Dicembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
MONTI VOLEVA TAGLIARE DA GENNAIO, LA CASTA RIVENDICA LA PROPRIA COMPETENZA SUI TAGLI ALLE INDENNITA’: “IL GOVERNO NON PUO’ INTERVENIRE, SPETTA AL PARLAMENTO”… FINI ASSICURA: “NESSUN RITARDO”
Il taglio degli stipendi dei parlamentari? Di certo non sarà contenuto nella manovra e finirà
per essere rimandato “di qualche mese”.
La commissione Bilancio, infatti, si avvia a varare un emendamento per modificare la norma in cui il governo si arrogava la possibilità di ricorrere per decreto al taglio delle indennità , nel caso in cui la commissione guidata dal presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, non arrivi a depositare il previsto studio di comparazione entro fine anno.
La norma incriminata è quella contenuta nell’articolo 23 della manovra, comma 7: ”Ove alla data del 31 dicembre 2011 la Commissione governativa per il livellamento retributivo Italia […] non abbia provveduto alla ricognizione e alla individuazione della media dei trattamenti economici […] il Governo provvederà con apposito provvedimento d’urgenza”.
Tradotto: se la commissione Giovannini non farà in fretta, il taglio lo farà il governo.
Un taglio per giunta parecchio pesante, stando alla bozza stesa dai questori del Senato che agganciando l’indennità parlamentare agli stipendi europei avrebbe significato una decurtazione di 5mila euro circa, dagli 11mila e 700 attuali ai 5500/6000 del resto d’Europa.
Ma la cura dimagrante per ora non ci sarà , meglio non smuovere troppo le acque già mosse tra governo e maggioranza.
E così, a chi gli chiedeva se l’emendamento salva-tagli ci sarà , il relatore del Pd Pier Paolo Baretta ha risposto: “Vedremo, potrebbe essere nostro o del governo — ha aggiunto — ma il punto fondamentale è che la Commissione Giovannini deve finire il suo lavoro ed è il Parlamento che dovrà recepirne i risultati. Non deve essere il governo a decidere per decreto”.
Tutti d’accordo, insomma.
Come a dire che le camere, come ripetuto anche dal vice-capogruppo del Pdl a Montecitorio, Massimo Corsaro, invocano la sovranità nella scelta — le retribuzioni dei parlamentari sono disposte con il regolamento da ciascun ramo — e chiedono all’esecutivo di non intervenire direttamente.
Piuttosto di fissare dei tempi entro cui il parlamento dovrà deliberare sulla materia. Del resto, anche Corsaro ha ricordato la sovrapposizione tra il taglio d’imperio annunciato dal governo e il parere della Commissione Giovannini, istituita dal governo Berlusconi proprio con il compito di equiparare le spese della politica italiana a quelle europee. La commissione, riunita per la prima volta solo il primo settembre, “non ha ancora finito il suo lavoro”.
Ma quello che per il deputato Pdl, intervenuto in diretta a SkyTg24, equivale a una rassicurazione — ”Chiediamo al governo che fissi i tempi per l’intervento” — al di fuori del Palazzo non può che suonare come un rinvio sine die.
Come farà l’esecutivo, se non può intervenire direttamente, a fissare un termine per l’operazione di auto-riduzione dello stipendio?
Con quali sanzioni, in caso di sforamento dei limiti temporali?
Di certo, gli onorevoli italiani si sentono già sufficientemente “vessati” dal cambio di regime previdenziale — che ha lasciato a piedi non pochi “giovani” — e dal taglio di 1000 euro subito a inizio anno per ‘fare fronte’ alla crisi finanziaria.
Quanto al taglio delle indennità , sarebbe un guaio anche per i vitalizi, ora che la pensione del parlamentare è agganciata ai contributi.
E non è un caso che pochi tra i parlamentari si azzardino a levare una voce per chiedere all’interno dell’aula la stessa equità che pretendono di rappresentare all’esterno.
Solo il presidente della Camera, Gianfranco Fini, si è sentito di escludere “attività dilatorie delle camere sull’indennità ”.
Ma il problema di natura tecnica resta, e anche per Fini il governo ha commesso un errore scrivendo l’articolo 23.
“Escludo — ha detto — che da parte del Parlamento ci possa essere un’azione di contrasto nei confronti di quello che inappropriatamente il governo ha inserito nel decreto, cioè la riforma delle indennità , uniformando il trattamento economico dei parlamentari italiani alla media europea”.
Fini ha sottolineato come “sia doveroso per il Parlamento essere trasparente e dare luogo a una riforma delle indennità , spiegando in base a quali criteri lo fa e uniformando il trattamento dei parlamentari italiani a quello della media degli altri paesi europei”.
Eppure anche il presidente della Camera ha ricordato il ruolo della commissione presieduta dal numero uno dell’Istat. “Questa commissione terminerà il proprio lavoro nel più breve tempo possibile”, ha aggiunto il presidente della Camera:
“Mi auguro che lo faccia nelle prossime settimane, dopodichè le due Camere tradurranno in apposite norme interne il risultato dei lavori. Nel decreto del governo la norma era scritta male, nel senso che non è possibile — ha spiegato — intervenire per decreto nell’ambito di questioni che sono di competenza esclusiva delle Camere. Ma di questo il governo è perfettamente consapevole e la norma sarà corretta”.
Sarà , ma la sensazione è che tra gli scranni delle aule parlamentari più che la “trasparenza” di Fini sia condivisa l’opinione dell’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini, che ieri è intervenuto, intervistato dall’agenzia Adnkronos, per dire che già così “le retribuzioni italiane sono sotto la media Ue”.
Di sicuro, la vittima sempre più conclamata della trattativa parlamentare sulla manovra è la famigerata equità , uno dei tre pilastri su cui Monti ha fissato il suo mandato: con la ritassazione dei capitali scudati a rischio di inapplicabilità (problemi tecnici), la ridefinizione delle province smontata pezzo per pezzo (problemi formali) e l’esclusione della Chiesa nella reintroduzione dell’Ici (problemi di fretta) quel che resta sono tagli e rincari per i soliti noti.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
SCONTRO SUL DECRETO DEL GOVERNO CHE DA GENNAIO TAGLIA GLI STIPENDI DI DEPUTATI, SENATORI E TUTTE LE CARICHE ELETTIVE… MA LORO NON CI STANNO: “DECIDIAMO NOI, LEDE L’AUTONOMIA DEL PARLAMENTO”
La rivolta parte dalla Camera e rimbalza in poche ore al Senato. 
La norma della manovra Monti che prevede un decreto per tagliare già da gennaio le indennità ai parlamentari – e con loro a tutte le altre cariche elettive – non passa.
“Viola l’autonomia del Parlamento”, andrà riscritta. E rivista. Su deputati e senatori si abbatte una nuova scure.
La notizia è che, dopo la cancellazione del vitalizio, tra poche settimane anche l’indennità verrà dimezzata o quasi.
E ora è braccio di ferro sull’ammontare del taglio. Stipendio da agganciare agli europarlamentari, è la proposta messa per iscritto dai questori del Senato.
No, così le spese raddoppiano anzichè ridursi, rilanciano da Montecitorio: meglio la media delle indennità nei paesi Ue.
La prima bocciatura alla stretta arriva dalla commissione Affari costituzionali della Camera, che in queste ore ha espresso parere negativo sul settimo comma dell’articolo 23 della manovra.
È la norma che prevede che dal primo gennaio gli stipendi di amministratori, consiglieri, sindaci e parlamentari subiranno un taglio che li equipari ai colleghi europei.
A far insorgere le Camere, la previsione del ricorso a un decreto del governo nel caso, ormai probabile, in cui la commissione guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini non depositi il previsto studio di comparazione entro fine anno. Nel Parlamento vige l'”autodichia”, protestano.
La prima commissione di Montecitorio ha già bocciato il comma.
“Tocca a noi decidere come procedere”.
Lo stesso accade a Palazzo Madama. “Quell’intervento, giusto nel merito, lede l’autonomia del Parlamento – spiega il senatore questore Benedetto Adragna – Se non lo faranno prima i colleghi della Camera, il nostro collegio dei questori depositerà un emendamento correttivo. Puntiamo all’equiparazione ai parlamentari europei, con tutto ciò che ne consegue”.
Il conto è presto fatto.
Oggi l’indennità di un deputato italiano ammonta a 11.704 euro al netto della diaria.
La media delle retribuzioni nell’eurozona è invece di 5.339 euro e quello sarebbe l’implicito suggerimento del governo Monti.
Invece l’eurodeputato, al quale i senatori si vorrebbero agganciare, guadagna circa 5.900 euro netti mensili.
Ma a Bruxelles vigono benefit di peso: i collaboratori sono a carico del Parlamento e i rimborsi spese (come i voli) avvengono a piè di lista, dopo presentazione di ricevute, ma sono “pieni”.
Così, a Montecitorio i tecnici hanno fatto due conti e hanno scoperto che l’adeguamento all’Europarlamento farebbe quasi raddoppiare i costi della “casta” anzichè ridurli.
Ecco perchè col placet della struttura, alla Camera i relatori alla manovra depositeranno nelle prossime ore un emendamento più in linea col progetto Monti.
Spiega il questore di Montecitorio Gabriele Albonetti: “Dobbiamo parametrarci a un regime molto più rigido e individuare quale sia la soglia effettiva delle indennità nette, perchè il lordo non fa testo, la fiscalità è diversa da paese e paese”.
Quel che è certo è che matura la vera stangata, quella sull’indennità (già decurtata di mille euro a inizio anno).
Lamberto Dini si fa portavoce della protesta: “Le nostre retribuzioni sono già sotto la media Ue”.
Alessandra Mussolini, intervista da “Anna” sostiene che già togliere il vitalizo è istigazione al suicidio”, figurarsi il resto.
Al rientro degli onorevoli lunedì dal lungo ponte festivo, sarà battaglia.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 9th, 2011 Riccardo Fucile
UN DEPUTATO-TALPA AVEVA REGISTRATO LE CONVERSAZIONI A MONTECITORIO E I DIALOGHI ERANO ANDATI IN ONDA SU LA7
In Parlamento è partita la caccia al traditore. E lo scoop si è auto-rivelato.
«La voce del parlamentare nel filmato che è andato in onda durante la trasmissione Gli Intoccabili su La7 è la mia».
Maurizio Grassano, deputato, compagno di partito di Scilipoti in Popolo e Territorio, alla Zanzara su Radio 24 ha svelato chi si nascondeva dietro la voce falsata e il volto oscurato nel video video andato in onda mercoledì nella trasmissione su La7 di Gianluigi Nuzzi.
«Sono l’unico che qui di benefit non ne ha. Pensione non ce l’ho, non c’ho un cazzo… Sono l’unico vero precario», diceva uno dei due deputati “intercettati” dalla micro-telecamera del deputato-talpa a Montecitorio.
«Meno di un anno e ti entra il vitalizio», diceva l’altra “voce”.
«Tu che cazzo te ne fotte, dico io? Tanto questi sono tutti malviventi. A te non ti pensa nessuno. Te lo dico io, caro amico. Che questi, se ti possono inculare ti inculano senza vaselina nemmeno».
Ora Grassano svela: «Mi ricordo la conversazione che è avvenuta in parlamento», dice. «L’ho avuta con un parlamentare che anche lui ha chiesto di poter essere ricandidato ma non posso dire chi è».
Ma al deputato di Popolo e Territorio l’intercettazione non va giù.
«In ogni caso sto pensando ad azioni legali, porterò tutto alla Procura della Repubblica perchè non si può filmare all’interno del Parlamento».
E sulle sua condanna a 4 anni per truffa aggiunge a Radio 24: «Da oggi in poi chiamatemi Grassano 4 anni, così evitiamo ogni volta di ricordarmelo».
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Dicembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
INDAGATO ANCHE CESARO: 50 ARRESTI IN TUTTA ITALIA, COMPRESI POLITICI E BANCHIERI… IL PRIMO MANDATO DI CATTURA PER COSENTINO VENNE RIGETTATO DALLA CAMERA
Antimafia e carabinieri in azione all’alba con un blitz in tutta Italia finalizzati all’arresto di
boss, banchieri e politici ritenuti vicini al clan dei Casalesi: tra loro anche l’ex sottosegretario all’Economia e attuale coordinatore del Pdl campano Nicola Cosentino.
La magistratura di Napoli ha chiesto a Montecitorio di autorizzare l’arresto del deputato, indagato per corruzione ed altri reati.
La richiesta d’arresto è arrivata stamattina, martedì 6, in giunta per le autorizzazioni della Camera.
Fa il paio con la prima che, rigettata nel novembre 2009 dalla giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, provocò le dimissioni dell’allora sottosegretario.
Il coordinatore del Pdl della Campania è definito nei capi di imputazione formulati dai pm «referente politico nazionale del clan dei Casalesi».
I provvedimenti restrittivi colpiscono in particolare elementi riconducibili alle fazioni Schiavone e Bidognetti del clan dei Casalesi.
Fra i destinatari anche esponenti politici di rilievo nazionale e locale, personaggi del mondo bancario ed imprenditoriale operanti oltre che in Campania, nel Lazio, in Toscana, nell’Emilia Romagna, in Lombardia ed in Veneto.
Tra gli indagati (ma non per camorra) c’è anche il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro che, secondo l’accusa, accompagnò Cosentino a Roma per sollecitare i vertici di Unicredit a concedere un credito a favore del clan, peraltro garantito da una falsa fidejussione.
«Pochi giorni dopo tale intervento – è scritto in un comunicato della Procura – il finanziamento, che fino a quel momento aveva incontrato ostacoli e rallentamenti, veniva sbloccato».
Il finanziamento ammontava a 5 milioni e mezzo di euro. All’epoca Cosentino era sottosegretario all’Economia.
L’ordinanza riguarda anche un’altra cinquantina di persone,arrestati dai carabinieri con la Dia di Napoli.
I reati contestati, a vario titolo, sono associazione camorristica, riciclaggio, corruzione e falso.
Secondo quanto si apprende l’inchiesta riguarda vicende di infiltrazioni del clan dei Casalesi nella pubblica amministrazione ed in particolare tra ex amministratori di Casal di Principe, roccaforte del clan dove il Comune viene sciolto in media ogni due anni. Gli indagati sono oltre settanta.
Il gip scrive: quella tra politica e economia rappresenta «un’osmosi che genera effetti patologici nei settori più rilevanti della vita sociale e politica della provincia casertana: quello elettorale, quello economico e quello istituzionale».
Intorno a questo intreccio – prosegue il gip – si muovono enormi interessi economici del clan dei Casalesi e i politici coinvolti sono «asserviti al sodalizio camorristico.
E ciò che avviene in snodi fondamentali e sensibili dell’attività economica: nell’apertura di centri commerciali, nelle attività edilizie e nella fornitura del calcestruzzo.
Ed i poteri della politica e dell’ente mafioso si saldano nel momento più solenne ed importante della vita democratica: il momento elettorale».
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Dicembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
I PREZZI SONO TRIPLICATI E I PASTI CALANO DEL 70%….GESTORI VERSO L’ADDIO, VENTI RICHIESTE DI CASSA INTEGRAZIONE
Ah, i bei tempi d’oro… Al ristorante del Senato, fino a tre mesi fa, il filetto di orata in crosta di
patate si gustava per 5,23 euro e per il carpaccio di filetto con salsa al limone ne bastavano 2,76.
Ma dalla fine di agosto i prezzi sul menu di Palazzo Madama sono triplicati e i senatori hanno rivoluzionato le loro abitudini.
Adesso, nelle pause dei lavori d’Aula, o si fermano alla buvette per un riso all’inglese (rapido ed economico), o escono a mangiare nelle trattorie a due passi dal Pantheon. D’altronde, spiegano senza troppi imbarazzi, i prezzi a Palazzo Madama sono ormai «così alti» che pranzare fuori è diventato quasi conveniente.
Da «Fortunato al Pantheon», un classico per le buone forchette della politica, all’una c’è la fila.
Con 45 euro ci scappano primo e secondo, prelibatezze romanesche come i bucatini all’amatriciana e carni italiane di prima scelta.
Avvistati negli ultimi tempi Anna Finocchiaro, Maurizio Gasparri, Francesco Rutelli e il presidente Renato Schifani.
Il ristorante del Senato invece, che prima era preso d’assalto anche da deputati e giornalisti parlamentari, adesso è mezzo vuoto.
Potere dell’antipolitica o della parsimonia? Forse di tutte e due le cose.
Fatto sta che la Gemeaz Cusin, la società che lo gestisce, ha deciso di gettare la spugna e chiede all’amministrazione di Palazzo Madama «una soluzione amichevole» per rescindere consensualmente il contratto, sottoscritto il 12 febbraio 2010.
La società appaltatrice ha messo la questione in mano agli avvocati, che hanno redatto un parere con cui sperano di convincere Palazzo Madama a rivolgersi altrove per sfamare i senatori.
La relazione è lunga quattro pagine ed è un ritratto dell’Italia, tra antichi privilegi e cauti colpi di forbice.
Vi si legge che, prima della decisione dei questori di tagliare i costi, i senatori pagavano per un pranzo «il 13% del prezzo effettivo, anche per i pasti di tipo superiore o pregiato, il cui costo ricadeva, quasi per intero, sull’Amministrazione».
Dunque, detto più prosaicamente, i senatori assaporavano e i cittadini pagavano.
Ora però– che le quote percentuali a carico degli utenti «sono state sensibilmente incrementate» e che i senatori pagano la spigola o il filetto quanto i comuni mortali–è comprensibile che alla Gemeaz Cusin i conti non tornino più.
E che la società chieda lo scioglimento consensuale del contratto con decorrenza 31 dicembre 2011.
Da quando i costi sono quelli di un comune ristorante del centro di Roma, lamenta la società , «si è verificata una eccezionale diminuzione dell’attività », con una riduzione dell’affluenza «di oltre il 50 per cento».
E se prima i senatori sceglievano quasi esclusivamente piatti «della tipologia superiore e pregiata», ora prediligono le pietanze più cheap.
Gli spaghetti all’astice, sul menu a 18 euro, non li vuole più nessuno, mentre quelli al pomodoro (6 abbordabili euro) sono tornati di gran moda.
La Gemeaz Cusin stima «un calo del 70 per cento dei pasti prodotti», con conseguente perdita economica ed esuberi del personale. Il primo effetto concreto è la richiesta di cassa integrazione per 20 dipendenti del ristorante. Intanto, però, sembra che il Senato si appresti ad assumere (altri) sette dirigenti, vincitori di vecchi concorsi.
Monica Guerzoni
(da “Il Corriere della Sera”)
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Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DELL’IDV AVECA DEFINITO QUELLA DEL PDL “PROCACCIATRICE DI ARCORINE, CERTOSINE E GRAZIOLININE” IN MERITO ALLE FESTE PRIVATE DI BERLUSCONI
Finisce alla Procura di Palermo la lite tra le due eurodeputate dell’Italia dei Valori, Sonia Alfano, e
del Pdl, Licia Ronzulli, che non ha gradito l’appellativo di «procacciatrice di arcorine, certosine e grazioline» con cui la collega dell’Idv l’ha definita, facendo riferimento al suo presunto ruolo di reclutatrice di ragazze per le feste dell’ex premier Silvio Berlusconi.
Ronzulli si è rivolta alla magistratura querelando per diffamazione Sonia Alfano e chiedendo l’oscuramento del blog della parlamentare e quello del partito in cui le frasi «infamanti» erano state riportate.
Il pm di Palermo Geri Ferrara, competente in quanto l’eurodeputata dell’Idv risiede nel capoluogo siciliano, si è opposto alla richiesta facendo riferimento alle prerogative costituzionalmente tutelate del parlamentare per le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni. Ma il gip ha dato ragione alla querelante e ha oscurato il blog.
Un duello a colpi di istanze giudiziarie risolta dal tribunale del riesame che ha accolto la tesi della Procura e ha riattivato sito e blog.
La questione tra le due litiganti, però, non finirà così perchè davanti al magistrato sfileranno, per essere interrogate, le frequentatrici dei festini con l’ex premier Berlusconi.
Il pm, infatti, che deve indagare sulla presunta diffamazione dovrà accertare se quanto scritto da Alfano sia vero: insomma, se la Ronzulli ha realmente procacciato donne al premier e se i festini hard ci furono.
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Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
MOLTI DEPUTATI E SENATORI STAREBBERO PENSANDO DI LASCIARE ENTRO L’ANNO PER EVITARE CONSEGUENZE NEGATIVE
C’è più di un mal di pancia, in queste ore, nei corridoi di Camera e Senato. 
Le nuove regole sui vitalizi spaventano molti parlamentari, in particolare quei peones che rischiano di non essere eletti nella prossima legislatura.
Ed ecco che spunta l’idea maliziosa, la tentazione pericolosa: dimettersi entro la fine di dicembre per non incappare nella rigidità delle nuove regole.
Le indiscrezioni sono state rilanciate in tv da Sky Tg 24.
Dal primo gennaio 2012, infatti, entrerà in vigore il sistema contributivo anche per chi è attualmente in carica.
E soprattutto scatterà la nuova norma tagliola: niente assegno per chi ha meno di 60 anni, se si ha più di un mandato alle spalle; mentre chi ha accumulato un solo mandato dovrà attendere addirittura fino ai 65.
In particolare sono nel panico quei 350 neoeletti che col nuovo sistema potrebbero rimanere del tutto esclusi dall’assegno: le regole saranno valide solo per l’ultimo anno di legislatura, quando non avranno ancora raggiunto quei 4 anni, sei mesi e un giorno che col vecchio sistema avrebbero garantito la “pensione”.
A meno che non venga adottata nelle prossime settimane una norma transitoria ad hoc.
Nei palazzi della politica, alcuni considerano l’ipotesi dimissioni solo una boutade. Di sicuro è una nuova fonte di nervosismo per i parlamentari, già alle prese con le impopolari misure imposte dal governo tecnico.
Ma, per gli onorevoli tentati dalla furbata, c’è un ostacolo di non poco conto: le dimissioni devono essere approvate da un voto dell’aula.
E, mentre soffia forte il vento dell’antipolitica, è difficile che l’assemblea possa dare il via libera a una simile fuga di massa.
(“da “La Stampa“)
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Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
L’AZIENZA CHE FORNISCE SERVIZI E IMMOBILI AL PARLAMENTO LICENZIERA’ 350 LAVORATORI SU 530…GUADAGNAVANO 980 EURO AL MESE E DA GENNAIO SARANNO SENZA LAVORO
La Camera dei deputati dà il via ai tagli. Nulla, però, a che vedere con i privilegi e le spese folli
dei parlamentari.
Se c’è da stringere la cintura, meglio che a farlo siano prima i lavoratori.
E così, in nome della riduzione dei costi della politica, 350 persone circa verranno licenziate tra poche settimane.
Sono i dipendenti della Milano 90 srl, che gestisce in appalto per la Camera dei deputati servizi come la mensa, la posta e le pulizie.
Lavoratori che di certo hanno poco a che vedere con vitalizi e privilegi: per ciascuno di loro la paga mensile ammonta, infatti, a 980 euro al mese.
I licenziamenti sono la conseguenza di un affitto revocato.
Quello di Palazzo Marini, a due passi da Montecitorio.
L’edificio storico è di proprietà del potente imprenditore romano Sergio Scarpellini che è anche il titolare della Milano 90 srl.
Nel 1997 il Parlamento volle regalare un ufficio dignitoso a ogni deputato e per questo decise di affittare Palazzo Marini e gli altre tre edifici gemelli di piazza San Silvestro. Per Scarpellini, che aveva acquistato gli stabili poco tempo prima con un mutuo (che di fatto è stato pagato dal Parlamento), si rivelò un affare straordinario.
La Camera dei deputati stipulò infatti con l’immobiliarista un contratto da nove anni più nove, che ammontava a 444 milioni di euro.
Con la stessa cifra si sarebbero potuti acquistare immobili al centro di Roma per oltre 60mila metri quadrati.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
EPILOGO DELLA STRANA STORIA DI AMICIZIA TRA MONTECITORIO E LA SOCIETA’ DELL’IMPRENDITORE ROMANO CHE ORA LICENZIERA’ 350 ADDETTI
Dopo 15 anni, la Camera dei deputatati rescinde il contratto di affitto con Milano 90 srl e lascia Palazzo Marini.
Ad oltre un anno dal dossier presentato dalla deputata radicale Rita Bernardini sulla strana storia di amicizia tra la Camera e la società dell’imprenditore romano Sergio Scarpellini, i tre questori (Francesco Colucci e Antonio Mazzocchi del Pdl e Gabriele Albonetti del PD) hanno comunicato la decisone di traslocare dal palazzo tra piazza S. Claudio, via del Tritone e via del Pozzetto.
Dal ’97 la Camera dei deputati firma infatti contratti di locazione miliardari (ora milionari), oltrechè relativi a vari servizi — commessi ai piani, pulizie, mensa, camerieri di sala, cassieri, barman/banconisti.
“Con la rescissione di Palazzo Marini — racconta Sergio Scarpellini — decadranno di conseguenza anche i servizi relativi ed io mi ritroverò costretto a mandare a casa 350 dipendenti”.
Il cosiddetto Marini però è l’unico palazzo preso in affitto da Scarpellini, dal quale la Camera può andar via con un anno di preavviso.
I contratti relativi agli altri palazzi, tutti nella zona di piazza S. Silvestro e anche questi con durata 9+9, non prevedono infatti alcuna possibilità di recesso anticipato: l’Aula di Montecitorio cioè, scriveva Bernardini, “è prigioniera dei contratti sottoscritti”.
Condizioni vantaggiose per l’imprenditore romano che, per sdebitarsi in qualche modo, offre alla Camera servizi di alta qualità (come gli ottimi piatti serviti nella mensa di “Palazzo San Macuto”) a prezzi sottocosto (poco più di 13 euro per un menù completo che comprende oggi bistecca di chianina, domani scampi appena pescati). Incontriamo Sergio Scarpellini nella sede della Milano 90 srl, “scortato” dal suo legale e dal suo commercialista.
Come nasce questo rapporto con la Camera dei deputati, come siete entrati in contatto?
Abbiamo intrapreso tanti anni fa questa attività : comprare palazzi e poi affittarli, e talvolta anche subaffittarli, garantendo però tutti i servizi. Una cosa convenientissima per la Camera. Partimmo nel ’97, quando stipulammo il primo contratto con l’allora presidente Violante per palazzo Marini. Avevamo però già affittato un palazzo al Senato, all’epoca di Fanfani. Dopodichè, nel ’90, abbiamo comprato l’albergo Marini e abbiamo fatto un’offerta alla Camera, perchè si sapeva che aveva bisogno di uffici. Sa, le notizie girano. Era un periodo storico in cui Camera e Senato volevano assicurare un ufficio ai propri parlamentari.
Quindi siete stati voi a farvi avanti, a proporvi?
Si, certo. Abbiamo fatto quest’offerta e abbiamo iniziato a trattare. Chiavi in mano, la Camera pretese che tutti i lavori, la mobilia ecc., fossero a carico nostro. Non ha speso una lira in più. Tutt’ora, quando cambiano i governi, se ad alcuni parlamentari non va bene l’arredo che c’era prima, siamo costretti, da contratto, a cambiarlo. Tutto a carico nostro. Un contratto convenientissimo. Durante i lavori di ristrutturazione poi, la Camera ci inviò una lettera in cui ci chiedeva altri spazi.
La Camera, quindi, è venuta da voi a colpo sicuro: sapeva che avevate altri palazzi disponibili e li ha richiesti. Perchè però non è stata fatta una gara? Non c’erano altre società , oltre alla sua, a cui la Camera avrebbe potuto rivolgersi per prendere in affitto alcuni palazzi?
Ma quale gara. Noi facciamo questo lavoro. Sa quelle cose come nascono, no? Visto che avevamo già preso i contatti, la Camera ci chiese se avevamo altri spazi. E questi altri spazi, tutti in quella stessa zona, siamo riusciti a trovarli e a comprarli. Ad oggi, sono circa 45 000 metri quadrati gli immobili affittati alla Camera. Una serie di Palazzi che abbiamo comprato esclusivamente per loro. Ci siamo indebitati per loro.
Dunque, voi avete comprato questi palazzi per poi darli in affitto alla Camera. Ma perchè, secondo lei, la Camera non li ha acquistati direttamente, magari accendendo un mutuo?
Quella è una loro scelta. Poi secondo me, alla Camera conviene stare in affitto. A noi invece converrebbe vendere. Quindi la campagna che ha fatto la Bernardini è soltanto una gran casino: non c’è niente di esatto. Non ci crederà , ma rispetto ai prezzi di mercato attuali, quelli che facciamo alla Camera sono bassissimi. I contratti del ’97 sono gli stessi che ancora reggono, senza alcun aumento. I palazzi sono sottostimati. Quello attuale dunque è un prezzo di favore.
Adesso invece che succede?
La Camera l’anno scorso ci ha inviato una lettera in cui diceva che avrebbe rescisso il contratto di Palazzo Marini 1 entro quest’anno. Anche se noi riteniamo che non lo possa fare. Mi trovo costretto così a licenziare 350 persone (ndr. per i quali è stata aperta la procedura di mobilità ) che svolgono vari servizi, che diamo alla Camera. Perchè io con i servizi aggiuntivi non guadagno, sono andato avanti fino ad ora con gli immobili affittati: pagavamo il personale con parte degli introiti provenienti dai contratti di affitto.
E’ abbastanza illogico però prendere tutto quel personale se non riuscite a pagarlo con le entrate che provengono dalla stessa fornitura del servizio (attorno ai 2, 7 milioni di euro all’anno)…
Nel tentativo di fornire un servizio ottimale abbiamo adottato una logica assuntiva in esubero. Attualmente potremmo fornire gli stessi servizi solo con 195 dipendenti, rispetto agli attuali 500 e rotti. Abbiamo assunto tutta questa gente anche perchè abbiamo una alta percentuale di assenteismo attorno al 40%. Proprio per questo, anche se la Camera tornasse sui suoi passi, almeno 200 persone le dovrei mandar via comunque. Certo, poi c’è anche la previsione di riforme costituzionali che confermano il dimezzamento della struttura rappresentativa della Camera dei deputati, ma le cause primarie, per cui siamo costretti a licenziarli, sono i recessi e le revoche dagli appalti.
Gabriele Paglino
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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