Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
I DIPENDENTI DI PALAZZO MADAMA TEMONO CHE VENGANO TOLTI LORO GLI SCATTI IN BUSTA PAGA, ABOLITI PER GLI IMPIEGATI PUBBLICI VENTI ANNI FA
Non soffrono solo i minatori del Sulcis. Anche i dipendenti del Senato sono sul piede di guerra: temono vengano tolti loro gli scatti automatici in busta paga aboliti per tutti gli altri impiegati pubblici 20 anni fa.
Automatismi che ancora oggi consentono a Palazzo Madama, nell’arco della carriera, perfino di quintuplicare lo stipendio al di là del merito.
E di guadagnare mediamente 149.300 euro: oltre il quadruplo di uno «statale» medio italiano.
Breve promemoria: la scala mobile che adeguava in automatico le buste paga di tutti i lavoratori fu minata da Craxi nel 1984 e soppressa definitivamente da Amato, dopo il fallimento del referendum voluto dal Pci, nel 1992.
Gli scatti automatici che fissavano gli aumenti furono tolti a tutti i dipendenti pubblici col Decreto legislativo n. 29 del 3 febbraio ’93, quasi vent’anni fa.
Per capirci: lo scudetto andava al Milan di Capello che aveva come bomber Jean Pierre Papin, la serata degli Oscar era dominata da Gli spietati e Casa Howard , Silvio Berlusconi non era ancora sceso in campo, alla guida del Pds c’era Achille Occhetto e agli esteri Emilio Colombo.
Un’altra era geologica.
Da allora, gli unici scatti automatici buoni per gli aumenti in busta paga, nel settore pubblico, sono rimasti quelli della scuola.
Ovvio: chi entra come maestra alla scuola materna o professore di matematica alle medie, a fine carriera farà ancora, a meno che non cambi lavoro, la maestra alla scuola materna o il professore di matematica senza alcuna possibilità (una vergogna, ma questo è un altro discorso) di aumenti dovuti alla bravura professionale.
Fino a qualche tempo fa nella scuola c’era un primo scatto dopo due anni seguito da uno ogni sei col risultato che un insegnante poteva aumentare lo stipendio, in 25 anni, del 47%.
Contro un parallelo aumento per i colleghi dei Paesi Ocse del 69% e addirittura del 98% dei francesi.
Adesso anche il primo scatto dopo due anni è stato abolito.
Di conseguenza un insegnante può avere in tutta la carriera un massimo di 6 scatti con un incremento della busta paga che in tutta la carriera può arrivare al 50%.
Anche nel settore privato, sia chiaro, è rimasto qualche residuo.
Gli stessi giornalisti, pur avendo cambiato le regole in questi anni di magra, hanno conservato degli scatti automatici.
Che tuttavia possono portare in totale, nell’arco di una vita professionale, a un aumento massimo dichiarato del 72%.
Nel caso dei dipendenti degli organi istituzionali, dal Senato alla Camera, dal Cnel alla Corte costituzionale, la faccenda è diversa.
Prendiamo Palazzo Madama: nel 2010 spendeva per stipendi ed emolumenti vari del personale dipendente, escluso quello a tempo determinato, 137.085.372 euro.
Il che significa che, risultando 938 dipendenti, la retribuzione media lorda era di 146.146 euro.
Più i contributi.
Tanto per offrire dei confronti: nettamente più di quanto guadagnavano mediamente allora i magistrati (132.642 euro) e gli addetti alla carriera diplomatica (93.755).
Ma soprattutto il triplo degli universitari, quasi il quadruplo dei medici e degli infermieri del Servizio sanitario nazionale, quasi il quintuplo degli insegnanti e del personale della scuola, fermi a una media di 30.201 euro.
Bene: il bilancio 2011 dice che il risparmio rispetto al 2010 è stato dell’1,87%, corrispondente a circa 2,6 milioni considerando anche il personale a tempo determinato.
Ma la spiegazione del calo è illuminante. Testuale: «Tale dato assume particolare significato se confrontato col successivo capitolo del trattamento del personale in quiescenza che, al contrario, presenta un aumento di 6.753.861,31 euro, pari al 7,33%, a causa, sostanzialmente, dei 37 collocamenti a riposo avvenuti nel 2011».
Traduzione: la sforbiciata è stata ottenuta solo perchè in 37 sono andati in pensione. Ma questo, per contraccolpo, ha fatto esplodere la spesa previdenziale, che è sempre a carico di Palazzo Madama: un’impennata del 7% in un solo anno.
Prova provata che, con i meccanismi attuali, ridurre il personale non porta affatto automaticamente a una riduzione della spesa generale.
È vero che finalmente, dal 1° gennaio, anche nella cittadella della Camera alta è stato introdotto il sistema contributivo «pro rata» anche per quelli assunti prima del 2007, ma per vedere i primi risultati veri ci sarà da attendere degli anni.
Fatto sta che dal 2008 al 2011, vale a dire dopo («dopo») lo scoppio della indignazione dei cittadini per gli eccessi dei costi della politica, la spesa per le pensioni del personale del Senato è salita da 82.584.082 a 98.842.943 euro: un’accelerazione mostruosa, del 19,7%.
E nei prossimi anni l’andazzo è previsto sugli stessi ritmi. Lo dice il bilancio preventivo del 2012 approvato all’inizio di agosto.
Mentre la spesa per il personale dipendente (tolto quello a tempo determinato) dovrebbe diminuire di circa 2 milioni 560 mila euro, fermandosi a 131 milioni 970 mila euro, la spesa per le pensioni salirebbe invece a 106 milioni 850 mila euro.
Il che significa che negli anni in cui il Pil pro capite degli italiani calava (dati Istat) del 6,5% e la vendita delle auto crollava ai livelli del 1983, la bolla previdenziale di Palazzo Madama si gonfiava del 29%.
E continuerà a gonfiarsi fino a 109 milioni nel 2013 e quasi 112 nel 2014.
Colpa dei dipendenti del Senato brutti, cattivi e viziati? Ma per carità !
Non ci permetteremmo mai di dirlo.
Si tratta in larga misura di persone di prim’ordine, di professionisti bravissimi, di esperti che riescono spesso a supplire con la loro preparazione ai limiti di una classe politica che, dati alla mano, è drammaticamente inferiore perfino sotto il profilo scolastico a quella degli altri Paesi avanzati.
Ma i meccanismi che hanno portato alla situazione attuale sono diventati palesemente insostenibili.
Basti ricordare che l’automatico rinnovo dei contratti interni, disdettato dalla maggioranza di centrosinistra nell’infuriare delle polemiche sui costi del «Palazzo» e subito ripristinato per quieto vivere dalla destra dopo le elezioni vinte nel 2008, ha fatto lievitare il peso del personale (stipendi e pensioni) fino al 43,31% dei costi del Senato. Assurdo.
Il guaio è, come dicevamo, che sono ancora in vigore, oltre al meccanismo del recupero triennale dell’inflazione, anche gli scatti di progressione automatici biennali. Per avere un’idea dei loro effetti, in quarant’anni lo stipendio annuo lordo di un «assistente parlamentare», il livello più basso, quello dei commessi, può crescere da 38.059 a 159.729 euro moltiplicandosi per 4,2 volte.
Quello dei coadiutori da 46.678 a 192.446. Quello dei segretari da 56.766 a 255.549. Quello degli stenografi da 67.390 a 287.422.
Ma il top della progressione spetta ai consiglieri parlamentari, la cui retribuzione può passare da 85.415 a 417.037 euro, lievitando di quasi cinque volte. E ci riferiamo alle buste paga del 2008.
Che da allora, al netto dei tagli provvisori di Tremonti, sono lievitate ancora.
Sinceramente: è difendibile un meccanismo come questo?
Quando si ritroveranno all’assemblea convocata dalla Cgil per denunciare la minaccia che siano toccati quei meccanismi automatici di progressione degli stipendi, sarebbe un peccato se i dipendenti del Senato alzassero le barricate.
E guai se lo facesse, per rastrellare consensi, qualcuno dei 14 (quattordici!) sindacati autonomi interni.
Credono davvero che se si asserragliassero in cima a una gru o nel pozzo di una miniera per difendere i loro «diritti acquisiti» così gli italiani capirebbero?
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
VOCI DI CORRIDOIO IN PARLAMENTO SULLA TESTIMONIANZA DAVANTI AI MAGISTRATI DI UN POLITICO CAMPANO CHE AVREBBE AVUTO UN RUOLO DIRETTO NELLA CAMPAGNA ACQUISTI POSTA IN ESSERE DALL’EX PREMIER BERLUSCONI PER SALVARE IL SUO GOVERNO
Tira una strana aria ultimamente dalle parti di Palazzo Grazioli. 
Un’ariaccia al sapor di giustizia.
E qual è la novità ?, direte voi. Il fatto è che pare che stavolta il venticello potrebbe non fermarsi allo stato di “tempesta mediatica”.
Potrebbe andare oltre.
Ne parlano i deputati più vicini alle istituzioni, più vicini alle forze dell’ordine.
Lo dicono sottovoce, per ora. Ma lo dicono.
A quanto pare su Silvio Berlusconi si starebbero per scagliare accuse senza precedenti.
Anzi, di più.
Le accuse sarebbero state già formalizzate.
Mancherebbero le verifiche e poi sarà un gran casino.
Ora starete pensando: “Vabbè, parla chiaro!”. Ok, ma con cautela.
La voce che circola è che un politico napoletano sia andato dai magistrati per riferire tutta la storia della compravendita dei parlamentari.
Un politico, quindi scordatevi Lavitola, anche se lui nella storia un poco c’entra.
Un politico napoletano che avrebbe partecipato in prima persona all’operazione, uno incaricato da Silvio Berlusconi a trattare direttamente per portare quanti più parlamentari “indecisi” dalla sua parte.
La testimonianza sarebbe travolgente, rischierebbe di dare il colpo, macchè, la batosta finale al Cavaliere alla vigilia delle elezioni 2013.
Non a caso proprio lui negli scorsi giorni è tornato a parlare di procure e giustizia a orologeria.
Non a caso il lancio di un ipotetico nuovo partito sembra da mesi un annuncio che non si concretizza.
Non a caso non è ancora chiaro se si candida o no, se farà un passo indietro o un balzo in avanti.
(da “Il Portaborse“)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
LA MALFA E PISANU DA RECORD… TRA I PRIMATISTI ANCHE I “GIOVANI” FINI E CASINI, MA ANCHE “SCONOSCIUTI” COME TASSONE E COLUCCI… FUORI CLASSIFICA ANDREOTTI: DALLA COSTITUENTE NON HA MAI SALTATO UN TURNO
Quasi ottanta anni di Parlamento in due, più dei 66 anni di vita del Parlamento italiano, dalla sua prima seduta il 28 giugno 1946.
Il record è di Giuseppe Pisanu, per il Senato, e Giorgio La Malfa, per la Camera, che ad oggi hanno registrato 38 anni di attività nelle rispettive Camere d’appartenenza.
A stilare la classifica della longevità politica è stato il senatore Idv Stefano Pedica che contemporaneamente ha lanciato la campagna “Cosa hanno fatto in questi anni?”, per dire no a chi è in Parlamento “da una vita”.
Pezzo forte della campagna è un elenco di onorevoli da più d’un decennio: “Ci sono persone — fa notare Pedica — che siedono in Parlamento da decenni. Un lungo elenco di persone che vantano da un minimo di 16 anni a un massimo di quasi 40 anni di presenze alla Camera e al Senato”.
I due recordmen. Pisanu, 75 anni, 38 anni e 128 giorni in Parlamento, si trovava già sotto i riflettori tra il 1975 il 1980 quando si trovava nella segreteria politica nazionale della Democrazia Cristiana guidata da Benigno Zaccagnini: cercarono di porre le basi del compromesso storico con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer e soprattutto dovettero gestire i 55 giorni del rapimento di Aldo Moro.
Si allontanò dalla politica perchè sfiorato dalla vicenda P2 (c’è chi lo avvicinò al nome di Flavio Carboni), ma tornò grazie a Silvio Berlusconi che al suo equilibrio dovette ricorrere dopo che Claudio Scajola firmò una delle sue tante lettere di dimissioni da ministro (in quel caso dovette lasciare il Viminale perchè definì il giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Nuove Br, “un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”).
La Malfa, 73 anni, ex capo del Partito Repubblicano Italiano, partecipò — con il partito guidato dal leader Giovanni Spadolini — a molti governi del Pentapartito negli anni Ottanta.
Figlio d’arte di Ugo, pure lui capo del Pri tra i Sessanta e i Settanta (a lui Pertini affidò un mandato esplorativo nel 1979 che avrebbe visto il primo capo del governo non dc, ma il tentativo fallì) Giorgio La Malfa è stato nominato ministro già nel 1980.
Poi è tornato al governo pure lui con Berlusconi, assaggiando la Seconda Repubblica dopo essersi abbeverato alla Prima.
Il resto della top ten della Camera.
Alla Camera, saldamente al secondo posto è l’onorevole Mario Tassone dell’Udc, poco noto alle ribalte televisive ma con 34 anni e 14 giorni di carriera parlamentare.
Plurisottosegretario Dc, ha partecipato a governi di Bettino Craxi, Amintore Fanfani e al Berlusconi II (dal 2001 al 2006) dov’è stato promosso — in quota Udc — viceministro di Pietro Lunardi.
Sembrava poter finalmente emergere dalle retroguardie quando Marco Follini decise di dare le dimissioni da segretario, ma gli venne soffiato il posto a capo dell’Unione di Centro da Lorenzo Cesa.
Dopo Tassone si qualifica in alta classifica con 33 anni e 34 giorni Francesco Colucci: nato socialista e diventato ultraottantenne con il Pdl.
Detiene un record in stile Bolt: è l’unico deputato ad essere stato eletto questore della Camera in due legislature consecutive (2006-2008 e quella corrente iniziata nel 2008).
Non c’era mai riuscito nessuno nel Parlamento repubblicano (l’unico precedente risale alla Camera del Regno dei Savoia).
I due presidenti.
Ecco invece due protagonisti della politica italiana e peraltro entrambi alla guida dell’assemblea di Montecitorio.
Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini sono entrati alla Camera per la prima volta insieme, 29 anni fa.
I curricula sono arcinoti.
Fini, eletto per la prima volta nel 1983, era delfino di Giorgio Almirante che lo aveva designato personalmente durante una festa a Mirabello.
Poi una nuova investitura nella corsa a sindaco di Roma (1993, questa volta era Berlusconi ancora solo imprenditore), gli anni al fianco del Cavaliere sia all’opposizione sia in maggioranza (da ministro e da vicepremier), poi la fusione di An con Forza Italia e infine lo strappo.
Casini ha una carriera analoga nella sua parte centrale (la scelta di campo a favore di B., opposizione, governo, comizi e sbandieramenti in piazza con Silvio e lo strappo finale) ma tutto era iniziato da consigliere comunale a Bologna e poi da discepolo di Bisaglia prima e Arnaldo Forlani poi.
D’Alema secondo alla Turco.
Prima del Partito Democratico, forse a sorpresa, è l’ex ministro Livia Turco (25 anni e 42 giorni), eletta la prima volta nel 1987, carriera tutta all’interno del Pci, poi diventato Pds (lei era favorevole alla Svolta), poi Ds, poi Pd.
La Turco precede perfino Massimo D’Alema (23 anni e 125 giorni) che pur avendo cominciato a fare politica da giovanissimo è riuscito a farsi eleggere “solo” nel 1987.
Poi, va detto, non si è potuto certo lamentare perchè ha ricoperto quasi tutto quello che poteva ricoprire (ed è stato anche in predicato di salire al Colle: pare fosse uno dei candidati “preferiti” di Berlusconi).
Walter Veltroni e Rosy Bindi si trovano, invece, nel folto gruppo di “diciottenni” che contiene anche nomi eccellenti come quello di Silvio Berlusconi.
Primo della Lega è Umberto Bossi con 21 anni e 124 giorni seguito da Roberto Maroni (20 anni e 111 giorni).
I senatori tra i senatori.
A Palazzo Madama dietro a Pisanu c’è Altero Matteoli (ministro, ministro e ancora ministro del centrodestra berlusconiano), entrato alla Camera nel 1983 insieme a Fini e al suo Msi, come il collega di partito (allora ed oggi) Filippo Berselli.
La presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro è all’ottavo posto con 25 anni e 42 giorni, più di Emma Bonino (21 anni e 90 giorni), ma soprattutto più di Franco Marini (20 anni e 111 giorni) che aveva avuto altro da fare (il sindacalista). Maurizio Gasparri e i leghisti Roberto Calderoli e Roberto Castelli sono parlamentari da 20 anni.
Schifani, Dell’Utri, Dini, Bersani: “giovanissimi”.
L’attuale presidente del Senato, Renato Schifani, è a quota 16 anni e 96 giorni: ultimo in classifica in compagnia di Marcello dell’Utri, Lamberto Dini e Marcello Pera.
Fuori dalla classifica di Pedica c’è il segretario Pd Pier Luigi Bersani, giunto alla Camera nel 2001 nella legislatura numero 14 e impegnato per due anni a Bruxelles dal 2004 al 2006.
E il leader Idv Antonio Di Pietro che divenne senatore per la prima volta nel 1997 (candidato a elezioni suppletive nel seggio del Mugello) ma non fu eletto nella legislatura 2001-2006.
Pedica spiega che si tratta di “politici che hanno vissuto la prima e la seconda Repubblica e che in tutto questo tempo hanno visto crescere il debito pubblico del nostro Paese fino a 2 mila miliardi”.
Pedica ha annunciato una raccolta di firme “per mettere fine ad un sistema che in questi anni ha creato tanti ‘stipendiati’ d’oro senza alcun beneficio per i cittadini”.
L’inarrivabile Divo.
Della classifica non fa parte il senatore a vita Giulio Andreotti, nonostante spetti proprio a lui il record assoluto di anni passati tra palazzo Montecitorio e Palazzo Madama: fece parte dell’Assemblea Costituente, è stato eletto nella prima legislatura e, da allora, non ha mai “saltato un turno”.
Ora è senatore a vita: lo nominò il presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1991. Cossiga non c’è più, Andreotti (classe 1919) sì.
D’altra parte il potere logora chi non ce l’ha.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
MA DELLE 6.018 PROPOSTE IN AULA, SOLO 34 SONO DIVENTATE LEGGE
Ah questa, poi: i parlamentari italiani sono dei gran sgobboni. 
L’idea per cui i rappresentanti eletti meritano i titoli di scansafatiche, mangiapane a tradimento, dissipatori delle finanze pubbliche altro non sarebbe che il prodotto di un odioso luogo comune.
Al contrario, gli onorevoli ci danno dentro come i colleghi americani, più di quelli francesi, ai tedeschi gli fanno un mazzo così e si devono inchinare soltanto all’abnegazione degli inglesi, che in un quinquennio (2001-2006) si sono riuniti 939 volte contro le 757 degli italiani.
Come avrete intuito sono dati complicati, eppure definitivi per la prestigiosa provenienza: la Camera dei deputati medesima.
Incrociando qui e incrociando là , i tecnici di Montecitorio si sono accorti che la categoria in questione tira come una mandria di muli.
In una legislatura, i francesi mettono insieme 546 giorni di sedute contro le 678 messe assieme in Italia; nel periodo che va dal 2005 al 2009, i tedeschi si sono fermati 233, cioè un terzo di quanto accumulato dai nostri, e gli americani sono saliti fino a 678.
Fin qui, insomma, un trionfo.
Lo studio non dice quanto durino le sedute altrove (qui spesso capita che durino un quarto d’ora o mezzora o un’ora) nè quale sia la percentuale di presenza dei parlamentari. Non è un’insinuazione, sia chiaro.
Anche perchè il dossier fornisce subito un dato indicativo sul risultato di tanta fatica: nel 2012, fin qui, sono stati presentati 7 mila e 637 emendamenti (e cioè modifiche anche marginali di una legge), ne sono stati accolti 513 (meno del 7 per cento) e ne sono stati approvati 187 (meno del 2.5 per cento).
A questo punto siamo andati a controllare la più recente indagine pubblicata da Openpolis.it. È aggiornata al dicembre del 2010, cioè i primi venti mesi della legislatura, un periodo durante il quale Matteo Mecacci del Pd ha presentato 12 mila e 620 emendamenti, cioè 630 al mese, cioè più di venti al giorno, domeniche comprese; forse anche questi sono numeri che contribuiscono a considerare la produzione di emendamenti essenzialmente d’ostruzione.
Al Senato, Marco Perduca, pure del Pd, batte anche Mecacci: i suoi emendamenti erano prossimi ai quattordicimila.
Dunque, assaporata la dedizione alla causa dei nostri onorevoli, sempre tramite Openpolis.it si è in grado di verificare quanta ciccia fornisca.
Fra l’aprile del 2008 e il dicembre del 2010, i deputati hanno presentato la notevole quantità di 6 mila e 18 proposte di legge.
Ma quante chance ha un deputato di vedere la sua proposta votata e stampata sulla Gazzetta Ufficiale?
Circa una possibilità su duecento: delle seimila e 18 proposte in questione, sono diventate legge trentaquattro.
Ognuna ha abbisognato in media di un anno e un mese di tempo.
La più indiavolata è stata Gabriella Carlucci (ex Pdl, ora Udc) che ha redatto 95 proposte di legge (quasi cinque al mese) di cui 94 andate a vuoto.
Nello stesso periodo, il governo Berlusconi ha presentato 498 disegni di legge e ne ha portati a casa 163, un terzo; e gli sono serviti in media tre mesi e una settimana.
Ora le risultanze di Montecitorio confermano che lo stakanovismo dei parlamentari è perlomeno sterile: nel 2012 (e cioè in un periodo in cui la politica si è spogliata delle questioni centrali e complicate per delegarle ai tecnici) solamente undici delle cinquantacinque leggi votate sono di iniziativa parlamentare; in tutta la legislatura, 266 leggi su 332 sono di iniziativa governativa oppure sono conversioni di decreti legge (cioè usciti dal Consiglio dei ministri) e soltanto 66 partoriti dall’aula.
E così tutta questa buona volontà , accidenti, non viene premiata dai frutti.
Ma non basta.
C’è da aggiungere che – se i termini della questione sono questi – il Parlamento italiano fa molte sedute, rigorosamente contenute fra il martedì pomeriggio e il giovedì dopo pranzo, ma i parlamentari accumulano molte assenze.
Ancora da Openpolis.it: le assenze del Gruppo Misto sono al 30 per cento, quelle dell’Idv, dell’Udc e di Fli attorno al 20, quelle del Pd sono al 14, quelle del Pdl al 12, quelle della Lega al 6.
Secondo Openpolis, i deputati non si presentano in quindici occasioni su cento, e le deputate lo fanno nel tredici per cento dei casi.
Però, ecco, in giornate così si può persino dire che siamo più bravi di francesi e tedeschi.
Mattia Feltri
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Agosto 9th, 2012 Riccardo Fucile
TRA CRISI E PRIVILEGIO: CASINI E D’ALEMA IN PUGLIA, ALFANO IN SICILIA, BERSANI INDECISO
«E dove vuole che vada? Non ho una lira!», sospira Maurizio Grassano, già Responsabile, oggi nel gruppo misto, su una poltrona del Transatlantico.
Ma come onorevole, non ci vorrà far credere che voi politici guadagnate così poco da non potervi permettere la villeggiatura?
«Tra affitto a Roma, spese per vivere, e poi lo stipendio a un assistente parlamentare…».
Sarà , ma viene difficile preoccuparsi per il diritto al riposo dei nostri rappresentanti. Eccoli, all’ultimo giorno di lavoro.
E’ vero che dovranno essere reperibili entro 24 ore anche in vacanza: ma insomma, si godono pur sempre un mese di ferie, visto che l’Aula ricomincia il 5 settembre.
Dove andranno in questi più o meno trenta giorni di (meritato?) riposo?
Sarà che anche loro avvertono lo spirito dei tempi, sarà per evitare le polemiche degli alfieri dell’antipolitica, fatto sta che quest’anno c’è molta Italia nei loro itinerari: tanti che stanno a casa (o nelle case di villeggiatura), e pochi, pochissimi grandi viaggi all’estero.
Per esempio, si concede il Madagascar il relatore delle intercettazioni, il Pdl Enrico Costa, ma è un’occasione speciale: «È il mio viaggio di nozze».
Una settimana in Grecia per l’ex segretario del Pd Walter Veltroni; ha in programma una puntata a New York la Pdl Melania Rizzoli, per accompagnare il figlio studente alla Columbia University.
Va all’estero anche il Pd Roberto Giachetti: più visita d’istruzione che divertimento, però, in Polonia per portare i figli a conoscere Auschwitz.
Per il resto, mare e montagna di casa nostra.
Quando non lavoro, come ha previsto di fare l’ex premier Berlusconi, ad Arcore a studiare il rilancio del Pdl.
O come rischia di fare il leader del Pd, Pierluigi Bersani, che ancora non ha deciso se e dove partire.
Stessa spiaggia stesso mare per molti big: «Sono un conservatore», ride il Pdl Gaetano Quagliariello, come ogni anno nel suo trullo in Puglia.
Torna nella sua casa di Marettimo, nelle Egadi, Maurizio Gasparri; resta nell’amata Montenero di Bisaccia il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro.
Meta già sperimentata anche per il presidente della Camera Fini e il Pdl Cicchitto, entrambi ad Ansedonia, così come per la democratica Rosy Bindi, sulle Dolomiti. Tornano in Sicilia sia Alfano che il presidente del Senato Schifani.
Cambia invece Massimo D’Alema: messa in vendita la famosa barca, quest’anno si ritira in campagna in Umbria, prima di raggiungere amici in Salento qualche giorno. Si riposa in un villaggio sul Gargano il leader Udc Pier Ferdinando Casini, buen retiro in Sardegna per il segretario della Lega, Maroni.
Tra gli ex ministri, deve ancora decidere la meta Mara Carfagna, mentre Mariastella Gelmini andrà a Positano e Annamaria Bernini sulla Riviera Adriatica, vicino a casa. Il Pd Castagnetti si concede una «settimana biblica» al monastero di Bose prima di andare in Alto Adige, mentre la leghista Manuela Dal Lago farà forse una settimana alle Eolie, dove ha casa da tanti anni.
Strano, una del Carroccio con casa in Sicilia… «Non è mica vietato ai leghisti andare all’estero…».
Per la coppia mascotte del Parlamento, la berlusconiana Nunzia De Girolamo e il democratico Francesco Boccia, riposo a Sperlonga con la piccola «bipartisan» Gea, di due mesi.
Francesca Schianchi
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
QUEST’ANNO IL MINIMO STORICO: “SOLO” 27 GIORNI PER I DEPUTATI, 29 PER I SENATORI
Come scolari impazienti all’ultimo giorno di scuola, alle cinque del pomeriggio, approvata la spending review e onorata la memoria di Renato Nicolini, i deputati raggiungono di corsa i trolley stipati nella zona guardaroba accanto al ristorante, tra baci, abbracci, «ci sentiamo!», e infine sgattaiolano via, verso la stazione Termini e l’aeroporto.
Il Parlamento chiude per ferie.
La Camera riaprirà i battenti il 3 settembre con i primi lavori delle commissioni, l’aula schiuderà le sue porte il 5; il Senato il 4 settembre ripartirà con le commissioni, mentre la prima seduta si terrà giorno 6, tra 29 giorni.
Sono, statistiche alla mano, le vacanze più corte degli ultimi anni, forse di sempre, ma è comunque quasi un mese di riposo: 27 giorni a Montecitorio, quattro giorno in meno rispetto all’anno scorso.
Erano 31 nel 2011, 33 nel 2010, 40 nel 2009, 38 nel 2008 e nel 2007; addirittura 47, dal 3 agosto al 18 settembre, nel 2006.
Ma era davvero un altro mondo.
La crisi morde e impone al Parlamento vacanze vigilate (del resto il premier Mario Monti a Der Spiegel ha detto che farà sei giorni in tutto), al punto che ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini ha specificato che tutti i gruppi parlamentari hanno dato la loro disponibilità ad assicurare la reperibilità dei deputati entro 24 ore nel caso la situazione finanziaria precipitasse, rendendo necessaria l’approvazione urgente di provvedimenti economici.
Insomma, meglio evitare i viaggi all’estero.
«La Camera resterà comunque attiva», ha precisato Fini.
Infatti, «alla luce della perdurante instabilità », l’ufficio di presidenza della Commissione Bilancio — ha messo nero su bianco il presidente Giancarlo Giorgetti — «ha unanimamente condiviso l’esigenza di mantenere, durante l’intero mese di agosto, i contatti anche di tipo informale, tra i rappresentanti del governo e la commissione, al fine di garantire che le Camere tempestivamente informate in merito ad ogni circostanza rilevante per la finanza pubblica».
Uguale preallerta vige anche a Palazzo Madama, dove il presidente Renato Schifani ha spiegato che «l’aula potrà essere convocata in qualsiasi momento».
I primi a tornare a lavoro saranno in ogni caso i membri del Comitato ristretto della commissione Affari costituzionali, che al Senato sta mettendo mano a una riforma della legge elettorale nel tentativo di abortire il famigerato Porcellum.
Ora, molti deputati non hanno aspettato certo ieri per andare in ferie, una buona parte lo è già dalla fine della settimana scorsa.
Ieri erano in 479 su 630 i presenti al momento del voto sulla spending review, con vuoti più marcati nell’emiciclo destro che in quello sinistro, e al Senato, per ritorsione alle frasi di Monti sullo spread a 1200 con Berlusconi, il Pdl ha fatto mancare il numero legale per ben quattro volte: e ciò, regolamento alla mano, certifica la fine della seduta.
Al presidente di turno Emma Bonino non è rimasto altro che dichiarare chiusa anzitempo la seduta, l’ultima prima della pausa estiva.
Tutti in vacanza, e mai come stavolta, tallonati dall’antipolitica, i deputati hanno cercato di mantenere un profilo di sobrietà .
«Io trascorrerò tutte le ferie nella mia Belluno, in giro per il territorio, mentre prima di diventare deputato, nel 2001, chiudevo lo studio di avvocato per un mese intero», giura il pdl Maurizio Paniz.
Il democratico Ermete Realacci si concederà dieci giorni in Croazia, «e come Fantozzi partirò a Ferragosto: un tempo me ne stavo settimane a fare pesca subacquea in Sardegna», facendo tuttavia notare che i parlamentari francesi, inglesi e tedeschi «sono già in vacanza da tempo».
Concetto Vecchio
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
I VINCOLI UE POTREBBERO “OBBLIGARLI” A UN’ALTRA GRANDE COALIZIONE
È già quasi tutto scritto, di sicuro è già tutto pronto.
I leader della «strana maggioranza» sono stati allertati e sono consapevoli che il premier è prossimo al passo, che il governo si prepara a chiedere «assistenza», che la Bce è pronta a fornirla, garantendo così l’abbassamento dello spread che sta mettendo in ginocchio il Paese.
Non è il picco di 500 punti che l’Italia non riesce a reggere, è la quotidiana permanenza oltre «quota 400» che toglie il fiato.
Le bombole d’ossigeno sono disponibili ma – come prescrivono le regole – Monti dovrà prima sottoscrivere il «memorandum of understanding», che equivale al commissariamento dell’economia e della politica.
I partiti che reggono il governo immaginano che l’Italia accederà al programma «dopo la Spagna».
Da giorni non nutrivano illusioni sull’esito del vertice all’Eurotower, «anche perchè – dice il responsabile economico del Pd, Fassina – le aspettative erano infondate.
E la tesi che Draghi sia stato sconfitto è falsa, è figlia di una lettura distorta delle parole che aveva in precedenza pronunciato.
La verità è che, in assenza di scelte politiche, la Bce non può muoversi oltre le regole. Così il “programma” è condizione necessaria per ottenere gli aiuti».
Se Monti si è sempre rifiutato di chiederli c’è più di un motivo, che in questi mesi ha spiegato ai suoi interlocutori: il primo è che finora gli aiuti non hanno aiutato nessuno; il secondo è che il Paese sarebbe esposto al rischio delle incursioni di quanti vorrebbero dividersi le spoglie industriali e finanziarie italiane; il terzo – quello più delicato – è che il commissariamento porrebbe limiti al libero gioco democratico.
Di più.
I partiti della «strana maggioranza» temono che la partita possa venire addirittura falsata, perchè alla competizione elettorale si presenterebbero con le mani legate dagli impegni assunti per «salvare il Paese», e sarebbero esposti alle scorribande delle forze antisistema e antieuropeiste.
È un pericolo di cui si deve far carico l’Unione prima di esporre l’Italia al rischio.
Non a caso Monti, il più fedele custode dell’europeismo, ha vestito ieri i panni del più fiero censore per l’inerzia e la scarsa solidarietà dei partner, «a partire dalla Germania», come ha sottolineato Casini
Il due agosto è stato vissuto nel Palazzo come la vigilia di una resa, mentre si attende il negoziato per gli aiuti, che viene considerato il tornante decisivo.
Le richieste che saranno avanzate al governo produrranno infatti conseguenze sul piano politico, influiranno sui prossimi scenari fino al punto da determinarli. Basteranno, per esempio, le riforme varate finora o ne serviranno altre più radicali?
E come e quando Pdl, Pd e Udc sarebbero capaci di votare i nuovi provvedimenti? Prima o dopo essere passati per il responso delle urne?
E che senso avrebbe una campagna elettorale con programmi ridotti a carta straccia?
Nonostante Bersani ostenti tranquillità , nel suo stesso gruppo dirigente cresce il timore che gli impegni futuri possano «costringere» anche dopo il voto al governo di larghe intese, a quella Grande coalizione che il leader del Pd vuole evitare: «È tempo che si torni alla politica», ha ripetuto ieri dopo l’incontro con il segretario del Psoe.
I timori dei democratici diventano un auspicio per i centristi.
Anche perchè si ritiene che al «memorandum» possa venir posto un preambolo non scritto, una sorta di «ulteriore garanzia» sulle cambiali italiane, l’idea cioè che si possa accedere alla richiesta di Roma solo se chi firma il «programma» si assume poi l’impegno di portarlo a compimento.
Si tratterebbe di uno stato di necessità che provocherebbe però una terribile compressione del sistema democratico.
Sarebbe la conseguenza del commissariamento e in Europa esistono già dei precedenti…
Nel Pdl Berlusconi ha imposto il surplace al suo partito, in attesa che passi la nottata, che passato agosto e le eventuali incursioni speculative, si chiarisca la situazione.
In questi giorni il Cavaliere si è confrontato con Alfano, che vede il pericolo dello stallo, le difficoltà di andare avanti nella legislatura e al tempo stesso le difficoltà di accorciarla.
Sono troppe oggi le incognite per poterle valutare.
Di sicuro, come spiega Martino, il Paese si trova ora di fronte a un bivio.
Un’uscita «politica» dalla fase tecnica sarebbe – a suo modo di vedere – «preferibile».
Ma l’ipoteca che l’Italia sta per firmare rivoluziona il quadro.
E allora l’opzione del «Monti dopo Monti va tenuta in considerazione – dice l’ex ministro – a patto di varare le vere riforme, che non sono l’Imu. Serve una riforma degli enti locali, a partire dalle Regioni, per evitare scempi come quello siciliano. Serve una riforma del fisco che nel 2010 ha garantito alle casse dello Stato la miseria del 20% del Pil.
Serve la riforma del Servizio sanitario nazionale e della Pubblica amministrazione…». L’ipoteca costerà molto di più.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile
LA RIDUZIONE PROMESSA DELLA LEGGE MANCIA DIVENTA UNA FARSA: RIDOTTA DI 30 MILIONI SUBITO MA AUMENTATA DI 40 MILIONI L’ANNO PROSSIMO
È uno di quegli emendamenti che passano regolarmente inosservati e vengono altrettanto regolarmente approvati.
All’ingrosso c’è scritto più o meno così: all’articolo X della legge Y sostituire le parole ‘100 milioni’ con le seguenti ’70 milioni’ e al terzo periodo sostituire ’50 milioni’ con ’90 milioni’. Firmato: Paolo Giaretta del Pd e Gilberto Pichetto Fratin del PdL, relatori in Senato della spending review.
Che vuol dire? si chiederà il lettore.
In parole povere che, dentro quel decreto che taglia la sanità e affama gli enti locali per miliardi di euro, dentro quello stesso decreto nel quale non si è riusciti a trovare 38 milioni per garantire duemila esodati del gruppo Finmeccanica, il Senato ha invece avuto la capacità di scovare altri 10 milioni da infilare nel fondo di spesa per i gruppi parlamentari, meglio noto come Legge Mancia, vale a dire l’argent de poche a disposizione degli eletti per foraggiare spesucce nei collegi d’appartenza (alcuni gruppi come il Pd, va detto, ora li devolvono tutti ad uno scopo tipo l’emergenza sisma, altri come IdV non partecipano proprio alla spartizione).
Insomma, se noi traducessimo più o meno in una lingua comprensibile quelle poche, oscure righe potremmo scrivere questo: i soldi della Mancia erano 150 milioni, cento quest’anno e 50 il prossimo.
Con un barbatrucco i fondi vengono ridotti di 30 milioni subito (a 70), ma aumentati di 40 nel 2013 (90 milioni).
Il totale nel biennio, insomma, passa da 150 a 160 milioni.
Questa trouvaille — va confessato — la dobbiamo al lavoro di Silvana Mura, deputata di Italia dei Valori, secondo cui peraltro “ancora peggio è il fine dell’operazione, anche se questa è una mia illazione e non ho le prove. Perchè infatti spostare la maggior parte della spesa (guadagnandoci pure 10 milioni) all’anno prossimo? Perchè si cerca di prendere tempo, visto che, considerata la situazione economica e politica, è probabile che nessuno avrà il coraggio di spartirsi i soldi del 2012”.
Insomma, spiega la tesoriere di Italia dei Valori, “conviene spostare il malloppo al 2013 in attesa di tempi migliori e pure per schivare un mio ordine del giorno già approvato che impegna il governo a destinare tutti i soldi al terremoto”.
Anche l’esecutivo, peraltro, non è che ci faccia una grandissima figura: “Vede, tace e non provvede — insiste — Mura perchè un membro del governo mi ha detto chiaro e tondo: noi fino alla fine dell’anno stiamo fermi per rispetto del Parlamento”.
Per chi si facesse soverchie aspettative sull’utilità della denuncia, però, va chiarito che non c’è alcuna possibilità che il decreto venga modificato alla Camera, magari togliendo 38 milioni al fondo della Legge Mancia per destinarli a quei duemila esodati rimasti a bocca asciutta in Senato: il governo ha già chiarito che Montecitorio deve approvare la spending review così com’è, per mandarla in Gazzetta Ufficiale prima delle vacanze estive.
La cosa è talmente risaputa che a Montecitorio tutti erano convinti che il voto definitivo sarebbe arrivato venerdì sera e chiusa lì: meglio di no, ha spiegato un Gianfranco Fini preoccupato dall’immagine di un Parlamento che si prende il solito mese di ferie , votiamo martedì o mercoledì prossimo, che fa meno casta.
Motivo per cui un manipolo di disperati ieri s’affannava a non dormire durante la discussione generale sul provvedimento: “Effettivamente è un po’ inutile”, ammetteva sconsolato il deputato Touadì (Pd).
Il risultato è che i 10 milioni sono assicurati: chiamarla spending review è solo quel tocco di genio che rende la cosa indimenticabile.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 30th, 2012 Riccardo Fucile
MAGLIE NERE DELLE PRESENZE BERLUSCONI E GHEDINI… IN PRATICA 126 DEPUTATI SU 630 E’ COME SE NON AVESSERO MAI VOTATO
Un deputato su cinque assente nel 2012. 
Il Corriere della Sera stila la classifica degli assenteisti nell’era dei tecnici e del governo Monti e dei tanti voti di tante fiducia.
Maglie nere delle presenze in Aula Niccolò Ghedini e Silvio Berlusconi del Pdl.
Lo storico legale dell’ex primo ministro si è fatto vedere a una sola votazione su un totale di 1.026.
Il Cavaliere ha votato solo due volte, a gennaio e nel mese di febbraio. Secondo i dati sull’assenteismo elaborati dall’agenzia Dire in pratica il 20,05% dei deputati non è entrato in Aula, ovvero un quinto dei 630 deputati pari 126 parlamentari.
Tra i gruppi meno diligenti troviamo i deputati di Popolo e territorio, ex “Responsabili” che hanno raggiunto il 33,7% di assenze.
Secondi classificati, ma certamente non medaglia d’argento i deputati del Gruppo misto con il 30% di assenze.
I deputati di Fli agguantano terzo posto con il 25% .
A seguire Pdl con il 22,8% di mancate partecipazioni al voto, poi la Lega Nord con 14,4% delle volte.
I deputati dell’Udc raggiungono 13% di assenze, mentre l’Italia dei valori si colloca subito dopo, con il 12% di deputati che non hanno risposto all’appello del voto. Ultimi i deputati del Pd che con il 9,5% di assenze chiudono la classifica
Tra i deputati più assenti troviamo anche Simone Di Cagno Abbrescia del Pdl, Umberto Bossi e Marco Reguzzoni della Lega, Gianfranco Miccichè del Gruppo misto. Denis Verdini (99,24% di assenze), Michela Vittoria Brambilla (98,10%), Giulio Tremonti (97,34%), Vincenzo Barba e Maria Rosaria Rossi (96,20%), Antonio Angelucci (93,16%), tutti del Pdl.
Ci sono poi Luca Barbareschi (Gruppo misto) e Marilena Parenti, del Pd, subentrata il 7 giugno ad Antonello Soro.
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