Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile
LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DELLA CAMERA DEVE ESPRIMERE IL PRROPRIO VOTO SULLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE ALL’ARRESTO DEL COORDINATORE CAMPANO EL PDL
La settimana che si apre dovrebbe essere decisiva per l’immediato futuro del coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino.
Martedì la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera esprimerà il proprio voto sulla richiesta di autorizzazione all’arresto inoltrata dal giudice delle indagini preliminari di Napoli Egle Pilla che nello scorso mese di dicembre ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del deputato, accogliendo la richiesta della Procura antimafia di Napoli che indaga sul riciclaggio, attraverso attività imprenditoriali, dei capitali appartenenti ai clan camorristici di Casal di Principe.
Riciclaggio che, secondo le ipotesi dell’accusa, Cosentino avrebbe favorito quando ancora ricopriva l’incarico di sottosegretario all’Economia con delega al Cipe nel governo Berlusconi, facendo pressioni sui funzionari dell’Unicredit affinchè sbloccassero la pratica relativa a un prestito di cinque milioni e mezzo di euro in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino di due potenti capiclan come i fratelli Giuseppe e Massimo Russo.
L’ingente cifra, che sarebbe dovuta servire per realizzare un centro commerciale nella zona di Casal di Principe, era stata chiesta da Di Caterino presentando una falsa fideiussione, e la pratica si era quindi arenata.
Ma grazie all’intervento di Cosentino – sostiene la Procura con argomentazioni ritenute convincenti dal gip – la questione fu rapidamente sbloccata, anche se poi il centro commerciale (per il quale l’impresa di Di Caterino avrebbe ottenuto le necessarie licenze pur in violazione delle norme edilizie, sempre grazie alle pressioni di Cosentino sui responsabili dell’ufficio tecnico comunale) non fu mai realizzato.
La Procura antimafia ritiene l’incontro tra il parlamentare di Casal di Principe e i funzionari di Unicredit fondamentale per stabilire il legame tra Cosentino e i colletti bianchi della camorra casalese.
Perciò quel 7 febbraio del 2007 davanti agli uffici della banca in via Po a Roma c’erano anche gli investigatori della Dia, che raccolsero il materiale fotografico riportato in esclusiva da Corriere.it.
Insieme a Cosentino si riconosce perfettamente il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro, anch’egli parlamentare del Pdl, e anch’egli indagato dalla Dda, che però non ha chiesto nei suoi confronti alcun provvedimento cautelare.
Per Cosentino, invece, quella su cui la giunta voterà martedì (e che dovrebbe andare in Aula l’11 o il 12) è la seconda richiesta d’arresto, dopo quella, mai concessa, per concorso esterno in associazione camorristica, reato per il quale il deputato è attualmente sotto processo davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Quando il 21 dicembre scorso la giunta per le autorizzazioni a procedere si spaccò tra chi voleva votare subito e chi puntava alla riunione di martedì, la Lega appoggiò i vecchi alleati del Pdl facendo prevalere l’opzione del rinvio.
I suoi due rappresentanti, i deputati Paolini e Follegot, dissero di aver agito «secondo buonsenso» perchè preferivano avere «più tempo per leggere le carte appena arrivate in giunta».
Ora, per decidere, hanno a disposizione anche le foto, e non solo quelle: alla Camera è stata depositata anche la recentissima ordinanza del tribunale del riesame di Napoli che ha respinto il ricorso di Cosentino contro l’ordinanza di arresto, dando quindi un’ulteriore conferma alla validità di quel provvedimento sul quale ora l’ultima parola tocca alla politica.
Amalia De Simone e Fulvio Bufi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
IL PORTABORSE DI SCILIPOTI: “LAVORAVO DALLE 9 DEL MATTINO ALLE 23, SABATO COMPRESO, PER 600 EURO AL MESE”… E QUELLO DI RAZZI: “LAVORAVO SETTE GIORNI SU SETTE, GLI PREPARAVO ANCHE GLI INTERVENTI, MI PAGAVA SOLO I RIMBORSI SPESE E PURE IN RITARDO”
I due deputati voltagabbana ex Idv, Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, sono uniti oggi da
una comune grana: entrambi hanno una causa in corso con i loro ex portaborse.
Il primo, secondo quanto denuncia il suo ex assistente parlamentare, Vincenzo Pirillo, avrebbe lavorato “per un anno dalle nove del mattino alle undici di sera, sabato compreso a soli 600 euro al mese con un contratto a progetto”.
Scilipoti sostiene invece di aver “aiutato una persona che non era in grado di fare nulla”.
Ma se fosse così perchè non gli mandava i soldi a casa?
Secondo il suo ex portavoce factotum, Massimo Pillera, il deputato Razzi, eletto nel collegio svizzero degli italiani all’estero, lo avrebbe tenuto dal 2006 al 2008 in nero, senza nessun contratto, pagandolo solo attraverso dei rimborsi spesa.
“Ho buttato due anni della mia vita — dichiara Pillera — ho girato in lungo e in largo con Razzi, ho lavorato anche sette giorni su sette sempre con la promessa che nel 2008, dopo la sua rielezione nel partito di Di Pietro, sarebbe arrivato anche il contratto regolare”.
“E invece — spiega — una volta rieletto, lo ha liquidato con queste parole: “Sai Massimo, ora siamo all’opposizione, meno discorsi da preparare, meno proposte di legge, meno lavoro per tutti”.
Pillera racconta di aver fatto di tutto “facevo il ghostwr iter per i suoi discorsi in pubblico, preparavo le interrogazioni parlamentari, le proposte di legge da presentare, seguivo i lavori delle commissioni e della Camera, dovevo persino informarmi con anticipo, grazie ai miei buoni uffici nelle segreterie, su che tipo di risposte avrebbero dato i ministri nei question time alle sue interrogazioni, in modo che lui avesse sempre pronta per fare bella figura una controreplica. Se — aggiunge — non riuscivo ad avere le anticipazioni, inviavo a lui degli sms con delle frasi di circostanza che potevano sempre andar bene”.
Razzi al giornalista del “Fatto” ha rilasciato una risposta imbarazzante: “Non mi risulta che Pillera fosse in nero, ma non ricordo la natura del contratto. Ora sono all’estero e non ho tempo per rispondere”.
E questi era i “responsabili” salvatori dei destini dell’Italia.
Parola di Berlusconi.
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
SUL SITO OPENPOLIS L’INDICE DI PRODUTTIVITA’ DEI NOSTRI RAPPRESENTANTI RIVELA UNA PERCENTUALE DI ATTIVITA’ INQUIETANTE…. AGLI ULTIMI POSTI GHEDINI E ANGELUCCI (PDL) , CRISAFULLI E ZAVOLI (PD), BONINO (RADICALI), MARCAZZAN, GRASSANO, TEDESCO, GAGLIONE, NANIA, PISTORIO
La domanda non dovrebbe essere solo riferita all’ammontare dell’emolumento (nella Pubblica Amministrazione ce ne sono anche di molto più alti), ma se lo stipendio è troppo alto rispetto al lavoro svolto e perchè non sia modulato di conseguenza.
Il sito Openpolis ha introdotto, oltre al calcolo delle presenze, un indice di valutazione della produttività di deputati e senatori calcolato valutando l’attività svolta in parlamento, la tipologia degli atti presentati, il consenso ricevuto, l’iter dei lavori e la partecipazione in aula.
“Non intendiamo dire chi lavora e chi no — spiegano i ricercatori sul sito di Openpolis — ci concentriamo solo ed esclusivamente su quella parte del lavoro parlamentare volto alla proposta, discussione, elaborazione ed approvazione di atti legislativi e non”.
Dalla classifica emerge che il deputato più produttivo è Antonio Borghesi dell’Idv con un valore pari a 1035.
Il secondo è Pier Paolo Baretta del Pd (991,6).
Tra loro e i meno produttivi c’è un abisso.
Gli ultimi tre posti sono occupati da Pietro Marcazzan dell’Udc (14,1) subentrato in corso di legisaltura, il 15 settembre del 2010, poi Nicolò Ghedini del Pdl, (14,4) e Maurizio Grassano della Lega (19,6) anche lui entrato il 17giugno del 2010.
Per quanto riguarda Palazzo Madama i due più produttivi sono entrambi dell’Udc, Gianpiero D’Alia e Carlo Vizzini con, rispettivamente, 1199,7 il primo e 1032,6 il secondo.
Gli ultimi della classe sono invece Vladimiro Crisafulli del Pd, con una valutazione pari a 12,9, Alberto Tedesco ex Pd ora gruppo Misto (13,2) e Sergio Zavoli, sempre del Pd (15,6).
Dal conteggio sono escluse le attività istituzionali come quelle di presidenti di Commissione o capigruppo.
Analizzando invece il dato oggettivo delle presenze in aula il massimo assenteista di Montecitorio si conferma Antonio Gaglione, gruppo Misto, presente al 6,38% delle sedute.
Il secondo è ancora Niccolò Ghedini, (22,7%) poi Antonio Angelucci, del Pdl (28,58%).
Al Senato detiene il record di assenze la vicepresidente radicale Emma Bonino, (28,7%). Seguono Domenico Nania del Pdl (33,45%) e Giovanni Pistorio del gruppo Misto (34,20%).
I più presenti un deputato e un senatore del Pdl: Remigio Ceroni alla Camera (99,86%) e Cristiano De Eccher al Senato (99’92%).
Come riportato dai giornalisti Rizzo e Stella nel libro “Licenziare i padreterni”, il tasso di assenteismo medio italiano è circa del 30%, mentre al Senato americano è del 3,1%.
Per quanto riguarda la media delle ore lavorate in aula, escludendo quindi le Commissioni, in una settimana di attività intensa come quella tra l’11 e il 18 dicembre, con l’esame della Finanziaria, i deputati si sono riuniti in assemblea 30 ore e 10 minuti tra il 14 e il 16 dicembre mentre a Palazzo Madama ci sono state 14 ore e 28 minuti di seduta in tre giorni.
Il governo ha rimandato al Parlamento l’onere di occuparsi del taglio dei propri stipendi.
Se fossero modulati su presenze e produttività i doppiolavoristi non riceverebbero soldi dallo Stato mentre svolgono le loro attività e Antonio Gaglione sarebbe costretto a presentarsi in aula per ricevere lo stipendio.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
LE PROPOSTE TECNICHE INVIATE AL PARLAMENTO: SCORPORARE IL BANCO POSTA DA POSTE ITALIANE, ABOLIRE IL TARIFFARIO DELLE PROFESSIONI, AUMENTARE IL NUMERO DELLE FARMACIE, INTERVENTI SUI SERVIZI PUBBLICI LOCALI, LICENZE COMPENSATIVE SUI TAXI… SUPERARE GLI EGOISMI E GARANTIRE EQUITA’
Dai servizi pubblici locali alle poste, dai trasporti alle banche all’energia, fino alle professioni
e alla semplificazione dell’attività amministrativa.
Sono queste alcune delle proposte tecniche inviate dall’Antrust al Parlamento per favorire la concorrenza e “fare ripartire al più presto la crescita economica”.
Così da “superare gli egoismi di parte e le resistenze”.
Ma se le liberalizzazioni sono necessarie, vanno però “accompagnate con interventi che garantiscano l’equità sociale e che favoriscano, anche attraverso le opportune riforme del diritto del lavoro, nuove opportunità di inserimento per i soggetti che ne uscissero particolarmente penalizzati”.
Secondo l’Antitrust la “legge annuale sulla concorrenza è lo strumento con il quale procedere: per vincere ostacoli e resistenze dei gruppi che si sentono danneggiati, occorre infatti recuperare la dimensione dell’interesse generale e la sua prevalenza sui vari egoismi di categoria, procedendo con interventi di ampia portata che contestualmente sciolgano i nodi anticoncorrenziali su mercati diversi e con attori economico-sociali differenti”.
L’Antitrust, si legge ancora nel testo di 90 pagine, “ha consapevolezza che per superare le numerose incrostazioni corporative e le resistenze dei grandi attori economici ad un’effettiva apertura del mercato, la politica di liberalizzazioni dovrà inevitabilmente essere “una sorta di work in progress ma – aggiunge – l’urgenza della crisi richiede di non indugiare e di attuare gli interventi di immediata applicazione”.
Per l’autorità “non vanno sottovalutati i costi sociali sottesi, nel brevissimo periodo, alle liberalizzazioni”.
Poste.
Scorporare Banco Posta da Poste Italiane, ridefinire il servizio universale, limitandolo ai servizi veramente essenziali e ridurre la durata dell’affidamento a Poste, attualmente fissata a 15 anni. E’ quanto si legge nella segnalazione a Governo e Parlamento dell’Antitrust, che spiega: “Per Banco Posta, occorre prevedere la costituzione di una società separata da Poste, che abbia come oggetto sociale lo svolgimento dell’attività bancaria e che risponda ai requisiti della normativa settoriale”.
Carburanti.
L’Autorità propone una più incisiva razionalizzazione della rete distributiva con misure che favoriscano lo sviluppo di operatori indipendenti dalle compagnie petrolifere anche attraverso forme di aggregazione di piccoli operatori e/o di gestori di impianti. Per garantire l’assenza di ostacoli all’accesso a nuovi operatori non integrati verticalmente (pompe bianche e GDO), occorre vietare alle Regioni di inserire vincoli alla apertura degli impianti non previsti dalle norme nazionali e eliminare la norma che impedisce la realizzazione di impianti completamente automatizzati. Per sviluppare una rete distributiva maggiormente indipendente dalle compagnie petrolifere si dovrebbe consentire l’utilizzo, nei rapporti tra proprietari degli impianti e gestori, di tutte le tipologie contrattuali previste dall’ordinamento eliminando il vincolo della tipizzazione tramite accordi aziendali. Verrebbe così, da un lato, introdotta una piena autonomia del gestore rispetto al soggetto proprietario dell’impianto incentivando, ad esempio, forme di aggregazione di piccoli operatori nell’attività di approvvigionamento. Dall’altro, questo potrebbe consentire alle società petrolifere di rifornire anche punti vendita non appartenenti alla propria rete (rendendo possibile la nascita di impianti multimarca).
Professioni.
Nel settore delle professioni occorre l’abolizione espressa di qualsiasi forma di tariffario mentre gli Ordini vanno riformati, garantendo che la funzione disciplinare sia svolta da organismi che garantiscano un ruolo terzo. Anche nel settore della formazione professionale il potere dei Consigli degli Ordini va limitato alla fissazione di requisiti minimi dei corsi di formazione, senza alcuna necessità di autorizzazioni o riconoscimenti preventivi. E’ inoltre necessaria la revisione della pianta organica dei notai, in modo da aumentare significativamente il numero dei posti. Per tutti gli Ordini va infine abrogata la norma che prevede il controllo, da parte degli Ordini stessi, sulla trasparenza e veridicità dei messaggi pubblicitari veicolati dai professionisti.
Edicole.
Va consentita una remunerazione differenziata dei rivenditori in base a parametri oggettivi, che tengano conto della qualità delle prestazioni rese e dei risultati conseguiti dall’esercizio, affrontando anche le problematiche relative alla filiera distributiva per garantire i rifornimenti.
Banche e Rca.
Secondo l’Antitrust è preferibile limitarsi a intervenire sulla metodologia di calcolo e sul livello delle commissioni interbancarie multilaterali, piuttosto che prevedere prezzi massimi o minimi delle commissioni applicate dalle banche agli esercenti. Va inoltre introdotto il divieto per la banca che stipula un mutuo o un finanziamento di vendere contemporaneamente una polizza collegata a quel contratto. Sul fronte della Rc Auto occorre migliorare il meccanismo del risarcimento diretto, prevedendo soglie ai rimborsi ricevuti dalla compagnia del danneggiato modulati in funzione degli obiettivi di efficienza che devono essere raggiunti dalle compagnie. Dall’ambito della procedura di risarcimento diretto vanno comunque esclusi i danni alla persona.
Energia.
Per l’Autorità occorre in tempi brevi ridurre il gap di informazione tra i distributori e venditori finali non integrati verticalmente con i distributori stessi, aumentando la concorrenza a valle. Per questo occorre introdurre specifici obblighi informativi e ampliando la quantità e la qualità dei dati da mettere a disposizione. l’Autorità ritiene inoltre necessario che in tempi brevi vengano adottate misure pro-concorrenziali relative ad agevolazioni per la costruzione di nuove infrastrutture di importazione di gas.
Taxi.
Incentivare la liberalizzazione dei tax attraverso misure compensative per chi già possiede le licenze. “Va incentivato l’aumento del numero delle licenze dei taxi, almeno nelle città dove l’offerta del servizio presenta le maggiori carenze, prevedendo adeguati meccanismi di ‘compensazione’ per gli attuali titolari delle licenze – afferma l’Antitrust -. In particolare, al fine di rendere effettivamente praticabile la riforma, minimizzandone l’impatto, l’autorità suggerisce di dare la possibilità agli attuali titolari delle licenze di vedersene assegnata un’altra gratuitamente. La nuova licenza potrebbe essere venduta, recuperando la perdita di valore del titolo originario e, comunque, l’offerta del servizio di taxi registrerebbe un miglioramento significativo”.
Strade e aerei.
Secondo l’Antitrust “va modificato il sistema di revisione delle tariffe previsto dalla Convenzione tra Anas e Autostrade per l’Italia, passando a un meccanismo che preveda la sottrazione dal tasso di inflazione del tasso di produttività attesa e, soprattutto, un consistente premio per un miglioramento della qualità del servizio e per i progetti di investimenti futuri, ove verificabili”. Va ridotta la durata cinquantennale delle concessioni “che va invece commisurata alle caratteristiche dell’investimento e alla possibilità di una sua remunerazione. Nel caso di investimenti non completamente ammortizzati, le procedure di affidamento possono comunque prevedere, laddove il subentrante sia diverso dal precedente concessionario, adeguate forme di compensazione”.
Servizi pubblici.
“Occorre introdurre l’obbligo per gli enti locali di definire in via preliminare gli obblighi di servizio pubblico. Stabilito il perimetro, dovranno verificare la possibilità di una gestione concorrenziale con procedure aperte di manifestazione di interesse degli operatori del settore a gestire in concorrenza i servizi. Solo in caso di fallimento di questa procedura gli enti locali potranno mantenere la gestione in esclusiva affidata con gara a un privato, mentre l’affidamento in house (direttamente gestito dall’ente pubblico con una sua società ) è consentito solo a fronte di un’analisi di mercato che ne dimostri in modo chiaro i benefici diretti. Occorre – prosegue l’autorità – accelerare le scadenze degli affidamenti che non sono il frutto di un confronto competitivo, dando però all’ente locale la possibilità di evitare la scadenza anticipata attraverso l’immediato avvio di una procedura di cessione a privati con gara delle quote della società pubblica (totalitaria o mista). La procedura dovrà concludersi entro un termine ravvicinato, pena sanzioni per l’ente locale”.
Farmacie.
Sul fronte farmaceutico occorre liberalizzare la vendita dei farmaci con prescrizione medica ma a totale carico del paziente (i cosiddetti farmaci di fascia C) e rimuovere gli ostacoli all’apertura di nuove farmacie, aumentando la pianta organica delle stesse. Va ampliata la possibilità¡ della multi-titolarità in capo a un unico titolare, aumentando il numero massimo da 4 a 8.
Burocrazia.
Secondo l’Antitrust occorre affidare al Governo la delega per un testo unico relativo a tutti i procedimenti di autorizzazioni, con espressa abrogazione di quelli non necessari. In caso di mancato rispetto dei termini per effettuare la ricognizione, scatta l’effetto ‘tagliola’ con cessazione di tutti i regimi di autorizzazione oggi previsti. Infatti, l’efficacia di alcune misure pro-concorrenziali dipende anche dall’attuazione da parte delle amministrazioni del principio di liberalizzazione delle attività economiche e, in parte, anche del diverso principio di semplificazione delle procedure. Anche le Regioni e gli enti locali dovranno adeguarsi. Per disincentivare in futuro la reintroduzione di nuovi oneri burocratici per cittadini e imprese, l’Autorità propone di introdurre il principio della detraibilità per cittadino e imprese delle spese sostenute per l’adeguamento a nuove normative, che introducono nuovi oneri burocratici: obiettivo, “costringere” il legislatore a reperire le risorse in caso di approvazione di nuove leggi che comportano aggravamenti per cittadino e imprese e che devono avere, sotto tale profilo, copertura finanziaria. Identico meccanismo dovrà valere per le Regioni.
Ferrovie.
Per il trasporto ferroviario, l’Antitrust auspica che sia resa rapidamente operativa l’Autorità dei Trasporti: sarà così possibile vigilare sulla “terzietà ” della gestione di tutte le infrastrutture ritenute essenziali per lo svolgimento di un corretto confronto concorrenziale nei servizi di trasporto ferroviario merci e passeggeri.
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Gennaio 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA CHIAMANO “INDENNITA’ COMPENSATIVA DI PRODUTTIVITA’”, E’ UNA VOCE “PENSIONABILE” E SI RIFERISCE ALLA RINUNCIA A FESTIVITA’ SOPPRESSE E ALL’INCREMENTO DELL’ORARIO LAVORATIVO DURANTE LE SEDUTE D’AULA
Si scrive indennità compensativa di produttività , si legge sedicesima mensilità .
E’ quella che percepisce il personale del Senato dal 2004, ovvero da quando è stata introdotta questa nuova voce all’interno del regolamento di Palazzo Madama (articolo 17 comma 3).
Non si tratta, tuttavia, di un mese in più di stipendio, bensì — come scrive Il Sole 24 Ore, che ha dato la notizia — di una compensazione corrisposta al personale (da 37 ore e mezzo a 40 ore).
Questi soldi, inoltre, vengono inseriti in due tranche nelle buste paga di aprile e di settembre. Un po’ come avviene per la quindicesima, che il personale del Senato percepisce per il cinquanta per cento in primavera e per la restante parte a fine estate.
Metà quindicesima e metà sedicesima insieme, quindi, negli stipendi di aprile e settembre: in altre parole, due mensilità in più.
A differenza di quest’ultima, tuttavia, la cosiddetta ‘sedicesima’ influisce sul calcolo dell’assegno pensionistico, cosa che invece non accade per le altre voci dello stipendio di chi lavora a Palazzo Madama e a Montecitorio, comprese tutte le indennità .
Uno dei tanti marchingegni per rimpolpare lo stipendio della “casta privilegiata” dei dipendenti del Parlamento italiano, senza dare troppo nell’occhio.
Mentre gli statali non hanno neanche la quattordicesima, chi lavora a fianco dei politici è gratificato persino della sedicesima.
Potere della Casta…
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
A FINE CARRIERA STIPENDI QUADRUPLICATI.. AI COMMESSI FINO A 160.000 EURO DI STIPENDIO
Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come
lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così.
Il gioco è sempre quello: citare solo l’«indennità ».
Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.
Sono settimane che va avanti il tormentone.
Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese.
Di là l’insistenza sulla sola «indennità ».
E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito.
Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»?
Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l’opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?
Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall’altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori.
Peggio: rischia di distrarre l’attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema.
Cioè il costo d’insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.
Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato.
Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo.
Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».
Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto».
Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna?
Sembra impossibile, ma è così.
Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro.
Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.
Per carità , non «ruba» niente.
Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell’ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto.
Ma certo sono regole che nell’arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga.
E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.
Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila.
E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità .
Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato.
Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama.
Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali».
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l’Espresso, 485 mila euro l’anno.
Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica.
Va da sè che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l’anno.
È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari.
Basti ricordare che gli assunti prima del ’98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni.
Esempio? Un consigliere parlamentare di quell’età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un’anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l’anno, pari all’85% dell’ultima retribuzione.
Se poi decide di tirare avanti fino all’età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.
Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori.
A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l’anno che, se resta fino al 60 º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai.
E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l’età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti.
Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla.
A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata».
Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina.
Il confronto non si annuncia facile.
Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.
E tutto si arenò nei veti sindacali.
Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti.
Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio.
Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d’oro.
Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni.
Da allora, finchè non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.
Per 15 mensilità l’anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando.
Da umiliare perfino l’ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila.
Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici.
Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.
Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps.
I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro.
Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons.
E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro.
Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro.
Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora.
Perchè nel bilancio del Senato c’è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari».
Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro.
Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell’inflazione.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
RIMANE SEMPRE DI ALMENO 3.000 EURO AL MESE PIU’ ALTO DI QUELLO DEI LORO COLLEGHI DI ALTRI PAESI
I dati della Commissione Giovannini, come premette lo stesso rapporto, vanno certamente presi con le molle.
Mettiamoci il fatto che la norma con la quale la retribuzione (pardon, il costo…) dei nostri parlamentari dovrebbe essere equiparata alla media europea è chiarissima soltanto in apparenza: in realtà è il massimo dell’ambiguità .
Aggiungiamoci poi che da mesi, avendo probabilmente fiutato l’aria, si moltiplicano gli studi di fonte non proprio imparziale tesi a dimostrare che contrariamente all’evidenza di un peso macroscopico sui contribuenti (per mantenere le due Camere ogni italiano spende 26,33 euro l’anno, il doppio di un francese, due volte e mezzo rispetto a un cittadino britannico!) deputati e senatori italiani costerebbero individualmente meno dei loro colleghi europei.
La conclusione logica sarebbe che alla fine la montagna ha partorito un topolino.
Invece i risultati della Commissione offrono all’evidenza per la prima volta in un documento con i crismi dell’ufficialità , alcune storture del nostro sistema che mettono seriamente in crisi il catenaccio avviato dai difensori dello status quo, pronti non soltanto a respingere qualsiasi taglio a indennità , rimborsi e prerogative, ma addirittura a rivendicare più soldi proprio in virtù della famosa media europea. Intanto è palese che lo stipendio nudo e crudo dei parlamentari italiani è di almeno 3 mila euro al mese (lordi, s’intende) più alto degli altri.
Anche dei tedeschi, nonostante la Germania abbia un prodotto interno lordo procapite del 25% più alto dell’Italia.
E senza considerare la Spagna, dove l’indennità dei deputati è decisamente più bassa.
Ma soprattutto, sarà ora impossibile per la Camera e il Senato non fare i conti con alcuni scheletri nell’armadio da troppo tempo.
Prendiamo la vicenda scandalosa dei collaboratori.
Quello italiano è l’unico Parlamento in Europa nel quale deputati e senatori percepiscono una quantità non irrilevante di soldi con cui dovrebbero retribuire l’assistente personale.
Sapevamo anche prima di leggere il rapporto della Commissione che i membri del Bundestag hanno diritto a una somma enormemente superiore.
Ma c’è una differenza: i deputati tedeschi non toccano un euro.
I loro collaboratori personali vengono infatti pagati direttamente dal Bundestag.
Nè più, nè meno, come avviene altrove, a cominciare dal Parlamento europeo.
I nostri, invece, in molti casi se li mettono in tasca: puliti, senza imposte. Di più.
Quei soldi vengono da qualcuno utilizzati per fare il famoso versamento volontario al partito. Con il risultato che si può persino portare in detrazione dalle tasse il 19% dell’importo su una somma già esentasse.
Molti assistenti intascano paghe da miseria e in nero. Non è un caso che i collaboratori ufficialmente riconosciuti siano meno di un terzo dei deputati.
Speriamo che il rapporto Giovannini contribuisca finalmente a far cessare questo sconcio. Facendo venire al pettine pure altri nodi.
Per esempio la questione della diaria, che incassano tutti forfettariamente.
Di che cosa si tratta? Del rimborso per le spese sostenute a causa della permanenza a Roma nei giorni di lavoro.
Per quale ragione questo contributo (esentasse) debba spettare senza alcuna differenza anche a chi abita nella Capitale, è francamente un mistero.
Adesso toccherà al Parlamento tirare le somme.
La Commissione non le ha tirate. E non è arbitrario ravvedere dietro questa ovvia omissione una scelta precisa.
Dare anche un semplice suggerimento sull’interpretazione dei dati e delle varie voci sarebbe stato probabilmente irrituale.
Ma anche rischioso, vista l’indignata determinazione con cui le Camere hanno rivendicato la propria autonomia quando nel decreto «salva Italia» aveva fatto capolino una norma che affidava al governo il compito di fare la media, nel caso in cui i dati non fossero stati disponibili per fine 2011.
I numeri sono arrivati il 2 gennaio, pur con tutti i limiti di cui abbiamo parlato.
Le Camere hanno voluto risolvere il problema da sole invocando l’«autodichia».
E dandosi pure la zappa sui piedi, considerato che la media europea sarebbe dovuta scattare dalla prossima legislatura mentre ora il presidente di Montecitorio Gianfranco Fini ha promesso che si applicherà da subito.
Dunque lo facciano: in fretta e senza fare ricorso alle solite piccole furbizie, quando si dovranno tirare le somme.
Magari facendosi scudo di uno di quegli studi «imparziali» che mettono tutto nello stesso calderone, dall’indennità ai rimborsi spese fino ai costi del portaborse, per arrivare a una qualche conclusione gattopardesca.
Non lo meritano i cittadini e non lo meritano le istituzioni democratiche.
Per difendere il nostro Parlamento e restituire credibilità alla politica non c’è che una strada: quella della serietà e della trasparenza.
Per favore, lasciate perdere i calderoni.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
I RISULTATI DEL POOL DI ESPERTI AL CENTRO DELLA POLEMICA CON IL PARLAMENTO
La premessa è questa: “La Commissione considera i dati contenuti nella presente relazione
del tutto provvisori e di qualità insufficiente per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge”.
È l’epitaffio che il pool di esperti che a luglio scorso ha avuto il compito di vigilare sul “livellamento retributivo Italia-Europa”, presieduto dal numero uno dell’Istat Enrico Giovannini, mette in calce al proprio studio comparativo sugli stipendi di eletti, nominati e dipendenti degli apparati pubblici in Italia e nel resto d’Europa.
I cinque “esperti di chiara fama” Roberto Barcellan (Eurostat), Alfonso Celotto (Ordinario di diritto costituzionale a RomaTre), Ugo Trivellato (professore di Statistica economica all’ateneo di Padova), Giovanni Valotti (ordinario di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi) e Alberto Zito (ordinario di Diritto amministrativo all’università di Teramo), non sono riusciti nei cinque mesi che hanno avuto a disposizione a fornire dati adeguati alla richiesta ricevuta dal governo.
Si sono riuniti cinque volte, due a settembre, una a ottobre, novembre e dicembre, hanno chiesto delucidazioni alla Presidenza del Consiglio sui criteri tecnici da adottare, hanno chiamato le ambasciate di mezza Europa in cerca di dati certi, e niente.
Avranno tempo fino al 31 marzo per mettere mano a una materia complessa di organi elettivi, agenzie, autorità e commissioni per trovarne affinità e divergenze tra noi e il resto d’Europa.
Gli unici dati per adesso messi nero su bianco dalla Commissione Giovannini sono peraltro già noti all’Ufficio Studi della Camera e ci spiegano che i deputati e i senatori italiani hanno un’indennità lorda più elevata rispetto ai colleghi francesi, tedeschi, spagnoli, belgi, austriaci e olandesi e godono di alcuni benefit sconosciuti al resto delle Camere continentali.
Tra questi c’è la libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea, di cui dispongono solo i deputati e i senatori del Belgio, che però possono contare su un’indennità di 7.374 euro (uguale per Camera e Senato) e un forfati di 1.892 euro, contro gli oltre 16mila euro del parlamentare di casa nostra.
Un’altra diversità è data dal contributo per i collaboratori parlamentari (in Italia ammonta a 3690 euro al mese per Montecitorio e a 4180 euro per Palazzo Madama), che in Italia è versato direttamente al parlamentare, finendo a volte per diventare un’ulteriore voce di reddito (o una sacca di lavoro nero).
In Belgio, Austria e Germania questi collaboratori sono pagati direttamente dal Parlamento.
In Francia, i 9.138 euro lordi (alla Camera) e i 7.548 euro lordi (al Senato), stanziati per questa funzione sono una “linea di credito” che va restituita se non se ne usufruisce (anche qui il rapporto di lavoro è gestito dal Parlamento).
C’è poi la partita dei vitalizi, per cui, fino all’ultima modifica varata dagli uffici di presidenza di Camera e Senato, l’Italia vinceva a mani basse (il vitalizio nostrano era quattro volte quello francese, mentre in Spagna finiva per essere una specie di pensione integrativa di modesta entità ).
Sempre in Francia, poi, al posto della diaria di 3500 euro di cui gode un deputato italiano (in Spagna la stessa ammonta a 1823,9 se si è eletti fuori Madrid e di 870,56 se eletti nella capitale), un membro del Parlamento può risiedere con tariffa agevolata a Parigi in residence di proprietà dell’Assemblea.
Il Senato tedesco, a base regionale, è poi incomparabile con qualsiasi altra assemblea elettiva presa in esame.
È proprio per la complessità di comparare questi dati in una media “europea” che lo stesso Giovannini certifica l’inadeguatezza della propria missione: “Ci sono molti altri aspetti da tener conto che sono differenti nei vari paesi: quindi, è impossibile fare una media europea”.
La legge, insomma, è scritta male. E le variabili di cui tener conto sono difficili da ponderare.
La vicenda è anche più complicata se si pensa che le decisioni sulle retribuzioni di Camera e Senato debbono prenderle Camera e Senato.
E se il presidente dell’assemblea di Palazzo Madama lamenta di non aver ricevuto alcunchè dalla Commissione, la Camera dei deputati si premura di affermare che “secondo dati elaborati dalla Camera”, l’indennità dei nostri parlamentari, al netto delle tasse, “è di circa 5000 euro contro i 5030 della Francia, i 5100 della Germania e i 5400 dell’Austria.
Inferiore invece nei Paesi Bassi dove l’indennità degli onorevoli si ferma a 4600 euro”.
Sono questi, per Montecitorio, i dati dai quali partire.
Come dire: ma questa commissione che ci sta ancora a fare?
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MONTECITORIO E PALAZZO MADAMA PAGHERANNO DIRETTAMENTE I PORTABORSE E COSI’ SCENDERA’ A 9.000 EURO LA RETRIBUZIONE COMPLESSIVA NETTA
Operazione novemila euro. 
I presidenti di Camera e Senato non oseranno mai chiamarla così, ma la manovra che tenteranno di condurre in porto nelle prossime tre settimane è proprio quella di ridurre la retribuzione complessiva netta di deputati (oggi circa 12.500 tra reddito, diaria e rimborso portaborse) e senatori (circa 13.000) fino a quella soglia.
Il taglio secco dovrebbe variare tra i 3.690 euro di Montecitorio e i 4.100 di Palazzo Madama.
Ma non un colpo di forbici sul reddito in senso stretto, perchè quello non sarà toccato: Schifani e Fini su questo punto concordano.
La tassazione italiana riduce già il reddito netto dei parlamentari, appunto, a 5 mila euro circa alla Camera e 5.500 al Senato, come spiegava ieri la nota della presidenza di Montecitorio in risposta alla relazione Giovannini.
Piuttosto, si inciderà sul budget da 4.100 del Senato e di 3.690 della Camera per il portaborse. L’obiettivo è sottrarlo alla disponibilità di deputati e senatori perchè sia l’amministrazione a pagare il collaboratore.
Non sarà un’operazione facile.
La rivolta di ieri mette già in guardia da facili ottimismi.
Il presidente del Senato Schifani ha già fatto sapere che «sarà fatto tutto quel che è necessario, ma con cautela, responsabilità e coinvolgendo tutti i senatori: nella più assoluta democrazia».
E i veti non mancheranno.
Fini, come Schifani, trascorre gli ultimi giorni di vacanza lontano dall’Italia.
Di fronte all’ondata delle polemiche legata alla relazione Giovannini, resta fermo nell’intenzione di intervenire e in fretta entro il 31 gennaio, come promesso.
Ma – confidava a chi lo ha sentito – per eliminare le «anomalie» italiane, quella del budget discrezionale sul portaborse in primis, «senza cedere all’antipolitica e a chi ritiene la democrazia un costo».
Uffici di presidenza già al lavoro la prossima settimana.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)
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