Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
CONSEGNATO IL RAPPORTO GIOVANNINI: ORA MONTECITORIO PREPARA I TAGLI…. IN ITALIA INDENNITA’ SUPERIORI, FRANCIA E GERMANIA PAGANO DI PIU’ I PORTABORSE CHE PERO’ DA NOI NON VANNO GIUSTIFICATI
L’indennità mensile (lorda) è la più alta d’Europa. 
Ma il “costo complessivo” del parlamentare in altri paesi, quali Francia e Germania, è ben superiore.
Difficile, dunque, anzi “impossibile” decidere chi guadagna di più e chi meno. E soprattutto “fare una media”.
La Commissione per il livellamento retributivo, guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, rinuncia però a quell’obiettivo.
L’organismo (composto anche da quattro accademici) incaricato dal governo Berlusconi – confermato da Monti – e dalle presidenze di Camera e Senato di confrontare i compensi tra le cariche elettive e gli organi istituzionali di sei paesi Ue, pubblica dunque i risultati della sua attesa comparazione.
La relazione, nelle 37 pagine depositate il 31 dicembre, si limita a fotografare la “giungla” retributiva dei parlamentari nei sette paesi presi in esame: Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Belgio. Giovannini ha chiesto però una proroga al 31 marzo per completare il lavoro su organi costituzionali e enti pubblici.
“Nonostante l’impegno profuso – si legge nelle conclusioni – la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie”.
Provvederanno Camera e Senato. Fini e Schifani infatti interverranno entro gennaio. Non sull’indennità , ma sul rimborso per il portaborse. E stop ai voli gratis illimitati.
INDENNITA’
In nessun paese europeo un parlamentare percepisce un’indennità lorda mensile pari a quella del deputato (11.283 euro) e del senatore (11.550 euro) italiano.
E quella costituisce solo una delle cinque voci che – si legge nella relazione – compongono il “costo” del parlamentare (diaria, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato).
Nel caso della Spagna, l’indennità in senso stretto (2.813 euro) è addirittura quasi quattro volte inferiore.
Si avvicinano solo i Paesi Bassi con 8.503 euro.
Tra i grandi paesi, Francia e Germania viaggiano tra i 7.100 e i 7.668. Ma si parla di lordo. E in Italia dopo le ultime (ripetute) decurtazioni, l’indennità netta è di poco superiore ai 5.000 euro.
In ogni caso, fanno notare i professori della commissione, è difficile fare dei confronti perchè diverso è anche il livello di tassazione tra paese e paese (per esempio in Francia tocca il 20 per cento sui 7.100 euro lordi).
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ieri dettava la sua ricetta: “Ai parlamentari darei la stessa cifra che guadagno da sindaco di una grande città : 4.200 euro al mese”.
DIARIA
3500 euro per spese di soggiorno, solo in Germania si spende di più
La diaria mensile o “indennità di residenza” non costituisce una prerogativa italiana. Per di più, il budget assegnato al deputato e al senatore per le spese di mantenimento fuori sede non costituisce un record continentale.
A ricevere una cifra forfettaria più alta per le spese di soggiorno a Berlino è per esempio il parlamentare tedesco: 3.984 euro. Ma il collega italiano con 3.503 euro segue a ruota.
Da qualche mese, alla Camera e al Senato questa ricca indennità accessoria (che non fa differenza tra chi soggiorna a Roma per l’attività parlamentare e chi vive e risiede comunque nella capitale) viene decurtata in proporzione alle assenze: non solo quelle nelle sedute d’aula, ma anche nelle sedute di commissione.
Ed è il motivo delle recenti polemiche esplose per i frequenti casi di deputati presenti solo per firmare il registro e poi dileguarsi.
In Francia il deputato non percepisce affatto la diaria, ma gode di alloggi a tariffe agevolate in residence di proprietà dell’Assemblea.
A Madrid sì, ma ammonta a 1.800 euro, mille in meno poi se il deputato è eletto nella capitale. Trattamento simile nei Paesi Bassi, non prevista in Belgio.
PORTABORSE
4000 euro: meno che in altri Paesi, ma da noi non va giustificata
La commissione Giovannini le chiama “spese di segreteria e di rappresentanza”. E accorpa sotto questa unica voce il budget messo a disposizione da Camera e Senato per i parlamentari al fine di consentire a deputati e senatori di avvalersi di collaboratori e di segreterie nei territori di origine e a Roma.
Ma il confronto con gli altri cinque paesi messo nero su bianco dalla commissione Giovannini finisce per conclamare l’anomalia tutta italiana.
L’anomalia consiste in questo caso non nell’importo – inferiore e in qualche caso di molto rispetto ad altri paesi quali Francia e Germania – ma nella modalità : forfettaria. Vale a dire che il deputato (3.690 euro) e il senatore (4.180) ricevono la somma senza aver alcun obbligo di rendicontazione e senza dover dimostrare se hanno pagato regolarmente un collaboratore.
L’Europarlamento da sempre gestisce il budget assegnando al deputato il collaboratore richiesto, ma pagandolo direttamente.
Avviene così anche in Germania (dove il fondo per la segreteria lievita a 14.712 euro) e in Belgio, si legge nella relazione. In Francia, se il deputato non utilizza la linea di credito da 9.138 euro in tutto o in parte, viene restituita.
BENEFIT
Treni, aerei, navi e autostrade solo a Roma non si pagano
Il monte benefit è la vera “babele” che fa del parlamentare – quello italiano soprattutto – un privilegiato. La relazione Giovannini lo certifica. La “libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea” consentita dall’apposita tessera di cui viene dotato il deputato e il senatore appena mette piede a Montecitorio e Palazzo Madama, non ha corrispettivi.
In Francia, i deputati dispongono di una carta ferroviaria, più 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e 6 fuori dal collegio.
In Germania, solo tessera ferroviaria e rimborso per i voli domestici con rimborso a piè di lista.
In Spagna, è prevista una diaria da 150 euro per ogni giorno di viaggio all’estero e 120 per viaggio interno.
Nei Paesi bassi, treno di prima classe e rimborso chilometrico da 0,37 euro al km ma solo se non esistono mezzi pubblici che consentano al deputato di tornare a casa. Tutta un’altra storia.
Il parlamentare italiano usufruisce anche di 258 euro mensili di rimborso per spese telefoniche (in Francia 416 euro, nei Paesi Bassi 33 euro appena) e di 41 euro per dotazione informatica. La Spagna però offre Ipad e telefoni portatili di servizio.
VITALIZI
Ue, tutti con le pensioni: ma in Italia c’è un superassegno
Fino al 31 dicembre, i parlamentari italiani usufruivano di vitalizio dopo almeno due legislature, al compimento del cinquantesimo anno.
Resta ora come allora l’assegno di fine mandato, ma il vitalizo è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni (60 con almeno due legislature).
In Italia, fa notare la relazione Giovannini, dopo 5 anni di mandato il vitalizo finora è stato pari a 2.486 euro mensili, con un versamento pari all’8,6 per cento dell’indennità lorda.
In Francia, dopo cinque anni di mandato, il vitalizo minimo è pari a 780 euro a fronte di un versamento del 10,5 per cento dell’indennità legislativa, se ne ha diritto a 60 anni.
In Germania, l’età alla quale il deputato matura la pensione è stata innalzata gradualmente dai 65 ai 67 anni.
In Spagna la pensione è un beneficio di carattere integrativo ed è pari alla differenza tra la pensione che il deputato riesce a maturare nella vita lavorativa e la pensione massima raggiungibile in quel paese.
Integrazione che può essere richiesta se il mandato è stato almeno di 11 anni.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
RITOCCHI A TUTTI I LISTINI DEI PANINI…IN CITTA’ L’ESPRESSO COSTA 1 EURO
I deputati per ora non se ne sono accorti: sono ancora in vacanza e il caffè lo prendono nelle rispettive località di villeggiatura.
Ma dal 10 gennaio anche loro, come tutti i dipendenti della Camera che hanno accesso alla buvette, dovranno fare i conti con il nuovo listino.
«Sacrifici» anche per gli onorevoli, dunque: al bancone del bar ristoro di Montecitorio scatta il caro tazzina.
Come era già avvenuto al bar del Senato, a Palazzo Madama, anche la Camera ha predisposto gli aumenti che colpiranno, alla riapertura della buvette, consumazioni e pasti dei deputati.
Gli onorevoli pagheranno 20 centesimi in più per la classica accoppiata della prima colazione, cappuccino e cornetto, che passano rispettivamente da 1 euro ad 1 euro e 10 centesimi e da 80 a 90 centesimi.
Costerà di più anche il caffè, da oggi a 80 centesimi anzichè 70.
Ma va detto che nella Capitale – fuori dai bar riservati agli onorevoli – la tazzina di espresso si trova raramente a 80 centesimi: in molti esercizi ha raggiunto e talvolta superato il costo di un euro.
Più sostanzioso per i deputati l’aumento (20 centesimi) per l’orzo, per il decaffeinato (da 1 euro a 1,20) e per il cappuccino decaffeinato (da 1 euro ad 1,30).
Anche il panino consumato al volo tra una votazione e l’altra costerà di più alla buvette: quello con prosciutto e mozzarella sarà in listino a 3 euro anzichè 2,50; il tramezzino «semplice» 2,50 anzichè 2 euro e quello «special» 2,80 anzichè 2,50.
Prezzi più alti, poi, al bancone dei fritti: supplì, arancini e crocchette passeranno da 1 euro a 1,30.
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
RESE OMAGGIO AI DUE ANARCHICI SACCO E VANZETTI, DIFESE I MAGISTRATI DI “MANI PULITE”, VOTO’ NO ALL’INTRODUZIONE DEL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA: “GLI IMMIGRATI DEVONO AVERE GLI STESSI DIRITTI CHE I NOSTRI EMIGRANTI HANNO OTTENUTO CON GRANDI SACRIFICI”
È morto Mirko Tremaglia, classe ’26, parlamentare di Futuro e Libertà , a lungo leader degli italiani all’estero e figura oltre tutti gli schemi: ha cominciato la sua “carriera” da fascista e volontario nella Rsi a 17 anni, l’ha finita votando contro il governo Berlusconi prima ancora della scissione finiana, indignato per l’introduzione del reato di immigrazione clandestina (a cui rifiutò l’appoggio) e per il cesarismo del premier-plutocrate, che sfiduciò già il 29 settembre del 2010 con un plateale «no», dopo l’esposizione dei famosi cinque punti che avrebbero dovuto tenere insieme la maggioranza.
Tremaglia ha una biografia spiazzante per la becero-destra, quella che ha continuato a giocare con le suggestioni più trash del fascismo intorno all’uomo di Arcore.
Ex missino, è stato insieme al liberale Egidio Sterpa uno dei due ex ragazzi di Salò diventati ministri della Repubblica.
In quella veste non esitò a rendere omaggio a Sacco e Vanzetti, i due anarchici italiani giustiziati negli Usa per un omicidio che non avevano commesso e immortalati dalla più celebre canzone di Joan Baez.
«Nicola e Bart — ricordò — sono due di quegli italiani senza scarpe che varcarono l’Oceano in cerca di un futuro migliore e subirono l’attacco disumano di quanti nel mondo hanno sfruttato il lavoro dei nostri connazionali».
Aveva fatto parte della Commissione d’inchiesta sulla P2, fu uno dei sostenitori di Mani Pulite e di Antonio Di Pietro, non ebbe mai imbarazzi a schierarsi sulle questioni della legalità e della lotta alla corruzione.
Scusi, ma che cosa si prova ad essere alleato di politici che volevano fermare le indagini? Le chiese una volta una giornalista.
E lui: «Guardi che Alleanza nazionale ha sempre avuto una posizione diversa da Forza Italia. Per quanto ne so, credo che Di Pietro andrà al contrattacco e io sarò con lui. Senza guardare in faccia nessuno».
Era un anticomunista più che sincero, viscerale.
Nel 1988, membro di una delegazione guidata da Flaminio Piccoli in visita in Russia, indignato per le parole del leader dc sui caduti di guerra, battè i pugni sul tavolo del Cremlino, fece una scenata e abbandonò la sala perdendosi nei corridoi.
Eppure sapeva che la storia va avanti.
Un anno fa lo andarono a infastidire su un tema molto gettonato dai berlusconiani, quello del “compagno Fini” e dell’alleanza con la sinistra contro Berlusconi. Rispose serafico: «Noi votiamo per situazioni che determinano il fatto della sconfitta del premier, che poi ci siano gli uni o gli altri non importa».
Tremaglia lo avevo conosciuto negli anni ’80, durante l’annuale cerimonia commemorativa per la strage di minatori italiani a Marcinelle, in Belgio, una data che all’epoca solo la destra ricordava.
Gli italiani all’estero accorsi per partecipare erano camerieri, operai, edili, badanti, gente che ancora viveva ancora nelle baracche sognando il ritorno a casa e ai quali Mirko prometteva il diritto di voto come chiave di volta per “essere considerati”.
Dopo la Rsi era stato prigioniero nel campo di Coltano, lo stesso dove vennero rinchiusi Ezra Pound e Walter Chiari, e immagino che avesse un’idea molto chiara di cosa significa essere senza patria, discriminati, banditi, senza speranza.
Anche per questo si infuriò quando la “sua” riforma costituzionale per il voto all’estero fu impiastricciata dalle inefficienze dei consolati e dai brogli dei furbacchioni.
E ancor di più quando nel 2006, dopo la vittoria di Prodi determinata proprio dai voti degli emigrati, il Pdl lo mise sotto processo: «Berlusconi ha detto che manderà in pensione gli italiani all’estero, ma sarò io a mandare in pensione lui».
La goccia che fece traboccare il vaso fu, nel 2008, l’approvazione del cosiddetto pacchetto Maroni, contro cui diede battaglia: «Siamo tutti moralmente oltre che politicamente impegnati — spiegò — a salvaguardare per gli immigrati gli stessi diritti che i nostri emigranti hanno ottenuto con tanti sacrifici».
Magari sembrerà retorico ma credo che la vicenda umana e politica di Mirko Tremaglia possa essere tema di riflessione anche per chi non lo avrebbe mai votato o per chi in passato lo avrebbe mandato volentieri in esilio.
C’è un dna italiano — il rispetto per il lavoro, la capacità di integrazione, un’idea alta della legalità e dei diritti, l’attenzione ai deboli — che accomuna percorsi molto diversi e sul quale possiamo intenderci oltre ogni dato ideologico e ogni appartenenza politica.
E credo che l’unico bipolarismo che abbia un senso, oggi, nella tempesta di questa crisi sia appunto questo: essere dalla parte dell’Italia o da quella delle cento caste che l’hanno sbranata facendosi gli affari loro.
Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 24th, 2011 Riccardo Fucile
“NON TI RISPONDO”: COSI’ SOPRAVVIVE IL POTERE… DAL QUESTORE DELLA CAMERA FINO AI DATI SULLA PUBBLICITA’ DI TRENITALIA E’ SILENZIO TOTALE
Un banale confronto storico sarà utile per capire il drammatico problema di trasparenza che grava
sull’Italia dell’anno 2011.
Trentasette anni fa, l’8 agosto 1974, il presidente americano Richard Nixon fu costretto a dimettersi per non piegarsi all’ordine della Corte Suprema di consegnare alla Commissione d’inchiesta sullo scandalo Watergate i nastri registrati di tutte le sue conversazioni alla Casa Bianca.
Il sistema era stato introdotto da John Kennedy 51 anni fa: ogni respiro del presidente veniva registrato. E il concetto di trasparenza della politica americana imponeva di far ascoltare i nastri agli inquirenti che dovessero verificare qualche caso, diciamo così, dubbio.
L’Italia è ancora all’età della pietra.
Politici di ogni rango e valore continuano imperterriti ad accampare pretese di privacy sulle proprie condotte, forse indotti in errore dal fatto che molto spesso gli affari pubblici sono sovrastati dagli interessi privati.
Basta elencare la piccola serie di difficoltà incontrati dai cronisti del Fatto negli ultimi giorni per capire che cosa vuol dire remare controcorrente.
Primo caso.
Il giornalista Daniele Martini chiede ripetutamente al capo ufficio stampa delle Fs, Federico Fabretti, quanto investano in pubblicità le Ferrovie e a beneficio di quali televisioni o testate cartacee.
Ottiene un risposta stupefacente, secondo la quale quei dati non sono a conoscenza dell’ufficio stampa, che sta facendo apposite ricerche presso gli uffici competenti, ma che comunque non ha alcuna intenzione di rendere pubblico il risultato dell’accurata indagine.
Secondo caso.
La giornalista Sandra Amurri (qui l’articolo) chiede a Emilia Saugo, capo della segreteria del deputato questore Francesco Colucci, chiarimenti sulle prebende e sulle attività dell’onorevole, che in quanto questore ha voce in capitolo nel piatto ricco delle forniture della Camera.
La Saugo reagisce chiedendo ai commessi della Camera di accompagnare “la signora” fuori del palazzo di Montecitorio. I commessi eseguono.
Colucci poco dopo commenta l’accaduto con tono disturbato: “Non sono tenuto a dare risposte a chicchessia rispetto all’attività legata al mio incarico istituzionale”. Chicchessia.
Terzo caso.
Un giornalista del Fatto chiede all’ufficio stampa del consorzio Patti Chiari, creato dalle banche per migliorare il rapporto di fiducia tra gli istituti di credito e i loro clienti, di quante risorse disponga l’organizzazione per svolgere i suoi compiti di informazione e formazione dei risparmiatori.
Si sente rispondere che l’ufficio stampa ignora il dato, e che risulta impossibile, nel pomeriggio di giovedì 22 dicembre, rintracciare qualcuno che sia a conoscenza del misterioso dato.
La verità evidente è che anche in questo caso prevale la volontà di occultare al pubblico un’informazione di basilare trasparenza sul funzionamento di una lobby che punta dichiaratamente a condizionare il rapporto tra le banche e i risparmiatori.
Quarto caso.
Un anno e mezzo fa Il Fatto quotidiano ha chiesto alla direzione generale della Rai una lista trasparente dei compensi assegnati a collaboratori esterni, società appaltatrici e consulenti. La Rai si è appellata alla tutela della privacy degli interessati, ma, avendo anche un obbligo di trasparenza sui dati richiesti, ha chiesto all’Authority per la privacy un parere.
Il parere è arrivato, e ha dato ragione alla richiesta del Fatto: secondo il garante Francesco Pizzetti il diritto dei cittadini a essere informati in modo trasparente sulla destinazione del denaro pubblico prevale su quello alla riservatezza dei beneficiari delle consulenze.
Risultato: la Rai ancora non ha fornito i dati richiesti, ed è passato un anno e mezzo.
Abbiamo fatto solo quattro esempi.
Si potrebbe continuare a lungo.
Un altro caso tra i tanti: gli obblighi di trasparenza imposti dalle leggi e dalle regole della Consob alle società italiane sono molto più blandi di quelli vigenti in altri Paesi più evoluti, Stati Uniti in testa.
Così capita che gli uffici stampa delle società italiane quotate anche alla Borsa di New York si rifiutino di dare ai giornalisti italiani informazioni che sono pubblicate nei prospetti informativi obbligatori per il mercato americano.
Spesso i dialoghi surreali di cui sopra avvengono tra giornalisti che danno le notizie e giornalisti, regolarmente iscritti all’Ordine professionale, che lavorano per la comunicazione delle aziende.
Per gli uni e per gli altri dovrebbe vale la Carta dei doveri del giornalista, che obbligherebbe i comunicatori d’impresa a “diffondere ogni notizia che ritengano di pubblico interesse”, e quelli delle testate di informazione a diffondere le notizie “nonostante gli ostacoli” e compiendo “ogni sforzo” per garantire “la conoscenza degli atti pubblici”.
Solo una cosa hanno dimenticato di scrivere nella Carta dei doveri: l’obbligo di sopportare che altri giornalisti ti trattino da molestatore solo perchè fai il tuo dovere.
Giorgio Meletti
(da”Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
BLITZ DI PDL E LEGA… LA CAMERA AVEVA APPENA VOTATO L’INCOMPATIBILITA’… SALVE MOLFETTA E AFRAGOLA
E invece no, i senatori non vogliono abbandonare la poltrona.
Neanche per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, o per conservare i vitalizi vecchia maniera.
Così, al contrario di quanto accaduto a Montecitorio, dove la giunta per le incompatibilità ha sancito senza problemi che un deputato non può fare il sindaco di un comune oltre i 20mila abitanti, e dove alcuni hanno già scelto di lasciare lo scranno di parlamentare pur di conservare il vecchio sistema di vitalizio, Palazzo Madama suona un’altra musica
Ieri – in giunta per le elezioni – sono tornate le antiche alleanze: la Lega si è saldata al Pdl per salvare il posto a Antonio Azzollini, sindaco di Molfetta, e Vincenzo Nespoli, sindaco di Afragola (entrambi pdl).
I senatori dell’ex maggioranza hanno quindi detto sì alla proposta del presidente Alberto Balboni e hanno respinto la sentenza della Consulta che sanciva l’incompatibilità tra le cariche di sindaco e parlamentare.
Pd e Idv, per protesta, sono usciti dall’aula.
Lo ha fatto anche il presidente della commissione, il democratico Marco Follini, che a caldo scrive su Twitter: «Sono metà triste metà arrabbiato».
Poi spiega: «Hanno preso una decisione da “ancien règime”. Sono da tempo fautore della più rigorosa incompatibilità tra sindaco e parlamentare. Peraltro, mi sorprende vedere la Lega attestata a difesa della trincea dei sindaci di Afragola e Molfetta».
Con il Carroccio se la prendono anche Anna Finocchiaro e Ignazio Marino: «Quello della Lega è un doppio gioco, del tutto demagogico, di partito di lotta e di governo», dice la capogruppo.
«Ecco svelata l’opposizione del Carroccio – aggiunge il senatore – nient’altro che il solito minuetto per raggranellare qualche poltrona in più alle prossime elezioni».
Racconta chi c’era che il più accanito nel difendere il suo scranno è stato Marco Azzollini: «Il senatore pdl ha fatto pesare tutta la sua influenza di presidente della Commissione Bilancio. Sia Schifani che Gasparri hanno dovuto accondiscendere, e hanno blindato il gruppo, tirandosi dietro anche la Lega».
Ma perchè mai, in questo caso, il richiamo del vitalizio col vecchio metodo di calcolo (retributivo invece che contributivo) non ha indotto anche i senatori a fare la scelta di alcuni colleghi della Camera?
A Montecitorio Nicola Cristaldi si è dimesso per restare sindaco di Mazara del Vallo: avrà due vitalizi, da deputato regionale e nazionale, oltre che l’indennità di sindaco (in tutto fanno oltre 11mila euro).
Stessa scelta di Dussin (Lega), Zacchera (Pdl), Pirovano (ancora Lega).
Azzollini e Nespoli, invece, «contano di esserci anche al prossimo giro – svela un senatore – e vogliono restare qui per rafforzare la loro candidatura».
Ci sono riusciti.
Anche se non è politicamente corretto, che alla Camera viga una regola e al Senato il suo contrario, secondo la Cassazione la competenza sulle incompatibilità è del Parlamento.
«L’ex maggioranza ha festeggiato a suo modo l’avvento del figlio di Kim Jong-il», dice caustico Marco Follini. In giro, c’è ancora fame di potere assoluto.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
SLITTA LA DECISIONE SULL’ARRESTO…”COSI’ IL CARROCCIO DIFENDE IL REFERENTE DEI CASALESI”
Ci lavoravano da 48 ore e ce l’hanno fatta. 
Quelli del Pdl hanno fatto saltare il tavolo su Nicola Cosentino nella giunta per le autorizzazioni.
Con l’escamotage di presentare nuove carte, prodotte dal capogruppo Pdl Maurizio Paniz, «che in realtà sono vecchissime» ribattono le Pd Ferranti e Samperi.
Si doveva votare ieri sull’arresto, visto che il 5 gennaio scadono i 30 giorni per rispondere alla richiesta dei magistrati di Napoli, ma sul filo, 11 voti contro 10, ha prevalso il rinvio.
Se ne riparla martedì 10.
Chiosa, a sera, l’autore di Gomorra Roberto Saviano: «Fa paura decidere sul suo arresto: se Cosentino decidesse di collaborare, molti pilastri del potere economico/politico rovinerebbero ».
Il lavorio del Pdl per lasciarlo libero è insistente. Anche lui si muove.
Si è fatto interrogare dal gip di Napoli e ora attende il risultato del tribunale del Riesame sull’ordine di custodia atteso per il 27 dicembre.
Decisione che tutto il Pdl aspetta, nella speranza di giocarselo in giunta, col risultato di svuotare la funzione del vaglio parlamentare.
Il rinvio scatena polemiche.
È «scandaloso » per l’Idv Federico Palomba. «Decisione a dir poco vergognosa, oltre che contraddittoria » per il finiano Nino Lo Presti.
La Pd Anna Finocchiaro definisce «irresponsabile» una Lega che «gioca su troppi tavoli». Ma i numeri comandano.
Quelli della destra prevalgono: 7 Pdl, due leghisti, Vincenzo D’Anna di Popolo e territorio e Mario Pepe, berlusconiano oggi nel gruppo misto.
Che lascia la giunta gongolando.
Perdono i 5 del Pd, i due di Fli, i due dell’Udc e Palomba dell’Idv.
Cade nel vuoto l’appello di Antonio Di Pietro a chiudere il caso Cosentino «entro l’anno» con un voto favorevole all’arresto «per fatti gravissimi».
Ma la Lega, spaccata, consente il rinvio. Che il Pdl non si assume nemmeno la responsabilità di chiedere, mandando avanti D’Anna.
Il caso Cosentino lacera il Carroccio.
Da una parte l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, che chiama Luca Rodolfo Paolini per farlo votare per l’arresto.
Gli spiega che il partito non può perdere la faccia, dopo che lui stesso ha esultato per la cattura di Zagaria.
Ma Paolini fa insistente professione di innocenza sul tuttora coordinatore del Pdl in Campania che, per i pm di Napoli, è «il referente del potente clan camorrista».
Ripete che nelle carte non c’è «granchè » per ottenere le manette.
Lo maltratta la Ferranti: «Se sei convinto che sia un perseguitato perchè non voti contro l’arresto? ».
Si sparge la notizia che Paolini voglia dimettersi dalla giunta e di forti frizioni con la Lega. Lui smentisce. Mentre è in seduta lo chiama pure Bossi.
I tormenti leghisti si snodano mentre, in aula, si vota per autorizzare il via libera alle intercettazioni che il gip di Palermo Piergiorgio Morosini ritiene fondamentali per motivare l’accusa di corruzione aggravata dalla mafiosità per l’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano.
Ci sono 60 assenti, ben 33 del Pdl.
Finisce male per Romano che minimizza («Mi aiuterà a dimostrare la mia estraneità ai fatti che mi si contestano»).
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
SINGOLARE PROTESTA DEI DIPENDENTI DELLA SOCIETA’ CHE GESTISCE BUVETTE E TABACCHERIA DOPO LA LETTERA DI LICENZIAMENTO… L’AUMENTO DEL MENU’ FA DISERTARE IL 50% DEI SENATORI
Barricati nel ristorante di palazzo Madama a Roma. È la decisione presa da una
trentina di camerieri per protestare contro le 9 lettere di licenziamento arrivate martedì a carico di alcuni componenti del personale della Gemeaz Cusin, società che gestisce in appalto il ristorante, la buvette e la tabaccheria del Senato.
Per oltre un’ora si sono chiusi in assemblea sindacale all’interno del ristorante che poi ha regolarmente riaperto intorno alle 19.30.
Al centro della vicenda, le lettere di licenziamento: la Gemeaz, spiegano i camerieri, ha chiesto di rescindere in modo consensuale il contratto con palazzo Madama e ha chiesto di arrivare a una intesa per non dover pagare le penali.
Decisione legata ai nuovi prezzi del menu del ristorante che hanno portato molti senatori a disertarlo.
Questo, però, ha avuto come prima conseguenza, aggiungono i dipendenti, l’intenzione della società di mettere in cassa integrazione 20 dipendenti su 68.
Ipotesi a cui i sindacati di Cgil e Cisl hanno detto di no. Successivamente, sono arrivate le lettere di messa in mobilità per 9 di loro.
«Ci siamo barricati nel ristorante e ci resteremo finchè non avremo delle risposte», aveva spiegato uno dei camerieri raccontando che «oggi sono arrivate 9 lettere di licenziamento (6 camerieri, 2 cuochi e 1 addetto alla tabaccheria)».
Della situazione erano stati informati i questori di palazzo Madama, il presidente Renato Schifani e il direttore della Gemeaz Cusin.
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Dicembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
LE DICHIARAZIONI DI TOMMASO FOTI DA PIACENZA LASCIANO A BOCCA APERTA…. MA TUTTI I DEPUTATI DELL’EMILIA ROMAGNA SI LAMENTANO ALL’IDEA DI VEDER TAGLIATO IL PROPRIO STIPENDIO: DA RAISI A BERSELLI, DA ALESSANDRI A CAZZOLA E A QUELLI DEL PD
Il Comune di Piacenza ha appena rinnovato un accordo con la Caritas diocesana per andare in aiuto alle famiglie falciate dalla crisi.
I Vigili del fuoco protestano perchè non hanno più i soldi per fare benzina.
Mentre la città ha il record di sfratti in Emilia Romagna.
In questo contesto, tra i nuovi “indigenti” ci sono anche insospettabili personaggi del mondo politico, come il deputato del Pdl Tommaso Foti che lancia il suo personale grido di allarme: “Se mi tagliano lo stipendio da parlamentare ho le pezze al culo”.
Il povero di Montecitorio
Una storia singolare, quella di Foti, che interrogato sul come la pensasse a proposito della necessità di dimezzare i compensi di deputati e senatori- in linea con il regime di austerity imposto dal periodo di crisi- prima è andato su tutte le furie (“è una polemica vergognosa”) per poi ammettere il proprio status di “sfigato”, visto che dopo anni di aspettativa dal suo precedente lavoro, non riuscirebbe a mettere insieme il pranzo con la cena se proprio ora la mannaia dei tagli del Governo colpisse anche i parlamentari. Foti percepisce uno stipendio di 113.394 euro l’anno che, su per giù, fanno 9.449 euro al mese, rientrando nella classifica dei più “poveri” di Montecitorio.
“Non mi sento per niente un beneficiato” replica il deputato piacentino “perchè io devo sempre girare, telefonare, ho anche una prima moglie a cui devo dare gli alimenti”.
“Non sono mica Paniz” —
Insomma, a Foti quei nove mila euro e mezzo al mese servono tutti e, anzi, forse non bastano nemmeno.
“Per telefonare spenderò 500 euro al mese e alla Camera ti rimborsano solo per 350 euro”. E uno.
“Poi io invece di andare in vacanza, faccio 70.000 chilometri l’anno con una 166 sfigata, e ce l’ho solo io quella macchina lì”. E due.
Poi, le bollette di luce, gas e telefono della sede del Pdl di piazzale Torino che il deputato usa anche come ufficio. E tre.
Infine, è chiaro, la famiglia. “Io alla mia prima moglie devo dare gli alimenti. Glielo dite voi al giudice che non posso più darle 2.000 euro al mese?”.
La proposta del Governo non trova quindi il favore del deputato visto che “non sono mica Paniz, che lui ha lo studio legale più grande d’Italia e 3.000 o 5.000 euro al mese non gli fanno la differenza”.
Lui, Foti, era un semplice rappresentate della Martini “e dopo 17 anni di aspettativa, visto che sono stato eletto in parlamento, mi spetterà di pensione 1.500 euro”.
Spicci, insomma.
Potessi tornare indietro —
Dopo la rabbia iniziale, per Foti inizia lo sconforto. Gira per il suo ufficio con la dichiarazione dei redditi, i contributi versati all’Inps gli ultimi salari percepiti durante gli anni da lavoratore dipendente.
Perchè se da gennaio entrasse in vigore il nuovo sistema contributivo per tutti i comuni mortali “io sono rovinato, con le pezze al culo, e poi mi si costringe a brandire una pistola, sparare in giro e costituirmi” dovendo dire addio al vitalizio.
E a 51 anni Foti dovrebbe andare a ribussare alla porta della Martini per chiedere indietro il suo vecchio posto da rappresentante “e magari, che so, non mi mandano a lavorare vicino a casa, ma a Reggio Calabria”.
Una vera sciagura. Ma il pidiellino, una soluzione ce l’ha: “L’indennità parlamentare dovrebbe essere adeguata all’ultimo stipendio percepito”.
Sì, perchè “sarebbe giusto che le regole del gioco si stabilissero all’inizio e non durante- chiosa sconsolato il parlamentare- perchè se lo sapevo mica mi mettevo in aspettativa”.
Spostandosi verso il centro, il ragionamento non è molto diverso. Anche Enzo Raisi, ex consigliere del Comune di Bologna e oggi deputato di Futuro e libertà , si potesse tornare indietro ci penserebbe due volte prima di candidarsi per Montecitorio. “Proseguendo la carriera imprenditoriale avrei guadagnato di più e sarei stato più rispettato. Mentre in Italia appeni esci dal palazzo ti prendono a pesci in faccia”.
Il finiano si dice disposto a fare la sua parte, ma avverte: “Se andiamo avanti di questo passo avremo un Parlamento composto solo da ricchi o da pensionati”.
Le reazioni degli onorevoli —
Insomma per alcuni parlamentari emiliano-romagnoli non è facile digerire la prospettiva (in verità tutt’altro che vicina) di una busta paga più leggera.
Sia a destra sia a sinistra sono diversi gli onorevoli schierati sulla difensiva.
C’è chi si sente vittima di campagne mediatiche mirate, chi bersaglio di “un accanimento ingiustificato”.
E chi non accetta di essere il solo a pagare: “Sono altri a dover fare sacrifici”.
Berselli: “Paghino anche gli altri” —
Con queste premesse sembra proprio che il provvedimento, una volta approdato in Parlamento, non avrà vita facile. “Troppo semplice prendersela con noi — sbotta il senatore bolognese del Pdl Filippo Berselli —. Perchè non si vanno a toccare i compensi dei membri del Csm, o quelli dei dirigenti di Finmeccanica ed Eni?”
Il rischio, secondo il senatore, è che si scivoli nella demagogia senza ottenere risultati concreti: “Non sono contrario ridurmi lo stipendio, ma se lo fanno solo le camere non servirà a nulla. Occorrerebbe pianificare una serie di tagli, estendendoli ad altre figure”.
Gli attacchi ai media —
La ricetta di Giuliano Cazzola, altro bolognese di centrodestra seduto a Montecitorio, è andare a toccare tutte le “indennità accessorie” e i vitalizi.
“Sono tante le voci che vanno riviste — spiega — ma nell’elenco non includerei gli stipendi che mi sembrano arrivati a un livello sostenibile”.
Cazzola si smarca da alcuni suoi colleghi di partito, in particolare da chi ha già sfoderato le armi promettendo battaglia.
“Si sentono vittime di chissà quale ritorsione. È avvilente vedere come si siano messi a fare i conti in tasca agli altri”.
Da ex-direttore del Resto del Carlino, il deputato Pdl Giancarlo Mazzuca sposta l’attenzione sul comportamento dei media.
“Molti giornali stanno portando avanti una campagna populista che strizza l’occhio all’antipolitica — commenta —. Va bene, ridimensioneremo i nostri stipendi. Ma è sbagliato continuare e demonizzare il Parlamento”.
Anche deputati Pd contro i tagli –
Da Bologna a Reggio Emilia, anche a sinistra qualcuno è contrariato. Il deputato del Pd Maino Marchi, intervistato dalla Gazzetta di Reggio, tira fuori cifre e dati a sua discolpa.
“Abbiamo già fatti quattro tagli soltanto quest’anno. Il primo, di 500 euro, sulla diaria. Il secondo, di altri 500 euro, sulle spese per il rapporto col territorio. Il terzo, di 300 euro, è stato il taglio del 10% sul compenso lordo. Sarà l’Istat a dirci se e come dovremo ridurre ancora. Non il Governo”.
E poi lancia la stoccata all’Italia dei valori, secondo cui si potrebbe agire subito senza aspettare i risultati delle comparazioni con i colleghi europei.
“Sono populisti e cavalcano tutto”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il leghista Angelo Alessandri, presidente della commissione ambiente e lavori pubblici della Camera, che sempre interpellato dalla Gazzetta di Reggio definisce la questione “demagogica”.
Per l’esponente del Carroccio, infatti, la priorità è ridurre il numero di deputati e senatori e non le loro paghe.,
Il centrosinistra bolognese –
Fuori dal coro alcuni parlamentari bolognesi del Pd, tra cui Sandra Zampa, l’ex sindaco di Bologna Walter Vitali e Donata Lenzi, che sembrano non avere obiezioni alla riduzione dei compensi.
Anzi, si dicono pronti ad accelerare i tempi. “Le ragioni di equità e di solidarietà sociale richiedono un ulteriore intervento sul nostro trattamento economico, oltre a quelli che sono già stati fatti, e ci impegneremo perchè le due camere diano pronta esecuzione alle deliberazioni, senza indulgere in tecnicismi”.
Massimo Paradiso e Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Costume, economia, Parlamento, Politica, povertà | Commenta »
Dicembre 16th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL RADICALE BELTRANDI “QUESTO E’ UN PARLAMENTO DI LOBBISTI”…. BANCHE, FARMACIE, ASSICURAZIONI, TV, TRASPORTI: OGNI SETTORE E’ RAPPRESENTATO DA QUALCUNO
“Questo è un Parlamento di lobbisti, gente che invece degli interessi generali difende quelli di
famiglia”. Marco Beltrandi, deputato radicale, è appena stato sconfitto sulla liberalizzazione delle farmacie e non l’ha presa bene, ma sa benissimo di cosa parla: “La scorsa legislatura ero in commissione Trasporti con Paolo Ulgè di Forza Italia, che era un capo dei camionisti. La stessa commissione si occupa pure di tv e oggi ci lavora Deborah Bergamini (ex assistente del Cavaliere, cacciata dalla Rai dopo lo scandalo intercettazioni, ndr), un nome che dice tutto”.
Si potrebbe dire che sempre lì, dove si legifera su Enav o Alitalia, siede pure Daniele Toto (Fli), figlio del proprietario di AirOne, salvata dallo Stato (con la regia di Corrado Passera).
Insomma, le mille corporazioni italiane stanno incistate nel processo legislativo, ma le cose sono un po’ cambiate rispetto a quando anziani lobbisti si piazzavano davanti alla commissione Bilancio per intere nottate, la sigaretta in una mano e gli emendamenti già scritti nell’altra: ci sono ancora, i lobbisti, ma spesso sono gli stessi parlamentari a lavorare per la loro categoria d’appartenenza.
Prendiamo i farmacisti, che sono riusciti a mandare a vuoto la libera vendita dei farmaci di fascia C.
Alle Camere ce ne sono un po’: Chiara Moroni di Fli, per dire, farmacista in proprio e figlia d’arte, è una delle più accanite nel parlare di “far west” se qualcuno tenta di favorire le parafarmacie, così come Pietro Laffranco del Pdl, che ieri si compiaceva per la mossa del governo e contemporaneamente ribadiva il suo forte appoggio a qualsiasi liberalizzazione (tranne questa).
Al Senato, per conto dei 16mila titolari di farmacie, siede invece Luigi D’Ambrosio Lettieri, che prima di assurgere al cielo degli eletti era stato un pezzo grosso dell’ordine dei farmacisti.
Le banche, per parte loro, coltivano rapporti diretti con politici di alto livello, ma non mancano di contatti nei corridoi delle Camere: il primo nome a cui si pensa è Luigi Grillo (Pdl), che fu uno degli alleati più fidati di Fazio e Fiorani nell’estate delle scalate, ma anche il collega di partito Gianpiero Testoni, già presidente Bnl e vice dell’Abi, oppure ad un livello più basso due bancari come Cera dell’Udc e Fluvi del Pd.
Non è un caso che le banche siano uscite dalla manovra con la garanzia statale sui loro bond e uno sconticino sull’Imu.
Stesso discorso si può fare per le assicurazioni: tra i referenti dell’Ania viene sempre citato Gianfranco Conte, presidente della commissione Finanze alla Camera, ma non si può dimenticare Francesco Barbato (IdV), di professione assicuratore.
La lobby di Banca Intesa, invece, è un caso a parte visto che dispone di un ministro e di un vice: una normetta in manovra, per dire, garantisce l’accesso ai fondi per il prepensionamento ai dipendenti dell’istituto fino a poco fa guidato da Corrado Passera, ma curiosamente esclude Unicredit.
Non è l’unico incrocio pericoloso per il titolare dello Sviluppo. Nel testo originario della manovra c’era un piccolo comma voluto dal Pd che affidava la sorveglianza sulle autostrade a un’Authority ad hoc sul trasporto: righe sparite dal testo uscito da palazzo Chigi. “E’ stato Passera”, spiegano i democratici…
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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