Luglio 17th, 2011 Riccardo Fucile
IL RITRATTO DI PAPA, ONOREVOLE MAGISTRATO, E I SUOI MILLE TRAFFICI…
Una vita da Papa. O meglio: una vita da Alfonso Papa. Potrebbe diventare un modo di dire.
Il significato: spassarsela con case negli angoli più belli di Roma, correndo a bordo di supercar da centomila euro.
Sfoggiando orologi di lusso, essenziali per presentarsi puntuali agli appuntamenti con Gigi Bisignani,per essere precisi quando si deve dividere la giornata tra la famiglia e altri impegni, diciamo così, meno ufficiali.
Basta non chiedersi troppo da dove viene tutto questo ben di Dio.
Una volta di un tipo così si sarebbe detto “un uomo che sa vivere”.
Oggi, nell’Italia del berlusconismo, è un “Alfonso Papa”. Peccato soltanto che ci si siano messi di mezzo quei pignoli dei magistrati napoletani che pretendono addirittura di sapere da dove venisse tutta quella ricchezza per una persona che sì, ha sempre fatto mestieri onorevoli (prima il magistrato, poi il parlamentare), ma certo non in grado di procurargli un tenore di vita da far impallidire Briatore.
Guai e motori
Già , cominciamo dalle auto. Un garage degno di un emiro. A partire da tre Jaguar, modelli che possono arrivare a centomila euro, che Papa guida personalmente o regala a sue amiche.
Ecco che cosa racconta in proposito la signorina Maria Roberta Darsena ai magistrati: “Ho conosciuto Alfonso Papa nel 1999 all’Università di Napoli quando io dovevo sostenere l’esame di Diritto commerciale e lui era assistente del professor Di Nanni.
Il nostro è stato un rapporto personale… Ho sentito recentemente a causa di una macchina, mi spiego: il Papa per il mio compleanno del 2010 mi ha regalato la sua Jaguar XKR argento metallizzato del 2003… che era intestata a me.
Dopo qualche mese ho richiamato il Papa dicendo che tale autovettura aveva dei costi di manutenzione troppo elevati per me e dunque dissi al Papa che l’avrei data, in conto vendita, al concessionario Jaguar Bardelli”.
E qui la signorina Darsena fa una scoperta sorprendente: l’onorevole Papa avrebbe mandato un suo amico dal concessionario e si sarebbe ripreso la Jaguar regalata.
Ma, in fondo, è un dettaglio.
Così come le rate di pagamento dell’auto — una volta di proprietà del maestro Mazza, che non sarebbero state tutte pagate (secondo quanto emerge da testimonianze raccolte dai pm).
Ma non ci sono soltanto Jaguar:
Nicola D’Abundo, un imprenditore che nelle carte dei pm viene indicato come uno dei soggetti che “Papa sicuramente tutela”, nella sua testimonianza “non ha potuto negare di aver ceduto al Papa una lussuosa Mercedes SEL, a titolo praticamente gratuito”.
Ma nella scuderia di Papa passa anche una Ferrari.
Racconta la signorina Gianna Sperandio: “Mi capitò di fare un viaggio con una Ferrari 430 che mi era stata prestata da Papa, al quale era stata a sua volta prestata”.
Gli investigatori avevano notato quella Ferrari a disposizione della conoscente di Papa.
Certo, Marco Milanese, stando ai pm, come intenditore non era certo da meno: il braccio destro di Tremonti viaggiava su Aston Martin (che avrebbe restituito, sdegnato, a chi gliel’aveva messa a disposizione perchè “usata”), poi Bentley e soprattutto Ferrari che superano abbondantemente quota 200 mi-la euro.
La cricca immobile
Auto, quindi, ma anche case. E qui Alfonso Papa non teme confronti: altro che Scajola al Colosseo (e pure comprata a sua insaputa).
Altro che Tremonti che abitava in casa di Milanese.
Papa a Roma disponeva di ben tre appartamenti.
Negli atti dell’inchiesta P4 viene citato quello in via Giulia (la stessa strada dove abitò per un periodo anche Guido Bertolaso).
Qui, secondo gli investigatori, sarebbe stata ospitata Ludmyla Spornyk, una sua amica.
Poi ecco un altro “prestigioso appartamento” in via Capo Le Case, quella meravigliosa “isola” di edifici antichi ai piedi del Colosseo.
E qui si sarebbe stata ospite Gianna Sperandio, un’altra casa amica di Papa.
Anche se le ragazze non hanno saputo dire chi fosse il vero proprietario delle case.
Ultimo, il più normale, l’appartamento nel quartiere Talenti, che Papa avrebbe utilizzato quando la famiglia veniva a trovarlo da Napoli.
Già la famiglia. Perchè Papa pensa a tutto. Anche alla moglie.
Avvocato, le cui consulenze si moltiplicano i maniera più che sospetta.
Tanto che diversi imprenditori avrebbero spiegato ai magistrati di aver subito pressioni proprio dal marito-onorevole perchè gli incarichi fossero affidati proprio alla signora Tiziana Rodà .
Infine ecco gli altri status symbol degli onorevoli Pdl sulla cresta dell’onda.
Ma se Milanese puntava sui Patek Philippe (che diceva di comprare anche per il suo ministro), Papa aveva un chiodo fisso per i Rolex.
C’è una foto, scattata dai militari della Gdf, che vale da sola un intero racconto.
Sono le tre del pomeriggio del 24 settembre 2010: Papa si presenta a un appuntamento. L’incontro è stato fissato sulla scalinata di via Chiaia, a Napoli, dove si presenta tale Gennaro Giuliano, arrestato nel 1997 per porto abusivo di armi e segnalato — nel 2006 — per ricettazione.
Uomini di polso
Gli investigatori, nel loro linguaggio asettico, lo descrivono così: “Soggetto attivo nella commercializzazione nella zona della Maddalena di orologi di elevato valore economico e di provenienza verosimilmente delittuosa”.
Papa ha una grande passione per gli orologi di lusso. Ne regala parecchi.
E lo stesso Luigi Bisignani ne è al corrente, tanto da dire ai pm Woodcock e Curcio, che un paio ne ha ricevuti anche lui: “Papa mi ha regalato due orologi. Mi ha detto più volte detto che a Napoli c’è un buon mercato di orologi e ottimi prezzi”.
E se i prezzi sono quelli di Giuliano Gennaro…
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, Costume, criminalità, denuncia, Giustizia, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
E’ PARTITA LA CACCIA AL NUOVO MINISTRO DELLA GIUSTIZIA, MA TROVARE UN ALTRO NULLA NON E’ IMPRESA DA POCO… E SE LA SCELTA CADESSE SU BRUNO VESPA? COSI’ POTREBBE INTERVISTARSI DA SOLO
Siccome la politica è noiosa e ogni tanto c’è bisogno di svago, è partita la caccia al nuovo ministro della Giustizia.
Si tratta di rimpiazzare Angelino Jolie, che s’è messo in testa di essere il segretario del Pdl e nessuno osa contraddirlo.
E qui sta la prima difficoltà : come si fa a sostituire il nulla?
Oddio, trovare un altro nulla non è così complicato.
Infatti il pensiero di tutti è corso a Frattini Dry, quello che si crede il ministro degli Esteri anche se nessuno se n’è mai accorto (all’ambasciata americana lo chiamano affettuosamente “il fattorino” e ogni tanto lo invitano alle feste per farsi quattro risate).
Con la sua fronte inutilmente spaziosa, almeno quanto quella di Angelino, il pelo superfluo della Farnesina potrebbe essere proprio l’uomo ideale.
Il guaio è che B. ha bisogno di qualcuno minimamente presente a se stesso, visto che un Guardasigilli non gli basta: a lui serve un prestanome, anzi un palo. Uno che gli tenga il sacco.
C’è da annullare quel brutto risarcimento a De Benedetti che fa piangere la piccola Marina e scivolare in bagno Papi Silvio.
Eppoi qui stanno partendo i rastrellamenti e servirà presto non una leggina ad Nanum, ma una vagonata di porcate una più porca dell’altra.
Bisogna tenersi pronti a depenalizzare la corruzione per salvare Milanese e Papa, e persino la mafia per salvare Romano.
Occorre qualcuno di mano lesta e mente pronta, mentre Frattini ha la reattività di un bradipo con l’artrosi (infatti, mentre tutti lo indicavano per Via Arenula, lui s’è detto “sorpreso”: dopo tre anni deve ancora realizzare di essere ministro degli Esteri). No, ci vuole ben altro.
Si era parlato di Lupi, che è un tipo sveglio, ma non è mica scemo: infatti ha rifiutato.
Cicchitto è subito sfumato: forse un piduista alla Giustizia lo boccerebbe persino Napolitano.
Niente da fare nemmeno per la Bernini: ha il grave handicap di essere laureata in Legge e, quel che è peggio, incensurata.
Nemmeno un avviso di garanzia, un mandato di cattura: una tipa sospetta, forse un’infiltrata delle procure.
Così s’è pensato di riesumare il leghista Castelli, “l’ingegner ministro” di Borrelli, quello che per combattere meglio l’illegalità aveva portato al ministero Alfonso Papa e, a furia di consulenze d’oro, s’è guadagnato una condanna della Corte dei conti, mentre il Parlamento di Roma ladrona lo salvava dai tribunali.
Ma anche lui è tramontato: la Giustizia spetta di diritto al Partito degli Onesti. E allora s’è autocandidato Brunetta, semprechè gli sfugga anche quest’anno il Nobel per l’Economia (un atto dovuto).
Sua, del resto, l’idea geniale di moltiplicare la produttività dei tribunali mettendo i tornelli all’ingresso.
Ma, per quanto B. detesti i magistrati, sciogliergli alle calcagna un Brunetta è parso troppo persino a lui.
Così nelle ultime ore sono salite le quotazioni dell’on. avv. Donato Bruno, già socio di Previti, una garanzia.
Si dice che molti temano di esser indagati appena entrati al ministero.
E allora perchè non valorizzare il sottosegretario Caliendo, che è già indagato (P3), o il ministro Romano, già imputato (mafia)?
Qualcuno azzarda in extremis la candidatura di Nitto Palma. Ma, Nitto per Nitto, molto meglio Santapaola.
Qualcuno, infine, preferirebbe un tecnico. Tipo Carlo Nordio, noto per dare sempre ragione ai berluscones e per andare a cena con Previti.
O, meglio ancora, Augusta Iannini in Vespa, già cocca di Squillante, da dieci anni al ministero prima con Castelli, poi con Mastella, infine con Angelino, che accompagna spesso a Palazzo Grazioli trattenendosi anche quando ministro e premier sono usciti (che s’ha da fare pur di non tornare a casa).
Ma a questo punto tanto vale fare ministro direttamente Vespa.
Che così smetterebbe di ospitare a Porta a Porta i datori di lavoro della sua signora e s’intervisterebbe da solo.
Ieri B. spiegava alla Camera la sua rovinosa caduta in bagno: “Sul pavimento c’era qualcosa di viscido”.
Era Vespa che si portava avanti col lavoro.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, Giustizia, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
UNA CORREZIONE NOTTURNA AL TESTO NEUTRALIZZA LA NORMA PRECEDENTE CHE RIDUCEVA LE INDENNITA’ ALLA MEDIA DEGLI ALTRI PAESI EUROPEI…L’IRA DELLE OPPOSIZIONI…RIMBORSI ELETTORALI RIDOTTI MA SOLO DALLA PROSSIMA LEGISLATURA
Taglio alle indennità dei parlamentari addio, o quasi. 
Meglio equipararsi ai sei paesi più ricchi dell’Unione europea. E poi rimborsi elettorali ridotti ma dalla prossima legislatura, auto blu da ridimensionare ma dal 2012, vitalizi salvati in extremis, finanziamenti ai partiti appena sforbiciati. Doveva essere il fiore all’occhiello della manovra lacrime e sangue.
Il buon esempio all’insegna dell’austerity dato dalla politica, perchè – ammoniva Tremonti ancora pochi giorni fa – non si possono chiedere sacrifici agli italiani senza imporli alla classe dirigente.
E invece ecco servito il bluff.
La manovra appena approvata da 70 miliardi, che si abbatterà tra ticket e superbolli su famiglie e risparmiatori, nel testo definitivo rinvia e in qualche caso annulla i buoni propositi di chi l’ha scritta.
Il colpo grosso è andato in scena nel chiuso delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio al Senato sulla norma più attesa.
Proprio quella che avrebbe dovuto equiparare le indennità parlamentari a quelle dei paesi Ue.
Falcidiata tra la notte del 12 e il 13 mattino grazie a un paio di emendamenti targati Pdl.
l testo originario di Tremonti prevedeva (dalla prossima legislatura) l’equiparazione delle attuali indennità parlamentari italiane a quelle dei 17 paesi dell’area euro.
A conti fatti, per passare dall’attuale “trattamento economico” base (al netto delle varie voci accessorie) di quasi 12 mila euro mensili lordi dei nostri parlamentari, ai 5.339 euro della media europea, com’è
stata di recente calcolata dal Sole 24 ore.
Risultato: Camera e Senato che oggi sborsano circa 144 milioni all’anno per le indennità , ne avrebbero spesi solo 62 milioni, meno della metà (il 53,5% in meno).
E invece, viene azzerato o quasi quel risparmio da 82 milioni.
Come? Grazie a due colpi sottobanco.
L’emendamento 1.1 del relatore in commissione, il pidiellino Picchetto, che prevede intanto un adeguamento della paga a quella non dei 17 paesi euro, ma dei “sei principali” paesi Ue, quindi dei più grandi.
Infine, con l’emendamento 1.2 del duo siciliano (sempre Pdl) Fleres-Ferrara, con cui viene sancito che in futuro l’adeguamento andrà fatto in base alla “media”, sì, ma “ponderata, rispetto al Pil” di quei paesi.
Dovrà tener conto cioè non del numero dei cittadini, ma della ricchezza dei sei paesi. Bizantinismi.
Sta di fatto, protesta il senatore Pd Francesco Sanna che si è battuto in commissione, “che con il sistema prescelto da maggioranza e governo la riduzione, se ci sarà , sarà lievissima”.
Anzi, con la media “ponderata al Pil”, non sarà neanche detto che la decurtazione ci sarà .
Il Pdl d’altronde in commissione aveva difeso a spada tratta la busta paga, contro “la deriva populista” e in difesa della “prestigio del Parlamento”, con una sfilza di interventi, da Raffaele Lauro a Giuseppe Saro a Andrea Pastore. Missione compiuta.
Ma è solo il bluff più macroscopico, tra quelli che vengono a galla in queste ore in cui enti locali e sindacati denunciano la mannaia da 500 euro l’anno a famiglia in arrivo con la manovra.
Scomparsa la norma che cancellava i vitalizi dei parlamentari che – grazie ai 2.238 assegni staccati ogni mese da Camera e Senato per gli “ex” – comportano un esborso annuo da 218,3 milioni di euro: ben più che per gli onorevoli in servizio.
Mai messa nero su bianco quella annunciata sull’azzeramento delle indennità da 2.243 euro dei ministri (che si somma a quella da parlamentare) che avrebbe consentito di risparmiare 100 mila euro al mese, dunque un milione e 200 mila euro l’anno.
Ha vissuto solo un paio di giorni sui giornali.
Le auto blu – che sono oltre 15 mila e costano 1 miliardo di euro l’anno – non potranno avere in futuro una cilindrata superiore a 1.600, ma quelle in servizio saranno tenute fino alla rottamazione.
I rimborsi elettorali ai partiti per le elezioni, che pesano per 180 milioni di euro, saranno ridotti, ma solo “dalla prossima legislatura” e solo del 10 per cento: 18 milioni appena di risparmio.
Il voto di ogni tedesco oggi viene ripagato ai partiti con 38 centesimi, in Italia continuiamo a viaggiare sui 3,5 euro.
Il rigore sulla politica può attendere.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, elezioni, Europa, governo, la casta, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori | 3 commenti presenti »
Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
CASINI E PISANU SONO I POSSIBILI SOSTENITORI DI “ESECUTIVI NAZIONALI”…IPOTESI MONTEZEMOLO AGLI ESTERI CON ALFANO A PALAZZO CHIGI
Ormai qui, tra il Transatlantico di Montecitorio e i velluti rossi di Palazzo Madama, lo
chiamano semplicemente «l’incidente».
Anzi, «l’Incidente» con la maiuscola: perchè l’enfasi nel tono di questo o quel parlamentare lascia intendere che la maiuscola stavolta è assolutamente necessaria.
E se qualcuno non ha capito di che diavolo si tratta, lo si può spiegare con pochissime parole: «l’Incidente» è una nuova slavina di accuse che però stavolta non si limiti a travolgere qualche amico o qualche collaboratore, ma prenda invece in pieno il superministro Tremonti, facendo smottare assieme a lui un governo che altrimenti non si capisce chi, come e quando possa liquidare.
Può far sorridere – o può mortificare – il fatto che nel «giorno della Responsabilità » (quando il Senato approva in un lampo la manovra e la gira alla Camera) sia più o meno questa la «soluzione politica» vagheggiata per chiuderla con un governo dall’encefalogramma piatto e tirar fuori il Paese dal pantano in cui è finito.
Ci pensino i giudici, insomma: alla faccia dell’invocata autonomia della politica, delle invasioni di campo della magistratura, delle accuse alle «toghe rosse» e compagnia cantando.
E che si confidi ancora negli avvisi di garanzia di fronte a un governo che ha un ministro mandato a processo per mafia (Romano), un altro dimessosi otto mesi fa e mai sostituito (Ronchi), un terzo che sta per dimettersi (Alfano), un quarto a rischio-slavina (Tremonti) e un premier che alle slavine ci ha fatto il callo, dice molto della pesantezza della situazione.
Per cui, ci si metta l’anima in pace: governissimi, esecutivi di salvezza nazionale, governi per riformare la legge elettorale e gabinetti di salute pubblica, sono ipotesi che diventano possibili solo un attimo dopo «l’Incidente».
E se l’opposizione aspetta i giudici perchè non ha i numeri per liquidare il premier, ormai anche nella maggioranza non pochi sperano nelle odiate «toghe rosse» perchè non hanno nè la forza nè il coraggio di sfiduciare Berlusconi.
Non che non si parli, naturalmente, di quel che fare dopo «l’Incidente»: ma è come scrivere sull’acqua.
Si tratteggiano scenari futuri, ipotesi incerte, misteriosissimi processi in divenire. Suggestivo quello suggerito dal cattolicissimo Beppe Fioroni, ras democratico, che giustamente – però – s’affida a Dio.
Il titolo del film proposto potrebbe essere «Arrivano i nuovi responsabili»: ma stavolta non in soccorso di Berlusconi.
«Quel che occorre – dice – è un nuovo gruppo parlamentare che prenda atto della situazione, archivi Berlusconi e aiuti la nascita di un governo senza di lui. Scajola, Pisanu e Roberto Formigoni, ormai del tutto insofferenti, potrebbero provarci: ma è solo Casini che può parlare con loro, sponsorizzare il progetto, valutarne la fattibilità …».
Dunque, prima «l’Incidente» e poi i «nuovi responsabili», tra squilli, fanfare e sventolii di bandiere.
Possibile?
Potesse, Pier Ferdinando Casini – uno che mastica politica da trent’anni – risponderebbe solo con un mah… Invece, andando su e giù in un ascensore di Montecitorio per poter parlare un po’ in santa pace, il leader Udc qualcosa aggiunge: «Scusi, quanti parlamentari ha con sè l’amico Pisanu?».
Si capisce, insomma, che non gli sembra aria.
«Se stiamo parlando di un ribaltone – aggiunge – la cosa non mi interessa. Io spero che bastino i fatti a liberarci di Berlusconi. Per altro, è una sciocchezza sostenere che noi l’abbiamo aiutato accelerando la manovra. Prima di tutto abbiamo aiutato il Paese, e poi magari anche lui ad affondare ancora un po’: la manovra è pessima, la rabbia del Paese lo investirà . E ho detto ad Alfano, che è un bravo ragazzo, che sbaglierebbe ad occupare il suo tempo da segretario commissariando il Pdl bolognese o quello siciliano… E’ ben altro ciò di cui ha bisogno il suo partito».
Ma dopo «l’Incidente», beninteso.
Prima si può solo provare a sistemare le cose almeno un po’.
«Le mie le ho sistemate – annuncia Di Pietro mentre suda al sole del cortile di Montecitorio -.
Mozione di sfiducia al ministro inquisito Romano: e se non viene messa in discussione, l’Idv non partecipa più ai lavori della Camera».
Altri, invece, lasciano intuire che altrove si lavora alacremente per affrontare il dopo. Dice Piero Testoni, deputato Pdl un tempo vicino a Cossiga e ora a mezza via tra Beppe Pisanu e Claudio Scajola: «Fossi in lei, scruterei le mosse di “ItaliaFutura”… Montezemolo sta cominciando a muoversi, cerca uomini e riferimenti in tutte le regioni, lavora a idee che gruppi trasversali di deputati potrebbero trasformare in proposte di legge…».
Montezemolo? «Montezemolo. Perchè no?», annuisce Roberto Rao, braccio destro di Casini, che però lo inquadra in tutt’altro scenario.
«Se c’è “l’Incidente” e si apre la crisi, potrebbe esser tentato: lo schema su cui qualcuno ragiona prevede Angelino Alfano a Palazzo Chigi e Luca di Montezemolo alla Farnesina, in giro per il mondo per risollevare l’immagine del Paese».
Ma ci vuole «l’Incidente», certo.
O qualcosa di peggio che nessuno – però – si può augurare: se nemmeno a manovra varata la speculazione si fermasse, le borse risalissero e l’Italia venisse fuori dal pantano…
Ecco, se questo avvenisse, il segnale sarebbe chiaro: il problema del Paese è di credibilità politica, prima ancora che economica e finanziaria.
Ma nessuno per ora vuol pensarci.
Federico Geremicca
(da “La Stampa“)
argomento: economia, governo, la casta, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
ITALIA NEL MIRINO: NON BASTA L’AUSTERITY, SONO INDISPENSABILI LE RIFORME STRUTTURALI…PROFESSIONI, BUROCRAZIA E MERCATO DEL LAVORO
Non basta la manovra di austerità del ministro Giulio Tremonti per salvare l’Italia dalla crisi, scrive il Financial Times in un’editoriale dal titolo “Tutelare la credibilità fiscale dell’Italia”.
La manovra “è lungi dalla perfezione” anche perchè una bella fetta è destinata all’applicazione nella prossima legislatura.
Tuttavia deve essere approvata il prima possibile.
Ma poi “per convincere i mercati che è credibile, l’Italia ha bisogno di qualcosa di più dell’austerità . Roma deve mandare un chiaro messaggio di intenti – sottolinea il quotidiano finanziario – in un mondo ideale questo significherebbe la rimozione del premier Silvio Berlusconi e la nascita di un governo di larga maggioranza guidato da tecnici”.
Tuttavia, continua il Ft, dal momento che l’uscita di scena di Berlusconi appare remota, i leader politici italiani (che non sarebbero “capaci di orchestrarla”) devono trovare altri modi per dimostrare la loro determinazione.
“L’approccio migliore sarebbe quello di accompagnare la manovra di austerità di Tremonti con un programma di riforme strutturali radicali, volte a incrementare il tasso di crescita a lungo termine del Paese”.
Il quotidiano della City indica quindi nella liberalizzazione delle professioni, nella riforma del mercato del lavoro e nello snellimento della burocrazia le riforme più urgenti per il Paese.
“E’ una vergogna che gli sforzi di Berlusconi in questa direzione siano stati quasi interamente rivolti a tutelare i suoi complicati interessi”, ammonisce il quotidiano, che bacchetta anche il tentativo del premier di inserire nella manovra di Tremonti una misura per rinviare il pagamento della multa alla Cir: “La sua volontà di mettere a rischio la credibilità del suo Paese per difendere il suo patrimonio personale è spregevole”.
In questo momento, riprende il Ft, “il Parlamento deve approvare senza indugi la manovra di Tremonti”, ma “se l’Italia vuole ripristinare la fiducia dei mercati, le riforme sono indispensabili”.
argomento: Berlusconi, economia, governo, PdL, Politica, Stampa | Commenta »
Luglio 16th, 2011 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI ALBERICO GAMBINO, EX SINDACO DI PAGANI, FINITO IN MANETTE INSIEME AD ALTRE SEI PERSONE… UNA CONDANNA ALLE SPALLE PER SPESE NON GIUSTIFICATE DI 22.000 EURO
Era stato reintegrato in Consiglio regionale da poche settimane, dopo la sospensione per una
condanna per peculato, per aver usato a sbafo la carta di credito del Comune di cui è l’ex sindaco, Pagani (Salerno).
I Carabinieri del Comando provinciale di Salerno hanno bussato alla sua porta all’alba, stavolta per arrestarlo.
L’accusa per Alberico Gambino, consigliere del Popolo delle Libertà supervotato un anno fa alla Regione Campania, è pesante: concussione e associazione per delinquere finalizzata allo scambio elettorale politico-mafioso.
Per la Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Salerno, guidata da Franco Roerti, Gambino insieme ad altri due sodali — presidente e vicepresidente della Paganese calcio — aveva creato un sistema per gestire appalti e controllare le principali attività economiche e imprenditoriali della zona con l’aggravante di aver agevolato il clan Fezza-D’Auria Petrosino, attivo nell’agro nocerino.
Una macchina ben congegnata, secondo l’accusa, che grazie alla “complicità di politici di livello locale e regionale” riusciva a gestire di fatto pezzi della pubblica amministrazione.
Insieme a Gambino sono finiti in manette altre sei persone.
Qurantaquattro anni, sposato e padre di due figli, Gambino è stato a lungo sindaco di Pagani ma è un pezzo da novanta del partito di Berlusconi nell’intera provincia salernitana.
Tanto che nel 2009, Edmondo Cirielli — l’ufficiale dei Carabinieri prestato alla politica che somma gli incarichi di deputato e presidente della Provincia di Salerno — lo vuole in Giunta accanto a sè.
Di lì a poco, Gambino verrà condannato in primo grado per aver sperperato denaro della Pubblica Amministrazione.
Scatta l’interdizione ed è costretto a lasciare la poltrona di assessore.
Ma Cirielli non si scompone, tiene per sè la delega al Turismo e lo nomina consulente del presidente.
A febbraio 2010 per Gambino arriva pure la condanna in appello: un anno, cinque mesi e 10 giorni.
Nelle stesse ore, Cirielli impone a Roma il suo nome in lista e poche settimane dopo il suo braccio destro politico viene eletto in Consiglio regionale.
Non ci entrerà , sempre per via di quella condanna (che una settimana fa la Cassazione ha annullato per un difetto di motivazione e rinviato alla Corte d’Appello).
Fino a quando, Silvio Berlusconi, a pochi giorni dalle elezioni dello scorso maggio, non lo reintegra con un decreto d’urgenza.
Il giorno del suo ritorno nel parlamentino regionale, lo scorso 19 maggio, sulle tribunette degli ospiti ci sono consiglieri, sindaci dell’area e lui, Edmondo Cirielli, raggiante e con indosso la fascia azzurra d’ordinanza.
Pochi giorni ancora e la provincia di Salerno darà notizia dell’assegnazione dell’appalto per la costruzione dell’inceneritore di Salerno.
È l’opera necessaria a portare la Campania fuori dall’emergenza, un affare da 300 milioni di euro solo per la realizzazione.
Lo costruirà un gruppo di tre imprese: una di queste è del cognato di Gambino, come denunciato 15 giorni fa dall’Espresso.
argomento: denuncia, Giustizia, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
LA MANOVRA COLPISCE TUTTI ED E’ PARI A 1.200 EURO L’ANNO A FAMIGLIA… SALVI I COSTI DELLA POLITICA, MENTRE IL PDL PENSA SOLO A SALVARE PAPA DALL’ARRESTO.. IL PALAZZO HA UN COSTO DI 13 MILIARDI DI SPESE ANNUE, I TAGLI NON ARRIVANO A 50 MILIONI
Ora che tutto è definito si può dire con cognizione di causa: la manovra che stasera avrà il via libera definitivo della Camera dei deputati — oltre ad avere più speranze di deprimere la crescita economica che di incrementarla — è una enorme operazione di sottrazione di reddito ai danni dei ceti medi e medio-bassi.
Lo si deve al combinato disposto di due scelte di Giulio Tremonti: per la correzione dei conti da una cinquantina di miliardi (a regime, cioè a fine 2014), il ministro dell’Economia ha puntato quasi tutto sulle maggiori entrate — ovvero più tasse — e le ha fatte pagare quasi tutte ai soliti noti.
La pressione fiscale generale, lo hanno spiegato ieri i tecnici del Senato, salirà di almeno 1,2 punti percentuali solo con l’applicazione dei 20 miliardi di tagli lineari alle agevolazioni fiscali (nel 2014 sarà al 43,7 per cento, sempre che i numeri del governo siano buoni).
Ma questo tipo di intervento pesa quasi solo sui redditi meno sostanziosi.
Il governo ha in pratica deciso che ciò che finora era “scaricabile” dalla dichiarazione dei redditi viene tagliato del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento l’anno successivo. Di cosa si parla lo spiega uno degli allegati alla manovra, una lista di 483 tipi di regimi di favore fiscale, una giungla stratificata in quarant’anni che vale 161 miliardi di euro l’anno e contiene di tutto: non solo le agevolazioni per la palestra o per comprarsi il Suv, come disse Tremonti, ma anche quelle per la famiglia (valore: 21,44 miliardi) o per lavoro e previdenza (56,8): detrazioni e deduzioni per dipendenti e pensionati, i figli a carico, le spese mediche e per l’istruzione, i mutui sulla casa e gli asili nido, la previdenza complementare e gli assegni al coniuge, le assicurazioni sulla vita, le spese funebri e i contributi alle Onlus o alle Chiese.
Una stangata sui redditi medio-bassi già quantificata: una normale famiglia di lavoratori pagherà 1.200 euro l’anno in più.
La situazione peggiora ancora se si calcola anche il taglio alle agevolazioni Iva: non solo i cosiddetti “forfettini” o “forfettoni”— regimi fiscali semplificati che riguardano centinaia di migliaia di contribuenti — ma pure l’imposta più bassa sulle ristrutturazioni edilizie o il risparmio energetico.
Tutta roba che finisce per incidere sui prezzi e porta il totale del danno complessivo di questi tagli per la nostra famiglia media alla cifra di 1.800 euro.
Il ministro peraltro, col suo emendamento, s’è lasciato le mani parecchio libere.
Nel maxiemendamento si legge infatti che i regimi di favore fiscale verranno decurtati del 5 per cento nel 2013 e del 20 per cento l’anno successivo e in un altro comma si stabilisce che il taglio lineare può essere evitato se entro il settembre 2013 viene approvata una riforma sul tema che produca negli stessi anni un risparmio di 4 e 20 miliardi.
Solo che la scure lineare di Tremonti, al momento, ha tagliato assai di più di venti miliardi: il 5 e il 20 per cento di 161 miliardi — la torta complessiva – significa che il governo si appresta a far pagare ai cittadini italiani, all’ingrosso, 8 miliardi di tasse in più tra due anni e 32 nel 2014.
Un’enormità , due punti di Pil di imposte sottratti ai cittadini con un emendamento di qualche riga e un allegato: secondo fonti di maggioranza, il ministro dell’Economia s’è tenuto largo per incentivare il Parlamento ad approvare di corsa la riforma da 20 miliardi che presenterà in autunno.
Peccato che nessuno finora pare essersene accorto e comunque di certo non deputati e senatori.
E a questo capolavoro vanno pure aggiunte le altre chicche della manovra: i ticket sanitari, gli aumenti sul bollo dei dossier titoli che valgono due miliardi e mezzo l’anno, la stabilizzazione delle maggiori accise sulla benzina, gli aumenti Irap su banche e assicurazioni (che pagheranno i clienti) e magari pure gli interventi sulle pensioni e quei tagli di spesa che si potrebbero tranquillamente chiamare “tasse a scoppio ritardato”.
I 9,6 miliardi sottratti dal governo a regioni ed enti locali, infatti, saranno recuperate attraverso l’aumento delle addizionali.
Le mani nelle tasche degli italiani non volevano metterle, ma poi già che c’erano…
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, emergenza, finanziaria, la casta, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori, sprechi | 1 Commento »
Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER RIPUDIA I TAGLI DEL TESORO E TEME LE MOSSE DI MARONI… DAL BUNKER DI PALAZZO GRAZIOLI MANDA A DIRE: “CHI SOSTIENE CHE STO PER CEDERE SBAGLIA”
“So che qualcuno dice in giro che potrei mollare, lo deluderò anche stavolta. Io non intendo lasciare il passo a nessuno”.
Il “gioco di palazzo” per farlo fuori lo intravede chiaro all’orizzonte, adesso che la manovra sta per diventare legge.
Il partito del governo tecnico si agita, pronto magari all’assalto sulla scia del prossimo terremoto dei mercati.
Silvio Berlusconi resta blindato a Palazzo Grazioli, ma da lì lancia ai pochissimi collaboratori con cui ormai accetta di parlare – in una settimana segnata dal silenzio e dai forfait a tutti gli appuntamenti ufficiali – messaggi decisi, perfino di sfida:”Se hanno i numeri mi sfiducino in Parlamento”.
Il premier quei numeri ritiene di averli ancora, lo dimostrerà oggi con il via libera alla manovra salva-conti. E poi nei mesi a seguire, sostiene.
Allora anche l’uscita di Bossi sul governo che “deve temere”, l’accenno a un possibile governo tecnico, nella lettura del presidente diventa “solo una battuta paradossale”.
Certo, Silvio Berlusconi si sente stretto all’angolo.
Tra il Quirinale che ormai detta la linea della “coesione” nazionale e gli congela ogni velleità di rimpasto, Tremonti che evoca il Titanic e i consueti avvertimenti del Senatur.
Ma non si dà per vinto e, riferisce un uomo di governo che lo ha sentito, mette in guardia i pretoriani: “C’è qualcuno che fa girare la voce di un mio abbandono in modo malizioso, ci sono anche altri deputati che invece sono terrorizzati che questo possa davvero accadere. Ma possono stare tranquilli. Di questi momenti ne abbiamo già affrontati, anche questa volta la spunteremo”-
Detto questo, è un presidente del Consiglio che si tiene fuori dai giochi, costretto al silenzio per non turbare i mercati.
Provato anche fisicamente, oltre che abbattuto, come riferiscono i frequentatori abituali della sua residenza. Segnato ancora dalla sentenza sul lodo Mondadori, ma anche dall'”assedio” delle inchieste giudiziarie sui suoi uomini di partito e di governo.
Per non dire della tempesta finanziaria, sulla quale è stato esautorato in toto dal ministro dell’Economia e dalla “regia” del Colle nella trattativa con le opposizioni.
Abbattuto e sfiancato, dunque. Così, il Cavaliere annulla in sequenza prima la visita di Stato di oggi a Belgrado, suscitando l’irritazione della presidenza serba per la terza missione cancellata da ottobre ad oggi.
Poi, rinuncia anche in serata ai funerali del militare morto in Afghanistan, Roberto Marchini. Soprattutto, non si presenta nemmeno al Senato nel momento in cui viene approvata la manovra del salvataggio dei conti, lasciando non casualmente l’intera scena a Tremonti.
“Avevo progettato il taglio delle tasse, approviamo una manovra che contiene solo tagli, per di più alle famiglie” è lo sfogo che autorevoli fonti attribuiscono al premier.
Non sente per nulla sua, insomma, quell’operazione finanziaria tutta lacrime e sangue.
Nel silenzio del capo tacciono ministri e dirigenti, spariti i coordinatori Pdl. “Non sappiamo che faccia, a cosa pensi, siamo nel caos anche noi” ragiona uno di loro sconfortato in un Transatlantico deserto in serata.
Boatos di nuove intercettazioni in arrivo su uomini di governo avvelenano il clima.
Il neo segretario Alfano parla nel primo pomeriggio a lungo con Marco Milanese (sotto richiesta di arresto) nei salottini della Corea di Montecitorio.
Poi con il presidente della Provincia di Napoli, Luigi Cesaro, finito sotto inchiesta per camorra. Grane giudiziarie che toccheranno il culmine oggi col voto sull’arresto di Alfonso Papa in aula. Ma soprattutto, nel partito del premier c’è la sensazione diffusa che l’alleanza indissolubile con la Lega si sia dissolta.
E che il Carroccio si prepari “a staccare la spina, se non ora, alla ripresa di settembre”.
Ieri mattina, ai banchi del governo a Montecitorio, lungo colloquio tra Umberto Bossi e Roberto Maroni, alla guida dell’ala più recalcitrante del partito.
E poche ore dopo, è cambiata la linea dei lumbard sull’arresto del pidiellino Papa ed è arrivata perfino la mezza apertura a ipotetici governi tecnici.
Quel che è certo, raccontano nella cerchia leghista, è che il Senatur considera il momento delicato e la permanenza al governo a questo punto tutta da discutere, fin dalle prossime settimane.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, governo, la casta, LegaNord, Parlamento, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 15th, 2011 Riccardo Fucile
SHARE AL 20% IN CADUTA LIBERA, TRE ANNI FA ERA AL 30%….IL TG1 E’ ORMAI UN VELENO PER I PROGRAMMI CHE SEGUONO E UN BALSAMO PER LA CONCORRENZA…TRE MILIONI DI TELESPETTATORI IN MENO IN TRE ANNI
In ritardo di un paio di anni, inchieste giudiziarie per la carta di credito, un terno di multe e
clamorose censure e omissioni, la Rai scopre il problema Augusto Minzolini. Che per il presidente Paolo Garimberti è serio e preoccupante.
Che per il direttore generale Lorenza Lei è tema di riflessioni profonde.
Forse le analisi di Sipra, la concessionaria pubblicitaria di viale Mazzini, suona la campana persino per chi vuole apparire sordo.
La crisi di ascolti del Tg1 è ormai una malattia cronica: “Per l’anno in corso possiamo stimare un danno di almeno 10 milioni di euro”, dicono fonti interne di Sipra
La cura per conciliare Minzolini e le notizie è introvabile, e l’azienda ha rinunciato volentieri.
Ma la tassa-direttorissimo è troppo alta, anche per i berlusconiani più spinti, ecco perchè soltanto il Consiglio di amministrazione conoscerà l’inarrestabile discesa del Tg1. Il primo telegiornale del servizio pubblico, ridotto a una civetta del Cavaliere, fa male ai conti di viale Mazzini.
Il Tg1 al 20 per cento di share è un veleno per i programmi che seguono e un balsamo per la concorrenza.
Nella preziosa fascia 19:45-21:00, presidiata dal Tg1 di Minzolini, Rai1 perde 3,10 punti rispetto al 2010 e addirittura 4,4 sul 2008, direzione di Gianni Riotta.
L’anonimo indice share ha un costo: “Un punto di share vale 20 milioni di euro nell’intera giornata di Rai1, tre punti in prima serata almeno 40 milioni”.
E Minzolini cade al centro di quel pezzetto di palinsesto, le quattro ore più ambite dagli inserzionisti.
Il Tg1 fa peggio del gioco a premi che precede e azzoppa il varietà che segue, dunque brucia 10 milioni di euro poichè influenza un’ora su quattro: “La cifra è calcolata a mercato costante. Non è nemmeno pessimistica”, spiegano in Sipra.
L’autodistruzione del Tg1 può ritoccare all’insù i 10 milioni, a giugno Minzolini ha registrato un minimo storico al 20,6% di share con 3,6 milioni di telespettatori.
I numeri fanno impressione se paragonati al 2008, l’ultimo anno completo di Riotta a Saxa Rubra.
Non è passata un’epoca, eppure la differenza è impressionante : appena tre anni fa, 6,5 milioni di italiani guardavano il telegiornale di Rai 1 che pietrificava i rivali con il 30% di share.
Abboniamo il 2009 al direttorissimo perchè spezzettato con l’addio di Riotta, l’interim di Andrea Giubilo e il suo arrivo.
Nel 2010, però, Minzolini ha già sperperato l’eredità : via mezzo milione di spettatori che, in queste settimane, salgono a 800 mila.
Ora il Cda processerà l’ex notista politico, i consiglieri tempesteranno di domande i vertici di Sipra e il risultato sarà un prevedibile nulla di fatto.
Come sempre.
La verità su Minzolini l’ha detta il medesimo Minzolini: “Resterò al mio posto finchè dura il governo di Berlusconi”.
Più lunga sarà la permanenza al suo posto (pubblico) e più grave sarà il danno per l’azienda.
La spesa è lunga e ancora aperta: 458 mila euro di multe dall’Autorità di garanzia, 86 mila euro di viaggi e cene con la carta di credito di viale Mazzini.
La raccolta pubblicitaria va male, il servizio pubblico arranca ovunque e fatica a sopportare fallimenti come il Tg1 e la trasmissione di Sgarbi.
Ma Il direttorissimo è intoccabile fin quando vuole Lui.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, PdL, Politica, RAI, televisione | 1 Commento »