Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
NON SI MUOVE IL MINISTRO ROMANO, IMPUTATO PER MAFIA, RESTA IL GENERALE ADINOLFI, NON SI MUOVONO MILANESE E TREMONTI, STESSA COSA PER CESARO
Tremonti e Draghi, anzi, Draghi contro Tremonti. Per l’ultima volta.
La scena è l’assemblea annuale dell’Abi, l’associazione delle banche italiane, ma di banche si parla poco, perchè ogni discorso è rimandato a venerdì sera, quando si conosceranno i risultati degli stress test europei che diranno quanto sono sani gli istituti italiani.
Il tema è la manovra e soprattutto l’apocalisse sfiorata in Borsa lunedì e martedì, quando gli spread sul debito pubblico, cioè i differenziali di costo tra Italia e Germania, erano schizzati alla paurosa soglia del 3,47 per cento.
Poi è arrivata la Banca centrale europea a comprare debito italiano, fermando il panico, ma iscrivendo l’Italia di fatto alla stessa categoria dei Paesi decotti cui appartengono Portogallo, Irlanda e Grecia.
All’Abi parla per primo il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, le cui parole ora pesano doppio, visto che da novembre sarà presidente della Bce.
Draghi dice che “occorre definire in tempi rapidissimi il contenuto delle misure volte a conseguire il pareggio di bilancio nel 2014”.
E avverte che se non si tagliano davvero le spese, i 15 miliardi previsti dalla legge delega per la riforma fiscale diventeranno 15 miliardi di nuove tasse.
E l’ultima versione della manovra, quella che sta nascendo con gli emendamenti della maggioranza, non lascia dubbi: più tasse per tutti (perchè tagliare le agevolazioni fiscali questo significa, aumento delle tasse).
Da lì arriverà la quasi totalità della correzione di bilancio tra 2013 e 2014.
Non ha molto altro da aggiungere, tutto quello che aveva da dire all’Italia l’ha messo nelle Considerazioni finali del 31 maggio, ricette di sviluppo ribadite dal vicedirettore Ignazio Visco davanti al Senato in audizione sulla manovra: tagli di spesa mirati e non con l’accetta, interventi sul mercato del lavoro per ridurre il precariato, veri piani di infrastrutture, risparmi di spesa strutturali e non misure una tantum.
Ma Tremonti, ormai è chiaro, ha fatto quel che poteva (o che voleva) e più in là di così non si spingerà .
Il mondo crolla attorno all’Italia ma Tremonti, serafico, spiega che l’impennata degli spread sul debito pubblico italiano non è un problema “del singolo Stato, ma della struttura complessiva”.
Opinione singolare per un ministro dell’Economia che si trova a pagare gli interessi aggiuntivi sul debito dovuti proprio agli spread: ogni 100 punti base di rendimento richiesto dai mercati, calcola la Banca d’Italia, la spesa per interessi aumenta di 0,2 punti di Pil il primo anno (3 miliardi) e poi di 0,4 e 0,5 nei successivi due anni (altri 14).
Non proprio uno scherzo.
Ma Tremonti parla come se la crisi esterna non lo scalfisse: concede a Draghi e ai mercati che “la manovra sarà rafforzata”, ma poi ammette che le privatizzazioni ventilate dalla maggioranza per ridurre il debito si faranno a crisi finita, cioè mai, e che la panacea dei drammi debitori è l’emissione degli Eurobond, un debito pubblico europeo sostenuto da molti ma osteggiato con forza dalla Germania, quindi impraticabile.
Tutti scrutano Tremonti per cogliere da un sospiro, da un’incertezza, da una smorfia, la risposta alla voce che ieri circolava con più insistenza: Tremonti approva la manovra e poi si dimette, non per ragioni contabili ma per lo scandalo che ha travolto il suo braccio destro Marco Milanese.
“Tremonti verso l’addio, ma a mercati chiusi”, scrive per esempio l’agenzia specializzata in finanza Mf-Dow Jones, vedendo una promessa di addio tra righe della ritrosia tremontiana a fare dichiarazioni sensibili all’assemblea dell’Abi.
La tempistica dell’addio sembrerebbe lineare: venerdì il decreto della manovra, opportunamente emendato, viene licenziato dal Parlamento e nel weekend il ministro lascia, dando ai mercati il tempo di digerire la notizia prima dell’apertura di lunedì, oppure misura l’effetto della manovra in Borsa a inizio settimana e lascia lunedì sera. Tutto chiaro?
Non proprio, visto che è Tremonti stesso a smentire, almeno in parte: “La manovra sarà accompagnata da chi si prende la responsabilità di averla presentata”.
E cita Tito Livio: “Hic manebimus optime”, qui stiamo benissimo.
Tremonti resta, l’ipotesi di un governo tecnico per ora non è destinata a concretizzarsi e il presidente dell’Università Bocconi Mario Monti torna una riserva della Repubblica anzichè un imminente presidente del Consiglio o ministro dell’Economia (ipotesi questa poco allettante per tutti).
Avanti come prima, dunque: la ricetta Draghi viene rimandata ancora, Tremonti insiste con la via incrementale lasciando ai governi di domani le soluzioni davvero radicali.
Ammorbidisce i punti che avevano sollevato più proteste (tassa sui conti titoli, blocco della rivalutazione delle pensioni medie) e si rimangia le promesse di mezzo governo nella scorsa settimana anticipando il (lento) aumento dell’età pensionabile, tagliando pesantemente i trasferimenti alle Regioni, ripristinando i ticket e rendendo permanenti l’aumento delle accise sulla benzina.
Della presa di coscienza della gravità del momento, cui invita Draghi, c’è solo una flebile traccia: invece di rimandare tutto il risanamento alla prossima legislatura, si anticipa, ma aumentando le tasse in modo mascherato.
Si attendono le tabelle per capire bene quanto c’è di sostanzioso.
Più di così Tremonti non sa fare.
C’è da sperare che basti perchè i mercati sono in un equilibrio fragilissimo.
Se la Bce smette di sostenerci, se il testo finale deluderà le aspettative, se le banche andranno peggio del previsto agli stress test, si ricomincerà da capo.
E anche Tremonti tornerà a ballare.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, Giustizia, governo, la casta, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 14th, 2011 Riccardo Fucile
TAGLI A TUTTE LE AGEVOLAZIONI FISCALI, MODIFICHE SULLE PENSIONI, RIMODULATA L’IMPOSTA DI BOLLO
Il testo della manovra come è uscito dal primo passaggio dalle commissioni di Palazzo Madama
prevede diversi cambiamenti rispetto al decreto originario: l’impatto della manovra sale oltre i 70 miliardi al 2014.
AGEVOLAZIONI FISCALI
Scatta subito il taglio delle agevolazioni fiscali che non verrà applicato soltanto se entro il 30 settembre 2013 sarà esercitata la delega con la riforma fiscale.
Il taglio sarà del 5% per il 2013 e del 20% a partire dal 2014 e il gettito previsto da destinare alla correzione del deficit sarà pari a regime a 20 miliardi (4 miliardi nel 2013 e 20 miliardi a partire dal 2014).
Il taglio toccherà tutte le 483 agevolazioni fiscali anche quelle per le famiglie.
Fra le numerose voci vengono colpiti i nuclei con figli a carico, le spese per l’istruzione, quelle mediche e per gli asili nido.
I tagli riguarderanno tutte le voci di agevolazione fiscale ma sarà poi il governo a decidere come intervenire.
A subire una sforbiciata saranno anche i bonus per le ristrutturazioni edilizie, il terzo settore, le Onlus, l’Iva, le accise e i crediti d’imposta.
PENSIONI
Si anticipa al primo gennaio 2013 (anzichè dal 2014) l’aggancio delle pensioni all’aspettativa di vita.
Lo prevede l’emendamento definitivo del relatore alla manovra.
Dal 2013 dunque – si legge nel testo – l’incremento sarà di 3 mesi perchè verrà assorbito l’incremento della speranza di vita già registrato nel triennio precedente risultante superiore (4 mesi).
Per gli anni successivi (dal 2016) la stima degli adeguamenti triennali è pari a 4 mesi fino a circa il 2030 con successivi adeguamenti inferiori (3 mesi) fino al 2050 circa. L’adeguamento cumulato al 2050 è pari a circa 3 anni e 10 mesi.
Previsto anche un contributo di solidarietà fino al 2014 per le cosiddette pensioni d’oro, cioè superiori ai 90 mila euro annui.
Il contributo ammonta al 5% per la parte eccedente i 90.000 euro, e del 10% per la parte eccedente i 150.000 euro.
Si va verso l’innalzamento dell’età di pensionamento.
IMPOSTA DI BOLLO
Cambia l’imposta di bollo sui conti depositi titoli.
Un emendamento del relatore alla manovra economica depositato in commissione Bilancio al Senato stabilisce che l’imposta con periodicità annuale sarà di 34,2 euro per importi inferiori ai 50mila euro; 70 euro per importi pari o superiori a 50mila euro e inferiori a 150mila euro; 240 euro per importi pari o superiori a 150mila euro e inferiori a 500mila euro; 680 euro per importi pari o superiori a 500mila euro.
Nella relazione tecnica dell’emendamento si precisa che secondo dati Bankitalia risulta un numero complessivo di circa 22 milioni di conti titoli e la norma porterà un recupero di gettito di circa 897 milioni di euro annui per i primi due anni e di circa 2.525 milioni di euro per gli anni a partire dal 2013.
TICKET
Scatta da subito anche il ticket sanitario da 10 euro sulla diagnostica e la specialistica e da 25 euro sui codici bianchi del pronto soccorso.
ACCISE BENZINA
Vanno a regime gli aumenti provvisori delle accise sui carburanti.
PATTO DI STABILITA’ INTERNO
Cambiano i criteri di virtuosità dei comuni per l’applicazione del patto di stabilità interno. Un emendamento prevede che il primo di tali criteri vi sia la «convergenza tra spesa storica e costi e fabbisogni standard». Un altro criterio sarà «l’aver operato dismissioni di partecipazioni societarie». Previsti tagli dei trasferimenti alle regioni.
AMMORTAMENTI
La quota di ammortamento finanziario deducibile non sarà superiore al 2% del valore dei beni in concessione. Per le imprese concessionarie di costruzione e gestione autostrade e trafori la percentuale è pari invece all’1%.
Il limite massimo dell’accantonamento passa così dal 5% all’1% del costo del bene e gli accantonamenti sono deducibili in quote costanti nell’esercizio stesso e nei 5 anni successivi. la disposizione si applica da subito.
ACCORPAMENTO DEI PICCOLI COMUNI
I piccoli comuni dovranno associarsi già dal 2011 per l’espletamento di almeno due funzioni fondamentali loro spettanti dall’attuale legge.
Entro il 2012 dovranno esercitare in forma associata quattro funzioni fondamentali ed entro il 2013 tutte e sei le funzioni fondamentali loro spettanti.
STOCK OPTION
L’aliquota addizionale del 10%, su bonus e stock option, che si applica alla parte dello stipendio variabile per la quota che eccede il triplo della parte fissa della retribuzione si applica ora invece direttamente a tutta la parte eccedente.
Di fatto, dopo aver reintrodotto il ticket sanitario già dal prossimo lunedì, si scopre che tra le correzioni apportate c’è anche il taglio lineare immediato a tutte le agevolazioni fiscali, comprese quelle relative alla famiglia.
Dalle detrazioni per i figli a carico ai bonus per la ristrutturazione della casa, dalle tasse a forfait per le imprese start-up alla tassa sostitutiva sugli straordinari, dalle spese per la sanità ai redditi da lavoro dipendente, agli asili, agli studenti universitari. Sarà indistinto il taglio alle agevolazioni fiscali per reperire le risorse per la riforma fiscale e riguarderà le circa 480 voci attualmente previste che valgono 160 miliardi di euro.
Inoltre, dalla presentazione del relatore, è aumentato anche il valore della manovra sugli anni 2013 e 2014 a oltre 70 miliardi di euro, compresa la delega fiscale.
A regime la manovra vale nel 2014 47 miliardi.
L’intervento sul 2013 è di 17 miliardi a cui vanno aggiunti, per effetto delle modifiche, altri 6 miliardi.
L’impatto sul 2014 è di 25 miliardi a cui si sommano altri 22 miliardi dopo i correttivi.
argomento: Berlusconi, economia, governo, la casta, LegaNord, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 14th, 2011 Riccardo Fucile
“IL GIORNALE” E “LIBERO” ESULTANO PER LA FUORIUSCITA DAL PARTITO DI FINI DI UN EUROPARLAMENTARE E FANNO UNA GAFFE TREMENDA… COLLINO ERA DECADUTO DAL PARLAMENTO EUROPEO DAL 7 GIUGNO E NON AVEVA LA TESSERA DI FUTURO E LIBERTA’: HA SOLO FATTO UN PIACERE A URSO
Leggiamo su “Libero” che “l’abbinamento di Fini e Di Pietro e’ la dimostrazione dello sbandamento di Fli che modifica il suo indirizzo, trainato dagli estremismi. Urso, Ronchi, Scalia infiltrati? No, semplicemente traditi da chi non ha saputo tenere in piedi una comunita politica ed umana”. E’ quanto ha dichiarato l’europarlamentare Giovanni Collino in riferimento all’intervista di Granata su ‘L’Espresso.it’.
Titolo de “il Giornale”: “Eurodeputato Collino lascia il partito” e nel testo “Giovanni Collino lascia Futuro e libertà “.
Dato che Urso e Ronchi, terminato il loro compito di quinte colonne dei berluscones, sono rientrati alla base (tra la felicità dei militanti di Fli) e non sono riusciti a portarsi dietro nessuno (figli a parte), i due giornali di riferimento del premier avevano necessità di poter dimostrare invece il contrario.
Nella fretta hanno commesso una gaffe da cazziatone giornalistico facendo passare Collino per quello che non è, ovvero parlamentare europeo e iscritto a Futuro e Libertà .
Leggiamo su diverse agenzie di stampa il 7 giugno 2011
“L’europarlamentare friulano Giovanni Collino perde la poltrona. Lo ha sentenziato la Suprema Corte di Cassazione, che oggi ha accolto il ricorso presentato dal parlamentare siciliano del Pdl Giuseppe Gargani. Al centro del contenzioso c’era, appunto, la distribuzione dei seggi al Parlamento europeo tra il Nord e il Sud che — secondo il ricorrente – non sarebbe stata effettuata in maniera regolare. Sulla sua collocazione europea, fin dall’elezione, pendeva la spada di Damocle del ricorso, che oggi lo ha visto soccombere”.
“Uscito dal Pdl, ma non iscritto al Fli, Collino ha annunciato di non voler ”nemmeno appendere le scarpe al chiodo: continuerò a impegnarmi con l’associazione ‘Fare Italia’, di cui Adolfo Urso e’ presidente e di cui io sono segretario, per la rinascita di un centrodestra che vada oltre la deriva attuale del Pdl e la fase di Berlusconi che è finita”.
“Non sono iscritto a Fli (posso dar ragione a Gianfranco Fini sul merito, non sui modi e sui tempi), sono il segretario generale dell’associazione Fare Italia di Adolfo Urso”.
Insomma nessun parlamentare europeo ha lasciato Fli e mai avrebbe potuto stracciare la tessera uno che non l’ha mai voluta e avuta.
Semplicemente un amico di Urso lo ha voluto accompagnare nel suo ultimo viaggio.
Pace all’anima sua.
argomento: Berlusconi, Costume, Fini, Futuro e Libertà, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 14th, 2011 Riccardo Fucile
LA CASTA (SONO BEN 42 GLI AVVOCATI PDL ALLA CAMERA)… HA FATTO RITIRARE L’EMENDAMENTO…SALTA PURE L’INCOMPATIBILITA’ PER IL PARLAMENTARE CHE E’ ANCHE CONSIGLIERE REGIONALE O SINDACO, NESSUN VINCOLO AL CUMULO DEGLI INCARICHI… IN ITALIA PAGANO SOLO I POVERACCI
Lo si attendeva e alla fine è arrivato: è quel tocco di grottesco che caratterizza da sempre
questo centrodestra.
Mentre si taglia a sangue su pensioni, sanità ed enti locali, mentre si alzano le tasse e si impone al paese una manovra recessiva, mentre si approva una manovra da 40 miliardi in cinque giorni, un pugno di avvocati e notai eletti in Parlamento tiene in ostaggio la maggioranza per gli affari propri.
Giulio Tremonti infatti s’era permesso — su forti insistenze europee — di scrivere un vago emendamento sulla liberalizzazione delle professioni, apriti cielo: i deputati “professionisti ” del Pdl si sono subito messi a raccogliere le firme — oltre venti in pochi minuti – al grido “quel testo non lo voteremo mai”.
Alla fine, la tregua: lo si è riscritto in modo da non cambiare nulla.
Nel Parlamento occupato da intere file di avvocati (42 solo alla Camera e solo del Pdl) la norma contenuta nella manovra finanziaria di liberalizzazione della professione forense ha avuto cinque ore di vita.
Comparsa nel primo pomeriggio, è scomparsa prima che facesse notte in virtù della resa incondizionata del governo sottoscritta dal ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto.
L’ordine professionale non sarà più abolito, come si temeva.
La rivolta è stata guidata da Maurizio Paniz, (l’avvocato noto per aver chiesto al Parlamento di ritenere verosimile la parentela di Ruby con l’ex presidente egiziano Mubarak), e dunque divenuto assai influente.
Paniz ha raccolto in pochi istanti un ingente numero di sottoscrizioni sotto un messaggio chiarissimo: «I nostri voti non ci saranno».
Già prima che la raccolta di firme si concludesse, i ministri avvocati facevano filtrare la massima solidarietà . Ignazio La Russa: «La protesta non è irragionevole».
Il deputato responsabile Elio Belcastro, avvocato, si trasformava intanto in irresponsabile e dettava alle agenzie: «Io questa manovra non la voterò se la norma non si ritira».
La rabbia si è commutata in tumulto quando è stata paventata, nell’intento di moralizzare la vita politica, anche l’incompatibilità assoluta degli incarichi di parlamentare e consigliere regionale con quello di sindaco e presidente della Provincia.
I deputati, molti dei quali uniscono (anche senza cumulare lo stipendio) poltrone e relativi onori, sono apparsi sconcertati e indispettiti.
Il Parlamento ha infatti in questi anni allargato le maglie delle diverse compatibilità favorendo il cumulo possibile di incarichi anche relativi all’amministrazione di medie città .
Mezz’ora dopo la retromarcia governativa.
Niente liberalizzazione per l’esercizio della professione di avvocato, nessun vincolo al cumulo di incarichi.
Felici e sazi per la guerra lampo, il plotone di legali che popola il Parlamento si è diretto a cena. Finalmente senza pensieri.
Nel frattempo governo e relatore presentavano emendamenti che inasprivano ulteriormente i contenuti della manovra, senza apprezzabili proteste del PdL per il loro peso su malati, pensionati e cittadini in genere.
Rientrano infatti nel decreto – e saranno operativi da lunedì – i ticket su diagnostica e codici bianchi al Pronto soccorso (10 e 25 euro) con un risparmio di 380 milioni fin da quest’anno. Partirà dal 2013 anzichè dodici mesi dopo anche l’adeguamento delle pensioni alla speranza di vita: in pratica gli assegni diminuiranno perchè oggi si vive più a lungo.
I pensionati, almeno quelli “ricchi”, parteciperanno anche con un contributo di solidarietà : il 5 per cento dai 90mila euro l’anno in su e il 10 da 150mila. Gettito: 150 milioni fino al 2014.
I soldi veri, però, quelli richiesti da Bankitalia, Ue e mercati stanno nella delega fiscale e Tremonti s’è adeguato.
La stangata parte da subito: tra le misure concordate c’è anche una maggiore gradualità del bollo sui dossier titoli (34,20 euro quella minima, anzichè 120), che però resta una stangata di proporzioni enormi.
Lo dice il gettito atteso: 900 milioni per i primi due anni e 2 miliardi e mezzo dal 2103.
Piccola correzione anche per l’indicizzazione delle pensioni al costo della vita: quelle da 1.428 euro al mese saranno decurtate del 30 per cento anzichè del 55, del tutto dai 2.380 euro in su. Le privatizzazioni? Rimandate al 2013, termine entro il quale il governo dovrebbe approvare uno o più piani per la dismissione delle sue partecipazioni in società ed enti.
argomento: Berlusconi, Costume, economia, governo, la casta, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO NON CEDE: “FACCIO COME PERTINI AI TEMPI DELLA P2″… BERLUSCONI PENSA A MONTI O BINI SMAGHI AL TESORO, MA TEME UN ESECUTIVO TECNICO PILOTATO DA NAPOLITANO
Ancora 36 ore di black-out.
Autocensura, latitanza dalla scena politica “per non turbare i mercati”, come gli ha suggerito Gianni Letta.
Ma Silvio Berlusconi a porte chiuse suona già la carica: dopo l’approvazione della manovra alla Camera, domani sera, promette di tornare a indossare i panni del premier. E del leader.
“Per adesso siamo in mano a broker e pm. Presto faremo capire chi guida e governa questo Paese, che fino a prova contraria ancora non è commissariato” è stato lo sfogo di ieri pomeriggio con chi è andato a trovarlo nel “bunker” di Palazzo Grazioli.
Lì è rimasto asserragliato per un’altra giornata di silenzio, disertando l’ennesimo appuntamento della settimana, una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il ministro Brambilla, e in serata perfino la messa di commemorazione del senatore e amico di infanzia Romano Comincioli.
Il ruolo del Quirinale – pur apprezzato da Palazzo Chigi nella misura in cui ha di fatto spianato la strada all’approvazione-blitz della manovra – visto con le lenti di Berlusconi avrebbe travalicato i confini della moral suasion.
“Questa non è ancora una Repubblica presidenziale, in assenza di una riforma costituzionale” è il messaggio che portano all’esterno alti dirigenti Pdl in contatto col Cavaliere.
Anche per questo il premier fa sapere di voler “riprendere in mano le redini del gioco”.
Dunque, superare il “commissariamento” del Colle e ridimensionare presto il superministro Tremonti.
Il presidente del Consiglio non metterà la faccia su una manovra che non sente più sua, che non è stato possibile modificare come aveva chiesto e desiderato.
Ma anche lì, nei rapporti col ministero di via XX Settembre, l’intenzione è di voltare pagina già da domani. Lo scontro tra i due sembra giunto allo stadio finale.
Berlusconi si è convinto di poter fare a meno di Tremonti. “Archiviata l’emergenza, Giulio dovrà mettersi in riga, diversamente possiamo pensare anche ad altre soluzioni: ormai è diventato lui un problema per il governo, non il contrario” è lo sfogo amaro di un premier che da ore ascolta dai suoi solo lamentele sulla manovra, dalle privatizzazioni alle liberalizzazioni.
Ma davvero l’emergenza è archiviata, i rischi della speculazione arginati con la manovra?
Se davvero il ministro dovesse farsi da parte, non tutti nel partito sono convinti che il premier sia nelle condizioni di andare avanti come nulla fosse.
Anche perchè le due pedine alle quali Palazzo Chigi pensa in alternativa sono l’ex commissario Ue Mario Monti e Lorenzo Bini Smaghi, l’italiano nel board della Bce.
Il fatto è che sia l’uno che l’altro potrebbero non accettare il gravoso compito di salire sulla zattera in tempesta, per di più al timone dell’Economia.
E di fronte a uno scenario bloccato, se la situazione dovesse precipitare, al capo del governo non resterebbe altro che farsi da parte.
E tanto basta per tenere sempre ben presente, tra le stanze di Palazzo Grazioli, lo spauracchio di un governo tecnico.
Non è un caso se un fedelissimo come Osvaldo Napoli, a nome del partito, tuona contro la soluzione che sarebbe “un invito a nozze per la speculazione: nessuno, e di certo non il capo dello Stato, può pensare di portare l’esecutivo in una terra di nessuno”.
Questo è l'”avvertimento” che parte dal Pdl.
Dove intanto sembra sia stato raggiunto un accordo di massima in vista delle prossime dimissioni di Angelino Alfano dalla Giustizia, con il berlusconiano Donato Bruno in pole position nella corsa
Ma è di altro che per tutta la giornata, dentro
Ovvero dei possibili sviluppi nell’inchiesta giudiziaria di Napoli che coinvolge il braccio destro di Tremonti, Marco Milanese.
E invece, le rassicurazioni arrivate in serata dal capo della Procura (il ministro non è indagato, non sarà nemmeno interrogato una seconda volta) hanno rasserenato il responsabile dell’Economia e congelato le prospettive di chi era pronto a scommettere sulle dimissioni.
D’altronde, Tremonti lo ha detto chiaro in mattinata parlando alla platea dell’Abi, raccontando quanto di buono avesse fatto in questi anni per sanare i conti e quanto ancora ci sia da fare.
“Hic manebibus optime”, scandisce dal palco tra gli applausi.
“Un grande vecchio – racconterà il ministro a uno dei vicini, una volta tornato al suo posto in platea – in questi giorni mi ha ricordato come ha risposto il presidente Sandro Pertini a chi gli chiedeva se intendesse dimettersi di fronte allo scandalo della P2. Ho ritenuto opportuno ripeterlo”.
Gli scandali e le macchinazioni contro lo Stato sono tornate, solo il numero in progressione è cambiato.
E anche Tremonti non intende cedere a quelle pressioni.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, emergenza, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 14th, 2011 Riccardo Fucile
LUIGI CESARO, UOMO FORTE DEL PREMIER IN CAMPANIA E’ UFFICIALMENTE INDAGATO PER I SUOI RAPPORTI CON LA COSCA DEI CASALESI…. UN’INCHIESTA CHE POTREBBE TERREMOTARE UN INTERO SISTEMA DI POTERE
Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, è stato iscritto nel registro degli indagati
dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli con l’accusa di aver avuto rapporti con il gruppo dei Casalesi capeggiato da Francesco Bidognetti per mettere le mani su un affare immobiliare da 50 milioni di euro.
Lo riferisce ‘Il Mattino’, con un articolo a firma di Rosaria Capacchione, la giornalista che da due anni vive sotto scorta per le minacce subite dai boss del clan dei Casalesi.
A chiamare in causa il deputato vicino al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è l’avvocato Michele Santonastaso, a lungo legale degli stessi boss attualmente agli arresti.
Le sue rivelazioni, contenute nelle oltre trecento pagine di verbale dell’interrogatorio del 25 marzo scorso, parlano di rapporti tra la camorra, la politica, le imprese e il mondo delle professioni.
Santonastaso, in particolare, si sofferma sulle dichiarazioni di un altro pentito del clan, Luigi Guida detto O’ Ndrink, che gli avrebbe parlato degli interessi comuni della famiglia Cesaro e dei Casalesi nell’affare del Pip di Lusciano, piccolo centro del casertano.
In particolare, Cesaro avrebbe offerto a Luigi Guida, incaricato di realizzare i progetti del Pip, una percentuale maggiore per la realizzazione dei lavori di quella già presentata dall’imprenditore Emini.
Nel settembre 2008 era stato ‘L’Espresso’ con un’inchiesta a firma di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi, a parlare per primo dell’affaire sospetto e dei rapporti tra Cesaro e la mafia di Gomorra, citando le accuse dello stesso Guida e di un altro pentito Gaetano Vassallo.
Cesaro in passato era già stato arrestato e processato per camorra.
Erano i tempi della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo: il Presidente della Provincia di Napoli fu arrestato nel febbraio del 1984 e condannato un anno dopo in primo grado a 5 anni.
Fu assolto in appello nel 1986, ma non senza che i giudici avanzassero dubbi e sospetti sul suo rapporto con la NCO: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante».
E ancora: «Il dubbio che l’imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali».
Ci penserà Corrado Carnevale, passato alla storia come il giudice ammazza-sentenze, a cancellare in Cassazione tutte le accuse a Cesaro, che sarà assolto “per non aver commesso il fatto”.
Da allora Giggino A’ Purpetta, come lo chiamano a Sant’Antimo, suo paese natale, ne ha fatta di strada: con i buoni uffici dell’amico e collega di partito Nicola Cosentino, e a suon di tessere e mozzarelle fatte recapitare direttamente ad Arcore, Cesaro è riuscito prima a farsi eleggere deputato e poi a conquistare la Presidenza della Provincia della terza città d’Italia.
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
A parte le gaffe che lo hanno reso celebre, la caratteristica principale del suo mandato è stata, finora, l’inefficienza.
Un esempio su tutti: i rifiuti. Luigi Cesaro avrebbe dovuto aprire una nuova discarica dove portare la monnezza di Napoli.
Ha scelto, invece, di portare i rifiuti fuori regione, con costi doppi e risultati pessimi.
La monnezza è ancora lì. Cesaro pure.
Per ora.
Claudio Pappaianni
(da “L’Espresso“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, Giustizia, governo, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 13th, 2011 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO TRA MILANESE E IL MINISTRO NON SI SPIEGA CON “UN’AFFETTUOSA AMICIZIA”….DELL’OLGETTINA RIMARRA’ IL RICORDO DEL RAGIONIER SPINELLI ALLE PRESE CON BUSTE E BONIFICI
Va detto chiaramente. 
C’è qualcosa che suona falso nella mitologia assolutoria che sta crescendo intorno allo scandalo della casa romana in cui viveva Giulio Tremonti.
C’è una favola ufficiosa e inverosimile, veicolata nei pour parler e persino nei conciliaboli semi-ufficiali sul rapporto fra il ministro e il suo più stretto collaboratore Marco Milanese.
Per spiegare come sia possibile che “uno dei principali contributori d’Italia” (ipse dixit), per giustificare come possa vivere in una casa pagata da altri un signore che nel 2008 dichiarava 4,5 milioni di euro, infatti, nasce la leggenda dell’ “amicizia affettuosa”, della “cameriera di Tremonti”.
Nasce il ritratto ossimorico congiunto, come quello che ci ha regalato ieri sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo, quello delle “vite opposte”, del ministro e del consulente: il primo virtuoso e virginale, il secondo consumista e kitsch.
Uno quasi francescano fra pastasciutte cucinate con “sughi portati da casa”, veglie in baita o nella caserma dei finanzieri, l’altro quasi osceno, nella sua vita di yacht e nel suo tourbillon di carte di credito e di vacanze supercafone con suite al Plaza.
Ma anche questa leggenda del Tremonti puritano, alla fine, ha bisogno di essere in qualche modo conciliata con i conti che non tornano.
E allora ecco che nell’Italia del governo più omofobo di tutti i tempi (persino la Dc, come ci hanno raccontato Vendola e Formica, aveva le sue diversità accettate), ecco che in questa Italia saltano fuori i mezzi toni e le perifrasi felpate, per girare intorno al presunto indicibile.
Leggete qui: “Anche un uomo schivo ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto, a sciare, nelle scarpinate in montagna, nel penitenziale e infinito viaggio in treno sino a Reggio Calabria, affrontato — come racconta Cazzullo — con la compagnia non proprio amena dei leader confederali di Cisl e Uil”.
Insomma: la coppia di fatto invocata per spiegare ed esorcizzare la strana coppia, negli stessi articoli in cui, per di più si cita sempre come fidanzata di Marco Milanese, la stessa portavoce del ministro, Manuela Bravi.
E invece nessun retroscena in relazione spiega la presumibile debolezza di Tremonti, che non è per nulla privata ma è tutta pubblica, e tutta spiegabile con le malattie ricorrenti del potere nella Seconda Repubblica.
Sembra anzi che nel suo rapporto con Milanese, Tremonti si avvicini al rivale ed ostile Silvio Berlusconi, seguito anche per strada dagli “ufficiali pagatori” che lo seguono quando lui entra in una boutique e saldano il conto delle sue spese.
Nell’era neo-medievale inaugurata dal berlusconismo, infatti, il sovrano è tale se è separato dalla materialità dei suoi sudditi.
Già Bettino Craxi raccontò più volte che girava senza denaro in tasca, e magari si contornava di faccendieri che gestissero con tutto altro appiglio le vicende dei denari. E Berlusconi ha elevato persino i suoi vizi a sistema parallelo, se è vero che del gineceo dell’ Olgettina resterà la figura splendidamente tragica del ragionier Spinelli, l’ufficiale pagatore sempre alle prese con buste, bonifici e richieste di mantenimento. Anche senza addentrarsi nelle ipotesi correttive, c’era la celebrazione del potere nel sistema Anemone e nelle “ripassatine” organizzate per Bertolaso, nelle “tapparelle” riparate, nei tanti favori e nel mistero della casa a sua insaputa di Scajola.
Persino la sinistra — con tutt’altro grado di gravità e senza addebiti penali — ha provato l’ebbrezza dell’emancipazione dal problema del denaro.
Fausto Bertinotti raccontò di non sapere con quanti soldi girava in tasca: “La mattina Lella prende i calzoni, e se vedo che non ne ho mi mette cinquantamila lire nel portasoldi”.
Il re taumaturgo diventa potente quando può perdere contatto con il denaro, o ancora meglio, quando può esserci qualcuno che paga per lui.
Il ministro Alfonso Pecoraro Scanio lasciava sempre che a pagare fosse il suo segretario Francesco Alemanni, e anche Livia Turco spesso e volentieri — anche se innocentemente — lasciava che a saldare i conti fossero i suoi collaboratori.
A volte è per un problema di praticità , molto più spesso è un bisogno psicologico di tipo simbolico.
Il paradosso del collaboratore libertino e del ministro asceta, dunque, non è una disgrazia o un dettaglio intimo da velare, ma una responsabilità pubblica da spiegare: soprattutto quando nel Parlamento dei nominati, quel collaboratore lo si fa diventare “onorevole” per investitura.
Il collaboratore che paga per te e ti ospita non è spiegabile con la categoria dell’ “amicizia affettuosa”, che anche se fosse tale, potrebbe benissimo essere paritetica. Dietro l’ospitata nella casa affrescata, invece, c’è l’idea del dresser, il servo di scena che l’occhio visionario di Joseph Losey ha trasformato in una maschera.
Poi se uno vuole essere affettuoso faccia pure: purchè paghi per sè.
dal blog di
Luca Telese
argomento: Costume, economia, emergenza, governo, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
NOMINATA COMPONENTE DEL CORECOM CAMPANIA, HA FIRMATO UN’AUTOCERTIFICAZIONE IN CUI DICHIARAVA DI NON TROVARSI IN POSIZIONE DI INCOMPATIBILITA’: INVECE ERA ASSESSORE A CASTELLAMMARE
Risulta indagata per false attestazioni Emanuela Romano, ex assessore a Castellammare di
Stabia, balzata agli onori delle cronache perchè co-fondatrice del comitato «Silvio ci manchi».
Gruppo al femminile creato insieme a Francesca Pascale, ex velina di «Telecafone» e oggi consigliera provinciale Pdl, nato nel 2006 per sostenere la rielezione di Silvio Berlusconi, durante il governo Prodi.
La Romano, 30 anni, dal febbraio 2011 componente del Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni) della Campania è indagata per aver scritto il falso nell’autocertificazione presentata dopo la nomina in seno all’organo di tutela presieduto da gennaio dal giornalista e avvocato Lino Zaccaria.
Secondo il pm Giancarlo Novelli, titolare del fascicolo, quando si candidò alla poltrona di componente del Comitato, la Romano compilò un’autocertificazione nella quale asserì di non trovarsi in alcuna delle condizioni di incompatibilità previste dalla legge regionale.
Invece, in quel periodo, la Romano, una laurea in psicologia e un master di Publitalia in curriculum, era assessore alle Politiche sociali del Comune di Castellammare di Stabia, carica espressamente indicata dalla legge come condizione di incompatibilità . Nell’aprile 2009 Cesare Romano, padre della consigliera Corecom, provò a darsi fuoco – fermato dai carabinieri – davanti Palazzo Grazioli, residenza del premier, in seguito alla mancata candidatura della figlia nelle liste di candidati Pdl all’europarlamento.
Oltre alla Romano, per lo stesso reato è indagato anche un altro componente del Comitato, Andrea Palumbo; nel suo caso, la condizione di incompatibilità è rappresentata, per la procura, dall’avere svolto il ruolo di consulente di direzione aziendale, marketing e sviluppo del gruppo di emittenti Tele A, Tele A+ e Tv Capital. All’ex assessore Romano e a Palumbo è stato notificato un avviso di chiusura delle indagini preliminari, indagini che hanno preso il via dalla denuncia di un altro candidato.
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 12th, 2011 Riccardo Fucile
COSI’ IL DEPUTATO DISTRIBUIVA INCARICHI: LA SPARTIZIONE DI MIGLIAIA DI CARICHE TRA I PARTITI POLITICI…MILANESE NE AVREBBE ANCHE “VENDUTE” ALCUNE TRA LE PIU’ REMUNERATIVE
La conferma più diretta e autorevole che l’onorevole Marco Milanese – consigliere politico di Giulio Tremonti fino a due settimane fa, oggi destinatario di una richiesta d’arresto per corruzione, associazione a delinquere e altri reati – fosse il regista delle nomine nelle aziende a partecipazione statale, viene dal vertice stesso del ministero dell’Economia.
Il capo di gabinetto di Tremonti, Vincenzo Fortunato, l’11 gennaio scorso ha parlato al pubblico ministero napoletano Piscitelli sia del ruolo dell’ex ufficiale della Guardia di finanza asceso al fianco del ministro, sia del meccanismo che conduce alla spartizione delle cariche decise dal suo dicastero.
«Milanese si occupa dell’attività politica del ministro in senso ampio… – ha spiegato Fortunato -. Ha seguito, per conto del ministro, le nomine nelle società di primo livello le cui azioni sono detenute dal ministero-dipartimento del Tesoro; fra essi rientrano Eni, Enel, Anas, Fs, Poligrafico dello Stato, Sogei, Finmeccanica, Fincantieri, Enav ed altre».
L’indicazione dei rappresentanti del ministero rientra fra le attività di indirizzo politico indicate dalla legge, continua il capo di gabinetto.
E chiarisce che la «provenienza» delle designazioni è «in parte interna al dipartimento e in parte di provenienza “politica”.
In particolare la scelta di questi ultimi era il frutto di una mediazione tra le diverse componenti politiche della coalizione di governo, e spesso anche della concertazione con altri ministeri».
Il capo della settima Direzione del dipartimento del Tesoro, Francesco Parlato, ha riferito al magistrato la procedura per le nomine.
Dopo un appunto del suo ufficio al ministro, «si apre una fase di ricerca da parte dell’organo politico per l’individuazione e condivisione dei nominativi, all’esito della quale il ministro fa pervenire le sue indicazioni».
L’incarico di comunicarle «viene svolto dal maggio 2008 dall’onorevole Marco Milanese… Tutte queste nomine sono state seguite dall’onorevole Milanese».
Anche per quelle di «secondo livello» – un migliaio di cariche nelle società controllate dagli Enti pubblici che dovrebbero avvenire “piena autonomia” -, secondo Parlato la prassi è che avvengano «contatti preventivi e informali tra gli amministratori delle società capigruppo e gli organi di governo o di riferimento politico».
E siccome Milanese s’interessava delle nomine superiori, «è presumibile, ma si tratta di una mia congettura, che i capi azienda abbiano fatto riferimento anche a lui per questa evenienza».
L’unico che non conosceva questa attività del consigliere di Tremonti sembra essere il segretario di Milanese, Paolo Iannariello, indagato nella stesso procedimento che riguarda il suo capo: «Non mi risultano competenze particolari attribuite al Milanese; non mi risulta che lo stesso segua le nomine di competenza del ministro nelle società partecipate».
Ma il problema, secondo l’accusa, non è tanto la regia nell’attribuzione degli incarichi, quanto il fatto che Milanese avrebbe «venduto» almeno una parte di essi, in cambio di denaro o altre utilità .
Per esempio quelli di Guido Marchese e Carlo Barbieri (commercialista e sindaco di Voghera), messi agli arresti domiciliari dal giudice di Napoli, che nell’ambito di una complicata e inusuale operazione di compravendita di una villa in Costa Azzurra, avrebbero fatto avere al deputato-designatore almeno centomila euro.
Ascoltato come testimone in due occasioni, al secondo interrogatorio Marchese – seduto su varie poltrone fra cui quelle dei collegi sindacali di Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin e Sace per circa centomila euro all’anno – ha ammesso l’intervento di Milanese: «Sono stato aiutato come tutti in questo genere di cose, e ho chiesto e ottenuto l’appoggio di Milanese certamente per il mio incarico in Ansaldo Breda, nella Oto Melara e certamente anche nella Sogin e anche nella Sace». Il pubblico ministero domanda come ha saputo dell’intervento di Milanese, e Marchese risponde: «Dopo le mie richieste è stato lui a dirmi di aver segnalato il mio nominativo alle diverse società controllate dal ministero, tra le quali quelle di Finmeccanica… Mi risulta che anche Barbieri abbia ottenuto un incarico nel consiglio di amministrazione di Federservizi (società controllata dalle Ferrovie dello Stato, ndr ) per intervento del Milanese».
La deposizione con le ammissioni di Marchese non è stata del tutto tranquilla, dopo che il pm Piscitelli gli ha contestato di aver taciuto, nel precedente interrogatorio, un incontro con Milanese prima di presentarsi al magistrato.
«Non avevo capito la domanda, le chiedo scusa», s’è giustificato il testimone. Divenuto indagato anche in virtù delle telefonate intercettate dalla Digos di Napoli in cui s’intuiscono la preoccupazione e l’attivismo di Milanese proprio per le testimonianze di Marchesi, Barbieri e un’altra persona coinvolta nella compravendita della villa in Costa Azzurra, l’agente immobiliare Sergio Fracchia.
Il 20 gennaio scorso, vigilia della prima convocazione di Marchese e Barbieri, la polizia ha registrato una conversazione tra Barbieri e Fracchia, il quale – dopo aver chiesto se la linea era «a posto» e «pulita», nel senso di non intercettata – si lancia: «Allora, ho sentito il mister… da specificare bene, alle domande che faranno, che sicuramente chiederanno perchè avete comprato queste… E ha detto “è un amico comune che ci ha fatto prendere, perchè noi avevamo già fatto delle operazioni immobiliari in Francia, c’era un affare e l’abbiamo fatto”.
Perchè dove andranno a puntare, mi ha detto l’amico, è se avete fatto questo in cambio di qualche cosa… Di qualche nomina… negare totalmente».
Barbieri sembra acconsentire («Non è vero, non è vero») e Fracchia insiste: «Esatto, poi se picchiano sulla villa, da dire sempre per un discorso di investimento (…) Mi raccomando perchè… mi ha chiamato quattrocento volte».
Investigatori e inquirenti sono certi, per i riscontri con altri atti d’indagine, che «il mister» altri non sia che Marco Milanese, inquieto per l’inchiesta in corso.
Due giorni prima del secondo interrogatorio di Marchese, Milanese richiama Fracchia: «Gli dici se magari da un telefono pubblico o da una cabina, più tardi, anche domani, mi dà un colpo di telefono, così gli dico un po’. Perchè tanto… loro vogliono battere sulla faccenda nomine… son matti, ragazzi…».
Timoroso di essere ascoltato, il deputato avverte che Marchesi deve chiamarlo da telefoni non suoi, e i numeri controllati non registrano altri colloqui sul tema: a dimostrazione, annota la polizia, «che le successive comunicazioni sono avvenute attraverso canali per loro sicuri».
Il 4 febbraio anche Fracchia viene ascoltato dagli investigatori sulla compravendita della villa, e tre ore prima Milanese lo chiama: «Tutto a posto comunque, sì?», domanda. «Sto andando adesso», risponde Fracchia.
E Milanese incalza: «Ricordati di dire che loro l’avevano comprata perchè avevano il cliente. (…) Se ti dicono qualcosa, nomine non nomine, non sai un cazzo. Dici “ma che dici?”, poi basta».
L’indagine della Procura di Napoli prosegue sul fronte delle nomine gestite da Milanese ma anche sui suoi rapporti all’interno delle Fiamme gialle, di cui ha fatto parte fino al congedo di sette anni fa e nelle quali ha mantenuto saldi legami.
Lo stesso giudice che ne ha chiesto l’arresto ha ricordato come l’inchiesta debba «individuare gli esponenti della Guardia di finanza che hanno comunicato al Milanese o a persone a lui vicine le notizie relative alle investigazioni», che poi il deputato «rivendeva» agli inquisiti.
Come l’imprenditore Paolo Viscione, al quale Milanese comunicò che era intercettato il giorno stesso in cui erano cominciate le operazioni di ascolto. Viscione ha raccontato che un giorno il consigliere di Tremonti gli fece vedere perfino le trascrizioni delle conversazioni registrate, intimandogli di non parlare più al telefono. Da quale «talpa» siano arrivate notizie e carte, è uno dei misteri da svelare.
Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Costume, denuncia, emergenza, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »