Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
LA PAURA DEL PREMIER E’ CHE A SETTEMBRE INIZI L’OFFENSIVA PER VOTARE NEL 2012: “NON MOLLO, L’ESECUTIVO TECNICO E’ IL MIO”….IL COLLE VIGILA
Resistere. Andare avanti come se nulla fosse, a dispetto di tutto. 
È questa la parola d’ordine di Silvio Berlusconi, alle prese con il progressivo incrinarsi dell’asse con il Carroccio.
“Perchè in fondo, dopo il consenso bipartisan sulla manovra, il vero esecutivo tecnico è il mio”.
Certo, l’ostinato rifiuto della Lega di votare il decreto salva-Napoli ha infastidito il Cavaliere, convinto di “pagare una guerra interna alla Lega”.
Lo preoccupa la voce di un’offensiva leghista in preparazione a settembre-ottobre, che potrebbe portare al voto anticipato a marzo del 2012.
Così come, fino all’ultimo, il premier starà oggi con il fiato sospeso per conoscere l’esito del voto segreto sull’arresto di Alfonso Papa.
Ma non è da questi strappi estivi del Carroccio che si aspetta il colpo finale, quello capace di mandarlo a gambe per aria.
“Ho cercato di convincerli per tutta la sera – ha raccontato Berlusconi riferendosi al vertice di due sere fa ad Arcore con Bossi e i leghisti – ma se insistono per l’arresto di Papa io non posso farci nulla. Comunque non ci saranno conseguenze sul governo, questo è chiaro”.
Una presa di distanza da Papa sottolineata ieri sera dallo stesso segretario del Pdl Alfano.
Davanti ai suoi deputati, nella sala della Regina, Alfano ha sì proclamato che il Pdl “non è il partito delle manette”, precisando però che “Papa non è un fulgido esempio di come si fa bene il mestiere del parlamentare”.
Insomma, la difesa del deputato è tiepida, Berlusconi è consapevole che non può politicizzare troppo un voto che resta molto a rischio, nonostante nel Pdl sperino nell’aiuto segreto dell’area dalemiana del Pd e nell’Udc.
Ignazio La Russa, in Transatlantico, ironizza con una battuta sul “Papa Tedesco” la concomitanza del voto sull’arresto del pd Alberto Tedesco e di Alfonso Papa.
Eppure il confronto di lunedì sera intorno al tavolo di Arcore, davanti a una bottiglia di Valpolicella, è stato teso, molto teso.
All’inizio Bossi è sembrato aprire uno spiraglio, dichiarando che “in teoria non è giusto mandare in galera un parlamentare prima del processo”.
Berlusconi si è entusiasmato: “Bravo Umberto! È proprio questa la nostra posizione, si faccia il processo ma niente galera”.
A gelare l’atmosfera è arrivato però Roberto Maroni, preoccupato per le conseguenze che un voto contrario all’arresto di Papa avrebbe sulla base leghista.
“Vedi Silvio – ha obiettato Maroni – la tua posizione sarebbe corretta se valesse per tutti. Ma Papa, se fosse un cittadino qualsiasi, a quest’ora sarebbe già in carcere”. Parole che hanno convinto anche Bossi.
Il Cavaliere invece ha iniziato a friggere. “Avete ragione, ma ormai Papa è un caso politico. I magistrati attaccano pezzi della maggioranza per attaccare me”.
Nè l’insistenza di Berlusconi, nè gli argomenti giuridici di Ghedini hanno tuttavia persuaso Bossi a cambiare idea.
Certo, il Senatùr è preoccupato per la sorte di Marco Milanese e (di conseguenza) di Giulio Tremonti, nel caso passasse il principio degli arresti dei deputati.
Ma, alla fine, il verdetto è stato lapidario: “Mi dispiace – ha concluso – noi voteremo a favore dell’arresto”.
La stima è di circa 45 deputati della Lega su 59 (tutta l’area Maroni) pronti a votare oggi il sì alle manette.
Un clamoroso strappo rispetto alla linea di Berlusconi e alle titubanze di Bossi, che ha costretto Reguzzoni a disdire la riunione del gruppo leghista prevista ieri sera per il timore di contestazioni dei deputati padani.
Altra grana, quella del decreto rifiuti.
Il Pdl è spaccato, l’ala napoletana ha deciso di puntare i piedi.
Un’intransigenza che ha ributtato nel campo del Carroccio la patata bollente.
Alla cena di Arcore il capogruppo Reguzzoni, il più filogovernativo, ha provato a cercare una mediazione, spendendosi per “trovare una soluzione ragionevole che vada bene a tutti”.
Ma anche su questo tema Bossi non ha lasciato margini: “Voteremo contro il decreto in aula perchè in Consiglio dei ministri abbiamo votato contro. Un’altra soluzione non sarebbe capita dai nostri”.
La crisi interna al centrodestra è seguita passo passo dal Quirinale.
Giorgio Napolitano ha seguito da vicino le convulsioni della maggioranza intorno al decreto rifiuti, preoccupato per le conseguenze sulla sua città di un ennesimo blocco dei trasferimenti.
Ai leader dell’Udc e del Pd, ricevuti ieri mattina, ha chiesto un’ulteriore prova di responsabilità , facilitando la soluzione del problema rifiuti nonostante la contrarietà del Carroccio.
E se Casini e Bersani hanno detto che l’opposizione non può supplire in eterno alle spaccature della maggioranza, Napolitano ha promesso di vigilare.
Pronto a dire con forza che non è ammissibile una maggioranza a fisarmonica, perchè la Lega o sta dentro o sta fuori.
Ma se si chiama fuori, ha promesso Napolitano, il capo dello Stato sarà il primo a chiederne conto al Cavaliere.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
PER UNA COINCIDENZA VOLUTA, OGGI SI VOTA SULL’ARRESTO DEL DEPUTATO PDL E DEL SENATORE PD…LA LEGA SI DICHIARA PER LA LIBERTA’ DI COSCIENZA, BERSANI PER IL SI’…. MA IL VOTO SEGRETO NASCONDE TANTI NO
Tra Palazzo Madama e Montecitorio, i più pessimisti manifestano uno spiccato senso per la
storia: “Sarà una giornata campale e se finirà due a zero per la casta, il vento dell’antipolitica rischia di spazzare via tutto, come nel ’93 con l’autorizzazione negata a Craxi”.
Il derby delle manette comincerà oggi pomeriggio alle sedici.
Al Senato, si voterà per l’autorizzazione agli arresti domiciliari del Pd ex socialista Alberto Tedesco: un tormentone che va avanti da cinque mesi.
Alla Camera, stesso orario, si decideranno invece le manette per il pidiellino della P4 del faccendiere Luigi Bisignani: Alfonso Papa.
Il Papa Tedesco Day è frutto di un colpo di scena maturato ieri.
Protagonista, il senatore già dalemiano del Pd Nicola Latorre. Il voto su Tedesco era previsto per domani, se non per la prossima settimana.
Per arginare quindi le fitte voci su un possibile scambio di favori bipartisan contro le manette, Latorre d’accordo con la capogruppo Anna Finocchiaro ha chiesto e ottenuto di anticipare il voto: “Abbiamo chiesto il voto per domani pomeriggio (oggi per chi legge, ndr) in modo da allontanare anche il pur minimo sospetto che su vicende di questo genere, tenuto conto che la Camera si pronuncerà su Alfonso Papa, possano esserci miseri scambi politici o qualunque tipo di strumentalizzazione”.
Insomma, meglio giocare in contemporanea le due “partite”, come accade nell’ultima giornata di campionato.
Ma la mossa di Latorre ha generato anche un giallo alla Camera, dove Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, non avrebbe digerito la scelta dei colleghi di partito di Palazzo Madama.
Motivo: la grande paura democratica per un doppio voto contro gli arresti, coperto dallo scrutinio segreto, che scatenerebbe la piazza contro il Palazzo.
Di qui i paletti fissati ieri dal segretario Pier Luigi Bersani, in una fase in cui il Pd è in risalita nei sondaggi e punta al voto anticipato dopo la riforma elettorale: “Noi ci opporremo sia alla Camera sia al Senato al voto segreto, e siamo favorevoli a che sia concessa l’autorizzazione all’arresto di Papa e di Tedesco. Noi terremo ferma questa posizione su cui il Pd è compatto i problemi sono dall’altra parte come capisce chi mette l’orecchio a terra”.
E chi mette “l’orecchio a terra” sente il frastuono delle divisioni nella Lega, decisive per il destino del premier.
Nel Carroccio stanno scoppiando le contraddizioni partorite dall’ambigua formula del partito di lotta e di governo.
E adesso che “soffia il vento dell’antipolitica” il Senatur dimezzato dalle ambizioni di Roberto Maroni tenta disperatamente di rianimare la Lega di lotta, dal no al decreto rifiuti per Napoli alla sceneggiata su Papa (sì, poi no, di nuovo sì), tenendo aperto un costante fronte di guerra con il Cavaliere.
Anche per questo, ieri a Montecitorio, si ricordava il precedente del ’93 dell’autorizzazione negata a Craxi.
Il sospetto di molti è sempre stato che la Lega nel segreto dell’urna votò tatticamente contro per poi approfittarne in termini di consenso e sfascio del sistema.
Oggi, chi potrebbe fare un calcolo simile non è Bossi ma il ministro dell’Interno, che ormai controlla la maggioranza del gruppo dei deputati leghisti.
Sui maroniti girano due previsioni di segno opposto.
Da un lato potrebbero votare a favore dell’arresto di Papa. Dall’altro no, per poi accelerare la caduta di Bossi all’interno del partito, nel quadro di una “Lega ladrona che salva la casta”.
Ufficialmente, la Lega per bocca del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, del cosiddetto “cerchio magico” del Senatur, ha fatto sapere che dirà sì all’arresto “pur mantenendo la libertà di coscienza”.
Accusati poi di volersi nascondere dietro al voto segreto, i leghisti hanno aggiunto che non saranno loro a chiederlo.
Ci penseranno, forse, i Responsabili di Domenico Scilipoti.
L’incognita sul voto, palese o segreto, sarà sciolta solo oggi a Palazzo Madama e Montecitorio. E questo non fa che moltiplicare gli scenari.
Un voto segreto su Papa potrebbe attirare una quarantina di franchi tiratori “garantisti” nell’opposizione, tra Pd e Udc, compensati però da “traditori” leghisti e del Pdl. Ancora più incerto il destino di Tedesco.
Il Pd voterà per l’autorizzazione ma cosa faranno Lega e Pdl? In base ai numeri, e al voto palese, Tedesco dovrebbe “salvarsi”, ma cosa accadrebbe se il Pdl uscisse dall’aula?
Al momento le previsioni più ricorrenti parlano di un due a zero per la casta.
La sensazione è che oggi possa essere una giornata decisiva non per la legislatura ma per tutta la Seconda Repubblica.
Come dimostra l’annuncio-minaccia di Rosy Bindi, presidente del Pd: “Se domani si dovesse verificare la negazione all’arresto di Papa e Tedesco, il Pd compierà dei gesti eclatanti, estremi”.
Nulla comunque è scontato, lo si è già visto nell’iter che ha portato ai due voti di oggi in Parlamento.
Nel caso Tedesco, cinque mesi di giravolte non sono serviti a chiarire la posizione ufficiale del Pd.
È vero che la relazione del Pdl Balboni è stata bocciata in giunta, ma non perchè diceva no all’arresto: tra i democratici solo qualcuno era a favore del sì, altri credevano fosse meglio aspettare la decisione del Riesame, altri ancora non giudicavano abbastanza gravi i reati di cui è accusato Tedesco: concussione negli appalti della sanità pugliese, che seguiva come assessore.
Così, quando il Riesame è arrivato (e ha sostituito il carcere con i domiciliari) maggioranza e opposizione hanno deciso di presentarsi in aula (oggi) solo con una relazione “tecnica”, che non prevede una posizione di merito.
Con Papa aveva provato a fare la stessa cosa il Pdl. Il relatore Francesco Paolo Sisto sosteneva di non avere gli elementi per decidere, l’opposizione gli ha imposto una scelta.
Ma nessuno si aspettava l’astensione della Lega che ha così indirettamente appoggiato il sì all’arresto proposto dall’Idv Federico Palomba.
Stamattina, giusto per non perdere l’allenamento, in Giunta sono di nuovo alle prese con un altro caso, quello di Marco Milanese.
Fabrizio d’Esposito e Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL BECERUME LEGHISTA SI MANIFESTA PER L’ENNESIMA VOLTA CONTRO IL SUD IN EMERGENZA: BERLUSCONI E BOSSI DA TRE ANNI RACCONTANO PALLE AI NAPOLETANI E ORA VORREBBERO CHE SOFFOCASSERO NELLA SPAZZATURA… INCAPACI DI RISOLVERE IL TRATTAMENTO DEI RIFIUTI ORA FANNO COME PONZIO PILATO
La Lega Nord ha annunciato che voterà contro il decreto legge sui rifiuti, proprio mentre in
Aula la maggioranza è stata battuta sulla proposta di rinvio in commissione del dl.
Nel frattempo a Napoli ancora proteste, blocchi stradali e roghi a causa dell’emergenza spazzatura.
E’ un martedì nero sul fronte rifiuti.
«In Consiglio dei ministri i membri del governo della Lega nord hanno votato contro questo decreto legge – dichiara il deputato del Carroccio Renato Togni – si presume che i gruppi parlamentari manterranno la stessa posizione».
Nel pomeriggio la Camera ha respinto inoltre con sei voti di scarto la proposta del relatore Agostino Ghiglia (PdL) di rinvio in commissione del decreto legge sull’emergenza rifiuti in Campania.
La richiesta del relatore è frutto delle tensioni venutesi a creare all’interno della maggioranza sul decreto.
Nel corso del comitato dei nove della commissione Ambiente non è stato infatti raggiunto l’accordo sulla modifica da apportare al testo alla luce della sentenza del Consiglio di Stato che sospendeva l’ordinanza del Tar del Lazio sullo stop al trasferimento automatico dei rifiuti nelle altre Regioni.
La Lega si è messa di traverso pretendendo che nel decreto restasse la norma in base alla quale i rifiuti della Campania potranno essere accolti solo dopo «nulla osta» della Regione di destinazione.
Il Pdl si è adeguato ma nel gruppo è montato il malumore dei deputati campani .
Non si fanno attendere le reazioni dell’opposizione allo strappo della Lega.
Il Pd parla di una «maggioranza allo sbando», e l’Italia dei Valori, attraverso il capogruppo alla camera Donadi, attacca: «Se la Lega, come ha annunciato,dovesse votare contro il decreto rifiuti, a Berlusconi non resterebbe che una cosa da fare: formalizzare la crisi e salire al Quirinale per dimettersi. È ora di dare un vero governo al Paese e finirla con lo strazio politico ed economico cui Berlusconi sta condannando l’Italia».
Intanto i cittadini partenopei, esasperati dai cumuli ammassati in strada e dai cattivi odori acuiti dalle alte temperature, hanno bloccato con cassonetti e sacchetti rovesciati sulla carreggiata sia piazza Pignasecca che corso Garibaldi, a poca distanza dalla Stazione centrale.
Una situazione che, negli ultimi giorni, è stata resa ancora più critica per lo sciopero indetto dai lavoratori della “Lavajet”, la società subappaltratice di Asia per la raccolta dei rifiuti in alcune zone centrali della città , che lamentano di non aver ricevuto la 14esima.
La prima protesta in piazza Pignasecca quando è stato paralizzato il passaggio delle auto nei vicoli a ridosso di via Toledo, nei pressi dell’ospedale Vecchio Pellegrini.
Difficoltoso anche il transito di cittadini e motocicli diretti o in uscita dalle stazioni di Circumflegrea, metropolitana e Cumana di Montesanto.
Manifestazione di insofferenza anche in corso Garibaldi, nei pressi del terminal della Circumvesuviana.
Qui l’immondizia riversata in strada ha impedito il passaggio di un tram causando prevedibili ripercussioni del traffico nell’intera zona.
Per poter liberare la strada dall’immondizia è stato anche chiesto l’intervento di un bobcat.
Il quadro difficile della situazione si completa con una serie di roghi dolosi appiccati ai cumuli ammassati nei cassonetti e sui marciapiedi.
Dalle 20 di ieri alle 8 di questa mattina sono stati 22 gli interventi dei vigili del fuoco impegnati a domare le fiamme non solo nel centro della città , ma anche in periferia e in alcuni comuni dell’hinterland sommersi dalla spazzatura.
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Luglio 19th, 2011 Riccardo Fucile
VERRA’ CHIESTO DAI “RESPONSABILI”… SI TEMONO DEFEZIONI NEL PDL: OLTRE A VERSACE ANCHE GUZZANTI TENTATO DAL SI’ ALL’ARRESTO…E PARTE LA CONTROMOSSA DEL PREMIER: SI ACCELERA SUL CASO DEL PD TEDESCO PER CERCARE DI BARATTARE QUALCHE ASSENZA STRATEGICA
E siamo ai freddi calcoli d’aula.
Quelli di quando mancano ormai meno di 24 ore al voto.
Stime su cui balla il destino di Alfonso Papa, ormai ex toga, ormai ex magistrato del ministero della Giustizia, ormai pure ex iscritto al Pdl.
Resta deputato berlusconiano, sulla cui testa pende una richiesta d’arresto per estorsione e concussione dei magistrati di Napoli.
Alle 16 parte il dibattito, tre ore dopo si saprà se la sua sorte sarà quella di passare la notte in cella.
Il Pdl, dicono i vertici a Montecitorio, è «fiducioso». «Lo salveremo» assicurano i Cicchitto, i Napoli, i Corsaro.
Le opposizioni, Pd, Udc, Idv, Fli, all’opposto: «Papa ha già un piede in carcere. Troppe divisioni nella maggioranza. Stavolta non ce la fanno a salvarlo. Dopo di lui cadrà anche Milanese».
Di cui la giunta per le autorizzazioni comincia a occuparsi di buon ora.
I numeri. È da quelli che bisogna partire.
Quelli che in queste ore, freneticamente, si stanno facendo negli uffici del capogruppo Fabrizio Cicchitto per capire se la strada dev’essere il voto palese, oppure il voto segreto, o ancora la libertà di voto, in cui affogare comodamente un’eventuale sconfitta del cavaliere.
Ma sin d’ora, quasi al cento per cento, si può già dire che il voto sarà segreto.
Che ad assumersene la responsabilità non sarà uno del Pdl ma uno dei Responsabili.
Non è un calembour, un gioco di parole.
È quello che rivela il deputato Mario Pepe, berlusconiano nell’animo, ma animatore dei Responsabili. «Sì, potrei anche essere io a chiedere il voto segreto e a promuovere una raccolta di firme».
Ne bastano venti, alla fin fine una manciata. Si raccolgono prima del dibattito.
Si esibiscono all’ultimo momento, giusto quando il presidente indice la votazione.
Lui, Pepe, ci sta lavorando.
Il perchè è semplice. Svela il grande caos politico del momento.
I dubbi della Lega, Le sue divisioni. Ma anche il fermento nel Pdl.
Gli uomini di Cicchitto minimizzano: «Macchè dissidenti. Parliamo di due, tre, al massimo quattro deputati che voteranno per l’arresto. Non uno di più. Gli altri stanno tutti con Berlusconi».
Sul fronte dell’opposizione la stima è ben diversa: «Potrebbero essere oltre 15 i dissidenti del Pdl. Oltre a tutti quelli della Lega, 35, anche 40 deputati. Papa non può farcela» preconizza il finiano Nino Lo Presti.
Ufficialmente, solo Santo Versace ha detto che voterà contro Papa.
Un no, ieri, lo ha pronunciato anche il Responsabile Paolo Guzzanti («Sono tentato di votare per il suo arresto, anche se sono preoccupato perchè significa consegnare il Parlamento alla magistratura»).
Un fan di Berlusconi come Francesco Nucara dice che voterà per Papa libero, e pure per Milanese libero (ma vuole sfiduciare il ministro Romano per via del reato di mafia).
Sull’arresto esce netto il leader dell’Udc Casini: «Noi voteremo così, ma l’importante è che tutto avvenga alla luce del sole, senza l’escamotage del voto segreto».
Qui spunta di nuovo Mario Pepe.
«Certo – chiosa ridacchiando – perchè Casini lo sa bene che tra i suoi c’è chi voterà contro l’arresto. Io, in questi giorni, ho parlato con 50, forse 60 colleghi tra centristi e democratici che sono contro le manette. Certo, se il voto è palese, sono tutti per l’arresto, ma con quello segreto sono contrari. Per questo noi chiederemo il voto segreto».
Ma anche, lo sa bene Pepe, ma lo sa bene tutto il Pdl, perchè nonostante gli sms di Cicchitto sulla «presenza obbligatoria e le missioni sospese», non tutti, a cominciare dai componenti del governo, saranno a Montecitorio.
Quindi, chiosa lo stesso Pepe, «il voto palese è impossibile».
Il Pdl riunisce il gruppo stasera.
Con il segretario Angelino Alfano, si dice. Una minaccia i berlusconiani l’hanno già messa in circolo.
Il rischio che, al Senato, scatti l’arresto anche per il dalemiano Alberto Tedesco.
Richiesta del gip di Bari vecchia di cinque mesi, reati gravi nell’inchiesta sulla sanità (corruzione, concussione, turbativa d’asta, falso), potrebbe arrivare in aula, guarda caso, giusto la prossima settimana.
Nel Pdl lo dicono tutti: «Se fanno arrestare Papa, noi facciamo arrestare Tedesco».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
PER LA GIUSTIZIA RIPRENDE QUOTA BRUNETTA, RESTA IL PROBLEMA DEL DECRETO RIFIUTI CHE LA LEGA NON VUOLE VOTARE…”IN ATTO IL TENTATIVO DI COMMISSARIARE IL MIO RUOLO”
“Confronto e condivisione”, è la rotta dalla quale non ci si potrà più allontanare e sulla quale il
capo dello Stato Napolitano tornerà a insistere nel faccia a faccia convocato per questa mattina con il presidente del Consiglio Berlusconi.
Il momento è dei più delicati, la manovra passa proprio in queste ore alla prova dei mercati, attraverso le forche caudine delle borse.
Una manovra che comunque il premier presenterà al Colle come un successo politico del suo governo al quale, ribadirà , “numeri alla mano, non c’è alternativa”.
Il Cavaliere fa riferimento ai “34 voti di scarto” incassati venerdì alla Camera, anche per allontanare implicitamente ogni ipotesi di governo tecnico sulla quale in tanti in queste ore sono tornati alla carica, dai leader dell’opposizione Casini, Bersani, Veltroni, all’economista Nouriel Roubini.
Il Colle tiene nella massima considerazione intanto la salvaguardia dei conti.
Dunque, la priorità è evitare ogni contraccolpo politico, ogni segnale di instabilità , polemiche, scontri istituzionali.
Il vertice matura nell’arco del pomeriggio, Berlusconi è in beato relax a Villa Certosa quando gli viene comunicato da Gianni Letta l’invito.
Niente processo Mills a Milano, che pure era in agenda per questa mattina, potenziale scenario di nuovi affondi contro la magistratura dopo la sentenza sul lodo Mondadori. La convocazione al Quirinale – racconta chi ha avuto modo di sentirlo – non è stata accolta nel modo migliore dal premier.
Proprio dalla ripresa di oggi dopo la parentesi dell’emergenza-manovra, si era riproposto di tornare “in partita”, superando quello che in privato ha bollato nè più nè meno che come un “commissariamento” nei suoi confronti.
Ma la presidenza della Repubblica non ha alcuna intenzione di travalicare i confini della moral suasion, nè di entrare nel dibattito politico, come ha sottolineato Napolitano.
L’invito sarà piuttosto quello di continuare a lavorare per quanto possibile sul filo della “coesione”, che ha funzionato nei giorni neri della scorsa settimana.
C’è da ragionare anche in vista dei leader dei paesi Euro per giovedì. E poi del decreto rifiuti sull’emergenza Napoli, che da oggi torna in discussione alla Camera e che ha visto la maggioranza spaccarsi e la Lega di traverso.
Anche su questo l’attenzione del capo dello Stato è massima.
Berlusconi sa bene che alla Vetrata non si parlerà solo di manovra e crisi finanziaria, che il presidente si attende una parola chiara sul successore di Angelino Alfano al ministero della Giustizia, dicastero tra i più delicati, per mille ragioni.
“Fino a poche ore fa il premier ci spiegava che è intenzionato a sponsorizzare a spada tratta la candidatura di Brunetta, ritiene Renato la scelta migliore per via Arenula” riferisce un uomo di governo.
Il Cavaliere pensa al ministro della Pubblica amministrazione – già protagonista di campagne che hanno fatto insorgere le toghe, come quella sui tornelli nei tribunali – quale ideale testa d’ariete per portare avanti le battaglie sperate su intercettazioni e riforma della giustizia.
Ma non sarà facile ottenere il disco verde dalla più alta carica dello Stato, al contempo presidente del Consiglio superiore della magistratura.
Congelata l’opzione Frattini, archiviate per diverse ragioni quelle di Lupi e Donato Bruno, nelle ultime ore si è tornato a parlare dell’outsider Anna Maria Bernini, che non dispiacerebbe a La Russa, oltre che di Enrico La Loggia, le cui chances però sarebbero calate.
Quel che è certo è che da domani Angelino Alfano dovrebbe – come chiede da giorni al premier – prendere in mano il partito, con tanto di vertice già convocato a Palazzo Grazioli coi coordinatori regionali. Il neosegretario dovrà affrontare il nodo spinoso del voto di mercoledì in aula sull’arresto di Alfonso Papa e sarà preferibile per lui evitare di farlo da Guardasigilli ancora in carica.
Il rientro a Roma stamattina del premier lasciava presagire un rinvio del vertice di stasera ad Arcore con Bossi.
Tanto più che, con il Senatur, Berlusconi era convinto di aver chiarito già al telefono, due giorni fa, la questione che più gli premeva: scongiurare il voto favorevole della Lega sull’arresto di Papa, pur caldeggiato dall’ala maroniana del partito.
Ma è bastata la retromarcia di ieri sera del leader del Carroccio, tornato a dirsi favorevole all’arresto, per convincere l’entourage del premier che forse oggi sarà il caso di rientrare a Milano e confermare il vertice con Umberto.
Ecco, il caso Papa, appunto.
Da Palazzo Chigi danno per scontato che nel faccia a faccia di oggi al Quirinale sarà chiesto quale sarà l’indirizzo del governo e della maggioranza sulle richieste di arresto di Papa e Milanese.
Berlusconi proverà a tenere il punto.
Come pure si attendono che il presidente Napolitano chieda conto di come il governo intenda affrontare la richiesta di rinvio a giudizio per mafia del ministro Saverio Romano.
Il Colle aveva messo perfino per iscritto tutte le sue riserve.
Adesso il nodo viene al pettine e su Romano incombono tre mozioni di sfiducia individuale.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
IN UN GIORNO SONO PASSATI DA “PAPA VADA IN GALERA” ALL’ASTENSIONE IN COMMISSIONE E ORA AL VOTO ALLA CAMERA PER SALVARLO… LA LEGA E’ ORMAI IN PREDA AL CAOS INTERNO CON UN REGUZZONI CHE RAPPRESENTA APPENA IL 20% DEL GRUPPO PARLAMENTARE DI CUI E’ CAPOGRUPPO
”Niente manette” prima della celebrazione del processo. 
Dopo il “vada in galera” , a sorpresa, da Venezia, Umberto Bossi cambia la linea del Carroccio sulla richiesta di arresto per Alfonso Papa.
Nel giorno in cui la prima sezione disciplinare del Csm ha sospeso Papa dalle funzioni e dallo stipendio di magistrato, si apre quindi uno spiraglio per il deputato del Pdl.
Il Senatur, che dopo un faccia a faccia con Berlusconi sull’aereo per Milano aveva detto “deve andare in galera”, si è detto “convinto che le manette non vanno messe mai se prima non facciamo il processo”.
“Se Papa ha commesso dei reati — ha aggiunto — paghi, ma non va bene mettergli le manette prima, quando ancora non sappiamo se quello che ha fatto è da galera o no”.
Fare andare in galera una persona non ancora condannata, ha detto citando Craxi e gli anni di Tangentopoli, “non è servito a nessuno, tranne a far andare in politica Di Pietro”.
Un cambio di rotta quasi previsto dalle opposizioni, che già nel pomeriggio parlavano di una Lega che “abbaia ma non morde” che avrebbe finito per cedere a Berlusconi.
I sospetti inizialmente si erano addensati sulla componente ‘filogovernativa’ di Maroni, che però ha subito smentito: “Maroni — dicevano fonti a lui vicine — è convintissimo della necessità di votare sì all’arresto. Non ci può essere alcun sospetto che si voglia far prevalere un ‘interessè di casta”.
Poi invece, in tarda serata, è arrivato il cambio di rotta di Umberto Bossi.
Una ragione di più per Papa per sentirsi “sereno”, come ha ribadito anche oggi.
A questo punto, se le parole del leader del Carroccio corrisponderanno alla scelta in aula di votare no all’arresto, potrebbe non essere più certa — come sembrava — la richiesta del Pdl di voto segreto.
Prima delle parole di Bossi il voto segreto avrebbe consentito infatti di recuperare qualche voto leghista o persino nelle file dell’opposizioni, ora invece potrebbe lasciare spazio a dissensi contro Papa.
Tutto insomma sembra andare come avevano previsto sia il Pd che l’Idv, con Bossi che alla fine cede alle richieste del premier.
“La Lega fa la voce grossa ai telegiornali, ma poi, quando si deve decidere veramente, fa marcia indietro, si piega al volere di Berlusconi che ormai la comanda a bacchetta”, aveva detto in serata la capogruppo del Pd nella Giunta per le autorizzazioni alla Camera, Marilena Samperi.
Con che faccia riusciranno Bossi e Maroni a ripresentarsi alla base della Lega dopo questa ennesima farsa, lo sanno solo loro.
Un giorno forse qualcuno capirà i motivi per cui Bossi e compagni di merende “non possono permettersi” di staccare la spina con il premier.
Motivi ben chiari e presenti a chi frequenta le segrete stanze di via Bellerio.
D’altronde nella vita o si nasce uomini non ricattabili o quaquaraqua.
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Luglio 18th, 2011 Riccardo Fucile
SI PARLA DI DOSSIER SU TREMONTI IN RELAZIONE ALLA P4: RAPPORTI, INFORMATIVE E INTERCETTAZIONI PER COLPIRE IL MINISTRO CHE AVEVA ACCUSATO IL PREMIER DI AVERLO FATTO PEDINARE DAI SERVIZI SEGRETI
Lui, il ministro, recita bene, nasconde come un attore consumato emozioni e paure.
Gli uomini che gli sono vicini, quelli che raccolgono sfoghi e preoccupazioni di Giulio Tremonti, no.
Loro sanno che sul ministro più odiato da Silvio Berlusconi sta per abbattersi una tempesta. Una colata di fango annunciata da boatos e chiacchiericci alla buvette e sui divani rossi, sussurrata all’orecchio dei cronisti habituè del Transatlantico dai peones del Pdl, quelli che sanno o dicono di sapere tutto, cosa c’è nelle carte conosciute dell’inchiesta sulla P4 e anche quello che può emergere da fogli, rapporti, informative, intercettazioni meno conosciute, forse addirittura ininfluenti ai fini dell’indagine.
Ma buone per sommergere di melma chiunque.
No, non sarà un avviso di garanzia per lo scandalo Milanese ad assestare un colpo duro al ministro, peraltro escluso in modo categorico da Giandomenico Lepore, il capo delle Procura di Napoli, quattro giorni fa.
Sarà altro. “Fango, ma vero, altro che ‘metodo Boffo’” avvertono i fedelissimi del Cavaliere. Uno scavare nella vita privata, un arricchire di si dice, si sussurra, ma non sai che…, lo strano legame tra il ministro e il suo superconsulente Marco Milanese.
Metodo che tra l’altro è lo stesso Tremonti ad evocare in un interrogatorio reso il 17 giugno ai pm Curcio e Woodcock.
Il ministro parla di cordate e lotte di potere all’interno delle Fiamme Gialle, dei “meccanismi di competizione tra possibili candidati, potenzialmente negativi”, di alti ufficiali che “nella prospettiva di diventare comandanti generali hanno preso a coltivare relazioni esterne al Corpo che non trovo opportune”.
E a proposito di relazioni inopportune, il ministro parla di una cena a Napoli, raccontatagli dal fido Milanese, tra il comandante Adinolfi, Paolo Berlusconi e Galliani.
È in questa occasione che Tremonti ricorda un suo burrascoso incontro con il premier.
Tema le divergenze sulla politica di bilancio e la “spinta alle mie dimissioni che si manifestava su alcuni settori della stampa”.
Il linguaggio è pacato, ma la tensione è quella di chi sa che qualcuno sta preparando una tempesta di fango: “A questo punto — fa mettere a verbale Tremonti — manifestai la mia refrattarietà a essere oggetto di campagne stampa tipo quella Boffo. Quando parlo di metodo Boffo mi riferisco alla propalazione sui mass-media di notizie riservate o infondate atte a screditare chi viene preso di mira”.
Da allora, di acqua marcia sotto i ponti della politica italiana ne è passata tanta.
Ma ad allarmare ancora di più i fedelissimi del superministro è la scena vista venerdì alla Camera.
La manovra è approvata, sui banchi del governo i volti sono scuri, quello di Berlusconi nerissimo.
Tremonti ha alla sua sinistra Bossi, a destra il Cavaliere.
Che non lo degna di uno sguardo, anzi, accortosi di fotografi e telecamere, il capo del governo ostenta la sua indifferenza in modo plateale, televisivo, perchè tutto il Paese sappia. Gira la testa, solleva il mento e guarda altrove senza degnare il suo ministro neppure di uno sguardo.
“Silvio ha avuto parole di solidarietà per Romano e finanche per l’onorevole Papa, a Giulio no, neppure una parola”.
Che i rapporti tra i due sono da tempo ben oltre il mors tua, vita mea è noto. Giulio vuole farmi fuori. Giulio vuole diventare il mio successore. Giulio tresca con Bossi e con la Lega.
Sospetti antichi di Berlusconi.
Tensione alle stelle, sospetti incrociati tra i due, racconti di una lotta di potere e di poteri tutta interna alla maggioranza di governo da far impallidire lo scenario tratteggiato da Sciascia in Todo Modo.
Ma qui non siamo nell’eremo immaginato dallo scrittore siciliano dove i capi di una Democrazia cristiana allo stremo si riunivano per gli esercizi spirituali, stanze e corridoi ovattati dove ogni potente tramava contro l’altro conoscendo limiti, vizi e lati oscuri della vita del suo nemico.
Siamo alla corte del Berlusconi cadente.
“Silvio tu mi fai pedinare”.
È del 9 giugno il racconto del retroscena di una litigata furibonda avvenuta tre giorni prima ad Arcore tra Tremonti e Berlusconi, pubblicato su Libero da Franco Bechis.
Oggetto del faccia a faccia la manovra. Apparentemente.
Perchè il ministro sputa il rospo che lo tormenta da giorni: “Mi hai messo i servizi segreti alle mie calcagna”.
Camuffata da una apparente meraviglia la risposta di Berlusconi: “Ma cosa stai dicendo?”. Atteggiamento che non libera Tremonti dal sospetto di essere da tempo oggetto di attenzioni particolari.
Stanno scavando nella sua vita privata, rileggendo vicende personali del ministro.
“E ora – rivela un deputato molto vicino a Tremonti — anche le pagine del libro della sorella sono oggetto di analisi attentissima”.
Angiola Tremonti è l’autrice di La valle degli Orsi, un libro di ricordi di vita.
Dove si parla di tutto, di un orsacchiotto di peluche di nome Bibì, “era il peluche preferito non solo da me, ma anche da Giulio. Per un certo periodo, eravamo già adulti, glielo diedi. E glielo avrei anche regalato. Me lo sono fatta restituire che avevo ormai cinquant’anni”.
E di conoscenze. “Si è portato via alcuni di quelli che credevo miei amici. O meglio, alcuni dei miei amici hanno scelto lui perchè si sa che essere amici di un politico potente può sempre portare i suoi frutti”.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 17th, 2011 Riccardo Fucile
SEMBRA INCREDIBILE: L’AEREO CHE TRASPORTAVA DALL’AFGHANISTAN LA SALMA DI ROBERTO MARCHINI RITARDA L’ATTERRAGGIO PERCHE’ IL MINISTRO NON ARRIVAVA ALLA CERIMONIA…MENTRE LA FAMIGLIA, IL PICCHETTO D’ONORE E LE AUTORITA’ CUOCEVANO SOTTO IL SOLE
L’altra mattina, nel cielo sopra Roma, un C130 dell’aeronautica militare ha continuato a volteggiare a lungo, facendo larghi cerchi tra le nuvole.
Nel velivolo c’era la salma del caporal maggiore scelto Roberto Marchini, ucciso martedì scorso dall’esplosione di un ordigno in Afghanistan.
Ad aspettarlo, a Ciampino, c’era il picchetto d’onore dell’ottavo reggimento guastatori di Legnago (Verona), di cui il parà faceva parte, insieme al picchetto d’onore interforze, che rappresenta tutti i corpi armati impegnati nelle missioni all’estero.
Tutto pronto, anche l’ arcivescovo Vincenzo Pelvi, ordinario militare, e naturalmente la famiglia e gli amici del caduto: il papà e la mamma, sorretta da un a psicologa dell’esercito, la sorella, altri commilitoni.
Perchè dunque l’aeroplano non si decideva ad atterrare, mentre tutti erano schierati in attesa sotto il sole?
Mancava il ministro della Difesa, Ignazio La Russa.
Nessuno sapeva dove si trovasse e per quale motivo non si fosse presentato alla cerimonia. Sta di fatto che il ministro non c’era.
Le altre autorità presenti – il generale Biagio Abrate e il capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Giuseppe Valotto. il presidente della Corte costituzionale Alfonso Quaranta e il vicepresidente del Senato Vannino Chiti, guardavano l’orologio, si scambiavano frasi sotto voce, chiedevano notizie: niente.
Solo dopo mezz’ora di volteggi del C130, finalmente il ministro è arrivato, l’aereo è atterrato e la cerimonia è potuta iniziare.
Dell’incidente diplomatico, ovviamente, nessuno vuole parlare.
Ma si può immaginare il nervosismo tra i militari, soprattutto quelli della Folgore.
Anche perchè non è la prima volta che dal governo arrivano sgarbi di questo tipo: il 20 settembre scorso, alle esequie del parà Alessandro Romani morto anche lui in Afghanistan, era atteso il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che invece all’ultimo moment ha dato buca: aveva deciso di restare ad Arcore dove — si è poi saputo — la sera prima aveva festeggiato con 24 ragazze fino alle 4 del mattino.
Gianluca Di Feo
(da “L’Espresso”)
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Luglio 17th, 2011 Riccardo Fucile
LE DETRAZIONI RIDOTTE SI CONCENTRANO SUI REDDITI MEDIO BASSI…DAL TAGLIO AGLI SCONTI IVA ALTRI 200 EURO DI EXTRACOSTI
Alla fine, chi li pagherà quei tagli alle agevolazioni fiscali? 
Soprattutto le famiglie italiane con redditi medio-bassi.
E quanto? Quasi il doppio di quelle abbienti.
Fare i conti il giorno dopo l’approvazione d’emergenza della manovra da 48 miliardi non porta buone notizie ai contribuenti.
Le famiglie con redditi modesti, e che versano le tasse, nei prossimi anni subiranno la stangata più odiosa.
Grazie a una clausola di salvaguardia che mette in sicurezza i conti dello Stato, ma che stravolge quelli domestici.
E dunque, proprio chi fino ad ora contava su detrazioni, deduzioni e bonus fiscali per alleggerire l’Irpef, nel 2013 e nel 2014 vedrà ridotti sensibilmente gli sconti.
L’effetto regressivo, calcolato per il sito lavoce. info da Massimo Baldini, economista e docente, si abbatte con particolare iniquità sui nuclei familiari con un reddito medio tra i 16 e i 27 mila euro che a regime, nel 2014, perderanno 620 euro di agevolazioni, su un totale medio di 3 mila euro, quasi il 21%. Un quinto in meno.
Al contrario, il 10% più ricco delle famiglie, quelle con un reddito superiore ai 54 mila euro, lasceranno allo Stato solo 364 euro.
Perchè?
Perchè all’aumentare del reddito, le detrazioni Irpef a cui si ha diritto diminuiscono.
E dunque i tagli lineari, così come previsti in manovra, per ora indistinti – del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014 sulle 483 agevolazioni oggi esistenti che valgono 161 miliardi l’anno e che dovranno assicurare 4 miliardi il primo anno e 20 il secondo – pesano molto di
più su chi ha più sconti.
Ovvero le classi intermedie.
Anche perchè si tratta di spese per medici e farmaci, per la scuola e la palestra dei figli, l’affitto, la previdenza integrativa, le ristrutturazioni, gli assegni al coniuge, gli interessi sui mutui, le detrazioni per il lavoro dipendente.
Una previsione talmente dirompente che lo stesso autore dei calcoli considera “molto bassa la probabilità di un’applicazione” di una manovra siffatta.
A meno che, entro il 30 settembre 2013, non venga varata la riforma fiscale e assistenziale con tagli “mirati”.
La regressività del salasso Irpef si somma, poi, anche a un analogo recupero di soldi, ai fini del pareggio del bilancio dello Stato, dall’Iva agevolata del 4 e del 10% che oggi gli italiani pagano quando fanno la spesa, quando comprano medicine, libri, giornali, cellulari, fanno benzina, viaggiano, ristrutturano casa, pagano le bollette o la badante per un genitore malato. Di fatto anche queste aliquote, inferiori a quella più diffusa del 20%, rappresentano agevolazioni fiscali.
E dunque soggette alla futura scure dei “tagli lineari”.
Lo studio di Baldini calcola che le sforbiciate del 5 e poi del 20% fissate in manovra equivalgono, nei fatti, ad un aumento delle due aliquote agevolate rispettivamente al 4,7% e al 10,5% nel 2013 e al 6,8% e al 12,1% nel 2014.
La conseguenza è che un’Iva più alta riscalda i prezzi e lascia meno soldi in tasca alle famiglie.
Anche qui esiste un effetto regressivo. Ma più modesto del caso Irpef.
Questo perchè, spiega lo studio, “le famiglie ad alto reddito consumano molti beni e servizi oggi tassati al 4 o al 10%”.
In valore assoluto, le famiglie più povere (con un reddito inferiore ai 12 mila euro) nel 2014 pagheranno 119 euro in più.
Quelle ricche (reddito sopra i 54 mila euro) 313 euro in più.
La regressività si legge nell’incidenza di questo aumento Iva sul reddito disponibile, chiaramente più alta per chi ha buste paga più magre.
Saldando i due effetti, Irpef e Iva, questa manovra pesa il 7% su chi guadagna al di sotto dei 12 mila euro, il 10% su chi denuncia tra i 12 e i 54 mila euro e il 9% sui benestanti.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, economia, emergenza, governo, la casta, Lavoro, LegaNord, PdL, Politica, povertà, radici e valori | Commenta »