Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
A BREVE SARANNO ESAMINATI I FASCICOLI PRESENTATI DAI DEPUTATI CONTRO IL PASSAGGIO AL CONTRIBUTIVO E L’INNALZAMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE… L’ON. CONSOLO CHE PRESIEDE: “SI E’ SCATENATO IL PUTIFERIO”
“Guardi, si è scatenato un putiferio che non potevo neanche immaginare, quindi ho deciso: quei
fascicoli li ho chiusi in cassaforte. E siccome non c’è nessuna urgenza ho già avvertito Ignazio Abrignani e Tino Iannuzzi che sono in Consiglio di Giurisdizione con me: ci riuniamo il primo febbraio e decidiamo cosa fare”.
L’avvocato (e deputato finiano) Giuseppe Consolo nella sua carriera da penalista ne ha viste di cotte e di crude.
Ma ora che ha per le mani i ricorsi presentati da alcuni deputati contro la riforma dei vitalizi è un uomo sfinito.
Inutile cercare di estorcergli particolari.
Di quelle proteste recapitate al “tribunale” di Montecitorio scoperte dall’agenzia Dire si sa solo che sono 18.
Ma c’è tempo fino al 14 febbraio per fare ricorso. Solo allora scatteranno i 60 giorni a disposizione dei deputati per impugnare la delibera con cui l’ufficio di Presidenza della Camera ha deciso di trasformare il sistema previdenziale in contributivo e di alzare a 65 anni l’età pensionabile per chi è rimasto 5 anni in Parlamento.
E non tutti hanno gradito.
Ci sono i deputati alla loro prima legislatura che non accettano il cambio in corsa: quando si sono candidati le regole erano diverse, se avessero saputo come andava a finire non si sarebbero messi in lista.
Poi c’è chi contesta l’allungamento dell’età : prima il diritto alla pensione si maturava a 50 anni, ora minimo a 60, se hai fatto dieci anni di Aula.
E due lustri in una vita fanno la differenza.
Poi ci sono gli ex deputati.
Magari anche quelli freschi di dimissioni: Adriano Paroli, per esempio, viene dato tra i ricorrenti.
Ha lasciato la Camera quattro giorni fa, il 17 gennaio, costretto (da una sentenza della Corte Costituzionale recepita dalla giunta delle elezioni di Montecitorio) a scegliere tra la sua poltrona di sindaco di Brescia e lo scranno da deputato.
Come lui, hanno appena salutato i colleghi deputati anche i Pdl Giulio Marini (primo cittadino a Viterbo) e Marco Zacchera (Verbania).
Pare che tra i 18 ribelli della casta (un gruppo assolutamente “trasversale”) ci sia un alto tasso di leghisti, tra cui Daniele Molgora.
Stanno all’opposizione del governo Monti e, già che ci sono, anche dei tagli ai costi della politica.
D’altronde proprio del Carroccio sono due dei tre deputati che hanno lasciato la Camera entro il 31 dicembre, prima che scattasse il nuovo regime pensionistico.
Ettore Pirovano, per esempio, si è improvvisamente reso conto che da due anni e mezzo ricopriva un doppio incarico: così, nonostante non fosse obbligato a dimettersi, ha lasciato il Parlamento per fare solo il presidente della provincia di Bergamo.
Lo stesso il leghista Luciano Dussin, che ha preferito rimanere sindaco di Castelfranco Veneto.
Nel giro di tre mesi, Consolo, Abrignani e Iannuzzi dovrebbero venire a capo della questione.
Da una parte ascolteranno i legali dei deputati che hanno fatto ricorso, dall’altro terranno conto delle ragioni dell’amministrazione della Camera.
La battaglia si preannuncia seria. Ma tra i parlamentari che masticano il diritto quasi nessuno crede che stavolta gli highlander del vitalizio riusciranno a spuntarla.
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Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO AVEVA SOTTRATTO IL PC AL SEQUESTRO DURANTE UNA PERQUISIZIONE NELLA SEDE DI ATLANTIS, INVOCANDO L’IMMUNITA’ PARLAMENTARE… ORA DOVRA’ CONSEGNARLO ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha votato a favore del sequestro del pc
di Amedeo Laboccetta.
Il deputato Pdl, se l’Aula confermerà questo orientamento, dovrà restituire il computer che aveva portato via durante una perquisizione a Roma della Gdf relativa all’inchiesta su un presunto finanziamento irregolare da parte di Bpm. In Giunta la Lega ha votato insieme a Pd e Terzo polo.
La vicenda ha origine il 10 novembre 2011, nel corso delle perquisizioni da parte della Guardia di Finanza agli uffici dell’ex presidente di Bpm Massimo Ponzellini, indagato per associazione a delinquere e ostacolo alle autorità di vigilanza insieme ad Antonio Cannalire, direttamente interessato al business delle macchine da gioco e in affari con Marco Dell’Utri.
Nel mirino degli accertamenti un finanziamento di 18 milioni di euro alla Atlantis di Francesco Corallo, figlio del boss Gaetano legato al clan Santapaola.
In quell’occasione, il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta ha portato via un computer durante una delle perquisizioni della Gdf sostenendo che fosse suo e invocando l’immunità parlamentare. I fatti si sono svolti in un ufficio a piazza di Spagna, a Roma, dove il deputato è arrivato in soccorso proprio di Francesco Corallo.
Il titolare della Atlantis, infatti, per evitare la perquisizione dei finanzieri, ha sostenuto di essere ambasciatore Fao di un paese dei Caraibi e ha invocato l’immunità .
Mentre gli inquirenti verificavano presso il ministero degli Esteri se la versione di Corallo fosse vera, nei locali di Piazza di Spagna sono intervenuti quattro avvocati.
A un certo punto si è presentato il deputato, che dopo essersi qualificato, ha rivendicato la proprietà del computer presente negli uffici e lo ha portato via con sè.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2012 Riccardo Fucile
IL BOCCINO DELLE CANDIDATURE RIMARRA’ SALDAMENTE IN MANO AI VERTICI DEI PARTITI CHE AVRANNO LA CERTEZZA DEL CONTROLLO DEL PARLAMENTO… E IL PARTITO DEL VITALIZIO ASPETTA FINE LEGISLATURA
Cosa succede ora, nel Parlamento dei nominati? 
Mercoledì scorso, solo pochi attimi prima del voto su Cosentino.
Una piccola scenetta che si svolge in Transatlantico rende bene l’idea del clima che si respira dentro la sinistra.
Si incrociano davanti all’ingresso dell’aula due dirigenti di primo piano del Pd. Il primo, Arturo Parisi, è incazzato nero dopo il verdetto della Consulta.
L’altro, Ugo Sposetti è disincantato, quasi serafico.
Con l’ironia affettuosamente perfida che lo ha reso leggendario, Il fondatore dell’Asinello, che non ha ancora smaltito la rabbia per il milione e duecentomila firme andate in fumo.
Sposetti fa, quasi protettivo: “Arturo come va?”.
E lui: “Dopo quello che è successo oggi non mi resta che scriverti l’epitaffio, Ugo…”.
E l’ex tesoriere del Pd, stupito: “Il mio?”.
E Parisi quasi seccato: “Sì, sì, hai capito bene. Quello che metterai sulla lapide. Qui è tutto finito, i nominati hanno vinto, tu sei l’ultimo testimone di una storia. Fa che ti scrivano ‘Ugo Sposetti: il partito è partito'”.
Scoppiano a ridere tutti, compreso Pier Luigi Bersani, che passa di là proprio in quel momento.
Eppure l’ironia nera di Parisi contiene una grande verità .
Questo voto non è un voto a favore della politica, ma è un voto che uccide la politica.
Non è un voto che salva il Parlamento e la sua sovranità , ma un voto che lo delegittima.
E così occorre fare un esercizio di verità , e grattare oltre le apparenze e le dichiarazioni di facciata.
A Montecitorio, la bocciatura del referendum ha fatto contenti tutti i leader di partito, di tutti i partiti, che portano a casa una certezza.
Dopo la quaresima dei tecnici, quando si tornerà a votare, il boccino delle candidature sarà di nuovo nelle loro mani.
E questa certezza di controllo, che diminuisce il potere di condizionamento dei cittadini, li rafforza, aumentando anche la disciplina unanimistica che governa il Parlamento.
Fateci caso : fra tutti i commenti raccolti a caldo, spiccava un silenzio fragoroso.
Quello del governo. E soprattutto quello di Mario Monti, che su tutto esterna, ma che si guarda bene da impegnarsi sulla legge elettorale.
Non è un caso: il difficile rapporto di non belligeranza si regge su questo tacito scambio: lui governa, e loro sceglieranno, ancora una volta, i loro capibastone.
Notate il paradosso: nel momento in cui si predica il governo della liberalizzazione, l’unico mercato che resta protetto, e con tutte le barriere corporative intatte, è quello della politica.
Altra scena, altro paradosso: se nello stesso giorno parli con Pier Ferdinando Casini, l’unico leader che ancora oggi rivendica di aver avuto un ruolo quando il Porcellum fu approvato (i bene informati ricorderanno che su quella mediazione saltò la poltrona di segretario dell’Udc di Marco Follini), è anche l’unico che oggi vuole cambiare la legge davvero e non per finta: “Sai — dice — in questo momento abbiamo il dovere di restituire alla gente le preferenze e la possibilità di scelta .Altrimenti se poi la gente ci spara non ha tutti i torti”.
Dietro l’ironia di Casini si nasconde, come spesso capita, un’altra verità di questo Parlamento.
Dopo che la bocciatura del referendum ha blindato il Porcellum, l’unico vero emendamento possibile sono proprio le preferenze.
Che terrorizzano Berlusconi (già adesso alle prese con il problema della “fedeltà “) molto più di quanto non si creda.
Ma anche del Pd, a cui ancora brucia lo smacco delle primarie, dove la gente sceglie regolarmente candidati opposti a quelli che vogliono loro.
E così nel Parlamento dei nominati vince la grande palude.
“Il partito di maggioranza relativa — scherza sempre sul filo del paradosso quel gran conoscitore del Transatlantico che è Gigi Meduri, calabrese del Pd — in questo momento è il partito del vitalizio. E il partito del vitalizio per ora ha un solo obiettivo: arrivare fino a ottobre”.
Perchè proprio ottobre?
Perchè solo allora tutti i deputati che sono entrati di prima nomina nel 2008 avranno il diritto di ricevere l’agognato trattamento previdenziale.
Cosa c’entra questo con il ragionamento che abbiamo fatto, con la fine della politica, con la lapide metaforica che Parisi ha scolpito per Sposetti, ultimo esecutore testamentario dell’eredità postcomunista?
Meduri sorride sotto i suoi baffi grigi da faina: “Ricordati che i nominati di oggi sono i trombati di domani”.
Comunque vada, il Parlamento del Porcellum, è un Parlamento di sopravvissuti, che sanno di non poter sopravvivere, se non per fedeltà .
Luca Telese blog
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Gennaio 13th, 2012 Riccardo Fucile
IL GIORNO DELLE DUE PORCATE: VINCE LA MALAPOLITICA, PERDONO I CITTADINI
Due a zero per la malapolitica contro i cittadini, cioè contro la vera Politica.
Ma forse è giusto così.
Quando i partiti diventano cosche e fanno amorevolmente sapere alla Corte costituzionale quel che si attendono da lei; quando giudici costituzionali usano i pizzini per anticipare le loro sentenze a qualche giornale e vedere di nascosto l’effetto che fa; quando giornali autorevoli e ispirati giustificano preventivamente l’affossamento del referendum per il Bene della Patria (cioè dei partiti-cosca); quando una speciale lupara bianca seppellisce sottoterra le firme di 1.210.466 italiani per difendere una legge elettorale che lo stesso autore ha definito “porcata”; è giusto che un politico amico della camorra si salvi per la seconda volta dall’arresto.
Così, dopo un paio di mesi di illusioni ottiche, qualcuno capirà che brutto paese continuiamo a essere.
Conosciamo l’obiezione: chi se la prende con la Consulta parla come Berlusconi.
Ma poteva reggere fino a due anni fa, quando si pensava che tutti e 15 i giudici costituzionali fossero il più alto presidio di legalità del Paese (e a buon diritto, visto che ci avevano salvati da una serie di leggi incostituzionali imposte da Berlusconi per piegare il Diritto ai suoi porci comodi).
Ora non più: da un anno e mezzo sappiamo che nel settembre del 2009 sei di quei giudici, esattamente come han fatto la scorsa settimana, avevano anticipato il loro voto favorevole alla porcata Alfano ad alcuni faccendieri della P3, che disponevano di loro a proprio piacimento. Due di quei giudici addirittura organizzavano cene con i promotori della porcata (B., Letta e Alfano) che di lì a poco avrebbero dovuto valutare.
Il capo dello Stato, assieme al Parlamento, avrebbe dovuto sollevare lo scandalo e fare in modo, in qualsiasi modo, che quei signori abbandonassero ipso facto i loro scranni. Invece tutti si voltarono dall’altra parte, lasciando intatta una Consulta ormai irrimediabilmente inquinata.
Il lodo Alfano fu respinto per un pelo, grazie agli altri nove giudici.
Ma poi i partiti hanno inserito nella Corte altri loro emissari e il risultato s’è visto ieri con il No ai due quesiti referendari.
Quesiti che oltre cento fra i maggiori costituzionalisti italiani, compresi tre ex presidenti della Consulta, giudicavano legittimi, e nessuno, dicesi nessuno, aveva obiettato nulla in punto di diritto.
Gli unici “giuristi” di diverso parere, guardacaso, sono quelli della Corte (o la maggioranza di essi).
Ora i partiti-cosca si fregano le mani, perchè potranno nominarsi anche il prossimo Parlamento. Ma la loro è una gioia miope e passeggera: vedranno presto che cosa significa consacrare il Porcellum, la norma più impopolare dai tempi delle leggi razziali.
E, se non lo vedranno, provvederanno gli elettori a farglielo vedere.
Quella che lorsignori sordi e ciechi chiamano “antipolitica” esploderà alle stelle, compattando in un solo blocco chi è convinto che non esistano più vie democratiche per risanare la malapolitica e chi più semplicemente pensa che ormai tanto vale fare a meno del Parlamento e delle elezioni, lasciando per sempre al governo un gruppo di “tecnici” che nessuno ha mai eletto.
Dio acceca chi vuole perdere.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile
LA CAMERA RESPINGE LA RICHIESTA DI ARRESTO DEL DEPUTATO PDL, INDAGATO PER PRESUNTI RAPPORTI CON LA CAMORRA
La Camera dice no all’arresto di Nicola Cosentino, il deputato e coordinatore campano del Pdl indagato per presunti rapporti con la camorra.
Il voto si è svolto a scrutinio segreto: 309 deputati si sono espressi contro l’autorizzazione all’arresto, 298 a favore.
Nessuno si è astenuto.
Non appena il presidente della Camera ha letto il risultato del no dell’Aula alla richiesta d’arresto, tutti i deputati del Pdl sono scattati in piedi e si sono diretti al posto di Cosentino per abbracciarlo e congratularsi con lui.
Lungo è stato l’abbraccio tra lui e Alfonso Papa. Ma saluti e strette di mano sono arrivate da tutti gli altri colleghi di partito.
Silvio Berlusconi, invece, è rimasto seduto al suo posto, pur esprimendo soddisfazione con Cicchitto e Alfano.
Quello su Nicola Cosentino è stato il quarto voto poco più di due anni alla Camera sulla richiesta di arresto di un deputato.
Era toccato sempre a Cosentino che si era salvato dall’arresto una prima volta il 10 dicembre del 2009.
Allora i no alla richiesta della magistratura di Napoli furono 360 e 226 i sì.
Per Alfonso Papa, l’Aula della Camera decise l’arresto il 20 luglio dello scorso anno con 319 sì e 293 no.
Marco Milanese invece, il 22 settembre scorso, vide respingere la richiesta con 312 no e 306 sì.
Anche se il voto è segreto, sono stati evidentemente in molti, sia nelle file della Lega ma anche del Pd a non rispettare le consegne di partito: soprattutto, nel Carroccio, dopo la dichiarazione di Bossi che lasciava libertà di coscienza.
Quella del Senatur potrebbe essere l’ultimo favore che ha fatto a Berlusconi: la base non gradirà .
”Ero convinto che questa sarebbe stata la decisione del Parlamento che non poteva rinunciare alla tutela di se stesso. È una decisione giusta, in linea con la Costituzione. Il processo continuerà regolarmente e senza intoppi e il parlamentare lo affronterà da uomo libero come è giusto che sia”: così Silvio Berlusconi ha commentato il voto.
”Per me è un errore politico, ma ovviamente è legittimo” il voto dell’Aula, ha detto il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini.
“Chiedere alla Lega. Adesso la Lega lo spiegherà “, sono state le parole del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
Dopo la proclamazione del risultato, tra i deputati del Carroccio è stato visibile il gelo. Tra gli uomini vicini a Roberto Maroni e quelli dell’Aula più bossiana la tensione non è svanita dopo l’animata riunione che ha sancito la libertà di coscienza pur con un orientamento al ‘si’.
“È ovvio che ci sono voti che arrivano dall’altra parte”, sottolinea Osvaldo Napoli (Pdl), al termine della votazione sulla richiesta di arresto nei confronti di Nicola Cosentino, bocciata dall’Aula della Camera.
“La spaccatura è dall’altra parte”, dice ancora Napoli riferendosi alle fila della ‘vecchia’ opposizione per aggiungere che ”questo dimostra che il Pdl era compatto”.
“La vergognosa Lega, con l’ipocrita richiamo al voto di coscienza dimostra, ancora una volta, di essere al servizio di Berlusconi e dei suoi stallieri”, ha affermato in una nota il portavoce dell’Italia dei valori, Leoluca Orlando.
La riunione del Carroccio alla Camera aveva avuto attimi di vera tensione.
Ad un certo punto Roberto Paolini ha citato Enzo Carra e il caso delle ‘manette spettacolo’.
Un riferimento storico (il portavoce di Arnaldo Forlani fu arrestato per falsa testimonianza e quelle immagini delle manette fecero il giro del mondo) per avvalorare la tesi della necessità di respingere gli ‘arresti facili’ che ha provocato la reazione di un gruppo di leghisti.
Ma è vero che ti ha chiamato Berlusconi?, è stata la ‘risposta’ di alcuni deputati.
È così che si è sfiorata la rissa tra i due, con alcuni esponenti del partito di via Bellerio, come Davide Caparini, intervenuti per dividerli.
La discussione è stata molto animata.
Umberto Bossi – riferiscono fonti parlamentari del Carroccio – ha preso inizialmente la parola spiegando che dalle carte non si evince nulla nei confronti del coordinatore campano del Pdl.
Il ‘Senatur’ ha premesso che la gente del nord è per l’arresto, ma che occorre lasciare libertà di coscienza, proprio perchè a suo dire non c’è alcuna prova di colpevolezza.
Poi a prendere la parola è stato Roberto Maroni che, spiegano fonti del Carroccio, si è limitato a raccontare gli esiti della segreteria della Lega di lunedì, sottolineando di non essere stato l’unico a voler votare sì all’arresto del deputato Pdl.
Bossi ha tirato le somme, evidenziando che non c’è alcun ‘fumus persecutionis’ ma ribadendo che ogni parlamentare potrà decidere autonomamente in Aula.
“Si gioca sul filo dei voti, abbiamo recuperato più di trenta parlamentari”, dicevano dal Pdl.
E alla fine i conti sono stati giusti.
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Gennaio 12th, 2012 Riccardo Fucile
LA LEGA SI SPACCA: MARONI PER IL SI’ ALL’ARRESTO VIENE SMENTITO DAL BAGNINO DELLA PANZANIA CHE INDIRIZZA VERSO IL NO… IL DESTINO DI COSENTINO APPESO A UN FILO: FRANCHI SALVATORI DIETRO IL VOTO SEGRETO
Il leader della Lega Nord Umberto Bossi ha deciso di lasciare mano libera ai suoi sul voto sull’arresto del deputato e coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino.
“Lascio libertà di coscienza, nelle carte non c’è nulla. Bisogna stare tranquilli quando si parla di arresti”, ha detto Bossi ai microfoni di Repubblica Tv.
Una correzione di rotta rispetto alla linea adottata dalla segreteria della Lega, dove era passata la linea maroniana orientata al sì all’arresto dell’ex sottosegretario all’Economia.
Linea poi adottata dai rappresentanti leghisti nella Giunta per le autorizzazioni della Camera, che ieri ha dato il primo via libera all’arresto del parlamentare del Pdl. Oggi toccherà all’aula di Montecitorio pronunciarsi.
E un deputato del Popolo della libertà assicura che il suo partito è pronto a un vero e proprio “mezzogiorno di fuoco”.
Il Cavaliere per tutto il giorno ha pressato la Lega affinchè cambiasse idea. L’ex premier ha trascorso tutto il giorno a palazzo Grazioli, perennemente al telefono con i suoi fedelissimi che lo aggiornavano sulle trattative in corso per evitare che l’aula confermasse quanto deciso dalla Giunta per le Autorizzazioni.
Un pressing costante, accompagnato da tutto lo stato maggiore del partito. Berlusconi nel corso della giornata ha sentito più volte lo stesso Cosentino, che in serata l’ha raggiunto a palazzo Grazioli.
Ma nel mirino del Cavaliere c’era soprattutto Bossi: l’ex capo del governo l’avrebbe cercato più volte e, secondo qualcuno, tra i due ci sarebbe stato anche un incontro, il secondo dopo quello di lunedì a Milano.
“Ora – avrebbe detto Berlusconi – spero che tutti votino secondo coscienza e non per mero calcolo elettorale”.
Le parole di Bossi rendono il sì all’arresto di Cosentino molto meno scontato di quanto sembrasse dopo l’esito in Giunta.
Potrebbe risultare decisiva la procedura.
Se verrà chiesto il voto segreto, assicurano nel Pdl, potrebbero scattare “varie dinamiche” soprattutto tra i parlamentari campani anche di altre forze politiche: è vero che alcuni berlusconiani potrebbero dire sì all’arresto (“magari per ragioni personali”), ma altri (anche in Udc o Pd) potrebbero decidere di “graziare” l’ex sottosegretario.
L’esito della votazione è a questo punto molto incerto.
Di sicuro c’è soltanto la spaccatura sempre più evidente della Lega.
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Gennaio 11th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO I RINCARI, LA GRANDE FUGA DA PALAZZO MADAMA: “I SOLDI NON SI BUTTANO, A ROMA ABBIAMO FORTI SPESE”
È la “dura” vita dei senatori.
Avranno pure l’indennità più alta d’Europa, ma è “crisi” anche per loro.
Ora che i prezzi al ristorante di Palazzo Madama sono quasi triplicati, hanno lanciato la caccia al risparmio a tavola. E hanno vinto la sfida.
Tre antipasti caldi e un primo a base di pesce, vino, acqua e caffè: tutto a 20 euro. 2012, fuga dal Senato.
La convenzione è stata stipulata con un ristorante a due passi da Piazza del Collegio romano.
Si chiama “Sapore di Mare”, almeno altri tre offrono sconti in zona.
Ma la singolare gara “bandita” dal senatore Valerio Carrara per conto dei colleghi, se l’è aggiudicata il locale in via del Piè di marmo.
Gli onorevoli esibiscono tesserino, et voilà , il pranzo a base di pesce a prezzo stracciato è garantito.
E presto, busseranno agli stessi locali anche i loro colleghi della Camera, dato che da ieri, alla ripresa dei lavori, i deputati si sono imbattuti negli aumenti nel loro ristorante: pranzo completo che tocca anche i 30 euro.
La mail è stata inviata dal senatore Carrara (eletto col Pdl ora nel gruppo di Coesione nazionale) alla casella di posta elettronica dei colleghi. “Cari, sperando di fare cosa gradita, mi sono permesso di richiedere ad alcuni ristoranti vicino al Senato delle convenzioni da tenere in considerazione in alternativa al nostro ristorante. Questa di seguito è molto interessante”.
E via col menù del locale prescelto. “Tre antipasti tra questi sotto elencati: involtino di melanzana con gamberi radicchio e basilico, pesce spada panato grigliato, dentice gratinato, bruschetta seppe e cicoria o bruschette verza e mazzancolle o bruschette con calamaretti, soutè di cozze”. Per proseguire: “Tre primi di questi elencati: risotto alla crema di scampi, orecchiette con ricciola pachino olive e basilico, paccheri allo scorfano, bambolotti alla pescatora, pennette pomodorino pachino gamberi pecorino e basilico”.
E infine: “Vino, acqua, caffè”.
Tutto, come precisa Carrara nell’oggetto della mail, “a 20 euro”.
Il senatore bergamasco con un passato dipietrista, è uomo spiccio, con trascorsi da dirigente d’azienda.
Spiega: “I soldi non li deve buttare via nessuno. Qui a Roma abbiamo già certe spese. E pagare 50 euro per pranzare al Senato fa un certo effetto anche quando l’indennità è alta. Abbiamo sondato una serie di ristoranti in zona che possano garantirci soprattutto un pranzo veloce. E certo anche economico, che non fa male”.
Elena, seduta alla cassa del “Sapore di Mare”, conferma: “Sì, da qualche settimana abbiamo avuto un incremento dei clienti a pranzo, i senatori prendono i nostri cinque antipasti caldi e il primo di pesce, col caffè, acqua e vino e pagano solo 20 euro. È una promozione. In questi giorni c’è stato un calo, speriamo sia stato solo perchè erano via per le feste”.
Francesco Pardi, Idv, racconta di altri arrangiatisi diversamente. “A me l’offerta della mail non interessa. Torno a pranzo a casa. Ma so di colleghi che per fuggire al caro prezzi del Senato vanno a mangiare al ristorante della Camera. Ma la protesta, dopo il primo pranzo post vacanze ad alto costo, ieri è scattata anche a Montecitorio.
“Non sapevo degli aumenti e ho pure offerto ai colleghi, ignaro. Spendevo meno fuori” dice Amedeo Laboccetta (Pdl).
E il democratico Gero Grassi: “Non vado più, è diventato un salasso, risotto alla pescatora, salmone con quattro patate lesse accanto, 20 euro”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
FALLITI I TENTATIVI DEL PDL DI RINVIARE LA DECISIONE… IL PARLAMENTARE E’ ACCUSATO DI ESSERE IL REFERENTE DEL CLAN DEI CASALESI
La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha approvato la richiesta di arresto avanzata
dalla Procura di Napoli nei confronti di Nicola Cosentino. I sì sono stati 11, i no 10.
Il voto, inizialmente previsto per le 14, era poi stato rinviato alle 16.
Il deputato campano del Pdl è accusato dai magistrati di essere il referente politico del clan dei casalesi.
Il Pdl aveva a lungo cercato di rinviare la conta, sperando in un ripensamento della Lega, che ieri aveva annunciato di voler votare a favore dell’arresto, ma il tentativo è fallito. Conseguentemente è cambiato anche il relatore di maggioranza, compito che passa dal pidiellino Maurizio Paniz a Marilena Samperi, capogruppo del Pd in Giunta.
Relatore di minoranza è stata nominata invece Jole Santelli. Il radicale Maurizio Turco ha votato insieme al Pdl contro l’arresto di Cosentino.
Decisivo quindi come detto il sì dei due deputati leghisti Luca Paolini e Livio Follegot.
“Ho perplessità sull’impianto accusatorio, che giudico claudicante, ma ho votato a favore dell’arresto perchè qui in Commissione io rappresento la Lega e ieri alla riunione della segreteria politica federale è stato deciso per il sì all’arresto”, ha chiarito Paolini.
Parole che non sono piaciute a Paniz. “Quando si tratta di decidere della libertà individuale un parlamentare dovrebbe rispondere alla propria coscienza e non al partito”, ha replicato.
A fronte dei tentativi dilatori del Pdl Pierluigi Castagnetti, presidente della Giunta, è stato inamovibile nella scelta di chiudere oggi la pratica.
“Alle 16 si voterà senz’altro – aveva messo in chiaro il parlamentare del Pd – e ho già chiarito che saranno inammissibili altre richieste di rinvio sine die”.
“Perchè non ci siano equivoci nè strumentalizzazioni della decisione di rinviare alle 16 – ha rincarato – ho ritenuto di accogliere la richiesta di un collega, per ragioni assolutamente oggettive, che non aveva preso ancora visioni della documentazione arrivata ieri, anche se è ultronea alla nostra decisione”.
“Se qualcuno chiederà un rinvio – era arrivato a dire Federico Palomba (Idv) – sono anche pronto a incatenarmi in giunta. Oggi si vota e basta. La giunta va presidiata perchè è suo dovere prendere una decisione, lo dobbiamo ai cittadini”.
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
CROLLA LA FIDUCIA NEI POLITICI E NELL’EUROPA, SI SALVANO SOLO NAPOLITANO E LE FORZE ARMATE
Come sono cambiati gli atteggiamenti degli italiani verso lo Stato e le istituzioni? 
Per rispondere possiamo utilizzare i dati dell’indagine di Demos, giunta alla 14a edizione.
Suggeriscono un’immagine nota, quanto consumata: il declino.
Oggi è considerato un “fatto” indiscutibile, sotto il profilo economico. Ma lo è anche sul piano del civismo e del rapporto con lo Stato e le istituzioni.
1) La fiducia nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali, infatti, scende in modo generalizzato, nell’ultimo anno, con poche eccezioni (fra cui la “scuola”, che però perde credito rispetto a dieci anni fa).
2) In particolare, colpisce il livello – davvero basso – raggiunto dai principali attori su cui si fonda la democrazia rappresentativa. Per primi, i partiti, a cui crede meno del 4% dei cittadini. Mentre la fiducia nel Parlamento viene espressa da circa il 9% degli intervistati. Oltre quattro punti meno di un anno fa.
3) Si tratta di una tendenza simile a quella che coinvolge – e travolge – gli organismi del sistema economico e finanziario. Per prime le banche, verso cui manifesta “stima” il 15% dei cittadini; 7 punti meno di un anno fa. Ma la metà rispetto al 2001. Non molto più alta – intorno al 20% – risulta la considerazione verso le istituzioni economiche europee e internazionali: la Bce e il Fmi. Appare basso anche il grado di consenso verso le rappresentanze delle categorie socioeconomiche: associazioni imprenditoriali (24%) e sindacato. Soprattutto la Cisl e la Uil, ben sotto il 20%.
4) Il sistema politico e quello economico appaiono, dunque, privi di riferimenti credibili fra i cittadini. Perfino le istituzioni di garanzia mostrano segni di debolezza. La “Magistratura”, soprattutto, perde 8 punti di fiducia, nell’ultimo anno. Un altro segno della fine di un ciclo. Visto che il “consenso” verso i magistrati è sempre stato in stretta relazione con il “dissenso” verso Berlusconi.
5) Fra gli orientamenti che emergono da questa indagine, il più netto e appariscente è, forse, il crollo di fiducia nei confronti della Ue. Verso cui esprime (molta-moltissima) fiducia il 37% dei cittadini: oltre 13 punti meno di un anno fa, ma 16 rispetto al 2001. All’indomani dell’introduzione dell’euro. Quando la maggioranza assoluta degli italiani si diceva euro-convinta.
6) Ciò sottolinea la crisi di governabilità di cui soffre la società italiana. Che – da sempre – non crede nello Stato (di cui si fida meno del 30% dei cittadini), tanto meno nei partiti (quasi metà degli italiani ritiene che non siano necessari alla democrazia) e, quindi, nel Parlamento (“presidiato” dai partiti). Ma oggi diffida – molto – anche dell’Unione Europea. Mentre, in passato, i due orientamenti procedevano in modo simmetrico. Perchè gli italiani compensavano la (e reagivano alla) sfiducia nello Stato e nel governo italiano con la fiducia nella Ue. E con una crescente identità locale Ma la speranza nei governi locali e nel federalismo appare, anch’essa, molto raffreddata, rispetto al passato.
7) Alla Bussola pubblica degli italiani restano, così, pochi punti cardinali. Le “forze dell’ordine”, che riflettono il senso di insicurezza sociale. Oltre al Presidente della Repubblica, che è divenuto – negli ultimi dieci anni – il principale appiglio della domanda di identità nazionale degli italiani. Un sentimento rafforzato, nel 2011, dalle celebrazioni del 150enario. In questa indagine, il Presidente conferma la credibilità conquistata in questi anni. Ottiene, infatti, (molta-moltissima) fiducia da parte del 65% della popolazione. Eppure anch’egli arretra in misura sensibile rispetto al 2010: quasi 6 punti. Risente, probabilmente, dell’insoddisfazione sollevata presso alcuni settori sociali dalla manovra finanziaria del governo Monti. Un sentimento che si “scarica”, in qualche misura, anche sul Presidente. Percepito, a ragione, come il principale sostegno (politico) a favore del governo (tecnico). Tanto più di fronte alla debolezza che affligge i partiti e il Parlamento. Ma anche le organizzazioni di mobilitazione e di integrazione sociale.
8) D’altronde, anche la fiducia verso la più importante istituzione religiosa, la Chiesa, appare in sensibile calo. Oggi si attesta al 45%: 2 punti meno di un anno fa, ma 14 rispetto al 2001.
Tutto ciò ripropone l’immagine del “declino” che ha coinvolto i principali riferimenti istituzionali e dell’identità sociale degli italiani. Non solo lo Stato, ma anche l’Europa, la Chiesa; e ancora, il mercato e le organizzazioni di rappresentanza. L’indice di fiducia complessivo nelle istituzioni politiche e di governo, dal 2005 ad oggi, è sceso infatti, dal 42% al 33%. Mentre, nello stesso periodo, la fiducia nelle istituzioni sociali ed economiche, nell’insieme, cala dal 35% al 26%.
Più che di declino, forse, converrebbe parlare di “recessione”.
9) Ciò marca una differenza profonda rispetto agli anni Novanta, quando la sfiducia nello Stato e nelle forme di partecipazione collettiva si accompagnò all’affermarsi del mito del mercato, del privato, dell’individuo, della concorrenza, dell’imprenditore. Oggi, al contrario, l’insoddisfazione verso i servizi privati è cresciuta molto più di quella verso i servizi pubblici. E la domanda di ridurre la presenza dello Stato nei servizi – scuola e sanità – si è ridotta al punto di apparire ormai residuale. Mentre il grado di partecipazione sociale non è “declinato”, ma, negli ultimi anni, si è, anzi, allargato sensibilmente. In particolare, hanno conquistato ampio spazio le nuove forme di partecipazione sociale: il consumo critico, i movimenti di protesta, le mobilitazioni che si sviluppano, sempre più, attraverso la rete. Comportamenti particolarmente diffusi fra i giovani e fra gli studenti. I più colpiti dalla crisi, ma anche dalla sfiducia.
10) Da ciò l’immagine di una “società senza Stato”, (come recita il titolo di un libretto pubblicato di recente dal “Mulino”). Che, però, ha paura di restare senza Stato. E reagisce. Seguendo molte diverse vie. E vie molto diverse. La “sfiducia” – ma anche la “protesta” e la mobilitazione. Emerge, nel complesso, una diffusa resistenza alla “privatizzazione” dei servizi, all’individualizzazione dei riferimenti di valore e degli stili di comportamento, all’affermarsi delle logiche finanziarie e di mercato in ogni sfera della vita: a livello pubblico e privato. Sfiducia politica e partecipazione, dunque, coesistono presso le componenti sociali più vulnerabili. I ceti periferici, ma soprattutto i giovani, che manifestano incertezza e paura verso il presente, oltre che verso il futuro. E reagiscono insieme. Non solo per cercare soluzioni e per cambiare le cose. Ma per superare la solitudine e la frustrazione che li affliggono La partecipazione e la protesta agiscono, quindi, come una sorta di terapia. Contro la sfiducia e contro l’isolamento.
Si delinea, così, una stagione incerta.
Un ciclo politico si è chiuso, dopo quasi vent’anni. Lasciandoci spaesati. Privi di riferimenti istituzionali e politici. Insoddisfatti del pubblico e delusi dal privato. Senza fiducia.
Ma quel che verrà dopo non è chiaro – e un nuovo ciclo ancora non si vede. Tuttavia, la scelta di Monti di investire nel “civismo” – attraverso la centralità “mediatica” attribuita alla lotta all’evasione fiscale – appare una risposta poco “tecnica” e, invece, molto “politica” al problema sollevato da questa indagine.
Restituire i cittadini allo Stato. Per restituire lo Stato ai cittadini.
Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”)
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