Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE PER RIDURRE GLI STIPENDI DEI PARLAMENTARI SI E’ RIUNITA FINORA SOLO TRE VOLTE: OVVIAMENTE PER NON DECIDERE NULLA
In Italia il modo più sicuro di non fare una cosa è istituire una commissione. 
Quando l’estate scorsa cominciarono le operazioni di tosatura della cittadinanza, il governo Bandana intuì che bisognava offrire un sedativo alle pecorelle smagrite.
Non la riduzione immediata dello stipendio dei politici (e che, siamo matti?) ma la promessa di tagli futuri.
Per uniformare l’onorevole paga ai livelli europei sarebbero bastati cinque minuti: il tempo di consultare le tabelle preparate dagli uffici della Camera.
Perciò si ritenne molto più utile affidare l’arduo compito a un consesso di esperti guidato dal presidente dell’Istat.
In quattro mesi la commissione Giovannini si è riunita tre volte.
La prima volta per stilare una lista dei parlamenti europei a cui ispirarsi.
La seconda per affidare l’indagine conoscitiva alle ambasciate italiane, anzichè a un bimbo di 6 anni che avrebbe trovato i dati su Internet in un clic.
La terza, si legge sul sito del governo, per un «report sullo stato di avanzamento delle attività »: immagino che ogni ambasciatore dovrà intervistare personalmente tutti i deputati del Paese in cui abita, chiedendo loro la dichiarazione dei redditi e gli scontrini del ristorante.
Nel frattempo l’euro andava a rotoli, lo spread si impennava, il governo Bandana cedeva al governo Loden, le tasse salivano, le pensioni scendevano e i cittadini si imbufalivano.
Insensibile a questi accidenti della vita, la commissione proseguiva inesorabile.
Il suo responso, atteso per marzo, potrebbe persino essere anticipato a gennaio.
Non si sa ancora di quale anno.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DEI TECNICI DI MONTECITORIO MISURA LE SPESE SOSTENUTE DAI CITTADINI EUROPEI PER I LORO RAPPRESENTANTI…IN ITALIA MAGGIORI INDENNITA’ E MENO SOLDI PER SERVIZI E AIUTANTI
A Parigi non hanno diaria, dormono in ufficio. A Londra versano i contributi previdenziali,
ma per 5 anni di mandato ricevono al massimo 794 euro di vitalizio (contro i nostri 2.486).
Ai tedeschi detraggono soldi anche per la malattia.
Tutti, hanno indennità di base di molto inferiori a quella italiana, ma servizi più razionali, soprattutto per collaboratori e segreteria.
I conti in tasca ai deputati di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Parlamento europeo li ha fatti uno studio del Servizio per le competenze parlamentari della Camera già lo scorso 31 marzo.
Lì si scopre che la vera differenza la fanno i vitalizi, da noi il triplo che altrove. Intanto, di costi della politica si parla anche all’estero: la commissione Ue taglia funzionari e stipendi per risparmiare un miliardo entro il 2020.
Camera dei deputati
630 deputati. L’indennità parlamentare è di 11.703,64 euro lordi, che diventano 5.486,58 al netto di ritenute fiscali e previdenziali.
Il rimborso spese per il soggiorno è di 4.003 euro.
A questa somma vengono detratte 206 euro per ogni giorno di assenza quando si svolgono votazioni elettroniche.
I deputati viaggiano gratis in autostrada, treno (prima classe), nave e aereo sul territorio nazionale.
Per i trasferimenti in aeroporto c’è un rimborso: da 1.107 a 1.331 euro al mese.
In più, 4.190 euro per il rapporto eletto-elettore, utilizzabile per lo stipendio dei collaboratori. 258 per le telefonate. 2.500 (per legislatura) di spese informatiche. Assegno di fine mandato: 46.814 euro per una legislatura, 140.443 per tre.
Il vitalizio: 2.486 euro al mese dai 65 anni con un mandato, 4.973 euro dai 60 anni con due, 7.460 euro con tre.
Assemblèe nationale
L’Assemblèe nationale ha 577 deputati. L’indennità lorda è di 7.100 euro, 5.677 tolte le ritenute previdenziali, ma il netto varia in base all’imposta sul reddito.
Alcuni parlamentari hanno a disposizione uffici doppi dove dormire, altri alloggiano in un residence a tariffa agevolata.
Possono avere un prestito di 76mila euro al 2 per cento per comprare un appartamento.
Libera circolazione ferroviaria, ma solo 40 viaggi aerei pagati fra il collegio e Parigi, e 6 fuori collegio. 6.400 euro al mese per spese relative al mandato.
E 9.138 euro per la retribuzione di non più di cinque collaboratori, pagati dal deputato o direttamente dall’assemblea.
Non hanno un assegno di fine mandato ma un sussidio di reinserimento, se disoccupati, per al massimo tre anni. Vitalizio di 1.200 euro per un mandato, 2.400 per due.
Bundestag
Il Bundestag ha 620 parlamentari. Indennità lorda di 7.668 euro, il netto varia in base all’imposta sul reddito. Non ci sono ritenute previdenziali.
Contributo mensile di 3.984 euro per l’esercizio del mandato, con trattenute da 50 a 100 euro per i giorni di assenza (20 euro per malattia, nessuna trattenuta per maternità o figli malati).
Libera circolazione ferroviaria, rimborso dei viaggi aerei nazionali nell’esercizio delle funzioni e con giustificativi di spesa.
Tutti hanno un ufficio arredato nei palazzi del Bundestag, e la possibilità di spendere 1.000 euro al mese per gestirlo.
Ogni deputato può assumere collaboratori a carico del Parlamento per un massimo di 14.712 euro.
Nessun assegno di fine mandato ma un’indennità provvisoria per 18 mesi. Vitalizio a 67 anni, 961 euro lordi per 5 anni, 1.917 per dieci.
House of Commons
L’House of Commons ha 650 membri. L’indennità mensile lorda è di 6.350 euro, il netto varia, così come il contributo previdenziale.
Come diaria si può richiedere un rimborso massimo mensile di 1.922 euro, di cui 1.680 per rimborso locazione.
Chi preferisce l’albergo può spendere fino a 150 euro a notte.
Sono rimborsati gli spostamenti in taxi e metropolitana (taxi solo dopo le 23) e i viaggi per l’esercizio delle funzioni solo in classe economica. 1.232 euro di rimborso per l’ufficio nel collegio, 1.004 euro per le spese.
I collaboratori li paga un’agenzia per conto del Parlamento, fino a un massimo di 10.500 euro al mese.
Al termine del mandato possono chiedere un rimborso di 47mila euro per spese connesse al completamento delle funzioni. Il vitalizio, dai 65 anni, varia in base ai contributi versati: 530 euro lordi per un mandato con il minimo, 794 euro con il massimo.
Parlamento europeo
Il Parlamento europeo ha 736 deputati. L’indennità netta è di 6.200 euro, l’indennità di soggiorno di 304 euro ogni presenza.
Documentandoli, i deputati possono farsi rimborsare i viaggi effettuati per raggiungere le sedi parlamentari.
Ci sono anche indennità fisse basate su distanza e durata del viaggio. E 354 euro al mese di rimborso per viaggi al di fuori dello Stato di elezione per motivi diversi dalle riunioni ufficiali.
Ci sono 4.299 euro mensili di rimborso spese generali (ufficio, telefono, informatica). E collaboratori pagati dal parlamento per un importo massimo di 19.709 euro.
A fine mandato indennità (non cumulabile con pensioni o stipendi) da 6 a 24 mesi. Il vitalizio scatta a 63 anni, 1.392 euro per un mandato, 2.784 per due, 5.569 euro dai 20 anni in poi.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
SVOLTA CONTRO LE DOPPIE INDENNITA’, MA SUL RESTO MOLTA LENTEZZA
«Se c’era solo da arza’ ‘a bbenzina ce tenevamo Pomicino».
Prima che qualcuno faccia su di lui la battuta che Francesco Storace dedicò al governo simil-tecnico di Lamberto Dini (delegato alle faccende rognose con la diffida a occuparsi d’altro) è bene che Mario Monti prenda il toro per le corna.
Perchè se pensa di poterla spuntare con la pazienza e la saggezza, passo passo, rischia di essere rosolato allo spiedo dai professionisti dello status quo .
Finchè, fatte le cose elettoralmente più antipatiche, gli diranno: «Grazie professore…».
Ma come: non aveva esordito alla Camera, nel ruolo di premier, parlando di una situazione gravissima, di un compito «difficilissimo» («sennò ho il sospetto che non mi troverei qui oggi»), di «tempi ristrettissimi»?
Non aveva spiegato che «di fronte ai sacrifici che dovranno essere richiesti ai cittadini, sono ineludibili interventi volti a contenere i costi di funzionamento degli organi elettivi»?
Non aveva dichiarato indispensabile, da subito, «stimolare la concorrenza, con particolare riferimento al riordino della disciplina delle professioni» e alle «tariffe minime»?
Dirà : «Non mettetemi troppa fretta, ho appena iniziato». Giusto.
Il guaio è che la nostra storia dimostra che anche quando (quasi sempre per disperazione) si verificano condizioni in qualche modo «magiche» per una vera svolta, questi momenti durano poco. Pochissimo.
Un attimo, e sono già alle spalle.
Se certe cose non le fai subito, addio.
E non basta prendere (lodevolmente) il treno invece che un volo blu per tornare da Roma a Milano come ha fatto il «Prof.» per prolungare una luna di miele con gli italiani che appare, purtroppo, parzialmente compromessa.
Come si è mosso, su certe cose, è stato subito stoppato dalla sollevazione di permalosi conflitti di competenza.
Per dirla alla romana, gli hanno ricordato: «Nun je spetta».
L’adeguamento ai parametri europei degli stipendi, delle diarie, dei rimborsi dei parlamentari? «Nun je spetta».
La riduzione delle spese correnti del Parlamento che sugli affitti delle dependance spende oggi 41 volte più che trent’anni fa? «Nun je spetta».
Il contenimento di certe megalomanie spendaccione delle Regioni? «Nun je spetta».
La riforma degli Ordini professionali? Rinviata.
Nonostante lo stesso Monti, avesse denunciato l’anno scorso sul Corriere che «non si tratta di tenaci fiammelle rivendicative fuori tempo» ma di «corposi interessi privilegiati che, pur di non lasciar toccare le loro rendite, manovrano un polo contro l’altro: veri beneficiari del bipolarismo italiano!».
La timida liberalizzazione sul fronte dei taxi? Rinviata, sotto la minaccia di una rivolta dei tassinari tra gli applausi del sindaco di Roma Gianni Alemanno, la cui elezione era stata salutata da un tripudio di gioia degli autisti.
La modesta liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C? Resistenze fortissime.
Come sul versante di una serie di liberalizzazioni per i negozi (orari, distanza dall’uno all’altro, licenze…) per le quali una misteriosa manina aveva cercato di infilare uno slittamento al 31 dicembre 2012, come se la crisi internazionale e le difficoltà dell’euro fossero banali complicazioni congiunturali.
Per non dire del tentativo di smistare le competenze delle Province alle Regioni e ai Comuni così da svuotarle nella prospettiva che il Parlamento, dopo il tormentone, si decida a eliminarle. Non l’avesse mai fatto!
Il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione ha mandato una lettera alla Corte dei Conti denunciando il rischio di un «drammatico impatto», di un «caos istituzionale», di «conseguenze drammatiche», di un «blocco totale degli investimenti», di norme «palesemente anticostituzionali» e via così…
Toni che non si sentivano dai tempi del «Profeta Emman» che per il 14 luglio 1960 annunciò l’Apocalisse e il diluvio universale e l’arrivo delle Locuste dell’Abisso…
Certo, è difficile cambiare. Complicato. Faticoso. Ma se non ora, quando?
Ed è per questo che, davanti ai rischi che il premier resti impantanato tra i veti delle lobby, le incrostazioni clientelari, la pigrizia delle burocrazie, non si può che salutare con sollievo l’annuncio di una svolta che, se portata davvero a termine, sarebbe davvero importante.
E cioè non solo il ripristino di un tetto per le retribuzioni dei grandi manager pubblici fissato sul parametro massimo dello stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione.
Ma soprattutto la regola che i magistrati ordinari, amministrativi, militari e contabili, nonchè gli avvocati e i procuratori dello Stato chiamati a lavorare nelle authority o al governo come capi di gabinetto o degli uffici legislativi «conservando il trattamento economico riconosciuto dall’amministrazione di appartenenza anche se fuori ruolo e in aspettativa» non possono «ricevere a titolo di retribuzione o di indennità per l’incarico ricoperto, o anche soltanto per il rimborso delle spese, più del 25% dell’ammontare complessivo del trattamento economico percepito».
Traduzione: basta con l’accumulo delle paghe. Una rivoluzione vera. Invocata da tempo.
Resta una sola curiosità : questo piccolo mondo di potentissimi funzionari accetterà di fare buon viso a cattivo gioco?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
LA MANOVRA IN PARLAMENTO, SI RISCHIA UN ALTRO RINVIO… AL RALENTY GLI EMENDAMENTI, LAVORI A OLTRANZA IN NOTTURNA
Monta la polemica sulle liberalizzazioni e avanzano al rallenty gli emendamenti del governo
alla manovra, tanto che la discussione alla Camera, prevista per mercoledì mattina alle 10, potrebbe subire un nuovo rinvio.
«È ovvio a tutti che non è possibile rispettare questo calendario – ha detto il presidente della commissione Finanze, Gianfranco Conte – e sono stati avviati contatti informali con il presidente della Camera Gianfranco Fini per prorogare l’avvio della discussione generale».
Da parte sua Fini ha escluso nuovi ritardi: «Non ho alcuna intenzione di differire ulteriormente – ha detto – La manovra doveva andare oggi, è stata differita ma domani mattina sarà in Aula».
E mentre la Commissione Bilancio si prepara a proseguire i lavori in notturna, è slittata di un paio d’ore l’audizione di Monti.
Tra le novità più attese, le modifiche sulla riforma pensionistica, quelle relative ai costi della politica e quelle sulle liberalizzazioni.
L’ulteriore apertura del mercato dei taxi almeno per ora è stata congelata. Nessun dietrofront, invece, per le farmacie che non hanno gradito la decisione del governo di liberalizzare la vendita dei farmaci di fascia C distribuiti con ricetta medica anche nelle parafarmacie e nei supermercati.
Forse già lunedì, ha annunciato FederFarma potrebbe scattare la serrata dei punti vendita tradizionali.
Mentre dai parafarmicisti stanno arrivando in queste ore migliaia di fax a Palazzo Chigi con la richiesta a Monti di «non cedere alla pressione delle lobby».
Tra le altre novità in campo delle liberalizzazioni dovrebbe esserci lo slittamento dal 2012 al 2013 di tutte le norme relative, con l’eccezione appunto di quella delle farmacie.
Vale a dire l’imposizione di distanze minime per l’apertura di esercizi e il divieto di aprirli in più sedi; la limitazione dell’esercizio di una attività economica ad alcune categorie o il divieto, nei confronti di alcune categorie, di commercializzazione di alcuni prodotti.
Un aiuto arriva però per le aziende in crisi: via libera ad un emendamento che allunga di 72 mesi la possibilità di pagare le rate a Equitalia.
Intanto alcune modifiche, molte di natura fiscale, passano il vaglio: portato a 1.000 euro il limite per il pagamento cash, risolvendo così il problema dei pensionati che viceversa sarebbero stati costretti a dotarsi di carta elettronica.
E sempre sui pagamenti emendamento porta ad un massimo dell’1,5% la commissione che le banche possono chiedere ai commercianti in caso di pagamento elettronico.
Si modifica la norma sul massimo scoperto e si affida direttamente al proprietario (e non ad Equitalia) la vendita degli immobili su cui grava un’ipoteca.
L’incasso va ad Equitalia che storna la parte maggiore rispetto al debito allo stesso proprietario. Aiuti arrivano anche per le aziende in crisi di liquidità che potranno contare su un’ulteriore proroga di 72 mesi per i pagamenti a Equitalia.
Infine non passa la dicitura «quoziente familiare» nella definizione della nuova Isee previsto nella manovra, ma l’indicatore terrà comunque conto dei figli, specie dal terzo in poi e delle persone disabili presenti in famiglia.
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Dicembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
MANOVRA: DOPO LE POLEMICHE PER LA MINACCIA ALL’AUTONOMIA DEL PARLAMENTO, IL GOVERNO AFFIDA L’ADEGUAMENTO ALLE AULE DEL SENATO E DI MONTECITORIO
Il governo sta presentando in queste ore alle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera i suoi emendamenti alla manovra economica.
Tra i più attesi quelli su pensioni e tassazione degli immobili, che non sono però ancora stati depositati.
Ecco invece le modifiche già presentate.
Stipendi onorevoli.
Sarà il Parlamento a provvedere al taglio degli stipendi di deputati e senatori adeguandoli alla media europea.
E’ quanto prevede l’emendamento del governo alla manovra.
Il testo del decreto approvato dal Consiglio dei ministri stabiliva che dovesse essere il governo, con un decreto, ad adeguare gli stipendi dei parlamentari in base ai risultati della commissione Giovannini, al lavoro da settembre per individuare la media dei trattamenti economici dei parlamentari europei.
Poichè questa norma ha creato polemiche sul rischio sul rischio che potesse essere intaccata l’autonomia delle camere, l’emendamento del governo ora prevede che “il Parlamento e il governo, ciascuno nell’ambito delle proprie attribuzioni, assumono immediate iniziative idonee a conseguire gli obiettivi”.
La nuova norma non fissa però un termine preciso.
Abolizione province.
Altro emendamento presentato oggi dal governo pervede che gli organi in carica delle province decadranno il 31 marzo 2013 mentre slitta dal 30 aprile al 31 dicembre 2012 il termine entro il quale le funzioni delle province dovranno essere trasferite ai Comuni o alle Regioni.
Il testo stabilisce una disciplina transitoria per gli enti in scadenza anticipata, facendo doverosa salvezza delle prerogative delle province autonome.
La manovra rinviava a legge statale, senza riferimenti temporali, la determinazione del termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono.
Niente liberalizzazione dei taxi.
“Il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea” viene escluso “dall’ambito di applicazione” dalle misure di liberalizzazione delle attività economiche previste dall’articolo 34 della manovra. Lo prevede un altro emendamento del governo.
Estesa mobilità sottoposta all’Autorità .
Anche la “mobilità urbana collegata a stazioni, aeroporti e porti” nonchè le infrastrutture e reti “stradali e autostradali” vengono sottoposti alla vigilanza dell’Autorità .
E’ quanto prevede un emendamento del governo che cambia la norma della manovra che limitava i compiti dell’Autorità a “garantire condizioni di accesso eque e non discriminatorie alle infrastrutture e alle reti ferroviarie, aeroportuali e portuali”.
Non erano comprese nè le autostrade nè i servizi da a per stazioni e aeroporti.
Salvi i compensi dei consigieri di circoscrizione.
I Consiglieri delle Circoscrizioni o quelli delle Comunità montane oggi in carica manterranno il loro gettone sino a fine mandato.
Il decreto stabilisce la gratuità delle cariche negli enti territoriali non previsti dalla Costituzione.
Tale norma, quindi, entra in vigore solo con il rinnovo delle cariche.
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Dicembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
IL LAVORO NERO DILAGA PERCHE’ NON SONO PREVISTI RENDICONTI: PER I PORTABORSE CONTRATTO A PROGETTO A 700 EURO AL MESE…. MA MOLTI DEPUTATI SI METTONO I SOLDI IN TASCA
Ogni parlamentare riceve quattromila euro al mese per le spese di comunicazione e segreteria: ma a Montecitorio in 400 non hanno nessun portavoce contrattualizzato.
Pd e Idv hanno presentato un’odg: i collaboratori siano assunti direttamente da Camera e Senato, così da non far passare i soldi dalle tasche dei politici.
Le proposte sono state bocciate.
Ma Pardi ci riprova: “Settimana prossima quando a Palazzo Madama arriverà la manovra”
Quattromila euro finiscono ogni mese nelle tasche di ciascuno dei mille parlamentari italiani per far fronte alle spese di segreteria e comunicazione, in pratica per i famosi portaborse.
Ma da poche di quelle tasche escono per andare realmente in quelle dei collaboratori.
Alla Camera su 630 deputati solamente 230 hanno assunto un assistente, con contratti a progetto e per importi medi di 700 euro.
Il dato del Senato non si conosce: Palazzo Madama non lo ha mai comunicato, ma dei 315 senatori pochi non hanno un assistente personale.
L’unica cosa certa è che tra i mille parlamentari nessuno ha mai rinunciato a quello che un tempo si chiamava “fondo per la segreteria” e che oggi è stato ribattezzato nel molto più generico “fondo eletto-elettori”. 3690 euro affidati a ogni deputato che può farne ciò che vuole senza dover presentare giustificativi nè ricevute nè altro che dimostri l’uso che ne ha fatto.
La presidenza della Camera è al corrente del malcostume che vige tra i deputati e nel 2009, dopo un’indagine dell’ufficio del lavoro, tentò di mettere un freno al lavoro in nero che gli stessi parlamentari alimentano.
Gianfranco Fini vietò l’ingresso a Montecitorio a quanti non avevano un contratto regolare.
Il primo luglio, giorno in cui entrò in vigore la regolamentazione, ben 200 portaborse risultarono in nero: rimasero fuori dalla Camera perchè i loro budget erano stati cancellati.
I deputati per far entrare i propri assistenti trovarono facilmente un escamotage: farli accedere tra il pubblico, come visitatori.
Norma aggirata e attenzione sulla vicenda diminuita in poche settimane.
Oggi, con la manovra lacrime e sangue imposta ai cittadini, il tema è tornato più che attuale: i tanto promessi tagli alla politica in realtà si sono tradotti in misure considerate molto blande e nel maxiemendamento, che sarà presentato alla Camera domani, saranno ulteriormente ridotti gli interventi a scapito della Casta: nella migliore delle ipotesi tutto sarà rimandato alla prossima legislatura.
“Fanno tutti il gioco delle parti”, dice Sandro Gozi, il deputato del Partito Democratico che da più di un anno sta cercando di presentare un ordine del giorno per rendere più trasparente “almeno la parte di fondi che viene dato ai parlamentari senza controllo, come i quattromila euro che vengono riconosciuti per i portaborse”, spiega.
Oggi Gozi si è rivolto direttamente ai presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani affinchè intervengano. “Ieri hanno negato che saranno tutelati gli interessi della cosiddetta Casta e garantito che il trattamento economico sarà adeguato agli standard europei, allora perchè non cominciare proprio dalla gestione dei portaborse?”, si chiede Gozi. Al Parlamento europeo i collaboratori dei deputati vengono assunti e stipendiati direttamente dall’amministrazione e non dai singoli politici, a cui non viene quindi versata alcuna indennità . E così funziona in quasi tutti i paesi dell’Europa: i soldi non passano per i parlamentari.
In Germania è il Bundestag a pagare mentre in Inghilterra sono gestiti da un’agenzia indipendente.
“In Italia vengono dati a noi quattromila euro e ognuno può farne liberamente quel che vuole”, spiega Gozi.
I deputati del Pd versano “duemila euro al mese circa al gruppo del partito per far fronte alle spese di segreteria e i restanti duemila sono destinati ai collaboratori, ma nessuno deve presentare alcuna ricevuta o altro. Quindi io ho proposto di assegnare alla Camera e al Senato il compito di assumere i collaboratori e dare i soldi al partito di appartenenza e non far passare i soldi dalle mani del deputato perchè la situazione è diventata indecente”, si sfoga Gozi che ha due collaboratori regolarmente assunti.
Complessivamente, solo per quanto riguarda i fondi per i collaboratori, Camera e Senato versano oltre 24 milioni di euro all’anno senza sapere dove finiscano, come e perchè.
La proposta di Gozi, oltre a far risparmiare fondi allo Stato, “porterebbe alla luce un giro di lavoro nero e sfruttamento davvero indecente e che si protrae da anni come malcostume diffuso”. Tra i parlamentari.
Gli stessi che devono limitare il lavoro nero e portare avanti la lotta all’evasione fiscale, sono i primi, dunque, ad “alimentare un sistema totalmente privo di controlli e trasparenza”.
Ma l’odg di Gozi proprio non riesca a essere approvato. “A giugno tutto il gruppo lo aveva condiviso e presentato a unanimità , ma poi mi è stato detto che non si poteva presentare per un motivo o l’altro. Adesso mi dicono che non si può inserire come emendamento a questa manovra, così mi sono rivolto direttamente a Fini e Schifani e vediamo come si comporteranno. Io voglio trasparenza. Questi quattromila euro devono essere spesi per i collaboratori? Voglio vedere i contratti di assunzione. Oppure le ricevute per cui ogni mese si spiega dove vanno quei soldi. Siano la Camera e il Senato a dare i soldi ai collaboratori assunti regolarmente. Se c’è chi oggi se li intasca o assume regolarmente i collaboratori o rinuncerà a quei fondi”.
In linea con Gozi anche l’Udc e l’Idv.
Pancho Pardi ha avuto più fortuna di Gozi e al Senato è riuscito a portare in aula lo scorso agosto e far votare un ordine del giorno che invitava a equiparare al sistema Europeo la gestione dei collaboratori. Ma è stato bocciato.
Non stupisce, ovviamente, che la Casta protegga se stessa.
“Ma ora i tempi sembrano cambiati”, dice Pardi. Il senatore dell’Idv annuncia che settimana prossima, quando la manovra del governo Mario Monti arriverà per il voto a Palazzo Madama, lui ripresenterà l’ordine del giorno, magari camuffato da emendamento ma, spiega, “il modo per portarlo in aula lo trovo sicuramente, perchè magari questa volta lo votano. Adesso sono tutti attenti e bravi, vediamo come si comportano”, dice.
“La giusta rabbia dei cittadini va fronteggiata, bisogna essere capaci noi per primi di prendere dei provvedimenti di trasparenza e sacrificio. Almeno proviamoci”, aggiunge.
Così, la questione dei portaborse “potrebbe essere un primo passo importante: invece di tagliare l’indennità ai parlamentari si compie un’operazione di pulizia e trasparenza; le risorse vengono gestite dalle Camere, i parlamentari non vedono un euro, i collaboratori vengono pagati in base a contratti regolari”.
Ad agosto il centrodestra votò contro. E anche oggi i segnali che arrivano dal Pdl non sono dei migliori, anche perchè c’è chi, come Paniz sostiene che i soldi per i collaboratori siano pochi. “Se lo metti in regola, 3000 euro per un collaboratore non bastano. All’estero, come dimostrano tutte le statistiche serie, i parlamentari guadagnano più di quelli italiani”.
Le statistiche serie dicono il contrario: gli eletti nel Belpaese sono quelli che percepiscono il compenso maggiore.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
IL GRUPPO GIOVANNINI E’ IN RITARDO: “MANCANO LE RISORSE, CI RIVOLGIAMO ALLA AMBASCIATE”…IL PROBLEMA E’ TROVARE NOTIZIE UFFICIALI SUGLI STIPENDI: “E’ UN GINEPRAIO”
Possono anche sollecitare, i presidenti di Camera e Senato, ma è ben difficile che la commissione Giovannini concluda il suo lavoro entro il 31 dicembre di quest’anno.
Che possa, entro quella data, stabilire un parametro europeo su cui calibrare gli stipendi di parlamentari e dirigenti della pubblica amministrazione.
«Una media ponderata rispetto al Pil», le chiede la manovra estiva che l’ha istituita. «Facile a dirsi — confida un componente dell’organismo guidato dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini — ci siamo ritrovati in una selva».
Cosa c’è di così intricato? «Prima di tutto, abbiamo dovuto scegliere i sei paesi su cui effettuare la comparazione. Sono Belgio, Olanda, Austria, Francia, Germania, Spagna. Poi, trovare gli organismi pubblici equivalenti. Per Parlamento e ministeri è facile, ma mica ovunque c’è l’Antitrust, oppure se c’è si chiama in un altro modo».
Farraginosità , insomma, che hanno rallentato l’avvio.
Il pantano però è arrivato dopo, sui soldi. «Il problema più grave è l’ufficialità del dato sugli stipendi. Ocse ed Eurostat non hanno tabelle complete, sui siti dei parlamenti nazionali non ci sono le indennità , così abbiamo scelto la via diplomatica».
Sembra di essere nell’Ottocento, in attesa dei messi a cavallo.
E un po’ è così: «Le ambasciate italiane nei vari Paesi hanno chiesto i dati ai rispettivi ministeri dell’Economia. Speriamo li diano tutti».
Perchè non dovrebbero farlo? «C’è una naturale ritrosia».
In effetti, l’ultimo report della commissione presente sul sito — datato 15 novembre 2011 — si conclude dicendo che l’elaborazione dei dati «dipenderà dalla rapidità con cui le autorità governative degli altri Paesi procederanno all’invio delle informazioni richieste». Di certo, tutto questo non avverrà entro la fine dell’anno.
E in primavera? «Ritengo che qualcosa per aprile avremo, non tutto il lavoro probabilmente, ma qualcosa sì».
La commissione si riunirà il 22 dicembre. «Ci siamo sentiti, abbiamo fatto una riunione informale, e ci siamo convocati per quella data. Siamo a costo zero, non tutti vivono a Roma, non è facile».
Gratis, sarà difficile anche fare gli incontri istituzionali all’estero che il presidente Giovannini auspica per svolgere al meglio il lavoro.
In realtà però, di dati ufficiali ce ne sono già : l’Ocse, nel suo Government at a glance 2011, ha già paragonato gli emolumenti dei dirigenti di sei ministeri in 18 paesi, e ha scoperto che quelli di prima fascia in Italia sono i più alti in assoluto, per quelli di seconda fascia siamo secondi solo agli Stati Uniti.
Quanto ai parlamenti, sappiamo che in Francia lo stipendio lordo di un deputato è di 7.100 euro, cui però si aggiungono 6.412 euro di spese di segreteria, 416 di telefono, oltre a facilitazioni per l’alloggio a Parigi e uno staff pagato per intero dal Parlamento.
In Germania, stipendio lordo di 7.668 euro, con una diaria di 3.984 e 1.000 di spese di segreteria.
Nessun onere previdenziale però, a differenza degli italiani, per i vitalizi.
In Gran Bretagna, 6.350 euro di indennità lorda, 1.922 di diaria, 2.236 di spese di segreteria.
I rimborsi non sono forfettari, ma dietro presentazione di ricevuta (che se è quella di un filmino hard, quanto meno porta alle dimissioni).
Il bello è che i “commons” non hanno il taxi rimborsato prima delle 23, possono giusto farsi ripagare le tessere di autobus e metropolitana.
In Italia, lo stipendio lordo di un deputato è di 11.703 euro, cui si aggiungono diaria e rimborsi vari.
Il totale lordo arriva a 20mila euro, ma è il deputato che deve pagarsi iniziative sul territorio, portaborse, oltre che ovviamente le tasse, le ritenute e i contributi previdenziali. Ci sono però altri privilegi per il presidente della Camera, i suoi vice, i questori e i presidenti di commissione: dalle auto blu all’aumento delle indennità , da 800 a 5.000 euro in più.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2011 Riccardo Fucile
ESAMINANDO LE VARIE VOCI, IL PARLAMENTARE ITALIANO INCASSA 11.700 EURO CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DI 5.339 EURO
Quanto guadagnano i parlamentari italiani? 
Dopo le piccole riduzioni applicate a fine settembre scorso, per quanto riguarda i deputati lo stipendio base, che viene indicato come indennità , ammonta a 5.246,97 euro netti al mese, che scendono a 5.007,36 per chi svolge un’altra attività lavorativa. Se poi il deputato versa la quota aggiuntiva per la reversibilità dell’assegno vitalizio (cioè per far percepire il trattamento al proprio coniuge in caso di morte), allora l’indennità netta scende rispettivamente a 4.995,34 e a 4.755,73 euro.
Questi importi non conteggiano le tasse locali, che mediamente incidono per circa 250 euro al mese.
È prevista poi una riduzione del 10% per la parte del reddito che supera i 90 mila euro lordi all’anno e del 20% sopra i 150 mila euro.
E questa è solo l’indennità .
Perchè poi ci sono altre voci che fanno lievitare la busta paga.
Ogni deputato infatti percepisce una diaria mensile pari a 3.501,11 euro netti, anche se tale somma viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza nelle sedute di assemblea con votazione elettronica.
Per scongiurare però la decurtazione, è sufficiente partecipare al 30% delle votazioni effettuate nell’arco della giornata
Non finisce qui.
Come recita il sito della Camera, «a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti al rapporto fra eletti ed elettori, al deputato è attribuita una somma mensile erogata tramite il gruppo parlamentare».
E cioè altri 3.690 euro netti al mese.
In compenso, «ai deputati non è riconosciuto alcun rimborso per le spese postali a decorrere dal 1990». Già .
Ma l’elenco dei rimborsi resta comunque sostanzioso: non solo i deputati usufruiscono di tessere per autostrade, ferrovie, traghetti e voli nazionali, ma incassano 1.107,9 euro al mese per i trasferimenti da casa o dal Parlamento agli aeroporti, cifra che sale 1.331,60 euro se la residenza dista a più di 100 chilometri da un aeroporto.
Ancora, ci sono 258,22 euro al mese di spese di telefono.
E poi assistenza sanitaria estendibile ai familiari.
E per chiudere in bellezza la legislatura, la ricca liquidazione: un assegno di circa 9.600 euro per ogni anno (o frazione di anno non inferiore ai sei mesi) di mandato effettivo, seguito dal vitalizio.
Tirando le somme, in busta paga l’importo base per un deputato sfiora i 14 mila euro al mese, più i benefit.
A queste voci si aggiungono altre indennità e vantaggi per una nutrita pattuglia di onorevoli.
Il presidente della Camera, i suoi quattro vice, i tre questori e i 14 presidenti delle Commissioni permanenti, hanno diritto non solo alla macchina con autista, ma anche a indennità aggiuntive che oscillano fra gli 800 e i 5 mila euro netti al mese.
Per le cariche più alte c’è anche l’appartamento di servizio.
Per i presidenti delle numerose altre commissioni e per i 28 vicepresidenti di quelle permanenti, invece, niente auto blu, ma «solo» l’indennità supplementare.
Il trattamento riservato ai senatori è addirittura migliore.
La somma complessiva delle varie voci, fra indennità e rimborsi, può superare i 14 mila euro.
E in più le facilitazioni (cioè tessere gratuite) per autostrade, treni, traghetti e voli nazionali, continuano a valere per i dieci anni successivi alla fine del mandato.
E rispetto ai colleghi europei?
Il confronto è solo indicativo, perchè indennità e rimborsi vengono erogati secondo criteri differenti.
In ogni caso, facendo il raffronto delle retribuzioni legate alle voci fisse, i parlamentari italiani percepiscono in media 11.700 euro netti al mese, mentre la media dell’area euro è di 5.339 euro.
I parlamentari austriaci incassano 8.882 euro al mese, gli olandesi 7.177, i tedeschi 7.009, i francesi 6.892, gli irlandesi 6.839 e via via a scendere gli altri, con una differenza: in molti Paesi ci sono da aggiungere a queste voci i rimborsi, ma solo per le spese realmente effettuate.
In Italia i rimborsi invece sono diventati parte dello stipendio con un regime forfettario che in molti casi non richiede giustificativi delle spese sostenute.
Paolo Foschi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA STIFFONI: “TAGLI AGLI EMOLUMENTI? I MASSONI VOGLIONO PARLAMENTARI SCIATTONI”…FORSE PREFERISCE QUELLI SCIATTAI? …FINI E SCHIFANI CHIEDONO “ATTI ESEMPLARI”, IN SINTONIA CON I SACRIFICI RICHIESTI AGLI ITALIANI”, MA MOLTI DEPUTATI, DA CROSETTO A GIRO, DALLA MUSSOLINI A LUPI, FANNO LA FRONDA
La Lega si schiera con la Casta. Il senatore Piergiorgio Stiffoni paventa un parlamento
di “sciattoni” se dovessero passare ulteriori tagli agli emolumenti di deputati e senatori: ”E’ stato approvato, tutti concordi, che i nostri emolumenti siano nella media europea”, afferma Stiffoni, “se non altro la figura del parlamentare nazionale sia commisurata nella sua totalità alla media delle nazioni europee”.
E’ una questione di “decoro”, secondo il parlamentare trevigiano: “Se vogliono una classe politica di sciattoni, è una scelta che si può fare, ma mi sembra che un certo decoro ci debba essere anche di chi lavora in Parlamento”.
La sua filippica si scaglia contro la stampa e certi articoli “emozionali” e “pieni di rancore”. Che seguirebbero “i vari Rizzo e Stella (Sergio Rizzo e Gianantonio Stella, giornalisti del Corriere della Sera e autori del celebre libro “La Casta”, ndr) che evidentemente sono i portatori d’acqua di certa antipolitica, che non è quella dei grillini, ma è un’antipolitica ben più pericolosa che viene da certe lobby europee, alle quali interessano poco parlamenti nazionali e democrazia, allora sì che sono problemi”.
Da qui il passo è breve per evocare le ”potenze massoniche europee, legate a certi grandi quotidiani”, alle quali “interessa tanto avere propri omologhi al vertice decisionale dei paesi per poter imporre le loro regole”.
Quello degli stipendi dei parlamentari è un tema caldo della giornata politica, insieme all’incontro di Monti con i sindacati, allo sciopero di questi ultimi annunciato per domani e l’Ici sugli immobili della Chiesa.
Mentre sui giornali, sul web e nella società civile monta la protesta contro l’autoconservazione dei privilegi della casta, i diretti interessati cercano di gettare acqua sul fuoco.
“Non corrisponde al vero quanto ipotizzato da alcuni organi di informazione circa la presunta volontà del Parlamento di non assumere comportamenti in sintonia con il rigore che la grave crisi economica-finanziaria impone a tutti”.
E’ quanto hanno dichiarato i presidenti di Senato e Camera a proposito della polemica sulle voci di un mancato taglio degli stipendi dei parlamentari.
In tal senso, Renato Schifani e Gianfranco Fini hanno sollecitato il presidente Istat, Enrico Giovannini, “a concludere nel più breve tempo possibile i lavori della commissione” incaricata di studiare le indennità parlamentari in Europa “per poter subito procedere” al taglio delle indennità in Italia.
“Come dimostrano anche le recenti decisioni autonomamente assunte dagli Uffici di Presidenza di Senato e Camera sulla nuova disciplina dei cosiddetti vitalizi — hanno scritto Schifani e Fini in una nota — il Parlamento è pienamente consapevole dell’esigenza di dar vita ad atti esemplari e quindi anche di adeguare l’indennità dei propri membri agli standard europei, secondo quanto già votato in Aula nei mesi scorsi sia a Palazzo Madama che a Montecitorio“.
Nella polemica interviene anche Guido Crosetto del Pdl, parlando di un “clima di odio” fomentato dalla stampa: “I giornali titolano e polemizzamo sul nulla. Non è più tollerabile per le persone oneste che hanno accettato di dedicarsi alla politica, uscire di casa, acquistare il giornale e sentirsi, in questo caso senza alcun motivo reale, insultati ed additati come bersaglio di un odio ormai irreversibile”.
Anche Francesco Giro, ex sottosegretario ai Beni culturali, lancia una stoccata ai giornalisti definendoli “gazzettieri dell’antipolitica” e provocatoriamente suggerisce “di tagliare ai parlamentari, oltre agli stipendi, anche la testa”.
Insomma l’argomento tagli ha scatenato un putiferio tra i banchi delle Aule: alcuni parlamentari (da Alessandra Mussolini a Lamberto Dini) si lamentano della proposta a prescindere, altri pongono la questione della “norma scritta male”.
Mentre Michele Ventura (Pd), non vuole “difendere la casta”, ma parla di “polverone sollevato ad arte” perchè un decreto che provveda all’equiparazione non si può fare e “il governo l’ha riconosciuto”.
Irritato anche il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, sempre del Pdl: “Se ridurre i costi della politica significa rinunciare al parlamento non va bene, questa sarebbe dittatura”.
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