analisi del voto: “Sulla mia testa si è giocata una partita politica molto ampia”.
Poi aggiunge: “Ho notato che se la Lega non fosse rimasta in aula sarebbe probabilmente mancato il numero legale, così come ho visto che Enzo Bianco ha votato. Almeno Rutelli ha avuto l’intelligenza di non votare”.
Ancora: “Io voglio combattere”. L’ex tesoriere della Margherita, lasciando palazzo Madama, si è congedato dai giornalisti con la frase: “Ora lasciatemi andare dove devo andare”.
Ecco i senatori che hanno votato contro la richiesta di autorizzazione all’arresto nei confronti di Luigi Lusi come risulta dai tabulati del voto.
Per il Pdl: Diana de Feo, Sergio De Gregorio, Marcello Dell’Utri, Marcello Pera, Guido Possa, Piero Longo.
Per il gruppo di Coesione Nazionale: Valerio Carrara, Mario Ferrara, Salvo Fleres, Massimo Palmizio, Riccardo Villari.
Per il Gruppo Misto: Antonio Del Pennino e Alberto Tedesco.
Potrebbe svolgersi già  nella giornata di domani l’interrogatorio di garanzia in carcere per il senatore Luigi Lusi.
L’ex tesoriere comparirà  davanti al gup Simonetta D’Alessandro, che il 3 maggio firmò il provvedimento con cui chiedeva l’arresto per il reato di associazione a delinquere finalizzata all’appropriazione indebita.
“L’arresto di Lusi? “Ho sempre detto che senatori e deputati sono uguali agli altri cittadini”. Così il segretario del pd, Pier Luigi Bersani.
Tra i primi a commentare, l’ex ministro degli Interni, Roberto Maroni. “E’ andata come doveva andare. L’arresto è sempre una brutta cosa ma non c’erano alternative”.
Per Felice Belisario, Idv, “il Pdl ha fatto come Ponzio Pilato: se ne è lavato le mani con un comportamento molto grave. Gli italiani sapranno valutare”.


Il commento del nostro direttore

UNA OCCASIONE PERSA PER METTERE SOTTO ACCUSA IL SISTEMA POLITICO NEL SUO COMPLESSO

Su questa vicenda occorre dire qualcosa controcorrente.
Intanto i partiti hanno votato Sì al carcere per Lusi solo per paura di perdere consensi a favore della demagogia grillina, senza entrare nel merito.
Tale è ormai il timore di perdere voti in primavera, alle imminenti politiche, che avrebbero mandato a Rebibbia anche la propria madre.
Un commento ci sembra sia stato azzeccato, quello di Enzo Carra, Udc, su Twitter: “Il Senato ha votato contro il suo Schettino. Un uomo solo muoia perchè tutti gli altri vivano”.
E’ giustizia quella che fa di Lusi il capro espiatorio di una allegra gestione dei fondi della Margherita quando il suo bilancio era stato contestato da Parisi e altri già  un anno fa?
Quando esisteva un collegio di revisori dei conti che non ha revisionato un bel nulla?
Quando in altri tempi si sarebbe detto che Rutelli “non poteva non sapere”? Quando pare dimostrato che centinaia di migliaia di euro sono stati devoluti per finanziare campagne elettorali di altri esponenti della ex Margherita (compresi Rutelli, Franceschini, Bindi e Bianco, a leggere i resoconti sui media)?
Lusi ha fatto i suoi affari illeciti, ma siamo certi che non fosse il terminale di una prassi diffusa?
Questo lo stabilirà  il giudice, certo. Ma pare anomala la necessità  di arrestare dopo mesi Lusi, quando non vediamo come avrebbe potuto inquinare prove o reiterare il reato, mentre altri suoi ex sodali si sono travestiti da suoi carnefici.
Vogliamo chiederci che giustizia vige in Italia se Lusi deve essere arrestato, mentre Belsito no?
Come mai Lusi deve anticipare la pena a Rebibbia, mentre qualche sera fa abbiamo visto il buon Belsito dilettarsi nella sua discoteca Sol Levante di Lavagna di cui ha acquistato recentemente una quota societaria per centinaia di migliaia di euro?
E i lingotti d’oro, i conti esteri, le cifre non giustificate, i rapporti con la ‘ndrangheta di cui i giudici hanno parlato, non sono aspetti tali da far temere l’inquinamento delle prove?
E l’origine della disponibilità  finanziaria di Belsito da dove deriverebbe?
Vorremmo solo capire se esiste un criterio oggettivo nelle valutazioni della “pericolosità  sociale” di un imputato oppure no.
Perchè un conto è la richiesta di arresto di un politico per associazione mafiosa, laddove fosse provata, altra cosa il caso Lusi dove sarebbe stato sufficiente un processo per direttissima in modo che uno sconti subito la eventuale pena comminata.
Possibimente verificando eventuali connivenze e complicità .
Altrimenti resta la brutta sensazione che si sia voluto trovare un capro espiatorio, “un uomo solo che muoia perchè tutti gli altri vivano”.
Un occasione persa per “vedere oltre” e chiamare in correità  un sistema politico che genera mostri.
Avrebbe potuto essere,. per un nuovo movimento politico, l’occasione di differenziarsi con un’analisi seria e non superficiale.
Non sempre accodarsi al branco è la via giusta: il coraggio politico certe volte alla lunga paga di più.
Ma come diceva don Abbondio “se il coraggio uno non l’ha, non puo certo dimostrarlo”.

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