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AL SENATO IL GOVERNO HA UN SOLO VOTO DI MAGGIORANZA

Marzo 22nd, 2019 Riccardo Fucile

IMBARCARE FRATELLI D’ITALIA O ARRUOLARE QUALCHE TRANSFUGA DI FORZA ITALIA?

Siccome uno vale uno al Senato il MoVimento 5 Stelle si trova nel classico dilemma del prigioniero: l’altroieri tre senatrici (Paola Nugnes, Elena Fattori, Virginia La Mura) hanno votato no al Salva-Salvini sulla Diciotti nonostante le indicazioni di voto su Rousseau e i grillini avevano minacciato espulsioni in caso di disobbedienza.
Ma senza quei tre voti la maggioranza che regge il governo Conte al Senato rischia di stare in piedi per un solo voto.
Questo perchè il M5S ha perso alcuni parlamentari prima di cominciare: Maurizio Buccarella e Carlo Martelli al Senato e Andrea Cecconi e Silvia Benedetti alla Camera per Rimborsopoli.
Fuori in corsa anche Salvatore Caiata (Camera), per non aver comunicato di essere indagato per riciclaggio, Catello Vitiello (massone non dichiarato) e Antonio Tasso, che taroccava cd.
Espulsi a legislatura iniziata,invece,Gregorio De Falco e Saverio De Bonis, per non aver votato il decreto Sicurezza.
E ora rischiano Elena Fattori, Paola Nugnes e Virginia La Mura, che hanno votato sì al processo a Salvini.
Per salvare il salvabile ci sono due alternative: far entrare Fratelli d’Italia in maggioranza oppure far transitare molti dei senatori di Forza Italia che hanno deciso di lasciare Berlusconi per Salvini.
In caso di un minirimpasto, con qualche ministro di peso, FdI potrebbe decidere di salire a bordo della maggioranza, fa sapere il Corriere.
Ma la soluzione più semplice è prendersi gli ex di Berlusconi (se esistono, perchè se Forza Italia risale nei sondaggi può anche non essere conveniente)

(da “NextQuotidiano”)

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I PARLAMENTARI M5S PRONTI A PASSARE CON I SOVRANISTI: SERVONO 50 DEPUTATI E 20 SENATORI

Febbraio 24th, 2019 Riccardo Fucile

“NON NE POSSONO PIU’ DI PAGARE 300 EURO AL MESE A ROUSSEAU E VENGONO A CHIEDERCI SE VERREBBERO ACCETTATI”… BERLUSCONI SERRA LE FILA E PUNTA AL 10% ALLE EUROPEE PER AVERE MAGGIORE PESO

Il Messaggero racconta oggi in un retroscena a firma di Emilio Pucci che alcuni parlamentari del MoVimento 5 Stelle sono pronti a passare al centrodestra per consentire il varo di un nuovo governo a guida Salvini:
Raccontano in FI e nella Lega che molti malpancisti del Movimento siano tornati a guardarsi intorno. Incontri, cene tra parlamentari (in settimana si sono visti due deputati M5s e tre di FI) dove il disagio degli alleati di Matteo Salvini al governo emerge sempre più forte.
«E’ così, ma non si può dire e chi lo fa sbaglia», dice un “big” azzurro.
Al momento non sono previsti nuovi ingressi ma sono ripresi i contatti, tenuti soprattutto da ex fuoriusciti M5S.
«In diversi»,sottolinea un dirigente forzista, «non ne possono più di pagare 300 euro al mese a Rousseau. Vengono da noi per chiedere lumi, per capire se verrebbero accettati».
E in Parlamento in molti, anche leghisti, non escludono una vera e propria scissione del Movimento, nell’ipotesi (probabile) che anche in Sardegna i grillini crollino.
In questo caso non si tratterebbe di passaggi di singoli deputati e senatori verso Forza Italia o il Misto, ma della nascita di un vero e proprio nuovo gruppo parlamentare pronto a sostenere un governo Salvini insieme a FI e Fdi
La situazione ricalca quella dell’inizio della legislatura, quando il Cavaliere si stava preparando a prendere in mano alcuni eletti per portarli da Salvini allo scopo di varare un nuovo governo: un’operazione stoppata all’epoca dalla Lega:
Alla Camera servirebbero almeno 50 grillini (sui 220 deputati del gruppo) disposti a votare la fiducia e una ventina al Senato.
Di certo c’è che il Cavaliere ha invitato i vertici ad aprire le porte, anche se per ora sono al lavoro soprattutto nel gruppo Misto. Di eventuali transfughi se ne parlerà  dopo l’appuntamento di maggio.
L’ultima scommessa di Berlusconi è portare le sue truppe ben al di sopra il 10% dei consensi nelle urne, altrimenti — è il refrain tra deputati e senatori — ad implodere sarà  proprio il partito azzurro.
L’ex premier è convinto che ci sia un patto tra Meloni, Toti e Salvini affinchè si arrivi a una liquefazione di Forza Italia. Per questo motivo ha alzato la voce («Chi non è d’accordo con i nostri principi è pregato di andarsene», ha intimato nell’ultima riunione) nei confronti di quelli che la capogruppo Maria Stella Gelmini definisce«traditori».

(da “NextQuotidiano”)

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GIUNTA IMMUNITA’: SE IL M5S VOTA COMPATTO SI’ FINISCE 13 A 10 CONTRO SALVINI

Gennaio 29th, 2019 Riccardo Fucile

SE IL M5S MANTIENE LA PAROLA SARA’ INUTILE IL SOCCORSO DI FORZA ITALIA … ALTRIMENTI I GRILLINI SALVANO SALVINI E LA POLTRONA E SCENDONO SOTTO IL 20%

Il voto del Movimento 5 Stelle sul destino giudiziario di Matteo Salvini è decisivo già  nella Giunta delle elezioni e delle immunità  del Senato.
Alle 11 del 30 gennaio l’organo di Palazzo Madama è chiamato a istruire il “caso Diciotti” che nasce dalla richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di processare il ministro dell’Interno Matteo Salvini per sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale per aver impedito ad agosto lo sbarco di 177 migranti per cinque giorni.
Dopo un iter che assicurano fonti della maggioranza non si prolungherà  più di 15 giorni, la Giunta approverà  una relazione da inviare all’Aula, poi chiamata a decidere se autorizzare o meno il procedimento a carico del leader della Lega.
Una situazione a dir poco scomoda per il Movimento 5 Stelle, caduto in una situazione lose-lose: costretto al rispetto del principio legalitario secondo cui i politici devono sempre sottoporsi ai processi come i comuni cittadini, ma pure consapevole del significato di un voto contro l’alleato di Governo, esponendolo a una ipotetica pena massima di 15 anni di reclusione.
Anche perchè, pur trattandosi di una decisione politica del ministro titolare della sicurezza, la linea politica è sempre stata di totale condivisione delle scelte in tema di chiusura dei porti.
Già  dalla proposta che la Giunta dovrà  avanzare all’aula del Senato i Cinque Stelle sono più che mai decisivi.
Nell’organo di Palazzo Madama i grillini contano sette membri, la Lega quattro così come Forza Italia e Partito Democratico.
Le autonomie ne hanno uno (in linea con il Carroccio), Fratelli d’Italia sempre uno mentre il Gruppo Misto due: Pietro Grasso di LeU e l’ex M5S poi espulso Gregorio De Falco che ha già  intendere il suo voto favorevole alla richiesta dei magistrati.
Questa la composizione della giunta. Presidente: Gasparri Maurizio (FI). Vicepresidenti: D’Angelo Grazia (M5S), Cucca Giuseppe(Pd). Segretari: Augussori Luigi (Lega), Grasso Pietro (Misto, Liberi e Uguali). Membri: Balboni Alberto (FdI), Bonifazi Francesco (Pd), Crucioli Mattia (M5S), De Falco Gregorio (Misto), Durnwalder Meinhard (Autonomie), Evangelista Elvira Lucia (M5S), Gallicchio Agnese (M5S), Giarrusso Mario Michele (M5S), Ginetti Nadia (Pd), Malan Lucio (Fi), Modena Fiammetta (FI), Paroli Adriano (FI), Pellegrini Emanuele (Lega), Pillon Simone (Lega), Riccardi Alessandra (M5s), Rossomando Anna (PD), Tesei Donatella (Lega), Urraro Francesco (M5s).
I grillini devono quindi decidere alla svelta quale linea assumere.
Alessandro Di Battista, ospite a Porta a Porta, ha dato la linea: “Vorrei far notare che qualora fosse successo a Luigi, lui avrebbe rinunciato all’immunità . Va riconosciuto che Salvini, che aveva detto ‘processatemi’ ha cambiato versione”.
E ora che fare: “Credo proprio che voteremo di sì all’autorizzazione a procedere, poi troveremo una soluzione tutti insieme. E’ molto complicato per la storia del Movimento 5 Stelle non firmare un’autorizzazione a procedere. Ma quella decisione va presa in comune”.
In Giunta, quindi, i membri favorevoli al procedimento per Salvini sarebbero quindi trecidi: i sette M5s, i quattro del Pd, uno di LeU e il probabile voto di Gregorio De Falco.
Contrari resterebbero i quattro leghisti e i quattro forzisti con il voto anche del presidente Maurizio Gasparri, il componente delle autonomie e quello di Fratelli d’Italia. Si fermerebbero a dieci.
Risolto il nodo aritmetico, resta però quello politico tra i due alleati del Governo. E quello non sarà  di facile nè immediata soluzione.

(da “Huffingtonpost”)

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DE FALCO: “RETROMARCIA DI SALVINI INDECOROSA”

Gennaio 29th, 2019 Riccardo Fucile

“IN GIUNTA TROVERANNO IN ACCORDO, MA IL AULA IL RISULTATO POTREBBE ESSERE DIVERSO”

Senatore Gregorio De Falco, membro della giunta per le elezioni e immunità  del Senato ed “espulso” dal M5s, che idea si è fatto della retromarcia di Salvini, che oggi chiede di non essere processato per il caso della nave Diciotti?
“Sono rimasto molto meravigliato: il ministro dell’Interno si vanta di essere persona coerente. Mi sembra indecoroso adesso questo cambio di rotta. Sono rimasto deluso”.
E l’atteggiamento vacillante del M5s come lo giudica?
“Fino a ieri la posizione del Movimento era ineccepibile dal punto di vista della coerenza con la sua posizione ideologica, che è quella di concedere sempre l’autorizzazione a procedere. Forse è stato proprio questo a spingere Salvini al clamoroso voltafaccia. Di Maio, però, ha detto che lo stop allo sbarco dei migranti a bordo della Diciotti è un atto condiviso di governo, che di fatto è un atto politico, di per sè insindacabile”.
Lei, in quanto membro della giunta come interpreta l’immunità ?
“Aldilà  del fatto che per me è meglio valutare le cose in scienza e coscienza, essendo l’immunità  una deroga che sottrae un soggetto al suo giudice naturale, andrebbe interpretata nel modo più ristretto possibile. Tant’è vero che la norma impone che si possa negare l’autorizzazione a procedere soltanto nel caso ci sia la maggioranza assoluta di componenti dell’Aula. L’interpretazione restrittiva è anche a garanzia della separazione dei poteri”.
In questo caso non le sembra invece che ci sia la volontà  di creare un conflitto tra poteri dello Stato?
“Mi ha fatto specie una nave militare bloccata in un porto per tanti giorni. È come se si fosse messo a confronto il ministro dell’Interno e la Guardia Costiera come corpo della Marina militare. Mi è dispiaciuto molto non sentire neanche una parola a riguardo da parte del Capo di Stato maggiore della Marina”.
Come andrà  a finire?
“I senatori dovranno decidere se lo stop alla Diciotti sia stato un ‘atto politico’ o un ‘atto amministrativo’. Io penso che in giunta si troverà  un accordo tra le forze di maggioranza. Ma in Aula il risultato potrebbe essere diverso”.
“Quello sulla Diciotti non è in nessun modo configurabile come un atto politico”. Mentre i suoi (ex) compagni del Movimento 5 stelle si scervellano sul da farsi, il senatore Gregorio De Falco ha già  formulato un pensiero preciso sull’autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri nei confronti di Matteo Salvini. Non un parere qualsiasi.
Perchè l’ex comandante è uno dei componenti della Giunta per le immunità  del Senato. Quella che è chiamata a formulare una proposta all’Aula: salvare il soldato Salvini, o spedirlo davanti alla sbarra? E nella quale gli equilibri si possono giocare sul singolo voto.
“Tutti devono essere giudicati dal loro giudice naturale — spiega De Falco — ma la legge stabilisce garanzie precise in caso un individuo ricopra un ruolo da ministro o parlamentare. La maggioranza può sottrarlo al giudizio qualora ritenga che quello per cui è perseguito sia un atto politico”. Un ragionamento che può sembrar partire da lontano, ma in realtà  molto lineare. “La necessità  è chiarire cosa sia un atto politico. Che a mio avviso ha un livello di responsabilità  tale da contemplare un orizzonte di finalità  pubbliche”.
Ecco il cuore della vicenda: “L’atto politico ha caratteristiche generali e di astrattezza di indirizzo”.
Si spieghi.
*”Mi spiego. Se io dico tramite un provvedimento che nessuna nave può avvicinarsi al porto, per esempio, di Siracusa per determinate ragioni, faccio una scelta di indirizzo politico generale. Se impedisco lo sbarco di una singola nave dove sta la finalità  generale? È una scelta specifica”.
E quindi?
“Quindi quello sulla Diciotti non è mai configurabile come atto politico”.
De Falco sembra anche criticare i suoi ex colleghi M5s quando spiega che la responsabilità  di quel che è accaduto non si può estendere all’intero governo, come dicono in queste ore i 5 stelle, Luigi Di Maio in primis: “Una posizione del genere sarebbe ragionevole se ci fosse stata una condivisione su un atto normativo, un provvedimento. Ma anche lì di carattere generale, non nella fattispecie della nave. Cosa che non è avvenuta”.

(da “Huffingtponpost”)

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IL PD VOTERA’ A FAVORE DELL’AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE PER SALVINI: A QUESTO PUNTO I NUMERI CI SAREBBERO

Gennaio 28th, 2019 Riccardo Fucile

RENZI ANNUNCIA CHE VOTERA’ SI’, COSI’ PURE IL M5S… E NON E’ DETTO CHE DENTRO FORZA ITALIA QUALCUNO NON SI AGGIUNGA… SALVINI CON L’ACQUA ALLA GOLA, LEGA SEMPRE PIU’ NERVOSA

Matteo Renzi voterà  a favore dell’autorizzazione a procedere avanzata nei confronti di Matteo Salvini. Lo ha annunciato lo stesso ex presidente del consiglio con un post su twitter: “Sono arrivate in Senato le carte del Tribunale dei ministri nei confronti di Salvini. Dopo averle lette con attenzione e senza alcun pregiudizio ideologico, voterò a favore della richiesta di autorizzazione a procedere”.
A questo punto, bisognerà  capire cosa farà  il Pd. Nessuno dei leader dem ha fino a questo momento preso una posizione netta come quella di Renzi.   “Bisogna seguire l’iter della richiesta in giunta e approfondire la questione da tutti i punti di vista”, hanno detto i quattro componenti dem della Giunta per le elezioni, che sono i senatori Francesco Bonifazi, Anna Rossomando, Nadia Ginetti e Giuseppe Cucca.
Le posizioni all’interno della Giunta: 12 sì, 9 contrari
La Giunta si riunirà  per la prima volta per affrontare la richiesta mercoledì 30 gennaio alle 11. I componenti dell’organo parlamentare   presieduto da Maurizio Gasparri dovranno votare a scrutinio palese.
Fra i 23 membri della commissione, Salvini può certamente contare sui 4 senatori della Lega. Probabile che a suo favore si esprimano gli esponenti di Fratelli d’Italia e di Forza Italia: il totale fa nove voti. Luigi Di Maio ha invece confermato quanto anticipato da Gianluigi Paraone: i sei esponenti del M5s voteranno sì al processo del ministro dell’Interno. Con i voti dei dem, in totale fanno dieci senatori a favore dell’autorizzazione a procedere.
L’ex presidente del Senato Pietro Grasso non si è ancora pronunciato, anche se la settimana scorsa ha eloquentemente postato una prima pagina di Libero dell’agosto 2018 in cui Salvini si diceva pronto a rinunciare all’immunità  e ad affrontare i processi. Restano in sospeso, ma non necessariamente in bilico, l’ex M5S Gregorio De Falco e Meinhard Durnwalder — di Svp-Autonomie, si è astenuto sulla fiducia ma ha votato contro la manovra — che vogliono rendersi conto della situazione una volta esaminati i documenti e tutte le carte del caso. In giunta quindi, sarebbero 12 voti a favore del processo a Salvini e 9 contro, con due senatori incerti.
L’iter legislativo: se Pd vota con M5s, Salvini a processo
La giunta per le elezioni e le immunità  dovrà  presentare una relazione sul caso a Palazzo Madama entro 30 giorni. Se propone di dare il via libera all’autorizzazione a procedere, senza che all’interno ci siano opinioni contrarie, l’Aula non vota: le carte tornano al tribunale dei ministri e comincia il processo a Salvini.
Ma se all’interno della giunta ci sono proposte di cassare l’autorizzazione, anche minoritarie, Palazzo Madama deve comunque esprimersi entro 60 giorni. È quello che succederà .
A quel punto quindi l’Aula dovrà  esprimersi. Il Pd ha 52 voti: se tutti seguiranno l’indicazione di Renzi, andranno a sommarsi ai 107 del M5s.
A quel punto voteranno a favore dell’arresto di Salvini in 159. Anche se tutti gli altri dovessero votare a favore di Salvini, il ministro dell’Interno finirebbe a processo davanti al tribunale di Catania.
È accusato di sequestro di persona aggravato: rischia fino a 15 anni di carcere.
I leghisti in pressing.
Fontana: “M5s vota sì? Conseguenze politiche” — Sarà  anche per questo motivo se dai vertici del Carroccio stanno cominciando ad arrivare inviti — o veri e propri ultimatum — agli alleati dei Cinquestelle. Il ministro e vicesegretario della Lega, Lorenzo Fontana, in un’intervista alla Stampa ha detto: “Se da parte del M5S ci dovesse essere la scelta del voto favorevole all’autorizzazione a procedere questa avrà  inevitabilmente delle conseguenze politiche”.
I due capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari hanno inviato un comunicato congiunto: “Processare chi, nell’esercizio delle sue funzioni di ministro dell’Interno, ha contemporaneamente agito nel pieno rispetto delle leggi e della Costituzione e ottemperato al mandato ricevuto dagli elettori, significa inequivocabilmente tentare di processare il governo”.
E tra i leghisti c’è anche chi auspica una richiesta diretta del leader per chiedere pubblicamente ai suoi si serrare i ranghi.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I DATI DI UN PARLAMENTO SVUOTATO: CON IL GOVERNO CONTE, CAMERA E SENATO SEMPRE PIU’ INUTILI E POCA TRASPARENZA

Gennaio 6th, 2019 Riccardo Fucile

REPORT OPENPOLIS: DUE TERZI DELLE LEGGI SONO DECRETI GOVERNATIVI, 95% DELLE PROPOSTE FERME

Una “appropriazione indebita” del potere legislativo a discapito del Parlamento, sempre più svuotato della sua funzione nell’architettura istituzionale.
Pochi numeri per capire: due terzi delle leggi approvate nei primi sei mesi del Governo Conte sono conversioni di decreti legge; una quantità  di emendamenti di natura parlamentare approvati inferiore di quasi tre volte rispetto al primo semestre della precedente legislatura; il 94% delle proposte di senatori e deputati ancora fermo al palo.
Sono i numeri di una analisi condotta da OpenPolis e Agi sull’attività  legislativa nei primi sei mesi del Governo Conte.
E il bilancio non è per nulla edificante, confermando la tendenza già  vista recentemente (da Letta a Renzi fino a Gentiloni) dell’esecutivo di scavalcare il Parlamento nell’esercizio della funzione legislativa.
Con una nota ancora più stonata: la poca trasparenza nella produzione legislativa da parte del Consiglio dei ministri. Memento: le ormai celebri “manine”.
Visto che gli esecutivi Renzi e Gentiloni hanno iniziato a lavorare a legislatura già  ben avviata, il report confronta principalmente l’operato dell’attuale Governo con quello di Enrico Letta, più simili nella genesi e per composizione, nascendo entrambi da accordi tra due gruppi politici avversari dopo complesse consultazioni.
Secondo lo studio OpenPolis/Agi sulla base dei dati di Camera, Senato e OpenParlamento, circa l’80% della ventina di leggi approvate in questa legislatura sono di iniziativa governativa. E ben due terzi sono decreti legge.
Si tratta della percentuale più alta dall’esecutivo Letta in poi: con quest’ultimo la quota “decreti” nell’insieme delle leggi approvate era il 50%nei primi sei mesi, il 30% con il Governo Renzi e il 16% con quello Gentiloni.
Insomma, con il premier Conte il decreto, che nasce come strumento legislativo del Governo per i casi di necessità  e urgenza, assume un ruolo predominante e contribuisce al forte ridimensionamento delle prerogative del Parlamento.
Anzi, in questa legislatura Palazzo Madama e Montecitorio risultano ancora meno influenti, se si va a guardare la quota di emendamenti di iniziativa parlamentare poi approvati in sede di conversione dei decreti.
In un contesto in cui il potere legislativo si accentra nelle mani del Governo, gli emendamenti di origine parlamentare risultano essere forse l’unico margine d’azione degli eletti di influire nel processo di produzione normativa.
Ebbene, nei primi sei mesi la media è di 44 emendamenti approvati per provvedimento, contro una media di circa 128 emendamenti parlamentari approvati durante l’esecutivo Letta: quasi tre volte in meno, un dato che riduce e sminuisce il ruolo di Camera e Senato.
Il trend non cambia se si analizza a che punto sono le proposte di legge di deputati e senatori (circa 2200). Si legge nel report:
Nel primo semestre della scorsa legislatura delle oltre 2.000 proposte legislative di deputati e senatori, il 14,88% erano già  in corso di esame in commissione. Durante i primi 6 mesi del governo Conte la percentuale di disegni di legge di iniziativa parlamentare che hanno avviato il proprio iter in commissione è ferma al 5,04%.
Vuol dire che circa il 95% delle proposte parlamentari sono ferme. Non solo: nel primo semestre della scorsa legislatura l’80% delle pdl era stato assegnato alla Commissione parlamentare di competenza, mentre oggi solo il 59% lo è.
Con un Governo che spesso e ben volentieri sostituisce il Parlamento nella produzione delle leggi, la trasparenza dovrebbe quindi essere ancora più ricercata e assicurata, dal momento che il ricorso alla decretazione d’urgenza accorcia di molto i tempi per l’esame (e il controllo) dei provvedimenti.
E invece l’esecutivo Conte, anche sotto questo profilo, delude: passano in media otto giorni dalla deliberazione delle leggi in Consiglio dei ministri alla loro effettiva pubblicazione (e quindi entrata in vigore) in Gazzetta Ufficiale.
Giorni in cui non si sa materialmente come sono scritti i provvedimenti. Con il Governo Letta la media era invece di 4 giorni. Per dire: il Decreto Dignità  è stato presentato il 3 luglio 2018 e pubblicato solo il 13 luglio; il Decreto Genova ufficializzato il 13 settembre è misteriosamente apparso in Gazzetta solo il 28.
Non certo un motivo di vanto per chi ha fatto della trasparenza il suo faro e poi si stupisce delle manine.

(da “Huffingtonpost“)

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IL SENATORE DE BONIS PRESENTA RICORSO CONTRO L’ESPULSIONE DAL M5S

Gennaio 3rd, 2019 Riccardo Fucile

“ESPULSO PER AVER ESPRESSO LA MIA OPINIONE SULLA TAP E SUI FANGHI TOSSICI”

Il senatore Saverio De Bonis ha presentato ricorso contro l’espulsione comminatagli dal MoVimento 5 Stelle a Capodanno. In un lungo post su Facebook il senatore si è difeso dalle accuse che gli hanno rivolto i probiviri e ha sottolineato, come abbiamo osservato, che l’espulsione è arrivata a causa del dissenso politico espresso dal senatore nei confronti delle scelte del M5S in materia di ambiente.
“Rincuorato da questi consensi ho appena inoltrato un reclamo al Comitato di Garanzia ed al Garante Beppe Grillo, per il quale nutro grande ammirazione, con l’intenzione di fare chiarezza in ordine alla mia posizione, ritenendo che quanto contestatomi non comporta un’automatica espulsione, ma piuttosto una scelta discrezionale da parte dei probiviri.
DISCREZIONALITà€, che evidentemente, è stata condizionata da scelte politiche legate ai fanghi tossici, al TAP ed alla Xylella.
Per dovere di trasparenza, e in conformità  alle regole del MoVimento, ho inoltrato, per l’ennesima volta, i certificati relativi ai miei procedimenti prescritti nel 2015, in quanto il caso dell’intervenuta prescrizione è rimessa alla discrezionalità  dei probiviri e non comporta l’espulsione automatica.
Personalmente NON HO MAI NASCOSTO NULLA e non comincerò adesso. Questa volta rendo direttamente partecipe Beppe Grillo dei miei fatti personali, inviando la stessa documentazione più volte prodotta ai probiviri.
De Bonis può infatti contare su un precedente pesante: anche l’attuale sindaca di Anguillara Sabrina Anselmo ha nascosto una condanna ricevuta e non menzionata sul casellario giudiziario ma il M5S non l’ha mai sanzionata.
Un precedente importante, in un tribunale.

(da “NextQuotidiano”)

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CAMERA CON RISSA

Dicembre 28th, 2018 Riccardo Fucile

LEGITTIME PROTESTE DELLE OPPOSIZIONI, ACCUSE A FICO, INSULTI E SPINTONI ALL’ULTIMO MIGLIO DELLA MANOVRA CHE NESSUNO HA POTUTO DISCUTERE

Tra i banchi volano fogli, addirittura alcuni fascicoli che racchiudono i commi della manovra.
È l’azione-raffigurazione della rabbia delle opposizioni che esplode contro il governo. Tomi di carta lanciati per aria, ma anche contro le sedute del governo. E poi interventi intrisi di accuse, insulti, urla, risse sfiorate.
L’ultimo miglio della manovra – nell’aula della Camera per la terza e ultima lettura – si consuma in un clima da stadio. Le opposizioni – Pd in testa – non fanno sconti.
La maggioranza ha fretta di chiudere: il 31 dicembre è vicino e oltre non si può andare perchè altrimenti scatta la ghigliottina dell’esercizio provvisorio.
Il governo è in modalità  fantasma: qualche sottosegretario dall’aria stanca, il ministro dell’Economia Giovanni Tria compare quasi al termine della lunga seduta che dalla mattina si snoda fino al tardo pomeriggio.
Del premier Giuseppe Conte nessuna traccia, così come dei due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio. È un dèjà -vu di quello che è successo pochi giorni fa al Senato.
Il secondo tempo della rissa parlamentare sulla manovra. Con l’arbitro – il presidente di Montecitorio Roberto Fico – che fa fatica, e non poca, a gestire il caos.
Ore 10, emiciclo di Montecitorio. Il deputato del Pd Emanuele Fiano tuona contro Fico: “Non è mai successo che si arrivasse a una terza lettura della legge di bilancio senza che si esaminassero i relativi emendamenti”.
Le opposizioni non ci stanno: la ferita dello stop al voto degli emendamenti in commissione Bilancio, che si è aperta nella notte, è ancora fresca. Francesco Paolo Sisto, per Forza Italia, promette “opposizione dura” in aula e nelle piazze. Passano circa trenta minuti e finisce tutto in bagarre. Per l’intera giornata.
Nel mirino delle opposizioni finisce ancora Fico, destinatario di una richiesta precisa: sospendere la discussione generale perchè “la Costituzione è stata calpestata”.
Il Partito democratico e Forza Italia non lamentano solamente l’andamento dei lavori in commissione, che nella notte ha consegnato il testo all’aula, ma anche i tempi contingentati dell’esame del provvedimento in aula.
Chiedono di mettere ai voti la richiesta di sospensione. È un modo per pesare la maggioranza visto che alcuni banchi dei 5 Stelle e della Lega sono vuoti.
Ma il presidente della Camera decide di sospendere la seduta per dieci minuti rimettendo tutto nelle mani della conferenza dei capigruppo “come richiesto dalle opposizioni”. Scoppia il caos.
Fiano, seguito dal collega Enrico Borghi, si dirige di corsa verso il banco della presidenza agitando un fascicolo di emendamenti, che finirà  addosso al viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia. Momenti di concitazione, urla. Intervengono i commessi per fermare Fiano. Fogli che volano per aria tra i banchi. I lavori vengono sospesi.
Si va in capigruppo, ma le opposizioni decidono di lasciare la riunione dopo pochi minuti. I lavori riprendono in aula e il Pd attacca ancora Fico.
Questa volta perchè non ha dato una risposta alla richiesta di votazione di sospensione dei lavori, decidendo invece di convocare la capigruppo.
Fiano insiste, chiedendo allo stesso tempo scusa per avere colpito Garavaglia. Il presidente della Camera prova a parare i colpi degli attacchi e si dice sensibile al tema dell’allargamento dei tempi per l’esame della manovra, ma ricorda che mancano pochi giorni al 31 dicembre e il testo “non può arrivare al presidente della Repubblica il primo gennaio”.
Maria Elena Boschi tiene il punto e twitta: “Fico ha scelto di rinunciare a fare il presidente della Camera e vestire i panni del capogruppo M5S. Ha fatto ostruzionismo per evitare che si votasse alla Camera mandando sotto la maggioranza, non pervenuta in aula. Fico non sei più il presidente di tutti”.
Matteo Orfini, presidente del Pd, e Andrea Marcucci, capogruppo dei dem al Senato, si infilano nella sala stampa di Montecitorio. Qui annunciano il deposito di un ricorso alla Consulta con cui sollevano un conflitto di attribuzione contro il governo.
“Ci appelliamo alla Corte per ristabilire le regole essenziali di questa democrazia”, spiega Marcucci. Il ricorso è centrato sulla presentazione last-minute del maxiemendamento a palazzo Madama: “C’è stata la precisa volontà  di maggioranza e governo di impedire ai parlamentari di capire cosa si stesse votando”, accusano i dem.
Il clima resta teso. La maggioranza decide di non leggere le relazioni, espediente per restringere i tempi. Di nuovo proteste.
“Non c’è modo al momento di verificare cosa c’è nelle relazioni di maggioranza dei colleghi perchè non sono disponibili nè online nè cartacee”, tuona ancora Fiano. Fico replica: “Li stiamo caricando online”. Borghi insiste, il presidente della Camera lo richiama: “Deputato Borghi primo richiamo formale. Lei non finisce l’aula oggi”. L’esponente del Pd sbotta: “Cosa fa mi minaccia? Lei non mi minaccia!”.
La discussione generale va avanti.
Intorno alle 17.30 ancora tensioni in aula. Il deputato del Pd Luigi Marattin e il sottosegretario leghista Nicola Molteni si rinfacciano gli insulti che arrivano dai banchi dei rispettivi gruppi. Fico richiama all’ordine: “Evitiamo di dare questo spettacolo”. Marattin poi chiarisce: “Io ho stima di Nicola Molteni e gli ho sentito pronunciare un insulto a un collega. Siccome io ho stima di lui, sono andato da lui e gli ho chiesto di evitare. Lui ha risposto che siamo uno pari perchè ce n’era stato un altro. Io dico: evitiamo di proferire insulti gli insulti gli uni agli altri”.
Dai banchi della maggioranza piovono fischi.
I dem provano l’ultima carta e chiedono di mettere ai voti la richiesta di rinviare la manovra in commissione. Fico concede il voto, ma l’aula respinge la richiesta.
Parola al ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro: il governo pone la questione di fiducia sul testo approvato dal Senato. La maggioranza applaude, le opposizioni urlano. L’ultimo miglio della manovra è all’insegna della bagarre parlamentare.

(da “Huffingtonpost”)

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SORPRESA: LA CAMERA DEI GRILLINI CI COSTA PIU’ DI QUELLA DELLA BOLDRINI

Dicembre 21st, 2018 Riccardo Fucile

IL BILANCIO PREVISTO PER IL 2019 RESTA SUPERIORE A QUELLO DELLA BOLDRINI DEL 2017

Roberto Fico non è il primo Presidente della Camera ad essersi tagliato lo stipendio e non è nemmeno il primo ad aver deciso di ridurre i costi per il funzionamento di Montecitorio.
A sei mesi dalle elezioni non si hanno più notizie di Fico che va a lavoro in autobus oppure a piedi.
Nel frattempo una nota stampa dell’Ufficio di Presidenza della Camera ci informa dell’approvazione del progetto di bilancio per il 2019.
Il prossimo anno, fanno sapere da Montecitorio, la spesa complessiva sarà  inferiore rispetto all’anno precedente, vale a dire il 2018, di 10,4 milioni di euro «riprendendo l’andamento discendente che si è costantemente registrato dal 2012».
Quello che si va a concludere è stato infatti un anno particolare, le elezioni politiche e le spese connesse al passaggio di legislatura hanno fatto alzare i costi della gestione del Palazzo.
Costi che comprendono la spesa per gli stipendi per i deputati, quella per il personale dipendente e quella per l’acquisto di beni e servizi.
Nel 2019 il totale della spesa sarà  pari a 958 milioni di euro, con una riduzione di 150 milioni di euro rispetto al 2011 quando la spesa complessiva ammontava a un miliardo e cento milioni di euro.
Al di là  quindi del fattore contingente costituito dal cambio di legislatura le spese continueranno a calare.
Ma non abbastanza da consentire ai 5 Stelle di dire che la “loro” gestione di Montecitorio è la più parsimoniosa.
Il consuntivo 2017 dell’ultimo anno della gestione di Laura Boldrini infatti ha registrato spese per 950,4 milioni di euro. Una cifra inferiore — di otto milioni di euro — rispetto a quella preventivata per il 2019.
Va infatti riconosciuto all’ex Presidente della Camera di aver portato avanti per cinque anni un percorso virtuoso di riduzione dei costi di esercizio facendo risparmiare allo Stato 270 milioni di euro nell’arco della legislatura.
Durante la gestione Boldrini l’Ufficio di Presidenza ha sistematicamente prorogato le misure di blocco dell’indennità  parlamentare e dei principali rimborsi per i deputati. Una scelta che è stata confermata anche dall’attuale Presidenza che ha prorogato il congelamento delle indennità  fino al 2021.
Nel 2017 la riduzione della spesa rispetto al 2016 era stata di 15,3 milioni di euro rispetto all’anno precedente (l’1,59 per cento in meno) in rapporto al 2011, anno in cui si registrò il picco di spesa, la riduzione è stata pari a 157 milioni di euro, il 14,2% in meno.
Certo, a differenza della scorsa legislatura Fico può contare anche sul “taglio dei vitalizi“. Ma il risparmio da 40 milioni di euro (stimati) tanto sbandierato dal M5S per ora non viene messo a bilancio. Il motivo? I soldi sono stati accantonati in un Fondo di garanzia per fare fronte ai ricorsi presentati dagli ex deputati.

(da agenzie)

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