Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
“MAI SUCCUBI DELLA LEGA”: IL DEPUTATO SICILIANO SE NE ACCORGE SOLO ORA… CRESCE L’INSOFFERENZA DEI DEPUTATI DI CENTRODESTRA DEL SUD VERSO UN GOVERNO CHE NON LI RAPPRESENTA
“Non si può essere succubi della Lega“. Così Gianfranco Miccichè, fondatore di Forza del Sud,
conferma le indiscrezioni che ieri sera riferivano dell’idea del movimento di fuoriuscire dal Pdl.
“Forza del Sud sarà un gruppo autonomo”, dichiara il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Il piano, intanto, è quello di aderire al gruppo Misto, per poi lavorare alla creazione di un gruppo parlamentare autonomo.
Secondo il regolamento di Montecitorio, però, per compiere questa operazione è necessaria l’adesione di almeno venti deputati. “Non torneremo indietro, non possiamo permettercelo”, aggiunge.
L’idea è stata discussa ieri da parlamentari e senatori e ritenuta necessaria ”per rimarcare la propria identità ”.
E’ quanto è emerso durante una riunione in un albergo a Roma, organizzata per discutere dei risultati del voto amministrativo e durata fino a tarda notte.
Chi ha partecipato riferisce di una “diffusa insofferenza” degli aderenti al movimento nei confronti della Lega, che sarebbe “troppo influente nelle scelte di governo a scapito del Sud”.
Il che farebbe emergere anche una distanza dal Pdl. ”Siamo un partito completamente diverso — si diceva ieri — e abbiamo obiettivi differenti, noi guardiamo ai territori”. Durante la riunione i parlamentari hanno anche sollecitato Miccichè a chiedere un incontro urgente con il premier Silvio Berlusconi per un chiarimento nella maggioranza.
In base ad alcuni calcoli, Forza del Sud potrebbe contare su 11-12 deputati e 5-6 senatori. Dieci uomini alla Camera e quattro al Senato, secondo le stime ufficiali di Miccichè.
Che però aggiunge: “Senza tener conto di Noi Sud che è più che disponibile al nostro progetto”.
“Non è possibile che qualsiasi cosa debba essere fatta per accontentare i capricci di Bossi”, commenta oggi il fondatore, confermando le scelte del movimento.
“Spero che questa iniziativa possa muovere un po’ le acque — aggiunge -. Certo, così non si può più andare avanti nel Pdl”.
A essere penalizzato dall’alleanza con la Lega, secondo il sottosegretario, è soprattutto il Sud. “Non è possibile che per questa maggioranza il problema è solo il settentrione — spiega -. C’è tanta gente che si muore letteralmente di fame. E non solo al Sud. Io faccio l’esempio della Sicilia perchè sono nato lì: ci rendiamo conto che ogni giorno, sotto casa mi aspettano delle donne con i bambini in braccio che mi chiedono aiuto per poter comprare del latte?”.
Una mossa dovuta alle esigenze del movimento e ai suoi obiettivi, non a un conflitto personale con il leader del Pdl.
“Io lo adoro il presidente del Consiglio — conclude Miccichè -, ma vado avanti col mio progetto. Per ora andiamo nel gruppo misto”.
In attesa del giorno dispari, quello in cui Miccichè otterrà qualcosa dal suo adorato premier e rientrerà nei ranghi, per ora accontentavevi del suo giorno pari.
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Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE “MINOTAURO” FA EMERGERE CONTATTI TRA COSCHE E POLITICA…SONO 182 GLI INDAGATI, CIRCA 70 MILIONI IL VALORE DEI BENI SEQUESTRATI
Si è appena conclusa una lunga notte per la ‘ndrangheta in Piemonte.
Una notte che ha fatto emergere, anche in questa regione, contatti tra le cosche e la politica.
Non era ancora mattina quando nomi noti e astri nascenti della criminalità organizzata calabrese sono finiti uno alla volta nella rete di più di mille agenti.
L’operazione “Minotauro” — che ha impegnato più di mille carabinieri — ha portato a 142 arresti, disposti dal gip Silvia Salvadori tra Torino, Milano, Modena e Reggio, tra le circa 150 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse.
Centottantadue indagati, per un’inchiesta resa possibile anche grazie alle dichiarazioni rese negli ultimi anni da due collaboratori di giustizia, Rocco Varacalli e Rocco Marando.
Circa 70 milioni di euro il valore dei beni sequestrati, 20mila in contanti solo a Modena.
Tra questi anche dieci società , circa 127 tra ville e appartamenti, più di 200 conti correnti, diverse cassette di sicurezza, appezzamenti di terreni edificabili e automezzi per il trasporto merci.
Con il maxi blitz di questa notte la Procura di Torino, che ha coordinato le indagini del Reparto investigativo Carabinieri di Torino e delle Compagnie di Ivrea e Venaria, ha colpito e decapitato i clan calabresi attivi all’ombra della Mole, “un’organizzazione imponente con centinaia di affiliati — scrivono i pm — tenacemente e capillarmente radicata nel territorio”.
Ad essere citati nelle carte, anche se non indagati, sono pezzi grossi della politica piemontese: sette nomi di amministratori locali, tra cui due assessori regionali, Porchietto e Ferrero.
Gli inquirenti rilevano che in Piemonte la ‘ndrangheta si dedica a diverse attività illecite tra cui traffico di stupefacenti, estorsioni e gioco d’azzardo.
L’organizzazione è profondamente infiltrata in alcuni settori dell’economia come l’edilizia e gode di un efficace ed efficiente controllo del territorio.
È in particolare nella zona a nord di Torino, lungo l’asse che dalla cittadina di Borgaro (To) giunge fino a Cuorgnè (To), che la mala è palpabile già nell’aria.
Il canavese e il cuorgnese, residenze storiche di famiglie della ‘ndrangheta, si confermano con questa indagine province della calabria peggiore.
Sul territorio piemontese risultano presenti almeno nove “locali”, ognuno con circa 50 affiliati.
Ogni locale ha un “referente” in Calabria e l’intero hinterland torinese farebbe riferimento a Giuseppe Catalano, indicato come “responsabile provinciale”.
Boss e sodali ramificano i loro affari in un clima di omertà .
Anche in Piemonte, come in Lombardia, le denunce “sono pochissime e ancor meno sono le denunce spontanee”, mentre la capacità di intervento degli ‘ndranghetisti è riconosciuta da “parte della popolazione” che si rivolge a loro per chiedere “piccoli favori, intermediazioni, suggerimenti” e risolvere problemi imminenti.
Ma se da una parte fa paura, dall’altra la ‘ndrangheta in Piemonte intrattiene rapporti con la politica locale anche ai più alti livelli.
È il solito do ut des: la ‘ndrangheta mette sul piatto i voti e ne riceve in cambio promesse e favori.
I candidati entrano in contatto con i membri della consorteria nei periodi immediatamente precedenti alle consultazioni elettorali per richiederne l’intervento, consapevoli — scrivono i pm — “dell’influenza che gli affiliati sono in grado di svolgere.. nella ‘rete dei calabresi’”.
Sono almeno sette i nomi di esponenti politici locali che, pur non figurando nell’elenco degli indagati, vengono infatti riportati nell’inchiesta.
Tra questi, particolarmente rumoroso quello di Claudia Porchietto, assessore al Lavoro (in quota Pdl ) della giunta regionale di Cota.
L’assessore regionale Porchietto (Pdl) è stata fotografata in via Vegli a Torino, nei pressi del Bar Italia di Giuseppe Catalano, nel periodo immediatamente precedente le elezioni provinciali del giugno 2009, mentre era candidata alla poltrona di Presidente della provincia.
Nel bar, in altre occasioni utilizzato dalla ‘ndrangheta per le sue riunioni e di proprietà di Giuseppe Catalano (responsabile provinciale per Torino) Claudia Porchietto incontra, oltre al proprietario, anche Franco D’Onofrio, indicato come padrino del “Crimine” di Torino.
L’altro nome è quello di Caterina Ferrero, assessore alla Sanità della giunta Cota, sempre in quota Pdl, che solo qualche giorno fa ha rimesso le delege perchè raggiunta da un avviso di garanzia per turbativa d’asta.
Il nome della Ferrero emerge in due punti dell’inchiesta.
Il primo fa riferimento ad un episodio relativo alle elezioni Regionali del 2005, in occasione delle quali l’architetto Vittorio Bartesaghi, indagato per concorso in tentata estorsione, si sarebbe fatto promotore della elezione della Ferrero in consiglio regionale presso Adolfo Crea (pluripregiudicato e indicato come responsabile del “Crimine” di Torino) promettendogli cospicui guadagni su lavori pubblici.
Il secondo punto interpella l’assessore per la sua prossimità con Nevio Coral, imprenditore e politico di lungo corso a Leinì e nel canavese, suocero e supporter elettorale della Ferrero in Regione, accusato nell’inchiesta di concorso esterno in associazione mafiosa.
Le carte riportano inoltre i nomi, non oggetto di indagine, di Paolo Mascheroni, sindaco di Castellamonte, che sarebbe stato eletto anche grazie al sostegno del sodalizio criminale; di Antonio Mungo, candidato al consiglio comunale di Borgaro (To) durante le consultazioni del 2009 e sostenuto secondo l’indagine da Benvenuto Praticò, indicato come appartenente al “Crimine”; e infine Fabrizio Bertot, candidato nel 2009 al Parlamento europeo e attualmente sindaco di Rivarolo Canavese, che avrebbe partecipato ad un incontro al Bar Veglia di Giuseppe Catalano con alcuni calabresi, indicati dagli inquirenti come esponenti della ‘ndrangheta, al fine di raccoglierne i consensi elettorali.
Una sola cosa cruccia i membri delle famiglie di ‘ndrangheta in Piemonte, che per il resto godono di buoni affari, buoni interlocutori e sono saldamente insediati sul territorio.
L’assenza in questa regione di una “camera di controllo” tra “locali” come esiste in Lombardia e Liguria.
Un coordinamento che eviterebbe gli attriti tra famiglie, creando maggiore sinergia tra i gruppi e conferendo loro maggiore autonomia rispetto alla Calabria.
Gli affiliati ne parlano spesso, intercettati, e ne discutono anche i boss Giuseppe Catalano e Giuseppe Comisso. Catalano: “.. perchè a Torino non gli spetta?.. che ce l’hanno la Lombardia e la Liguria, giusto? Siamo nove locali..”, risponde Comisso: “.. è una cosa che si deve fare”.
Al luglio 2009, data a cui risalgono le ultime intercettazioni in cui viene affrontato l’argomento testimoniano che in quella data la “camera” non esiste ancora.
Elena Ciccarello
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA PROPONEVA UN COMITATO PRESIEDUTO DAL PREMIER, L’OPPOSIZIONE UNA AUTORITA’ INDIPENDENTE: “NON VOGLIAMO LA VOLPE A DIFESA DEL POLLAIO”… SEDUTA SOSPESA E POI DI NUOVO SOTTO
Seduta sospesa al Senato dopo che la maggioranza è stata battuta su un emendamento al disegno di legge anticorruzione, presentato da Lucio Malan (Pdl), relatore in commissione Affari costituzionali, che modificava l’intero articolo 1 della provvedimento.
La maggioranza è stata battuta con 133 no, 129 sì e cinque astenuti.
L’articolo in questione fa riferimento all’istituzione di un comitato di coordinamento delle iniziative anticorruzione presieduto dal presidente del Consiglio.
L’opposizione ha votato contro l’emendamento perchè punta alla creazione di un’Authority indipendente dal potere esecutivo.
Il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Andrea Augello, ha affermato che «con la bocciatura dell’emendamento è di fatto caduto l’intero articolo 1 del provvedimento».
Il presidente di turno dell’assemblea, Domenico Nania, ha sospeso la seduta per dare tempo al governo di esprimersi sugli emendamenti che sarebbero stati soppressi nel caso in cui fosse passato quello bocciato.
L’aula di Palazzo Madama aveva ripreso in mattinata l’esame del ddl di iniziativa governativa.
Dopo la discussione generale e la replica del governo, l’assemblea aveva cominciato l’esame degli oltre 200 emendamenti presentati da opposizione e maggioranza.
Il ddl governativo, modificato in commissione e destinato a un ulteriore rimaneggiamento in Aula, è composto da 13 articoli e si basa su tre linee guida: le misure per la prevenzione della corruzione, a partire dall’istituzione del Piano nazionale anticorruzione ispirato ai contenuti dalla Convenzione Onu sulla materia; le norme relative ai controlli negli enti locali; le disposizioni per la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione.
«Abbiamo battuto il governo e la maggioranza su un punto qualificante», ha esultato Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd.
«La maggioranza propone contro la corruzione un comitato presieduto dal premier, noi siamo per un’autorità indipendente. Non vogliamo la volpe a guardia del pollaio».
Sempre nell’ambito del ddl anticorruzione, la Lega Nord ha votato contro un emendamento bipartisan che obbliga «coloro che occupano cariche pubbliche o assumono pubblici impieghi» a giurare fedeltà alla Costituzione al momento dell’assunzione.
L’emendamento è passato con 214 sì, trenta no e undici astenuti.
Dopo la sospensione della seduta alla ripresa delle votazioni la maggioranza è andata ancora sotto su un emendamento della senatrice del Pdl Ada Spadoni Urbani, appoggiato dall’esecutivo.
L’emendamento cassato prevedeva la rotazione dei dirigenti sia nelle amministrazioni dirette centrali che in quelle periferiche.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SILVIO “PERSEGUITATO” DA UN ALTRO NEMICO: ORA TOCCA AL MINISTRO DELL’ECONOMIA… LA LEGA MANIFESTA ORMAI INSOFFERENZA, NON SANNO COME USCIRNE
C’è un tarlo che in questi giorni tiene sveglio Silvio Berlusconi, impegnato in un braccio di ferro con il ministro dell’Economia per arrivare al sospirato taglio delle tasse.
Un sospetto che gli è stato soffiato nell’orecchio da alcuni ministri del Pdl, categoria nella quale non abbondano gli amici di Tremonti.
Il timore del Cavaliere è che il ministro dell’Economia, certo per tutelare il paese da una tempesta sul debito, certo per ottemperare agli obblighi assunti in sede europea, certo per assicurare un futuro ai risparmi degli italiani, sotto sotto stia anche giocando una sua partita molto personale.
«Tremonti vuole andare al Quirinale al posto tuo», gli suggeriscono i suoi uomini.
E il premier, stupito dall’ostinazione con cui il ministro si oppone a qualsiasi ipotesi di abbassamento della pressione fiscale, se ne starebbe convincendo davvero.
È l’incubo “Ciampi”, quello che tiene sveglio Berlusconi.
Il fantasma di un ministro dell’Economia che salva i conti italiani, si trasforma in un ” padre della patria” e viene sospinto con tutti gli onori (e i voti del centrosinistra) sul Colle più alto.
Vanificando così ogni sogno del Cavaliere di finire la sua carriera politica entrando nel Pantheon della Repubblica.
Con questi pensieri in mente Berlusconi si prepara al duello decisivo con il ministro, che ieri si è fatto forte del richiamo di Bruxelles all’Italia per orientare ogni euro in più alla riduzione del debito pubblico.
Senza pensare quindi a tagliare le tasse.
Oggi Berlusconi riunirà lo stato maggiore del Pdl, coordinatori, segretario politico e capigruppo per mettere sul tavolo le richieste da portare al ministro dell’Economia. Lunedì nuovo incontro ad Arcore con Tremonti e Bossi. Si spera quello decisivo. Durante lo scorso ufficio di presidenza del Pdl era stato proprio Tremonti, poco prima dell’inizio della riunione, a chiedere a Berlusconi di non aprire la discussione sulla riforma fiscale.
«Oggi limitiamoci a parlare di politica, ti prego–gli ha chiesto il ministro – e mi impegno a fornirvi qualche utile materiale per impostare la discussione la prossima settimana».
Quel materiale non è ancora arrivato e il Pdl non intende più aspettare.
«Il problema non è Tremonti – spiega Ignazio La Russa– perchè il rigore lo abbiamo accettato tutti. Ma dobbiamo prendere esempio dalla sinistra, che nei momenti di crisi ha sempre avuto un occhio di riguardo peri suoi ceti sociali di riferimento. Si può fare, anche stressando i conti pubblici, perchè è necessario dare risposte ai cittadini: partiamo intanto dai militari, dai lavoratori autonomi, dai giovani in cerca di lavoro. La riforma del fisco va bene, ma intanto bisogna fare delle scelte selettive su chi si può aiutare subito».
Anche il Carroccio scalpita per ottenere qualcosa.
Ieri il capogruppo a Montecitorio, Marco Reguzzoni, si è preso sottobraccio Niccolò Ghedini, il consigliere del premier, ed entrambi si sono chiusi nella stanza del presidente del Consiglio per telefonare a Berlusconi.
Reguzzoni ha annunciato al premier la mozione (poi approvata) che impone a Equitalia di usare la mano leggera con gli evasori che non sono in grado di pagare. Una mozione che il capo del goveno è stato felice di avallare: «Benissimo, avanti così».
Un altro leghista ieri se l aprendeva espressamente con Tremonti: «Vuole imporci una manovra da 40 miliardi e non riesce a trovarne dieci per il quoziente famigliare?». Insomma, anche la Lega è scossa dal «mal di tasse» che ne ha decretato la sconfitta elettorale.
E reclama una soluzione miracolistica dal ministro dell’Economia.
Lo stesso Umberto Bossi, parlando alla Padania, si guarda bene dall’assumere la difesa della linea rigorista.
«Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovar la quadra», premette il Senatur.
Certo, il leader del Carroccio ammette che «dovremo stare molto attenti, perchè non dobbiamo tenere conto solo dell’Europa, contano anche i grandi mercati: Londra, New York…quindi, bisogna essere cauti».
E tuttavia, aggiunge perentorio, «alla fine Tremonti dovrà trovare il modo di ridurre un po’ le tasse per le famiglie e per le imprese».
Il 19 giugno a Pontida Bossi intende arrivarci con qualcosa di più concreto che non la kafkiana duplicazione dei ministeri al Nord.
Anche perchè di quella e non di altro si sta parlando.
«L’accordo c’è – rivela Niccolò Ghedini – e riguarda solo l’apertura di uffici di rappresentanza dei ministeri a Milano. I leghisti? Lo sanno benissimo anche loro e infatti ieri ad Arcore ne abbiamo parlato con assoluta tranquillità . Del resto questi uffici a Milano già esistono da tempo e diversi ministri li usano per i loro incontri». Ogni lunedì ad esempio, tanto per restare in tema, nel suo “ufficio distaccato” di Milano, il ministro Tremonti dà appuntamento alla gente che conta: imprenditori, ma soprattutto banchieri.
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SI E’ RAGGIUNTO IL FONDO IN CAMPIDOGLIO: LA GUERRA PER BANDE DEI PIDIELLINI FA UNA VITTIMA ILLUSTRE…I RAMPELLIANI ERANO FUORI DALL’AULA…L’IRA DI AIUTI: “MI DISSOCIO DA QUESTO MODO DI FARE POLITICA, SONO AMAREGGIATO”
Manca il numero legale, in aula Giulio Cesare al momento della votazione della delibera per il conferimento della cittadinanza onoraria al maestro Riccardo Muti.
A far cadere il numero, poco prima della votazione della delibera, è stato il gruppo dei rampelliani, interno alla maggioranza, che con il consigliere comunale Federico Mollicone (Pdl) si era detto in disaccordo con la decisione di «votare a conclusione di una seduta di assemblea capitolina e senza un adeguato dibattito, una delibera così importante, che meriterebbe una discussione appropriata e allargata anche al futuro del teatro dell’Opera».
A conclusione del suo intervento, Mollicone ha comunque sottolineato di essere «favorevole al conferimento della cittadinanza onoraria al maestro Muti».
Dopodichè, ha fatto sapere di non voler partecipare al voto della delibera e ha annunciato di lasciare l’aula.
Lo hanno seguito i rampelliani Andrea De Priamo e Lavinia Mennuni, oltre ad altri consiglieri di maggioranza e opposizione.
«Come uomo di cultura e scienza mi sento amareggiato per la pessima figura fatta dal Consiglio comunale di Roma nei confronti del maestro Muti. C’era una proposta del sindaco Alemanno per dare la cittadinanza onoraria al maestro, ma il presidente della Commissione Cultura, Federico Mollicone, non era d’accordo. L’opposizione ha quindi chiesto la verifica del numero legale che alla fine è mancato».
Lo afferma il presidente della Commissione consiliare Speciale Politiche Sanitarie del Comune di Roma. «Ritengo che non su queste cose – aggiunge – si debba consumare la lotta intestina del Pdl. Io mi dissocio da questo modo di fare politica».
E pensare che Muti è osannato in tutto il mondo: solo a Roma la sciatteria politica della nostra classe dirigente può arrivare al punto di esporre l’Italia a una figuraccia internazionale
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
SHARE E SPETTATORI IN CONTINUO AUMENTO, PER LA RAI UN AFFARE D’ORO…I CONTI IN TASCA ALLE TRASMISSIONI: QUEST’ANNO HANNO TUTTE AUMENTATO SHARE E NUMERO DI SPETTATORI
Una trasmissione televisiva è fatto non solo di volti, chiacchiere, balletti e canzoni, ma
soprattutto di numeri di share, curve di ascolto, vendite pubblicitarie, costi, ricavi e in ultimo, ma proprio in ultimo, di Qualitel.
Ovvero il gradimento che il pubblico riserva ai programmi.
Un indice istituito nel contratto di servizio del 2007-2008 con cui i telespettatori, intervistati da una società commissionata dalla Rai, danno il loro parere sui programmi in onda.
Una sortadi auto-esame per la Rai, che ha dato una prima sentenza: Report di Milena Gabanelli è il programma più apprezzato.
Al seondo posto Fabio Fazio con Che tempo che fa.
I numeri non sbagliano.
Report ha registrato un ascolto medio del 13% con 3,5 milioni di spettatori.
Lo scorso anno si era fermata a 2,9 milioni e 12,35% di share. Un punto di share per i pubblicitari significano tanti soldi.
Uno spot in Rai da 30 secondi all’interno di Report costa dai 52.000 ai 58.000 euro.
Se il costo medio del programma all’anno è di circa 2 milioni, alla Rai ne rientrano più di 4.
Anche Ballarò ha incrementato gli ascolti, ottenendo una media del 16,79% con 4,5 milioni di spettatori.
Lo scorso anno la media è stata del 15,72% con 3,9 milioni di ascolti.
A fronte di 3,5 milioni di costi, Ballarò ne incassa 8.
Per 30 secondi di spot si pagano tra i 37 e 53mila euro.
Che tempo fa di Fabio Fazio ha un 14% di share di media con 4 milioni di spettatori, ma il 2 giugno è arrivato a 5,7 milioni.
Costa 10,5 milioni di euro l’anno e incassa 17 milioni: uno spot arriva a costare anche 78.000 euro.
E finiamo l’analisi con Anno Zero che ha sfondato quest’anno il muro dei 7 milioni di spettatori e del 25% di share.
Ogni puntata costa circa 200.000 euro i ricavi più del triplo: gli spot, una ventina a puntata, vengono pagati fino a 66.000 euro.
Inutile dire che essendo tutte queste trasmissioni ritenute dal premier a lui contrarie, essere contro di lui evidentemente genera maggiori introiti per la Rai.
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Giugno 8th, 2011 Riccardo Fucile
“UN ADDIO SENZA POLEMICHE, PRESTO ALTRE NOVITA”…IL DIRETTORE EDITORIALE VITTORIO FELTRI E’ USCITO DALLA GERENZA DI “LIBERO”… RESTA LA FIRMA DI BELPIETRO QUALE DIRETTORE RESPONSABILE
Da questa mattina il nome del direttore editoriale Vittorio Feltri è uscito dalla gerenza di “Libero”. Resta la firma di Maurizio Belpietro quale direttore responsabile.
Si fa sempre più concreta, dunque, l’ipotesi che Vittorio Feltri approdi nuovamente al Giornale, dopo le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
Lo stesso Feltri aveva confermato l’esistenza di una trattativa: «Dite che stanno già spostando le scrivanie nella sede del Giornale per farmi posto? Mi spiace io sono a Libero e non posso vedere cosa accade di là . Comunque non ho mai negato che mi abbiano fatto un’offerta».
Un addio «senza polemiche», quello di Feltri al quotidiano: «Ho pensato che sia per me che per Libero fosse meglio cambiare -dice all’Adnkronos il giornalista – ma non ci sono motivi particolari. Ho trovato un ambiente diverso da quello che avevo lasciato».
A questo punto, è «probabile» un approdo di Vittorio Feltri al quotidiano il Giornale, «ma ora -rileva- è prematuro parlarne. Potrebbero esserci presto delle novità ».
Un paio di giorni fa, intervistato dalla Zanzara su Radio24, Feltri aveva spiegato il suo punto di vista: «Sono anche stupito che i fatti miei vengano presi con tanta importanza – aveva detto – Belpietro sa anche lui che a un giornalista possono chiedere di cambiare testata. Quando dissi “sono andato via da 10 minuti dal Giornale e già mi sono rotto i coglioni” scherzavo.
Era una battuta, come quando i calciatori passano da una squadra all’altra e devono dire “ho cambiato maglia e la squadra di prima mi sta sulle balle”.
Angelucci l’ho visto una settimana fa, abbiamo conversato amichevolmente come sempre, si è anche parlato di questa ipotesi in questione ma non è che sia caduto il tetto della casa, non è che siamo marito e moglie» .
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
“ANNOZERO” FINISCE LA STAGIONE IN RAI: MISSIONE COMPIUTA PER I BERLUSCONES… LA BECERODESTRA CHE NON SA CONFRONTARSI E PRODURRE PROGRAMMI ALTERNATIVI DI QUALITA’ PREFERISCE FAR TACERE CHI DISSENTE…PER LA RAI UN BAGNO DI MILIONI, DI CUI DUE A SANTORO
Chi in queste ore ha parlato con Michele Santoro lo descrive rassegnato a questa soluzione. Non furioso come in altre occasioni, nè tanto meno contento di vedere chiudere così, con la risoluzione del contratto, l’avventura di Annozero.
Dispiaciuto, esasperato di sentirsi a malapena tollerato da un’azienda in cui è campione di ascolti. «Sembra che gli sia concesso andare in onda solo perchè c’è una sentenza a stabilirlo, come se non contassero i sei milioni di spettatori che quest’anno gli hanno fatto vincere 16 prime serate su trenta. Non può rivedere minimamente il format, non può spostare manco una pianta che la Rai lo riprende», sottolinea un amico.
Tanto per capire quanto l’azienda pubblica punti sul suo conduttore da 21 punti di share, basti ricordare che non ha mai rinunciato a ricorrere in Cassazione contro la sentenza che ne ha disposto il reintegro.
Oggi il conduttore spiegherà in una conferenza stampa le sue motivazioni.
E forse svelerà anche la sua prossima destinazione, su cui le voci si rincorrono senza trovare una conferma ufficiale.
Gli amici giurano: non ha ancora firmato nessun altro contratto.
Ma sono certe trattative con La7: nulla ancora di definitivo, non c’è la firma nero su bianco, ma sono talmente avanzate che si parla già della possibile disposizione oraria, una prima serata e due seconde serate.
E a darne conferma interviene lo stesso direttore del Tg de La7, Enrico Mentana, in apertura del telegiornale di ieri sera: «Con la nostra emittente le trattative, i rapporti, i discorsi ci sono stati: ora spetta a Santoro prendere la decisione definitiva».
Sciogliendo il contratto e «recuperando la piena reciproca autonomia decisionale», l’azienda pubblica non gli avrebbe infatti chiesto nessun patto di non concorrenza della durata di due anni, cosa che avviene spesso con i manager. E il fatto che non ci sia un accordo di questo tipo desta qualche inquietudine tra consiglieri di amministrazione, come Antonio Verro: «Sono molto preoccupato».
Quando l’anno scorso si parlò di una possibile risoluzione del contratto, trattata con l’allora dg Masi, venne subito stabilito che si sarebbe occupato di docufiction per l’azienda pubblica: evitando così di vederlo migrare su emittenti concorrenti insieme ai suoi milioni di fan.
«Sul raggiungimento dell’intesa non metto lingua – ha aggiunto Verro – la seguo con molto distacco perchè è frutto di una valutazione maturata tra il direttore generale e Santoro».
Un accordo su cui chiede di applicare la massima trasparenza il centrista Roberto Rao: «La Rai deve rendere pubblici tutti i particolari dell’accordo transattivo per permettere di sapere chi ha guadagnato e chi ha perso in questa operazione».
Già , perchè resta la domanda su quanto possa costare all’azienda pubblica chiudere il rapporto con Santoro.
Trapela una cifra: si parla di circa due milioni di euro per 24 mensilità di uscita agevolata. Di certo, comunque, l’ammontare della buonuscita deve essere inferiore ai 2,5 milioni: sopra questa cifra è necessario un passaggio in Cda che invece non è avvenuto.
Eppure, le voci di Viale Mazzini non danno ancora per escluso nemmeno un rientro in Rai tramite «altre e diverse forme di collaborazione», come recita il comunicato diffuso ieri.
Con il nuovo dg, Lorenza Lei, il conduttore ha avuto vari scambi e il rapporto, raccontano, è migliore – non ci voleva molto – rispetto a quello turbolento col predecessore Masi.
Si vocifera della possibilità che si occupi di eventi per la Rai, o comunque di un trasloco in altra forma ma sempre nell’orbita dell’azienda pubblica.
Anche se dall’opposizione c’è chi scuote la testa: il sospetto è che la testa di Santoro (e la fine di Annozero) sia il prezzo da pagare perchè tutti gli altri programmi invisi alla maggioranza tornino regolarmente in tv in autunno.
Francesca Schianchi
(da “La Stampa“)
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Giugno 7th, 2011 Riccardo Fucile
NESSUNA RIDUZIONE DELLE TASSE, NESSUN VICEPREMIER, ALFANO NON MOLLA LA POLTRONA DI MINISTRO, I MINISTERI AL NORD SI RIDUCONO A QUALCHE UFFICIO DI RAPPRESENTANZA, AI REFERENDUM “CI SI ADEGUERA'”… PIU’ FITTE LE DELEGAZIONI DEI COMPAGNI DI MERENDA CHE LE IDEE PARTORITE DAL CONCLAVE DI ARCORE
“L’alleanza con la Lega è solida, andiamo avanti fino a fine legislatura”. 
Il ministro della Giustizia e neosegretario del Pdl Angelino Alfano ci prova a riassumere le circa tre ore inutili di vertice tra i bolliti Umberto e Silvio
Sul tavolo c’era la strategia dell’esecutivo per rispondere al risultato catastrofico delle amministrative, l’atteggiamento del Carroccio e la questione economica.
E proprio sul fisco non si segnalano passi avanti. “Taglio delle tasse? E’ programmata la riforma fiscale, poi vedremo cosa si potrà fare” glissa Silvio Berlusconi, aggiungendo poi un’espressione ancor più aggrovigliata che suona molto come una dichiarazione di impotenza: “Noi vogliamo sempre farlo, ma bisogna vedere se le condizioni ci consentiranno di farlo. L’intenzione è quella”.
Il presidente del Consiglio nega inoltre di aver parlato con la Lega del candidato premier nel 2013.
E si dice fiducioso sulla tenuta del governo: “Durerà fino alla fine della legislatura”.
In realtà , riferiscono alcune indiscrezioni, il Cavaliere si sarebbe trovato davanti un Bossi che prendendo in contropiede il suo interlocutore gli avrebbe chiesto di valutare la possibilità di prepararsi anche all’eventualità del voto anticipato. Davanti a questa possibilità fatta balenare dal ‘Senatur’ – riferisce chi ha partecipato all’incontro – da parte di Berlusconi non sarebbero arrivate però risposte chiare.
Il ministro Alfano nasconde la possibilità di una manovra entro giugno: “Abbiamo avuto un discorso di ordine generale e non era questa la sede in cui parlare in dettaglio ma ciò che importa politicamente è che si è ulteriormente rafforzata la volontà di andare avanti e concludere questa legislatura”.
Sembra, dunque, che Giulio Tremonti sia riuscito ad imporre la sua linea del rigore, accantonando la richiesta leghista di dare, almeno al momento, un segnale alla base con provvedimenti per le piccole e medie imprese o addirittura con un abbattimento di un punto percentuale di tutte e 5 le aliquote in vigore.
Alfano giura che “non si è parlato dell’ipotesi di nominare due vicepremier” (circolava l’ipotesi che il Carroccio ne volesso uno), mentre per quanto invece riguarda il suo ruolo di ministro della Giustizia rimanda a quando “la mia funzione di segretario entrerà nel vivo con la modifica dello statuto del Pdl”.
Passeranno mesi, per capirci., nulla pare più urgente, è una ritirata su tutta linea del fronte.
Al Nord dovrebbero essere dislocati degli uffici di rappresentanza di alcuni ministeri, pur se “altamente operativi”.
In pratica il nulla, tanto è vero che Alemanno ha dato volentieri l’assenso, visto che nulla si trasferirà da Roma.
Solo palle da spendersi, uso gonzi di Pontida.
Quanto ai referendum, il premier si è già detto pronto ad adeguarsi al voto popolare, l’importante è non mollare la poltrona.
Da sottolineare la presenza al summit del condannato in secondo grado per appropriazione indebita e ricettazione Aldo Brancher.
Un tocco di classe non guasta mai: nulla che non sia elegante.
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