Ottobre 1st, 2012 Riccardo Fucile
SONO CENTO I PARLAMENTARI CONDANNATI, IMPUTATI, INDAGATI E PRESCRITTI CHE SIEDONO TRA CAMERA E SENATO
Sono cento i parlamentari condannati, imputati, indagati e prescritti che siedono tra Montecitorio e Palazzo Madama.
Tocca a loro, per lo più macchiati da reati contro il patrimonio, votare la legge sulla corruzione.
Del resto, come ha detto l’avvocato di Silvio Berlusconi, Piero Longo, a Report: “Il Parlamento deve essere la rappresentazione mediana del popolo. Perchè dovrebbe essere migliore?”.
Forse perchè i delinquenti non dovrebbero esserci, invece di cercare addirittura rappresentanza nelle istituzioni?
Ecco tutti i nomi:
Abrignani Ignazio (deputato Pdl): indagato per dissipazione post-fallimentare.
Alessandri Angelo (dep Lega): indagato per finanziamento illecito ai partiti.
Angelucci Antonio (dep Pdl): indagato per associazione a delinquere, truffa e falso.
Aracu Sabatino (dep Pdl): rinviato a giudizio nella Sanitopoli abruzzese.
Barbareschi Luca (dep Misto- eletto Pdl): indagato per abusivismo.
Berlusconi Silvio (dep Pdl): 2 amnistie (falsa testimonianza P2, falso in bilancio Macherio); 1 assoluzione per depenalizzazione del reato (falso in bilancio All Iberian); 3 processi in corso (frode fiscale Mediaset, intercettazioni Unipol, processo Ruby). 5 prescrizioni (Lodo Mondadori, All Iberian, Consolidato Fininvest, Falso in bilancio Lentini, processo Mills).
Bernardini Rita (dep Pd): condannata nel 2008 a quattro mesi per cessione gratuita di marijuana, pena estinta per indulto.
Berruti Massimo (dep Pdl): condannato a 8 mesi per favoreggiamento.
Bossi Umberto (dep Lega): condannato a 8 mesi di reclusione per finanziamento illecito , 1 anno per istigazione a delinquere, 1 anno e 4 mesi per vilipendio alla bandiera poi indultati, oggi è indagato per truffa ai danni dello Stato.
Bosi Francesco (dep Udc): indagato per abuso d’ufficio.
Bragantini Matteo (dep Lega): condannato in appello per propaganda razziale.
Brancher Aldo (dep Pdl): condannato per appropriazione indebita e ricettazione.
Briguglio Carmelo (dep Pdl): vari processi a carico (truffa, falso, abuso d’ufficio), alcuni prescritti, alcuni trasferiti ad altri tribunali e in seguito assolto.
Calderoli Roberto (senatore Lega): indagato per ricettazione, resistenza a pubblico ufficiale, prescritto. Indagato per truffa dal Tribunale dei ministri, i senatori votano contro l’autorizzazione a procedere.
Caliendo Giacomo (sen Pdl): indagato per violazione della legge Anselmi sulle società segrete (inchiesta nuova P2).
Camber Giulio (sen Pdl): condannato in via definitiva per millantato credito.
Caparini Davide (dep Lega): resistenza a pubblico ufficiale, prescritto.
Carlucci Gabriella (dep Pdl): condannata a risarcire una sua collaboratrice.
Carra Enzo (dep Udc): condannato in via definitiva a 16 mesi per false dichiarazioni ai pm.
Castagnetti Pierluigi (dep Pd): rinviato a giudizio per corruzione, prescritto. Castelli Roberto (sen Lega): indagato per abuso d’ufficio patrimoniale.
Catone Giampiero (dep Misto – eletto Pdl): condannato in primo grado a otto anni per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata.
Cesa Lorenzo (dep Udc): condannato in primo grado per corruzione aggravata, condanna annullata in appello per vizio di forma.
Cesaro Luigi (dep Pdl): indagato per associazione camorristica.
Ciarrapico Giuseppe (sen Pdl): condannato per truffa aggravata, bancarotta fraudolenta, finanziamento illecito, rinviato a giudizio per ricettazione, indagato per truffa ai danni di Palazzo Chigi.
Cosentino Nicola (dep Pdl): accusato di legami con il clan dei Casalesi, il Parlamento ha negato la richiesta d’arresto. Imputato anche nell’inchiesta sulla P3.
Crisafulli Vladimiro (sen Pd): sotto inchiesta per abuso d’ufficio.
Cursi Cesare (sen Pdl): indagato per corruzione.
D’Alema Massimo (dep Pd): finanziamento illecito accertato, prescritto.
D’Alì Antonio (sen Pdl): rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa.
De Angelis Marcello (dep Pdl): condannato per banda armata e associazione eversiva.
De Gregorio Sergio (sen Pdl): indagato per associazione per delinquere, concorso in truffa e truffa aggravata, concorso in bancarotta fraudolenta. Il Senato ha negato l’autorizzazione all’arresto.
Dell’Utri Marcello (dep Pdl): condannato per false fatture e frode fiscale, condannato in appello per tentata estorsione mafiosa, condannato in secondo grado a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa ma annullata con rinvio dalla Cassazione.
Del Pennino Antonio (sen Pdl): ha patteggiato una pena di 2 mesi e 20 giorni nel processo per le tangenti Enimont. A ottobre 1994 altro patteggiamento: di una pena di 1 anno, 8 mesi e 20 giorni per tangenti relative alla Metropolitana milanese. Prescritto per corruzione.
De Luca Francesco (dep Pdl): indagato per tentata corruzione in atti giudiziari.
Di Giuseppe Anita (dep Idv): indagata per abuso di ufficio, turbativa d’asta e associazione a delinquere.
Di Stefano Fabrizio (dep Pdl): rinviato a giudizio per corruzione.
Drago Giuseppe (dep Misto – eletto Udc): condannato per peculato e abuso d’ufficio.
Farina Renato (dep Pdl): condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per falso in atto pubblico, ha patteggiato una pena di 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar.
Fasano Vincenzo (sen Pdl): condannato per concussione, indultato.
Fazzone Claudio (sen Pdl): rinviato a giudizio per abuso d’ufficio.
Firrarello Giuseppe (sen Pdl): condannato in primo grado per turbativa d’asta, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa (nel ’99 il Senato ha negato l’arresto).
Fitto Raffaele (dep Pdl): rinvio a giudizio per concorso in corruzione, falso e finanziamento illecito.
Galati Giuseppe (dep Pdl): indagato per associazione a delinquere, truffa e associazione segreta.
Galioto Vincenzo (sen Misto-eletto Pdl): condannato in primo grado per falso in bilancio.
Genovese Fracantonio (dep Pd): indagato per abuso d’ufficio.
Grassano Maurizio (Misto — eletto Lega): condannato in primo grado a 4 anni per truffa.
Grillo Luigi (dep Pdl): indagato e prescritto per truffa.
Iapicca Maurizio (dep Misto-eletto Pdl): rinviato a giudizio per false fatture, falso in bilancio e abuso d’ufficio, prescritto.
La Malfa Giorgio (dep Misto-eletto Pdl): condannato per finanziamento illecito.
Laganà Maria Grazia (dep Pd): imputata per truffa ai danni dello Stato.
Landolfi Mario (dep Pdl): indagato per concorso in corruzione, concorso in truffa e concorso in favoreggiamento mafioso.
Lehner Giancarlo (dep Pdl): condannato per diffamazione.
Lolli Giovanni (dep Pd): rinviato a giudizio per favoreggiamento , prescritto.
Lombardo Angelo (dep Misto): indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Lumia Giuseppe (dep Pd): indagato per diffamazione. Querelato dal suo ex addetto stampa.
Lunardi Pietro (dep Pdl): indagato per corruzione.
Luongo Antonio (dep Pd): rinviato a giudizio per corruzione.
Lusetti Renzo (dep Pd): condannato a risarcimento per consulenze ingiustificate.
Lusi Luigi (Misto-eletto Pd): indagato per appropriazione indebita e calunnia, è attualmente in carcerazione preventiva e resta senatore.
Malgieri Gennaro (dep Pdl): condannato dalla Corte dei conti per la nomina di Alfredo Meocci a dg della Rai.
Mannino Calogero (sen misto, eletto Udc): imputato per minaccia a corpo dello Stato nell’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia.
Maroni Roberto (Lega Nord): condannato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale.
Matteoli Altero (sen Pdl): imputato per favoreggiamento, processo bloccato dalla Camera.
Messina Alfredo (sen Pdl): indagato per favoreggiamento in bancarotta fraudolenta.
Milanese Marco (dep Pdl): indagato per corruzione, rivelazione segreta e associazione a delinquere (P4).
Nania Domenico (sen Pdl): condannato per lesioni personali, condannato in primo grado per abusi edilizi e prescritto.
Naro Giuseppe (dep Udc): condannato per abuso d’ufficio, condanna in primo grado per peculato prescritta.
Nessa Pasquale (sen Pdl): rinviato a giudizio per concussione.
Nespoli Vincenzo (sen Pdl): indagato per concorso in scambio elettorale, concorso in bancarotta fraudolenta e concorso in riciclaggio. Richiesta di arresto respinta dal Senato.
Paravia Antonio ( arrestato per tangenti, poi prescritto.
Papa Alfonso (dep Pdl): accusato di concussione, favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta sulla P4.
Papania Antonino (dep Pd): patteggia accusa per abuso d’ufficio.
Pili Mauro (dep Pdl): indagato a Cagliari per peculato.
Pini Gianluca (dep Lega): indagato per millantato credito.
Pittelli Giancarlo (dep Misto – eletto Pdl): indagato per associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e “appartenenza a loggia massonica segreta o struttura similare” e per minacce e lesioni a un collega avvocato.
Pistorio Giovanni (sen Misto): condannato dalla Corte dei conti per danno erariale.
Porfidia Americo (dep Misto – eletto Idv): rinviato a giudizio per tentata estorsione e favoreggiamento.
Rigoni Andrea (dep Pd): condanna in primo grado per abuso edilizio, poi reato prescritto.
Rizzoli Melania (dep Pdl): indagata per concorso in falso.
Romano Francesco Saverio (dep misto – eletto Udc): indagato per corruzione.
Rosso Roberto (dep Pdl): indagato per associazione a delinquere.
Russo Paolo (dep Pdl): indagato per violazione della legge elettorale.
Rutelli Francesco (sen Misto): condannato per danno erariale dalla Corte dei conti.
Savino Elvira (dep Pdl): indagata per concorso in riciclaggio.
Scajola Claudio (dep Pdl): indagato per la casa vicino al Colosseo pagata dall’imprenditore Diego Anemone.
Scapagnini Umberto (dep Pdl): condannato in primo grado a 2 anni e 6 mesi per abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale.
Scelli Maurizio (dep Pdl): condannato a pagare 900 mila euro per irregolarità nell’acquisizione di servizi informatici.
Sciascia Salvatore (sen Pdl): condannato per corruzione alla Guardia di finanza.
Simeoni Giorgio (dep Pdl): indagato per associazione per delinquere e corruzione.
Serafini Giancarlo (sen Pdl): ha patteggiato una condanna per corruzione.
Speciale Roberto (dep Pdl): condannato dalla Corte di appello militare a 1 anno e 1 mese per peculato d’uso e abuso d’ufficio.
Stiffoni Piergiorgio (sen misto – eletto Lega) indagato dalla Procura di Milano per peculato.
Strano Nino (sen Misto – Fli): condannato in appello a 2 anni e 2 mesi per abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale
Tancredi Paolo (dep Pd): indagato per corruzione
Tedesco Alberto (sen Pd): indagato per turbativa d’asta e corruzione. La Camera dei deputati l’ha salvato negando l’autorizzazione all’arresto.
Tomassini Antonio (sen Pdl): condannato per falso.
Tortoli Roberto (dep Pdl): condannato in secondo grado a 3 anni e 4 mesi per estorsione.
Verdini Denis (dep Pdl): indagato per false fatture, mendacio bancario, appalti G8 L’Aquila, associazione a delinquere e abuso d’ufficio.
Vizzini Carlo (sen Pdl): condannato in primo grado per finanziamento illecito, si è salvato solo con la prescrizione. Era coinvolto nella maxi tangente Enimont. Indagato per favoreggiamento alla mafia.
Alcuni dati potrebbero essere cambiati rispetto a quelli riportati e nel caso saremo pronti a rettificarli essendo molti i processi in corso.
Altri ancora possono essere subentrati.
G. Calapà e C. Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
“QUI ALMENO UNO SU DIECI FA USO DI DROGA”…E C’E’ CHI TORNA A INVOCARE I TEST PER TUTTI
Piegano la bocca all’ingiù e rispondono tutti con uno scenografico «Mah», i senatori della
Repubblica italiana.
Quel direttore delle Poste interne di Palazzo Madama, due accoglienti uffici vicino all’ingresso principale, non lo aveva mai visto nessuno.
Anche la foto, a scrutarla bene, non dice loro niente.
«Io ho sempre trattato con una donna», dice Marco Stradiotto, del Pd. «Magari lui stava dietro. E poi, sono tra quelli che hanno fatto l’esame del capello, quando lo propose Giovanardi. Droga qui? Ma non vede? Hanno una certa età , sono così tranquilli».
Con lui, Francesco Sanna: «Mi pare che non ci sia il mercato ideale. Mai viste nei bagni piste dimenticate. O forse dovremmo diffidare dei colleghi anziani troppo arzilli?».
E Nicola La Torre, addirittura, «macchè droga, qui vogliamo chiedere di mettere le sputacchiere».
Ad attraversare gli assopiti corridoi del Senato, sui soffici tappeti rossi nel torpore di un martedì pomeriggio, tutto verrebbe da pensare tranne che alla cocaina.
Eppure, in mezzo all’incredulità dei più, c’è un senatore che – anonimo – rivela all’agenzia Dire: «Qui il dieci per cento di noi si droga».
E c’è il leghista Roberto Calderoli che prende la parola in aula per invocare le perquisizioni: «Se il presidente del Senato vuole escludere qualunque tipo di coinvolgimento dell’istituzione che presiede in un fatto di questa gravità , dovrebbe disporre un ordine per consentire il pieno accesso agli operatori di polizia giudiziaria ».
Che al Senato di norma non possono entrare, spiega Luigi Zanda, secondo cui Ranaldi «potrebbe essersi sentito protetto dall’ambiente».
Già , l’ambiente.
Fuori dall’aula, davanti a un succo di frutta, Calderoli spiega: «Non credo che negli uffici del Senato possano trovare qualcosa che vada oltre l’uso personale, ma non so cosa facesse e chi fosse questo signore: bisogna guardare dove poteva custodire qualcosa».
Le pare credibile, il dieci per cento di senatori che fa uso di cocaina?
«Mi sembra poco!».
Fuori i nomi, verrebbe da dire. Nessuno va al di là delle battute.
Al limite, come Pancho Pardi, ricordano «quell’ex sottosegretario (Miccichè n.d.r.) che la droga se la faceva portare perfino in ufficio.
“Però i senatori, supposto che ne facciano uso, non credo vengano ad acquistarla alla posta». Elio Lannutti ha portato ai colleghi i risultati tossicologici di quando fece il suo esame del capello, «Cattedra di tossicologia forense», si legge sull’intestazione: ha invitato tutti a fare l’antidoping.
Proposta che, ufficialmente, fanno Raffaele Lauro del Pdl e Alberto Filippi di Coesione Nazionale: «Dobbiamo dimostrare trasparenza con i test antidroga».
Per ora, nessuno li prende sul serio.
Anche se Lannutti è categorico: «Se c’è uno spacciatore ci devono essere i consumatori. Io ho passato una vita a difendere un altro tipo di consumatori, ma questi non sono difendibili».
E lei? «Vengo da una cultura contadina, mai neanche uno spinello».
Il presidente della Commissione Affari Costituzionali, Carlo Vizzini, fa notare: «Non siamo più giovanissimi, potrebbe venirci un attacco di cuore. Quelle sostanze sono dei vasocostrittori, ti costringono a bere per dilatare… non fa proprio per noi. Io poi sono talmente drogato di legge elettorale che non potrei assumere altre sostanze».
«La politica è sangue e merda – il prodiano Silvio Sircana cita Rino Formica – recentemente, è cambiato il mix».
Di questo, hanno tutti paura. Del discredito, del sospetto. «Siamo circondati», «Piove sul bagnato », «Mala tempora currunt», sono le frasi che si rincorrono.
La vicepresidente leghista Rosy Mauro vestita di nero non vuole fermarsi neanche a parlarne. Marco Follini chiede: «Come ci si difende dalle cose da cui non si è nemmeno sfiorati?».
Poi però arriva Stefano Pedica, Idv: «Secondo i commessi quel direttore era stato indicato da un altro presidente del Senato». In passato, quindi. Voci. Sospetti.
E Lucio d’Ubaldo, Pd, che a sera dice con una risata rassegnata: «Ma come non l’hanno mai visto? Davvero hanno detto tutti così? Ma se parlava con tutti!». Tutti? «Tutti. Lo conoscevamo, sa come si fa: “Buongiorno. Come stai?”. Era gioviale, certo non il solito romano con l’abbraccio e il bacino, veniva sempre in giacca e cravatta, distinto. Aperto però, e soprattutto, appassionato di politica. Voleva sempre sapere, chiedeva quel che succedeva». D’Ubaldo è convinto che non c’entri niente, che abbia fatto un errore, che qualcuno lo volesse incastrare.
«In tanti anni uno qualche elemento doveva pur ricavarlo, e invece davvero, non avevo ragione di credere a una cosa del genere. E non credo possa essere concepibile che qui ci fosse un giro di spaccio».
Nessuno lo ricorda, però, il direttore delle Poste: un viso troppo comune, un caso di amnesia collettiva?
Ride e allarga le braccia. «Ma che non conosci la signora che sta qui alla cassa? Sono codardi. La verità è che sono codardi».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
BOCCIATE LE PROPOSTE PER RENDERE PUBBLICI E CERTIFICARE I CONTI
La prima diga è dunque stata abbattuta e non è stato facile. 
I gruppi parlamentari della Camera dovranno rendere pubblico il bilancio, che sarà certificato da un soggetto esterno.
Per la prima volta sapremo come viene spesa anche questa fetta di finanziamento pubblico dei partiti.
Ci si attende adesso il crollo della seconda diga. Quella del Senato.
Che cosa farà la Camera alta?
L’assemblea di Palazzo Madama si è sempre tenuta accuratamente alla larga da questo problema, del quale il suo attuale presidente, a differenza di Gianfranco Fini, ha esperienza diretta.
Per otto anni Renato Schifani è stato infatti il capo del gruppo parlamentare di Forza Italia a Palazzo Madama.
E negli ultimi tempi, da presidente dell’assemblea, non ha lesinato appelli alla trasparenza.
«La politica» ha dichiarato pubblicamente il 26 maggio scorso alla festa della polizia a Padova, «deve saper ricomporre il divario con la gente e non soltanto a parole. Essere vicina agli italiani significa soltanto un verbo: fare presto e bene, uscendo dal tunnel nebuloso e mostrando di aver capito, di voler andare avanti nel pieno rispetto delle norme e della trasparenza».
Finora, però, nessuno è riuscito a fare breccia nel muro impenetrabile che copre i finanziamenti ai gruppi parlamentari del Senato.
Il 3 agosto dello scorso anno, durante la discussione sul bilancio interno, sette senatori del Partito democratico fra i quali, oltre al tesoriere del gruppo Vidmer Mercatali c’era anche quello della Margherita Luigi Lusi finito poi nei guai giudiziari per la distrazione dei rimborsi elettorali del partito di Francesco Rutelli, presentarono un ordine del giorno che avrebbe condizionato l’erogazione dei contributi «alla presentazione del bilancio, alla sua certificazione in forme opportune e alla sua pubblicità sul sito internet del Senato».
Respinto.
Come bocciato fu pure un altro ordine del giorno analogo presentato dai dipietristi che mirava a obbligare i gruppi alla «rendicontazione annuale dei contributi loro assegnati» e alla «pubblicità di tale rendicontazione».
Il primo agosto scorso, un ordine del giorno simile a questo, partorito sempre dall’Italia dei Valori, ha invece avuto il parere favorevole dei questori.
Ma poi non è successo niente.
I bilanci sono così rimasti segreti. E non parliamo di pochi denari.
Nel 2012 le previsioni assestate indicano una cifra superiore a quella pubblicata ieri dal Corriere.
Si è arrivati a 38 milioni 350 mila euro, 750 mila euro in più rispetto al 2011. È una somma superiore anche a quella stanziata dalla Camera (quest’anno circa 35 milioni) ma perchè a differenza di Montecitorio comprende anche 16,2 milioni destinati ai collaboratori, che a Palazzo Madama vengono assegnati ai gruppi.
I soldi utilizzati per il funzionamento dei gruppi parlamentari del Senato ammontano così quest’anno a 22 milioni 150 mila euro, vale a dire 69 mila euro in media per ogni seggio, compresi i senatori a vita, contro i 55.550 euro della Camera.
Con quei denari si pagano per esempio i dipendenti.
Ma anche, e qui sta uno degli aspetti forse di maggiore sensibilità , le indennità aggiuntive per i senatori che ricoprono cariche all’interno del gruppo: il presidente, i suoi vice, i componenti del direttivo e altri ancora.
Senza un bilancio, siccome ogni formazione politica decide in autonomia il livello di questi bonus, non se ne possono conoscere pubblicamente le entità .
Nè sapere in quali forme queste indennità vengono erogate.
E la cosa, trattandosi di fondi pubblici distribuiti a persone che ricoprono cariche elettive, è francamente curiosa.
Di più. I gruppi parlamentari sono di fatto vere e proprie associazioni, assimilabili a quelle private non registrate.
Per le quali, è vero, la pubblicazione del bilancio non è obbligatoria.
C’è solo un piccolo particolare, sempre lo stesso: maneggiano soldi dei contribuenti. Il che rende ancora più impellente la necessità di far cadere il velo che finora non consente di sapere come quei gruppi impiegano i contributi.
Soprattutto dopo quello che è saltato fuori al consiglio regionale del Lazio, dove con quei soldi non si pagavano soltanto i conti astronomici del ristorante o si acquistavano lussuose Bmw X5, ma c’era perfino chi ci comprava un quintale e mezzo di mozzarella di bufala, a giudicare dalle ricevute di un caseificio sulla via Casilina.
Ecco perchè ora ci aspettiamo che dopo la Camera anche il Senato imponga la trasparenza dei bilanci dei gruppi parlamentari.
Con la stessa regola del controllore esterno, per favore.
Come dimostra il caso di Montecitorio, la storia che questo lederebbe l’autodichìa, cioè il principio di autonomia del Parlamento, non sta in piedi.
La cosiddetta autodichìa riguarda l’istituzione, non associazioni private al suo interno. La dimostrazione?
Spiegano gli esperti, che mentre le controversie fra i dipendenti del Parlamento e l’amministrazione delle due Camere viene regolata da organi interni, le cause fra il personale dei gruppi parlamentari e i gruppi stessi finiscono davanti al giudice ordinario.
Più chiaro di così…
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile
“DATEMI UN SEGGIO, MI PIACE LAVORARE A MONTECITORIO, SONO NELLA TOP 200”
«Ho 64 anni e ho ancora voglia di lavorare, chi si ferma è perduto…».
Antonio Razzi, il deputato-emigrante che durante la compravendita del 2010 tradì nottetempo Di Pietro per Berlusconi, salvando il governo moribondo del Cavaliere, spera di poter essere ancora utile al Paese.
In effetti di persone utili c’è bisogno in Italia.
(Ridacchia) «Se fa bisogno so disponibile, se invece non faccio più bisogno… nella classifica della produttività di Montecitorio sono nei primi 200, interrogazioni, interpellanze, presenze. Ahò, non sarò laureato, ma mi sono difeso».
Più che difendersi dicono che lei si fece comprare.
«Non è vero! Anche a casa mia, a Pescara, me lo rinfacciano quando esco per strada. “Razzi di qua, Razzi di là ”. Ma non sanno niente, non sanno la storia. Si leggano “Le mie mani pulite”».
Cos’è?
«Il libro presentato con Berlusconi».
Perchè? Lei ha pure scritto un libro?
«Bravo! Sa quanti complimenti ho ricevuto, da colleghi di destra e di sinistra? “Ma che bella storia”, dicevano. Salvando Berlusconi io ho salvato gli italiani, ne sono fiero».
In cambio di una ricandidatura sicura?
«Non è vero neanche questo. C’era in quei mesi la guerra civile in Libia, andare al voto sarebbe stata una catastrofe: questo mi fece riflettere».
Ma se in un celebre fuorionda confessò che l’aveva fatto per non perdere la pensione.
«Tutti i cittadini spero di arrivare alla pensione, e di godersela».
Gli elettori non hanno goduto tanto.
«Non ho tradito un bel niente. Chi mi critica si faccia prima 40 anni di emigrazione all’estero come ho fatto io in Svizzera. Ci andai a 17 anni, non sapevo una parola di tedesco, in fabbrica si parlavano 37 lingue diverse, partii per starci un’estate, comprarmi la vespa, perchè volevo conquistare delle ragazze al mio paese, invece scoprii che lassù la vespa non serviva: di ragazze ce ne avevo a bizzeffe».
Un povero emigrante.
«Vuole la verità ? Quando arrivai alla Camera manco sapevo cos’era sta pensione, sentivo i colleghi che ne parlavano, allora un giorno ho preso coraggio: “Spiegate anche a me…”».
Ha salvato Berlusconi e pure il vitalizio…
«Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo: lui vuole un’Italia moderna. Tempo fa ho parlato al Parlamento di Londra…».
Ha parlato alla Camera dei Comuni?
«Io giro il mondo… Ecco a Londra ho detto che l’Italia è conosciuta per tre cose: la Ferrari, la Maserati e Berlusconi».
E come l’hanno presa?
«Si sono messi a ridere».
Come sta il suo amico Scilipoti?
«Sta seduto accanto a me, spesso butta lì che farà una sua lista, ma è riservato, non mi dice granchè».
In Parlamento succede proprio di tutto.
«Esperienza fantastica! La consiglio a tutti i giovani».
I giovani in Italia se la passano male.
«Voglio dire è fantastico poter lavorare per il Paese, per il prossimo…»
E per se stessi…
«Ancora? Mo’ la devo lasciare, che mannaggia sto nu poco raffreddato. Quand’è che esce quest’intervista?».
Concetto Vecchio
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Settembre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
I QUESTORI: “NON CE LO POSSIAMO PIU’ PERMETTERE”… MA SI CAMBIERA’ SOLO NEL 2014
Il pranzo è servito. E pagato. Almeno per metà prezzo lo offriranno, ancora per un bel po’, le
casse della Camera.
Venti euro per un pasto completo a carico del deputato, altri 18 euro li integra l’amministrazione di Montecitorio attingendo al capitolo “ristorazione”.
Un andazzo non sostenibile, alla luce del giro di vite imposto al bilancio che sarà approvato il primo ottobre.
Ne prendono atto i questori del Palazzo che in questi giorni hanno approvato la deliberazione con cui si cambia registro.
O meglio, si impegnano a cambiarlo. Ma dal 2014.
Il provvedimento avvia le procedure per l’affidamento in concessione del servizio di self service che dovrà prendere il posto dell’attuale, costoso (non per gli onorevoli e i giornalisti che lo frequentano) ristorante.
Ma la procedura è lunga.
Perchè la burocrazia, anche quella parlamentare, necessita dei suoi tempi.
Il nuovo regime entrerà in vigore nel 2014, quando si stima «un risparmio annuo di 2,5 milioni di euro», si legge nella deliberazione del collegio dei questori del 12 settembre.
«Il sistema di compartecipazione al prezzo del pasto sarà rivisto – continua il provvedimento – prevedendo in ogni caso, per i deputati, che il pagamento delle consumazioni presso il self service sia a totale carico degli stessi».
Ma è un avviso a futura memoria, gli attuali parlamentari potranno dormire (e mangiare) tranquilli.
Il fatto è che la «compartecipazione» al pasto costa davvero tanto, troppo, per tempi di magra.
A scorrere il bilancio interno che la settimana prossima sarà approvato dall’Ufficio di presidenza e di cui Repubblica è venuta in possesso, si scopre infatti che in questo 2012 la Camera prevede di incassare dalla ristorazione più o meno quanto l’anno scorso, ovvero 1 milione 130 mila euro.
Ma spenderà 4 milioni 545 mila (uno in meno rispetto al 2011): vuol dire che occorreranno tre milioni e mezzo per integrare i pasti e garantire comunque l’alto standard della ristorazione a prezzi “pop”.
Risotto alla pescatora e salmone con patate lesse e bevanda a 20 euro, stesso prezzo per un filetto, un contorno e una frutta, 5 euro una pasta con vongole e bottarga, per fare qualche esempio.
Ristorazione a parte, il bilancio di previsione 2012 della Camera – messo solo adesso nero su bianco per adeguarlo alla spending review montiana – è all’insegna del lacrime e sangue.
Cinquanta milioni di euro l’anno di risparmi per il 2013-14-15.
Tutto connotato dal segno meno? Quasi.
Dimezzati dal 2013 i contributi in favore del Circolo Montecitorio, frequentato sul Lungotevere da deputati (pochi) e dipendenti e funzionari (molti), e quelli per la Fondazione della Camera, guidata per cinque anni dall’ex presidente.
Pro tempore da Bertinotti, dal prossimo anno da Fini.
I bilanci della Fondazione saranno inviati in virtù del nuovo statuto alla Corte dei conti.
Detto questo, resta invariato il capitolo «rimborso spese di viaggi ai deputati»: 8,5 milioni di euro nel 2012.
E quello destinato ai viaggi degli ex deputati (anche loro con benefit): 800 mila euro. Uguale allo scorso anno l’esborso per la manutenzione ordinaria degli edifici della Camera (13,8 milioni di euro) e per la telefonia mobile ad appannaggio di onorevoli e funzionari (550 mila euro l’anno).
Stesso discorso per la buvette: anche nel 2012 costerà 540 mila euro.
In calo minimo dopo anni i «servizi di pulizia» 6 milioni 930 mila euro (anzichè i 7 milioni), la lavanderia di palazzo con 60 mila euro (anzichè i 70 mila).
Si dimezza la spesa per l’acquisto di giornali e periodici, che passa da 590 mila a 300 mila euro.
Quasi centomila euro in meno per carta e cancelleria dopo le polemiche dei mesi scorsi (920 mila euro).
È stato invece raggiunto a Montecitorio ieri mattina, dopo settimane di braccio di ferro, un accordo con i sindacati dei dipendenti con cui passano i tagli da 13,2 milioni l’anno a carico del personale.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Settembre 21st, 2012 Riccardo Fucile
IN ATTESA DELL’AEREO IN ARRIVO DI NANIA E DI QUELLO IN PARTENZA DI ROSI MAURO
Per riprendermi dalle foto del toga party laziale — deputate travestite da ancelle e maiali
travestiti da maiali — sentivo il bisogno di rifugiarmi in un’istituzione seria, il Senato della Repubblica.
Ieri quell’augusto consesso si occupava di violenza sulle donne.
Nell’accostarmi al dibattito, trasmesso dalla tv parlamentare, mi domandavo quali mozioni ed emozioni avrebbero prevalso.
In realtà la domanda che avrei dovuto pormi era un’altra: a che ora sarebbe atterrato l’aereo del vicepresidente Nania.
L’uomo incaricato di presiedere la seduta, Nania appunto, era infatti ancora all’aeroporto di Catania per un ritardo di cui ha subito incolpato il ministero dei Trasporti.
Ingenuamente mi sono chiesto cosa ci facesse il vicepresidente del Senato a Catania di giovedì. Già il Parlamento funziona due giorni e mezzo alla settimana.
Sarà troppo pretendere che almeno quelle sessanta ore i nostri stipendiati le trascorrano a Roma nel luogo di lavoro?
In attesa del decollo di Nania, sullo scranno presidenziale è salita Rosy Mauro, che dopo lo scandalo della Lega si è dimessa da vicepresidente vicario, però non da vice semplice.
La capisco: i distacchi vanno centellinati.
Ma anche lei aveva un aereo in partenza e così «per impegni urgenti e improrogabili» (qualche laurea all’estero?) una donna ha sospeso la seduta dedicata alla violenza sulle donne.
Dopo mezz’ora di buio istituzionale senza precedenti è dovuto accorrere il presidente Schifani, interrompendo un incontro coi beagle della Brambilla.
Sto cercando una battuta per chiudere, ma dalla disperazione mi è caduta la testa sulla tastiera. La rialzerò appena atterra Nania.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
VINCE FINI: DOPO GLI SCANDALI E LE POLEMICHE, I DEPUTATI TENTANO LA VIA DELLA TRASPARENZA…IL CONTROLLO TERZO SUI BILANCI PASSA ALL’UNANIMITA’
Nessun controllo esterno sui bilanci dei gruppi parlamentari. Ma era ieri.
Dopo le polemiche oggi la Camera, come del resto aveva auspicato il presidente Gianfranco Fini, ha votato all’unanimità perchè ci sia una verifica esterna.
I bilanci dei gruppi della Camera quindi saranno sottoposti al controllo di società di revisione esterne come stabilito dalla giunta per il Regolamento di Montecitorio.
Nel corso della riunione, a quanto si è appreso, si è deciso di approvare il testo dei relatori Gianclaudio Bressa (Pd) e Antonio Leone (Pdl) e integrarlo con il principio della verifica dei bilanci dei gruppi tramite una società esterna.
La riunione della giunta è stata sospesa dopo circa un’ora e aggiornata alle 15.30 per redigere il nuovo testo integrato del regolamento.
In ambienti parlamentari si parla dell’ipotesi di individuare un’unica società esterna che sarebbe scelta dall’ufficio di presidenza della Camera attraverso attraverso una gara.
”Ho apprezzato molto questa nuova posizione di trasparenza che ha intrapreso il presidente Fini. Penso però – afferma il deputato del Pdl, Guido Crosetto – che il percorso verso la trasparenza passi non attraverso la certificazione dei bilanci dei gruppi, ma attraverso una cosa più seria: la pubblicazione su internet di tutte le spese anche della stessa Camera e dei gruppi. Così magari tutti i cittadini e gli stessi parlamentari, ai quali oggi non è consentito, potranno verificare singolarmente ogni spesa effettuata con denaro pubblico”.
Ma sul provvedimento votato non tutti erano d’accordo: “Sono nettamente contrario. Per quale motivo dobbiamo farci controllare dall’esterno?” diceva questa mattina il senatore del Pdl, Altero Matteoli.
“Noi dobbiamo dimostrare di saperci controllare da soli, senza bisogno di metterci nelle mani degli altri. Non facciamo demagogia. Fini sbaglia a dire che ci devono controllare gli altri. Dobbiamo controllare da soli e dimostrare alla pubblica opinione che i soldi che percepiamo per il funzionamento della politica sono spesi bene e proprio per questo fine”.
Diciamo un Matteoli in versione umoristica
La Lega, partito stravolto dallo scandalo sui fondi usati dalla famiglia Bossi, invece avrebbe voluto andare anche oltre la verifica esterna.
Non basterebbe un controllo puramente contabile dei bilanci dei gruppi parlamentari da parte di una società di certificazione esterna, ma servirebbe anche un “codice di principi con le spese ammissibili” redatto dalla Corte dei Conti secondo il capogruppo del Carroccio, Giampaolo Dozzo.
Domanda spontanea: perchè non hanno pensato prima?
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL NO ALLA CERTIFICAZIONE ESTERNA DEI BILANCI DEI PARTITI: UNA DELLE PAGINE PIU’ SQUALLIDE DELLA STORIA DELLA REPUBBLICA
La classe dirigente al crepuscolo ha vissuto ieri un’altra delle sue surreali giornate. La Giunta per il regolamento della Camera ha respinto la proposta del presidente Fini di affidare la certificazione dei bilanci dei gruppi parlamentari a una società esterna. Perchè scomodare degli estranei quando gli onorevoli deputati possono giustificare le proprie magagne benissimo da soli?
Tanto più che la certificazione esterna li obbligherebbe a garantire la tracciabilità delle spese.
Addio a contanti e fuori busta, e instaurazione della dittatura delle ricevute e delle carte di credito.
Una scelta da Paese civile, quindi oltremodo antipatica ma fortunatamente scongiurabile, a patto che il controllo venga lasciato a chi ha davvero i titoli per esercitarlo: i controllati.
Naturalmente non è questa motivazione prosaica ad avere impreziosito le relazioni dei membri della Giunta.
Essi hanno preferito appigliarsi alla Costituzione, alla democrazia e alla libertà .
Ma appena il frutto delle loro cogitazioni è finito sulle agenzie di stampa è scoppiato il pandemonio.
I più lesti ad accorgersene sono stati due democristiani — Casini dell’Udc e Franceschini del Pd — che fiutando la rabbia degli elettori di centro e di sinistra si sono affrettati a smentire i propri rappresentanti in Giunta, dicendo che mai e poi mai avrebbero accettato una simile riforma consociativa e che anzi si sarebbero adoperati per fare certificare all’esterno i bilanci dei loro gruppi parlamentari.
Nessun segnale apprezzabile è venuto invece dal Pdl, nonostante i suoi elettori siano persino più arrabbiati degli altri.
Il partito che fu di Berlusconi ha preferito osservare l’ennesimo minuto di silenzio in morte di se stesso.
Alla fine il nuovo strappo fra Palazzo e Paese è stato in parte scongiurato e, fra un inciampo e un tentennamento, la Casta continua la sua opera di redenzione fuori tempo massimo.
Cavour ammoniva che le riforme vanno fatte un attimo prima che i cittadini ne avvertano l’esigenza.
Invece l’autoriforma della politica sta avvenendo in ritardo, a singhiozzo, e solo per il costante stimolo dell’opinione pubblica.
Appena giornali e associazioni si distraggono un attimo, quelli ci riprovano.
E quando la magistratura scoperchia gli scandali come alla Regione Lazio, imponendo uno scatto quantomeno di dignità , alle promesse iniziali di sfracelli seguono brodini caldi che ancora qualche tempo fa ci sarebbero apparsi saporiti, ma adesso risultano inesorabilmente sciapi.
Se Renata Polverini avesse bloccato la proliferazione (con relativi benefit) dei gruppi consiliari composti da una sola persona o avesse tagliato le ventotto auto blu del garage laziale quando tutti glielo chiedevano, avrebbe raccolto consensi.
Oggi che di auto ne toglie ventitrè, i cittadini non applaudono.
Semmai guardano con dispetto alle cinque rimaste, immaginando che serviranno a saziare i bisogni mobili del presidente del Consiglio regionale Abbruzzese, quel tizio impermeabile alla vergogna che ha dichiarato al nostro giornale di avere urgente necessità di due vetture sovvenzionate dai contribuenti, una per muoversi a Roma nel corso della settimana e l’altra per curare il collegio elettorale di Cassino durante il weekend.
La sensazione è che, malgrado gli sforzi dei politici più avveduti, all’opera anche ieri, il rapporto di fiducia fra questa classe politica e il Paese sia saltato definitivamente. Ormai basta un equivoco o un dettaglio sospetto — il classico capello sulla giacca che allarma la moglie più volte tradita, dunque diffidente — perchè il disgusto, la nausea e la disistima tornino a prendere il sopravvento.
Il ricambio della nomenclatura di destra e di sinistra non è un capriccio populista, ma la condizione perchè gli italiani ricomincino a fidarsi dei loro rappresentanti.
Per tentare di restituire alla politica il prestigio perduto non è rimasto che un modo: cambiare le persone che la fanno.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE DILAGANO GLI SCANDALI DAL LAZIO ALLA LOMBARDIA, LA MAGGIORANZA ALLA CAMERA AFFOSSA LE CERTIFICAZIONI INDIPENDENTI SUI BILANCI DEI GRUPPI…MEGLIO TENERLI SEGRETI
Non è bastato Lusi. E men che meno Belsito e Fiorito. 
Gli scandali percorrono la casta senza soluzione di continuità . E la casta risponde. Blindandosi ancora. Attraverso il rifiuto di controlli esterni sull’uso dei fondi pubblici destinati proprio ai partiti.
Per l’ennesima volta un provvedimento che tenta di sollevare il velo di opacità sui bilanci dei gruppi parlamentari viene respinto da chi dovrebbe diventare oggetto del controllo; sempre i partiti.
Così, proprio mentre Mario Monti, dopo il caso Fiorito e su sollecitazione del Quirinale, studia un decreto per mettere un freno all’uso improprio dei fondi pubblici destinati alle forze politiche, arriva dalla Camera la prima doccia fredda: non ci sarà alcuna società di certificazione a sorvegliare i bilanci dei gruppi parlamentari di Montecitorio.
Bocciata, dunque, la proposta fatta da Gianfranco Fini di ottenere maggiore trasparenza — e disincentivare le violazioni — mettendo nelle mani di un unico soggetto terzo la certificazione dei bilanci.
I partiti, così, si “autocontrolleranno” attraverso un organismo, interno alla Camera, che sarà chiamato a visionare annualmente i rendiconti e di cui faranno parte sempre parlamentari dei vari gruppi. Pd, l’Udc, Idv e Lega sostengono che faranno comunque rivedere il bilancio da una società esterna, ma a questo punto tutto resta, in pratica, come prima: controllori e controllati verranno incarnati dai medesimi soggetti, i partiti.
Il presidente della Camera, promotore dell’iniziativa, non si è dato per vinto. E ieri, in conclusione di un acceso dibattito d’aula, si è augurato che la Giunta (che si riunisce oggi) torni alle origini approvando il primo testo esaminato, quando si parlava appunto di certificazioni esterne, ma sembra una speranza destinata a rimanere delusa. La stessa giunta, infatti, mercoledì scorso ha dovuto constatare che l’orientamento dei gruppi andava in direzione del tutto opposta ai desiderata di Fini in nome dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali.
Che è un problema non facile da superare, ma con la volontà politica di tutti i partiti si potrebbe fare e oggi si vedrà se la pressione di Fini avrà sortito al suo scopo.
Le speranze, tuttavia, sono poche.
Nel nuovo regolamento, che dovrebbe essere varato, si esplicita anche una questione che dovrebbe essere ovvia, ossia che i fondi non possono essere usati per scopi privati o estranei all’attività parlamentare, ma dopo gli scandali, la sottolineatura di questo aspetto non appare affatto una ridondanza.
Per il resto, tutto potrebbe restare ancora una volta come prima. I risultati sono noti.
E il segnale è comunque pessimo.
L’ennesimo sul fronte casta, registrato come molto negativo anche a Palazzo Chigi. Dove Monti sta appunto studiando un provvedimento (forse anche un decreto) per dare un “segnale forte” contro la dilagante pratica dell’uso illecito del pubblico denaro.
Il premier, infatti, non è rimasto affatto impermeabile al caso Fiorito, anche se un’indignazione più forte della sua Monti l’ha sentita dal Quirinale.
Di lì la scelta di varare rapidamente una misura per far capire che il governo non sta a guardare e che, soprattutto, non chiude un occhio davanti agli scandali per non essere coinvolto.
Nelle corde di Napolitano c’è da tempo una particolare sensibilità legata al rischio che gli scandali e le inchieste sulla corruzione della classe politica (e, ovviamente, non solo) possano alimentare “la tendenza al voto populista” (identificato per lo più nella figura di Grillo piuttosto che in quella del Cavaliere).
Ecco, dunque, che subito dopo il colloquio con Napolitano, il premier ha chiesto un impegno ai partiti della maggioranza (“Abc”) per trovare un”intesa, innanzitutto tra le forze parlamentari, sulla destinazione dei rimborsi elettorali.
E i partiti, a quanto si è appreso, si sono riservati di dare una risposta a breve, ma è indubbio che il percorso di Monti è in salita.
La determinazione del premier, però, è nota.
E in questo caso, il suo punto di riferimento resta il ‘rapporto Amato’. Oltre ad una ulteriore possibile riduzione dei fondi, sul tavolo c’è la questione del controllo delle risorse e l’eventualità che ci sia un organismo di controllo che certifichi le spese.
Cioè che sia certificato ogni capitolo di spesa, dai volantini ai filmati, dagli opuscoli alle manifestazioni elettorali.
Dove non c’è l’autodeterminazione alla legalità , dunque, potrebbe arrivare il governo. Il tutto potrebbe essere già pronto per il consiglio dei ministri di venerdì, ma molto dipenderà anche dall’eventuale escalation in Regione Lazio.
La Polverini, d’altra parte, ha già pronta una bella candidatura nelle file dell’Udc (che lei nega) e potrebbe non voler resistere a lungo alle spallate della giustizia sulla Pisana.
E anche per avere lumi a riguardo, Monti attende la determinazione della sua maggioranza.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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