Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
RESTA L’INCOGNITA DELL’ALTO PROFILO CHIESTO DA NAPOLITANO PER IL CANDIDATO A RIVESTIRE IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA…DOMANI LA PROPOSTA AL COLLE
Stanno per scegliere, come Guardasigilli, il magistrato che era in via Arenula nel ’94, con
Alfredo Biondi ministro della Giustizia, quando si tentò di fermare Mani pulite col decreto “salva-ladri”.
Francesco Nitto Palma era allora il vice capo di gabinetto.
Toga super conservatrice di Magistratura indipendente, folgorato da Cesare Previti e dalla politica.
“Sceso in campo” nel 2001.
Ieri sera lo stretto entourage del segretario politico del Pdl Angelino Alfano lo dava “al 90%” come prossimo ministro.
Avrebbe bruciato le chance di Renato Brunetta, frenato dallo stop del Colle a giri di valzer nel governo.
Non ha preso quota la candidatura in extremis di Augusta Iannini, direttore dell’ufficio legislativo del ministero, dove ormai lavora da dieci anni.
A favore di Nitto Palma potrebbe giocare la fretta di chiudere prima delle ferie e soprattutto prima della partenza di Napolitano per le vacanze.
Soprattutto lo favorisce – se effettivamente oggi da palazzo Grazioli, dopo un faccia a faccia Berlusconi-Ghedini-Alfano, uscirà la sua definitiva investitura – proprio l’ansia di Alfano di lasciare il suo incarico nel governo per dedicarsi completamente al partito.
Il nuovo ministro della Giustizia (e Nitto Palma se alla fine passerà ) potrebbe giurare già domani nelle mani del presidente della Repubblica.
Napolitano, giusto nell’ultimo incontro con il Cavaliere, aveva respinto una lista di 12 nomi e aveva chiesto una candidatura di “alto profilo”.
È tutto da vedere se il curriculum di Nitto Palma, la cui vita professionale e politica non “buca” la storia, corrisponda all’identikit tracciato dal Colle.
Un’accelerazione, senza alcun dubbio, quella sul Guardasigilli.
Per rendere meno instabile il governo, ma soprattutto per mettere un uomo fidato in via Arenula proprio quando uomini del Pdl come Alfonso Papa e Marco Milanese vengono travolti dalle inchieste.
Lì, in quel palazzo, serve un uomo che possa svolgere il ruolo di pilota tra leggi ad personam – e Nitto Palma non ne ha mai disconosciuta una – ed eventuali provvedimenti disciplinari, magari per una banale fuga di notizie.
Uno che possa parlare, mentre oggi Alfano sostiene di essere “frenato” dal suo doppio incarico.
L’urgenza politica è quella di lasciargli le mani libere. Tant’è che Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl al Senato, ieri diceva: “Ne ho parlato anche oggi con lui e spero in una soluzione rapida e immediata già questa settimana”.
E così sarà . Salvo possibili perplessità o stop dal Colle.
Una nomina destinata a chiudere la stagione estiva della giustizia.
Alla Camera non si muoverà passo sulla richiesta d’arresto per Milanese. Al Senato il “processo lungo” potrebbe arenarsi ed essere messo in lista d’attesa per via della forte irritazione leghista.
Era in calendario subito dopo il decreto sulle missioni, in discussione da domattina. Potrebbe finire nel limbo di un ulteriore rinvio a settembre.
La Lega non ci sta a far “sporcare” un suo contenitore con norme salva-Silvio.
Il ddl Lussana, presentato per bloccare l’accesso al rito abbreviato per chi ha reati da ergastolo, non può diventare un’altra leggina per stoppare i processi del premier. Questo hanno detto i leghisti per tutta la giornata.
Ponendo un aut aut: o il ddl torna quello che era o si ferma.
A loro non è bastata la marcia indietro sulla blocca-Ruby, la norma che impone a giudice di fermare il processo in presenza di un conflitto di attribuzione.
Berlusconi ci aveva già rinunciato. Ma i leghisti vogliono che sparisca anche il resto, l’articolo che consente agli avvocati di ottenere di necessità le liste dei testi e quello che inibisce l’uso in un nuovo processo delle sentenze definitive.
Norme scritte apposta per aiutare Berlusconi nei processi milanesi, Mills, Mediaset, Mediatrade, Ruby.
A fronte della voglia di Berlusconi di veder approvata la legge, se n’è mossa in queste ore una opposta: quella dei leghisti che invece, dopo Papa e in vista del sì anche all’arresto di Milanese, vogliono giocare appieno davanti al loro elettorato il ruolo del gruppo anti-casta.
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
PROCESSO BREVE E LUNGO RINVIATI A SETTEMBRE, MA SILVIO CI RIPROVA CON IL BAVAGLIO
Non ci sono più le leggi ad personam di una volta. 
Quelle dove il Parlamento intero rispondeva compatto al volere del Cavaliere di salvarsi dai processi.
Adesso c’è una Lega divisa e molto meno complice ed è diventato davvero più complicato — sondaggi alla mano- far digerire all’elettorato del “partito degli onesti” nuovi strappi sul fronte dell’impunità di Berlusconi.
Per non parlare del capo dello Stato, che ha fatto chiaramente intendere di non aver alcuna intenzione di firmare qualcosa che possa riaprire il conflitto tra politica e magistratura.
Con un’unica eccezione, forse; la nuova legge sulle intercettazioni, che andrà in aula giovedì prossimo alla Camera.
A meno che, anche lì, non si fermino prima.
Pessimo panorama per il Cavaliere. Il processo breve è ancora impantanato in commissione Giustizia del Senato, con il presidente Filippo Berselli che non riesce da settimane a dare il via alla presentazione degli ultimi emendamenti; prima di ottobre non se ne parla di arrivare a un voto.
E dopo c’è il processo lungo, che andrà in aula mercoledì in Senato, ma orbato della norma “salva Ruby” (depennata dalla commissione Giustizia già tre settimane fa) e comunque modificato rispetto al testo uscito dalla Camera, dunque dovrà tornare a Montecitorio e sarà già novembre.
E chissà per l’epoca quale sarà il quadro politico, anche se l’allarme resta alto.
L’approvazione definitiva dell’articolato sarebbe una mano santa per garantire in modo assoluto la prescrizione dei processi Mills, Mediaset e Mediatrade, con ripercussioni micidiali; la sola possibilità di poter chiamare un numero illimitato di testimoni manderebbe in tilt l’intera macchina della giustizia.
Gli interrogativi su cosa potrebbe avvenire sono angosciosi: “Che cosa vuol dire il “processo lungo — si chiede Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze — che se il processo Tagliavia non fosse finito, chiuso il dibattimento, la difesa della mafia con questa eventuale nuova norma, avrebbe potuto dilatare il processo chiamando a testimoniare nuovamente tutti quanti sono stati già sentiti nel processo di Firenze per le stragi del 1993? Saremmo arrivati al grottesco, a un “colpo di Stato” verso le vittime di torti inauditi come quelli perpetrati dalla mafia”.
È un grottesco che è giusto dietro l’angolo.
Mercoledì comincerà il dibattito fino all’approvazione prevista per i primi giorni d’agosto .
Poi di nuovo alla Camera. “È davvero da irresponsabili — ha tuonato Di Pietro — questi non hanno ancora capito che 27 milioni di italiani hanno detto che è ora di smetterla, che è l’ora di andare a casa. Ma contro questo modo recidivo di usare il Parlamento per leggi ad personam, credo che sia venuto il momento di chiamare una manifestazione di piazza per disarcionare per sempre Berlusconi e il suo governo”.
La piazza, dunque.
E all’ultimo punto all’ordine del giorno della Camera di giovedì 28 c’è la legge sulle intercettazioni. “È necessario inasprirla ulteriormente sul fronte della pubblicazione degli atti non direttamente legati al processo — sostiene un avvocatone del premier come Maurizio Paniz del Pdl — ma se non sarà possibile, allora tanto varrà approvarla così com’è tornata dal Senato; meglio quella che nulla”.
Anche alla Camera, però, il Carroccio ha fatto sapere che sul fronte intercettazioni potrebbe tenersi le mani libere.
Ecco perchè, si diceva ieri in tarda serata a Montecitorio, in caso di incertezza sui numeri, il Pdl potrebbe anche decidere di rinviare tutto a settembre.
Quando per Berlusconi potrebbe essere già troppo tardi.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
SARANNO RIDOTTI I BONUS SU RISTRUTTURAZIONI E RISPARMIO ENERGETICO… DAI MUTUI, AI LAVORI E ALLE PROVVIGIONI DEGLI INTERMEDIARI: TUTTI GLI AUMENTI DI TASSE DAL 2013-2014
Non c’è solo il ritorno dell’Irpef sulla prima casa. 
Quella che si profila sul fronte immobiliare somiglia a una vera e propria stangata fiscale, che taglierà tutte le agevolazioni e aumenterà dal 21 al 25,2% la cedolare secca appena introdotta sugli affitti.
Oltre 10 miliardi di euro di sconti fiscali per la casa saranno “alleggeriti” dalla manovra economica.
I tagli arriveranno in due tranches: nel 2013 il 5% in meno, circa 500 milioni di euro; l’anno dopo il 20%: 2 miliardi.
Ce ne sarà per tutti: per chi possiede la casa in cui abita, per chi dà in affitto il proprio immobile, per chi fa lavori di ristrutturazione, e infine per gli stessi inquilini.
Ma procediamo con ordine.
I proprietari di prime case.
Oltre al ritorno dell’Irpef sulla prima casa a partire dai redditi 2013 e 2014, i proprietari subiranno tagli alle agevolazioni, a cominciare da quelle fiscali per l’acquisto della prima casa. Ma sarà ridotta anche la detrazione Irpef per gli interessi passivi sui mutui prima casa (19% su un tetto massimo di spesa di 4 mila euro annui).
Limitata infine la detrazione Irpef per le provvigioni pagate ai mediatori immobiliari per l’acquisto dell’abitazione principale (19% su un importo massimo di mille euro annui).
I proprietari che affittano l’immobile.
Qui è a rischio la novità fiscale del 2011, ovvero la cedolare secca sugli affitti che, da quest’anno, prevede un’imposta unica del 21% sugli affitti relativi a contratti di locazione di immobili ad uso abitativo (19% per i contratti agevolati che prevedono un affitto inferiore a quello di mercato).
Ebbene, con il taglio alle agevolazioni, la cedolare salirà a regime dal 21 al 25,2 per cento. Immediata la richiesta di chiarimenti di Confedilizia, secondo cui a questo punto rischiano di cambiare di nuovo le convenienze fiscali dei proprietari.
A rischio anche la deduzione forfetaria del 15% sui redditi da locazione che viene riconosciuta ai proprietari a fronte dei costi sostenuti per l’immobile (manutenzione, imposte, ecc.) e l’ulteriore deduzione del 30% ai proprietari che affittano con canone concordato.
I proprietari che fanno lavori in casa.
Qui entra in gioco il ricorso agli sconti Irpef sulle ristrutturazioni e sui lavori di risparmio energetico.
Due misure particolarmente amate dagli italiane e che vengono di solito rinnovate di anno in anno.
Ebbene, il bonus del 36% sui lavori di recupero edilizio si ridurrà al 28,8, mentre quello del 55% su interventi mirati al risparmio energetico calerà al 44 per cento.
Gli inquilini.
Anche le detrazioni fiscali previste per gli inquilini a sostegno del costo dell’affitto di casa saranno investite dal taglio del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014.
Si va dalla detrazione di 300 e 150 euro per l’affitto dell’abitazione principale, alla detrazione triennale di 991,60 euro per i giovani inquilini tra i 20 e i 30 anni, per passare, poi, ai 495,80 euro e ai 247,90 euro per i contribuenti intestatari di contratti con affitto concordato.
A rischio anche le detrazioni per i lavoratori dipendenti che abbiano trasferito la residenza nel comune di lavoro (991,60 e 495,80 euro per i primi tre anni).
Rosa Serrano
(da “La Repubblica“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO NON AVALLERA’ MAI RIBALTONI”…IMPASSE SUL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: PER LA SUCCESSIONE DI ALFANO SALE DONATO BRUNO
Il Cavaliere ha letto l’intervista di Gianfranco Fini a Repubblica, quella disponibilità del Terzo polo a votare un governo guidato da Roberto Maroni, e ha tirato un sospiro di sollievo. “Berlusconi ritiene che Fini – spiega un dirigente del Pdl in contatto con villa Certosa – abbia fatto uscire Maroni allo scoperto. L’ha costretto a smentire brutalmente ogni velleità di ribaltone e così ci ha fatto un favore”.
La relativa sicurezza con cui il premier guarda ai prossimi appuntamenti parlamentari, al di là delle parole di Fini su Maroni, poggia inoltre sulla convinzione che il Quirinale, in questa fase, sia un guardiano molto attento alla stabilità dell’esecutivo.
“Napolitano – ha riferito Berlusconi la scorsa settimana, dopo l’ultimo colloquio con il capo dello Stato – non avallerà mai manovre di palazzo che possano mettere a rischio l’Italia e la collocazione dei titoli di Stato. Se le agenzie di rating fiutano il sangue per noi è finita e questo sul Colle lo sanno bene”.
Sperando che non si verifichi l’annunciata ondata di richieste di arresto alle Camere, il premier conta quindi di traghettarsi almeno alla fine dell’anno.
Proprio per evitare incomprensioni con Napolitano, alla vigilia della sua partenza per le vacanze, il Cavaliere sta calibrando altre due mosse per andargli incontro.
La prima riguarda il “processo lungo”, alias ddl Lussana, in dirittura d’arrivo al Senato, la seconda la difficile scelta del Guardasigilli.
Se fino a venerdì sera sembrava del tutto certo che proprio nel “processo lungo” sarebbe stata inserita anche la norma battezzata blocca-Ruby, quella che obbliga il giudice a sospendere il processo in presenza di un conflitto di attribuzione pendente, da ieri l’indicazione è esattamente opposta.
In Sardegna ne ha riparlato con Berlusconi il consigliere giuridico e suo avvocato Niccolò Ghedini per farlo riflettere e spingere sul freno.
Il ragionamento dell’avvocato del premier sarebbe stato questo: ormai siamo troppo avanti, tempo qualche mese e si saprà cosa decide la Corte, rischiamo uno scontro politico, senza risultati significativi dal punto di vista giudiziario.
E poi proprio il Quirinale non vedrebbe di buon occhio la norma che limita l’autonomia del giudice nel decidere se fermare oppure no il processo.
Non bastasse questo, anche dal fronte leghista sarebbero arrivato un nuovo invito alla prudenza. Del tipo: non possiamo mandare in carcere Papa e poi votare una norma che viene letta in chiave pro-Cavaliere.
Ma non c’è solo la frenata sulla blocca-Ruby a riempire i conversari tra Berlusconi e Ghedini. C’è anche l’ormai inevitabile stretta sul nome del Guardasigilli.
Che ufficialmente dovrebbe essere scelto domani, in un incontro del vertice pidiellino a via del Plebiscito.
Anche su questo il presidente del Consiglio sta cercando di non contrariare il Colle, ben sapendo quanto tenga al pedigree di chi occupa la poltrona di via Arenula.
Per certo vuole evitare diatribe tipo quelle avute in passato su Brancher o su Romano.
In queste ore si starebbe ragionando su due nomi, il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta e il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma.
Ma entrambi hanno una controindicazione.
Il primo è già nell’esecutivo e Napolitano ha detto proprio allo stesso Berlusconi che non è questo il tempo per complicati giri di valzer.
Il secondo, nel ’99 quando era applicato a Reggio Calabria dalla procura nazionale antimafia, è stato testimone di nozze dell’attuale presidente dell’Anm Luca Palamara.
Per carità , un caso, ma che può pesare in questa delicata fase dei rapporti tra politica e giustizia. Alla fine potrebbe risultare vincente Donato Bruno, attuale presidente della commissione Affari costituzionali della Camera.
Intanto, sempre sul terreno della giustizia, dopo il colpo portato da Roberto Maroni su Alfonso Papa, il prossimo a smarcarsi potrebbe essere Gianni Alemanno.
Il sindaco di Roma avrebbe infatti scelto, dopo la polemica contro la Lega, proprio la questione morale come il terreno più adatto per ritrovare una centralità nel dibattito politico e far dimenticare le vicende di parentopoli.
Ieri, nel lungo incontro a porte chiuse della Fondazione Nuova Italia, Alemanno ha iniziato a impostare la nuova strategia, chiedendo ai suoi di sostenere Alfano a patto che il segretario del Pdl porti davvero avanti “la rivoluzione” annunciata, a partire dal “partito degli onesti”.
Quanto al ministro dell’Interno, dopo l’offensiva dei giorni scorsi adesso ha deciso di fermarsi per un po’.
“Prima di fare altre mosse – spiega uno dei suoi – vuole prendere il controllo del partito attraverso i congressi della Lega in Veneto e in Lombardia
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO DI MILANO ROMPE IL SILENZIO DOPO 50 GIORNI DALLE ELEZIONI MILANESI: “AVVERTO UN DISAGIO PROFONDO”…”SI E’ SMARRITO IL SIGNIFICATO VERO DI POLITICA AL SERVIZIO DEL CITTADINO”…”LA MANOVRA ECONOMICA NON RISPONDE ALLA DOMANDA CHE SALE DAL PAESE”
Un mese e mezzo dopo aver lasciato Palazzo Marino, Letizia Moratti rompe il silenzio.
«La manovra del governo è rigorosa. È stata approvata da Bruxelles. Ma non risponde alla domanda, che sale dal Paese, di una nuova etica politica. Non si possono chiedere ai cittadini sacrifici durissimi, senza fare sacrifici a propria volta. Non si possono tassare i pensionati, senza tagliare i costi della politica: gli emolumenti dei parlamentari, ma soprattutto le inefficienze della macchina amministrativa dello Stato, che costituiscono il maggior impedimento allo sviluppo del Paese. Questo mi induce oggi a riflettere sulla scelta che ho fatto due anni fa di entrare nel Pdl. Avverto un disagio profondo: non so più se la mia idea di politica, di una politica eticamente fondata, corrisponda ancora alla politica che pare aver smarrito il significato vero di servizio ai cittadini».
Letizia Moratti, sta pensando di lasciare la politica, o il suo partito?
Di certo non lascio la politica. Non voglio comunque fare passi affrettati in un momento in cui verrebbero strumentalizzati per alimentare una polemica tra schieramenti che non produce riflessioni e chiarimenti profondi. È una scelta difficile perchè mi sento stretta nella tenaglia tra una politica egoista, che difende privilegi e poteri, e una politica demagogica che cavalca il vento dell’opinione pubblica ma non affronta i nodi del sistema. Il mio impegno continua, nel solco del riformismo liberale e della solidarietà espressa nella dottrina sociale della Chiesa. Trovo però sempre più difficile riconoscermi in un partito che non ha saputo fare le scelte di libertà e di equità che il Paese chiedeva.
Quali colpe imputa al Pdl?
La questione non riguarda solo il Pdl. Anche l’opposizione ha le sue colpe: nei momenti cruciali si è limitata ad astenersi e non ha mai fatto proposte concrete per il rinnovamento e la crescita del Paese. Ma la responsabilità della manovra è del partito di maggioranza. Il vero ostacolo alla crescita è questa resistenza al cambiamento. Purtroppo, l’impulso al cambiamento che era venuto dal governo Berlusconi del 2001, e prima ancora dai governi di centrosinistra, oggi sembra perduto».
Il Pdl si è appena dato un nuovo segretario, Alfano.
Sarebbe ingiusto, prematuro, non corretto dare giudizi su chi si accinge a operare in un ruolo delicato. Massima apertura e rispetto. Ma il Pdl deve tornare alle radici. Alle forze del Partito popolare europeo. All’idea di libertà , di responsabilità individuale. Io seguirò con attenzione il nuovo cammino del partito. E ne trarrò le conseguenze.
Lei ha parlato di questo con Berlusconi?
Sì. Ne ho parlato in passato, con Berlusconi e con Tremonti, e anche negli ultimi giorni. Ho espresso la mia convinzione che si debba andare oltre la politica dei tagli lineari, verso la spending review , un’autentica riforma della spesa pubblica. Invece si va nella direzione opposta. Si è ridotto al minimo lo scarto tra Comuni virtuosi e Comuni non virtuosi, riducendo sia la premialità per chi ha i bilanci in ordine sia le penalizzazioni per chi non li ha. La revisione e ristrutturazione della spesa pubblica erano state avviate dal governo Berlusconi nel 2001, ma sono state interrotte. Anche il cammino del federalismo fiscale è rimasto incompiuto. Manca la cultura dell’efficienza e del merito. Manca una forte motivazione etica.
Non crede che anche il tono della campagna elettorale e il clima da scontro finale con la magistratura spieghino il calo del Pdl, in particolare a Milano?
A Milano, caso unico in Italia, il Pdl non è calato. Sommando i voti del partito a quelli della lista civica a me vicina, si arriva a quota 186 mila. Più che alle Regionali 2010, sui livelli delle Provinciali 2009».
Ma per la prima volta il centrodestra ha perso il Comune.
E anche da questo si devono trarre riflessioni. È sempre doveroso riflettere sulle sconfitte.
Non crede che la strategia di Berlusconi abbia disorientato molti moderati?
Il momento imporrebbe di operare per una maggiore coesione nel Paese, come ha più volte chiesto il presidente Napolitano. Non voglio fare polemiche sul passato. Metto in guardia su un pericolo: per chiedere i sacrifici ai cittadini occorrono consenso e credibilità . Rinviando i tagli della politica, non si hanno nè l’uno, nè l’altra.
Quali tagli propone?
Se anche tutti i parlamentari si riducessero lo stipendio del 10 per cento, avvicinandosi alle medie europee, sarebbe un fatto poco più che simbolico. Bisogna agire su proposte di riforma molto più forti, che devono essere realizzate subito. Per esempio, la riduzione del numero dei parlamentari. La drastica riduzione, se non abolizione, delle Province; difese anche dal Pd, affezionato a privilegi e clientele. Il rilancio del progetto delle città metropolitane, cui all’Anci avevamo lavorato con il ministro Maroni. Il federalismo fiscale, con il meccanismo del fabbisogno standard, che introdurrebbe principi di maggiore qualità e minori costi nei servizi ai cittadini. Sulla sussidiarietà , sul trasferimento di funzioni ai privati, lavorano il governo britannico, quello tedesco, persino Obama. E il nostro? Tra il ’92 e il 2000, con i governi Amato, Ciampi, Prodi, D’Alema, i costi della macchina amministrativa erano scesi di due punti di Pil. Segno che riformare è possibile.
Che effetto le ha fatto il caso Penati?
I giudizi si danno alla fine. Mi sembra però la conseguenza di un allontanamento dallo spirito di servizio che dovrebbe sempre animare la politica. È quello che bisogna ritrovare.
E il caso Milanese?
Idem. Dobbiamo essere più rigorosi possibile, quando è in gioco l’etica politica.
L’etica è un problema anche per il Pdl?
Certo. L’ultima manovra è il risultato di una politica che ha perso il senso etico. Da qui il mio disagio. Ma in gioco c’è molto di più. In tutto l’Occidente si avverte la necessità di ritrovare una cultura del limite e il compito spetta prima di tutto alle classi dirigente.
Pensa che la leadership di Berlusconi possa avere un futuro? O è finita?
È finito il tempo di questa politica. Una politica che non è capace di coniugare rigore e crescita, che chiede sacrifici ai cittadini ma non li sa imporre a se stessa.
Il Pdl paga anche il fatto di aver lasciato troppo spazio alla Lega?
Il Pdl deve recuperare la cultura dei popolari e dei liberali europei, che tutela i più deboli e non le rendite di posizione, che propugna una big society , come quella di Cameron.
Il Pdl ha abbandonato questa via perchè troppo forte è stato il condizionamento della Lega?
Può darsi.
Il Pdl deve tenere un dialogo più stretto con mondi attorno a cui potrebbe ritrovarsi, i moderati, i cattolici?
Personalmente, ne sono convinta.
Ma dove immagina il suo futuro? Dopo Berlusconi, saranno altri leader e altri partiti a rappresentare i ceti moderati?
Il mio impegno politico sarà indirizzato al dialogo con tutte le forze che intendono lavorare su una piattaforma programmatica davvero riformista, liberale e solidale. Le mie critiche vogliono ancora essere un contributo costruttivo al rinnovamento del Pdl. Mi auguro sinceramente che il Pdl possa mettersi alla guida di questo necessario cambiamento.
Se non lo fa?
Se non lo fa il Pdl, lo faranno altre forze. I vuoti politici vengono sempre colmati.
Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile
A VILLA REALE VA IN ONDA LA “SCEMEGGIATA” DELL’APERTURA DELLE SEDI DISTACCATE DI ALCUNI MINISTERI, FUORI ESPLODE LA CONTESTAZIONE AL GRIDO DI “BUFFONI”…L’EX SOCIALE ALEMANNO ORA SI INDIGNA, QUELLI DI “NOI SUD” PRETENDONO MINISTERI ANCHE IN MERIDIONE, MARONI DISERTA… APPESE ALLE PARETI LE FOTO DI NAPOLITANO E DEL SENATUR DI 20 ANNI FA
Eccoli qui i ministeri spostati al nord, dopo i tanti proclami e le mille polemiche .
Piccole sedi distaccate, intendiamoci, dei dicasteri dell’Economia, della Semplificazione Normativa e delle Riforme.
Gli uffici, con tanto di targhe, li hanno inaugurati stamani all’interno di un’ala della Villa Reale di Monza.
Mentre il ministro Michela Vittoria Brambilla ha annunciato, presto, anche una sede distaccata del Turismo.
Bandiera dell’Unione Europea, tricolore e crocifisso e, appese alle pareti, la foto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quella di Umberto Bossi anni ’80 pre-corna e la statua di Alberto da Giussano.
Centocinquanta metri quadrati, quattro uffici, destinazione “pensatoio” per rilanciare l’economia.
Ecco il tanto atteso decentramento ministeriale, fiore all’occhiello della Lega di fronte alla base.
Niente computer nè telefono per il momento.
Si tratta di spazi adibiti ad uffici a cui i cittadini si potranno rivolgere per comunicare con i governo “senza fare chilometri per niente”, come ha precisato il sindaco di Monza Marco Mariani.
Prima di varcare la porta delle sedi, il ministro delle Riforme Umberto Bossi, ha parlato ai giornalisti e ai presenti, stretto attorno ai colleghi Roberto Calderoli, Michela Brambilla e Giulio Tremonti.
Presenti alla cerimonia anche alcuni rappresentanti delle istituzioni tra cui Roberto Cota, presidente della Regione Piemonte, Davide Boni e Andrea Gibelli, in rappresentanza della Regione Lombardia.
“Le scrivanie le abbiamo pagate di tasca nostra”, ha sottolineato Calderoli. “Sono costate circa 340 euro l’una” (da una ditta di Catania…n.d.r.).
In entrambe le stanze destinate a Bossi e allo stesso Claderoli, sono stati attaccati alcuni arazzi e quadri che raffigurano il giuramento di Pontida e la battaglia di Legnano, momenti-icona del movimento oltre al Tricolore, alla bandiera dell’Unione Europea e alle foto del leader del Carroccio.
Gli uffici saranno operativi a partire dal mese di settembre, ma i cittadini, uniti al Pd e all’Udc lombardo, non hanno atteso quella data per protestare con manifesti, fischi e cori: “No ai ministeri, è una buffonata”.
Anche il sindaco Alemanno è furibondo, ma non è certo il solo.
Arturo Iannaccone, leader di Noi Sud e deputato di Popolo e Territorio, va giù pesante.
“Dopo l’apertura a Monza degli uffici distaccati dei ministeri, abbiamo avuto la conferma di un esecutivo succube della Lega. Nei prossimi giorni ci aspettiamo un segnale chiaro dal Governo con l’individuazione al sud di quattro sedi distaccate dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente, del Turismo e delle Politiche Agricole”.
Commenta il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: “Gli italiani sono costretti ad assistere all’intollerabile inconcludenza di questo Governo, impegnato solo a litigare al suo interno e a produrre pagliacciate questa”.
I più contenti saranno i monzesi che ora sanno dover poter portare a pisciare il cane.
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Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO PDL NON PERDONA AL LEGHISTA IL VOTO SU PAPA…IL POSSIBILE TICKET DI UN FUTURO GOVERNO NON DECOLLA E MARONI SI RITROVA COL CERINO ACCESO IN MANO: IL PARRICIDIO E’ RINVIATO A GIORNI MIGLIORI… MAURIZIO LUPI ALLA GIUSTIZIA?
La coppia non decolla e Berlusconi tira un sospiro di sollievo.
Alfano rimane fedele al premier e Maroni rimane senza quella sponda sulla quale pensava di costruire «l’evoluzione generazionale» del centrodestra.
Non un altro governo fuori dai confini politici presieduti da Pdl e Lega.
E nemmeno un governo istituzionale o di larghe intese.
Con il voto che ha portato in carcere Alfonso Papa, il ministro dell’Interno ha battuto un colpo di leadership dentro il Carroccio e ha chiesto al nuovo segretario del Pdl un atto di coraggio: è il momento di muoversi, in fretta, di accelerare verso un nuovo assetto, anche di governo se necessario, per uscire dalle secche in cui si trova la maggioranza.
E soprattutto per prepararsi alle elezioni politiche del 2013.
Ma il caso su cui Maroni ha battuto il colpo è stato il peggiore, il più deleterio nella visione garantista di Alfano e di tutto il Pdl.
E’ proprio il terreno sul quale il ministro della Giustizia (forse ancora per pochi giorni) non può sgarrare e non vuole sgarrare rispetto a Berlusconi.
«Angelino – spiega un amico che lo conosce come le sue tasche – è una persona che non tradisce, un siciliano serio, tutto d’un pezzo. Non fa colpi di testa: i cambiamenti li persegue con gradualità e moderazione, ma soprattutto non è disposto a fare il parricidio».
Berlusconi quindi per il momento è blindato e potrà sopravvivere superando indenne l’estate. Lascia che la Lega si intesti la riforma costituzionale.
Una riforma da far sventolare ai leghisti come una nuova bandiera nelle feste padane.
E pazienza se non c’è l’accordo tra Lega e Pdl.
Tanto tutti sanno che questa riforma non si farà .
Intanto Bossi sta cercando di far sentire il suo pugno dentro il Carroccio, riassorbire lo strappo di Maroni. «Finchè sono vivo comando io nella Lega», ha detto Bossi al premier in una telefonata in serata.
C’è stata la zampata di Bossi.
Anzi, la «zampatella» come l’ha definita un ministro che ha osservato l’atmosfera rilassata che si respirava ieri mattina al Consiglio dei ministri. «E’ chiaro che il vecchio leone si è mosso, ha tirato le orecchie sia a Maroni sia a Calderoli, i quali non stanno facendo una partita comune. Dentro la Lega continua il ministro – le partite in corso sono tante e non è finita».
Bossi avrebbe avuto un sussulto di leadership e Maroni, in un incontro prima della riunione di governo, avrebbe confermato a Berlusconi che quello sul caso Papa non era un voto contro di lui o il governo.
Ma quel voto ha creato un vulnus tra Alfano e Maroni.
Per il segretario del Pdl un’alleanza che si rinnova, anche con un cambio generazionale, deve avvenire con il consenso dei «padri». Innanzitutto non può poggiare su un presupposto «manettaro», giustizialista.
Il terreno del garantismo non è un optional, una variabile indipendente: e dovrà essere uno dei tratti costituenti del centrodestra.
La coppia non decolla.
A tarparle le ali sarebbe stato un retroscena che viene raccontano a Palazzo Grazioli.
Il giorno prima del voto, Maroni avrebbe assicurato ad Alfano che Papa si sarebbe salvato nello scrutinio segreto.
Esattamente come garantivano Bossi e Reguzzoni.
Le cose sono andate diversamente. Sarà vero?
I maroniani negano categoricamente e contrattaccano dicendo che chi mette in giro questi veleni sono coloro che nel Pdl e nella Lega vogliono salvaguardare la loro rendita di posizione e impedire il cambiamento.
Rimane il fatto che Berlusconi può dire di parlare con Bossi in maniera prioritaria: Maroni fa prove di successione ma non trova la sponda di Alfano.
Il quale forse la prossima settimana verrà «liberato» dalla carica di Guardasigilli per dedicarsi anima e corpo al partito.
Il capo dello Stato ha detto che il nuovo ministro della Giustizia dovrà essere un parlamentare per evitare che un ministro vada al posto di un altro, innescando un effetto domino. Berlusconi considera le parole di Napolitano «un’ingerenza presidenzialista» finalizzata a stoppare Brunetta.
Cresce di molto il nome di Maurizio Lupi per via Arenula.
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Luglio 24th, 2011 Riccardo Fucile
GLI AVVOCATI POTRANNO CONVOCARE MIGLIAIA DI TESTIMONI E BLOCCARE DI FATTO I PROCESSI FINO ALLA PRESCRIZIONE
Una legge devastante per la giustizia sta per essere approvata in Senato la settimana
prossima.
Con un colpo di mano la maggioranza è riuscita a far mettere in calendario per martedì la votazione in aula del cosiddetto “processo lungo”.
Una normativa che salva mafiosi, delinquenti abituali e non, colletti bianchi corrotti.
Per le vittime, invece, sarà azzerato di fatto il diritto alla verità .
L’emendamento “allunga processi”, a firma di Franco Mugnai del Pdl (approvato in commissione giustizia del Senato ai primi di aprile), prevede, infatti, che la difesa possa presentare sterminate liste di testimoni. Di più.
Fa carta straccia della “norma Falcone” (articolo 238 bis del codice di procedura penale) perchè vieta in un dibattimento l’utilizzo come prova delle testimonianze già acquisite in altri processi con sentenza passata in giudicato.
Ogni volta, dunque, si può ripartire da zero e la prescrizione diventerà inevitabile per decine di migliaia di processi.
Le nuove regole rappresentano un mix fortunatissimo per il processo milanese a carico di Silvio Berlusconi per la corruzione in atti giudiziari dell’avvocato David Mills.
Al momento, la sentenza della Cassazione per il testimone corrotto (e prescritto) è stata acquisita in dibattimento e rappresenta una spada di Damocle per il presidente del Consiglio. Anche se, rispetto a quando l’emendamento è stato architettato, per scelte anche del collegio, la prescrizione scatterà comunque, quasi sicuramente, prima della sentenza di primo grado. Ma Berlusconi deve ipotecare gli altri procedimenti: quello per il caso Ruby, e quelli per presunti reati fiscali: Mediaset e Mediatrade.
E, come accade per tutte le leggi ad personam, al netto dei “lodi” Schifani e Alfano, l’effetto su tutti gli altri processi è catastrofico.
Un esempio: se allo stadio, durante una partita di calcio con 30 mila spettatori, è stato commesso un omicidio, l’accusa chiamerà in dibattimento, verosimilmente, solo pochi testimoni.
Quelli in grado di riferire elementi certi su quanto avvenuto.
Ma con la nuova legge, la difesa di chi è imputato può chiedere che vengano a testimoniare, in astratto, tutti e 30 mila gli spettatori.
Basta che sappia dare una buona motivazione e il giudice è obbligato ad accogliere la richiesta.
Gli viene quindi tolto il potere di determinare la lista testi in base all’attuale concetto di “superfluità ”. E se non accoglie le richieste il processo può essere annullato.
L’emendamento Mugnai prevede, infatti , che “Il giudice… a pena di nullità ammette le prove ad eccezione di quelle vietate dalla legge e di quelle manifestamente non pertinenti”.
Il trucco per obbligare il giudice all’ammissione dei testimoni è proprio in quella frase: “Non manifestamente pertinenti”, significa che se gli avvocati hanno una mezza giustificazione per la loro richiesta, sia pure abnorme, la spuntano.
Anche se l’intento è chiaramente dilatare il processo e arrivare così alla prescrizione.
Questa legge (che dovrà tornare alla Camera) vale non solo per i processi di primo grado in corso (altrimenti non servirebbe a Berlusconi) ma persino per i processi di mafia e per quelli con rito abbreviato, concepito, appunto, per durare poco grazie alla concessione dello sconto di un terzo della pena.
Pensare che il disegno di legge originario aveva tutt’altro scopo: “Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo”, prima firmataria la deputata della Lega, Carolina Lussana.
Dunque una legge scritta per impedire benefici a chi è accusato di reati gravissimi.
Nella versione originale è stato approvato alla Camera a febbraio.
Poi il blitz in Senato del Pdl, in aprile: l’approvazione in commissione giustizia dell’emendamento “allunga processi”.
Tra tra martedì e mercoledì il voto dell’aula. La Lega pare proprio che la legge, ormai stravolta, la voterà perchè non vuole rompere con Berlusconi.
Avrà , però, un problema in più con i suoi elettori, già in crisi con i vertici del Carroccio.
Dovrà spiegare loro com’è possibile che inneggia alle manette e poi dice sì a una norma che garantisce impunità .
Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
SI RITORNA AL “PROCESSO LUNGO” PER SALVARE BERLUSCONI… NEI SONDAGGI CROLLA AL 25% LA FIDUCIA NEL PREMIER E AL 26% QUELLA DEL GOVERNO…NAPOLITANO SALE AL 90%
Approvare la norma blocca-Ruby subito, prima della chiusura estiva delle Camere.
Per lanciare un segnale preciso sulla giustizia, in controtendenza rispetto alla sconfitta su Alfonso Papa e alle voci insistenti di procure in movimento all’assalto del palazzo.
Questo pretende Berlusconi prima delle vacanze.
Questo sta chiedendo ai suoi ormai da giorni. “Dobbiamo opporre resistenza e far capire con nettezza che non piegheremo la testa di fronte a questa nuova ondata di giustizialismo dilagante”.
Niente di meglio, per riuscirci, che un’altra delle sue leggi ad personam. Quella ribattezzata “processo lungo”, che contiene già due zeppe per rallentare i dibattimenti, in particolare i suoi a Milano, Ruby, Mills, Mediaset, Mediatrade.
Più poteri alle difese nell’imporre ai giudici la lista dei testi, divieto di usare le sentenze definitive già nei processi in corso.
Ma soprattutto l’assist, quella piccola regola che impone, sempre ai giudici, di fermare le udienze in presenza di un conflitto di attribuzione.
Giusto il caso di Ruby e di Mediaset.
La Lega già rumoreggia perchè l’originario disegno di legge Lussana sul divieto di ottenere il rito abbreviato per i reati da ergastolo è stato stravolto. Ma anche a costo di andare, come per certo si andrà , a un nuovo scontro con il Quirinale, il Cavaliere ha imposto al gruppo del Pdl di piazzare il “processo lungo” nel calendario d’aula la prossima settimana, da martedì, sfidando il centrosinistra e giusto in tempo per essere approvato prima delle ferie.
Il premier non è riuscito, come avrebbe voluto, nell’originaria pretesa di chiudere la partita addirittura anche alla Camera.
Gli hanno spiegato che avrebbero dovuto tenere i deputati incollati alla sedia fino a Ferragosto e questo avrebbe prodotto un altro risultato negativo: far chiudere subito anche la partita sull’arresto di Marco Milanese.
Berlusconi conta ora sul fatto che l’approvazione del ddl in un solo ramo del Parlamento – palazzo Madama – possa consentire ai suoi avvocati di premere in Tribunale per fermare i processi.
Il braccio di ferro con il Quirinale e con l’opposizione è comunque assicurato, in questo scorcio di luglio caldo.
Potrebbe coincidere anche con l’ultima settimana da Guardasigilli di Angelino Alfano.
Lui vuole andare via a tutti i costi dal governo.
Vuole mani totalmente libere sul Pdl.
A Napolitano ha detto “sto per lasciare”. Ma la transizione è difficile. La carta giusta ancora non c’è.
E ai vertici del Pdl c’è chi assicura che il cambio di guardia si farà all’inizio della prossima settimana (anche perchè Napolitano a metà settimana andrà in vacanza) e chi invece è certo di un rinvio a settembre.
Potrebbe anche diventare necessario imporre la candidatura a chi, per esempio il vice presidente della Camera Maurizio Lupi, preferisce fare quello che sta facendo e occuparsi del partito.
Finisce nel grottesco questa sostituzione. Tutti smaniano solitamente per fare il ministro, ma adesso nel Pdl nessuno vuole diventare un “Guardasigilli breve”, di breve durata se ad ottobre matura la crisi, con più oneri che onori, soprattutto nel pieno di una nuova Mani pulite.
E con un governo che, come rivelano gli stessi sondaggi di palazzo Chigi, non ha mai toccato punte così basse di gradimento.
L’ultima rilevazione, planata sulla scrivania del Cavaliere tre giorni fa, dà la sua fiducia al minimo storico con il 25 per cento, mentre quella del governo nel suo complesso è scesa al 26%.
Numeri da brivido, a cui fa invece da contraltare la popolarità al 90% del capo dello Stato.
In questa situazione il premier non è riuscito, come invece avrebbe voluto, a ottenere da Umberto Bossi alcuna assicurazione circa le intenzioni del Carroccio.
Ieri la prevista telefonata tra i due leader non c’è stata e con la Lega resta il gelo.
Lo dimostra, da ultimo, la contrapposizione sul disegno di legge Calderoli di riforma della Costituzione.
Nel Pdl infatti non ne vogliono sapere, lo ritengono pieno zeppo di errori.
I senatori di Berlusconi non hanno alcuna intenzione di dare il via libera a un testo che lascia ai soli deputati il privilegio di votare la fiducia al governo.
Con palazzo Madama che, di fatto, sarebbe ridotto a una sorta di Conferenza Stato-Regioni più larga.
Per questo ieri in Consiglio dei ministri il ddl è stato approvato “salvo intese”, ovvero resta sospeso in un limbo finchè non sarà trovato un accordo dentro la maggioranza.
Calderoli non l’ha presa bene e si è rifiutato di scendere in conferenza stampa insieme a Berlusconi.
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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