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LA SPARTIZIONE DEI POSTI IN FINMECCANICA: ECCO LA LISTA CON I NOMI DEI POLITICI E DEI MANAGER

Luglio 11th, 2011 Riccardo Fucile

DALLE CARTE E DAI VERBALI   DELL’INCHIESTA CONDOTTA DAI PM DI NAPOLI SULLA PRESUNTA CORRUZIONE DEL DEPUTATO PDL MILANESE, BRACCIO DESTRO DI TREMONTI, EMERGE LA LOTTIZZAZIONE TRA I PARTITI NELLA NOMINA DEI CONSIGLIERI DI AMMINISTRAZIONE IN QUOTA PDL E LEGA…VENGONO ALLA LUCE ANCHE I PIZZINI CON I NOMI LIGURI INDICATI DA LA RUSSA

Manager sponsorizzati dai politici che così si spartiscono i posti nei consigli di amministrazione delle aziende di Stato.
Foglietti con le indicazioni da eseguire consegnati, alla vigilia delle nomine, da ministri e parlamentari per accaparrarsi almeno una poltrona nelle società  controllate da Finmeccanica. Sono le carte dell’inchiesta condotta dal pubblico ministero Vincenzo Piscitelli sulla presunta corruzione di Marco Milanese – deputato pdl ed ex consigliere del ministro Giulio Tremonti – a svelare i retroscena della divisione tra partiti che consente anche il controllo degli appalti.
E a rivelare quanto forte fosse l’influenza dello stesso Milanese e cospicua la contropartita che sarebbe riuscito a ottenere dai suoi «protetti»: auto di lusso, gioielli, soldi in contanti, ma anche splendide ville in Costa Azzurra.
Un «tesoro» che comprende pure conti all’estero.
È l’esame dei computer del responsabile delle relazioni esterne di Finmeccanica Lorenzo Borgogni – indagato per corruzione in un’altra indagine – a far emergere le trattative per la designazione di alcuni consiglieri.
Ci sono schemi, appunti, anche alcune mail ritenute «interessanti» dagli investigatori.
Durante la perquisizione nel suo ufficio è stato trovato un foglietto con una lista di politici scritti a penna: «Giorgetti, Milanese, Romani (Guerrera), Fortunato (Mef), Galli, Squillace x La Russa».
Per saperne di più Piscitelli convoca Barbara Corbo, la segretaria di Borgogni.
E l’11 marzo scorso la donna chiarisce: «Il file trovato nel mio computer denominato “Membri esterni controllate giu10 x Milanese.doc” tratto dalla cartella C:Borgogni 2010 e 2011, è un documento che ho redatto io recependo le indicazioni e le informazioni del dottor Borgogni… La denominazione “Lega” che compare accanto ai nomi Maffini, Ghilardelli, Belli e Vescovi, presenti nello stesso file, presumo sia riferibile al partito politico. Il nominativo La Russa che compare accanto ai nomi di Plinio, Politi e Gatti presumo sia quello dell’attuale ministro della Difesa ma tali circostanze potranno essere confermate solo da Borgogni».
Il giorno dopo l’alto dirigente di Finmeccanica viene interrogato.
E conferma: «Per le nomine di terzo livello dove gli emolumenti sono molto bassi, concordo con l’ad delle società  controllanti quelle dove effettuare le nomine all’interno dei curricula che arrivano o dal mondo della politica soprattutto del territorio dove sono insediate le società  o dai consiglieri di amministrazione di Finmeccanica. Naturalmente le nomine di questi sette consiglieri, benchè provengano formalmente dal ministero del Tesoro, sono il prodotto di una mediazione politica all’interno delle componenti della maggioranza di governo, dove il tavolo di compensazione è a Palazzo Chigi e dove confluiscono le richieste dei ministeri di riferimenti come Difesa e Sviluppo Economico con i quali Finmeccanica ha rapporti. Per le nomine di primo livello in previsione della scadenza io preparo un prospetto e lo mando ai tre ministeri, a Palazzo Chigi e ai consiglieri espressione della politica».
Borgogni si sofferma poi su chi è ancora in carica.
E afferma: «Per quanto riguarda gli ultimi tre anni, Squillace è espressione del ministro La Russa, il consigliere Galli della Lega, mentre per lo Sviluppo Economico (Scajola) il riferimento è stato il consigliere Alberti, anche se formalmente espressione dell’azionista Mediobanca. Per quanto riguarda il Tesoro la lista la consegnavo a Milanese. Naturalmente da ciascuna parte ci sono state richieste per il maggior numero di persone e per il 2010 c’è stato un tavolo di compensazione e di coordinamento dove erano presenti Letta, Milanese, Giorgetti per la Lega e io che avevo ricevuto due, tre nomi da La Russa che non poteva partecipare. In questa riunione si decise poi quale parte politica doveva presentare i curricula e per quale società  (per esempio la Lega a mezzo Giorgetti chiese che un posto fosse senz’altro riservato a quel partito in Ansaldo Energia riservandosi di farmi avere un curriculum forse già  datomi nell’occasione) e così via… Ricordo per esempio che il nominativo di Adolfo Vittorio per Elsag Datamat me lo diede Letta per conto di Giovanardi che poi mi chiamò in prima persona… Ricordo che il nominativo di Marchese (Guido, arrestato due giorni fa, ndr ) fu proposto da Milanese nelle caselle che spettavano al Tesoro, per la presidenza del Cs di Oto Melara e per il cda di Ansaldo Energia dove fu registrata l’incompatibilità  ai sensi del codice civile. Quando sorse il problema rilevammo che era stato nominato anche l’anno precedente, sempre su indicazione del Tesoro, nel Cs di Ansaldo Breda».
Tra le nomine finite nell’indagine anche quella di Giovanni Alpeggiani in rappresentanza del ministro della Salute Ferruccio Fazio nel cda del policlinico San Matteo di Pavia.
Si tratta di uno dei soci di Milanese in alcuni investimenti immobiliari in Costa Azzurra, ma nel suo interrogatorio nega che a proporlo sia stato il parlamentare.
«Sono stato designato – afferma – dopo che in prima battuta era stato designato Paolo Cirino Pomicino, ma poichè quella prima scelta sollevò un vespaio di critiche, il ministro designò me. Non ne ho mai parlato con Milanese e credo che neanche lo sappia».
È Sergio Fracchia a rivelare al pm Piscitelli gli affari immobiliari del parlamentare sui quali si concentra adesso l’indagine soprattutto per accertare l’origine del denaro utilizzato per gli acquisti: «Ho lavorato come venditore di immobili su “Antenna3”, una Tv libera lombarda, e il legale di questa società  era l’avvocato Maria Taddeo. Diventammo amici anche con il marito di allora Marco Milanese. Divennero anche miei clienti comprando una casa a Cap Martin nel 96/97. Questa casa è stata poi venduta, sempre attraverso di me, e ne hanno comprata un’altra più grande con una camera in più, sempre a Cap Martin. Anche questa seconda casa è stata poi venduta, sempre mio tramite. Qualche anno dopo mi hanno chiesto un investimento più consistente e hanno comprato, nell’anno 2006/2007, una villetta a Cannes, ricorrendo ad un mutuo, pagandola poco sopra il milione di euro. Inoltre, devo precisare che nella mia attività  ci sono molte persone che vogliono investire nel settore immobiliare ma non hanno la disponibilità  sufficiente per comprare un intero immobile. Per venire incontro a questa esigenza, si costituiscono delle società  immobiliari, sempre di diritto francese, e si vendono le quote di partecipazione per importi che possono oscillare da 50.000 a 150.000 euro massimo. Milanese, oltre le villette di cui ho parlato, nel 2007/2008, se ben ricordo, in occasione dell’acquisto dell’ultima villetta, aveva comprato quote in due di queste società , una era “Rivarma Srl” e l’altra “Castello Srl”. Se ben ricordo per quanto riguarda la prima Milanese aveva pagato tra 135.000/160.000 euro circa, per la seconda tra i 40.000/50.000 euro. Per quello che è noto a me, Milanese conserva ancora una partecipazione in una terza società  francese per 15.000 euro».
La perizia contabile svela invece la movimentazione bancaria di Milanese e della sua fidanzata Manuela Bravi, portavoce del ministro Giulio Tremonti.
E nelle conclusioni il consulente Luigi Mancini scrive: «Milanese, oltre ad avere avuto vari “corrispondenti” esteri, è sicuramente titolare di un conto bancario estero presso il Crèdit Agricole, agenzie di Draguignan. Sarebbe necessario acquisirne la relativa documentazione essendovi transitati moltissimi bonifici disposti sia dal conto acceso presso il banco di Napoli, sia dal conto presso il Credito Artigiano. Un ulteriore approfondimento meriterebbe il rapporto di debito intercorso con American Express sul conto accesso presso il banco di Napoli. Nei 57 mesi esaminati la somma complessiva è ammontata a 448.637 euro con una media mensile di circa 8.000 euro e con una punta di spesa di circa 23.000 euro in un solo mese!».

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)

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TREMONTI QUALCOSA DEVE SPIEGARE AI SUOI ELETTORI

Luglio 11th, 2011 Riccardo Fucile

INTERROGATO DAI MAGISTRATI IL 16 DICEMBRE, TREMONTI, NONOSTANTE SIA STATO INFORMATO SULLE ATTIVITA’ ILLECITE DI MILANESE, NON MUOVERA’ UN DITO PER DIMISSIONARE IL SUO UOMO DI FIDUCIA…ANZI PER SETTE MESI CONTINUERA’ AD ABITARE NEL LUSSUOSO APPARTAMENTO MESSOGLI A DISPOSIZIONE GRATUITAMENTE DA MILANESE

Giulio Tremonti deve alcune spiegazioni ai cittadini che lo hanno eletto e gli hanno messo nelle mani l’economia italiana.
Partiamo da una data fondamentale: il 16 dicembre 2010.
Quel giorno Tremonti viene sentito come testimone dal pm Piscitelli che gli comunica due notizie importantissime:
1) il suo braccio destro al quale ha affidato i rapporti con la Finanza è indagato — proprio dalla Finanza – per corruzione;
2) Milanese si è fatto regalare da un imprenditore nei guai con la Finanza un orologio Patek Philippe del valore di circa 20 mila euro “per il ministro Tremonti”.
Il ministro nega di averlo mai ricevuto e mostra al magistrato il suo Swatch.
O Tremonti mente oppure da quel preciso istante ha il fondato sospetto che il suo braccio destro lo ha venduto, facendolo passare per corrotto.
Nonostante quella mattina i quotidiani pubblichino le intercettazioni dell’imprenditore dell’orologio, Paolo Viscione, che dice: “vengo ricattato dalla politica, da questo Milanese per questa storia qua, che si fotte i soldi”, Tremonti non fa nulla.
Anche quando Milanese pochi giorni dopo dichiara a Conchita Sannino di Repubblica: “ammesso e non concesso che abbia ricevuto dei regali da Viscione, che male c’è?”. Milanese resta il suo braccio esecutivo sulla Finanza e sulle nomine nelle società  partecipate, proprio i due poteri pubblici che – secondo i magistrati napoletani – Milanese si sarebbe venduto ottenendo Ferrari, gioielli, viaggi e un milione di euro.
Ma Tremonti non si limita a una colpevole inattività .
Dopo avere saputo dai pm il 16 dicembre che tipo era Milanese, resta dentro la casa pagata 8.500 euro al mese dal suo braccio destro indagato per corruzione.
Tremonti vive a sbafo di Milanese che si dimetterà  solo il 27 giugno.
Non per l’inchiesta per corruzione. Ma perchè ha puntato il dito contro il generale Michele Adinolfi per la fuga di notizie in favore di Bisignani.
Giulio Tremonti dovrebbe spiegare agli italiani il suo comportamento dopo l’interrogatorio del 16 dicembre.
– Perchè dopo quell’incontro illuminante con i pm lascia Milanese al suo posto?
– Perchè, dopo avere appreso che Milanese lo ha venduto, sulla storia dell’orologio non lo mette alla porta?
– Perchè accetta di vivere a sbafo facendosi pagare sette mesi di canone più spese per complessivi 64 mila euro da un possibile corrotto?
– Perchè lascia quell’appartamento solo dopo la richiesta di arresto, quando la storia diventa pubblica?

Dopo l’interrogatorio del 16 dicembre avrebbe dovuto accettare da Milanese solo una lettera di dimissioni, non un appartamento nel centro di Roma.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL PARTITO DEI DOMESTICI

Luglio 11th, 2011 Riccardo Fucile

BREVE VIAGGIO INTORNO AL LODO MONDADORI, ALLO SCIPPATORE CHE SI TRAVESTE DA SCIPPATO, A UN GIUDICE COMPRATO CON 470 MILIONI… DANNO EMERGENTE E LUCRO CESSANTE…LE MAESTRANZE SI STRINGONO NEL DOLORE AL TITOLARE

Chi, guardando i Tg o ascoltando i commenti di uno a caso dei servi del Caimano, cerca di capire perchè mai il gruppo B. debba pagare 560 milioni a De Benedetti, pensa all’ennesimo mistero d’Italia.
Il perchè se l’è scordato persino il Caimano, che l’altro giorno, fallita la legge che s’era fabbricato per non pagare, ha dichiarato: “Piuttosto che a De Benedetti, quei soldi li do in beneficienza”.
Come se la condanna non si riferisse a nulla in particolare, ma prevedesse semplicemente che deve dar via mezzo miliardo a chi pare a lui.
Nessuno fa il benchè minimo riferimento all’antefatto che, da solo, spiega tutto: nel 1991 gli avvocati Previti, Acampora e Pacifico, con soldi di B. e della Fininvest, pagarono 470 milioni di lire in contanti al giudice Vittorio Metta in cambio della sentenza che annullava il lodo Mondadori, scippando all’Ingegnere il primo gruppo editoriale del Paese e girandolo al Cavaliere.
Il quale da vent’anni possiede un’azienda non sua, rubata, ne incassa gli utili e la usa per manganellare i suoi nemici.
All’origine di tutto c’è uno scippo, rimasto a lungo impunito finchè lo scippatore è stato individuato e condannato a restituire il maltolto.
Ma, siccome siamo il Paese di Sottosopra, grazie anche all’uso che fa lo scippatore dei giornali del gruppo scippato, lo scippatore di traveste da scippato.
Già  ieri gli house organ dello scippatore, Giornale e Libero , titolavano preventivamente: “Oggi (forse) rapinano il Cav”, “Oggi i giudici spennano Silvio”.
Nel suo editoriale improntato al più sfrenato surrealismo, zio Tibia Sallusti spiegava che il risarcimento è “una ra p i n a ” perchè fu corrotto solo Metta, e non gli altri due giudici del collegio, ergo “quello eventualmente corrotto era ininfluente”.
Dimentica che Metta era il relatore, cioè istruì e illustrò la causa agli altri due; e l’estensore: cioè scrisse la sentenza, o almeno la firmò, visto che depositò 167 pagine manoscritte all’indomani della camera di consiglio, dunque gliel’avevano scritta prima del processo.
In ogni caso, per far scattare la corruzione giudiziaria, basta corromperne uno, di giudice. Olindo il giurista aggiunge che la condanna si basa sulle parole della Ariosto, che nel ’95 “racconta ai Pm che uno dei tre giudici era stato a suo avviso corrotto”.
Peccato che la Ariosto non abbia mai nominato Metta in vita sua: le prove sono i bonifici dai conti esteri Fininvest a quelli dei tre avvocati che poi prelevarono i contanti da portare a Metta.
Tibia infine, ispirato nottetempo dall’arcangelo Gabriele, anticipa la formidabile replica di Marina B.
E cioè che il risarcimento è indebito perchè B., in sede di transazione, restituì a De Benedetti un pezzo di Mondadori (Repubblica, Espresso , quotidiani Finegil); e comunque è spropositato perchè “la quota Fininvest in Mondadori oggi in borsa vale 300 milioni”.
Doppia cazzata.
Se mi rubano il motorino e poi mi restituiscono il manubrio, io che faccio: ritiro la denuncia per furto?
Quanto all’importo, è ovvio che Fininvest debba restituire non soltanto il valore dell’azienda scippata, ma pure gl’interessi, le rivalutazioni e soprattutto gli introiti incamerati indebitamente per vent’anni.
Si chiamano danno emergente e lucro cessante, facili da capire anche ai ripetenti.
Più comprensibili gli alti lai della presidente di Fininvest e Mondadori, Marina B., che la butta in politica e starnazza: “Ennesima forsennata aggressione a mio padre”.
Madama va capita: presiedendo sia l’azienda scippatrice sia il corpo del reato, teme di restare disoccupata.
Ma non perde il buonumore, infatti dichiara che “Fininvest ha sempre operato nella più assoluta correttezza”: a parte le tangenti a politici, finanzieri, giudici, testimoni e i fondi neri su 64 società  offshore, si capisce.
Vedendola così affranta per la dipartita di quanto ha di più caro (560 milioni),si stringono al suo dolore le maestranze Fininvest tutte: Ghedini, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Matteoli, Verdini, Sacconi, Capezzone, Stracquadanio e alcuni uscieri.
Il partito degli onesti.
Anzi, dei domestici.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PER COMPENSARE I PROSSIMI ARRESTI DI DEPUTATI DEL PDL, BERLUSCONI DICHIARA CONCLUSA LA MISSIONE DI INFILTRATI DI URSO, RONCHI E SCALIA

Luglio 10th, 2011 Riccardo Fucile

ESULTANZA DELLA BASE DI FLI: FINALMENTE SI SONO TOLTI DAI COGLIONI…LE TRE QUINTE COLONNE DEL PREMIER RICHIAMATE PER GARANTIRE LA MAGGIORANZA IN PERICOLO, IN VISTA DEGLI ARRESTI DI PAPA E MILANESE

“La proposta di Angelino Alfano di una costituente popolare in grado di realizzare in Italia un soggetto politico che si ispira a valori e programmi del Ppe e la decisione di Berlusconi di non ricandidarsi alle elezioni del 2013 con la scelta delle primarie quale strumento di rinnovamento e di partecipazione aprono nuovi scenari per il centrodestra italiano. Da subito, quindi, intendiamo lavorare in piena autonomia e senza vincoli di partito per costruire la nuova casa dei moderati italiani”, hanno spiegato i tre annunciando la loro uscita da Fli lanciando l’associazione “Fare Italia per la costituente Popolare”.
Una motivazione politica patetica per il rientro alla base degli infiltrati che da mesi lavoravano all’interno di Fli per sottrarre altri deputati senza però riuscirvi.
I vertici di Futuro e libertà  (a cominciare da Gianfranco Fini) sapevano benissimo dell’imminente ‘fuoriuscita’, data per scontata già  da tempo.
Non a caso nessuno dei tre ‘dissidenti’ era stato inserito nell’elenco dei 18 componenti del nuovo ufficio di presidenza del partito nominato stamane con una nota ufficiale di Italo Bocchino.
“Il distacco era nell’aria da mesi, le prime avvisaglie ci sono state all’Assemblea di Milano del febbraio scorso, era solo questione di giorni”, riferiscono fonti finiane, che aggiungono: “Sono stati messi nella condizione di lasciare senza poter dire di essere stati cacciati, non avevano alternative, sono destinati a tornare in un Pdl già  morto, il loro futuro è segnato”.
Lo strappo annunciato oggi, fanno notare, è stato dettato per lo più dal “rancore” per incarichi e aspettative deluse.
Qualcuno si chiede se dietro questa mossa ci sia lo zampino del Cavaliere. Tra questi Roberto Menia che sottolinea “la singolare coincidenza” di lasciare Fli proprio in questi giorni di fuoco per Silvio Berlusconi, dal Lodo Mondadori alla bufera giudiziaria del caso Milanese: “Sembra che abbiano deciso di andar via su sollecitazione di qualcuno che oggi è in grossa difficoltà …”.   “L’uscita di Ronchi e Urso è una non-notizia, essendosi posti da tempo fuori dal partito”, taglia corto Bocchino, il primo a commentare dopo aver chiamato tutti per concordare una linea unitaria.
La risposta migliore in realtà  la sta dando la base di Fli sul web: “finalmente i sabotatori si sono tolti dai coglioni”.
Probabilmente sono stati fatti rientrare d’urgenza alla casa madre: devono conpensare numericamente gli imminenti arresti di Papa e Milanese.

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FONDI SOSPETTI, BLITZ DELLA DIGOS IN UNA RESIDENZA DEL PREMIER: RESPINTI PERCHE’ LA VILLA E’ SEDE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO

Luglio 10th, 2011 Riccardo Fucile

I FINANZIERI INVIATI DAI PM DI NAPOLI VOGLIONO CAPIRE COSA SI CELA DIETRO LA FONDAZIONE DELLA LIBERTA’…IL MISTERO DI UN FINANZIAMENTO DI 165.000 EURO

La Digos ha bussato a casa di Silvio Berlusconi.
I poliziotti che indagano su 11 bonifici sospetti pagati da un’impresa sospettata di corrompere Marco Milanese, il deputato del Popolo della libertà  in attesa di autorizzazione all’arresto, si sono presentati con un mandato di perquisizione davanti alla prima magione della storia di amore clandestino tra Veronica Lario e il giovane imprenditore di Milano 2.
Gli agenti si sono dovuti fermare davanti al cancello che in passato era stato protagonista di un pezzo di storia del rapporto mafia-politica.
Proprio quel glorioso portone di ferro che in passato i mafiosi avevano fatto saltare in aria con un chilo di polvere esplosiva (suscitando la celeberrima risata di Silvio Berlusconi intercettata mentre parlava con Dell’Utri di Vittorio Mangano) ha fermato i finanzieri spediti da Napoli a Milano dal pm Vincenzo Piscitelli.
Gli investigatori volevano capire chi si nascondesse dietro la Fondazione delle libertà  e la sorpresa è stata grande quando hanno scoperto che la Fondazione sospettata ha sede in questa villa coperta dalle guarentigie parlamentari del presidente del consiglio.
Per spiegare perchè la Digos sta indagando a via Rovani bisogna partire da un appunto del consulente del pm Vincenzo Piscitelli.
Scrive il dottor Luigi Evelino Mancini “Sul conto Eurotec risultano disposti n. 11 bonifici, il primo in data 4 dicembre 2008 l’ultimo il 21 maggio 2010 per importi unitari di 15.000 ( complessivi euro 165.000 ) in favore della fondazione Casa della Libertà  sul conto di cui quest’ultima è titolare presso la Cassa di Risparmio di Rieti con sede a Roma, piazza Montecitorio”.
La Eurotec non è una società  qualsiasi.
E’ al centro dell’inchiesta su Marco Milanese della Procura di Napoli e anche della seconda indagine del pm Paolo Ielo a Roma.
Ieri il pm Ielo ha fatto arrestare Tommaso Di Lernia e Massimo De Cesare per un’indagine per finanziamento illecito ai partiti che vede indagato anche Milanese.
Il deputato del Pdl è accusato di essersi fatto comprare proprio dalla Eurotec una barca per 1,9 milioni di euro in cambio della nomina di un uomo che interessava alla cricca degli appalti Enav: il presidente di Tecnosky, Fabrizio Testa.
Il pm Piscitelli sottolinea che nello stesso periodo in cui Eurotec pagava in natura Milanese con l’acquisto gonfiato della barca, effettuava i bonifici alla Fondazione Casa dele Libertà . Proprio quella che ha sede a casa Berlusconi.
La Fondazione Casa delle Libertà  è presieduta da Sandro Trevisanato, un uomo fondamentale nel sistema di potere di Giulio Tremonti.
Questo avvocato veneziano 73enne è stato eletto nel 1994, sottosegretario alle finanze con ministro Tremonti nel primo governo Berlusconi.
Secondo gli accertamenti degli investigatori la Fondazione che incassa i soldi della Eurotec ha tre indirizzi, tutti e tre finiti ieri nel mirino delle perquisizioni di ieri.
Il primo è a Venezia in via Miranese 3, dove ha sede anche una società  di Trevisanato. Il secondo in via Uffici del Vicario a Roma ma è stato abbandonato da poco probabilmente per un ufficio in via dell’Umiltà  dove si trovano anche uffici dei politici del Pdl dai quali gli agenti si sono tenuti alla larga ieri.
Infine c’è il terzo indirizzo, quello più delicato: Milano, via Rovani 2.
Risulta poi che il dominio internet della Fondazione sarebbe stato recentemente registrato (nonostante la Fondazione abbia sede in Veneto dal 2000) a Milano a casa Berlusconi e che a seguire la pratica è stata Clotilde Strada, la collaboratrice che raccoglieva al telefono le confidenze di Nicole Minetti sul “culo flaccido” del premier.
Per capire l’importanza di questa pista però bisogna partire dalla casa di via Campomarzio 24 a Roma, pagata da Marco Milanese e abbandonata nottetempo dal ministro Giulio Tremonti.
Il pm Vincenzo Piscitelli ha convocato a testimoniare il segretario generale dell’ente proprietario: il Pio Sodalizio dei Piceni.
Il signor Alfredo Lorenzoni ha raccontato. “Il contratto è stato stipulato il l febbraio 2009 ed ha per oggetto un appartamento di 200 metri situato in via Campo Marzio 24 molto più grande quindi e con un salone affrescato. Il canone di locazione per questo immobile è stato stabilito in 8.500 euro mensili”.
La casa, prosegue Lorenzoni, aveva bisogno di una ristrutturazione.
“Quindi concordammo contrattualmente con il Milanese l’esecuzione a suo carico di lavori per una cifra complessiva di 200 mila euro (conteggiati secondo il nostro prezzario ) dal cui ammontare andava mensilmente scomputato il canone di locazione fino al raggiungimento di quell’ importo.
I lavori sono stati effettivamente eseguiti dalla ditta esecutrice EDIL ARS di Roma, società  facente capo a Angelo Proietti ed Achille Scaramucci, quest’ultimo anche sodale del Pio Sodalizio.
La locazione fu stipulata per uso ufficio e foresteria e l’immobile mi risulta frequentato abitualmente dal Ministro Giulio Tremonti. In sostanza si tratta della casa del Ministro”.
A questo punto i pm hanno verificato che, per effetto dello scomputo dei lavori, i pagamenti sono iniziati solo nel luglio del 2010, per un totale dei pagamenti, fino al mese di giugno scorso, di 108 mila euro.
Pagati fino all’ultimo euro da Marco Milanese e non da Giulio Tremonti.
Gli investigatori hanno cominciato a studiare bene il giro di affari della Edil Ars, scoprendo che questa società  vantava un imponente giro di affari con la società  informatica pubblica, controllata dal Ministero dell’economia, Sogei, un feudo di Marco Milanese che — secondo il capo di Gabinetto di Tremonti, Vincenzo Fortunato, ha pilotato le nomine di questa come di tante altre società  pubbliche per conto del ministro.
Sul rapporto tra la società  di Angelo Proietti e la Sogei il senatore dell’Italia dei Valori Elio Lannutti aveva presentato un interpellanza: “per quanto risulta all’interrogante”, scriveva Lannutti, “in particolare, nell’anno 2010, sarebbero stati affidati all’Edil Ars lavori di manutenzione ed impiantistici per circa 6,2 milioni di euro, di cui circa 5,3 milioni a trattativa diretta (86,6 per cento). Fra questi circa 2,5 milioni di euro sono stati assegnati con procedura secretata”.
In più Lannutti sottolineava che la figlia di Angelo Proietti era stata assunta dalla Sogei.
E indovinate chi è il presidente della Sogei?
Sandro Trevianato, proprio il presidente della Fondazione Casa della Libertà .
Nominato da Tremonti a presiedere la Sogei nel secondo Governo Berlusconi 2001-2006 e tornato su quella poltrona nel 2008 con il ritorno del duo Milanese-Tremonti a via XX Settembre.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DOPPI INCARICHI: NON MOLLANO LA POTRONA DI DEPUTATO E SENATORE

Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI TRENTA SINDACI,   13 PRESIDENTI DI PROVINCIA, QUATTRO ASSESSORI E 54 CONSIGLIERI COMUNALI: SI TENGONO BEN STRETTA LA POLTRONA E LO STIPENDIO DA PARLAMENTARE

Meglio di una poltrona c’è solo una doppia poltrona, magari con annesso raddoppio dell’indennità  e dei privilegi.
I parlamentari nostrani, europei e nazionali, hanno preso il vizio di accumulare su di sè più cariche elettive, tanto che sono oggi oltre un centinaio quelli che possono vantare nel proprio curriculum un seggio a Roma o a Strasburgo e, contemporaneamente, una fascia tricolore, un assessorato o un ruolo di consigliere in qualche comune e provincia d’Italia.
Secondo i dati elaborati da OpenPolis, che l’Espresso pubblica in esclusiva, ci sono centoventuno casi di doppi incarichi nei nostri parlamenti, molto spesso legati a personalità  semisconosciute del panorama politico, ma con qualche eccezione di rilievo.
A ogni tornata elettorale la storia è sempre la stessa: alcuni di questi esempi finiscono sulla stampa e alimentano la polemica, salvo poi tornare nell’ombra dopo qualche settimana. I casi più piccoli si meritano invece qualche appunto dalla stampa locale e poi finiscono nel dimenticatoio.
Dai dati di OpenPolis pare che ad andare di moda siano soprattutto i seggi nei consigli comunali piccoli e grandi della Penisola, poltrone “locali” che non dispiacciono a cinquantaquattro parlamentari.
Tra tanti nomi che non dicono nulla al grande pubblico ci sono anche politici di primo piano come Francesco Rutelli, senatore del Terzo polo e consigliere comunale a Roma (dopo aver perso la corsa per il Campidoglio) e Riccardo de Corato, deputato Pdl e consigliere a Milano dopo aver perso la carica di vicesindaco.
Sempre nel consiglio del capoluogo lombardo siede Matteo Salvini, consigliere della Lega Nord ed europarlamentare, mentre bisogna andare ancora più a Nord per trovare l’ultras berlusconiana Michaela Biancofiore, deputata Pdl e consigliere comunale a Bolzano.
Se i nomi dei politici possono dire poco, la disposizione geografica di questi doppi incarichi può essere interessante.
Ne sanno qualcosa i cittadini di Olbia, che hanno prestato alla politica nazionale tre dei loro consiglieri comunali, o quelli di Borgomanero, paesino in provincia di Novara: 21mila abitanti e la fortuna di avere ben due consiglieri comunali che fanno anche i deputati a Roma (uno per la Lega e l’altro per il Pd).
Meno folta la schiera degli assessori che conta solo quattro esponenti (tre del Pdl): tra questi emerge il caso del centrista Bruno Tabacci da poco nominato assessore nella giunta milanese di Giuliano Pisapia.-
Risalendo la gerarchia degli incarichi cambiano i numeri e i nomi iniziano a farsi via via più interessanti.
Nel nostro paese ci sono ben trentadue comuni che possono vantarsi di avere un primo cittadino onorevole.
In molti casi si tratta di paesi di provincia che premiano il proprio candidato nella speranza di ricevere dei privilegi da Roma: non è un caso se 16 dei 32 primi cittadini sono esponenti della Lega Nord (che conta anche due dei tre vicesindaci), attaccata al territorio quanto alle poltrone.
Tra gli altri nomi che meritano una citazione ci sono il sottosegretario alle infrastrutture Mario Mantovani che, oltre all’incarico nella squadra di Governo, tiene nel cassetto anche la fascia di Arconate, paese da seimila anime nel milanese.
Nella lista appaiono anche due new entry del calibro di Luigi De Magistris, europarlamentare Idv e sindaco di Napoli, e Piero Fassino, deputato del Pd e primo cittadino a Torino.
Proprio Fassino ha annunciato da alcuni giorni le sue dimissioni da parlamentare, mentre De Magistris dichiara di essere in attesa della ratifica formale della Cassazione che lo farà  decadere dall’incarico a Strasburgo per incompatibilità .
Ma visto che il ruolo di sindaco poco si addice a un vero leader politico, tredici parlamentari hanno preferito quello di presidente o vicepresidente della Provincia.
In questo caso sono gli esponenti del Pdl a dettare legge con otto poltrone, seguiti a debita distanza dai colleghi leghisti (tre province) e dai casi singoli di Udc e Pd.
Non cambia molto guardando ai consigli provinciali, in cui i casi di doppio incarico sono in totale undici con solida prima posizione per il Pdl con quattro suoi deputati-consiglieri.
Alla fine di questo viaggio tra i doppi incarichi vale la pena tirare le somme: se nessun partito presente in Parlamento può infatti definirsi completamente escluso da questo malcostume, è anche vero che vanno fatte delle proporzioni.
Sui centoventuno casi trovati da OpenPolis, più di un terzo (47) sono legati a parlamentari del Pdl, seguiti a poca distanza dai compagni di maggioranza della Lega, che possono contare su 42 “doppio-incarichisti” .
Le formazioni di opposizione guardano da lontano, con il Pd fermo a quota quattordici casi (incluso Fassino), il Terzo Polo a nove, e l’Italia dei Valori a tre (incluso De Magistris).
C’è però spazio e gloria anche per Iniziativa Responsabile, che nel suo piccolo riesce ad accumulare ben tre casi di doppi incarichi.

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MILANESE RIVELA AI PM: “FINANZA DIVISA IN DUE CORDATE, UNA RISPONDE A BERLUSCONI”

Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile

GLI INQUIRENTI: SEGRETI VIOLATI, SOSPETTI SU TANTI UFFICIALI… L’INTERROGATORIO DI ADINOLFI, INDAGATO PER LA P4: “FUI CHIAMATO DAL PREMIER”

L’inchiesta su Marco Milanese documenta qualcosa di più e di più grave di un’umiliante storia di corruzione.
Racconta il vincolo di fedeltà  e appartenenza di alti ufficiali della Guardia di Finanza non al Paese, ma a una parte politica, il Pdl.
Fotografa generali divisi in “due cordate” che si contendono un rapporto fiduciario con Palazzo Chigi e la cui posta in gioco è, nell’immediato, la nomina del nuovo Comandante Generale.
Una cordata che “fa capo al presidente del Consiglio”.
L’altra che risponde a Milanese, già  ufficiale della Finanza, consigliere del ministro Giulio Tremonti, che del Corpo è vertice politico e funzionale.
Entrambe pronte a soffiare notizie coperte da segreto.
“La gravità  delle condotte di Marco Milanese”, scrive il gip di Napoli, il “commercio” di notizie coperte da segreto di indagine raccolte all’interno della Guardia di Finanza, “coinvolgono direttamente la trasparenza e l’affidabilità  del Corpo”.
Perchè – scrive ancora il magistrato – con Milanese “hanno concorso nel tempo alla ripetuta rivelazione di segreti di ufficio ufficiali della Guardia di Finanza in corso di identificazione”.
Sono affermazioni nette. Prive di beneficio del dubbio.
Confermano il salto di qualità  del lavoro della Procura di Napoli, per altro già  compiuto nell’indagine P4, alla ricerca dei responsabili della fuga di notizie nell’inchiesta Bisignani (dove sono indagati il Capo di Stato Maggiore del Corpo Michele Adinolfi e il Comandante per l’Italia meridionale Vito Bardi).
Trascinano nella polvere, riprecipitandola nei giorni più bui del caso Speciale e riproponendo intatte le questioni poste da quella vicenda, l’intera Guardia di Finanza. Tratteggiano il suo Stato Maggiore come una tana di “talpe” (“in via di identificazione”). Anche perchè questa “verità ” trova conferma, il 17 giugno scorso, nelle parole di Tremonti.
Il pm Vincenzo Piscitelli lo ascolta come testimone.
Vuole sapere dei suoi rapporti e di quelli di Milanese con viale XXI Aprile e, più in generale, di quelli tra i generali di Stato Maggiore e la politica.
Al ministro viene fatta ascoltare un’intercettazione telefonica (raccolta nell’inchiesta P4 dai pm Woodcock e Greco) tra Berlusconi e Michele Adinolfi, il capo di Stato Maggiore. E Tremonti, nella sintesi che ne fa il gip nell’ordinanza, offre questa risposta. “Il ministro riferisce dell’esistenza di “cordate” nella Guardia di Finanza, che si sono costituite in vista della nomina del prossimo Comandante Generale (l’ufficiale che dovrà  succedere all’attuale generale Nino Di Paolo ndr.).
Precisa come alcuni rappresentanti di quel Corpo siano in stretto contatto con il Presidente del Consiglio.
Ma soprattutto, riferisce che Milanese è ancora in stretto contatto con quei vertici, avendo appreso dagli stessi quanto a lui (a Tremonti-ndr) riferito ed oggetto di un suo colloquio con il presidente Berlusconi”.
Milanese, dunque, parla con l’anima “tremontiana” dello Stato Maggiore che lo informa delle mosse di chi, nel Comando, è invece a disposizione del Presidente del Consiglio e di Gianni Letta.
Il riferimento è al generale Adinolfi, capo di Stato Maggiore, che, il 21 giugno, quattro giorni dopo la testimonianza di Tremonti, viene dunque interrogato.
Questa volta da Henry John Woodcock e Francesco Curcio, i pm dell’inchiesta P4.
E il generale così risponde: “Conosco Letta da tanti anni e con lui ho avuto rapporti esclusivamente istituzionali (…) Sono amico di vecchia data di Galliani e ho visto l’onorevole Alfonso Papa (il cane da riporto di Bisignani-ndr) frequentare il Comando Generale e lamentarsi perchè stavano svolgendo indagini sul suo conto. Non conosco Bisignani”.
Quindi l’affondo: “A novembre-dicembre 2010, è venuto meno il corretto rapporto di consuetudine tra me e Milanese e più complessivamente tra il gabinetto del Ministro e il comando generale. Non so spiegarmi il perchè, ma da voci diffuse ho appreso che lui mi ritenga responsabile delle sue vicissitudini giudiziarie”. Infine, il riferimento di Tremonti al suo colloquio con Berlusconi. Che, svela Adinolfi, aveva ad oggetto proprio lui, il capo di Stato Maggiore. “Berlusconi mi mandò a chiamare, dicendomi che Tremonti gli aveva fatto una “strana battuta” allusiva, paventando che tramassi ai danni del ministro. Chiamò Tremonti davanti a me e lo rassicurò”.
Non deve averlo convinto.

Carlo Bonini
(da “la Repubblica“)

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TREMONTI: “C’E’ UNA STRATEGIA POLITICA CONTRO DI ME”

Luglio 9th, 2011 Riccardo Fucile

“VIVEVO LI’ TEMPORANEAMENTE, CAMBIO SUBITO CASA”…MA L’EPISODIO NON FA CHE AUMENTARE LA TENSIONE GIA’ ESISTENTE CON I COLLEGHI DI GOVERNO

«È chiaro che tutto questo fa parte di una strategia politica, è un’operazione contro di me».
Nel giorno più nero della sua carriera politica, più buio persino di quella calda nottata del luglio 2004, quando Gianfranco Fini lo costrinse a dimettersi da ministro dell’Economia, Giulio Tremonti mette in fila i pensieri e ragiona su quello che è successo.
Bruciano le pesanti accuse a quello che, fino a ieri, era il suo principale collaboratore, Marco Milanese.
Ombre che adesso si allungano anche sul ministro, a causa di un particolare emerso nelle carte del gip di Napoli, Amelia Primavera, che ha chiesto l’arresto dell’ex consigliere politico di Tremonti: Milanese ospitava Tremonti a casa sua.
Una casa di lusso, a poche decine di metri da Montecitorio, in via di Campo Marzio 24, di proprietà  del Pio Sodalizio dei Piceni.
Un appartamento da 8.500 euro al mese di canone.
Ora Tremonti ha deciso, in quella casa non metterà  più piede.
«La mia unica abitazione – si difende in serata con una nota scritta – è a Pavia. Non ho mai avuto casa a Roma. Per le tre sere a settimana che normalmente – da più di quindici anni – trascorro a Roma, ho sempre avuto soluzioni temporanee, prevalentemente in albergo e come ministro in caserma. Poi ho accettato l’offerta fattami dall’onorevole Milanese, per l’utilizzo temporaneo di parte dell’immobile nella sua piena disponibilità  e utilizzo. Apprese oggi le notizie giudiziarie relative all’immobile, già  da stasera per ovvi motivi di opportunità  cambierò sistemazione».
Una decisione inevitabile, quella di lasciare l’appartamento.
Ma che forse non basterà  a tirare fuori Tremonti dalla bufera che l’ha investito.
Intanto però il ministro si difende.
E chiarisce: «È Milanese a pagare l’affitto, quella non è casa mia. Sia chiaro che paga l’affitto per se stesso, anche se in realtà  in quell’alloggio non ci abita nemmeno lui. Diciamo che ci svolge attività  sociali, ci ospita i parenti».
Una via di mezzo tra un pied-à -terre e una casa di rappresentanza. «È nella sua totale disponibilità  e a me ha concesso solo una camera».
Il ministro racconta la sua vita da pendolare: «Io vado avanti e indietro con Milano, sono sempre con la valigia in mano. Non ho una casa a Roma perchè la mia vita è a Milano».
Ma, in fondo, questi sono dettagli. Perchè Tremonti è convinto che, per quanto possa spiegarsi e dare un’altra versione rispetto a quella dei magistrati, non è solo dalle carte dei pm che deve difendersi.
Per questo inquadra l’accostamento del suo nome all’inchiesta come «parte di una strategia politica», «un’operazione» per farlo fuori, per indebolirlo.
E se la strategia è «politica», evidentemente «politico» deve essere anche l’architetto che l’ha immaginata. Tremonti non aggiunge altro, non rivela quali siano i suoi sospetti.
E tuttavia basta solo riavvolgere il filo della giornata per vedere in azione un potente accerchiamento «politico» del ministro dell’Economia.
C’è il sottosegretario Gianni Letta, che lascia filtrare il suo sconcerto contro Tremonti per essere stato tirato in ballo nella vicenda della norma “salva-Fininvest”.
Ci sono i colleghi del Pdl, da Brunetta a Galan, che allestiscono un processo contro Tremonti al Consiglio dei ministri.
E c’è anche la Lega – Roberto Maroni in prima fila – che non ha digerito i tagli alle pensioni sulla manovra.
L’elenco dei nemici politici del ministro è sterminato.
Ma tra tutti ce n’è uno che ormai ha inquadrato Tremonti nel mirino e ne studia attentamente ogni mossa: Silvio Berlusconi.
È di ieri l’ultimo battibecco a distanza.
Con il Cavaliere che lo accusa di aver scritto il comma 23 salva-Fininvest e Tremonti che replica con una considerazione filosofica che sembra cucita su misura per il premier: «Se servi il Paese fai le cose che credi siano giuste e non fai il furbo, tentando di fregare qualcuno».
Nel governo, per come si sono messe le cose, ormai tutti aspettano di vedere l’ultima puntata della saga.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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LA FESTA DEL PDL: A MIRABELLO PESANO LE ASSENZE E LE SEDIE VUOTE

Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile

POCO PUBBLICO, MANCANO DAL PROGRAMMA SIA TREMONTI CHE BERLUSCONI…L’ARIA E’ FIACCA E NESSUNO RIESCE A ENTUSIASMARE LA SCARSA PLATEA

Due ministri, quello della Difesa e dell’Interno (La Russa e l’ospite alleato leghista Maroni), un ex ministro (alla Cultura, Sandro Bondi) e un sottosegretario come Maurizio Gasparri, oltre al coordinatore regionale, Filippo Berselli e al presidente della Regione Lombardia, Formigoni.
Lo stato maggiore di un partito, quello del Popolo delle libertà , riunito (da non confondere con unito) e neppure centocinquanta persone ad ascoltarli.
La crisi del Pdl, nel giorno dei veleni sul Lodo Mondadori, si mostra in tutta la sua crudità  a Mirabello, paese della pianura padana vicino a Modena, Ferrara e Bologna, nel cuore rosso sbiadito dell’Emilia, paesello che fu terra del Movimento sociale che qui portava migliaia di persone, nello stesso Mirabello in cui nel 1985, per raggiunti limiti di età , Almirante passò il testimone al suo delfino, Gianfranco Fini.
E fu sempre qui (il caso vuole che sia il paese natale della mamma del presidente della Camera) che lo scorso anno Fini battezzò Futuro e libertà  e segno lo strappo che ancora oggi riesce a far barcollare un governo tremulo.
Ieri doveva essere il Pdl simbolicamente a riprendersi il luogo dei significati, ma in termini di pubblico non si è verificato niente di tutto questo.
Più che le presenze si notano le assenze, quella di Giulio Tremonti, non motivata, e quella del presidente del consiglio Silvio Berlusconi che, in genere, in queste kermesse, ritrova lo smalto dei giorni migliori.
Parole, tante, e sul gioco di parole si fonda la festa: “Come può uno scoglio”, la tavola rotonda di oggi, “Non sarà  un’avventura” quella di domani e “Chiamale emozioni”, sabato e “Sì, viaggiare”, domenica.
Parole di Battisti e Mogol. Parole come quelle di La Russa che sale sul palco e dice: “Vinceremo le elezioni nel 2013. Siamo pronti a superare qualsiasi scoglio. E non c’era posto migliore se non quello di Mirabello per affermarlo”.
Centocinquanta persone e volti tesi. Tutto sembra meno che una festa. E non potrebbe essere altrimenti, visto quello che accade.
“Noi abbiamo una forte leadership”, spiega La Russa, “ma abbiamo un futuro, e Alfano, domani, sarà  la dimostrazione di questo. Perchè la sua non sarà  un’avventura. E questo non poteva essere luogo migliore”.
Ma anche nello squillo della voce non è lo stesso La Russa di sempre.
Si infiamma meglio davanti alle telecamere.
E non sorride Sandro Bondi, arrivato con la sua giovane moglie, senza più nemmeno la scorta.
La prima uscita, quella di Bondi, dopo essere stato defenestrato senza un grazie, massacrato come ministro e coordinatore del partito.
Tocca proprio a Bondi parlare dello stato di salute del partito, delle innegabili difficoltà . “Una domanda non facile”, dice l’ex poeta, ministro e coordinatore.
“La rottura con Fini è stata una scissione dolorosa, se ci fosse stata avrebbe avuto un epilogo (dice così, poi si corregge con la parola evoluzione ndr) diverso.
Tutti abbiamo cercato di scongiurare quella scissione.
Ma il confronto con Fini, a volte duro, era perchè volevamo un confronto democratico”.
Il poeta Bondi a ruota libera, d’altronde è anche la sua festa. Dunque nessuna domanda scomoda, nè prima nè dopo.
Ma Bondi non resiste. Non ce la fa a non idolatrare Berlusconi. Più forte di lui. “Siamo arrivati ad avere questa forza grazie a Berlusconi. Il vento di cambiamento c’è stato. Innegabile. Ma dovremmo raccogliere questa sfida”. Applauso timido.
Un lungo applauso, invece, e addirittura un bis, introduce il ministro dell’Interno Roberto Maroni: “L’alleanza Lega Forza Italia e Lega Pdl sia stato e sia un fattore di innovazione. Ma la spinta non si è assolutamente esaurita. Siamo alla fine del processo federalista? Nemmeno. Il processo ha un inizio, un percorso e un termine. Passare da uno Stato iper centralista come quello italiano è lungo e faticoso. Dunque non sono insoddisfatto di quello che abbiamo ottenuto”.
Stanco, rosso di una recente scottatura al sole, Maroni parla, ma Mirabello non è Pontida. Le frasi a effetto le tiene nel cassetto.
Salva l’alleanza Maroni? Diciamo che ne accenna, ma non ne parla.
Sa bene che l’evoluzione sarà  lunga. “Andiamo nella direzione giusta, io sono ottimista”, dice.
E poi: “I giornali scrivono che il governo è sotto l’egemonia della Lega, ma non è così. Noi discutiamo, abbiamo opinioni diversi, ma l’intesa la troviamo sempre. Non è una coalizione litigiosa, ma che discute”.
Poi chiude: “La fase politica del centrodestra può cambiare gli uomini, ma non l’ideale comune”.
Amen.
Tutti al ristorante.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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