Novembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
MAGLIE TROPPO LARGHE: TRA UN CENTINAIO DI PARLAMENTARI INDAGATI, CONDANNATI O PRESCRITTI, IL DECRETO ALLA FINE COLPIREBBE SOLO TRE SENATORI: CIARRAPICO, SCIASCIA E TOMMASSINI, TUTTI DEL PDL… NESSUN PROBLEMA DI INCANDIDIBILITA’ PER BERLUSCONI, COSENTINO, TEDESCO, BRANCHER E DELL’UTRI
C’è chi, come il Partito democratico, ha uno statuto che prevede l’incandidabilità per
rinviati a giudizio e beneficiari di patteggiamento.
Poi c’è chi, come Sel, si rifà al “codice Vendola”: qualsiasi condannato, anche in primo grado, anche a un solo giorno, non può diventare parlamentare.
Infine c’è il governo, che cerca di scrivere un decreto delegato per prevedere l’ineleggibilità dei condannati ma non riesce ad andare oltre l’esclusione di quelli giudicati in via definitiva.
E nemmeno di tutti: fuori dalle liste solo chi deve scontare pene superiori a due anni per reati contro la Pubblica amministrazione, tre per gli altri.
Entro la settimana il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, vuole “chiudere il cerchio” sulla delega ricevuta dalla legge anticorruzione per incassare il decreto prima delle regionali di gennaio.
Per farlo ha bisogno anche dell’aiuto dei suoi colleghi Filippo Patroni Griffi (Funzione pubblica) e Paola Severino (Giustizia).
Poi la bozza dovrà passare al vaglio del Parlamento che, entro 60 giorni, darà un parere obbligatorio ma non vincolante.
Di certo la valutazione non può essere negativa se le maglie restano così larghe e non viene escluso quasi nessuno.
Ma restano ancora alcune incognite.
La prima è sulla temporaneità dell’incandidabilità . Potrebbe infatti non essere per sempre ma commisurata alla lunghezza della pena.
Allo studio del Viminale c’è l’ipotesi di una riabilitazione politica. In Germania, per esempio, un anno di reclusione equivale a cinque anni di ineleggibilità .
In Francia è sempre un lustro il periodo di interdizione per i condannati per corruzione.
La seconda è sul patteggiamento. In Italia l’87% dei processi per corruzione finiscono con un accordo per una pena inferiore a due anni.
Cioè risulterebbero tutti eleggibili.
Per questo motivo la Cancellieri vorrebbe equiparare il patteggiamento alla pena definitiva. Ma giuridicamente è un salto mortale, difficilmente realizzabile. Infine c’è il problema dei reati.
La lista parla di quelli gravi e “di grave allarme sociale”. Ma non dei reati fiscali, per esempio, nè di quello di prostituzione minorile contestato a Silvio Berlusconi nel processo Ruby.
In un Paese in cui il Parlamento supera il centinaio di indagati, condannati o prescritti, si fa un decreto che ne colpisce solo tre, lasciando di fatto la situazione invariata.
“Quando si fa dipendere l’incandidabilità dalla sentenza passata in giudicato non si fa una buona cosa, dal punto di vista politico e da quello dell’anticorruzione, perchè una sentenza di primo grado vale molto — spiega il senatore del Pd Gerardo D’Ambrosio, ex procuratore capo di Milano — noi sappiamo che moltissime sentenze per reati di corruzione in Appello o in Cassazione vanno in prescrizione perchè nel 2005 c’è stata l’ex Cirielli che ha abbreviato notevolmente i tempi”.
Per il senatore D’Ambrosio, quindi, “dovrebbe essere sufficiente la sentenza di primo grado per determinare l’incandidabilità anche a causa delle condizioni della giustizia italiana.
Se c’è stata una sentenza in primo grado facciamo cadere questa presunzione di non colpevolezza almeno dal punto di vista politico.
Capisco che è contenuta nella nostra Costituzione però la Convenzione europea dei diritti dell’uomo fa cadere questa presunzione con la sentenza del primo giudice”.
à‰ dello stesso parere il governatore della Toscana, Enrico Rossi.
Nella sua Regione si vota con un sistema a liste bloccate simile al Porcellum, ma per scegliere i candidati si fanno le primarie: “La legge per l’incandidabilità dei corrotti deve parlare chiaro — dice Rossi — anche chi ha subito solo il primo grado di condanna per reati gravi deve star fuori dal Parlamento. Altrimenti non serve a nulla. Ve lo immaginate ritrovarci ancora con un candidato come Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa?”. La realtà , si sa, può andare oltre l’immaginazione: Dell’Utri, con questa legge, potrà ricandidarsi.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
ANNA MARIA CANCELLIERI ASSICURA CHE IL DECRETO SARA’ APPROVATO PRIMA DELLE PROSSIME ELEZIONI… DECADENZA DELLA CARICA IN CASO DI CONDANNA DEGLI ELETTI
Incandidabilità a tutte le cariche pubbliche per i condannati, ma anche decadenza
dall’incarico dell’eletto che viene successivamente condannato.
Il decreto legislativo sulla non candidabilità , meglio conosciuto come “liste pulite” è quasi pronto, come ha annunciato il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri: “Stiamo lavorandoci, ci sarà un incontro con i ministri Severino e Patroni Griffi probabilmente la prossima settimana per chiudere le ultime maglie di un documento che è in gran parte pronto”.
Alla domanda se in due settimane il testo potrà essere in Cdm, il ministro ieri replicava: “Prima lo concludo poi lo dico, ma sicuramente sarà pronto entro le elezioni”.
Certamente per le politiche, ma molto probabilmente anche per le regionali che, a fine gennaio, rinnoveranno i consigli di Molise, Lazio e Lombardia. .
Solo un mese fa il ministro della Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi aveva assicurato la disponibilità del governo: “C’è un impegno del governo ad attuare la delega in tempo utile perchè possa essere applicata alle prossime elezioni”.
Allo stato attuale, secondo le anticipazioni riportate oggi da alcuni quotidiani, il decreto comprenderà tutti gli incarichi elettivi, non solo Parlamento e Regioni, ma anche Parlamento europeo, consigli comunali, comunità montane , consorzi locali.
E pure aziende pubbliche, nella selezione dei profili manageriali e politici da inserire nei consigli di amministrazione.
Pur non trattandosi di carica elettiva, anche i membri del governo dovrebbero rientrare nelle regole previste dalla nuova normativa.
Gli incandidabili sarebbero i condannati per una pena fino a due anni di carcere, senza distinzione di reati: non solo furti, rapine o mafia, ma anche (e soprattutto) corruzione. Proprio su questo capitolo emerge il problema più rilevante, che suscita qualche reazione polemica: per ora il reato di prostituzione minorile (quello per cui è imputato Silvio Berlusconi nel caso Ruby) non è compreso tra quelli che comportano l’incandidabilità .
In ogni caso, sempre secondo la bozza, l’incandidabilità non sarà eterna, ma commisurata in base alla pena inflitta per i reati commessi.
Il minimo, comunque, sarà quello di una legislatura.
Il deterrente, che dovrebbe assicurare l’applicazione di questa legge già dalle prossime regionali, anche nel caso in cui non dovesse aver completato l’iter di approvazione, è legato al fatto che, in caso di condanna successiva all’elezione, l’incarico decadrebbe.
La legge delega contenuta nel ddl anticorruzione prevedeva che il governo adottasse “entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge un decreto legislativo recante un testo unico della normativa in materia di incandidabilità alla carica di membro del Parlamento europeo, di deputato e di senatore della Repubblica, di incandidabilità alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali e di divieto di ricoprire le cariche di presidente e di componente del consiglio di amministrazione dei consorzi, di presidente e di componente dei consigli e delle giunte delle unioni di comuni, di consigliere di amministrazione e di presidente delle aziende speciali”.
Quando il testo sarà presentato si capirà quanto sarà alta l’asticella posta dal governo tecnico all’esclusione di condannati dalle cariche pubbliche.
Allo stato occupano i seggi del Parlamento cento deputati tra indagati, condannati o prescritti.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
DE GREGORIO: “IO MOLLO”… DELL’UTRI: “PERSEGUITATO, MI RIPRESENTO”
Tutti d’accordo con la norma “liste pulite”. Dall’alto delle loro condanne, dei processi di primo e secondo grado, delle inchieste nelle quali si ritrovano invischiati.
Convinti che il repulisti tanto non riguarderà mai loro.
A tal punto che stanno tentando quasi tutti una nuova carica al Parlamento, da qui a qualche mese.
L’ultima black list ne elenca 26, di parlamentari comunque sotto il torchio della giustizia.
Su nessuno grava una condanna definitiva, se non in un paio di casi per diffamazione o reati minori.
A conti fatti, nella stagione di malapolitica 2008-2013, ad aver lasciato lo scranno in Parlamento per una condanna definitiva per reati gravi sono stati soltanto due.
L’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro e il deputato del Pid Giuseppe Drago.
E gli altri?
Marcello Dell’Utri sta ancora valutando il da farsi, “dipende se proseguirà o meno la persecuzioni alla quale sono sottoposto da anni”.
Non intende rinunciare al suo posto in Parlamento Nicola Cosentino, come ha già fatto sapere al partito e ai suoi, d’altronde è appena sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa e sotto un’altra per falso e riciclaggio, ne è stato chiesto l’arresto respinto dalla Camera.
Il senatore Pdl Sergio De Gregorio getta invece a sorpresa la spugna. Ha scritto nei giorni scorsi una lettera a Silvio Berlusconi per comunicarlo e sponsorizzare la ricandidatura al suo posto di un “delfino” degli “Italiani nel mondo”. “Ma lo faccio a prescindere dalla norma anticorruzione e dalla mia vicenda giudiziaria che chiarirò nelle sedi opportune, dimostrando la mia innocenza” sottolinea.
Pochi mesi fa l’ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei suoi confronti dalla procura della Repubblica di Napoli per presunta appropriazione indebita di 20 milioni di euro di finanziamenti al quotidiano “L’Avanti!”.
Altri procedimenti per riciclaggio, favoreggiamento della camorra, false fatturazioni, ma non lascia per quello.
La sua, scrive ad Alfano e Berlusconi, è una “scelta sofferta fatta per motivi di opportunità , in linea col codice etico applicato per la composizione delle liste dei candidati in Sicilia”, che pone il limite del rinvio a giudizio.
Alfonso Papa, unico che in carcere c’è finito davvero un anno fa, coglie l’occasione per lanciare un appello al “suo” pm Woodcock: “Troppo impegnato e mi impedisce di arrivare a sentenza entro il termine della legislatura “.
La norma sui condannati la ritiene necessaria.
Ce l’ha piuttosto con il presidente Fini che sponsorizza una restrizione a carico dei semplici rinviati a giudizio. “Quella la trovo profondamente incivile: l’azione penale ha alto grado di fallibilità da queste parti”.
L’ex sottosegretario (per pochi giorni) Aldo Brancher, condanna definitiva per ricettazione e appropriazione indebita a due anni, taglia corto: “La legge va rispettata, se ci sarà , la rispetteremo, ma io non fatto nulla contro la pubblica amministrazione, e non ho altro da aggiungere”.
Maurizio Grassano, condanna per truffa aggravata ai danni del comune di Alessandria, deputato dei Responsabili dice che aspetta “da due anni l’appello” e se arrivasse la condanna anche lì, rinuncerebbe.
“Nonostante tutto sarei d’accordo con la norma Cencellieri, a patto che dopo aver scontato la pena in carcere si possa tornare a esercitare i propri diritti. E tornare pure in Parlamento”
Giampiero Catone, ex sottosegretario del governo Berlusconi, condannato a otto anni per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e bancarotta fraudolenta. “Ho già avuto due assoluzioni e ho fatto istanza al presidente del tribunale per avere l’appello prima della fine della legislatura”.
Perchè lui a far politica ancora ci tiene, del resto, la prescrizione in ogni caso spazzerà tutto via il 20 gennaio.
“Se mi condannano però mi ritiro – assicura – e sa che le dico? Che la norma Cancellieri io alla Camera la approvo”.
Mario Borghezio è parlamentare ma a Bruxelles, condannato in via definitiva per l’incendio del primo luglio 2000 in un accampamento di extracomunitari.
“D’accordo” pure lui sul repulisti, ma “la storia non mi riguarda, non rientro tra i reati gravi, al limite potrei essere inserito nell’albo dei piromani”.
E ride.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Novembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA RIDUZIONE DEGLI ONOREVOLI ALLA LEGGE SUI BILANCI DEI PARTITI…LE NORME ARENATE IN PARLAMENTO
«Abbiamo lavorato per anni a vuoto», allarga le braccia il senatore dell’Idv Francesco
«Pancho» Pardi.
Ricordate la riduzione del numero dei parlamentari? Sembrava che non ci fosse missione più importante. Perfino i duellanti del Partito democratico, Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani, divisi praticamente su tutto, erano concordi.
In Senato era stata raggiunta addirittura un’intesa. Non certo il dimezzamento dei seggi che praticamente chiunque aveva promesso, bensì una più potabile (per i partiti, naturalmente) sforbiciata del 20 per cento.
Si sarebbe passati dagli attuali 945 a 762 parlamentari: 508 deputati e 254 senatori. «Non c’è alcun dubbio», giuravano ancora a giugno Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello dal quartier generale del Popolo della libertà .
«La riduzione del numero dei parlamentari verrà approvata, in tempi brevissimi e con il voto convinto del Pdl che sul punto non si è spostato di una virgola».
Peccato che proprio la forzatura sulla proposta di riforma costituzionale semipresidenzialista, fortemente voluta da Pdl insieme alla Lega Nord, abbia fatto saltare tutto.
La riduzione del numero dei parlamentari è arenata in Senato. Più che arenata: morta e sepolta.
«Ho fatto quello che potevo, ma da solo non potevo riuscire. Più volte ho chiesto lo stralcio della norma che prevede il taglio, ma poi le decisioni vengono prese a maggioranza. Per me è un grande rammarico. Un’altra delle promesse non mantenute in questa legislatura», ha ammesso il presidente della Camera Gianfranco Fini parlando con Zapping duepuntozero di RadioRai.
Rammarico comprensibile.
Ma non può non sorgere il sospetto che sotto sotto quel taglio in realtà pochissimi lo volessero sul serio.
Diciamo la verità ? Le poltrone a disposizione dei partiti stanno drasticamente diminuendo, sotto la pressione dell’opinione pubblica: meno posti di sottogoverno, meno consiglieri regionali, forse anche meno Province e meno società dove collocare parenti, amici e trombati.
Se poi ci aggiungiamo l’irruzione sulla scena di un soggetto come il Movimento 5 stelle, che dopo aver conquistato il comune di Parma è diventato il primo partito in Sicilia, il quadro è completo.
I seggi parlamentari sono preziosissimi, chi ha il coraggio di rinunciarvi?
Come sempre, la Sicilia fa da modello: l’anticipo delle elezioni ha consentito di evitare che il taglio dei deputati regionali siciliani si completasse, salvando così quei 20 posti che nel caso in cui la legislatura si fosse chiusa regolarmente sarebbero quasi certamente saltati. Il 28 ottobre si è votato dunque per eleggere i soliti 90 consiglieri anzichè i 70 previsti dalle nuove norme nazionali che non sono state recepite in tempo dalla Regione siciliana (causa le provvidenziali dimissioni del governatore Raffaele Lombardo con simultanee elezioni).
L’elenco di quelle «promesse non mantenute» cui fa riferimento Fini, del resto, è piuttosto corposo.
Insieme al taglio dei parlamentari è defunta, per esempio, anche quella parte di riforma costituzionale che avrebbe messo fine al bicameralismo perfetto: altra cosa sulla quale tutti, a parole, sono d’accordo.
Che dire poi delle Province? Il governo di Mario Monti le vuole ridurre a 51 per decreto.
Ed è certo che per quel provvedimento il passaggio parlamentare non sarà una passeggiata.
Ma nessuno ricorda che ancora non è risolta la questione più importante.
Parliamo dell’abolizione del livello elettivo, quello dei Consigli provinciali. Inizialmente il decreto salva Italia aveva privato le Province delle loro funzioni, stabilendo che sarebbero sopravvissute unicamente come scatole vuote, governate da organi non eletti dai cittadini ma nominati dai Comuni.
Questo avrebbe comportato l’azzeramento dei Consigli provinciali, con la contestuale eliminazione di un passaggio elettorale insieme a qualche migliaio di poltroncine. Risultato: risparmi non trascurabili, anche solo considerando che una elezione generale costa più o meno mezzo miliardo.
Il governo ha poi deciso di fare marcia indietro, lasciando alcune funzioni alle Province, accorpandone però un certo numero.
Ma senza toccare il principio secondo il quale quegli enti non saranno più elettivi: i Consigli provinciali dovranno in ogni caso sparire.
Già . Ma come?
Il decreto salva Italia aveva stabilito che le modalità per il passaggio a miglior vita degli organi politici e per la nomina delle future giunte da parte dei Comuni sarebbero state fissate dal governo con una legge da approvare entro il 2012.
Quel disegno di legge in effetti esiste.
È stato presentato qualche mese fa. C’è solo un piccolo problema: è arenato.
I relatori concordano sul fatto che siano necessarie profonde modifiche, soprattutto sul peso relativo dei Comuni nella designazione degli organi di governo delle future Province.
Ma a San Silvestro non mancano che un paio di mesi e l’ingorgo è sempre più fitto. Non bastasse, è sempre pendente un ricorso alla Corte costituzionale proprio contro il salva Italia. Indoviniamo: c’è chi scommette che non ci sia tempo per approvare la legge e che pure l’abolizione dei Consigli provinciali passi in cavalleria?
E c’è il rischio che non se ne faccia nulla neppure della riforma del titolo V della Costituzione innescata dal governo Monti dopo gli scandali che hanno travolto la Regione Lazio.
Prima l’ha bocciata la commissione bicamerale per gli Affari regionali. E ora nelle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera sono comparsi alcuni emendamenti che la svuotano del tutto.
In che modo? Semplicissimo: abolendo il controllo preventivo della Corte dei conti sugli atti di spesa delle Regioni e la parificazione dei bilanci da parte delle sezioni regionali della magistratura contabile.
C’è chi scorge dietro a questa mossa la mano del partito dei governatori, che pure avevano dato via libera al progetto di Monti. Comunque sia, è un fatto che a quel punto la legge sarebbe assolutamente inutile.
Sempre che poi ci siano i tempi tecnici per una riforma costituzionale di questa portata, e così contrastata.
Da questo le preoccupazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, espresse pubblicamente qualche giorno fa.
Perchè in questo travagliato scorcio di legislatura i partiti sembrano più concentrati sulla propria sopravvivenza.
Al punto da perdersi per strada altre cose che li riguardano direttamente.
Qualcuno sa dire che fine ha fatto la legge con la quale si dovrebbe finalmente dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione, quello che riguarda proprio i partiti politici?
L’avevano messa in cantiere dopo gli scandali dei tesorieri di Margherita e Lega Nord, insieme al provvedimenti sui controlli dei bilanci.
Era sul punto di essere votata alla Camera.
Ma siccome aspetta da quasi 65 anni, forse hanno pensato che può attendere ancora…
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile
LIMITE AI MANDATI, REFERENDUM SENZA QUORUM, REVOCA DI CHI NON MERITA E USO DEL SORTEGGIO
«Cominciando a regnare Carlo Borbone, undici legislazioni, o da decreti di principe, o da leggi
non rivocate, o da autorità di uso reggevano il regno; ed erano: l’antica Romana, la Longobarda, la Normanna, la Sveva, l’Angioina, l’Aragonese, l’Austriaca spagnuola, l’Austriaca tedesca, la Feudale, la Ecclesiastica, la quale governava le moltissime persone e gli sterminati possessi della Chiesa, la Greca nelle consuetudini di Napoli, Amalfi, Gaeta ed altre città un tempo rette da uffiziali dell’impero di Oriente…».
Fatto sta che «non bastando alla procedura i riti di Giovanna II, suppliva l’uso, e più spesso l’arbitrio del vicerè».
Dà il capogiro, leggere la Storia del reame di Napoli di Pietro Colletta: come puoi governare un Paese prigioniero in un groviglio di leggi?
Eppure, denuncia Michele Ainis nel saggio Privilegium, L’Italia divorata dalle lobby, non viviamo oggi in una situazione troppo diversa.
Riprendiamo le Passeggiate romane di Stendhal: «La maggior parte degli atti di governo papali sono una deroga a una regola, ottenuta grazie al credito d’una giovine donna o di una grossa somma».
Cos’è cambiato, da allora?
La regola, risponde Ainis, «non esiste più: sommersa, annegata, soffocata da 63.194 deroghe. In origine accadde per motivi nobili, o almeno ragionevoli.
Dopo l’Unità d’Italia c’era l’esigenza di differenziare la legislazione perchè erano profondamente differenti i livelli di sviluppo delle varie aree del Paese».
Ma oggi «la musica è ben altra: sono le corporazioni a pretendere e ottenere leggine di favore. Sicchè in ultimo ogni categoria indossa un vestito normativo diverso da quello cucito sulle spalle della categoria gemella. Non c’è più un unico sarto, la legge generale è ormai un ricordo. Il nostro diritto è diventato capriccioso e instabile, alluvionato da regolette minute e di dettaglio».
Fatte apposta per tenere la società bloccata. Impedire il ricambio. Escludere i giovani.
«Se ogni categoria si chiude a riccio, se difende a denti stretti i propri privilegi, non c’e affatto da sorprendersi se il 53 per cento degli italiani rimane intrappolato nel suo ceto d’origine».
Men che meno se «sette figli d’operai su dieci continueranno a fare gli operai» e se «in Italia la probabilità di schiodarsi dalla classe di reddito dei propri genitori è tre volte più bassa rispetto agli Stati Uniti».
Ed ecco che «ai servizi segreti viene riconosciuta un'”indennità di silenzio” in busta paga» e ai dipendenti della Siae «un'”indennità di penna” per compensarli dell’imposizione del computer al posto del vecchio calamaio» e ai funzionari di Bankitalia 8500 euro ogni sei mesi di «buono sarto» per vestirsi all’altezza del ruolo.
Una giungla di privilegi minuscoli o assurdi.
Come il diritto a trasmettere il posto di lavoro al figlio o alla vedova contrattualmente riconosciuto, per quote, non solo in alcuni grandi istituti di credito, ma perfino nella stessa Banca d’Italia.
Per non dire dell’ereditarietà di fatto dovuta a una serie di meccanismi corporativi: «il 44 per cento degli architetti ha il papà architetto, il 42 per cento degli avvocati è figlio d’avvocati, il 39 per cento degli ingegneri genera figli ingegneri, cosi come il 39 per cento dei padri medici…».
Come sbloccarla, una situazione che impedisce l’irruzione nel mondo del lavoro e soprattutto nelle professioni ai giovani e alle donne che non sono «figli di» o «mogli di»?
Dovrebbe pensarci, ovvio, il Parlamento.
Ma in questo Paese che registra la presenza di ventotto ordini più una infinità di albi (c’è perfino quello dei «buttafuori»), siedono alle Camere «133 avvocati, 53 medici, 4 farmacisti e altrettanti notai, 23 commercialisti, 13 architetti, una novantina di giornalisti. Totale: alla data del 2011, dopo qualche dozzina di subentri, il 44 per cento dei membri del Parlamento aveva in tasca la tessera d’un albo, sicchè la lobby dei professionisti era la più potente fra le stanze del Palazzo».
Lo si è visto più volte, come nel luglio 2011, quando l’ultimo governo Berlusconi, boccheggiante, tentò una riforma degli ordini: «Apriti cielo: il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, esprime immediatamente il proprio sdegno; il presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura, Maurizio de Tilla, parla di turbo-deregulation; il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari, Andrea Bottaro, denuncia l’attacco alle professioni; il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, Andrea Mandelli, punta l’indice contro la liberalizzazione selvaggia… E infine tutti questi presidenti armano la mano di ventidue senatori-avvocati, che scrivono una lettera di fuoco al presidente del Senato-avvocato Renato Schifani, con il sostegno esplicito del ministro-avvocato Ignazio La Russa: amen, tutto rinviato alle prossime generazioni».
Insomma, «nessuna liberalizzazione delle attività economiche, nessun disboscamento della selva di privilegi che ci attornia potrà mai attecchire se i privilegiati detengono la potestà legislativa».
E allora? Ainis dice che non bastano dei ritocchi: «Non resta che la rivoluzione. Pacifica, ordinata; ma senza dispense nè indulgenze, senza salvacondotti per i vecchi vassalli e valvassori».
A partire, si capisce, dal Parlamento.
Primo: va segato «il ramo su cui stanno inchiodati i professionisti del potere: due mandati e via col vento».
Secondo: va rafforzato il referendum abrogativo, «attraverso l’abolizione del quorum».
Terzo: va introdotto «l’istituto del recall per revocare anzitempo gli eletti immeritevoli», come accade da un secolo in California ma anche in altri diciotto Stati dell’Unione e in Canada, Giappone, Svizzera e vari paesi latino-americani.
Quarto: «Serve una sede di rappresentanza degli esclusi – i giovani, le donne, i disoccupati, ma in fondo siamo tutti esclusi da questo Parlamento. Tale sede può ben essere il Senato, trasformandolo però in una “Camera dei cittadini” designata per sorteggio, in modo da riflettere il profilo socio-demografico del Paese. Un’idea bislacca? Mica tanto».
Era affidato anche ai sorteggi, come formula per arginare prepotenze e pressioni, la stessa elezione del Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia. E Aristotele «diceva che l’elezione è tipica delle aristocrazie, il sorteggio delle democrazie».
Una forzatura, forse. Ma è più democratica l’elezione di un capobastone padrone delle tessere o l’inserimento nel «listino» di soubrette, mogliettine o condannati?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile
A MONTECITORIO, FANNO I CONTI: POTREBBERO ARRIVARE 120 ELETTI CON IL M5S… I PARTITI STUDIANO LE CONTROMISURE, COMPRESA L’IPOTESI DEL MONTI-BIS
A Montecitorio ci sono almeno centoventi grillini virtuali. 
I loro colleghi di questa legislatura, tutti impauriti, li vedono già camminare, sedersi nell’emiciclo o sui divanetti, andare alla buvette per prendere un caffè.
Centoventi a dir poco, qualora il Movimento 5 Stelle dovesse fermarsi a quota 20 per cento.
Il resto, a salire, sono cifre che trasformano la paura in terrore.
Il paradosso è che i deputati attuali sono morti che deambulano, politicamente parlando, gli altri, i virtuali, sono vivi e vegeti e godono di ottima salute.
La paura è un sentimento che si può esorcizzare con la rassegnazione.
Marco Desiderati e Marco Reguzzoni sono due leghisti che rimpiangono Umberto Bossi.
Reguzzoni è stato nel cerchio magico del Capo, quello di Belsito e Rosi Mauro, e dice: “Ben vengano cento, ma anche centocinquanta grillini. Questo è un sistema che non vuole cambiare. Speriamo che non facciano la nostra fine e che qualcuno non venga comprato come è capitato a noi. Sì, noi abbiamo deluso ma non abbiamo perso lo spirito innovatore”.
Desiderati, dalla mole gigantesca, è più tranchant: “Saremo ciulati noi più di tutti. Oggi non abbiamo una linea e se ce l’abbiamo è quella di dialogare con Squinzi e i banchieri. I nostri militanti sono già attratti dalle sirene di Grillo. Lo so perchè me lo vengono a dire. Al Nord sarà un bagno di sangue perchè c’è un voto più libero che al Sud. La via gandhiana alle riforme non ci ha portato a nulla, non ci restano che le armi o un referendum sull’autonomia. Qui a Roma non si farà mai nulla”.
Al benvenuto leghista, che sa molto di rimpianti e di nostalgia, si aggiunge Angelo Alessandri: “Io facevo il tifo per i forconi ma il segnale con il voto a Grillo è positivo”.
Il coro grillino del Carroccio è però stroncato da Bossi in persona, che appare a Montecitorio e vaticina: “Grillo e la Lega? Cosa c’entra. È diverso. Noi eravamo per la liberazione della Padania non per l’anti-politica”.
Alle quattro del pomeriggio, nel day after del voto siciliano, il Transatlantico mischia paura e indolenza, se non accidia.
Alle sei c’è la fiducia sul ddl anti-corruzione ma il dibattito suona ancora più vecchio dopo il boom grillino nella terra più enigmatica d’Italia. Troppo tardi, ormai.
La Sicilia come metafora però può essere anche speranza a sentire Beppe Fioroni, influente democristianone del Pd ed ex ministro dell’Istruzione.
Fioroni avanza e preferisce vedere solo il bicchiere, anzi le urne mezze piene.
Il mantra della speranza è: “Grillo non ha sfondato nell’astensionismo e ruba voti solo ai partiti. E a Parma quelli che l’hanno votato vorrebbero fare come Muzio Scevola e tagliarsi la mano. Se noi organizziamo due grandi campi è fatta”.
Ecco il trucco, che al Quirinale ormai sognano tutte le notti: Grillo come alibi per la Grande Coalizione o Monti- bis versione alleanza tra riformisti (Pd) e moderati (Udc, Montezemolo, Passera, Giannino, pezzi del Pdl). Fioroni sorride.
Un nuovo arco costituzionale è l’antidoto alla discesa dei nuovi barbari. Bersani e Casini hanno avuto un colloquio: “Loro due non hanno bisogno di parlare sanno già quello che devono fare”.
Cioè: “I centristi devono riorganizzare l’area dei moderati attorno a Monti, finendo di smontare il berlusconismo che domenica è morto in Sicilia. Noi inglobiamo Vendola oppure no, tanto Vendola col Porcellum nemmeno entra in Parlamento, ed è fatta”.
Un inciucione lungo l’asse Bersani-Casini-Monti e vai a capire chi alla fine sarà fregato.
Intorno i rimasugli del centrodestra anti-montiano (la lista di Salò del Cavaliere e gli ex An) e poi il blocco grillino escluso dall’agibilità democratica come fu già per il Movimento sociale italiano.
Visto i numeri dei sondaggi, il M5S si posizionerà al centro, con l’Udc spostato verso la sinistra.
Il già citato Desiderati, leghista, fa una battuta uguale a quella di Antonio Boccuzzi deputato- operaio del Pd: “Si siederanno al posto dell’Italia dei valori”.
Il partito di Antonio Di Pietro viene dato già per rottamato o decimato.
Fioroni è un bersaniano, Mario Adinolfi invece tifa Renzi.
La sua ricetta contro la paura grillina non è un’alchimia di Palazzo come piacerebbe al capo dello Stato: “A queste primarie dobbiamo puntare alla partecipazione di cinque, sei milioni di persone, facciamo la più grande mobilitazione popolare di sempre”.
A Montecitorio, i divanetti verso la buvette sono da sempre occupati dai berlusconiani. Qui l’aria è più mesta. Senza rassegnazione. Senza speranza.
La consapevolezza del vuoto, di un vuoto tragicamente spaccato a metà .
Chi con Alfano. Chi con Berlusconi, che ieri ha cambiato di nuovo idea e mandato a dire a Napolitano, tramite Gianni Letta, che lui non ci pensa a far cadere Monti.
Dal Colle la risposta è stata rassicurante: avanti con la legislatura fino alla scadenza naturale.
Questo però, per B., non vuol dire rinunciare alla sua lista di Salò, come la chiamò una volta Fabrizio Cicchitto, fedele ad Alfano.
Il Cavaliere, la Santanchè tenteranno di inseguire il grillismo.
Parola della bionda amazzone Michaela Biancofiore : “Nel momento del trionfo dell’anti-politica, l’unica strada da seguire è sciogliere il Pdl e permettere a Silvio Berlusconi un’offerta politica radicalmente nuova che non teme Grillo”.
Più realisti Gennaro Malgieri, ex An, e il senatore Raffaele Lauro.
Il loro scenario è una carezza per i tanti che si disperano: “La prossima legislatura sarà ingovernabile, non durerà più di due anni”.
Un Parlamento provvisorio è l’ultima spiaggia dell’autoconsolazione.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 16th, 2012 Riccardo Fucile
I RECORD DI LA MALFA E PISANU… TRENT’ANNI PER CASINI E FINI
Volti bassi e passi veloci, sulla corsia rossa del Transatlantico.
Poche anime e in pena e nessuna voglia di scherzare.
Altro che festa delle primarie, tra i democratici. Altro che entusiasmo da nuovo partito, tra i berlusconiani. La ricreazione è finita.
Fuori dal Palazzo, aria da bufera Cleopatra, dentro, il ciclone pare già arrivato.
Dinosauri. Gerontocrati. Poltronisti. Bronto-eletti.
Gli appellativi da qualche ora si sprecano, alcuni perfino un tantino ingenerosi, ma ci sono centinaia di parlamentari che da ieri incedono marchiati dal numero delle legislature che si portano sul groppone, dalle decine d’anni trascorsi in Parlamento.
Sono quelli del “posto fisso” al banco di Montecitorio o Palazzo Madama.
Ma la mossa del cavallo di Veltroni adesso li chiama in causa uno a uno.
La gran parte resterà lì, protetta dal probabile paracadute del 30 per cento di lista bloccata della futura legge elettorale.
Scialuppa ideata dagli sherpa di Pdl e Pdl. La novità è che tra qualche settimana, in campagna elettorale, per la prima volta da mezzo secolo a questa parte dovranno spiegare perchè lo fanno.
Perchè ci stanno ancora loro, perchè di nuovo.
Ora, sarà pure un giochetto facile.
Ma chi è andato a spulciare gli annali ha scoperto come nel maggio del 1972, quando un trentacinquenne sardo di nome Beppe Pisanu approdava alla Camera per la prima volta – e con lui un figlio d’arte come Giorgio La Malfa allora trentatreenne – presidente di Montecitorio fosse Sandro Pertini e Amintore Fanfani lo era al Senato.
Quarant’anni fa giusto ora.
Giulio Andretti dava vita appena al suo secondo governo. Pleistocene.
Il senatore pidiellino adesso lavora alla costruzione del nuovo partito centrista.
Il repubblicano ex berlusconiano, qualche giorno fa si sfogava su queste colonne lamentandosi del fatto che per la prima volta non ha «più un partito alle spalle: dovrò cercarmene uno.
Ma sono gli elettori che decidono. Non c’è un’età per la politica. Ed io sono sempre stato eletto». Indomiti.
Se è per questo, fin dal 1987 i conti della Camera dei deputati sono gestiti in qualità di amministratore di «condominio», ovverosia “questore”, dall’allora socialista brindisino Francesco Colucci, 34 anni di scranno all’attivo.
Si era dimesso il governo Craxi, era sbocciato un altro governo Fanfani e Tozzi, Ruggeri e Morandi vincevano Sanremo con “Si può dare di più”.
Che poi, se Pisanu e La Malfa sono i decani, a seguirli in terza posizione nella lista che qualcuno adesso definisce “nera” ci sarebbe Mario Tassone.
Sconosciuto ai più perchè poco televisivo deputato calabrese dell’Udc che però al collegio di Reggio conoscono bene.
Risultato: 35 anni in Parlamento, uno in più di Colucci.
Il resto è red carpet per i big che ritroveremo tra un anno allo stesso posto.
Salvo tzunami.
Cicchitto 33 anni, Casini e Fini 30, Bossi 26, financo il “giovane” segretario leghista Maroni di lustri a Montecitorio ne vanta ormai più di quattro, forte delle sue 21 candeline dall’approdo del ’92.
Era sull’onda di quell’altra indignazione, di quell’altra tangentopoli.
Ventuno, come Gasparri, La Russa e Calderoli.
Il settantaseienne Silvio Berlusconi, pronto a rilanciarsi o forse a mollare, sta facenedo i conti anche con i suoi 19 da «professionista della politica».
Non che l’affare riguardi solo la destra.
A sinistra almeno si sono posti il problema.
La questione generazionale è sollevata da Renzi e rilanciata ora dal contropiede di Veltroni. Livia Turco, dopo 25 anni, ha già detto che si farà da parte se lo faranno anche gli altri.
Anna Finocchiaro, 25 anche lei, è in odore di deroga. D’Alema è finito nell’occhio del ciclone, coi suoi 23 anni di Montecitorio.
Poco più dei 20 di Anna Serafini, consorte Fassino.
E giù scendendo, ma sono 25 i dirigenti-parlamentari Pd con 15 e più anni all’attivo.
A destra avrebbero poi un altro genere di problemi, dato che i 16 anni in aula del senatore Marcello Dell’Utri si intrecciano con la frequentazione di altre “aule”.
Ma questa è un’altra storia.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 12th, 2012 Riccardo Fucile
LO SFOGO DI TABACCI: “NON PARAGONIAMO QUESTO LADRI A CITARISTI: LUI AFFRONTO’ I GIUDICI E SI PAGO’ GLI AVVOCATI”
«Chi hanno arrestato oggi?».
Se lo chiedono tra i banchi della Camera i deputati di tutti i partiti. Ogni mattina. Come ai tempi di Tangentopoli.
Alessandra Mussolini racconta: «In aula vedo colleghi che parlano da soli, altri che recitano le novene: “Fa che non tocchi a me”. C’è un clima brutto, un clima di paura». Pierluigi Castagnetti, che ne ha viste tante, spiega che si respira la stessa aria di vent’anni fa: «Sento la crisi di un sistema che va in pezzi, si avverte la sensazione di un degrado impossibile da sconfiggere. Dicono: ma sono le regioni a essere nel mirino. Come se le regioni non fossero un pezzo delle istituzioni».
Tutto può essere travolto.
E Beppe Grillo sta diventando il simbolo di chi fa piazza pulita.
Nel 1992 era il ruolo della Lega. «Ci vediamo in Parlamento, sarà un piacere», ripete il comico.
Suona come l’epitaffio della Seconda Repubblica. Ma anche come la valanga che segue l’azione dei magistrati.
«Ma adesso è molto peggio», sentenzia Bruno Tabacci che nel ’92 venne indagato e assolto. La sua è l’analisi di chi è passato indenne per quella tempesta.
Si è immunizzato, ma ha visto lo Stato scivolare verso l’abisso anzichè riprendersi. L’assessore milanese e deputato dell’Api parla di un disastro morale. «Io non la vedo questa paura. Perchè sono puliti? Assolutamente no. È che c’è un clima di totale impunità . Sono delinquenti matricolati, non politici. Chiedergli se temono la giustizia è come chiedere a Vallanzasca se, quando ammazzava, si preoccupava che poi gli dessero la caccia».
Tabacci quasi trema, posa la borsa e riprende la borsa.
Dal Parlamento degli inquisiti a quello degli impuniti: a lui l’involuzione sembra naturale dopo l’era del berlusconismo.
Si sfoga, rosso in viso: «Vogliamo paragonare Citaristi a questi ladri? Il tesoriere della Dc affrontò 60 processi e quando la Democrazia cristiana sparì, cominciò a pagarsi gli avvocati di tasca sua. Questi rubano per la casa, la barca, le vacanze. È molto peggio di allora. Batman Fiorito, prima di finire dentro, è stato una settimana in televisione a prenderci per il culo. Sergio Moroni imbracciò un fucile e si sparò in faccia. Questa è la differenza».
Alla bufera giudiziaria che travolge la politica, alla nuova Tangentopoli che avanza ogni giorno, si uniscono gli scherzi della storia.
Per esempio, nel cortile di Montecitorio, con un sigaro spento e solo l’assistente al suo fianco, Umberto Bossi recita la parte dell’innocentista, richiamando il complotto della magistratura e dei tecnici.
Vent’anni sono passati anche per lui e per la Lega travolta dagli scandali di Belsito e delle paghette al Trota.
Il 16 marzo 1993 Bossi era seduto accanto a Luca Leoni Orsenigo quando sventolarono il cappio in aula.
«Non è una rivoluzione. Quella di Mani pulite lo fu – dice il Senatur –. Il vero crimine è stata la nomina di Monti a Palazzo Chigi. I crimini di questi giorni servono a coprire il delitto principale».
E gli arresti in Lombardia? E il commissariamento di Reggio Calabria. I furti del Lazio?
«È una congiura del sistema, i tecnici vogliono travolgere i partiti, prenderne il posto. Non è Tangentopoli. Allora ci fu una rivolta vera, dal basso».
È la fotografia della metamorfosi leghista, stampella di Formigoni in Lombardia.
Due decenni hanno cambiato le persone, le storie, i proclami. Ma non è cambiato il risultato: una politica non credibile, onnivora: di poltrone, di potere, di soldi.
Antonio Di Pietro stava dall’altra parte della barricata. Oggi invece dice di aver pianto quando ha saputo dell’indagine sul consigliere regionale Vincenzo Maruccio, suo pupillo nell’Idv.
L’ex pm si difende, ma teme di ritrovarsi nei panni dei politici che metteva sotto accusa ai tempi di Mani pulite.
«Erano chiusi in un fortino, me li ricordo bene. Si giustificavano con argomenti assurdi. Per questo adesso devo cercare le parole. Per non fare lo stesso errore». Mussolini fu eletta alla Camera proprio nel 1992. Bandiera del Movimento sociale in virtù del suo cognome, trionfatrice nel collegio di Napoli.
«Non si salva nessuno, ormai – spiega –. Nel ’92 c’era la Lega, c’era l’ex Msi a difendere la legalità . La Dc e il Psi rubavano, vero, ma per il partito. Oggi rubano per le ostriche».
Finirà male, dunque. «Il fango travolge tutti, non c’è dubbio», avverte il Pdl Guido Crosetto, esponente della Seconda Repubblica.
«Ma nell’infamia direi che vent’anni dopo l’infamità è maggiore. Si ruba per la settimana alle Maldive. Non c’è metodo, c’è un fenomeno sociale invece. E la democrazia rischia».
La politica non ce la fa a rialzarsi, dice Alfonso Papa, 109 giorni in carcere, sotto processo per la P4. «I dirigenti politici si sentono sempre irresponsabili. Prenda la Polverini: doveva garantire il controllo della Regione, poi fa i manifesti con scritto “li mando a casa io”».
Rischiano anche le persone in carne e ossa.
Il senatore del Pd Stefano Ceccanti si attende nuovi indagati, nuovi arresti.
«I soldi dell’assessore lombardo o quelli di Maruccio servivano per la politica, per farsi eleggere. Allora mi chiedo: quanto altro denaro è passato dai conti dei gruppi nelle regioni a quelli privati?».
Non finisce qui. Non finisce più.
Come Tangentopoli che è arrivata viva e vegeta fino a oggi.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
FUORI I CORROTTI DA DA TUTTE LE CARICHE ELETTIVE
Liste pulite ovunque. Condannati in via definitiva fuori da qualsiasi carica elettiva. Come i 26 che attualmente siedono tra Camera e Senato.
Se il governo Monti vince la difficile sfida contro il tempo, già nella prossima competition per la Regione Lazio, potrebbero valere le nuove norme sul divieto di far correre rappresentanti su cui grava una condanna passata in giudicato per pene superiori a due anni.
Il vettore: il ddl anti-corruzione. Lo strumento: una legge delega, prevista proprio in quel testo all’articolo 17, che bruci i tempi.
Pronta in una settimana, dopo il voto definitivo alla Camera sull’ormai famosa manovra contro i corrotti.
Nuove regole per Parlamento europeo ed italiano, Regioni, Province, Comuni, circoscrizioni, aziende speciali, e ogni specie di rappresentanza a livello periferico. Stop anche per gli incarichi di governo.
Non diventi premier, ministro o sottosegretario se hai commesso reati gravi e sei stato giudicato colpevole.
La notizia è esplosiva. Immette aria nuova nella corsa al voto.
Le sue conseguenze politiche sono rilevantissime.
Salta fuori da un colloquio super riservato tra il Guardasigilli Paola Severino e il ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.
Entrambi a palazzo Madama, al banco della presidenza delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia che si arrovellano sugli emendamenti all’anti-corruzione. Ma orecchie sensibili lì vicino ascoltano.
Ecco il colloquio.
Dice Patroni Griffi a Severino: «Sai che c’è Paola? Qui la sfida è far partire subito le norme sull’incandidabilità . Non si deve più andare a votare con i condannati in lista. Non dobbiamo perdere quest’occasione».
Replica lei a lui: «Hai ragione, dobbiamo farcela assolutamente».
Promette lui: «Bisogna anticipare al massimo i tempi della delega, questo ci chiede Monti».
Possibile. Realistico. Rivoluzionario.
Almeno per un Parlamento in cui nomi noti – da Brancher a De Gregorio, da Dell’Utri a Drago, solo per citare qualcuno dei 26 condannati definitivi – siedono senza problemi accanto a chi ha la fedina penale pulita.
Nel quale da tempo Di Pietro e i suoi chiedono norme ancora più drastiche di quelle che il governo Monti ha già fatto votare a Montecitorio con la fiducia e che ora sono al Senato.
L’ex pm di Milano vorrebbe che restassero ai margini anche quanti hanno soltanto una condanna in primo grado. Fini e Bongiorno invece – autrice quest’ultima di una proposta di legge presentata a luglio proprio per anticipare la delega del governo – sono sulla linea Monti nel rispetto della Costituzione che ha nella condanna definitiva uno spartiacque decisivo.
E il presidente della Camera, ancora ieri sera, sollecitava il premier ad approvare «subito» il capitolo dell’anti- corruzione che riguarda l’incandidabilità .
La scommessa di Patroni Griffi e del ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, cui fa capo la complessa macchina del voto in periferia e che ha lavorato al capitolo delle esclusioni, è quella di far partire la legge delega subito a ridosso del voto sull’anti-corruzione.
I calcoli sono presto fatti.
Al Senato, nelle commissioni, il testo passerà la prossima settimana. Il presidente del Senato Schifani garantisce tempi brevi per l’aula, «due settimane». Siamo a fine ottobre. Se la Camera bruciasse i tempi con una lettura lampo e il governo a sua volta fosse pronto in pochi giorni, o subito, col decreto legislativo sulle liste pulite, si potrebbe votare per il Lazio con quel decreto già scritto.
Certo, le commissioni parlamentari devono dare un parere, che però ha solo un valore consultivo.
Comunque, con un simile decreto già esistente, sarebbe una grave scorrettezza se i partiti candidassero comunque degli inquisiti nel Lazio.
Sarebbe anche una mossa sciocca soprattutto perchè, già nell’attuale legge delega, è prevista «la sospensione e decadenza di diritto in caso di sentenza definitiva di condanna» nel corso della carica.
Pur entrati nella corsa alla Regione i condannati dovrebbero rinunciare al loro scranno e andarsene. Tutti fuori.
Quelli che hanno commesso un reato grave, di mafia, di terrorismo, un attentato contro lo Stato, un sequestro di persona, una riduzione in schiavitù, ma anche, come è stato aggiunto a Montecitorio, «sentenze definitive di condanna per delitti di grave allarme sociale».
È evidente che, tra questi reati, non si possono non includere anche le condanne per i delitti contro la Pubblica amministrazione, corruzione, concussione, peculato per l’appunto, il reato contestato a Fiorito, soprattutto in questo momento di inchieste esplosive che rivelano come i fondi pubblici siano stati usati per scopi strettamente personali.
Che liste pulite sarebbero quelle in cui proprio i condannati per i crimini dei colletti bianchi alla fine possono candidarsi? È ovvio che dovranno farsi da parte.
Va da sè che, fatta la legge, toccherà ai partiti e a chi seleziona le candidature decidere se “sfidare” la sorte di una possibile condanna inserendo anche chi ha già perso il primo grado o l’appello. Ma su questo Monti, Cancellieri, Severino e Patroni Griffi sono allineati sulla Costituzione.
Vale una sentenza solo se definitiva.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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