Febbraio 13th, 2012 Riccardo Fucile
SONO APPENA 224 SU 945 I DEPUTATI E I SENATORI CHE HANNO CONCESSO LA LIBERATORIA PER SUPERARE L’OSTACOLO DELLA PRIVACY… RECORD DI ADESIONI DAL PD: 139… IL PDL SI FERMA A 42, I LEGHISTI SONO APPENA 4
Solo 224 parlamentari su 945, cioè uno su quattro, sono disposti ad alzare il velo sui loro patrimoni e redditi, accettando che siano pubblicati online sul sito di Camera e Senato.
In questo modo sono in grado di consultarli tutti i 50.276.247 elettori e non solo (com’è ora) quelli – pochissimi – che si recano negli uffici del Parlamento per prenderne visione su documenti cartacei.
L’operazione trasparenza via web, promossa dalla deputata radicale Rita Bernardini, ha trovato, però, la resistenza dei Questori, che s’erano opposti appellandosi ad argomentazioni giuridiche.
Il presidente Fini ha poi deciso di consentirne la pubblicazione previa la sottoscrizione
di una liberatoria.
Ma appena una piccola parte di senatori e deputati ha accettato di firmarla: 139 del Pd, 42 del Pdl, 4 della Lega Nord, 12 dell’Idv, 8 dell’Udc, 5 di Fli e i restanti del Gruppo Misto.
Ecco alcuni dei parlamentari che hanno acconsentito alla pubblicazione dei propri patrimoni
Brunetta
Da Ravello alle Cinque Terre proprietà con panorama-mare
Inizia la legislatura – ancora single – vantando una casa con terreno a Ravello (Salerno), una a Monte Castello di Vibio (Perugia), una a Roma e un’altra a Venezia.
Viaggia, a scelta, su una Fiat 500 del ’68, su una Lada Niva o una Jeep Wrangler.
Esibisce un 740 da 228 mila euro.
Nel 2009, mentre è ministro della Funzione pubblica, acquista per 40mila euro una casa di 40 metri quadri, con giardino di 400 (da ristrutturare), a Riomaggiore, alle Cinque Terre (La Spezia).
Il reddito negli anni successivi passa a 182 mila, 310 mila e 279 mila.
Veltroni
Un reddito super fino al 2007 poi nel 2011 scende a 136 mila
Walter Veltroni viene eletto nel 2008 presentando un reddito 2007 invidiabile, 477 mila euro. Paga 198mila euro di tasse.
Con ogni probabilità , agli emolumenti politici si sommano le royalty delle vendite dei suoi libri. Una volta eletto, l’imponibile dell’ex segretario democratico ha un brusco calo, quasi si dimezza passando nel 2009 (relativo all’anno prima) a 238mila mila e a 214mila l’anno successivo.
Ma nel 2011 (rispetto al 2010), il reddito si riduce a 136 mila.
Maroni
Una casa a Varese, un terreno anche una barca per l’ex ministro
Tra i “beni mobili iscritti in pubblici registri” di proprietà di Maroni Roberto-Ernesto risultano, nel 2008, una barca di sedici metri (una quota del 33%) immatricolata nel 1980, due Fiat Panda e un’Audi A4.
Dichiara fabbricato più terreno a Lozza, vicino a Varese, e dichiara un imponibile di 220 mila euro (di cui 90 da lavoro autonomo).
Negli anni successivi acquista un immobile a Varese con la consorte. E vende un’auto. Mentre è ministro non esercita la professione di avvocato, e dunque il reddito scende a 170 mila euro.
Bersani
Il leader pd a quota 137 mila euro e allega lo stipendio della moglie
Pier Luigi Bersani dichiara nel 2008 50 mila euro di spese elettorali per approdare alla sedicesima legislatura.
Il segretario Pd pare non amare le auto made in Italy visto che dichiara due auto d’Oltralpe (Renault Megane e Twingo).
Il suo reddito oscilla da 163mila euro nel 2007, a 150, 137 e 136 mila negli anni successivi.
Il politico democratico allega al suo anche il 740 della moglie, che ha un reddito complessivo di 15mila euro.
Al netto delle tasse, la signora Bersani guadagna all’incirca mille euro al mese.
Di Pietro
Un appartamento a Bruxelles e investimenti a Montenero
Antonio Di Pietro, nel 2008, denuncia di possedere sei fabbricati, uno persino a Bruxelles (ma solo al 50%), uno a Curno (Bg), e poi a Montenero di Bisaccia (Cb).
L’appartamento a Milano è di una Srl, Antocri, di cui è proprietario.
Viaggia su una Hyundai Santa Fè, dichiara 219mila euro, ed ha 26mila azioni Enel.
Negli anni successivi cessa l’usufrutto dei fabbricati a Bergamo e Milano, vende Curno, compra e vende terreni e fabbricati nella sua zona natia.
E si libera della Santa Fè.
Il suo reddito si assesta alla fine intorno ai 190mila euro.
Bonino
Immobili e 217 mila euro di reddito ma il 70 per cento va ai Radicali
Emma Bonino, stando al suo stato patrimoniale, nel 2010 ha incassato un reddito complessivo di 217 mila euro (compresa la pensione da parlamentare europea di 17 mila euro).
Di questi, però, ne ha versati al partito Radicale, stando alla documentazione presentata, 158 mila.
Per essere eletta, ha speso 447 euro in volantini.
Il suo patrimonio immobiliare è composto da un negozio a Roma, in piazza della Malva, un fabbricato a Roma, un box a Bra (Cn), e una casa ad Alassio, in Liguria.
Casini
Azioni del Monte dei Paschi e quote in sei fabbricati
Pier Ferdinando Casini, appena eletto, dichiara 150mila euro e di essere proprietario di sei fabbricati (ma in quote che vanno da un sesto al 50%), a Bologna.
Nel 2008 ha 489 azioni San Paolo, 115 Unicredito Italiano e 400 della Banca Alto Reno Lizzano in Belvedere.
Ma negli anni successivi il leader Udc incrementa il suo portafoglio azionario acquistando 13 mila azioni del Monte dei Paschi di Siena.
E svariati titoli stranieri: dai tedeschi Solarword, Basf e Siemens ai francesi Peugeot e Citroen, dagli spagnoli della Telefonica Sa ai lussemburghesi D’Amico Shipping Luxemburg.
Della Vedova
Un rustico da 200 metri, azioni e un reddito da 126 mila euro
Benedetto Della Vedova (uno dei quattro di Fli ad aver accettato la pubblicazione online dei dati fiscali), nel 2008 dichiara di aver un rustico a Tirano, vicino a Sondrio, un alloggio a Milano di sessanta metri quadri e una Fiat Croma. Dichiara 126 mila euro.
Gli anni successivi acquista una Sedici, il rustico cresce da 75 a 200 metri quadri, e il portafoglio azionario s’arricchisce di azioni del Credito Valtellinese, del Fondo Carmignac.
Nel 2011, l’anno in cui i finiani furono cacciati dal Pdl, stipula una polizza vita rivolgendosi al Capital Progress di Allianz.
Alberto Custodero
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 4th, 2012 Riccardo Fucile
LE LONTANE RADICI E IL PRIMO SCANDALO: 508 IMMOBILI DELLA DC FINITI IN SOCIETA’ FANTASMA…INCASSANO ANCHE PARTITI DEFUNTI, MA LA CERTIFICAZIONE AD OPERA DI SOCIETA’ ESTERNE E’ PREVISTA SOLO DALLO STATUTO DI FLI E DEL PD
E si offriva pure, Luigi Lusi, di fare l’elemosina ai cittadini: una rinuncia a 200 euro sull’indennità
parlamentare, crepi l’avarizia, mentre stava per fare sparire 13 milioni. Ridurre il caso del tesoriere della Margherita alla mascalzonata di un singolo, però, sarebbe sbagliato: se è successo è perchè nel mondo opaco dei finanziamenti ai partiti poteva succedere.
E questo è il problema
L’allarme sulla gestione dei soldi statali da parte delle forze politiche ha radici lontane. Nel 1982 Marcello Crivellini la bollava come «paragonabile ad un misto di cosche mafiose e servizi segreti».
E annunciava: «Quest’anno i revisori dei conti del Partito Radicale non sono scelti in base a criteri di partito, ma sono esterni di provata e indiscutibile capacità professionale».
Tutti dovevano poter conoscere il bilancio dei Radicali, continuava Crivellini: «Tutti debbono poter essere nostri revisori dei conti.
Anche Craxi, Andreotti o Gelli se lo vogliono, così come un qualsiasi cittadino che sia iscritto o no al Partito»
Sono passati tre decenni, da allora.
Tre decenni e un referendum che abolì il finanziamento pubblico e fu svuotato dal rattoppo dei «rimborsi elettorali».
Rimborsi schizzati come è noto, tra il 1998 e il 2008 (anni in cui il Pil rimaneva sostanzialmente al palo), del 1.110%.
Eppure proprio il caso dei soldi spariti dalle casse della Margherita dimostra come l’obiettivo di una vera trasparenza, invocata ieri da Bersani e Casini (che dicono di volere nuove regole «in una settimana») sia ancora lontano
Eppure era già successo.
Basti ricordare, tra gli altri, lo scandalo dell’immenso patrimonio della Dc.
Era un impero immobiliare, con dentro gioielli come palazzo Sturzo all’Eur o la villa della Camilluccia per un totale di 508 immobili.
E dopo una serie di oscuri passaggi societari e una catena di svendite a prezzi stracciati senza manco una perizia, finirono in gran parte in società fantasma che avevano sede in una catapecchia diroccata nelle campagne di Babici, in Istria, ed erano intestate a un italo-croato che campava scaricando cassette al mercato di Trieste
Era già successo e, con le regole attuali, non poteva non succedere di nuovo.
Lo scriveva ieri mattina, su «Europa», il giornale che fu della Margherita, il direttore Stefano Menichini: al di là delle responsabilità di Lusi «ci vuole l’umiltà di riconoscere l’errore collettivo di una platea più vasta – ci siamo dentro anche noi – di tutto il mondo che vive di politica e non aveva voluto vedere quanto fosse insostenibile il metodo di finanziamento dei partiti coi cosiddetti rimborsi elettorali, per di più a partiti estinti». Partiti defunti che incassano la metà dei rimborsi.
Il responsabile delle casse del Pd Mauro Agostini, in un libro autobiografico intitolato appunto «Il tesoriere», l’aveva scritto due anni fa con parole dure: «Il tesoriere ha in mano i cordoni della borsa di un partito. Figura tradizionalmente oscura, un po’ sinistra, al punto da passare per colui che manovra non solo i denari ma anche i segreti più turpi della politica».
Cupa o no che fosse la sua fotografia, spicca un dato: solo il Pd risulta aver fatto certificare il bilancio dal 2008, nella scia di quell’antica scelta radicale, dalla Price Waterhouse Coopers.
E se agli ex Ds eredi dei debiti ma anche del patrimonio immobiliare del Pci va riconosciuto di avere messo online il loro bilancio (con l’impegno a metterci anche quelli di tutte le fondazioni-casseforti nelle quali sono state «messe al sicuro» case, negozi, palazzi) gli altri si regolano in maniera diversa.
Sono online quelli dell’Idv o di Sel, non quelli della Lega (o se c’è è praticamente introvabile) e del maggiore partito italiano, il Pdl.
La cui tesoreria è sì disponibile a fornire via fax quattro fogli di rendiconto, ma da qui a metter tutto a disposizione dei cibernauti ce ne corre…
La deflagrazione del «caso Lusi e del bilancio dei Dl», il cui acronimo ha fornito ieri a «Libero» lo spunto per il titolo «Diversamente Ladri», spingerà finalmente a una sterzata? Vedremo.
Agostini sta preparando una proposta di legge per rendere obbligatoria la certificazione dei bilanci dei partiti da parte di società di revisione indipendenti, già adottata nello statuto di Fli.
Con l’introduzione di forme di controllo radicalmente diverse: oggi il tesoriere è affiancato da un comitato di uomini per lo più fedeli alla segreteria.
La proposta è che le verifiche siano affidate a soggetti indipendenti, esterni, senza legami col partito.
La vera svolta, però, sarebbe l’obbligo di sottoporre il bilancio al controllo della Corte dei conti. Mettendo così finalmente in crisi il pilastro su cui si basa il meccanismo opaco attuale.
Com’è possibile che i partiti, finanziati con pubblici denari, siano considerati oggi alla stregua di associazioni private nelle quali il «pubblico» non può mettere bocca?
I rivoli dei finanziamenti sono tali che non si sa nemmeno quanti soldi arrivano nelle casse.
I rimborsi elettorali: 200 milioni l’anno sia pure in fase di riduzione entro qualche anno a 145.
Poi i finanziamenti ai «gruppi» del Parlamento e a quelli dei Consigli regionali: almeno altri 150, stando alle stime.
Poi gli stanziamenti per i giornali di partito o assimilabili: circa 40 milioni nel 2009.
Poi i contributi che i parlamentari versano al partito, utilizzando spesso il fondo del portaborse: col risultato di far gravare sulle pubbliche casse anche il 19% di sgravio fiscale che spetta a chi finanzia la politica. Poi i soldi donati dai singoli elettori e dalle aziende…
Prendiamo quest’ultima voce.
Fino a 50 mila euro, dice la legge, un partito ha diritto di incassare i «regali» di un cittadino o una società senza dover registrare il generoso donatore.
Al di là della opacità sull’eventuale «merce di scambio» (una leggina, un comma, una deroga…) come fai a sapere se quei soldi finiscono a bilancio?
Una cosa è fuori discussione.
Con regole diverse, il «caso Lusi» non sarebbe potuto succedere.
Così come, agli elettori del Pd, resterà l’amarezza di ciò che sarebbe potuto essere e non è stato.
L’ha scritto la stessa «Europa»: il peccato originale del Partito Democratico è stato «il permanere di due strutture parallele al neonato partito», che «ha da subito ingenerato retropensieri di ogni genere e insinuato il sospetto di una cattiva coscienza in chi, imbarcandosi nel nuovo soggetto, teneva in acqua due grosse scialuppe di salvataggio in caso di naufragio.
Un errore psicologico che ha pesato e pesa ancora nella vita quotidiana del partito».
Era tutto scritto in un bisticcio avvenuto alla Festa della Margherita a Vietri sul Mare, il 7 settembre 2007, tra i due tesorieri dei Ds e della Margherita.
Lusi, che aveva molti soldi liquidi, voleva mettere tutto il patrimonio insieme dentro al Pd. Sposetti, che coi debiti aveva ereditato dal Pci e dal Pds anche 2.399 immobili blindati in 55 fondazioni, spiegò che non ci pensava proprio: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna, ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni»
Il risultato lo racconta Angelo Rovati, il braccio destro di Romano Prodi, nella campagna elettorale del 2006: «Se è vero quello che leggo, cioè che la Margherita ha speso quattro milioni in propaganda quando il partito era già chiuso, è singolare che per la campagna elettorale del 2006 abbiano fatto un sacco di storie per dare qualche spicciolo per la campagna di Prodi: un paio di milioni in tutto, fra Margherita e Ds».
Tenere ciascuno la sua scialuppa, evidentemente, era più importante che vincere la regata…
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 4th, 2012 Riccardo Fucile
COSI’ IL REFERENDUM DEL 1993 E’ STATO TRADITO… MANCA UN ORGANISMO TERZO, PREPOSTO AL CONTROLLO DEI BILANCI E DEI FLUSSI FINANZIARI
“In Italia anche i partiti morti godono di finanziamenti pubblici e la legge prevede che i rimborsi
elettorali siano elargiti due volte in caso di fine legislatura anticipata. Lo scandalo della Margherita è emblematico per capire che è ora di cambiare”.
Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “La Sapienza”, è convinto che il caso Lusi apra uno squarcio su tutti i difetti e gli errori della legge sul rimborso ai partiti.
Che, di fatto, è una “finzione del linguaggio” visto che ha reintrodotto il finanziamento pubblico ed è una “presa in giro” nei confronti degli elettori.
“Nel 1993 la consultazione ha avuto un esito plebiscitario” spiega Azzariti.
Infatti oltre il 90 per cento dei votanti si era espresso per l’abolizione della legge vigente ma, essendo abrogativo, “è stata cancellata la normativa e lasciato il vuoto sulle possibili fonti di sostegno dei partiti politici”.
La conseguenza fu il ritorno dello stesso principio del finanziamento pubblico sotto mentite spoglie: infatti dopo solo otto mesi, il Parlamento decise di aggiornare la legge 515 del 10 dicembre 1993, allora definita “contributo per le spese elettorali”, che riportò nelle casse dei partiti miliardi di vecchie lire alle elezioni del 1994 e del 1996.
Alla tornata del 2001 entrano inoltre in vigore le “Nuove norme in materia di rimborso delle spese elettorali e abrogazione delle disposizioni concernenti la contribuzione volontaria ai movimenti e partiti politici” che prevedono la reintroduzione del finanziamento pubblico per Camera, Senato, Parlamento Europeo, Regionali e referendum sostituito dai “rimborsi elettorali”, senza corrispondenza con le spese realmente effettuate.
L’anno successivo, poi, il quorum per ottenere i fondi viene abbassato dal 4 all’1 per cento e a partire dal 2006 i partiti hanno diritto a ricevere l’intero importo del rimborso anche in caso di fine legislatura anticipata.
“Nel corso di tutti questi emendamenti — prosegue Azzariti — il legislatore fu molto ‘disinvolto’ e ripropose, seppur con altre parole, la legge sul finanziamento pubblico. La stessa che era stata bocciata dalla volontà popolare”.
Un altro aspetto controverso riguarda le verifiche sui rimborsi che, di fatto, sono inefficaci in quanto “i controllori sono i controllati”.
Nel 1997 tuttavia la legge ha introdotto l’obbligo del bilancio per i partiti che, però, è sottoposto alla verifica della Presidenza della Camera, mentre la Corte dei Conti può soltanto accertare il rendiconto delle spese elettorali.
Un sistema che favorisce la corruzione e non garantisce trasparenza, nè interna al partito, nè verso gli elettori.
“Un meccanismo di questo tipo — puntualizza Azzariti — facilita le violazioni. Poniamo anche il caso che i tesorieri siano onesti: i cittadini, a prescindere dalla correttezza dei dirigenti, sono comunque all’oscuro dei patrimoni dei loro partiti”.
E l’assenza di un soggetto terzo preposto al controllo, “ancor più necessario perchè il contributo è pubblico”, favorisce i bilanci ‘truccati’.
L’assenza di un serio controllo da parte di revisori o di società di revisione, come invece accade in Europa, “evidenzia la convinzione che lo Stato non debba nutrire ingerenze nei confronti dell’attività interna dei partiti, dal rispetto della democrazia alla rendicontazione contabile — nota il professore — Questo può avere senso negli stati autoritari, in cui le formazioni di opposizione devono difendersi da un potere ostile. Tutte condizioni assenti in un ordinamento democratico”.
La mancanza di una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti che li obblighi a rispondere della loro gestione finanziaria e del rispetto della democrazia interna, evidenzia la contrapposizione tra politica e giustizia, nonostante “siano ormai maturi i tempi per individuare forme di responsabilizzazione di chi siede in Parlamento”.
Anche dalla politica, però, arriva la volontà di cambiare la legge sui rimborsi elettorali: sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, infatti, sono stati depositati a riguardo sette disegni di legge. Che al momento giacciono fermi.
Il deputato radicale Maurizio Turco, ad esempio, ha proposto la creazione di una sezione di controllo ad hoc della Corte dei conti per la verifica di rendiconti e spese che, nel caso riscontri irregolarità , potrà decidere la sospensione dei finanziamenti e la restituzione di quanto riscosso dal partito nel corso dell’anno, oltre a una sanzione amministrativa pecuniaria da 10mila a 100mila euro.
Tra i ddl firmati, il senatore Felice Belisario dell’Italia dei Valori ha chiesto l’abolizione del doppio rimborso in caso di fine legislatura e Pino Pisicchio alla Camera vuole regole più chiare per la rendicontazione dei patrimoni immobiliari.
Per quanto riguarda il finanziamento, secondo Azzariti sarebbe opportuno passare dalla forma diretta di oggi ai contributi indiretti, da realizzare attraverso “facilitazioni, ad esempio in materia di stampa, contributi alle sedi e sgravi fiscali, che sono anche più facilmente controllabili, per garantire equilibrio nella competizione politica”.
A questo si aggiungerebbero i “rimborsi elettorali, ma di entità assai più ridotta e sottoposti al controllo di terzi”.
E i partiti dovrebbero vivere “anche di finanziamenti privati, come accade in molte altre democrazie, con le donazioni superiori ai mille euro da iscrivere a bilancio”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
IN UN LIBRO DI PAOLO BRACALINI TUTTE LE CIFRE DELLE HOOLDING IN CUI PASSANO 500 MILIONI DI EURO PER OGNI LEGISLATURA IN PARLAMENTO, 230 MILIONI PER LE EUROPEE E 200 PER LE REGIONALI…OLTRE A 70 MILIONI DI EURO L’ANNO AI GRUPPI PARLAMENTARI
In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12
milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali.
In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza.
Invece in Italia — il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% — i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità ufficiale delle erogazioni”.
Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalista Paolo Bracalini.
I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro […] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno […] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.
Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila).
E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pd addirittura meno 42 milioni).
Il risultato del referendum del 1993, che sancì l’abrogazione del contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (82 miliardi di lire all’anno a partire dal 1974, con la cosiddetta legge Piccoli, da Flaminio, allora capogruppo Dc che ne fu relatore), è diventato subito carta straccia e qualche numero lo testimonierebbe.
Scrive infatti l’autore che dal 1994, quando venne introdotta la legge sul rimborso elettorale, a oggi l’ammontare del denaro erogato sotto questa voce ha raggiunto quota 2 miliardi e 700 milioni di euro, 600 dei quali dal 2008 sono andati solo per Pdl e Pd.
E si tratta di un importo al netto delle elezioni “minori”, come quelle supplettive o delle regioni a statuto speciale.
Cifra che, specifica Paolo Bracalini facendo notare che dal 2006 l’erogazione avviene sulla base di tutti gli anni di legislatura anche se questa non giunge a scadenza, “non tiene conto degli stipendi dei parlamentari, consiglieri di regioni, province e comuni, dei loro vitalizi, dei loro ‘assegni di reinserimento’, dei loro benefit, delle spese di affitto sostenute da Camera e Senato per ospitarli, dei milioni per l’editoria di partito, dei costi delle auto blu e di quant’altro va sotto il nome di ‘costi della politica’. Noi ci limitiamo esclusivamente a considerare i soldi erogati direttamente ai partiti, denaro liquido”.
Una nota da rilevare è che, in 13 anni di modifiche alle norme, il rimborso per elettore è passato da 1.600 lire a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate solo per questa voce 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato la soglia dei 500.
I paradossi delle norme che compongono la voce rimborso elettorale proseguono.
Intanto, per riceverlo, occorre superare per esempio la quota dell’1% dei suffragi alla Camera (per il Senato la ripartizione è su base regionale), molto inferiore rispetto a quella per entrare nei palazzi della politica, e la percentuale di rimborso non si calcola sul numero effettivo dei votanti, ma sul numero di cittadini iscritti nelle sezioni elettorali.
C’è poi il tasto, anche in questo caso dolente, della corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale e l’importo del rimborso.
Scrive in proposito l’autore citando ancora la Corte dei Conti: “Dei 2.253.612.233 euro (la somma è arrotondata per difetto però…) di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto. Ma la differenza si è accentuata con l’aumentare degli importi del rimborso. Le ultime elezioni, quelle 2008, sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”.
Non meglio va il capitolo controlli, con le verifiche che dovrebbero essere condotte, oltre che dalla Corte dei Conti, anche dal collegio dei revisori nominato dall’ufficio di presidenza della Camera.
Da un lato la legge limita i riscontri al “rispetto formale degli obblighi informativi […] ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”.
Dall’altro il collegio sottolinea la “mancata attribuzione di specifici poteri istruttori”.
Bracalini ne intervista uno dei 5 professionisti che dovrebbero controllare.
Non ne rivela l’identità (per quanto il pool sia composto dal commercialista Salvatore Cottone, dai professori Tommaso Di Tanno, Duilio Lutazi e Francesco Perrini, e dal commercialista e revisore contabile Maurizio Lauri), ma gli chiede quali sono i criteri con cui i professionisti vengono scelti dal parlamento.
“Manuale Cencelli al cento per cento”, risponde l’intervistato alludendo alla mai tramontata pratica da Prima Repubblica di spartizioni delle poltrone sulla base della forza di partiti e correnti.
Questo fiume di denaro può poi avere qualche impiego ulteriore.
Come risanare almeno in parte le casse asciutte dei partiti. Impiego a cui è ricorsa — più clamorosamente di altri, ma non l’unica — Forza Italia “vendendo” nell’aprile 2007 i suoi rimborsi di 105 milioni di euro a Intesa Sanpaolo, quella del ministro Corrado Passera e del vice alle infrastrutture Mario Ciaccia, la stessa che vede il “suo” Banco di Napoli gestire i conti correnti dei deputati e i movimenti di Montecitorio.
Forza Italia ha così trovato nuova linfa per la campagna in vista delle politiche del 2008 e ha ripetuto il meccanismo, quando il partito è andato a caccia di un finanziamento analogo con l’arrivo del Popolo della Libertà e con l’idea di cartolizzare i rimborsi fino al 2012.
Quello descritto da Bracalini, in sostanza, è un mondo fatto da una casta che quando il partito non ce l’ha se lo inventa e qualche volta riesce pure a farsi rimborsare a fronte di nessun rappresentante eletto.
Un mondo di debiti e morosi, di assi strategiche tra finanza e politica che passano dai consigli d’amministrazione degli istituti di credito e delle immobiliari che affittano ai partiti, di feste-eventi e marchi da registrar per sfruttamento commerciale in gadget e affini.
“Se almeno servisse, tutto questo finanziamento pubblico, a rendere marginale il ricorso a quello illecito”, scrive l’autore. “Invece no […]. Il ‘valore’ di mazzette e falsi appalti? Cinquanta-sessanta miliardi di euro, l’anno.
‘Una vera e propria tassa immorale e occulta’ […] l’ha definita Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti”.
Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile
I PARTITI ITALIANI CE LA FARANNO A USCIRE DALLA CONDIZIONE DI IRRILEVANZA E DI INUTILITA’ IN CUI LI STA PRECIPITANDO LA PRESENZA DEL GOVERNO MONTI?
Questa è la domanda cruciale da qui alla prossima scadenza elettorale, qualunque essa sia.
Rispondere è impossibile essendo troppe le variabili in gioco.
Ma di una cosa però mi sentirei sicuro. Che essi non potranno mai riacquistare un senso e un ruolo se nella loro identità politica non tornerà ad avere posto un elemento da troppo tempo assente: e cioè il discorso sull’Italia.
Intendo dire la consapevolezza di che cosa è stato ed è il nostro Paese e di quali sono i suoi grandi e sempre attuali problemi: l’antica tensione tra pluralità dei luoghi e dissolvimento localistico, l’abisso multiforme tra Nord e Sud, la perenne e generale scarsa educazione alla legalità e alle virtù civiche, la forza degli interessi, delle corporazioni e delle camarille, sempre pronti a diventare dietro le quinte gli attori concreti di ogni realtà sociale e pubblica.
Infine l’egoismo di chi ha e la triste condizione dei troppi che non hanno.
Questa è l’Italia vera con la quale i partiti e le loro culture e i loro programmi dovrebbero sentirsi chiamati a fare i conti.
E con la quale per la verità ci fu un tempo in cui cercarono di farli.
Accadde all’incirca fin verso gli anni 70-80 del secolo scorso quando ancora tenevano il campo le culture politiche del nostro Novecento: tutte nate, per l’appunto, da un’analisi approfondita della vicenda del Paese, da una radiografia dei suoi problemi, dei suoi vizi e delle sue virtù.
Da qui non solo programmi, ma soprattutto un’idea dell’interesse generale della collettività nazionale e di conseguenza una loro ispirazione autentica, e quindi la voglia e la capacità di darle voce venendo presi sul serio.
Ma con la fine della cosiddetta Prima Repubblica le culture politiche del nostro Novecento si sono disintegrate.
Qualunque discorso sull’Italia è scomparso dalla vita pubblica italiana.
Si è diffusa una sorta di stanchezza per il pensare in generale e magari in grande. Abbiamo provato come una noia, quasi un disgusto, per noi stessi e per una nostra storia che sembrava averci portato solo a Tangentopoli e al grigiore un po’ torbido e inconcludente della stagione successiva.
È accaduto così che ci siamo buttati a corpo morto sull’Europa.
Per quindici anni e più il solo avvenire che è apparso lecito augurare al nostro Paese è stato quello di «entrare» in Europa, o, per restarci, di «avere i conti in ordine», di adottare le sue direttive, di «fare i compiti» a vario titolo assegnatici.
Giustissimo, per carità , ma troppo ci è sembrato che a tutto dovesse (e potesse!) pensare l’«Europa»; che nel frattempo, peraltro, stava diventando sempre più evanescente.
Troppo ci è sembrato che per essere europei fosse necessario buttarsi dietro le spalle l’Italia e il fardello della sua storia.
Superficialmente persuasi che ormai essa avesse fatto il suo tempo abbiamo guardato con sufficienza alla dimensione statal-nazionale. Non si decideva, tanto, tutto «in Europa»?
L’europeismo è diventato l’ideologia radio-televisiva del potere italiano, il pennacchio di ogni chiacchiera pubblica, il prezzemolo di tutte le minestrine dei Convegni Ambrosetti.
Oggi ci accorgiamo che le cose stavano – e soprattutto stanno – un po’ diversamente. La crisi paurosa del debito pubblico, e insieme la manifestazione di tutte le nostre innumerevoli inadeguatezza che essa ha causato, ci hanno ricordato, infatti, che esiste una cosa chiamata Italia, e che, ci piaccia o meno, tanta parte della nostra vita individuale e collettiva dipende da essa (e forse è servito a questo ricordo anche il concomitante anniversario della nascita del nostro Stato).
Ora è giunto il momento che se ne accorgano e se ne ricordino pure i partiti.
L’origine della loro afasia degli ultimi anni, della loro perdita di senso e dunque di ascolto presso l’opinione pubblica, nasce per tanta parte dall’aver escluso dal loro orizzonte l’Italia e la sua vicenda, la sua realtà più intima.
Nasce dall’aver cancellato ogni riflessione, ogni proposta di vasto respiro, ma credibile, capace di tener conto di quella vicenda parlando al cuore, alla mente, ma soprattutto alle speranze degli italiani.
Siamo pieni di discorsi su ciò che è fuori dei nostri confini, su dove va il mondo, ma non abbiamo un’idea di dove vada o voglia andare l’Italia.
Di che cosa essa debba volere.
Nessuno ci dice, non sappiamo, a che cosa essa possa ancora servire.
Sono i partiti che devono ricominciare a dircelo.
Non ricordo più dove Antonio Gramsci ha scritto che si può essere realmente cosmopoliti solo a patto di avere una patria.
Bene: è tempo che la politica, facendo sentire di nuovo la propria voce, torni a parlarci della nostra.
Ernesto Galli della Loggia
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
LA CASTA E LE SPESE DELLE ISTITUZIONI: A CONFRONTO I COSTI DI MONTECITORIO CON QUELLI DELLE CAMERE BASSE DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI… A PESARE E’ LA STRUTTURA PIU’ DEGLI ONOREVOLI
Il dato in sè è impressionante e contiene uno dei paradossi del nostro Paese: i cinque grandi parlamenti nazionali d’Europa, Germania, Francia, Inghilterra, Italia e Spagna, costano 3,18 miliardi di euro l’anno, ma il Parlamento italiano spende più della somma degli altri quattro messi insieme.
E la sorpresa sta nel fatto che la colpa non è tanto degli stipendi della Casta, bensì dei costi di una struttura molto più dispendiosa.
La storia parte da lontano, se è vero, come raccontano i più anziani, che nel 1946, subito dopo il fascismo, si ritenne che fosse opportuno tenere il Parlamento sempre «aperto e agibile, un presidio democratico», con quel che ne conseguiva in termini di turni dei commessi e di apparati di sicurezza.
Oggi non è più così, da anni si chiudono i battenti alle 22 e una delle polemiche sotterranee investe proprio il dispendio di risorse.
Per una struttura che, di norma e salvo casi rari, potrebbe tranquillamente fermarsi due ore prima, evitando di far rimanere funzionari e documentaristi in servizio permanente effettivo pagandogli pure gli straordinari.
Ma il problema non è la quantità della forza lavoro, tanto meno la qualità , vista l’alta professionalità riconosciuta a tutte le maestranze di ogni ordine e grado, dai funzionari di prima fascia fino ai barbieri.
In Italia e Regno Unito, il numero di dipendenti per i due parlamenti è simile (1.620 contro 1.868) ma a fare la differenza è il costo pro capite.
Per dirla con Francesco Grillo della London School of Economics, che insieme ad Oscar Pasquali ha curato un’inchiesta per il think-tank Vision, gli altri parlamenti nel corso degli anni «hanno preferito assumere molti meno commessi e stenografi e viceversa molti più giovani assistenti che affiancano i parlamentari nel loro lavoro».
Dall’analisi comparata delle cinque più importanti «camere basse» d’Europa (Montecitorio, Bundestag, Assemblèe Nationale, House of Commons e Congreso de Los Deputados) emerge che «non è il costo dei deputati italiani a determinare questa situazione».
Perchè la spesa per le retribuzioni dei parlamentari in carica e in quiescenza è pari a poco più di un quinto del totale del bilancio 2011 di 1,66 miliardi di euro: dove il costo per il personale in servizio e in quiescenza è del 42,8%, contro il 23,8% destinato ai parlamentari.
E quindi, una delle conclusioni dell’inchiesta di Vision è che la norma inserita nella finanziaria di luglio che stabilì di equiparare il costo dei parlamentari alla media europea avrebbe dovuto prescrivere casomai di equiparare il costo del parlamento nazionale alla media degli altri.
Ad ogni cittadino italiano, il Parlamento costa tre volte di più che in Francia (27,15 euro rispetto a 8,11 euro), quasi sette volte più che in Inghilterra (4,18 euro) e dieci volte più che in Spagna (2,14 euro pro capite).
E non è tanto il numero dei parlamentari ad incidere (in Italia poco superiore alle medie europee) ma il costo del Parlamento per deputato.
«Più del 40% delle risorse del nostro palazzo sono assorbite dal personale della Camera. Stenografi o commessi – si legge nel documento – che individualmente arrivano, al massimo dell’anzianità , ad avere stipendi superiori ad alcune delle più alte cariche dello Stato».
Ed è vero che i nostri parlamentari, a differenza dei tedeschi, devono pagare i propri collaboratori a valere su uno specifico rimborso a forfait, che proprio oggi verrà dimezzato con una delibera dell’ufficio di presidenza di Montecitorio.
«Tuttavia, mentre il parlamento tedesco (o quello europeo) paga direttamente assistenti parlamentari di qualifica elevata, il parlamento italiano paga, in misura maggiore, un numero assai più alto di commessi».
E qui scatta l’accusa del rapporto Vision: «Se è vero che non sono i parlamentari ad intascare la differenza di costo rispetto agli altri parlamenti europei, rimane una domanda ineludibile: come è possibile che i deputati italiani in cinquanta anni hanno consentito che crescesse e si consolidasse il sistema retributivo più assurdo di un paese che pure ha conosciuto privilegi di tutti i tipi?».
Passando dall’analisi alla proposta, tra le ipotesi su come riuscire a collegare costi della politica e qualità dell’attività legislativa e di governo, eccone una suggestiva: dare valore all’astensione, con una riduzione lineare dell’ammontare dei rimborsi elettorali collegata all’incremento oltre una certa soglia della quota di rinunce al diritto di voto, per stimolare i partiti «a migliorare la propria credibilità ».
Uno dei membri del Progetto Vision, Sandro Gozi, per anni di stanza a Bruxelles con Prodi e oggi deputato del Pd, sostiene che «oggi sono i giovani a pagare gli errori del passato perchè noi delle nuove generazioni preferiremmo avere due collaboratori in più pagati dalla Camera per preparare i dossier e fare meglio il nostro lavoro». L’accusa è che si sia lasciato lievitare un sistema «non più efficiente di quello di altri parlamenti, lasciando in una zona grigia il pagamento dei collaboratori: che adesso verrà pure rendicontato al 50% per lasciare il resto ai partiti. È ridicolo. Se avessimo avuto una struttura con costi meno elevati e il cosiddetto portaborse pagato dalla Camera, non avremmo avuto l’esplosione dell’antipolitica».
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
I TRASPORTI DEI PARLAMENTARI COSTANO 17 MILIONI DI EURO OGNI ANNO…VIAGGIANO GRATIS ANCHE GLI EX DEPUTATI
Camera e Senato sono impegnati, in questi giorni, a vedere dove si possa operare una
qualche risparmio.
Tra diaria, appalti e bonus, si è pensato di dare una sforbiciata anche ai viaggi di deputati e senatori, puntando sulla buona volontà di questi.
Ogni onorevole, oggi, può viaggiare gratuitamente sul territorio nazionale, che prenda aereo, nave o treno.
Non paga i pedaggi autostradali, e riceve, alla Camera, un ulteriore rimborso per percorrere la distanza da casa all’aeroporto più vicino e dallo scalo di Fiumicino a Montecitorio (la cifrà è di 3.323, 70 euro a trimestre che diventano 3.995, 10 se l’aeroporto dista più di cento chilometri da casa).
Al Senato non esiste una voce unica, ma è previsto un rimborso forfettario di 1. 650 euro al mese che va a sostituire quei bonus che un tempo erano le “spese accessorie di viaggio” e le “ricariche telefoniche”.
I viaggi dei parlamentari sulla rete nazionale sono sempre gratuiti, che l’onorevole sia in viaggio per lavoro o che parta per le vacanze.
Sui trasporti, i Questori della Camera ritengono di poter risparmiare nell’anno a venire la bellezza di un milione di euro.
I senatori questori, invece, la consistente cifra di mezzo milione di euro.
Come? Invitando i parlamentari a spendere meno.
Facile, ma come si fa?
Nel bilancio della Camera 2010 le “Spese di trasporto” ammontano a
11.605. 000 euro, così divisi: 8. 180.000 per viaggi aerei, 1. 650.000 per i treni, 600.000 per i pedaggi autostradali, 200.000 per autonoleggio.
Altri 15.000, infine sono stati investiti alla voce “altre spese di trasporto”.
La Camera, a differenza del Senato, separa nel proprio bilancio la spesa di trasporto dei deputati eletti all’estero.
È una cifra considerevole: far arrivare in Parlamento i 12 onorevoli dai cinque continenti costa in un anno la bellezza di 950. 000 euro (anche perchè, prima che l’ufficio di presidenza suggerisse di tirare la cinghia, gli eletti all’estero prediligevano la classe business per il lungo tragitto).
Ma i cittadini italiani non pagano solo i viaggi sul territorio nazionale ai deputati in carica. Montecitorio spende circa 900mila euro l’anno per far viaggiare gratis gli ex deputati.
Non dovunque, però. Chi è stato eletto almeno una volta alla Camera può beneficiare di dieci voli aerei gratis ogni anno e della possibilità di viaggiare in treno su Intercity e Regionali, ma non sui Frecciarossa.
Per il 2010 Palazzo Madama ha speso 1. 300. 000 euro per il trasporto degli ex senatori contro una previsione iniziale di 1. 900. 000.
Trasportare invece i senatori in carica è costata alle casse del Senato 5. 810. 000 euro contro una previsione iniziale di 5. 220. 000.
Più o meno quello che è stato risparmiato dagli ex senatori è stato speso in viaggio da quelli in carica.
Tecnicamente funziona così: il parlamentare mostra la propria tessera e sono poi le compagnie aeree, ferroviarie o marittime a far arrivare il conto alla Camera di appartenenza.
Lo stesso avviene per i pedaggi autostradali. Il parlamentare dispone di un apparecchio telepass e di una viacard: il conto arriva al Parlamento.
Ma cosa succede nel resto d’Europa?
Una situazione simile a quella italiana si può riscontrare solo in Belgio.
In Germania è gratuita la circolazione ferroviaria; per i voli interni, però, si possono chiedere rimborsi motivati.
La Francia ha un sistema misto: il deputato dispone di un abbonamento ferroviario, di 40 voli andata e ritorno dal collegio dal quale proviene e di altri 6 viaggi (sempre a / r) fuori da quello.
In Spagna il meccanismo è legato alla diaria: i viaggi all’interno del territorio nazionale consentono di ottenere una diaria di 120 euro al giorno.
Per quelli all’estero la dia-ria sale a 150 euro.
L’Olanda paga ai propri deputati il viaggio in treno in prima classe.
Se non esistono mezzi pubblici l’onorevole ha un rimborso per l’utilizzo dell’auto propria di 0, 37 euro per ogni chilometro percorso.
In caso esistano mezzi pubblici il rimborso è assai più misero: 0, 9 euro a chilometro.
In Austria, infine, gli onorevoli dispongono di un piccolo forfait di 489 euro al mese che però viene ricompreso nella voce omnicomprensiva delle “spese di rappresentanza”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile
LA RIDUZIONE COLPIRA’ CHI INCASSA PER LE PRESIDENZE DELLE COMMISSIONI DA 1.000 A 4.000 EURO
Taglio del 15% per tutte le indennità aggiuntive percepite da circa 200 parlamentari, tra
componenti degli uffici di presidenza di Camera e Senato, presidenti, vice e segretari di commissioni e giunte.
L’input di Gianfranco Fini è stato recepito dai collegi dei questori dei due rami del Parlamento, riuniti per mettere a punto le misure che lunedì saranno varate in via definitiva.
Si parte da subito col taglio ai più privilegiati tra i privilegiati (da mille a 4 mila euro al mese in più).
Ma nel vertice è stato anche deciso che il rimborso per il “portaborse” resterà forfettario per il 50 per cento, senza bisogno di alcuna “pezza giustificativa”. Nonostante la marcia indietro rispetto alla stretta iniziale, in Transatlantico monta il malessere in tutti i gruppi.
Perchè a quel budget i deputati hanno attinto finora per versare il contributo ai rispettivi partiti.
Ora che duemila euro andranno coperti da contratti e bollette “veri”, gli onorevoli non vogliono più devolvere i restanti 1.800 ai loro tesorieri.
Confermato invece il passaggio dal vitalizio al sistema contributivo, evitando però il conseguente aumento del netto in busta paga che già più di un imbarazzo stava provocando in tempi di magra. Il varo ufficiale a Montecitorio è previsto lunedì, a Palazzo Madama slitta a martedì.
I parlamentari del Pd versano ogni mese 1.500 euro al partito. Come i loro colleghi dell’Udc.
Alla Lega la quota sale a 1.800 euro.
Più light la “tassa” nel Pdl, 800 euro solo su base volontaria.
Ora però la scure sul contributo per il “portaborse”, divenuto contributo per l’esercizio del mandato (3.690 euro alla Camera, 4.100 al Senato), sta per spaccare parlamentari e loro gruppi di appartenenza.
Il taglio alla fine sarà inferiore al previsto, gli onorevoli dovranno giustificare con contratti e bollette solo la metà di quel budget, dunque continueranno a essere corrisposti loro a forfait tra i 1800 e i 2000 euro al mese.
Ma è poco più della cifra che dovrebbero continuare a corrispondere ai loro partiti. Molti sono pronti ad aprire il caso. Intanto, come spiega il questore del Senato Benedetto Adragna, la figura del portaborse sarà disciplinata da un ddl messo a punto dagli stessi questori o dagli uffici di presidenza, non da iniziative individuali (vedi Moffa).
In ogni caso, sarà esclusa la possibilità di ricorrere al giudice del lavoro per i collaboratori ai quali non viene rinnovato il contratto.
I questori di Camera e Senato hanno confermato l’adeguamento delle nuove pensioni (col sistema contributivo e non più vitalizi) alle figure “non contrattualizzate” della pubblica amministrazione.
Ovvero a magistrati, prefetti e generali dell’esercito.
Come pure viene confermato lo slittamento dell’età pensionabile ai 60 anni (con più legislature) o 65 (con una sola) sia nell’uno che nell’altro ramo del Parlamento.
Misura drastica che fa scivolare anche di un decennio la quiescenza per una generazione di cinquantenni. Infatti alla Camera pendono già 18 ricorsi che il Consiglio di giurisdizione interna, presieduto da Giuseppe Consolo (Fli), esaminerà il primo febbraio.
Se i ricorsi, per lo più di ex parlamentari, saranno accolti, altre decine se non centinaia ne seguiranno.
I collegi dei questori hanno messo nero su bianco anche il passaggio al sistema contributivo per tutto il personale delle rispettive amministrazioni. Il presidente del Senato Schifani ha già varato un decreto in materia.
Deputati e senatori continueranno a percepire i loro 3.500 euro netti mensili a titolo di diaria, per le spese di mantenimento a Roma.
Adesso anche il Senato, come già la Camera da qualche mese, introduce il registro delle presenze che consentirà di penalizzare con una decurtazione da 200-300 euro ogni assenza del parlamentare in commissione.
Finora la penalità era in vigore solo per quelle in aula.
Il nuovo sistema entrerà in vigore a febbraio e comporterà anche a Palazzo Madama il ricorso appunto a un registro da firmare.
Da quando il meccanismo è stato adottato a Montecitorio, in autunno, le presenze alle riunioni di commissione fino ad allora al lumicino sono aumentate in misura esponenziale.
Molto probabile che il fenomeno si ripeta al Senato.
Così come la diaria, anche l’indennità netta di circa 5 mila euro mensili resta comunque intatta.
Voci che sommate alla quota forfaittaria rimasta a titolo di rimborso per il portaborse (1.800 alla Camera, 2000 al Senato), compongono uno “stipendio” netto che per gli onorevoli si aggirerà adesso attorno ai 10.300-10.500 euro.
Deputati e senatori pagano l’Irpef solo sull’indennità in senso stretto, una delle tre voci del loro “stipendio”.
Di conseguenza, si avvantaggiano di un risparmio del 53 per cento rispetto agli altri contribuenti.
La stima è stata elaborata da Fiscoequo. it, sito dell’associazione per la legalità e l’equità fiscale. “Per i parlamentari – si legge nello studio – il benefit è sempre esentasse. Grazie ad una interpretazione estensiva della norma da parte dei due rami del Parlamento ogni anno deputati e senatori incassano circa 110.000 euro senza pagare l’Irpef, con un risparmio d’imposta di circa 50.000 euro. Il deputato tipo riceve in un anno complessivamente 246.295 euro (indennità lorda annua di 135.400 euro e altri benefits pari a 110.895) e subisce una tassazione ai fini Irpef pari a 44.628 Euro. Se le stesse somme, a titolo di stipendio e di benefit, fossero corrisposte a qualsiasi altro cittadino, manager o alto dirigente, l’imposta Irpef dovuta ammonterebbe a 95.031 Euro”.
Conclusione: “Un risparmio di imposta di 50.403 euro”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
DIECI FURTI SOTTO NATALE, ORMAI NEANCHE LE ASSICURAZIONI DI FIDANO PIU’… ULTIMA VITTIMA LA LEGHISTA PAOLA GOSIS CUI E’ STATA RUBATA UNA COLLANA DEL VALORE DI 3.000 EURO
Montecitorio è pieno di ladri. Bella scoperta direte. 
No, non ci riferiamo al discorso sui privilegi della Casta, sulle consulenze, sugli stipendi ingiustificati, sulle doppie e triple poltrone…
Ci riferiamo ai furti più volgari (e almeno più trasparenti): ipad, visoni, cappotti.
L’ultima cosa a sparire in ordine di tempo è stata la collana da tremila euro della leghista Paola Gosis: “alla chiamata sono corsa a votare abbandonando la borsa su un divanetto. Al mio ritorno era stata aperta e la collanda sparita”.
I questori della Camera invitano a evitare facili conclusioni: “Passa tanta gente, non gettiamo anche questa croce sulle spalle dei parlamentari…”.
Ma di certo Montecitorio è meno sicuro di un porto di mare: oltre cento furti in tre anni.
Le cifre: sono stati 30 nel 2009, 33 nel 2010 e 26 nel 2011.
I ladri realizzano i loro colpi nelle zone più frequentate della Camera, come il Transatlantico, il cortile o i divanetti dei corridoi.
Gettonatissimo anche il bagno delle deputate e gli uffici delle commissioni.
Il bottino? Ipad (l’oggetto più sgraffignato), agende, portafoglio, gioielli, pellicce.
L’ultimo colpo in ordine cronologico di un certo rilievo è quello che ha visto suo malgrado come protagonista la leghista Paola Gosis.
Aveva lasciato la sua borsa blu su un divanetto perchè era suonata la chiama, “e sono corsa dentro a votare”.
Quando è tornata, dalla borsa, non era sparito nemmeno un foglio, ma una collana del valore di 3mila euro.
La Gosis era disperata “perchè non mi rimborserà nemmeno l’assicurazione, e questo è uno scandalo”.
Già , perchè dopo il moltiplicarsi dei furti l’assicurazione che offriva la Camera ha cambiato le condizioni.
Prima, infatti, veniva rimborsato tutto.
C’era però qualche onorevole ancor più furbetto degli altri che ci marciava e denunciava la scomparsa di oggetti mai rubati e nemmeno posseduti.
Così ora vengono rimborsati soltanto gli oggetti rubati in posti controllati, come il guardaroba, e per un importo fino ai 600 euro: i 3mila euro della collana della Gosis, s’intende, sforano di brutto il tetto del rimborso.
A complicare il controllo anche il fatto che, a Montecitorio, ogni giorno entrano più di 500 persone tra giornalisti accreditati, funzionari, commessi, impiegati e altri collaboratori del parlamentari.
Tra i colpi più incredibili va segnalato quello di un navigatore satellitare da barca.
Anche i giubbotti di cachemire vanno per la maggiore.
Ma sono i cappotti in generale a fare gola. Alcuni deputati del Pdl ne sanno qualcosa.
Paolo Bonaiuti, per esempio, aveva lasciato il capo – “quello blu a cui tenevo un sacco” – su una sedia: pochi secondi dopo non c’era più.
Simile la sorte del cappotto di Gianfranco Rotondi, con l’aggravante: nelle tasche aveva anche le chiavi di casa.
Ma il colpo più grosso di tutti è quello che ha subito l’ex deputata dell’Ulivo, Elisa Pozza Tasca, a cui sgraffignarono un visone color crema del valore di 8mila euro.
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