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IL MINISTRO ROMANO IN ELICOTTERO IN MOLISE PER LA PROPAGANDA PDL ALLE PROVINCIALI

Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

UN CONSIGLIERE REGIONALE DEL MOLISE INVIA LA DOCUMENTAZIONE ALLA PROCURA ALLEGANDO LE   FOTO: “USATO UN ELICOTTERO DELLA FORESTALE PER ANDARE A UN APPUNTAMENTO ELETTORALE DEL CENTRODESTRA”

Siamo al 12 maggio scorso, appena un mese e mezzo dopo la contestata nomina a ministro.
Romano vola in Molise.
Ci sono anche impegni istituzionali, ma siamo a tre giorni dalle elezioni provinciali di Campobasso.
“Certo, qualcuno potrebbe storcere comunque il naso se un ministro partecipa alla campagna elettorale, ma in fondo Romano era il terzo membro del Governo venuto a Campobasso”, chiosa il consigliere regionale Massimo Romano.
Il punto è che le cronache locali ricordano la fitta agenda del ministro a sostegno del candidato alla provincia del Pdl, Rosario de Matteis (eletto con il 54,2% dei voti).
Alle 16,30, incontro all’Hotel San Giorgio di Campobasso. Poi di corsa a Termoli all’Hotel Martur Resort.
Romano ha poco tempo, deve spostarsi velocemente.
Ecco che cosa racconta un testimone dell’arrivo del ministro: “Lo abbiamo aspettato nel piazzale davanti allo stadio di Termoli. È arrivato con un elicottero della Forestale. Siamo rimasti stupiti perchè era diretto a un appuntamento elettorale”.
Un “dettaglio” che non sfugge a Stefano Di Leonardo, cronista del quotidiano online “Primonumero.it  ”: “Romano ha trovato ad attenderlo gli uomini della Forestale, i Vigili del Fuoco e i Vigili Urbani”.
Ma quali appuntamenti attendevano Romano?
L’ufficio del ministro comunica: “Il ministro ha avuto tre incontri istituzionali presso l’Hotel Martour di Termoli. Alle 17 ha incontrato le associazioni agricole sul territorio. Sempre all’Hotel Martour alle 17.20 ha incontrato le associazioni di pescatori e alle 17.40 i responsabili dello Zuccherificio del Molise”.
Ma all’Hotel Martour quel giorno (per il convegno “Una politica per l’agricoltura e la pesca nella regione Molise”) era presente tutto lo stato maggiore del Pdl locale: c’era il presidente della Regione, Michele Iorio (Pdl).
Quindi Sabrina De Camillis (deputato Pdl), Pierluigi Lepore (coordinatore Pdl di Campobasso). Moderatore del dibattito Ulisse Di Giacomo, coordinatore regionale Pdl. Ma soprattutto c’era il candidato del centro-destra, Rosario De Matteis, sostenuto anche dalla lista Popolari di Italia Domani, cui fa riferimento il ministro.
Insomma, un’iniziativa anche elettorale a tre giorni dal voto.
Alla fine della giornata i cronisti di “Nuovo Molise” annotano: “Il ministro è ripartito per Roma a bordo di un velivolo della Forestale”.
Adesso di quel volo potrebbero occuparsi i magistrati cui è stato presentato l’esposto.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“NOI, ONOREVOLI E NULLAFACENTI”

Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

UN PARLAMENTARE ACCOMPAGNA UN GIORNALISTA NEI PRIVILEGI DI MONTECITORIO…SI LAVORA POCO, SI COMPRANO AUTO SCONTATE E SI ACCUMULANO PUNTI PER PORTARE LA FAMIGLIA IN VACANZA

Carlo Monai è l’unico, dopo sette tentativi andati a vuoto, che ha accettato di raccontare a “l’Espresso” com’è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta.
E’ un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell’Idv al primo mandato parlamentare.
Uno dei peones, a tutti gli effetti.
Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità , vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi in cui sguazzano politici di ogni risma.
Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà  ulteriori sacrifici.
«Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».
L’incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio.
Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già  torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l’aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».
Anche in commissione l’assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l’impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».
La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l’indennità  netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro.
Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni.
E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente.
Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l’eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all’incirca).
In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità  di carica.
Monai inizia il suo viaggio.
«Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».
Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230).
«Non c’è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l’anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati “Tim Top Business Class”, destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro».
Anche quand’era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c’è pure un indennizzo forfettario per l’utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza».
Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.
Già . I trasporti gratis sono un must dei politici.
Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s’è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».
Ogni parlamentare ha una tessera che gli consente di non pagare l’autostrada, i treni e gli aerei (sempre prima classe) e le navi, in modo da potersi spostare liberamente sul territorio nazionale. «Tutto gratis, anche se devo andare al compleanno della nonna», chiosa l’onorevole. «Dovrebbero essere pagati solo i viaggi legati al nostro incarico pubblico».
Oltre a questi soldi è previsto un ulteriore rimborso mensile per taxi e varie che va, a secondo della distanza tra l’abitazione e l’aeroporto, da 1.007 a 1.331 euro al mese.
Questa è una cosa nota.
Pochi sanno però che quasi tutti i deputati, per comprare i biglietti aerei, fanno riferimento esclusivamente all’agenzia americana (con sede in Minnesota) Carlson Wagonlit.
«A loro noi chiediamo sempre di volare con Alitalia, che è la più cara di tutte. Nessuno ci vieterebbe, però, di scegliere compagnie low cost».
I politici se ne guardano bene: da un lato il prezzo di un biglietto low cost lo devi anticipare tu (mentre con Alitalia anticipa il Parlamento), dall’altro perderesti i punti per la carta fedeltà  “Millemiglia”.
«I punti li giriamo a mogli e figli, ma in genere i deputati li usano per andare gratis all’estero: perchè tranne qualche missione coordinata con il presidente della commissione», ragiona Monai, «i viaggi all’estero dobbiamo pagarceli di tasca nostra».

Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)

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LA RISSA CICCHITTO-BRAMBILLA : “BASTA CON QUESTI SMS, NON SONO UNA SCOLARETTA”

Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LA FURIA DEL CAPOGRUPPO PDL: “MA SE HAI IL RECORD DI ASSENTEISMO”.. CICCHITTO SBOTTA: “SE LA BUTTAVO GIU’ DALLE SCALE, CON QUEI TACCHI SAREBBE STATO UN DISASTRO”

Risse, insulti, crisi di nervi, lacrime e scenate.
In quella specie di Titanic che è diventato il Pdl si litiga ferocemente per le scialuppe di salvataggio.
E qualche rospo inghiottito per troppo tempo può essere estratto.
L’altra mattina mattina, nelle pieghe della tragicommedia politica, è andata in scena nell’aula di Montecitorio la resa dei conti tra il vecchio notabile e il nuovo che avanza.
Alle undici del mattino una furia rossa sale gli scalini del gruppo Pdl alla Camera. E’ MVB, il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.
I tacchi picchiettano fino allo scranno del capogruppo Fabrizio Cicchitto. «Mi sono rotta le palle», la sentono sbraitare.
«Mi hanno mandato un sms ieri per dirmi di stare presente alla votazione! Un altro sms mi è arrivato ora, mentre ero qui, in aula. E’ una vergogna, io non mi faccio trattare così dai tuoi funzionari!».
Fabrizio Cicchitto, una vita nella politica da quando era giovane capo dei socialisti nella corrente lombardiana, prova a pazientare: «Guarda, l’sms arriva a tutti i deputati…».
Ma quella, il ministro, niente: «Io non mi faccio trattare come una scolaretta!».
Allora Cicchitto decide che la pazienza è finita: «E invece proprio a te è necessario mandarli. Hai il record dell’astensionismo qua dentro!».
La ministra furiosa se ne va.
E Cicchitto sibila: «Ho dovuto contare fino a dieci per non buttarla giù dalle scale. Con quei tacchi sarebbe stato un disastro».
In effetti, lo ‘score’ parlamentare di Maria Vittoria Brambilla così come emerge dalla sua scheda su Openpolis non è molto lusinghiera: risulta essere stata presente solo al 5,32 per cento delle votazioni elettroniche dall’inizio della legislatura a oggi, con una grande passione per le ‘missioni’.
Era altrove anche nel giorno del voto chiave sulle quota rosa nei consigli di amministrazione, in quello sul bilancio, al Milleproroghe, alla legge di stabilità , alla decisione sulle missioni militari all’estero, alla legge sull’omofobia e in altri casi ancora.
Inoltre, non risulta alcun suo intervento alla Camera nè alcun emendamento proposto, e in tutta la legislatura è stata ‘primo firmatario’ di un solo disegno di legge, «per la promozione del turismo sportivo e per la realizzazione di impianti da golf» .
Insomma, non sarà  giusto trattarla come una scolaretta, ma certo è che si dimentica spesso di portare la giustificazione.

Adriano Botta
(da “L’Espresso“)

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L’INCUBO DEL PREMIER E DEL PDL: “LE TOGHE VOGLIONO UN GOVERNO MARONI”

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI TEME UN’ONDATA DI ARRESTI, IL QUIRINALE SPINGE PER UN CAMBIO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA…E C’E’ CHI PENSA CHE MARONI POSSA GUIDARE UN ESECUTIVO PER LA RIFORMA ELETTORALE

Il Cavaliere è nell’angolo.
Dopo il trauma dell’arresto di Alfonso Papa, il cerchio sembra stringersi attorno al capo del governo e nello stesso Pdl ormai si ragiona apertamente, per salvare il salvabile, su come convincere Berlusconi a farsi da parte.
Così, in una giornata passata a Bruxelles per il vertice europeo, ma con l’orecchio a terra per captare i segnali in arrivo da Roma, il premier ha potuto tirare il fiato leggendo il monito del capo dello Stato ai magistrati e quella critica all’abuso delle intercettazioni.
“Anche Napolitano – ha commentato – è preoccupato per la situazione, teme che gli possa sfuggire di mano. Non vuole avventure in un momento così difficile di crisi di mercati e per questo ha mandato un segnale preciso alle procure”
Berlusconi si fa portavoce di quella che nel Pdl è diventata quasi una certezza: l’imminente arrivo di un’ondata di richieste di arresto, una Tangentopoli che farà  rotolare ogni settimana una nuova testa.
In questo clima da fine Impero si fanno più insistenti le manovre per arrivare a un diverso quadro politico.
Sono di queste ore i contatti dei leader del Terzo polo con Roberto Maroni, individuato come il protagonista della nuova fase che si sta per aprire.
Dopo l’estate, raccontano, matureranno le condizioni per l’apertura di una crisi di governo e sarà  proprio il Carroccio a far saltare il tappo.
Anche se Maroni, al momento, sembra deciso a non uscire dal perimetro del centrodestra, nè a farsi tentare da ipotesi di governi tecnici.
La discussione dunque è su cosa fare “dopo”.
Fini, Casini e Rutelli vorrebbero che Maroni si mettesse alla guida dell’operazione, dando vita a un “gabinetto”, retto appunto dal ministro dell’Interno, per rifare la legge elettorale.
L’idea sarebbe quella di tornare al voto nella primavera del 2012, ma l’appetito vien mangiando e nessuno esclude che un governo del genere possa proiettarsi anche oltre, fino al termine della legislatura, nel caso rimpolpando il programma con una robusta dose di privatizzazioni, liberalizzazioni e taglio dei parlamentari.
Uno scenario tutt’altro che campato per aria, che infatti mette in massimo allarme il Pdl.
“Le toghe stanno favorendo questo progetto”, si sfoga con i suoi il Cavaliere.
E un ministro, al termine di una riunione a via dell’Umiltà , confida che a Berlusconi a questo punto restano soltanto due opzioni sul tavolo: “Può anticipare tutti, replicando sul governo l’operazione che ha portato Alfano alla guida del partito. Oppure può restare fermo e subire il ribaltone, che ci sarà  comunque. Solo che, a quel punto, gli leveranno anche la pelle”.
La preoccupazione del ministro berlusconiano è condivisa da molti nella cerchia stretta del premier.
Persino Fedele Confalonieri, che ieri è andato a parlare a Montecitorio con Pier Ferdinando Casini, sembra consapevole che ormai tocchi al Cavaliere prendere atto della situazione e giocare d’anticipo
Intanto l’immobilismo del premier sta mettendo la sabbia nel motore di Angelino Alfano, che vorrebbe essere sostituito al più presto al ministero di Grazia e Giustizia per dedicarsi a tempo pieno al partito.
Oltretutto la richiesta arriva anche dal Colle in modo pressante.
Si è parlato proprio di questo ieri a margine della cerimonia con i giovani magistrati al Quirinale.
In un angolo del salone, per una decina di minuti, Napolitano, Alfano e Vietti, il vicepresidente del Csm, ne hanno discusso in maniera preoccupata.
Il Guardasigilli ha rotto il ghiaccio con una battuta: “Questa, spero, potrebbe essere l’ultima volta che vengo qui in questa veste”.
Poi, ancora scherzando, rivolto a Vietti: “Ho visto che gli avvocati ti propongono come ministro… sappi che da noi c’è sempre posto per te”.
Ma la successione a via Arenula è ancora in alto mare, nonostante l’auspicio di Alfano.
Napolitano vorrebbe vedere la partita chiusa prima delle vacanze, possibilmente già  la prossima settimana, tuttavia il nome giusto non è ancora stato trovato.
La rosa dei candidati non risponde ancora al profilo disegnato dal capo dello Stato: un Guardasigilli autorevole, che riesca a fare una riforma bipartisan della giustizia.

Liana Milella e Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

Commento
Forse qualcuno nel Terzo Polo non ha ancora compreso che esso deve porsi come alternativo a Pdl e Lega e che deve puntare alle elezioni anticipate.
Dal punto di vista etico e programmatico, oltre che ideale, l’unica pregiudiziale che Fli dovrebbe avere è “mai con la Lega”, essendo Fli una forza politica che sul tema della coesione nazionale e della immigrazione ha una visione in completa antitesi con il Carroccio.
Come si possa appoggiare un potenziale governo con presidente un condannato per resistenza a pubblico ufficiale, nonchè fautore dell’affogamento dei profughi ad opera del criminale Gheddafi non è chiaro.
Se governo tecnico deve essere, si scelga un politico di alto profilo istituzionale, non un avvocato del recupero crediti della Avon specializzato in consulenze orali (vedi inchiesta su di lui della procura di Bologna per parcelle da 60.000 euro).
Se Fli sapesse porsi realisticamente e coerentemente come un argine alla Lega navigherebbe su ben altre percentuali di consensi.

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PROSPERINI DI NUOVO ARRESTATO PER CORRUZIONE

Luglio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

L’EX ASSESSORE REGIONALE AL TURISMO AVEVA PATTEGGIATO UNA CONDANNA A TRE ANNI E CINQUE MESI PER UNA VICENDA DI TANGENTI…ORA E’ ACCUSATO DI AVER INCASSATO MAZZETTE PER L’ALLLESTIMENTO DI STAND TURISTICI DELLA VALTELLINA NELL’AMBITO DELLA BIT

L’ex assessore regionale al Turismo e allo Sport Piergianni Prosperini è finito agli arresti domiciliari con le accuse di corruzione e false fatturazioni in relazione a tangenti ricevute per favorire un imprenditore in una gara d’appalto per la costruzione di stand fieristici in occasione della Bit, Borsa Internazionale del Turismo.
Insieme a Prosperini è finito in manette anche un imprenditore della Valtellina. Anche lui è ai domiciliari.
Le ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano su decisione del gip di Milano Andrea Ghinetti. Prosperini, in passato militante della Lega Nord e poi passato ad An e al Pdl, era finito in carcere nel 2009 (celebre la telefonata in diretta su Antenna 3, in cui negava di avere problemi proprio mentre veniva arrestato) e aveva patteggiato una condanna a 3 anni e 5 mesi per altre vicende di tangenti.
Agli arresti domiciliari, a marzo 2010, aveva compiuto un tentativo di suicidio.
Stando alla ricostruzione dell’accusa rappresentata dai pm Alfredo Robledo e Paolo Storari, Prosperini, quando era assessore al Turismo, avrebbe incassato tangenti sugli appalti per gli stand della Bit.
Sono indagati anche due collaboratori del politico.
Il primo, attualmente impiegato alla Regione Lombardia con l’incarico di dirigente, è accusato di truffa aggravata ai danni della Regione; il secondo, funzionario del Consiglio Regionale, è stato denunciato per ipotesi di corruzione.
Sono in corso anche sequestri di disponibilità  finanziarie per 250 mila euro nei confronti di due emittenti televisive locali, TeleLombardia e Telecity, per aver ricevuto commesse regionali dal politico, a seguito di appalti manipolati.
Il gip ha invece respinto la richiesta di arresto per Prosperini avanzata dalla Procura nella parte che riguarda presunto traffico di armi in Eritrea, sostenendo che per questo filone di indagine non sussistono le esigenze cautelari.

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NEL PDL PANICO E RABBIA: “ADESSO IN GALERA CI FINIRANNO TUTTI”

Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile

L’ANATEMA DI PANIZ: “CHI OGGI SI RALLEGRA, PRESTO SE NE PENTIRA'”… I LEGHISTI MARONITI SI TRAVESTONO DA ANTICASTA… STRACQUADANIO SE LA PRENDE CON FELTRI E BELPIETRO…MARONI DAL RECUPERO CREDITI ALLA AVON A FINGERE L’INTERESSATO RECUPERO DELLA BASE LEGHISTA

Arriva il sì all’arresto, Berlusconi, che ha ascoltato con le mani sugli occhi tutto l’intervento di Alfonso Papa – «l’altra notte ho dovuto dire ai miei due bambini, dieci e dodici anni, che questo week end forse il papà  non tornerà  a casa» -, schizza via e si chiude nella stanza riservata al premier,
Papa si aggrappa a Renatone Farina – «portami lontano di qui» -, e le deputate del Pdl sono percorse da un’onda di panico.
Come ai funerali in cui ognuno piange la propria morte, anche qui si presagisce una fine.
«È finita!» dice infatti Viviana Beccalossi.
Mai vista la Santanchè così scossa.
Maria Rosaria Rossi, l’organizzatrice delle feste romane dell’estate scorsa, piange con le lacrime, le mettono occhiali scuri.
Anna La Rosa, che è qui come giornalista: «Sono terrorizzata, mi sento come nel ’93, stanno rifacendo quello che hanno fatto a Bettino!».
Anna Maria Bernini barcolla: «È andata male, molto male».
Quando poi Gabriella Carlucci annuncia la notizia del Senato – «Tedesco del Pd è stato salvato dall’arresto con i nostri voti!» -, la paura si muta in rabbia.
«Adesso finiranno in galera tutti!» dice Osvaldo Napoli, vicinissimo al premier.
Tutti, anche Milanese? «Anche Milanese!».
E Stracquadanio: «Berlusconi ringrazi Feltri e Belpietro. Sono loro che hanno agitato la polemica sulla casta, hanno spaventato i leghisti, hanno messo i nostri elettori contro di noi».
A quel punto tutti si ricordano della Lega. «Sono stati i leghisti!». «No, sono stati i maroniani!». «Maroni ha già  l’accordo con D’Alema per il governo tecnico».
«È la fine anche per Bossi, i suoi hanno votato in difesa di Papa, avete visto invece Maroni?».
Il ministro dell’Interno in effetti ha votato platealmente con il solo dito indice della mano sinistra, come tutto il Pd, per mostrare a fotografi e telecamere che lui poteva pigiare solo il tasto del sì all’arresto.
Dice un altro berlusconiano di aver visto leghisti fotografarsi con il telefonino mentre votavano contro Papa, e poi mandare l’immagine ai sostenitori, come a dire: «Io con la casta non c’entro nulla».
L’immagine della casta ha aleggiato su Montecitorio per tutta la giornata.
Paniz, dopo aver sostenuto che Berlusconi poteva davvero pensare che Ruby fosse la nipote di Mubarak, ieri ha superato se stesso.
«Chi vuole Papa in carcere non vuole che la legge sia uguale per tutti; vuole che i parlamentari siano meno uguali degli altri».
Paniz rivendica di aver letto tutte le 14.932 pagine mandate alla Camera dall’odiato Woodcock e invoca «il rispetto delle regole, anche quelle sgradite alla piazza. Non è forse lo stesso Woodcock che voleva in galera Salvatore Margiotta del Pd, poi assolto, e arrestò il principe Vittorio Emanuele, felicemente prosciolto?».
Buu e fischi dai banchi dei democratici, che al Senato annunciano di voler votare per l’arresto del loro collega Tedesco.
Riparte Paniz: «Rimanere indifferenti di fronte agli indici di un evidente fumus persecutionis è impossibile».
Poi parla Mannino, racconta la sua sofferenza personale, condanna l’abuso del carcere preventivo, «secondo solo alla tortura».
A Palazzo Madama, Tedesco chiede di essere arrestato; sa però che la maggioranza compatta voterà  per lasciarlo libero.
A Montecitorio ora interviene Papa, annunciato da un grido in romanesco: «Daje, a Pa’!».
«Io sono innocente davanti alla mia coscienza, a Dio, agli uomini. La verità  non ha bisogno di difensori; la verità  si manifesta per il suo stesso essere».
Poi il passaggio sui figli e sulla moglie, «unico mio bene da quando ventiquattro anni fa l’ho conosciuta».
Altro grido, stavolta in napoletano, un omaggio a Merola: «Je songo carcerato, e mamma muore!».
Ancora Papa, biblico: «La pianta della verità  cresce nel campo della vita come la zizzania della menzogna».
Berlusconi ascolta sinceramente angosciato, alla fine applaude, Cicchitto furibondo fa una tirata contro il giacobinismo «che tante vittime ha mietuto nel secolo scorso», con il Pdl in piedi che lo acclama freneticamente.
Tutto quel che riesce a dire Di Pietro è che Papa non dovrebbe votare su se stesso.
Nessuno, a destra come a sinistra, ha il coraggio di riflettere in pubblico su un fatto: se un magistrato, magari a torto, decide di arrestare un piccolo imprenditore che lascia a casa decine di operai, una madre con i figli piccoli, un marito con la moglie malata, nessuno potrà  impedirglielo; i parlamentari invece sono protetti da un filtro di solito efficacissimo, oggi spezzato dallo scontro interno alla Lega che vede prevalere Maroni su Bossi, i critici di Berlusconi sui suoi sostenitori.
D’Anna del Pdl viene quasi alle mani in Transatlantico con Cera dell’Udc, i commessi incerti non sanno se intervenire, ci pensa Casini che placca il suo deputato con inaspettata mossa da rugbista e lo trascina via.
D’Alema fa notare che nessuno a sinistra ha applaudito: «Non ci si rallegra per un arresto. Comunque, è ufficiale: la maggioranza non esiste più, e non da oggi».
Paniz lancia una maledizione tipo fra’ Cristoforo: «Verrà  un giorno in cui tanti di coloro che stasera si rallegrano proveranno l’amaro sapore del rimorso».

Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera“)

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CHI SOSTITUIRA’ PAPA ALLA CAMERA? LA PRIMA DEI NON ELETTI E’ LA SUA ASSISTENTE

Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile

SARA’ MARIA ELENA VALANZANO A PRENDERE IL POSTO DI ALFONSO PAPA, IN CASO DI SUE DIMISSIONI A MONTECITORIO

A volte il caso.
Sta di fatto che al posto di Alfonso Papa, a Montecitorio arriverà  il primo non eletto alle Politiche del 2008 nel collegio Campania e coincidenza vuole che si tratti proprio della sua assistente, Maria Elena Valanzano.
E si tratta — altra coincidenza — di un’altra persona coinvolta nell’inchiesta napoletana, diretta dai pm Francesco Curcio e John Woodcock.
E di lei, tre giorni f,a ha parlato l’avvocato civilista Santo Emanuele Mungari, ascoltato come persona informata sui fatti dai pm.
Mungari ha raccontato di aver conosciuto Papa tramite la Valanzano.
“Lei — ha detto il legale nell’interrogatorio — mi ha sempre detto di avere un rapporto diretto con Berlusconi e che anzi, in più di un’occasione, era stata lei stessa a far ottenere all’onorevole Papa un appuntamento con Berlusconi. La Valenzano mi ha detto diverse volte che lei stessa aveva cercato di accreditare l’onorevole Papa con il presidente, il quale, invece, non sembrava tenere Papa in grande considerazione. Dunque sempre per quanto rappresentatomi dalla Valenzano, lei stessa si era spesa con Berlusconi per la nomina di sottosegretario alla Giustizia”.
Pare insomma il caso di dire che “morto un Papa, se ne fa un altro”.
Se Papessa, ancora meglio.

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LA GELMINI E LA COLONIA DEI BRESCIANI AL MINISTERO

Luglio 21st, 2011 Riccardo Fucile

SONO TANTI I DIRIGENTI DEL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE ARRIVATI DALLA CITTA’ DI PROVENIENZA DEL MINISTRO…LE CHIAMATE DIRETTE DI DIVERSI MEMBRI DEL SUO STAFF

Un “cerchio magico” non si nega nessuno. E anche Mariastella Gelmini ha il suo. Costruito sapientemente nel corso della legislatura, oggi il gabinetto del ministro dell’Istruzione rappresenta un esempio davvero unico nel governo di cosa voglia dire “fare casta”.
O tenere famiglia.
Ecco, la Gelmini, nel tempo, si è circondata di persone di sua stretta fiducia non badando a professionalità  o curricula, ma alla provenienza geografica (la sua Brescia), alla fedeltà  personale e alle parentele “lontane”.
Attorno alla ministra più politica del governo Berlusconi c’è dunque un vero e proprio “clan di bresciani” a chiamata nominale, che dirige la stanza dei bottoni del ministero. E che paghiamo noi.
Dopo essersi stretta a sè Alberto Albertini come consigliere personale, reperto democristiano della Prima Repubblica, un nome che a Brescia fa storcere ancora il naso perchè passato attraverso molteplici grane giudiziarie, come l’inchiesta sull’Ospedale Civile (pm Paola De Martiis, nel ’94) in piena Tangentopoli (ma è acqua passata), la Gelmini ha puntato dritto su Vincenzo Nunziata, avvocatone dello Stato di antico lignaggio con un debole per gli arbitrati e gli incarichi extragiudiziali. Come quello sulla costruzione della Scuola Marescialli di Castello, a Firenze, che poi si è evoluta nell’inchiesta sul G8.
Nunziata è un recordman degli incarichi extragiudiziali, per i quali (tra il 2004 e il 2007) ha incassato 1 milione e 521 mila euro oltre a uno stipendio di 222 mila sommando una serie di altri incarichi tra cui quello — all’epoca — di capo di gabinetto del ministro Gentiloni alle Comunicazioni.
Nunziata e Albertini, però, non sono il problema.
Infatti le interrogazioni parlamentari sul “cerchio magico di Mariastella” sono fioccate per altri nomi.
L’ultima il 10 marzo 2011, dove un esterrefatto Alessandro Maran, vicepresidente dei deputati del Pd, chiedeva conto della nomina di Massimo Ghilardi, 45 anni, avvenuta con chiamata diretta per “comprovate e qualificate esperienze professionali”, a dirigente non solo della direzione generale della Ricerca, ma anche come responsabile dell’ufficio competente in riforma, riordino, vigilanza e finanziamento degli enti di ricerca; incarichi che controllano circa 915 milioni di euro.
Ebbene, il signor Ghilardi, carabiniere di leva (fa sempre comodo) laureato in Scienze Motorie alla Cattolica di Brescia e anche in Sociologia Politica ad Urbino, iscritto all’Albo dei promotori finanziari, con la ricerca non c’azzecca proprio nulla, però avrebbe sbaragliato qualsiasi avversario in un ipotetico concorso pubblico: è il tesoriere di “Liberamente”, la corrente-Fondazione in ascesa nel Pdl e capitanata da Franco Frattini, dalla stessa Gelmini e Mario Valducci.
All’interrogazione su Ghilardi il ministero non ha mai dato risposta.
Perchè? Dice l’assistente di Massimo Zennaro, 38 anni, portavoce del ministro: “Il ministro risponderà  quando riterrà  opportuno farlo”.
Zennaro, laurea in Scienze Politiche, dentro Forza Italia era “esperto di comunicazione” prima accanto a Marcello Dell’Utri e poi a Tiziana Maiolo al Comune di Milano.
Manco a dirlo, è di Brescia.
E l’amicizia personale con Mariastella ha fatto sì che la medesima gli abbia messo la spada sulla spalla, nominandolo dirigente di prima fascia del ministero con incarico di Direttore generale “per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la Comunicazione”; il suo stipendio è passato da poco più di 40 mila euro lordi da portavoce a 134 mila netti da dirigente.
Più o meno quello che guadagna il “direttore generale della politica finanziaria e di bilancio” sempre dell’Istruzione, un altro del clan dei bresciani, del “cerchio magico di Mariastella”.
Si chiama Marco Ugo Filisetti, 55 anni, e anche nel suo curriculum c’è una laurea in Legge che nuota nel vuoto, fatti salvi una serie di incarichi come funzionario della Provincia di Bergamo di cui è diventato dirigente nel ’93.
La Gelmini lo ha chiamato a sè direttamente, ma stavolta il Parlamento, per voce di Antonio Misiani, tesoriere del Pd con radici bergamasche, ha chiesto conto al ministro della nomina (in un’interrogazione del luglio 2009) per ragioni “politiche”.
Infatti nel 2009, Filisetti è diventato sindaco del comune di Gorle (sempre Bergamo), ma essendo dirigente del ministero, quindi dipendente civile dello Stato, la sua nomina (ex testo unico sull’ordinamento degli Enti Locali) doveva considerarsi nulla. Insomma, Filisetti avrebbe dovuto optare per uno dei due incarichi.
L’ha fatto? Neanche per idea.
Però il sottosegretario all’Interno, Michelino Davico, ha spiegato che Filisetti può fare tutto ciò che vuole perchè l’incompatibilità  riguarda solo i direttori generali dei ministeri, mentre lui “ne svolge solo le mansioni”.
Al matrimonio di Mariastella con Giorgio Patelli, il 23 gennaio 2010, Filisetti è stato indicato come appartenente al ramo della famiglia dello sposo, in una declinazione neppure troppo lontana.
E queste, a ben guardare, son quelle cose che contano sempre.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Costume, Gelmini, governo, la casta, PdL, Politica | Commenta »

LA CAMERA DICE SI’ ALL’ARRESTO DI PAPA, IL VOTO SEGRETO NON SALVA IL DEPUTATO PDL…AL SENATO TEDESCO SE LA CAVA

Luglio 20th, 2011 Riccardo Fucile

ALLA CAMERA E’ FINITA 319 A 293, AL SENATO 151 A 127…TENSIONI TRA I PARLAMENTARI CHE VENGONO QUASI ALLE MANI, RECIPROCHE ACCUSE AL SENATO

La maggioranza dei deputati ha detto sì all’arresto dell’onorevole del Pdl, Alfonso Papa.
Su 612 presenti hanno votato a favore 319 deputati. I voti contrari sono stati invece 293.
Non si è dunque realizzato il «salvataggio» che secondo molti sarebbe stato attuato grazie all’adozione del voto a scrutinio segreto, richiesto dal gruppo del Pdl e da quello di Popolo e Territorio (gli ex Responsabili).
Determinante la scelta della Lega: dopo il tira-e-molla dei giorni scorsi, con posizioni diversificate e a volte contrastanti annunciate di volta in volta dallo stesso Umberto Bossi, il Carroccio si è espresso formalmente per il sì all’arresto, lasciando comunque libertà  di coscienza ai propri parlamentari
A scrutinio segreto, la Camera ha accolto la proposta favorevole all’arresto avanzata dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio.
Il voto segreto era stato chiesto dai gruppi Pdl dei Responsabili Moffa.
Le opposizioni avevano chiesto senza successo la rinuncia al voto segreto.
A favore dell’arresto si erano dichiarati in aula i gruppi Pd, Terzo Polo, Idv e Lega. Contro Pdl e Responsabili.
Scende il gelo in Aula alla Camera quando il presidente della Camera, Gianfranco Fini, proclama la votazione.
Nessun commento nè dalla maggioranza nè dall’opposizione ma un silenzio tombale che tradisce quasi uno stupore per il risultato apparso sul tabellone luminoso.
Papa si è alzato immediatamente dal proprio banco e ha lasciato l’Emiciclo. Ad avvicinarlo il deputato del Pdl Renato Farina che lo ha salutato e abbracciato.
Immobile al suo posto il premier Silvio Berlusconi che lo ha guardato quasi incredulo.
La rissa In Transatlantico
Il deputato del Pdl, Enzo D’Anna ha fermato il collega dell’Udc, Angelo Cera, e gli ha chiesto: «Guarda che nelle carte di Bisignani è citato più volte il nome di Cesa (il segretario dell’Udc, ndr). Quando arriverà  la richiesta per lui come voterete?».
A quel punto Cera si è innervosito e si è lanciato contro il collega.
Sono intervenuti i commessi e nello stesso momento è arrivato anche Pier Ferdinando Casini che ha trascinato via il deputato del suo gruppo. «Casini, imparagli l’educazione a questo qua», lo ha apostrofato D’Anna.
Prigioniero politico
Alfonso Papa si sente un «prigioniero politico».
Il deputato pdl si dice «sereno», spiega che continuerà  la sua «battaglia per la verità », ma aggiunge: «Le responsabilità  politiche se le assumerà  chi ha preso la responsabilità  di questo voto…».
Oggi, aggiunge, «c’è stata la vittoria del giustizialismo».
L’ira di Berlusconi
«Sono pazzi» è tutta una follia, pur di colpire me e buttare giù il governo rinnegano principi che dovrebbero difendere nel totale disinteresse per le persone, si è sfogato Berlusconi con i suoi.
Il capo del governo si è scagliato soprattutto contro Pier Ferdinando Casini (è una vergogna, una cosa inaccettabile quello che ha fatto, ha detto) ma anche contro i Radicali e in particolare l’ex radicale Benedetto Della Vedova ora in Fli che a suo dire sono sempre stati garantisti e ora hanno cambiato idea.
Forse si è dimenticato di rivolgere un pensiero al suo sodale Bossi…
Disordini dopo il voto fra Gramazio e il senatore del pd Giaretta. E D’Anna (pdl) e Cera (udc) vengono quasi alle mani.
Oltre al caso Papa era infatti in discussione al Senato anche una richiesta analoga per Alberto Tedesco, senatore del Pd passato al gruppo Misto, indagato dalla Procura di Bari per la sanità  pugliese.
Ma in questo caso l’Aula si è espressa per il no, nonostante lo stesso esponente democratico poco prima dell’inizio della seduta avesse chiesto ai colleghi di Palazzo Madama di votare sì al suo arresto.
Anche al Senato il voto è avvenuto a scrutinio segreto: i no sono stati 151, a fronte di 127 sì e 11 astenuti.
E’ però giallo sulla paternità  dei voti: il Pd dice di essersi espresso per il sì e che sono stati in realtà  molti senatori leghisti, con il voto segreto, a graziare tedesco per poi scaricare l’accusa di incoerenza sul centrosinistra.
Accusa quest’ultima respinta al mittente dal Carroccio.
Tedesco, dopo il voto, ha annunciato che non rassegnerà  le proprie dimissioni, come paventato da più parti: «Lasciando il mio incarico – ha puntualizzato – avrei dato ragione alle tesi dei pm che dicono che la mia posizione è potenzialmente criminogena».
Ha tuttavia chiesto un «processo rapido» e annunciato la propria intenzione di rinunciare alla prescrizione affinchè l’iter di giudizio non si interrompa.

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