Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile
CI SONO STATE ANCHE COSTOSE OPERE DI RISTRUTTURAZIONE… “ASSOLUTAMENTE POCO CHIARI I RAPPORTI TRA IL DEPUTATO E IL MINISTRO
Un’ombra lunga di lussi incontrollati e di ricatti che arriva a lambire persino la casa in cui abita il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
E sullo sfondo di questa inchiesta che adesso porta alla richiesta di arresto per il deputato in assoluto più vicino al ministro, Marco Milanese, il suo storico consigliere nonchè ex ufficiale della Guardia di Finanza, uno scenario da brividi: un regolamento di conti tra “cordate” tutte interne alle Fiamme Gialle.
Una circostanza, quest’ultima, di cui per la prima volta parla lo stesso Tremonti, in un interrogatorio reso come teste nell’altra inchiesta sulla cosiddetta loggia P4.
La polizia, coordinata dal pubblico ministero Vincenzo Piscitelli, ha scoperto un fatto che desta più di un interrogativo: il ministro abita, nel cuore di Roma, in un prestigioso appartamento il cui canone di affitto è a carico dello stesso Milanese.
Il deputato di origini irpine versa 8.500 euro al mese per una residenza in cui non vive, ma dove va ogni tanto a trovare il ministro, com’è normale che sia, avendo Milanese instaurato sin dal 2001 un rapporto di consolidata fiducia con Tremonti.
Non solo: nello stesso appartamento, secondo le ricostruzioni della Procura, sarebbero stati eseguiti lavori di ristrutturazione per circa 200mila euro, che però il Milanese non ha mai pagato alla società che se n’è occupata. Come mai? E per quali altre strade sono stati compensati questi lavori per cui non risulta alcuna documentazione? Emerge qui l’altro dato inquietante: a consolidare quell’appartamento pagato da Milanese e in cui vive il ministro è la Edil Ars, di Angelo Proietti.
Proprio la stessa società che in molte occasioni ha ottenuto appalti dalla Sogei, società controllata dal dicastero delle Finanze e in passato finita anche nel mirino di alcuni accertamenti della stessa Guardia di Finanza.
La circostanza dell’appartamento in cui vive il ministro viene citata dal gip Amelia Primavera a margine dell’ordinanza di custodia per Milanese perchè al giudice appare come l’ennesima dimostrazione dello stretto e proficuo rapporto tuttora esistente tra Milanese ed il ministro.
Dunque non bastano le dimissioni recentissime di Milanese dal ruolo di consigliere politico del ministro, a scalfire le esigenze di custodia cautelare per il deputato accusato di corruzione e rivelazione di segreto.
“Emblematica dell’attualità del rapporto fiduciario esistente tra i due uomini politici è la vicenda relativa all’immobile sito in Roma – scrive infatti il gip – alla via (…) , di proprietà del Pio Sodalizio dei Piceni. Detto immobile, infatti, è stato concesso in locazione a Milanese Marco per un canone mensile di 8.500 euro, ma viene di fatto utilizzato dal Ministro Tremonti, il quale, a sua volta, risulta aver emesso, nel febbraio 2008, un assegno di 8.000 euro in favore del Milanese”.
“Oltretutto, i rapporti finanziari tra il Tremonti e il Milanese – prosegue il magistrato – sono assolutamente poco chiari atteso che Milanese paga mensilmente un canone molto alto il cui complessivo ammontare rispetto alle rate già pagate risulta di oltre centomila euro; non esiste un risarcimento per Milanese; l’assegno del febbraio 2008, risalente dunque nel tempo, attiene evidentemente ad altra partita economica tra i due, essendo isolato nel tempo e risultando emesso un anno prima della nascita del rapporto contrattuale con il Pio Sodalizio dei Piceni”.
E ancora: “La circostanza, dunque, che il Milanese sia ancora oggi un punto di riferimento all’interno della Guardia di Finanza, proprio per la accertata vicinanza al Ministro Tremonti, aggrava, a parere di questo Gip, le evidenziate esigenze cautelari legate al pericolo di inquinamento probatorio”.
L’altro scenario su cui il giudice prevede ulteriori accertamenti è offerto proprio dalle parole che lo stesso Tremonti ha affidato, interrogato come persona informata sui fatti, ai pm John Woodcock e Francesco Curcio, titolari dell’inchiesta sulla P4. E’ il 17 giugno scorso quando il ministro viene ascoltato a proposito dei rapporti tra Milanese, il faccendiere Luigi Bisignani e il generale della Finanza Michele Adinolfi.
Quel verbale, debitamente depositato dai pm, viene poi passato per conoscenza anche all’indagine portata avanti da Piscitelli sul conto di Milanese, e quindi finisce nell’ordinanza per Milanese.
Scrive infatti il gip Primavera: “Sotto diverso profilo, ed a conferma di quanto sia ancora poco chiaro il contesto dei rapporti con i vertici della Guardia di Finanza – nel cui ambito è necessario un approfondimento di indagine – va segnalato il contenuto delle dichiarazioni rese, come persona informata sui fatti, dal Ministro Tremonti, il quale ha riferito in merito all’esistenza di ‘cordate’ esistenti all’interno del Corpo e costituitesi in vista della prossima nomina del Comandante Generale, precisando come alcuni rappresentanti di quel Corpo siano in stretto contatto con il Presidente del Consiglio”.
Non è tutto: “Soprattutto, per quel che interessa in questa sede – continua il gip – Tremonti ha riferito come il Milanese sia tuttora in stretto contatto con quei vertici, avendo appreso dagli stessi quanto riferito poi al Ministro ed oggetto del colloquio tra lo stesso ed il Presidente del Consiglio Berlusconi”.
Concita Sannino
(da “La Repubblica“)
argomento: Costume, denuncia, economia, Giustizia, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER ALLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI SCILIPOTI ACCUSA: “CALDEROLI ERA D’ACCORDO”… IL MINISTRO LEGHISTA SMENTISCE… ORMAI SIAMO AL TEATRINO DELLA POLITICA
«Fininvest si salva senza bisogno di nessuna norma e la norma è molto equilibrata. La più
giusta che si possa immaginare. Ma non l’ho scritta io. E per Tremonti era sacrosanta».
Ecco la verità di Silvio Berlusconi sulla cosiddetta Salva-Fininvest, prima inserita e poi tolta dalla manovra.
Una che avrebbe consentito al gruppo di proprietà del presidente del Consiglio di non pagare una multa da 750 milioni di euro.
Ecco le dichiarazioni del premier intervenuto alla presentazione di un libro di Domenico Scilipoti:. “Non sono io che ho scritto quella norma ma siamo in un paese in cui non c’è legge giusta che possa passare se favorisce Berlusconi o le sue aziende. Uso esempi non miei: se si inventa la penicillina ma serve a me non va bene. Se una nave affonda ma ci sono io , la si lascia affondare»
«Ne abbiamo discusso in Consiglio dei ministri: Tremonti non ha ritenuto di portarla a un voto, essendo quella norma sacrosanta sui cui nel tempo si era intervenuti, pensando che fossero tutti d’accordo e io ne ho avuto precisa e assoluta conferma perchè ad esempio Calderoli che non la conosceva mi ha detto “perbacco se lo sapevo la potevo scrivere meglio”.
“Non c’è nessun giallo – ha sottolineato Berlusconi – appena ho visto le polemiche ho scritto una dichiarazione e ho ritenuto di farla togliere».
«Ribadisco, ancora una volta, di non aver mai nè letto nè visto la cosiddetta norma sul Lodo Mondadori e di aver appreso della sua esistenza soltanto dai lanci delle agenzie di stampa, la settimana successiva al Consiglio dei Ministri » ha detto Carlderoli dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi.
Anche Umberto Bossi ha poi smentito Berlusconi. Della norma salva Fininvest in manovra «non lo sapeva nessuno, nemmeno Tremonti», ha detto il leader della Lega ai giornalisti lasciando Montecitorio.
Quanto all’ipotesi che al Senato possa essere presentata una norma simile, il Senatur ha tagliato corto: «Non ne so nulla».
Ha aggiunto Berlusconi: «Non è compito della politica e dello Stato dare tutte le risposte. Per agganciare la crescita serve anche «lo spirito di sacrificio con cui i cittadini sono disposti alla revisione di un welfare obsoleto che per garantire tutti non garantisce chi ha davvero bisogno». Da quando ho lasciato le aziende che ho creato e fatto crescere non ho mai abbandonato l’ idea che la politica invadente è un fardello. Cultura del fare che abbiamo acquisito nel mondo del lavoro, nel mondo dell’impresa, è una filosofia di vita alla quale non posso rinunciare».
Ciliegina finale di Scilipoti: “La mia scelta l’ho fatta perchè ci credo. Berlusconi è una persona perbene e lo dovrebbero ringraziare anche dall’ opposizione. L’Italia è il paese della libertà e della democrazia grazie al presidente”.
Siamo alle comiche finali.
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, denuncia, governo, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile
LUIGI DEGAN ALL’AGENZIA PER IL LAVORO SENZA AVERE I TITOLI RICHIESTI…INCARICO DA 130.000 EURO L’ANNO ALL’UOMO VICINO AL PRESIDENTE PDL PODESTA’…MA DAL NOTAIO IL SUO NOME ERA GIA’ ISCRITTO DA UN MESE
Indovina chi viene in Provincia. Un gioco facile facile: arriva l’uomo di fiducia del presidente.
Facile al punto che i consiglieri sospettosi possono andare da un notaio, depositare quel nome con largo anticipo e attendere con tutta calma l’esito del concorso. Risultato: all’apertura delle buste, il più qualificato è… l’uomo del presidente.
E scatta l’esposto in Procura.
Tutto questo succede in Provincia di Milano dove il 31 gennaio scorso è ufficialmente partita la procedura di evidenza pubblica per individuare il nuovo Direttore generale dell’Agenzia per la formazione e il lavoro (Afol), l’ente che gestisce gli ex sportelli provinciali del lavoro.
La nomina di Luigi Degan è stata al centro di una doppia partita, durissima, tra maggioranza e opposizione in consiglio e tra correnti dello stesso Pdl al chiuso dellufficio di presidenza.
In pratica l’affaire Afol ha anticipato lo strappo tra Podestà stesso e i reggenti del centrodestra locale Casero e Mantovani, con il primo che avrebbe cercato di imporre a tutti i costi l’uomo di fiducia e gli altri intenzionati a vendere cara una poltrona che vale 130mila euro l’anno per tre anni.
Risultato: un pasticcio su tutti i fronti.
Che nella puntata di ieri avuto ha il suo epilogo più divertente e preoccupante con dieci righe che inchiodano Podestà e il suo favorito.
Il documento è una scrittura depositata con atto notarile il 9 febbraio scorso, cioè appena aperta la gara per il posto da direttore generale.
Il testo non lascia spazio a dubbi: “I sottoscritti consiglieri provinciali Casati e Mauri, informati che Afol Milano ha indetto un bando per la ricerca delle figura del Direttore generale dell’Agenzia, dichiarano di essere venuti a conoscenza che il vincitore sarà il dott. Luigi Degan. (…) Se il nome scelto sarà quello indicato, si manifesterebbe una gravissima violazione delle più elementari regole di trasparenza”.
Un mese dopo, il 4 marzo, il cda di Afol nomina il nuovo direttore: Luigi Degan.
Ma non è tutto.
Perchè se nella nomina c’è il trucco, questo sembra avere un pari corrispettivo nei requisiti del bando o nelle credenziali del proponente.
Così i consiglieri chiedono formalmente di ottenere tutte le carte utili a verificare le competenze del nuovo dg. Ma gli viene negato.
Si rivolgono al Prefetto che impone alla Provincia di mettere a disposizione tutti gli atti.
E viene fuori di tutto. Degan risulta persona qualificata, certo, peccato che il suo cv sia stato “gonfiato” ad arte perchè avesse i requisiti che altrimenti non avrebbe mai avuto, secondo i consiglieri, per ricoprire quella posizione.
A dirlo non sono solo i detrattori del dirigente ma i suoi stessi datori di lavoro. L’elenco delle esperienze curricolari poi risultate false e mendaci è ora al vaglio della magistratura.
Nel mirino finisce la sua esperienza presso il Centro studi Adapt, Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del Lavoro e sulle Relazione industriali, dal 2002 al 2004 e presso Confindustria Bergamo dal 2007 al 2011.
Queste esperienze, riporta l’esposto, oltre ad essere evidentemente non aderenti al profilo ed ai requisiti di ammissione richiesti, risultano anche non veritiere.
Presso Confindustria, è risultato dalle indagini successive, Degan era un semplice funzionario amministrativo e presso Adapt svolgeva un lavoro di classico “assistente universitario”.
Non certo quel ruolo di “coordinamento direzionale di strutture tecnico direzionali” con il quale si è assimilato il lavoro di Degan al requisito del bando nel “vantare una qualificata e pluriennale esperienza, di almeno 5 anni, nel coordinamento direzionale di strutture tecnico gestionali complesse, con poteri di direttiva e spiccate competenze nel ramo del lavoro e della Formazione Professionale”.
A rivelare quanto poco aderente al vero fossero gli incarichi di Degan, si diceva, sono le lettere dei suoi datori di lavoro.
Per gli anni dal 2002 al 2004, ad esempio, l’esposto presenta una dichiarazione del Professor Michele Tiraboschi, direttore scientifico di Adapt, in risposta ad una richiesta ufficiale del Presidente della Commissione Garanzia e Controllo della Consiglio provinciale che pur esprimendo apprezzamenti circa il lavoro svolto dal Degan presso Adapt, escluda che questi abbia svolto alcuna attività di coordinamento direzionale di strutture tecnico gestionali complesse con poteri di direttiva e tanto meno di spesa come chiedeva il bando provinciale e attestava il cv del candidato. Adapt al tempo inoltre, per stessa dichiarazione del professor Tiraboschi, era una esile struttura che contava tre dipendenti, alcune collaborazioni e stagisti.
Altro che “struttura tecnico gestionale complessa”.
argomento: Costume, denuncia, la casta, Milano, PdL, Politica, Provincia | Commenta »
Luglio 8th, 2011 Riccardo Fucile
DOMICILIARI PER CARLO BARBIERI, SINDACO DI VOGHERA…TRASMESSA ALLA CAMERA LA RICHIESTA DI ARRESTO DELL’UOMO DI FIDUCIA DEL MINISTRO TREMONTI
Una ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata emessa nei confronti del deputato del Pdl, Marco Mario Milanese.
Il provvedimento, emesso su richiesta del pm Vincenzo Piscitelli della sezione Criminalità economica della Procura di Napoli, è stato trasmesso alla camera dei Deputati per l’autorizzazione all’arresto.
Le accuse contestate all’ex uomo di stretta fiducia del ministro dell’ Economia Giulio Tremonti, sono di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e associazione per delinquere.
Le indagini rappresentano lo sviluppo dell’inchiesta in cui è coinvolto, tra gli altri, Paolo Viscione in relazione alle attività della società assicurativa Eig.
Viscione è un avvocato campano, coinvolto insieme al figlio Vincenzo e un’ altra decina di inquisiti in una sospetta truffa da decine di milioni di euro nel campo delle assicurazioni internazionali.
Secondo l’accusa, Milanese avrebbe ricevuto da Viscione e dalla società somme di denaro nonchè orologi di valore, gioielli e auto di lusso come una Ferrari e una Bentley, viaggi e soggiorni all’estero.
Tali «regali», secondo le affermazioni fatte da Viscione costituivano il corrispettivo della rivelazione di notizie riservate e interventi per rallentare le indagini della Guardia di Finanza sulla società assicurativa.
Nell’ambito dell’inchiesta, gli agenti della Digos di Napoli hanno eseguito anche altre due ordinanze agli arresti domiciliari nei confronti del sindaco di Voghera, Carlo Barbieri, e del commercialista Guido Marchesi, anch’egli di Voghera.
argomento: Comune, denuncia, Giustizia, governo, la casta, Milano, Parlamento, PdL, Politica, Provincia, radici e valori | Commenta »
Luglio 7th, 2011 Riccardo Fucile
RIVOLTO A SACCONI, IL MINISTRO DELL’ECONOMIA COMMENTA: “MA HAI SENTITO QUELLO CHE STA DICENDO? MA E’ SCEMO” … POI LE SCUSE PRIMA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
Scaramucce a distanza con dichiarazioni alle agenzie di stampa.
Ogni tanto l’escalation nel chiuso di un consiglio dei ministri con qualche frase che trapela.
Ora il rapporto «ruvido» tra i due è venuto alla luce del sole prepotentemente: in un video divulgato da Repubblica Tv con tanto di audio inconfutabile.
I protagonisti sono due ministri: Tremonti e Brunetta. Parole pesanti del primo al secondo: «È un cretino. Ma è scemo?».
Il giorno dopo però il ministro dell’Economia ci mette una pezza e chiede scusa al collega Renato Brunetta nel corso del Consiglio dei ministri.
Lo dichiara lo stesso ministro della Pubblica amministrazione attraverso un comunicato stampa: «È venuto Giulio e mi ha abbracciato, chiedendomi scusa. Io, però, non ho ancora capito cosa sia successo. Ma si sa, non sono veloce di comprendonio».
Ma facciamo un passo indietro a mercoledì, giorno della conferenza stampa che illustra la manovra ai giornalisti.
Tremonti ha appena finito di parlare.
Brunetta prende la parola per la parte che riguarda il suo ministero.
La sede è quella del dicastero del Tesoro, via XX Settembre.
Ma galeotto è il microfono che rimane davanti alla bocca del ministro dell’economia e cattura a sua insaputa il «fuori onda» che rivolge al collega, con il quale è noto non corre buon sangue.
Così nel video ecco i velenosi commenti che Tremonti «comunica» ai funzionari del Tesoro mentre Brunetta sciorina cifre: «Questo è il tipico intervento suicida…».
Si copre il volto e si rivolge al ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, aggiungendo: «…proprio… …è proprio un cretino».
E il ragioniere: «Anche perchè in una manovra di 34 miliardi e nove… il pubblico impiego è a 0,6… è inutile che gliene parli, no?»
E Tremonti sarcastico: «Eh, ma deve parlare!».
Dall’altro lato del ministro siede il capo di gabinetto del ministero Vincenzo Fortunato che chiosa: «È un massacro».
Sarcastico Tremonti: «Devo dirlo?». Nel frattempo Brunetta in sottofondo dice: «…e in più c’è una cosa di cui nessuno si è accorto».
Lesto Tremonti mentre parlotta con Fortunato, s’inserisce con una battuta a Brunetta: «Neanch’io?».
La sala ride e Brunetta rassicura un paio di metri più in là : «No, tu te ne sei accorto».
Ma non è finita.
Brunetta continua il suo intervento e il ministro dell’Economia si spazientisce sempre più.
Ad un certo punto si rivolge a Sacconi: «Maurizio, è scemo eh?».
E il ministro del Welfare: «Io non lo seguo neppure».
Brunetta procede. Ora parla della visita fiscale: «Sarà obbligatoria nei giorni prefestivi…». E Tremonti: «…o nei giorni che precedono la manovra».
E l’ultima battuta prima di confermare il suo pensiero: «Questo è proprio un cretino».
I due insieme sono come il fiammifero con il fuoco.
Infatti, come è successo mercoledì, il 12 novembre del 2009 mentre Brunetta presentava un pezzo della riforma sulla Pubblica amministrazione, il «professor Giulio», scrive Verderami sul Corriere del giorno dopo, bocciava il «professor Renato»: «Non si fa la semplificazione con una nuova regolamentazione », ha iniziato a ripetere dando sulla voce del collega.
Si è scatenato il parapiglia, e per una volta Letta è intervenuto a sostegno di Tremonti. Alla fine, dopo ripetuti colpi sotto la cintura, Brunetta si è alzato e ha teso la mano al ministro dell’Economia, che non ha contraccambiato, anzi: «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in…».
Questo è purtroppo lo stato di degrado morale e di sfiducia reciproca in cui versa il governo del nostro Paese.
argomento: Brunetta, Costume, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL COLLOQUIO E IL DURO SCONTRO TRA BERLUSCONI E TREMONTI….LA SCONFITTA AD PERSONAM DEL PREMIER….TREMONTI E LA LEGA SAPEVANO, LETTA TENUTO ALL’OSCURO FINO ALL’ULTIMO
La verità sulla norma «salva Fininvest» non esiste, è un intrigo che si basa su alcuni indizi e
moltissimi sospetti, rivela la durezza dello scontro tra il premier e il ministro dell’Economia.
La storia segreta del «comma 23» è l’ennesima sconfitta «ad personam» di Berlusconi, offre la plastica rappresentazione di come i nodi politici, giudiziari e ora anche finanziari si sono intrecciati, trasformandosi in un cappio che rischia di asfissiare il Cavaliere.
E non c’è dubbio che sia stato lui a mettere il collo in questa corda, è lui infatti che alla vigilia della sentenza sul Lodo Mondadori ha chiesto uno scudo giuridico da inserire nella manovra per evitare di pagare subito il conto a De Benedetti, nel caso fosse condannato in appello dal Tribunale di Milano.
È Berlusconi al centro della vicenda, ma in pochi nel governo possono realmente dire di non averne mai saputo nulla.
Molti hanno solo girato la testa.
In principio è l’avvocato Ghedini a spingere perchè il premier ottenga dal ministero della Giustizia, dunque da Alfano, un rimedio tecnico al problema.
Da un anno se ne discuteva nelle riunioni riservate a Palazzo Grazioli, per un anno la questione era stata accantonata. A tempo scaduto si cerca una soluzione d’emergenza, e sebbene il Guardasigilli si mostri titubante, viene individuato un «gancio legislativo» nella modifica di alcuni articoli del codice civile, con cui si mira a velocizzare i processi.
Non è vero però che la norma «salva Fininvest» viene inserita all’ultimo momento, «non è stata certo aggiunta di soppiatto», racconta un ministro: sta infatti nelle pieghe di questo capitolo della manovra, nell’articolo 37.
E c’è un indizio che lo dimostra: il tema viene discusso alla riunione di martedì 28 giugno del pre-Consiglio, e già in quella sede i tecnici ravvisano problemi di costituzionalità .
Già in quelle ore scatta l’allarme al Colle. Nel corso dei rituali contatti tra gli uffici legislativi di Palazzo Chigi e dei ministeri con il Quirinale, la presidenza della Repubblica anticipa la propria contrarietà a una simile norma: è un altolà preventivo, il preavviso di un possibile scontro.
E si capisce come mai il Guardasigilli ieri spiegava che non c’era nè ci poteva essere «alcun sotterfugio»: d’altronde non era pensabile che un provvedimento di tale portata sfuggisse allo staff di Napolitano.
Se così stanno le cose, non si comprende perchè il premier decida di insistere, e con quali garanzie.
Regna ancora l’incertezza quando giovedì 30 giugno si arriva al Consiglio dei ministri convocato per la manovra.
La riunione viene a un certo punto sospesa in modo da trovare un compromesso sulla norma per i tagli ai costi della politica.
Trovata l’intesa, però, il Consiglio non riprende subito, perchè nel salone di palazzo Chigi mancano all’appello Berlusconi e Tremonti.
Ricorda un ministro come «in quel momento tutti abbiamo avuto la netta percezione che qualcosa non andasse».
Dopo mezz’ora i due rientrano nel salone di Palazzo Chigi.
È a quel colloquio che viene fatta risalire l’intesa sulla norma «salva Fininvest». Un indizio, a cui si aggiunge un interrogativo che porta a verità contrastanti: il titolare dell’Economia ha solo accettato quell’articolato o – come sostengono i fedelissimi del Cavaliere – è stato lui a riscrivere il testo, inserendo quel tetto di venti milioni che l’ha resa una evidente norma «ad aziendam».
Una cosa è certa, Tremonti sapeva.
Il resto sono accuse che Berlusconi gli rivolge contro, intingendo l’ira nel sospetto. «Chiedetevi chi ci guadagna da questo disastro», urlava ieri sera, puntando l’indice contro il padre di una manovra che «ci ha fatto perdere il gradimento del 65% del nostro elettorato»:
«Se pensa di arrivare così a Palazzo Chigi può scordarselo».
Il premier – a proposito del provvedimento – sostiene di aver chiesto al superministro di «avvisare la Lega sui dettagli», come a dire che sulle linee generali i rappresentanti del Carroccio erano a conoscenza dell’operazione.
Ecco come si giunge alla stesura definitiva della manovra, ed è in questo passaggio che compare sulla scena Gianni Letta, fino ad ora rimasto formalmente ai margini della trattativa sulla «norma salva Fininvest».
Ma è possibile che il braccio destro di Berlusconi, l’uomo che conosce tutti i risvolti del Lodo Mondadori, non sapesse della mossa disperata del Cavaliere?
Anche se così fosse, è stato l’ultimo a leggere il testo della manovra prima di inviarla al Colle.
E se è vero che ieri il sottosegretario alla Presidenza rimarcava come la vicenda fosse stata gestita «malissimo», dato che «non si presenta una simile norma senza averla concordata con il Quirinale», come mai non ha bloccato anzitempo il premier?
A Letta è toccato gestire l’ultima trattativa con Napolitano, quando ormai si trattava solo di recuperare i cocci.
A Letta è toccato informare Berlusconi che per il capo dello Stato non c’era altra soluzione che ritirare la norma.
A Letta è toccato sentire lo sfogo del Cavaliere, che si sente vittima del «banditismo politico-giudiziario» dei magistrati milanesi, che sente approssimarsi una «sentenza di condanna già scritta», e che – in un moto di sfida – ha commentato: «E se ora io non firmassi la manovra?».
La storia segreta del «comma 23» è l’ennesima sconfitta «ad personam» del premier, una sconfitta che ha molti padri ma alla fine un solo colpevole: Berlusconi.
Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Berlusconi, Costume, Giustizia, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 6th, 2011 Riccardo Fucile
DUBBI PDL SUL PREMIER….IL TESORO E LA SPONDA A NAPOLITANO….I RILIEVI SCRITTI DEL CAPO DELLO STATO AL PREMIER
A dare retta ai fedelissimi, l’uomo stavolta è davvero provato, tentato dal mollare tutto e dimettersi.
“Mi hanno lasciato da solo”, ripete demoralizzato. Da solo «a combattere contro il Quirinale». E da solo a rintuzzare il niet di Umberto Bossi.
Una manovra a tenaglia, quella del Colle e del Carroccio, che alla fine l’ha costretto ad alzare bandiera bianca sulla contestatissima norma salva-Fininvest.
«E adesso, se mi condannano, sarò costretto a vendere le mie aziende. Ma se la Cassazione ribalterà il verdetto, chi mi assicura che De Benedetti mi restituirà i miei soldi?».
Stavolta intorno al leader si è fatto il vuoto, come dimostra lo scaricabarile dentro il governo.
Nessuno si è assunto la responsabilità politica di quanto è accaduto, nessuno ha rivendicato la paternità della legge pro-Mondadori.
Non l’ha fatto Angelino Alfano, dai cui uffici, a detta di molti, sarebbe uscito il codicillo incriminato.
Non l’ha fatto l’autore della manovra, Giulio Tremonti, che anzi è parso a dir poco imbarazzato ieri pomeriggio per quanto accaduto.
Fino a offrire una sponda al Colle per cancellare l’articolo contestato dal «suo» decreto.
In verità nessuno nel governo, con l’eccezione di Sacconi, ha preso a caldo le difese del Cavaliere, nemmeno quelli del suo stesso partito.
Persino Niccolò Ghedini ha fatto sapere in giro di non saperne nulla. Un gioco degli specchi che ha coperto la prima, vera, battaglia del dopo-Berlusconi, con ciascuno dei pretendenti alla successione in gara per incastrare il rivale.
Da titolo di merito, la difesa dell’ennesima norma ad personam stavolta è diventata motivo di vergogna. E ciascuno dei “sospettati” ha fatto in modo che la responsabilità del blitz venisse attribuita ad altri.
Di fronte al caos della maggioranza e alla mancanza di guida politica del premier, a far da supplente è arrivato ancora una volta il Quirinale.
Ormai è direttamente a Napolitano che si rivolgono i singoli ministri, nell’assenza di una cabina di regia a palazzo Chigi.
«Il presidente della Repubblica – osserva un ministro di primo piano del Pdl – di fatto ha assunto il ruolo politico che in Francia ha l’Eliseo». Un ruolo che relega in secondo piano il premier e mette in evidenza la cura con cui il Colle segue passo passo ogni provvedimento del governo, in primis la manovra finanziaria, per evitare possibili errori.
Oltre al caso della norma salva-Fininvest, nel passaggio al Quirinale è saltata la leggina sugli imputati «irreperibili».
Il ministero della Giustizia aveva infatti inserito nella manovra una riscrittura dell’articolo 420 bis del codice di procedura penale, con la sospensione del processo per gli imputati irreperibili, in presenza di determinate condizioni, ma Napolitano l’ha fatta cancellare.
Una rigidità dettata dal fondato timore che la maggioranza, in sede di conversione del decreto alle Camere, ne volesse approfittare per inserire una “poison pill”, un emendamento «eversivo», al solo scopo di scardinare qualche processo del Cavaliere. Insomma Berlusconi, al volgere della legislatura, è sorvegliato a vista dal capo dello Stato.
Che si tiene lontano dalle scelte di merito, ma non esita a far sentire forte la sua voce quando sono in gioco profili giuridici e costituzionali.
Nella trattativa sul “salva-Fininvest” tutte le obiezioni della presidenza della Repubblica sono state comunicate verbalmente a palazzo Chigi, attraverso il consueto canale di Gianni Letta.
Con l’avvertenza che, se il governo non avesse proceduto immediatamente a cambiare la norma, dai suggerimenti “orali” si sarebbe passati a un avviso scritto.
Una lettera firmata dal presidente della Repubblica, impossibile da aggirare.
Ma non ce n’è stato bisogno. Per lettera sono stati invece comunicati altri rilievi minori, più tecnici, e al Quirinale nutrono la ragionevole convinzione che tutti i dubbi sollevati troveranno risposta positiva. In modo da consentire già oggi a Napolitano di controfirmare il decreto, autorizzandone la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e la trasmissione alle Camere.
Non ci sarà bisogno di un nuovo Consiglio dei ministri, anche perchè la manovra giovedì è stata approvata «salvo intese», la formula che sta a indicare la trattativa con il Colle.
Francesco Bei .
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Napolitano, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO IL MALUMORE DELLA LEGA, IL GELO DI TREMONTI E LE CRITICHE DELLA STAMPA CATTOLICA, IL PREMIER E’ STATO COSTRETTO ALLA RETROMARCIA
Berlusconi ritira la norma salva-Fininvest.
«Per sgombrare il campo da ogni polemica ho dato disposizione che questa norma giusta e doverosa sia ritirata».
Così il Presidente del consiglio e proprietario del gruppo del Biscione in una nota diffusa nel pomeriggio di una giornata di forti tensioni nella maggioranza di governo. La cosiddetta norma «ad aziendam» spuntata a sorpresa nella manovra di stabilizzazione finanziaria aveva scatenato la polemica.
Si tratta di una leggina sulla sospensione dell’esecutività dei risarcimenti che avrebbe evitato alla Fininvest di Silvio Berlusconi di versare alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro.
Una mossa che precedeva di pochi giorni il verdetto di secondo grado dei giudici atteso alla fine della settimana.
Il Carroccio non ha fatto mistero del «profondo malumore» dei ministri della Lega Nord.
Ma da quel testo che secondo la procedura è stato inviato da Palazzo Chigi (dove è stato visto per l’ultima volta) al Quirinale hanno preso le distanze un po’ tutti, persino Niccolò Ghedini, avvocato personale del premier e deputato Pdl : «Non l’ho scritto io, non ne sapevo nulla»
Nella bufera è rimasto in silenzio il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, si dice, non ne sapesse nulla.
Si dice anche che il suo silenzio nasconda la profonda irritazione.
Dopo aver annullato la conferenza stampa di presentazione della manovra prevista a mezzogiorno – decisione almeno ufficialmente motivata con le difficoltà a raggiungere Roma a causa del maltempo – Tremonti ha confermato la sua presenza nel pomeriggio al Teatro Centrale in Piazza del Gesù viene presentato il libro sulle fondazioni di Fabio Corsico.
Il vice-presidente del Csm, Michele Vietti, aveva posto l’accento sul principio di uguaglianza: «Non entro nel dettaglio di una norma non ancora presentata in Parlamento – spiega Vietti – ma voglio solo rilevare che il principio dell’esecutività delle sentenze di secondo grado è un principio generale che vigeva già prima che diventassero provvisoriamente esecutive le sentenze di primo grado. Modificare questo principio significherebbe rischiare di stravolgere il sistema giudiziario e credo che convenga non farlo per non violare il principio di eguaglianza fra i cittadini di fronte alla legge».
«Non dico nulla. Sulla manovra, quando sarà il momento, conoscerete le nostre determinazioni». Così, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, presente al convegno «Europa più democratica», ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sul testo trasmesso dal governo al Quirinale.
«Errori da correggere», chiede il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.
Mentre di «ipocrisia e incompetenza» nel gestire le sorti del Paese parla Famiglia Cristiana nel numero in uscita. «La manovcra non ci pare equa» scrive il settimanale- «Per essere davvero giusta dovrebbe chiedere a tutti di tirare la cinghia». A cominciare dai politici, cui spetta dare l’esempio. E invece? I tagli agli scandalosi costi dei politici vengono rimandati al futuro» scrive il settimanale. Inoltre la manovra è, per Famiglia Cristiana, «simile alla politica cui siamo abituati da anni: solo parole».
«Nel documento economico di Tremonti brillano per assenza due promesse strombazzate in campagna elettorale: abolizione delle Province e quoziente familiare (ora Fattore famiglia).
argomento: Berlusconi, Costume, emergenza, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
LA INDECENTE MOSSA DI BERLUSCONI PER NON PAGARE 750 MILIONI DEL RISARCIMENTO MONDADORI-CIR STOPPATA DAL QUIRINALE… NEUTRALIZZATO IL BLITZ DI SILVIO E ALFANO
Ora Napolitano vuole vederci chiaro. 
Dopo aver scoperto la sgradita sorpresa nella bozza del decreto trasmesso da palazzo Chigi, il capo dello Stato ha messo al lavoro tutto il suo staff giuridico per «un’attenta e rigorosa valutazione».
Che porterà a stendere un parere pesante e motivato su quella che l’opposizione ha già ribattezzato “norma ad aziendam”.
Anzi, Napolitano la norma contestata avrebbe già deciso di cancellarla dal decreto. Questi sostanziosi rilievi del Colle saranno poi girati a palazzo Chigi, contando su una modifica del testo.
Insomma, Napolitano non intende restare con le mani in mano di fronte a un caso di conflitto d’interessi, con il presidente del Consiglio che inserisce di soppiatto, nella manovra a tutela dei conti pubblici, un codicillo per mettere al riparo la sua azienda dalla sentenza sul lodo Mondadori.
Riflettendo sulla genesi della norma, al Quirinale hanno maturato una convinzione: il comma salva-Fininvest non c’era nel testo uscito dal ministero dell’Economia. Ergo, una manina l’ha inserito dopo.
Precisamente nel passaggio che c’è stato ieri da via XX Settembre a Palazzo Chigi, prima che il decreto venisse trasmesso al Colle per la firma.
Una ricostruzione che coincide con quanto si sussurra nel governo, dove solo in pochissimi erano a conoscenza del blitz che stava per compiersi. Tra i pochi, Giulio Tremonti, che ha tentato con ogni mezzo di opporsi.
Gli uomini del Tesoro, del resto, la considerano «una norma suicida», che non ha alcuna possibilità di essere approvata.
«Questa cavolata – spiegano fonti del ministero dell’Economia – è stata voluta direttamente dal Guardasigilli. È uscita dalla filiera Berlusconi-Ghedini-Alfano. L’hanno cucinata interamente loro, pur essendo chiaro che non ha alcuna coerenza con l’oggetto del decreto».
Inoltre, aggiungono i tecnici di Via Venti Settembre, si tratta di una legge «devastante», perchè «introduce il concetto di insolvenza nel privato».
Niente da fare, di fronte all’insistenza di Berlusconi. «Mi prendo io la responsabilità di tutto – ha tuonato il Cavaliere -, la porto io al Colle e la gestirò io la trattativa con il capo dello Stato».
Ma sono in molti, nella maggioranza, a non aver digerito un provvedimento che «appare come l’ennesima legge a favore della casta, in un momento in cui tagliamo le pensioni agli italiani».
È dunque falso che la norma fosse già stata discussa in Consiglio dei ministri. Diversi testimoni, presenti alla riunione del governo di giovedì sera, non ricordano affatto questo particolare.
È vero invece che la trappola, congegnata da Niccolò Ghedini, avrebbe dovuto scattare in seguito, presentandosi sotto forma di un emendamento parlamentare.
Una tecnica già sperimentata in passato per le norme ad personam sulla giustizia. Ma la fretta ha spinto il consigliere giuridico del Cavaliere a forzare la mano.
La Corte d’appello di Milano ha fatto sapere infatti di essere pronta ad emettere la sentenza sul lodo Mondadori e la decisione è attesa per sabato.
Per Berlusconi si tratta di una corsa contro il tempo per non pagare la Cir di De Benedetti. ««A quello lì – si è sfogato ancora in queste ore il premier – i soldi non li darò mai, piuttosto li devolvo in beneficenza».
Un’ostinazione che l’ha portato a dare il via libera alla forzatura di Ghedini, contro il parere di Tremonti e di Gianni Letta.
L’intenzione di Berlusconi, al contrario, è di resistere a tutti i costi alla moral suasion di Napolitano, confermando la norma e piazzando la fiducia per evitare modifiche. «Spiegherò a tutti – ha preannunciato il premier – che si tratta di respingere un’aggressione politica portata avanti con ogni mezzo».
Il timore, a questo punto, è che Napolitano si attardi troppo nella controfirma, dando ai giudici il tempo di emettere la sentenza e vanificando così il blitz.
Non a caso ieri sono già stati attivati i canali diplomatici tra Gianni Letta e il Colle. Gli uomini di Napolitano hanno in realtà preavvertito il sottosegretario che quel “codicillo” proprio non può andare bene. E il braccio destro del Cavaliere sta tentando una mediazione sapendo però che su quel campo non c’è più nulla da fare.
La controffensiva è stata discussa in una riunione di Berlusconi con i figli alcuni giorni fa. Un vero consiglio di famiglia.
Del resto era stato lo stesso Berlusconi a confermare l’oggetto del summit: «Ne parliamo tutti i giorni, è una cosa che incombe».
Allarme rosso dunque, per la possibile «mazzata» in arrivo (definizione di Pier Silvio Berlusconi). Una eventualità che ha spinto nei giorni scorsi Fininvest a non attribuire alcun dividendo ai soci per l’esercizio 2010, nonostante un utile netto di 160 milioni.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, finanziaria, Giustizia, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »