Agosto 7th, 2019 Riccardo Fucile
HA SOTTOSCRITTO LA MOZIONE GRILLINA: “UNO SPRECO COLOSSALE DI DENARO”
Prima di esprimere il suo “no” al documento Pd, passato successivamente in Senato con 180 sì, ha annunciato che invece avrebbe votato sì alla mozione dei 5 stelle e rivolto un appello al suo partito: “Sono in dissenso col mio gruppo. Ho firmato la mozione del M5s perchè chiede al parlamento di agire per tentare di evitare all’ultimo momento uno spreco colossale di denaro”
“Quello del Pd è un errore madornale, sono in dissenso con il mio gruppo e voterò la mozione M5s”.
A rivendicarlo il senatore dem Tommaso Cerno, durante le dichiarazioni di voto sulle mozioni Tav. “Ho firmato la mozione del M5s perchè chiede al Parlamento di agire per tentare di evitare all’ultimo momento uno spreco colossale di denaro. Al Pd dico, ripensateci finchè siete in tempo”, ha sottolineato il senatore dem, tra gli applausi del M5s.
Cerno si è anche rivolto verso l’ex leader dem Matteo Renzi, spiegando: “Cara sinistra, voi state dando la fiducia al governo Conte che contestate. Ci sarà un altro governo? E che governo sarà ? Più di destra. E noi con il nostro voto non pensiamo che si possano confondere e che pensino che lo sosteniamo? Secondo me sì”, ha attaccato.
(da agenzie)
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Luglio 22nd, 2019 Riccardo Fucile
“SONO DIVERSI DALLA LEGA, AVER CONSENTITO LA NASCITA DI UN GOVERNO GIALLO-VERDE E’ STATA LA MADRE DI TUTTI GLI ERRORI”
Dario Franceschini esce allo scoperto su quella che ritiene la strategia giusta e inevitabile per il
Partito Democratico, aprendo al Movimento 5 stelle. In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex segretario dem afferma che i 5 stelle “sono diversi dalla Lega. Insieme possiamo difendere certi valori”.
Franceschini si schiera con Nicola Zingaretti sulla scelta di temporeggiare sulla mozione di sfiducia a Matteo Salvini, chiesta a gran voce da Matteo Renzi e i suoi. Prima si ascolterà l’informativa di Giuseppe Conte in Aula sulla questione dei fondi russi alla Lega, poi si agirà di conseguenza, valutando anche la mozione di sfiducia al ministro dell’Interno.
“Farlo prima, come ha chiesto Renzi vorrebbe dire costringere il premier a difendere Salvini e quindi ricompattare la maggioranza. È l’abc della tattica parlamentare”
Finisce nel mirino Matteo Renzi anche quandi si parla della strategia del Pd. In particolare delle decisioni prese dopo le elezioni, quando fallirono le trattative fra i dem e i pentastellati, e poi prese forma il Governo gialloverde.
“Da parte di Renzi c’è stata più volte la rivendicazione orgogliosa di aver lasciato che Lega e M5S facessero il Governo. Io credo che quella sia la madre di tutti gli errori. Sì, un grande sbaglio non avere fatto tutto quello che avremmo potuto per evitare la saldatura fra Lega e 5 Stelle in una legislatura che peraltro elegge il Capo dello Stato” …
“Pensiamo ai danni che sono stati fatti in questo anno”… “La strategia del popcorn ha portato la Lega dopo un anno al 35%. Abbiamo buttato un terzo dell’elettorato italiano, quello dei 5 stelle, in mano a Salvini”.
Franceschini pensa quindi che Pd e M5S possano e debbano dialogare. Non arriva a immaginare un Governo insieme, ma la difesa comune di “valori umani e costituzionali” che oggi l’avanzata leghista mette in discussione.
L’ex segretario non lesina critiche ai 5 stelle per i “toni insopportabili” o per “l’incapacità nell’azione di Governo”, oppure ancora per “la disgustosa strumentalizzazione di Bibbiano”. Tuttavia osserva anche alcune scelte di Giuseppe Conte e Roberto Fico, il comportamento europeista a Bruxelles.
â€³È un errore mettere Lega e grillini sullo stesso piano. Io vedo come tutti i limiti enormi dei 5 Stelle, ma non posso non metterli su due piani diversi. Il reddito di cittadinanza e il no alla Tav sono errori politici, ma non sono la stessa cosa di far morire la gente in mare o dell’accendere odio, che è ciò che Salvini fa ogni giorno”…
“E Conte non è Salvini e quando nel campo avversario si vedono delle differenziazioni l’opposizione deve valorizzarle”… “Si puo aprire un tema politico senza che parta una campagna interna di aggressione? E si può dire che senza la ricostruzione del campo del centrosinistra e la ricerca di potenziali alleati che sta facendo Zingaretti difficilmente il Pd col proporzionale potrà arrivare al 51%?”… “Vorrei si lavorasse per cercare di costruire, e so quanto sarà difficile e faticoso, un arco di forze che, anche se non governano insieme, sono pronte a difendere i valori umani e costituzionali che Salvini calpesta e violenta ogni giorno”.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2019 Riccardo Fucile
E’ L’EREDITA’ DI MINNITI CHE HA PORTATO IL PD ALLO SFASCIO… ORFINI E ALTRI NON CI STANNO, ZINGARETTI TACE, NESSUNO SI VERGOGNA
Se domani il Partito democratico non si spaccherà nell’Aula di Montecitorio, sarà solo per una
questione regolamentare. Sul rinnovo della missione italiana in Libia i dem arrivano alla discussione alla Camera con una risoluzione ufficiale, che ha l’appoggio della quasi totalità del gruppo, e un’altra trasversale, che vede come primo firmatario Erasmo Palazzotto (Sinistra italiana-Leu), seguito dai compagni di gruppo Laura Boldrini, Nicola Fratoianni e Roberto Speranza, ma anche da Riccardo Magi (+Europa), dall’ex cinquestelle Silvia Benedetti e soprattutto dai democratici Matteo Orfini, Vincenza Bruno Bossio, Gennaro Migliore, Giuditta Pini, Fausto Raciti e Luca Rizzo Nervo.
Ciò che la minoranza mette in discussione è la prosecuzione dell’impegno italiano nel Paese africano, superando gli accordi precedenti che “furono sottoscritti dal Governo Gentiloni”, ricorda Orfini, da sempre critico sull’azione dell’ex Ministro Minniti in Libia.
E prosegue: “Secondo alcuni, nonostante oggi in quel Paese sia scoppiata una guerra, vanno difesi a oltranza. Una posizione per me incomprensibile e proprio per questo avrei voluto discuterla, per capirne le motivazioni”. Per l’ex presidente dem, la mozione ufficiale del gruppo dem è “invotabile”, perchè “continuare a fingere di non vedere i lager, le torture, le morti nel Mediterraneo davvero non si può”.
Quella che alla fine risulterà ufficialmente invotabile, invece, sarà molto probabilmente la loro risoluzione: infatti, una volta approvato il testo della maggioranza gialloverde, che comprende la prosecuzione della missione libica, i documenti che confliggono nel contenuto con quanto già votato dall’Aula saranno fatti decadere automaticamente dalla Presidenza della Camera.
I dissidenti, comunque, puntano il dito sul filo rosso che collega la guerra civile in Libia, i campi che ospitano in condizioni disumane gli immigrati in quel Paese e le navi che Salvini tiene a girovagare, pur di non farle attraccare nei nostri porti.
“La nostra intenzione non è di criticare retrospettivamente il Governo Gentiloni”, prova a ridimensionare lo scontro Fausto Raciti. “La guerra ha cambiato la situazione in Libia e non ce la sentiamo più di girarci dall’altra parte. Se chiediamo al Governo di far sbarcare la Sea Watch in Italia, perchè sarebbe disumano rispedire quelle persone in Libia, allo stesso modo dobbiamo riconoscere che le condizioni che giustificavano gli accordi precedenti oggi non ci sono più”.
Una spiegazione che, però, non soddisfa il capogruppo Graziano Delrio, che infatti ribadisce: “La risoluzione del gruppo è quella, qualcuno chiede di rivederla, ci può stare. Ma la risoluzione è depositata e rimane quella”.
Il testo ufficiale del gruppo dem chiede al Governo di vigilare sul fatto che le motovedette cedute alla Libia per vigilare sul traffico di esseri umani non diventino strumenti militari da utilizzare a scopi bellici, oltre a sostenere con più forza la ricerca di una soluzione democratica al conflitto interno in quel Paese.
Dal Nazareno, nè Nicola Zingaretti nè il responsabile Esteri della nuova segreteria, Enzo Amendola, preferiscono intervenire.
Ufficialmente, per evitare di rinfocolare lo scontro interno e mantenerlo al livello del gruppo parlamentare. Ma in questo modo si vuole evitare al contempo di prendere una posizione ufficiale, che sconfessi la linea dei dissidenti e, con essa, anche i dubbi di un’area di elettori di sinistra, tradizionalmente critici verso l’azione del duo Gentiloni-Minniti. Tanto vale far rientrare rapidamente il caso.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 17th, 2019 Riccardo Fucile
“IL MOMENTO RICHIEDE UNITA’, NON BEGHE”
Militanti ed elettori assistono, sgomenti, allo scontro tra dirigenti. Questo è lo scenario che offre il
Partito Democratico visto dai social. La base si confronta sulle bordate arrivate dalle fila renziane sulla segreteria appena varata da Nicola Zingaretti.
“Il momento chiede unità e azione, non beghe”, scrive Viviana Desio ribadendo un concetto sottoscritto da molti: “Passiamo oltre, c’è un’Italia in agonia e come al solito dimostriamo di non sapere ascoltare”, è il pensiero di Paola, mentre Emilio Masala si rivolge direttamente ad Alessia Morani, autrice di un intervento molto duro contro il segretario: “Cara Alessia, mentre voi litigate, Salvini si mangia l’Italia”.
A Simona Malpezzi, che su twitter scrive “hanno fatto la segreteria. La loro. Buon lavoro alla segreteria di Zingaretti” risponde Maria Morello: “Cara Simona, il peccato della divisione è gravissimo in politica, non sbagliamo ancora. La diversità di idee deve essere un arricchimento per tutti”.
Ma c’è anche chi chiede “decisioni forti”: è il caso di Marco Bello che scrive “nuovo partito subito!”.
Una lancia spezzata a favore di Nicola Zingaretti arriva da Giusy Di Billy che chiede di finirla con i litigi anche perchè Zingaretti ”è stato eletto segretario per prendere delle decisioni. All’interno del Pd ci sono tante teste e tante idee, ma bisogna conviverci e trovare unità per evitare altri 20 anni di Salvini”.
Anche Gabriele Bontempi ricorda al partito che l’avversario è fuori dal Pd: “Continuiamo così e Salvini arriverà al 40%”. E Carmine Tomei: “Gli avversari sono altri! Il pd che voto è un partito che porta 1 milione e 600 persone a scegliere liberamente da chi vogliono essere guidati”.
Parla di “stillicidio” Venere Suma: “A volte si sta in maggioranza, a volte in minoranza, ma si sta insieme”, aggiunge. Lorenzo Sala ricorda ai renziani che “nemmeno un briciolo di serietà vi impedisce di scrivere quando, una volta fatto il selfie alle 7 del mattino, non si sono più viste segreterie, tantomeno unitarie”.
Il riferimento è alla gestione Renzi, quando l’organo esecutivo del partito – dopo una prima fase di riunioni all’alba – fu riunito quasi a cadenza annuale. “Potrei concludere citando l’epurazione di numerosi e bravi dirigenti del Pd nella notte delle liste, ma evito”, aggiunge Lorenzo.
Suona come una supplica la richiesta di Concetta Modaro: “Per rispetto di noi poveri elettori che ci ostiniamo a votarvi dovreste smetterla di litigare e pensare di più al bene del Paese”.: è lo scenario che offre il Partito Democratico visto dai social network, dove la base nel partito si confronta sulle bordate arrivate dalle fila renziane sulla segreteria appena varata da Nicola Zingaretti.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 27th, 2019 Riccardo Fucile
RIMBALZO E SORPASSO, ZINGARETTI PUNTA A COSTRUIRE UNA ALTERNATIVA
“Rimbalzo” e “sorpasso” sono le due parole che circolano maggiormente nel quartier generale del Pd, nelle prime ore della lunga nottata post elettorale.
La prima dà il segno del nuovo segretario a questo risultato: la percentuale esatta si capirà solo a notte fonda e sarà valutata più nel dettaglio domani, ma è un dato di fatto che il Partito democratico con Nicola Zingaretti torna a salire, dopo una lunga fase discendente durata cinque anni, da quel leggendario 40,8% delle europee del 2014 al 18,7 dello scorso anno e le cifre ancora più basse dei sondaggi successivi. “Finisce l’inverno dello scontento”, twitta con efficacia Paolo Gentiloni.
Il calcolo che viene fatto, però, non è tanto in termini assoluti per il risultato della lista aperta, scelta che comunque “si è rivelata vincente”, come sottolinea Zingaretti nella sua prima dichiarazione post voto, dicendosi per questo “molto soddisfatto”.
Quello che interessa di più i dem è il confronto con gli avversari.
“Il bipolarismo è tornato a essere centrato sulla forza elettorale e la presenza del Pd”, scandisce il segretario. Se fino a qualche mese fa i commentatori scommettevano su un dualismo praticamente esclusivo tra Lega e M5S e davano il Pd praticamente per morto, oggi il quadro è totalmente diverso.
L’ampio divario delle politiche (14 punti), allargatosi ancora di più nei mesi successivi, è stato definitivamente colmato. Basterebbe quest’ultimo dato a regalare un sorriso ai dem.
E al Nazareno guardano con attenzione anche all’andamento di +Europa e Verdi, possibili alleati in una coalizione di centrosinistra rinnovata: la somma non raggiunge ancora il 30%, nè tanto meno il risultato della Lega, ma comincia ad avvicinarsi.
Tanto che Roberto Morassut si spinge a dire che “il Pd è pronto ad affrontare un voto anticipato”. Ed Ettore Rosato butta la palla in avanti: “Ora abbiamo un altro obiettivo, quello di recuperare il gap con la Lega, un gap costruito sulle menzogne e sulla capacità di Salvini di promettere di tutto a fronte di una incapacità di governare”.
Il leader della Lega diventa l’avversario principale, se non l’unico a cui guardare. “Il voto ci consegna la sfida di costruire l’alternativa a Matteo Salvini — spiega Zingaretti — che esce come il vero leader di un Governo immobile e pericoloso”.
E ancora: “È la destra estremista la leader indiscussa dell’esecutivo”.
È un modo per mettere ulteriore zizzania tra i due alleati, anche se il segretario dem non parla più — almeno nell’immediato post voto — di una crisi imminente con relative elezioni anticipate. Anzi, a proposito del voto per le politiche pronuncia un più scettico “quando sarà ”.
Ma la caduta di un Governo che “esce ancora più fragile e con divisioni interne” non sembra rientrare al momento nello spettro ottico del Nazareno. Che però sembra rivolgersi ai residui elettori grillini: quanto ancora volete restare imbrigliati in questa situazione?
Zingaretti allarga quindi lo sguardo al resto del Continente, per dire che “l’aggressione sovranista alle istituzioni europee è fallita. Nel Parlamento europeo c’è un’ampia e solida maggioranza che ha voglia di cambiare l’Europa, ma difendendo il sogno europeo”.
E allora, se Salvini e i suoi alleati saranno “marginali” nei prossimi equilibri a Bruxelles, il Pd costituirà invece “la prima o la seconda delegazione all’interno del gruppo dei Socialisti e Democratici — annuncia Zingaretti — e da quella posizione faremo di tutto per garantire il ruolo che spetta a un Paese come il nostro”.
Certo, i problemi rimangono. “Una marea di problemi”, sorridono al quartier generale dem. Perchè se il Pd è il primo partito in buona parte delle grandi città , il Sud rimane una terra profondamente ostile e le previsioni sulle regionali in Piemonte, dove lo spoglio inizierà solo domani, sembrano deludere le speranze di una rimonta di Chiamparino.
Quello che contava però stasera era dare l’impulso a una comunicazione per una volta positiva sul risultato dem.
I fatti gli hanno dato ragione e per stasera al Nazareno va bene così. Domani ci sarà modo di approfondire l’analisi, anche osservando i dati delle elezioni comunali, dove i dem si giocano battaglie importanti.
(da “Huffingotpost”)
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Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
“IL M5S NON RIUSCIRA’ A TENERE LA SCENEGGIATA FINO ALLE EUROPEE, SONO PARTITI TROPPO PRESTO”
Nicola Zingaretti è passato al contrattacco. Negli ultimi giorni il segretario del Pd ha
deciso di mettere fine una volta per tutte al gioco tutto interno alla coalizione di governo, di presentarsi insieme come maggioranza e opposizione, come veri e propri “reucci delle sceneggiate”.
Un gioco che Lega e, soprattutto, Cinquestelle secondo Zingaretti non riusciranno a tenere fino al 26 maggio. “Sono partiti troppo presto”, è l’idea che circola al Nazareno.
Per fissare una deadline al cortocircuito comunicativo della maggioranza, il leader dem ha dato il via libera ai suoi gruppi parlamentari per mettere a punto la mozione di sfiducia contro il governo, che è stata presentata al Senato, dove gli equilibri numerici sono più precari.
La discussione, scommettono negli ambienti dem a Palazzo Madama, avverrà nella prima metà di maggio, quindi prima delle europee.
Per allora, il voto unitario di M5S e Carroccio ricompatterà certo la maggioranza, ma dimostrerà anche — questo è l’obiettivo del Pd — il bluff degli scontri di questi giorni, sul caso Siri e non solo.
Se il sottosegretario dovesse dimettersi prima, allora la mozione verrà ritirata e i dem potranno intestarsi il risultato, non lasciandolo nelle mani di Di Maio.
La competizione sulla quale scommettono in casa Pd è naturalmente proprio quella con i 5S.
Zingaretti non ha mai nascosto l’obiettivo di recuperare consensi da quella parte e qualche risultato lo ha già centrato.
Lo segnalano i sondaggi, ma soprattutto lo si può vedere nei territori.
“Il campo largo che siamo riusciti a costruire — ha spiegato il segretario dem ai suoi — ci ha messo nelle condizioni di costruire coalizioni unitarie del centrosinistra praticamente in tutti i comuni che vanno al voto. Questo ha messo in difficoltà i Cinquestelle, che infatti si presentano solo in una piccola minoranza di città “. Il 7,4%, per la precisione. Questo, nelle speranze dem, finirà per togliere acqua al loro mulino: “Non esisteranno più le Raggi, i Nogarin, eccetera. Ne risentiranno nelle urne e nella mancanza di ricambi nella classe dirigente”.
Si ricostruisce così dal basso quel bipolarismo che, a livello nazionale, solo una legge elettorale proporzionale continuerà a ostacolare, lasciando spazio al terzo incomodo grillino. “Ma la vera alternativa a Salvini rimarremo sempre di più solo noi”: su questo puntano al Nazareno.
E allora, mentre la sfida con il M5S si gioca in gran parte sul piano dell’attaccamento alle poltrone, della doppia morale che li porta a essere “giustizialisti con gli avversari e garantisti con se stessi”, contro la destra a traino leghista emerge la rivendicazione di valori fondamentali, come l’antifascismo e l’antimafia. Zingaretti non vuole alzare troppo i toni in proposito, non ne farà battaglie di piazza che potrebbero apparire strumentali, ma continuerà a insistere anche nelle prossime settimane sulle “idee gravi e pericolose per il mantenimento della democrazia” del leader del Carroccio.
Nel frattempo, oggi è stato a Castelvetrano, il paese di Matteo Messina Denaro, a sostenere il candidato a sindaco del Pd, già oggetto di intimidazione da parte delle cosche mafiose, e a denunciare “un uso inquietante della vicinanza con i poteri mafiosi sbandierata con troppa disinvoltura”. Domani, invece, parteciperà al corte di Milano per il 25 aprile, stigmatizzando l’assenza alle celebrazioni del Ministro
dell’Interno: “È sempre un bruttissimo segnale, ma lo è in particolar modo questo 25 aprile, quando in Europa si affacciano i nazionalismi. Non dimentichiamoci mai che tutto inizia lì”.
Un altro tema su cui l’atto di accusa rivolto a Salvini da parte del segretario dem è solo all’inizio è quello delle accise sui carburanti.
Anche perchè di una cosa Zingaretti e gli altri dem restano convinti: “Quando cadranno, sarà sull’economia”.
Nel giorno in cui il costo della benzina sfonda il tetto simbolico dei 2 euro sulle autostrade italiane, il leader del Pd ricorda che “uno dei pilastri della destra” era proprio quello della riduzione delle accise e il responsabile comunicazione dem, Marco Miccoli, parla di “Salvini-Tax sugli automobilisti”. L’intenzione è di battere su questo tasto ancora a lungo, così come sui tagli ai servizi sociali e sull’aumento dell’Iva, che scatteranno quasi inevitabilmente con la prossima manovra economica. “Serve una nuova stagione di sviluppo — denuncia Zingaretti — invece è tutto fermo e gli italiani sono bombardati da un diluvio di selfie, sorrisi, battute e fidanzate, e di litigi. Serve una grande battaglia di verità per un passe che è stato tradito”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2019 Riccardo Fucile
CON LE TENSIONI IN ATTO NELLA MAGGIORANZA, IL MARGINE DI APPENA 4 VOTI AL SENATO E’ UN RISCHIO
Il Partito Democratico ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del governo al Senato. E mentre sull’esecutivo soffia una bruttissima aria, con Salvini che annuncia ai suoi la fine di Conte per il 27 maggio, c’è chi prende il pallottoliere e “scopre” che il giorno della discussione della mozione potrebbero arrivare grosse sorprese.
Non è un segreto infatti che ufficialmente la maggioranza gialloverde si regga in piedi su 4 voti.
Ma in molte occasioni è stata sostenuta a Palazzo Madama da Fratelli d’Italia, Forza Italia e da alcuni esponenti del Gruppo Misto anche eletti tra i grillini ma finiti fuori dopo notizie di indagini o polemiche.
Dopo le espulsioni di alcuni senatori dal M5s la maggioranza è ferma a quota 165 (58 senatori della Lega e 107 dei 5 stelle). I conti li fa oggi Pasquale Napolitano sul Giornale:
Voti che sarebbero così ripartiti: 104 sarebbero del M5S (sempre che i tre dissidenti Nugnes, Fattori e Mantero votino in linea con i grillini); altri 58 voti sono quelli della Lega.
E c’è il rischio che i 4 voti si perdano con lo scontro che non accenna a fermarsi tra Salvini e Di Maio. E ancora: ci sono da computare i due sottosegretari del Gruppo Misto, Cario e Merlo.
Da verificare la posizione di 3 senatori ex M5S e di 4 delle Autonomie.
Questi invece i conti delle opposizioni:
Il fronte delle opposizioni può contare su 134 senatori che potrebbero diventare 140 se i senatori a vita dovessero votare tutti per la mozione del Pd.
Nel dettaglio, i numeri delle opposizioni vedono 60 senatori di Forza Italia, 52 del Pd, 18 di Fdi, 4 del Misto-Leu e il voto di Emma Bonino. Ma con una mozione di sfiducia contro l’intero esecutivo è ipotizzabile che le opposizioni votino compatte.
Alla fine dei conti, la sensazione è che un governo in agonia potrebbe anche arrivare a rischiare qualcosa
.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 11th, 2019 Riccardo Fucile
UN TERZO DEI CANDIDATI NON E’ ISCRITTO AL PARTITO: “HO MANTENUTO L’IMPEGNO”
Nicola Zingaretti ha ottenuto il risultato che voleva, ossia il varo di liste aperte, “da
Tsipras a Macron”, senza voti contrari all’interno della Direzione del suo partito.
Si sono astenute, infatti le aree dei renziani, sia quella che fa riferimento a Luca Lotti e Lorenzo Guerini, sia quella di Roberto Giachetti, per un totale di 30 voti.
È arrivato il sì, invece, di tutti gli altri, compresa la componente di Maurizio Martina, che ha dato atto al segretario di aver “rispettato nei suoi obiettivi politici principali” il mandato ricevuto di presentare “liste aperte, lavorando per unire gli europeisti progressisti e riformisti”.
“Non è una lista a mia immagine e somiglianza – ha detto Zingaretti, presentando i nomi – ma a nostra immagine e somiglianza”.
Il segretario dem ha messo in luce nel suo intervento di apertura come le candidature siano state vagliate e scelte già nella prospettiva di un’alternativa a un governo che “mostra tutta la sua drammatica inadeguatezza. Sta a noi – ha aggiunto – mettere in campo una proposta competitiva, una credibile alternativa, che dia il segno del cambiamento”.
Dei 76 candidati, la maggioranza sono donne (39), un terzo è costituito da non iscritti al Pd, di cui due sono esponenti diretti di Articolo Uno, Massimo Paolucci e Maria Cecilia Guerra.
Proprio su quest’ultimo nome si è consumato lo ‘strappetto’ con i renziani, che hanno scelto l’astensione più come segnale politico che per un reale dissenso rispetto alle liste presentate.
“Lo sforzo del segretario è stato importante – ha riconosciuto Gianni Dal Moro, intervenuto in Direzione per i lottiani – ma non siamo convinti che il principio di un non ritorno all’indietro sia in termine di rappresentazione delle candidature che di progetto politico sia stato completamente rispettato. Ma la nostra non vuole essere una bocciatura, bensì una critica responsabile”.
D’altra parte, Base riformista ha incassato il posto da capolista per Simona Bonafè al Centro (dove c’è anche l’altro uscente Nicola Danti), un non scontato terzo posto nel Nord-Est per l’ex ministro Paolo De Castro (affiancato anche qui da un’altra uscente, Isabella De Monte), il numero due per Pina Picierno al Sud (oltre a Giosi Ferrandino), mentre nelle Isole, pur non essendo riferimento diretto di quest’area, sosterranno sia la capolista Caterina Chinnici che Pietro Bartolo.
Ai giachettiani sono ricondotte invece le candidature dell’ex viceministro Enrico Morando e della rappresentante in Italia di En Marche, Caterina Avanza, entrambe nel Nord-Ovest, che consentono così all’area dei renziani in senso ampio di essere rappresentata ovunque.
Anche Articolo Uno riesce a individuare in ciascuna delle cinque circoscrizioni propri riferimenti: oltre a Guerra (Nord-Ovest) e Paolucci (Sud), i bersaniani convergeranno anche loro sul medico di Lampedusa Pietro Bartolo (Centro e Isole) e su personalità come Giuliano Pisapia, Pierfrancesco Majorino e Brando Benifei nel Nord-Ovest.
Anche Carlo Calenda (capolista nel Nord-Est) ha visto accolte gran parte delle proprie richieste per i nomi di Siamo Europei, a cominciare da Irene Tinagli (Nord-Ovest), Achille Variati (Nord-Est), Virginia Puzzolo (Isole), ma anche l’inserimento tra le teste di lista di Roberto Gualtieri al Centro
(numero 3), per il quale si era speso stamattina con un tweet.
A fare notizia, però, sono i tanti esterni voluti da Zingaretti.
La sorpresa dell’ultimo minuto è costituita da Roberto Battiston, l’ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana, revocato improvvisamente dall’attuale governo nel novembre scorso.
Già nota era la candidatura dell’ex Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti come capolista al Sud, così come quelle di Mamadou Sall (sindacalista della Cgil di Firenze impegnato sui temi dell’integrazione) e di Silvio Calò, nominato cittadino europeo dell’anno per l’ospitalità offerta ad alcuni rifugiati.
Tra gli altri, si segnalano Beatrice Covassi, capo della rappresentanza in Italia della Commissione europea, Eric Veron, imprenditore franco-olandese, fondatore di Vailog, società specializzata in sviluppo immobiliare industriale, Bianca Verrillo, avvocato maceratese impegnata nella lotta alla violenza contro le donne.
Varate le liste, Zingaretti si dedicherà a mettere a punto anche la squadra del partito. La prossima settimana sarà varata la nuova segreteria e sarà formalizzato a Gianni Cuperlo l’incarico di guidare la Fondazione che dovrà “mettere in campo un nuovo progetto di cultura politica per il Pd e il centrosinistra”, ha spiegato il segretario in coda alla riunione odierna. Inoltre, entro aprile si completeranno anche le nomine per la Conferenza delle donne dem e per la commissione che dovrà modificare lo Statuto.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2019 Riccardo Fucile
INTESA VICINA CON MDP, ZINGARETTI TESSE LA TELA
Oggi Nicola Zingaretti ha avuto non pochi motivi per essere di buon umore.
Il suo Partito democratico sta piano piano riconquistando un ruolo centrale in Italia e in Europa, in vista delle elezioni del 26 maggio.
Lo ha certificato stamattina l’arrivo del sondaggio mensile commissionato dal Parlamento di Strasburgo, con un 20,6% assegnato ai dem (+3,7 rispetto a febbraio), che li proietta non solo a un’incollatura dal M5S in Italia, ma anche a parità di seggi (18) con la Spd tedesca e in grado di competere con i socialisti spagnoli (attualmente quotati a 19) per mantenere lo scettro di prima delegazione all’interno del gruppo dei S&D anche nella prossima legislatura. Certo, rimarrebbero comunque ben lontani dai 31 eurodeputati uscenti, ma in tempi di magra come questi ogni segnale positivo è ben accetto.
C’è da considerare inoltre che in quel 20,6% non sono comprese le quote che potrebbero portare in dote il Psi di Riccardo Nencini e Mdp di Roberto Speranza.
I primi hanno aperto oggi il loro congresso, che si concluderà domenica con l’elezione del segretario. In corsa ci sono Enzo Maraio (sostenuto da Nencini) e l’outsider Luigi Iorio, con il primo che sostiene un asse con Mdp (e quindi anche con il Pd alle europee) e il secondo che guarda invece a +Europa.
Ma oggi si è riunito soprattutto il coordinamento nazionale di Mdp, che ha dato mandato a Speranza per “verificare le condizioni di un’intesa per una lista che tenga assieme tutte le forze che si riconoscono nella famiglia del socialismo europeo per le prossime elezioni del 26 maggio”. È, in pratica, il riconoscimento della ricerca di un accordo con il Pd per provare ad avere dentro le liste dem almeno un candidato per circoscrizione sul quale far confluire i propri voti. La trattativa, già iniziata nelle scorse settimane, proseguirà tra lunedì e martedì, con un incontro — stavolta ufficiale — tra Speranza e Zingaretti.
Il segretario dem preferirebbe che Mdp suggerisse dei nomi di personalità di area, non di politici veri e propri. Una ipotesi che circola con insistenza è quella dell’ex segretario della Cgil, Susanna Camusso. Ma Speranza proverà a far passare anche i due uscenti che vanno a caccia di una (difficilissima) riconferma, Antonio Panzeri e Massimo Paolucci.
La partita delle preferenze sarebbe comunque proibitiva per loro, ma quello che Mdp chiede è il riconoscimento di una soggettività propria dentro le liste dem. Una ipotesi che finora al Nazareno viene respinta con forza, anche per evitare le contestazioni da parte della minoranza giachettiana, che non vuole avere a che fare con “chi ha fatto la guerra al Pd e ai governi dem”.
Intanto, domani Zingaretti presenterà insieme a Gentiloni e Calenda il simbolo che sarà stampato sulle schede elettorali: il logo del Pd sarà affiancato dai richiami sia al movimento “Siamo Europei” dell’ex Ministro dello Sviluppo, sia soprattutto ai Socialisti e Democratici, come unica lista che vedrà approdare i propri eletti in quel gruppo a Strasburgo. Era una delle richieste dei possibili alleati, forse la più semplice da soddisfare.
Se il socialismo europeo rimane il riferimento imprescindibile, Zingaretti non abbandona la costruzione di una rete di relazioni che vada al di là di quei confini. Come certificato anche dal sondaggio di Eurobarometro, l’alleanza tra S&D, Ppe e Alde (con l’eventuale aggiunta dei Verdi) rimane l’unica
ancora in grado di ottenere una maggioranza, a discapito delle forze nazionaliste e populiste. E il leader del Pd vuole presentarsi come possibile protagonista di quell’asse.
Oggi ha avuto il primo incontro, seppure fugace, con Angela Merkel: un rapido saluto e le congratulazioni della Cancelliera per la vittoria alle primarie, a margine della cerimonia di consegna della Lampada della Pace al re Abdallah II di Giordania ad Assisi.
Più solido è già il rapporto con il partito del Presidente francese Emmanuel Macron, per mezzo del suo delegato Stanislas Guerini. Ieri i due si sono sentiti per “parlare della loro visione dell’Ue — riferiscono all’Ansa fonti di En Marche — per vedere quali sono i punti di contatto che possono esserci, i problemi sui quali possono ritrovarsi per far avanzare l’Europa e trasformarla profondamente”.
Ma soprattutto, da una parte e dell’altra non si mette in discussione la necessità di un asse europeista, che comprenda anche i Popolari, “per unire le forze di fronte al pericolo che incombe”. E il pericolo, in Italia come in Francia, ha nomi e volti ben definiti: Matteo Salvini e Marine Le Pen.
(da “Huffingtonpost”)
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