Luglio 5th, 2011 Riccardo Fucile
TRA CORRENTI E BATTITORI LIBERI, NEL PDL E’ ORMAI UNA CORSA AD ORGANIZZARSI PER IL DOPO-BERLUSCONI…DAI “BELLISSIMI DI RETEQUATTRO” A SCAJOLA, DAGLI EX AN AGLI EX DC E PSI, FINO AI CANI SCIOLTI
Incoronato Angelino tra le lacrime di un Cavaliere in vena di frasi definitive (“Adesso posso
anche morire”) il caos correntizio dentro il Pdl resta esattamente quello di prima.
Insomma, non è successo proprio niente, è stata solo una sceneggiata per togliere — solo formalmente — un po’ di potere agli ex triumviri (La Russa, Bondi e Verdini) che comunque rimangono saldamente alla testa delle loro fazioni interne.
Già , perchè il bacino elettorale del Pdl è ancora pingue e chi vincerà la gara della successione (quella vera) potrà garantirsi di superare agevolmente anche la fine di Berlusconi e del suo regno.
In pole position per raccogliere l’eredità del basso impero ci sono senz’altro i “bellissimi di Rete 4”, ovvero i quattro cavalieri di Liberamente, cioè Frattini, la Gelmini, la Carfagna e la Prestigiacomo; è il nucleo dei “giovani” che, uniti ad Alfano, rappresentano la punta di diamante del futuro del partito, guardati a vista però (e tralasciamo il tenore degli sguardi) dagli scajoliani. Che non son pochi, una trentina di deputati affiliati alla fondazione Cristoforo Colombo e capitanati dall’ex ministro “Sciaboletta” Scajola che quando si parla di fare la fronda può dare lezione a tutti: la vecchia scuola Dc insegna.
Ecco perchè i suoi sono temuti soprattutto dagli ex aennini (La Russa, Gasparri, Alemanno e Matteoli, peraltro ulteriormente divisi al loro interno) che vedono in Scajola un temibile outsider nel controllo di alcuni feudi, in particolare quello toscano, al confine con la Liguria, dove Matteoli tenta da tempo fughe in avanti.
Il sottobosco è poi variegato.
Nel mare magnum dei movimentisti sparsi si scorgono all’orizzonte i valducciani di Mario Valducci, agglomerati nei Club delle Libertà a cui fanno seguito i brambillini della rossa ministra animalista Michela Vittoria Brambilla, fondatrice dei Promotori delle Libertà , fino all’immancabile Dell’Utri con i Circoli del Buon Governo.
Multiforme, dunque, questo neo “partito degli onesti” dove, dopo Dell’Utri, marciano compatti gli ex socialisti della prima ora, Cicchitto, Sacconi, Brunetta e Cazzola, amici anche di Tremonti (tranne Brunetta) che però, com’è noto, gioca una partita da libero duettando in solitaria direttamente con Napolitano.
Al centro, poi, toccano palla da puri groupies del Presidente alcuni berlusconiani sciolti, come Crosetto, la Bertolini, la Santanchè, Cossiga, Malan, Stracquadanio e altri, sempre pronti a scattare sull’attenti in caso di ordini superiori ma, di fatto, custodi delll’imperitura fiaccola del berlusconismo doc.
Per dire: se non ci fossero loro, a Milano avrebbero già preso il potere i formigoniani, anche se la mise sfoggiata dal governatore lombardo al Consiglio Nazionale di venerdì scorso (giacca nera lamè su camicia havaiana e jeans) avrebbe consigliato a chiunque una riflessione prima di entrare a far parte del battaglione berlusconian-ciellino.
È finita? E no.
Se ci sono gli ex Psi non possono mancare gli ex Dc.
Ecco, quindi, entrare in pista Giancarlo Rotondi, con il suo drappello di uomini che ancora sognano il ritorno del grande centro con lo scudocrociato in bella vista e che sono il vero anello di congiunzione tra il partito e il Vaticano; al resto ci pensa Gianni Letta.
Infine i baraniani di Lucio Barani, ex nuovo Psi, che però pare siano davvero pochi (forse addirittura c’è solo Barani) ma anche lui si professa corrente interna capace di sbaragliare l’indiscusso potere che, invece, detengono gli ex socialisti craxiani come Sacconi e Cicchitto, ma quando si tratta di addentare una fetta di quel che resta dell’elettorato berlusconiano, nell’attuale Pdl non si guarda in faccia a nessuno.
A costo di sfiorare — e ripetutamente — il ridicolo.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 4th, 2011 Riccardo Fucile
IL FURTO CON DESTREZZA: ECCO IL RISULTATO DI QUANTO VERRA’ TOLTO AI PENSIONATI, CALCOLATO DAL “CORRIERE DELLA SERA”
La notizia ormai è uscita e ha scatenato un putiferio: il governo mette le mani nelle tasche
degli italiani e andrà a sforbiciare le pensioni, soprattutto quelle medio basse.
Il tutto è previsto, e un po’ nascosto, nella manovra finanziaria.
Ma quanto verrà tolto ai pensionati? A quelli, soprattutto, che prendono dai 1428 euro lordi mensili ai 2380 euro?
Secondo Mario Sensini del ‘Corriere della Sera’ le pensioni medio basse si “allegeriranno” dagli 8 ai 150 euro a pensione.
Il tutto per un costo annuale ai danni dei pensionati che potrà andare dai 4 ai 6 miliardi di euro totali.
Un taglio niente male se si aggiungono i nuovi parametri che allontanano l’età pensionabile.
Insomma dalla manovra, almeno nella versione uscita come decreto dal Consiglio dei ministri, emergono due certezze: le pensioni diminuiranno e si andrà gradualmente in pensione sempre più tardi.
Vediamo nel dettaglio i tagli che dovrebbero arrivare, così come illustrati dal ‘Corriere della Sera’.
Tutto si basa sul fatto che la manovra prevede il blocco, totale o parziale, della rivalutazione degli assegni superiori ai 1.428 euro lordi mensili.
Sulle pensioni più basse la mancata o parziale rivalutazione nemmeno si sentirà ma è su quelle medie che la stangata sarà più pesante.
Secondo quanto scrive il ‘Corriere della Sera’, stando alle stime del governo, un pensionato che oggi percepisce 1.500 euro lordi mensili dovrà rinunciare a 8 euro l’anno, che salgono a 60 euro nel caso di una pensione mensile di 2.000 euro, a circa 100 se l’assegno è di 2.500 euro, oltre 150 euro su una pensione di 3.500 euro.
Unico “contentino” è che, pur se minima, un po’ di perequazione ci sarà per tutti.
I 3,2 milioni di pensionati che ricevono un assegno ddai 1.428 ai 2.380 euro lordi mensili, subiranno un taglio del 55% dell’indicizzazione solo sulla quota eccedente i 1.428 euro.
E così per i pensionati più ricchi: perequazione totale sui primi 1.428 euro, al 45% sulla quota tra 1.428 e 2.380 euro, nessuna rivalutazione sulla parte eccedente (invece del 75% come avviene oggi).
A questi tagli, poi, si deve aggiungere anche l’aumento progressivo dell’età pensionabile.
Dal 2011, a causa del meccanismo delle quote, l’età pensionabile è già salita dai 60 ai 61 anni.
Per le donne che lavorano nel settore pubblico nel 2012 l’età minima per la pensione di vecchiaia salirà di colpo da 60 a 65 anni.
Dal 2014 in poi, per tutti, bisognerà considerare anche l’effetto dell’agganciamento automatico dell’età di pensione alle speranze di vita.
E, dal 2020, anche per le donne che lavorano nel settore privato partirà l’aumento progressivo dell’età minima, da 60 a 65 anni.
Di fatto, già da quest’anno, l’età minima della pensione di anzianità è aumentata di due anni per i lavoratori dipendenti e di due anni e mezzo per gli autonomi.
argomento: Costume, economia, emergenza, governo, LegaNord, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 4th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO AVER SFASCIATO IL MONDO GIOVANILE, AVER PERSO CREDIBILITA’ CON LA PARENTOPOLI ROMANA, ESSERSI PRESO BACCHETTATE PERSINO DA RICCARDO MUTI, L’EX SOCIALE ALEMANNO HA RIUNITO AL BAR L’EX FIDANZATA SALTAMARINI, L’INQUISITO LANDOLFI E POCHI ALTRI SOPRAVVISSUTI …NE E’ USCITO UN DOCUMENTO RIVOLUZIONARIO: “MAI PIU’ PARLAMENTARI NOMINATI”: FORSE SOLO RACCOMANDATI ?
Arrivano alla spicciolata Mario Landolfi, Barbara Saltamartini, Paola Frassinetti, tra gli altri.
E poi il sindaco di Roma. Da lui nemmeno un’ora prima è arrivata la nota più stonata dell’Alfano day.
Alemanno ha interpretato il ruolo di chi ha detto “il re è nudo”, evidenziando come il consiglio nazionale del Pdl altro non sia stato che una kermesse priva di alcuna partitura diversa da quella decisa a piacimento da Berlusconi.
E del resto era sua l’eredità politica che i convenuti a Via della Conciliazione erano chiamati ad accettare.
Solo che il presunto de cuius, politicamente parlando, non si sentiva affatto finito ed Alfano, che essendo stato suo assistente è abituato a capirne anche i sospiri, se ne è reso subito conto correndo ai ripari e rassicurandolo sul fatto che sarà comunque lui, il Cavaliere, il candidato a premier del 2013.
Come se fosse davvero Angelino il leader in grado di incoronare Silvio.
Avrebbero ragione gli scontenti se non fosse che per anni la cosa gli è andata a fagiolo e ha permesso loro di posare le natiche su ben retribuite poltrone.
Quel che è peggio è che costoro hanno voluto dare in passato anche una patina ideologica alla loro corrente, come sedicenti appartenenti al gruppo della destra sociale, elaborando teorie disattese e avendo come prassi quella di rimanere stretti osservanti della politica dei berluscones.
In realtà la nomina di Angelino Jolie a segretario è solo un passaggio che è servito a superare lo schema del 70-30 e annegare gli ex An ( si vedranno tutti a Mirabello tra qualche settimana per contarsi) dentro il Pdl.
E per liquidare il triumvirato dei coordinatori, soprattutto La Russa.
Come? Con un’improvvisa correzione apportata nella notte alla norma statutaria approvata in mattinata (non a caso ha tanto insistito per la votazione l’unico dei tre coordinatori che manterrà un ruolo centrale, Denis Verdini) in base alla quale il segretario del Pdl “può avvalersi dei tre coordinatori”.
Nella prima versione, quella proposta da La Russa, c’era invece scritto un ben più vincolante “si avvale”.
Da ieri gli ex An sono l’opposizione interna al partito.
Una garanzia, se l’opposizione interna la faranno loro, che Berlusconi possa restare al suo posto per altri 10 anni.
argomento: Alemanno, AN, Costume, PdL, Politica | Commenta »
Luglio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LEGA NORD TRA SLOGAN, PALLE PER I GONZI E REALTA’: DISATTESO IL PENULTIMATUM CON LE RICHIESTE A BERLUSCONI.. STASERA SCADEVA IL PRIMO LOTTO DI RICHIESTE, TUTTE INEVASE: MA I LEGHISTI NON MOLLANO LA POLTRONA
“Fatti in tempi certi. Impegno da parte del governo a realizzare 12 punti
programmatici nei prossimi 180 giorni entro le date stabilite”.
L’ultimatum del Carroccio era stilato in una paginetta asciutta, distribuita in migliaia di copie due domeniche fa sul pratone di Pontida.
«Caro Silvio, prendere o lasciare», sibilò Umberto Bossi sotto il sole a picco.
Proprio oggi scade il primo mini lotto dell’aut aut leghista e se prendiamo alla lettera il Contratto con i padani, già stasera il governo Berlusconi dovrebbe cadere per il ritiro dell’appoggio leghista.
Entro due settimane da Pontida, cioè oggi, infatti, si legge, «il consiglio dei ministri deve varare la riforma costituzionale che stabilisce il dimezzamento del numero dei parlamentari e la nascita del senato federale. Tempo per l’approvazione definitiva da parte del Parlamento: 15 mesi».
Ma di questo provvedimento non c’è traccia.
Solo una vaga notizia di invio all’esame del pre Cdm di una bozza di riforma costituzionale di cui sopra. Ma se anche fosse, e venisse approvata chiavi in mano, sarebbe fuori tempo rispetto al timing di Pontida.
Altra scadenza fissata a due settimane: «approvazione in Cdm del decreto legge sulle missioni militari: riduzione dei costosissimi contingenti all’estero». Anche qui. Nulla di ciò è arrivato sul tavolo di palazzo Chigi.
La Padania ieri vantava come un successo l’aver bloccato «il tentativo di incrementi per gli stanziamenti per missioni militari». Di più. «A breve, nel decreto legge relativo, chiederemo la loro concreta riduzione».
Il fatto stesso che si annunci un decreto a breve, dimostra la (seconda) violazione contrattuale dell’agenda di Pontida.
Nè basta il solito Roberto Calderoli che minaccia fuoco e fiamme: «O il governo ridurrà l’impegno nelle missioni internazionali o la Lega non voterà il decreto per il rifinanziamento» e avverte e insiste: «O la Lega porta risultati o se ne va e lascia Berlusconi ai suoi divertimenti».
«La guerra in Libia? Cesserà a settembre», rincara da Cassano Magnago il Senatùr.
Può darsi, per ora di certo c’è solo il seguente comma in manovra: «al fine di prolungare la partecipazione italiana alle missioni internazionali, per il 2011 la dotazione del relativo fondo è incrementata di 700 milioni di euro».
Del resto si discuterà al Consiglio supremo di difesa convocato per il 6 luglio. Forse.
Insomma basterebbero queste due violazioni per aprire la crisi di governo carta padana canta – se la Lega facesse la Lega; invece un Carroccio ormai romanizzato e avvinghiato mestamente al Cavaliere decide persino di festeggiarsi.
«Primo tagliando dopo Pontida», spara La Padania di ieri, rivendicando il drizzone al governo che l’ultimatum bossiano avrebbe magicamente prodotto. E via con una maxi tabella su 15 punti titolata «Obiettivi di Pontida, tabella di marcia».
All’interno ci sono tante cose, alcune raggiunte o avviate, altre solo dei desiderata.
Ad esempio la rivendicazione sbandierata su due ministeri decentrati a Monza «entro fine luglio», nel contratto di Pontida non è contemplata, nonostante Bossi continui a ripetere che anche Tremonti si trasferirà a Villa Reale (sic!).
E ancora. La celebrazione di alcuni punti fissati ad un mese nell’agenda di Pontida («attivazione delle norme per dare ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste; riduzione delle bollette energetiche; riforma del patto di stabilità interno per Comuni e Province; taglio dei costi della politica; finanziamento del trasporto pubblico locale; avvio dell’abolizione delle misure fiscali vessatorie di Equitalia»), secondo la Padania addirittura già centrati, richiedono un chiarimento.
Sulla riduzione delle bollette energetiche va detto che il Carroccio ammette il flop arrendendosi ai rincari di luce e gas previsti in manovra.
Ma anche sui costi della politica ci si deve accontentare di un taglio del 10% dei rimborsi elettorali.
Il resto è rinviato ad una Commissione e comunque a partire dalla prossima legislatura.
C’è poi la promessa solenne di revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi e l’esclusione dai tagli per quegli enti coi conti a posto.
«Tremonti lascia stare i nostri comuni, altrimenti i voti non te li diamo», tuonò Bossi dal pratone.
In teoria il processo è avviato ma c’è molto scetticismo sul provvedimento. Per gli esperti de Il Sole 24Ore andrebbero «aboliti due difetti importanti degli indicatori di virtuosità : la difficile applicazione e gli effetti distorsivi che premiamo e o puniscono a prescindere dal vero merito della gestione».
In ogni caso sarà una riforma in vigore dal 2013. Cioè tra 2 anni.
Subito per gli enti locali ci sono i tagli: altri 9,6 miliardi sul biennio 2013-2014 dopo i 14,8 sul 2011-2012 che uccidono in culla il federalismo fiscale.
Te lo dicono scoraggiati molti sindaci leghisti, divisi tra ragion di partito e comunità allo stremo.
Solo in Lombardia, se confrontiamo le entrate correnti con le spese di personale e servizi, ci sono mille Comuni su 1536 a rischio default.
In Veneto, l’altra Vandea leghista, i Comuni hanno subito tagli al 27% del totale trasferimenti da Roma nel quinquennio 2004-2009.
A cui si aggiunge un altro colpo di scure da 260 milioni quest’anno e da 300 nel 2012. Non basta.
Nella tabella di ieri La Padania rivendica come punti già messi in cantiere alcune promesse che l’agenda di Pontida fissa a due mesi o scagliona entro l’anno.
Si tratta della «definizione dei costi standard da applicarsi alle amministrazioni dello Stato; approvazione della proposta di legge di riforma fiscale con approvazione definitiva in Parlamento per fine anno; soluzione definitiva della questione quote latte; varo codice delle autonomie».
Anche qui: sulle quote latte la Lega in effetti ha vinto in anticipo ottenendo in manovra lo stop alle procedure di riscossione coattiva di Equitalia, alla faccia degli allevatori che hanno pagato regolarmente.
Sulla riforma fiscale tanto attesa, partirà una legge delega a 3 anni, dunque i benefici saranno molto posticipati.
Non è invece menzionato nella tabella di ieri il Codice delle autonomie promesso a Pontida, ma tanto c’è tempo fino a Natale.
Sempre che il governo resti in piedi.
Da Contratto con i padani, infatti, dovrebbe cadere entro sera…
Marco Alfieri
(da “La Stampa”)
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, LegaNord, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SUL SITO “SPAZIO AZZURRO” GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA INSORGONO CONTRO LA MANOVRA ECONOMICA DI TREMONTI: “TAGLIATE PIUTTOSTO I PRIVILIGE DELLA CASTA, NON LE PENSIONI”…”HO CREDUTO IN VOI, ORA BASTA, TREMONTI E’ LA COPIA DI VISCO, PAGANO SEMPRE GLI STESSI”
“Si sentiva la mancanza del superbollo. Ma bravi, va proprio nella direzione giusta!
Dopo tanti annunci quello che avete partorito è stato il superbollo! Fate pietà !”.
E’ solo uno dei commenti più sobri postati a commento della manovra economica apppena varata dal governo dai sostenitori del Pdl sul sito Spazio Azzurro.
Decine e decine di messaggi pubblicati sul sito pidiellino, con una dicitura in evidenza che, a leggere i tanti messaggi livorosi verso il partito, suscita ironia, “il meglio dei messaggi moderati” è scritto in grassetto azzurro.
“Adesso anche la tassa al 20% sulle rendite. Come i comunisti! Non vi voterò mai più. Fate veramente pena!”, firmato da ‘Pdl deluso’.
A rincalzare è ‘Giuseppe’: “Presidente prima ci invogliate a comprare i Btp, poi li tassate al 20%, tanto che lo scorso anno ho investito tutta la mia buonuscita in Btp. Purtroppo lei non è più di parola!”.
Sfoghi e critiche in ‘libertà ‘ che si alternano, raramente, ai saluti di benvenuto al nuovo segretario poltico Angelino Alfano.
Oltre al superbollo, la tassazione sulle rendite, il blocco delle pensioni, i fan pidiellini prendono di mira i vertici del partito, rei di aver fatto una marcia indietro troppo veloce sui tagli annunciati alla casta.
Pietro D’Onghia, ad esempio, posta: “Abolire subito le provincie, dimezzare il numero dei parlamentari e i loro assurdi privilegi economici e pseudoprevidenziali. Per questi motivi avevo votato Berlusconi”.
Ginevra si associa: “Abbiate il coraggio di togliere almeno scorte, case, privilegi agli ex politici, come: presidenti del Consiglio, di Camera e Senato. Perchè è da repubblica delle Banane“.
‘Lorenzo’, se la prende col ministro Rotondi, tra i più acerrimi nemici dei tagli ai privilegi, “caro Rotondi, se non riesce a vivere con 15mila euro al mese si figuri noi con 1200 euro”.
In sostanza, tutte le perplessità del popolo azzurro sulla manovra economica si fanno sentire in rete.
“Fare una finanziaria come l’avete fatta, significa perdere l’elettorato per strada”, rimprovera Albano.
Le fa eco ‘Paola’: “Una delusione totale questa finanziaria. L’ultima goccia. E’ sempre il popolo a pagare. Ho tanto creduto in voi ma ora basta”.
E ancora tale Massimo Guzzetti: “Che delusione! Concordo con Tremonti che si devono rispettare i patti di stabilità , ma che a pagare siano sempre gli stessi proprio non lo sopporto! Non è cambiato nulla”.
Pochi i consigli, pochi, insomma, tra i sostenitori berlusconiani coloro che ci vedono qualcosa di buono in questa manovra.
L’epitaffio finale sul sito web è quello firmato da ‘Imbarazzo e delusione’ che scrive: “Questa manovra è indigeribile. Tremonti è la copia di Visco. Con questa riforma io non vi voto più”.
argomento: Berlusconi, denuncia, economia, emergenza, finanziaria, governo, inflazione, la casta, LegaNord, PdL | 1 Commento »
Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL NO A SANTORO, SCOMPARE DALLA MANOVRA UNA NORMA AMMAZZA-TELECOM SULLA RETE TELEFONICA…SALTA L’ACCORDO CON IL GIORNALISTA E MIRACOLOSAMENTE IL PROGETTO SPARISCE
La metafora di Giovanni Stella annunciava la discesa in campo (televisivo) di Telecom:
io aspetto paziente sotto il banano-Rai che ne scendano i macachi-conduttori.
L’amministratore delegato di Telecom Italia rompeva il bipolarismo di Rai e Mediaset: La7 è disposta a prendersi il gruppo di giornalisti che il servizio pubblico e il Biscione, per motivi diversi ma di uguale matrice (il Cavaliere), non vogliono e non possono permettersi.
Stava nascendo una televisione all’apparenza poco controllabile per il Silvio Berlusconi imprenditore e politico, ma estremamente influenzabile per la sua versione di capo del governo.
La trattativa con Michele Santoro era chiusa, mancava un tratto di penna: la firma (alle prime voci, il titolo di La7 crebbe in un giorno del 20%; l’altro ieri, al niet, ha perso il 4 e ieri il 3). Martedì scorso, l’ultimo incontro tra l’inventore di Annozero e il dirigente di La7 conosciuto con il soprannome di “canaro” per i suoi modi spicci ed efficaci fino al sadismo.
E che succede martedì, proprio quel giorno?
Il governo scrive e riscrive e infine diffonde la bozza di manovra economica: tagli, pensioni , tasse e finte rivoluzioni liberali e liberiste.
In un articolo del provvedimento, a sorpresa, si materializza il conflitto d’interessi che Santoro ha denunciato.
Il governo, se vuole, può fare male a Telecom, la multinazionale proprietaria di La7.
E con una norma, infilata di soppiatto, Palazzo Chigi ha dimostrato come può farle male.
La bozza prevedeva un progetto del ministero per lo Sviluppo economico di Paolo Romani: “Un piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet”.
E come? “Mediante la razionalizzazione, la modernizzazione e l’ammodernamento delle strutture esistenti”.
Parole astruse e verbi incrociati per sottrarre a Telecom l’ultimo bene invidiato da tutti i concorrenti: la rete fisica, quella che porta il cavo telefonico in tutte le case e gli uffici, eredità del monopolio pubblico.
Il governo pensava di aprire il mercato e le connessioni veloci imponendo “obblighi di servizio universale”.
Tradotto: Telecom investe per migliorare la sua struttura e poi deve metterla a disposizione dei concorrenti.
Il governo di lievi e dure sforbiciate, che spinge all’infinito una correzione nel bilancio statale da 47 miliardi di euro, sentiva l’urgenza di ricorrere ai soldi della Cassa depositi e prestiti per “finanziare il piano nazionale su Internet”.
Poche righe nascondevano un possibile esproprio del tesoro più sensibile per i vertici di Telecom.
L’ipotesi dura due giorni, esattamente 48 ore, fin quando ieri accadono due fatti all’apparenza distanti ma forse strettamente legati: La7 annuncia la fine di qualsiasi negoziato con Santoro, azzoppando così l’ipotesi terzo polo televisivo; e, in contemporanea, il governo cambia la norma, stravolge il suo “piano di interesse nazionale per il diritto di accesso a Internet” e cancella dal testo della manovra quei passaggi — “la razionalizzazione, l’obbligo di diritto universale” — che minavano la stabilità patrimoniale di Telecom e preoccupavano i suoi azionisti (anche stranieri).
Anche se il numero uno di Telecom Italia Franco Bernabè giura che tra i due fatti non c’è alcun nesso, e ribalta su Santoro l’accusa di aver cercato pretesti per far saltare la trattativa con La7, i casi sono due: o le idee del ministro Romani e del governo sono talmente labili da evaporare nel breve volgere di 48 ore, oppure la rivoluzione telematica di Berlusconi era un atto di forza, un segnale per intimorire La7.
Per capire dov’è intrappolata la ragione è utile ricordare che la Rai di centrodestra, in trincea contro i giornalisti sgraditi dal Cavaliere, adesso comincia a riflettere: forse è meglio trattenere Santoro, forse Vieni via con me era davvero importante, forse Report è un prezioso settimanale d’inchiesta, forse Lucia Annunziata è una figura professionale irrinunciabile per il servizio pubblico.
Togliendo i forse, resta l’ordine di servizio di Berlusconi, il più recente: è più facile controllare il servizio pubblico, senza indebolirlo troppo, per giocare di sponda con Mediaset, che combattere un terzo polo televisivo.
Nella peggiore delle ipotesi, un colossale ricatto.
Nella migliore, l’ultima trasfigurazione del conflitto d’interessi.
Giorgio Meletti e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, governo, PdL, Politica, radici e valori, RAI, televisione | Commenta »
Luglio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI LO FA ELEGGERE E LUI SI PRENDE SUL SERIO E PARLA DI ONESTA’ MENTRE LE TELECAMERE INQUADRANO PAPA…VERDINI FA IL NOTAIO, LA MINETTI SFOGGIA IL LATO B, IL POVERO PEDICINI VOTA CONTRO E FINISCE NELLA FOSSA DEI LENONI
Auditorium della Conciliazione, alle tredici e quindici.
L’Unto del Signore ha benedetto segretario Angelino Alfano, ancora guardasigilli ad personam, e i vari colonnelli del Pdl si alternano sul palco per interventi da cinque minuti.
I delegati, più di mille, si rilassano. Entrano ed escono dalla sala.
Molti deambulano sorridenti nella hall.
Il deputato Alfonso Papa, uno dei pilastri della P4 di Gigi Bisignani, è da solo, emarginato da tutti i capannelli.
Poi si rianima d’improvviso: Nicole Minetti, vestita di bianco e di blu, gli passa vicino e lui non resiste alla tentazione di guardarle il lato b quando lo supera. Papa e Minetti, due storie del partito dell’amore che adesso vuole anche essere partito degli onesti, premiando merito e talento.
Non è uno scherzo.
La promessa, o la minaccia a seconda dei punti di vista, è il climax del commosso discorso di Alfano: “Noi dobbiamo lavorare per il partito degli onesti. Presidente, lei è stato un perseguitato dalla giustizia perchè nel ’94 lei aveva 58 anni e non è possibile che fino ad allora non era successo niente e poi quando è entrato in politica le è successo di tutto con riferimento al passato. Lei è un perseguitato, ma ho l’onestà di dire che non tutti lo sono”. L’auditorium esplode. Un’ovazione.
E, ironia della sorte, le telecamere del Capo, le uniche ammesse in sala, inquadrano Papa che applaude a scena aperta.
imbarazzante.
Siamo all’edizione 2011 della banda degli onesti, l’indimenticabile caricatura dei falsari di Totò e Peppino.
La banda degli onesti di Alfano non è l’unico paradosso di “questa giornata dell’amore”, come la chiama B.
Ce n’è un altro che viene prima, in apertura.
Berlusconi dà inizio ai lavori, si autoincensa, ancora una volta annuncia il bavaglio sulle intercettazioni e le riforme (giustizia e Costituzione), sfotte Giulio Tremonti chiamandolo “Guido” e poi chiama a sè sul palco Angelino Alfano, segretario politico predestinato del Pdl, carica non prevista dallo statuto interno.
La svolta democratica del partito carismatico è un’investitura alla nordcoreana: “Io da presidente e fondatore del partito vi propongo l’elezione di Alfano per acclamazione”. Il Caro Leader Silvio che unge il Prediletto e tutti in piedi a sbattere le mani.
Un teatrino che dura una manciata di minuti. B. non si contiene e manifesta la solita allergia per “regole e procedure burocratiche”.
Chiede “un’investitura plebiscitaria” e “abbraccio generale” per “questo ragazzo intelligente”.
Sembra fatta, ma il triumviro Denis Verdini, coinvolto nell’inchiesta sulla P3 e altro volto del partito degli onesti, lo frena.
B. si scusa con la platea plaudente: “Il notaio Verdini mi dice che bisogna comunque fare la modifica allo statuto”. Il triumviro lo rassicura: “Scusa presidente non perdiamo più di trenta secondi”.
In questo mezzo minuto, alle 11 e 18, un delegato di nome Antonio Pedicini, friulano, si ritaglia un po’ di gloria: è l’unico tra i mille e passa che vota contro la modifica dello statuto.
Il dissenso viene accolto dall’ilarità generale, come una barzelletta raccontata dal premier.
In prima fila c’è il berlusconismo rosa delle origini, incarnato dalla Prestigiacomo, poi la Carfagna e la Gelmini. Più defilata la Brambilla.
I falchi volano di meno , negli ultimi tempi, è così Daniela Santanchè è relegata a metà della sala, con Melania Rizzoli e Antonio Angelucci.
Dopo l’acclamazione, B. scende dal podio, Alfano resta e comincia il suo primo intervento pubblico da segretario.
Parte da lontano, da quando sconosciuto consigliere provinciale di Agrigento, nel 1994, ascolta e vede B. in televisione e decide di aderire a Forza Italia perchè “quell’uomo aveva il sole in tasca”.
Il guardasigilli ad personam descrive il partito dei moderati che vorrebbe e paragona il sogno americano a quello berlusconiano: “Vorrei che uno dei giovani presenti qui oggi, magari consigliere provinciale, diventasse segretario del Pdl tra 17 anni”.
Alfano è commosso, cita il papà in platea, ricorda Pinuccio Tatarella, ringrazia i triumviri, omaggia i signori delle tessere Matteoli e Scajola che vorrebbero ingabbiarlo con un direttorio di notabili, si scaglia contro l’anarchia del Pdl.
È un discorso ecumenico. Poi sparge il panico con la chiosa al partito degli onesti: “Berlusconi è perseguitato ma non tutti lo sono”.
La sibillina frase aleggia su tutti i capannelli che si formano dopo nella hall.
Il quesito corre di bocca in bocca, con preoccupazione: “A chi si riferiva?”. L’elenco dei sospettati è ampio: i citati Papa e Minetti, presunta tenutaria del “bordello ” del bunga bunga; poi Cosentino, inquisito per camorra; lo stesso Scajola, cui la cricca di Anemone ha acquistato la casa al Colosseo a sua insaputa; il triumviro Verdini.
Anche la Bergamini, la donna di Raiset, ha il volto corrucciato.
L’ex Responsabile Mario Pepe nota: “Però che cattiveria a inquadrare sempre il povero Papa”.
Rotondi e Baccini si dicono entusiasti del discorso di Alfano: “Sembrava il Forlani di una volta”. Dai democristiani agli ex fascisti. Sul podio sale Gianni Alemanno e sfora i cinque minuti. Maurizio Lupi lo interrompe: “Gianni ancora trenta secondi”. Lui infastidito, senza voltarsi e con voce alterata: “Lupi stai buono”. Un riflesso da vecchio camerata.
Bersani e Di Pietro, commentando, si invertono di nuovo i ruoli.
Il primo : “Alfano è il segretario del Capo”. Il leader dell’Idv: “Non condivido Alfano ma merita rispetto”.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, Costume, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Giugno 30th, 2011 Riccardo Fucile
ASSENTI ANCHE OTTO RESPONSABILI (COMPRESO SCILIPOTI) E QUATTRO LEGHISTI…NON C’ERANO NEPPPURE BERLUSCONI, TREMONTI, ALFANO, LA RUSSA, MELONI, ROMANI, FITTO, SAVERIO ROMANO, BRANCHER E CROSETTO… ALL’INTERNO DELLA LEGA POSIZIONI IN CONTRASTO TRA LORO
Maggioranza risicata anche ranghi completi. 
Ministri e sottosegretari costretti a correre a votare per non andare sotto alla Camera.
Questo è il centrodestra dall`addio dei finiani.
Nonostante la compravendita dei deputati. Nonostante l`avvento dei Responsabili.
E quando, come ieri, si incrociano più appuntamenti la maggioranza non c`è più.
Quei 317 voti incassati da Berlusconi appena una settimana fa diventano un miraggio.
Ieri a votare sì alla comunitaria 2010 erano in 262. Peccato che quelli dell`opposizione fossero 270. È caos.
All`appello mancano peones, ministri, sottosegretari e nomi eccellentivari. La sconfitta è tutta da attribuire al Pdl di Silvio Berlusconi.
Erano 27 i deputati del partito del predellino che al momento di pigiare il bottone verde erano fuori dall`aula.
A questi se ne aggiungono 16 in missione.
Per capirci, nella Lega c`erano due assenti e due in missione (tra cui Maroni).
Male anche i Responsabili con sei di loro che hanno disertato il voto.
In altri termini: nel partito di Berlusconi non c`è il 12% del gruppo, in quello di Bossi il 3%, in quello di Scilipoti il 20.
Con nomi di primo piano.
Mentre il Senatùr corre a votare, del Cavaliere non c`è traccia. E’ impegnato a palazzo Grazioli a risolvere le grane legate alla manovra al decreto rifiuti.
Risulta “in missione”, salvo poi materializzarsi a Montecitorio per strigliare i suoi dopo la batosta.Con lui assenti sette ministri.
Sono tutti in missione, anche se in molti prima o dopo alla Camera si vedono. Come Tremonti o La Russa. Oppure Alfano, che ha passato mezza giornata con il premier a preparare il Consiglio nazionale che domani lo incoronerà segretario del Pdl.
Non si vedono Romani, la Meloni e Fitto. Manca il responsabile Saverio Romano.
Non sono solo i ministri i desaparecidos del Pdl. Mancano anche molti big del partito. Impietosi i tabulati della Camera. Non ci sono l`avvocato del premier Niccolò Ghedini e il coordinatore DenisVerdini.
Così come l`ex ministro Claudio Scajola, dal suo ritorno nell`agonepolitico impegnato a ritrovare un ruolo di primo piano al governo e nel partito.
Manca anche l`ufficiale di collegamento con la Lega Aldo Brancher così come il fustigatore di Tremonti Guido Crosetto.
Fatto sta che uscendo dall`aula i deputati leghisti scuotevano la testa, lamentandosi per «l`alleanza».
Ovvero contrariati dai colleghi del Pdl. «È colpa loro, questi non vengono mai», ripetevano in coro.
Dello stesso avviso Mario Pescante, presidente della commissione politiche Ue: «Non è possibile che vengano a votare solo quando c`è la fiducia o quando si tratta di non fare arrestare qualcuno», dice dei suoi in un capannello con il leghista Pini.
Quelli della maggioranza tra di loro parlano di «casino totale» e «disastro».
I padani dicono che se si va avanti così il governo hai giorni contati. Eppure anche tra le loro file qualcosa che non ha funzionato c`è stato, visto che in aula il presidente della commissione Bilancio Giancarlo Giorgetti si è schierato contro l`emendamento sui pagamenti della Pubblica amministrazione («non c`è la copertura») appoggiato invece dal capogruppo Reguzzoni.
Due rappresentanti di anime contrapposte della Lega. E se come dice Bossi il problema è che molti deputati della maggioranza erano al bar, ecco che il sempre originale Giancarlo Lehner (Pdl) propone la sua ricetta: «La soluzione è il vizio di cazzeggiare dentro la buvette. Da domani le votazioni si terranno direttamente nella buvette o, mentre si vota, dovrà rimanere chiusa».
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Giugno 30th, 2011 Riccardo Fucile
QUALCUNO E’ STATO SFRATTATO PER MOROSITA’ PERCHE’ LO STATO NON RIESCE A SALDARE L’AFFITTO…I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA E I LORO AVVOCATI NON VENGONO PAGATI DA MESI… UN GRUPPO DI EX BOSS HA DECISO DI PROTESTARE PUBBLICAMENTE, PRIMA DI OGNI DEPOSIZIONE
Il servizio centrale di protezione batte cassa, da mesi non ci sono più fondi per i collaboratori di giustizia.
Alcuni pentiti sono stati addirittura sfrattati per morosità dalla casa in cui abitavano, in località segrete, perchè lo Stato non riesce più a pagare gli affitti ai proprietari. Qualcuno è finito ospite anche di comunità religiose, con tutti i problemi di sicurezza che ne derivano, per il diretto interessato e per gli ignari volontari che si occupano della sua assistenza.
E si è arrivati al paradosso che l’ex mafioso catanese Roberto Spampinato non può neanche scontare gli arresti domiciliari, perchè dopo lo sfratto non ha più una fissa dimora.
Al giudice del tribunale di sorveglianza di Roma non è rimasto che rinviare l’udienza e dunque la data in cui il pentito dovrà iniziare a scontare la condanna.
Per mancanza di fondi, un altro pentito si è ritrovato senza auto blindata per andare a deporre in Calabria.
E tanti collaboratori sono senza assistenza sanitaria per le proprie famiglie, come invece il programma di protezione dovrebbe assicurare.
Da sei mesi, infine, gli avvocati dei collaboratori lavorano gratis: anche queste spese non sono più onorate dal servizio centrale di protezione.
Ecco perchè sale il malcontento fra i collaboratori di giustizia e i loro legali.
Ed è già partita una singolare forma di protesta prima di ogni deposizione: un gruppo di pentiti siciliani ha deciso di denunciare pubblicamente che “lo Stato ha violato l’impegno” nei loro confronti.
I collaboratori non rinunciano al patto che hanno fatto con la giustizia, continueranno a deporre, ma vogliono porre il caso davanti ai giudici.
E prima o poi qualche magistrato potrebbe anche far scattare un’inchiesta per i disservizi di questi ultimi mesi nella lotta alla mafia: un giudice di Palermo, Lorenzo Matassa, ha già inviato il verbale con la dichiarazione fatta da un collaboratore durante un’udienza al presidente del tribunale, “per le determinazioni di conseguenza”.
Nei giorni scorsi, hanno già fatto la loro dichiarazione di protesta i pentiti siciliani Emanuele Andronico, Stefano Lo Verso, Gaetano Grado, Maurizio Spataro e Francesco Briguglio.
Chi nelle aule dei processi, chi durante gli interrogatori davanti ai pubblici ministeri. Altri pentiti parleranno a breve.
Intanto, una trentina di avvocati dei collaboratori ha costituito un’associazione e annuncia battaglia.
“La realtà del contrasto alla criminalità organizzata è diversa da quella rappresentata — dice l’avvocato Maria Carmela Guarino — si proclamano i successi per la cattura dei latitanti, ma si tace sulle emergenze strutturali ed economiche che gli operatori della giustizia e della sicurezza quotidianamente devono sopperire per assicurare i risultati”.
Nei mesi scorsi, anche il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano aveva lanciato l’allarme per l’assenza di fondi da destinare a collaboratori e testimoni di giustizia: erano 52 milioni nel 2008, sono scesi a 49 l’anno successivo e sono crollati a 34 nel 2011.
Si tratta di un taglio del 35 per cento.
Dice l’avvocato Monica Genovese: “I collaboratori non sono imputati di serie B, come tutti gli altri imputati hanno diritto a una difesa adeguata. Ma nessuno sembra prendersi cura di questa grave situazione, che incide anche sui diritti previsti dal programma di protezione”.
Il segretario provinciale del Siulp di Firenze, Riccardo Ficozzi, ha denunciato che i poliziotti si ritrovano ormai a fare da paciere, “per calmare i titolari di alberghi della Toscana che aspettano di riscuotere dallo Stato ingenti somme relative all’ospitalità di collaboratori di giustizia e testimoni”.
Per il Siulp “è una situazione paradossale”.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, emergenza, Giustizia, governo, PdL, Politica | Commenta »