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“SOLDI PUBBLICI PER PAGARSI LE ELEZIONI” : INDAGATO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE IL SOTTOSEGRETARIO ROSSO (PDL)

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

BEN 140.000 EURO DESTINATI ALLA PROMOZIONE DEL TERRITORIO SONO FINITI NELLA CAMPAGNA ELETTORALE DEL POLITICO PIEMONTESE… I FINANZIAMENTI EROGATI A UNA FONDAZIONE FONDATA DA ROSSO

Nemmeno il tempo di festeggiare la vittoria della Provincia di Vercelli, una delle poche amministrazioni del Nord dove l’asse Pdl-Lega ha tenuto, che sulla testa del pidiellino, poi passato a Fli, poi ritornato pidiellino, Roberto Rosso, che del centrodestra locale è leader indiscusso, arriva una tegola.
Il neosottosegretario all’Agricoltura del governo Berlusconi (ex vicepresidente della Regione Piemonte ed ex meteora di Futuro e libertà , di cui è stato appunto anche coordinatore regionale da novembre a febbraio) è indagato per associazione a delinquere dalla Procura di Vercelli.
Al centro dell’inchiesta, la Fondazione Terre d’Acqua, di cui Rosso è stato fondatore e promotore.
Una società  cosiddetta in house, ossia a capitale interamente pubblico, i cui soci risultano essere la Provincia di Vercelli e il comune di Trino Vercellese, feudo del sottosegretario.
Secondo l’accusa Terre d’Acqua sarebbe servita a gestire e utilizzare denaro pubblico (circa un milione e 400 mila euro) per fini diversi da quelli ufficiali di promozione turistica, in particolare (ma non solo) per favorire le iniziative elettorali di Roberto Rosso.
L’avviso di chiusura indagini (cominciate nel settembre 2010) è stato notificato oltre che al sottosegretario, ad altre cinque persone, anch’esse accusate di associazione a delinquere.
Si tratta del coordinatore del Pdl di Casale Monferrato ed ex ad di Terre d’Acqua Nicola Sirchia, del consigliere comunale del Pdl di Vercelli Tino Candeia (ex presidente dell’Associazione), del direttore generale della Provincia Gianfranco Chessa, dell’ex sindaco di Trino Giovanni Ravasenga e dell’assessore al Bilancio (e membro del cda di TdA) Alessandro Giolito.
Indagati per concussione e peculato anche l’ex assessore al Lavoro della Provincia Roberto Saviolo e la libera professionista valdostana Cinzia Joris.
La Procura di Vercelli è convinta che “il prestigio e il carisma” di Roberto Rosso abbiano indotto gli amministratori della Provincia e del Comune di Trino ad erogare con una certa allegria (tra spese gonfiate o mai sostenute e omessi controlli) fondi all’associazione Terre d’Acqua usati — come detto — per fini diversi da quelli ufficiali.
In particolare si cita il caso della signora Anna Montarolo, moglie di Alessandro Gioito, assunta da Terre d’Acqua (e quindi pagata con denaro pubblico) senza aver mai lavorato per la Fondazione e i 144 mila euro erogati per un piano marketing di promozione del territorio utilizzati — secondo l’accusa — per il sostegno alla campagna elettorale di Rosso alle elezioni politiche del 2008: il contratto prevedeva la stampa e la distribuzione di 140 mila copie del periodico Newsletter e 90 mila “contatti telefonici” per promuovere il turismo nell’area vercellese.
Peccato che entrambe le iniziative — periodico e telefonate — si siano rivelate organi di pubblicità  delle iniziative elettorali del sottosegretario.
Un po’ come i volantini che Rosso, buon amico di Fabrizio Cazzago, ex ad di Phonemedia (il colosso fallito dei call center con sede a Trino che ha lasciato per strada centinaia di lavoratori) era solito inserire nelle buste paga dei dipendenti.
È la prima volta che Roberto Rosso — che respinge con sdegno le accuse e si dice certo di provare la propria estraneità  ai fatti — viene coinvolto direttamente in un’inchiesta, per quanto il suo nome sia risuonato in più occasioni: dal fallimento di Phonemedia all’arresto nel febbraio 2010 del presidente della Provincia di Vercelli Renzo Masoero, fedelissimo di Rosso pizzicato con una mazzetta da diecimila euro in tasca (ha patteggiato due anni) e dell’assessore al Lavoro Roberto Saviolo, anch’egli uomo dell’entourage politico rossiano, due mesi più tardi.
Gli indagati hanno venti giorni di tempo per presentare memorie e controdeduzioni.
Poi la Procura deciderà  se chiedere il rinvio a giudizio

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LE FESTE BUNGA BUNGA? “ORA SI FANNO A VILLA GERNETTO”: FESTINI FINO A DUE MESI FA

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

E’ QUANTO OGGI EMERGE DALL’INCHIESTA GENOVESE SULLO YACHT “FORCE BLUE”… LE TELEFONATE TRA BRIATORE, LA SANTANCHE’ ED EMILIO FEDE….NONOSTANTE LE INDAGINI IN CORSO, LELE MORA CONTINUAVA A ORGANIZZARE FESTE: NON PIU’ AD ARCORE MA ALL’UNIVERSITA’ DELLA LIBERTA’ A VILLA GERNETTO, A MONZA

I festini bunga bunga nella sede dell’Università  delle Libertà .
Gli inquirenti milanesi e genovesi saranno saltati sulla sedia leggendo le intercettazioni delle telefonate degli amici di Silvio Berlusconi: il Cavaliere da ottobre scorso è sulla graticola per il Ruby-gate, ma stando a quanto racconta chi lo conosce molto bene, le sue feste sarebbero continuate come se niente fosse (almeno fino ad aprile).
Con una precauzione: meglio evitare Arcore, assediata dai cronisti, meglio trasferirsi a Villa Gernetto, a Monza.
Una delle tante residenze di proprietà  del premier disseminate per la Brianza e la Lombardia, quello splendido edificio dove Berlusconi intende collocare l’Università  delle Libertà  e dove ha ospitato il primo ministro croato Jadranka Kosor.
Gli inquirenti genovesi probabilmente non immaginavano di incrociare sul proprio cammino l’inchiesta più clamorosa dell’anno.
Avevano già  tra le mani una questione delicata e spinosa: l’inchiesta sui presunti reati fiscali commessi attraverso finti contratti di affitto di yacht.
Tra questi c’è anche l’ormai famoso Force Blue, un colosso di sessanta metri ufficialmente intestato a una società  che lo affitta a 34 mila euro al giorno. Secondo i pm, però, in realtà  era utilizzato soltanto da Flavio Briatore.
Così nelle intercettazioni finiscono decine di vip.
Ma nelle conversazioni non si parla soltanto dello yacht, anzi, spesso e volentieri Briatore e i suoi amici discutono di lui, del presidente del Consiglio (del resto lo conoscono bene, sono stati anche suoi ospiti ad Arcore).
E in termini non sempre affettuosi. Qualcuno, a quanto si apprende, sosterrebbe che si tratti di una persona che ha dei problemi, proprio come aveva detto Veronica Lario nella sua lettera di due anni fa: “Ho cercato di aiutarlo come si farebbe con una persona che non sta bene”.
Gli inquirenti raccolgono centinaia di conversazioni, poi le girano ai loro colleghi milanesi.
Una cosa va detta subito: dalle conversazioni non emergerebbero nuovi reati, nè a carico di Berlusconi, nè dei suoi amici. Ci sono, però, elementi che potrebbero confermare il quadro accusatorio disegnato dai magistrati milanesi.
Elementi importanti perchè a parlare al telefono con Flavio Briatore non sono persone qualunque, ma alcune tra quelle più vicine al premier: da Daniela Santanchè a Emilio Fede.
Persone note e potenti, normale, quindi, che le loro conversazioni tocchino temi molto delicati per la vita del Paese.
Ma dai dialoghi emerge più di una sorpresa. Ecco allora che gli amici del Cavaliere discutono di Lele Mora che sarebbe in difficoltà  perchè, nonostante lo scandalo e le indagini, gli continuerebbero ad arrivare richieste di organizzare serate divertenti nelle residenze del premier.
Chissà  se la compagnia immagina di essere intercettata.
Comunque dalle conversazioni emergono le professioni di innocenza di persone come Emilio Fede.
Il direttore del Tg4 è accusato di aver portato ragazze ad Arcore, ma al telefono con gli amici nega ogni responsabilità . Lasciando intendere, pare, che a organizzare tutto fosse qualcun altro. Un atteggiamento che potrebbe creare qualche preoccupazione a Lele Mora.
Sono chiacchierate sul filo del pettegolezzo, ma qui a parlare sono persone che hanno conoscenza diretta dei protagonisti della scena politica e mondana italiana. Che li frequentano e sanno molto di loro.
Così non poco interesse — anche se finora non sarebbe emerso nulla di penalmente rilevante — hanno suscitato le conversazioni sull’avvicendamento ai vertici Rai. Briatore e i suoi amici parevano molto ben informati del siluramento di Mauro Masi. Così come sembravano soddisfatti dell’arrivo di Lorenza Lei che era ritenuta vicina a Daniela Santanchè.
Insomma, alla politica e alla mondanità  delle terrazze romane si sostituisce quella dei ponti di comando degli yacht.
Si discute di tutto, dalla Rai alle Generali. E alla fine tante previsioni, tante chiacchiere si rivelano assolutamente vere.

Gianni Barbacetto e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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REFERENDUM, LA SCELTA OBBLIGATA DEL PREMIER: LIBERTA’ DI VOTO PER SALVARSI IN CASO DI RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

LA PRIMA OPZIONE ERA QUELLA DELL’ASTENSIONISMO, MA DOPO LA DISFATTA ELETTORALE BERLUSCONI ORA TEME IL COLPO DI GRAZIA E CERCA DI SMARCARSI

La decisione della Corte di Cassazione di far votare anche sul nucleare, oltre che sulla privatizzazione dell’acqua e sul legittimo impedimento, fa del prossimo appuntamento alle urne per il 12 e il 13 giugno sempre più un nuovo referendum su Berlusconi, dopo quello delle amministrative, voluto dal premier in persona e conclusosi con la sua sconfitta personale e politica.
Non servirà  ad evitarlo la decisione assunta dal Pdl di lasciare libertà  di voto agli elettori sulla più insidiosa delle consultazioni.
Il ritorno del voto sul nucleare infatti rende assai probabile, per non dire certo, il raggiungimento del fatidico quorum della metà  degli elettori più uno, richiesto dalla legge per la validità  dei risultati e negli ultimi quattordici anni mancato anche grazie ad attive campagne per l’astensione.
Se avesse deciso di puntare sulla diserzione degli elettori dai seggi, Berlusconi avrebbe corso il rischio di dover fronteggiare una doppia ondata di «sì» all’abrogazione.
La prima arriverà  probabilmente da parte dei cittadini ancora impressionati dal recente disastro della centrale di Fukushima, e curiosi di sapere perchè, se un Paese importante come la Germania ha prima sospeso e poi rinunciato del tutto all’utilizzo dell’energia atomica, l’Italia si ritrovi a indugiare, adoperando la tradizionale arma del rinvio e sotto sotto cercando di salvare il proprio piano nucleare.
La seconda spinta verrà  invece da tutti coloro che, soddisfatti per il recente crollo berlusconiano a Milano e a Napoli, non vedono l’ora di provocarne un secondo.
Dopo la decisione dei giudici della Suprema Corte, Berlusconi aveva pochi margini di manovra.
Non poteva schierarsi certo per l’abrogazione di progetti fortemente voluti dal suo governo (vale per il nucleare, ma anche per l’acqua, e a maggior ragione per il legittimo impedimento).
La scelta di mettere in libertà  i suoi elettori – scorciatoia a cui i partiti ricorrono in genere quando sono in imbarazzo e temono delusioni – in qualche modo era obbligata. Servirà  a tenere Berlusconi lontano da questa seconda campagna elettorale, anche se non potrà  puntare sull’astensione adesso che l’affluenza ai seggi si preannuncia più forte.
Dovrà  tuttavia rinunciare a mettere la sordina a media e tv, con l’aggravante, ironia della sorte, che l’odiata (da lui) par condicio gli si riproporrà  stavolta in modo perfetto, con una ripartizione esattamente a metà  degli spazi televisivi tra «sì» e «no».
E’ davvero un cattivo momento, si sa, per il Cavaliere.
E i referendum sono sempre bestie difficili da addomesticare anche per leader politici consumati, com’è ormai Berlusconi.
La presenza, fra i tre temi soggetti al giudizio popolare, del legittimo impedimento, la legge salva-processi che già  la Corte Costituzionale ha dimezzato e va in scadenza a ottobre, e che lo costringe da aprile a presentarsi tutti i lunedì in Tribunale a Milano, già  da sola bastava a trasformare il 12 giugno in un altro giudizio di Dio su di lui. Dopo tutto quel che ha detto sulla giustizia e sui giudici, però, sarebbe veramente molto strano trovarlo assente anche in questo campo, proprio quando sono gli elettori a doversi pronunciare sull’argomento che più lo preme.
Se poi, com’è possibile, la legge sul legittimo impedimento, o meglio quel che ne resta, dovesse essere abrogata, sul piano processuale nulla cambierebbe per il più eccellente degli imputati.
Ma diventerebbe più difficile riproporla sotto altre forme da Palazzo Chigi come già  fu fatto quando la Consulta cancellò il lodo Alfano.
Insomma una nuova delicata partita sta per aprirsi sull’orizzonte del Berlusconi declinante delle ultime settimane.
Scriveva Leonardo Sciascia nel 1974, quasi quarant’anni fa, ai tempi del primo referendum sul divorzio: «Considero i referendum come gli avvenimenti più democratici mai verificatisi in Italia. Quelli che hanno dato veramente un’immagine di questo Paese che non si ha mai attraverso i risultati delle elezioni politiche o amministrative».

Marcello Sorgi
(da “La Stampa“)

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DATI CGIA: OGNI ITALIANO PAGA OLTRE 7.350 EURO L’ANNO DI TASSE

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

SOLA LA FRANCIA STA PEGGIO DI NOI, MA LA SPESA SOCIALE PRO-CAPITE E’ DI 10.776 EURO, MENTRE PER   IL NOSTRO PAESE E’ DI SOLI 8.023 EURO, CON UN “SALDO POSITIVO” DI APPENA 664 EURO A TESTA

Durante la lettura delle “Considerazioni finali”, il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lo ha chiesto a gran voce: “meno tasse sui lavoratori e sulle imprese italiane”. Una denuncia che trova conferma nei risultati emersi da una analisi elaborata dall’Ufficio studi della CGIA: su ciascun italiano grava un peso tributario annuo (fatto di sole tasse, imposte e tributi)   pari 7.359 € .
In Germania, la quota pro capite ha raggiunto   i 6.919 €.
Tra i principali paesi dell’area Euro, solo la Francia sta peggio di noi.
Ma si tratta di una situazione relativa, perchè   i cugini transalpini versano una media di   7.438 euro di tasse allo Stato, ma vengono “ricompensati” con una spesa sociale pro capite pari a 10.776 euro.
Sempre in termini di spesa sociale, i tedeschi ricevono, invece, 9.171 euro pro capite l’anno, mentre a noi italiani – tra spese per la sanità , l’istruzione e la protezione sociale – si raggiungono appena gli 8.023 euro: vale a dire   2.753 euro in meno della Francia e 1.148 euro in meno della Germania.
Se la nostra attenzione, invece, si sofferma sul saldo, vale a dire sulla differenza pro capite tra quanto riceviamo in termini di spesa e quanto versiamo in termini di tasse, quello francese è positivo e pari a 3.339 €.
Anche il differenziale tedesco registra una valore positivo pari a 2.251 €.
In Italia, invece, segniamo un saldo positivo di “soli” 664 euro pro capite.
Questo, a conti fatti, è il quadro della situazione quando mettiamo a confronto quanto hanno pagato di tasse nel 2009 i cittadini di Italia, Francia e Germania e quanto gli viene ritornato in termini di spesa sociale.
“La situazione è decisamente sconfortante   –   commenta   il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi   –   perchè dimostra ancora una volta come pur in presenza di un peso tributario tanto elevato, in Italia non vengano destinate risorse adeguate per la casa, per le famiglie indigenti, per i giovani, per i disabili e per chi vive ai margini della società . E’ evidente a tutti   –   prosegue Bortolussi – che le tasse così elevate nel nostro Paese sono la conseguenza del nostro debito pubblico e della nostra spesa pubblica   ancor oggi eccessiva”.
A chi sostiene che le tasse sono alte per colpa degli evasori fiscali, la risposta di Bortolussi è secca:   “E’ innegabile che il problema dell’evasione fiscale   pesi sull’Italia. Tuttavia, sarebbe necessario intervenire sulle ampie sacche di economia sommersa che interessano una buona parte del Paese, facendo pagare coloro che sono completamente sconosciuti al Fisco”.
Per questo dalla CGIA di Mestre lanciano un appello: “Non ci sono giustizia ed equità  nel continuare a pagare più degli altri, ricevendo in cambio servizi più scadenti in qualità  e quantità .   –   dice ancora Bortolussi   –   Bisogna abbassare le imposte, combattere l’evasione fiscale e tagliare le inefficienze presenti nel Pubblico impiego,   come si sta facendo nei principali Paesi europei”.

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ANGELUCCI E IL POSSIBILE ADDIO DI FELTRI: L’EDITORE DI LIBERO E PARLAMENTARE PDL STAREBBE PER LASCIARE IL PARTITO

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

POTREBBE PASSARE AL GRUPPO MISTO O AL TERZO POLO…FELTRI INVECE STA TRATTANDO PER RITORNARE A “IL GIORNALE” CON UNA QUOTA SOCIETARIA

La notizia che Vittorio Feltri potrebbe lasciare Libero per tornare al Giornale lo ha fatto infuriare.
Al punto che l’onorevole Antonio Angelucci, editore del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, ha pensato di lasciare il Pdl.
Alle nove di ieri mattina le agenzie di stampa davano per certa la sua uscita dal gruppo della Camera, ma all’addio mancano i timbri dell’ufficialità .
E Denis Verdini, coordinatore organizzativo del partito, con i suoi si è mostrato fiducioso: «Angelucci rientrerà ».
Ma intanto la protesta del fondatore della finanziaria Tosinvest, un impero che conta venticinque cliniche e strutture per la riabilitazione, è un piccolo caso nella bufera del centrodestra.
Dalle voci che girano nel semideserto Transatlantico di Montecitorio, Angelucci senior, che ha da poco ceduto la proprietà  del quotidiano Il Riformista, sarebbe in procinto di traslocare nel gruppo Misto.
Ma il re delle cliniche avrebbe anche preso contatti con i partiti del terzo polo, Udc, Fli e Api. All’origine dello strappo, ancora tutto da confermare, ci sarebbe la questione Feltri.
La tentazione del direttore editoriale di tornare all’ovile di via Negri, sede de Il Giornale, sarebbe stata la goccia che rischia di far traboccare un vaso forse già  colmo.
Angelucci sarebbe furibondo con Silvio Berlusconi, non tanto (o non solo) per la batosta delle elezioni amministrative, quanto perchè starebbe tentando di portargli via (di nuovo) l’attuale condirettore di Libero, che con Belpietro è anche azionista del quotidiano.
«Sono sorpreso, cado dalle nuvole e non per finta – risponde al cellulare Feltri -. Non ne so niente, Angelucci non mi ha detto nulla. Questa storia delle dimissioni mi lascia a bocca aperta. Io non ci ho parlato, magari ha avuto un momento d’ira… Ma che vada via dal Pdl lo ritengo improbabile».
E lei direttore, va via da Libero o no? «Questa cosa non esiste. Non è cambiato niente, ho appena scritto un pezzo sullo scandalo del calcio».
E Il Giornale? «Nel nostro mestiere capita di fare due chiacchiere con qualcuno. È una possibilità , ma non esiste niente di concreto…».

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LA “GRANDE FAMIGLIA”: ALEMANNO SI RISCOPRE SOCIALE E SI ALLEA CON LA POLVERINI, MA CON GLI EX AN ROMANI RAMPELLI E MELONI E’ LITE CONTINUA

Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ALEMANNO: “CAMBIAMO IL SIMBOLO DEL PDL”, MA PER RAMPELLI: “NON SERVE”… IL SINDACO DI ROMA AUSPICA UN’INTESA CON I FINIANI: “LE PORTE SONO APERTE A TUTTI”   E RISPOLVERA LA CORRENTE “SOCIALE” PER SGANCIARSI DA SINDACO E RIENTRARE NEL GIRO NAZIONALE CHE CONTA

Appuntamento da Berlusconi, a palazzo Grazioli.
Dopo la disfatta elettorale e i veleni nel Lazio, i «litiganti» hanno appuntamento dal premier per l’ufficio di presidenza del Pdl dove per la prima volta si rivedranno tutti insieme Gianni Alemanno, Renata Polverini (che ieri ha detto: «Città  Nuove non diventerà  un partito: forse ci siamo concentrati troppo su Sora e Terracina»), ma anche il ministro della Gioventù Giorgia Meloni e il deputato ex An Fabio Rampelli, protagonisti con sindaco e governatrice dello scontro fratricida nel sud pontino.
Il clima, nel centrodestra, è incandescente.
Alemanno ha acceso un’altra miccia: «Cambiare il simbolo e il nome del Pdl è quasi obbligatorio», ha detto il sindaco.
E poi ha aggiunto: «Bisogna riaggregare le forze che si sono staccate dal Pdl. Fini e Fli? Le porte sono aperte a tutti. Alcuni esponenti si sono già  distaccati e cercano un luogo politico». Il riferimento è ad Andrea Ronchi e Adolfo Urso, incontrati dallo stesso Alemanno qualche giorno fa in Campidoglio».
E il rapporto con la Polverini?
Sulla pagina Facebook del sindaco c’è una sua foto con la governatrice: «Questa è la mia destra, la destra sociale e di popolo che nei mercati e nelle periferie si rende conto che con una pensione da 500 euro, arrivare alla terza settimana non è un modo di dire!».
Alemanno spiega: «Il mio rapporto con Renata è consolidato e andrà  avanti».
Le frasi del sindaco sul cambio di simbolo del Pdl non sono piaciute a Rampelli: «La gente ci chiede altro: di governare e non litigare. E l’asse tra sindaco e governatrice non si capisce cosa sia».
L’opposizione ironizza: «Stavolta – dice Umberto Marroni, Pd – sono d’accordo con Alemanno. È necessario cambiare simbolo del Pdl, togliendo il nome di Berlusconi».
Dopo i ballottaggi, è partita la «caccia» all’Udc. «Colpa loro se abbiamo perso Pomezia e Ariccia», ha attaccato Francesco Giro (Pdl).
La replica di Luciano Cicchitto: «È male informato».
Mentre secondo Francesco Carducci, consigliere regionale dei centristi, «l’Udc è fondamentale per governare il Lazio».
Un avvertimento alla Polverini?

Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)

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ANGELINO JOLIE, SEGRETARIO A SUA INSAPUTA

Giugno 2nd, 2011 Riccardo Fucile

GRAZIE A CERVELLI COME IL SUO IL GOVERNO NON HA AZZECCATO UN DECRETO CHE STESSE GIURIDICAMENTE IN PIEDI: DA QUELLO SUL NUCLEARE ALLA LISTA POLVERINI, DAL LODO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, DAL LODO ALFANO COSTITUZIONALE ALLE INTERCETTAZIONI… IL SUO ALIBI E’ CHE NON SA MAI QUELLO CHE FA

Qui, a furia di buone notizie, rischiamo di abituarci troppo bene e poi, quando la pacchia sarà  finita, precipitare in crisi di astinenza.
Non bastando le disfatte dei berluscones a Milano e Napoli e, ieri, la decisione della Cassazione contro lo scippo del referendum antinucleare, arriva la notizia di Angelino Al Fano segretario del Pdl e, se tutto va bene, anche del ritorno di Scajola al governo (ovviamente a sua insaputa).
Certo, come leader del partito, Giuliano Ferrara sarebbe stato proprio l’ideale: in un paio di settimane, grazie al suo bacio della morte, del Pdl non sarebbe rimasta traccia alcuna.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
Anche Angelino Jolie, visti i precedenti, offre valide garanzie di catastrofe, e in tempi brevi.
Infatti la sua nomina ha gettato in un comprensibile sgomento i pochi dirigenti Pdl ancora dotati di qualche grammo di materia cerebrale.
Poi le loro proteste si sono notevolmente affievolite dinanzi alla minaccia del Cainano di nominare l’altra sua pupilla: la Gelmini.
Ora si spera che quel gran genio di Angelino si metta subito all’opera: nonostante l’impegno distruttivo del trio Verdini-La Russa-Bondi, resta ancora molto da fare.
Il partito, per quanto mal in arnese (10 punti persi in tre anni), resta pur sempre il primo d’Italia.
Ci vorrà  il migliore Alfano, al massimo della forma, per portarlo rapidamente all’estinzione.
Il tiroideo avvocaticchio agrigentino promette bene.
Le sue doti forensi restano misteriose perchè, per fortuna dei potenziali clienti, non ha mai esercitato in tribunale.
Ma le sue virtù di giureconsulto, quelle sì, sono note e collaudate: è grazie a cervelli come il suo se il governo non azzecca un decreto (memorabile quello che doveva annullare il referendum sul nucleare e quello che doveva sanare le irregolarità  della lista Pdl-Polverini: due colpi in acqua).
Jolie esordì tre estati fa da par suo: una bella legge incostituzionale per salvare il padrone dai processi, che lui per misteriosi motivi chiamava “lodo”. Ovviamente la Consulta lo rase al suolo dans l’espace d’un matin.
Ci riprovò col processo breve, cioè morto, ma faceva talmente schifo che persino Napolitano storse il naso e financo il Pdl lo accantonò.
Allora partorì il “legittimo impedimento”, incostituzionale pure quello, à§a va sans dire: per metà  lo fulminò la Corte, all’altra metà  penseranno gli italiani al referendum del 12-13 giugno.
Lui spremette le meningi e, procurandosi un’ernia al cervello, scodellò il “lodo Alfano costituzionale”: poi, con un disegnino, gli spiegarono che per le leggi costituzionali ci vogliono i due terzi e quattro passaggi parlamentari, dunque col suo superlodo poteva incartarci il pesce.
Allora escogitò la legge-bavaglio sulle intercettazioni, il suo capolavoro: il giudice può intercettare solo se ha già  scoperto il colpevole del reato. Obiezione: se l’ha già  scoperto, che cazzo lo intercetta a fare?
Nuova ernia al cervello. Intanto le carceri scoppiano: lui annuncia un “piano carceri” dietro l’altro, naturalmente senzache accada nulla.
La Giustizia, giorno dopo giorno, evapora.
E lui la osserva defungere con l’aria assente del passante, come se la Costituzione non gli assegnasse il compito di garantirne “l’organizzazione e il funzionamento”.
Ma quello è l’articolo 110 e lui non ha ancora capito il 3.
Del resto ha seri problemi pure con l’aritmetica.
Un giorno annunciò alla Camera che, “secondo miei calcoli empirici non scientifici, è intercettata una grandissima parte del Paese… fino a 3 milioni”. In realtà , secondo calcoli scientifici non empirici, gli italiani intercettati ogni anno sono 6 mila (non “la grandissima parte del Paese ”, ma lo 0,0001% della popolazione).
Due mesi fa dichiarò che il disastro colposo si prescrive in 22 anni (invece di 12 e mezzo). I suoi dati empirici non scientifici vanno dimezzati, per avere quelli veri.
E dire che lui dovrebbe intendersene, di disastri.
Mai dolosi, però. Sempre colposi. O preterintenzionali.
Il suo alibi è che non sa mai quello che fa.

Marco Travaglio

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L’ANGELINO SALVATORE DEL PDL DIROCCATO: E SILVIO INVENTA IL LODO ALFANO

Giugno 2nd, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER IN CRISI NOMINA ALFANO SEGRETARIO DEL PDL, UNA CARICA CHE NON ESISTE NEMMENO NELLO STATUTO (CHE INFATTI ORA BISOGNA MODIFICARE)… LE CORRENTI INTERNE IN GUERRA, NESSUNO VUOLE FARE IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA

Sul far della Seconda Repubblica, per sopravvivere il berlusconismo è costretto a ricorrere alla figura più classica dell’ancient règime: quella del segretario politico.
Una svolta talmente imprevista per il Pdl, che adesso bisogna cambiare pure lo statuto del partito e poi far ratificare tutto dal Consiglio nazionale. Una liturgia da teatrino della politica.
Palazzo Grazioli, alle sei di ieri pomeriggio.
La disfatta di B. alle amministrative non porta ad alcun Venticinque Luglio, come era ormai chiaro da giorni. Palazzo Venezia è lì, proprio di fronte, ma il Gran Consiglio dell’Ufficio di Presidenza del Pdl cinquanta persone tra ministri, sottosegretari, governatori, capigruppo, capicorrente, notabili in ordine sparso, le “scomparse” Santanchè e Brambilla, finanche i “piccoli” centristi Giovanardi e Rotondi – assomiglia a un consesso degno della migliore tradizione dorotea.
Una rivoluzione che fa a dire all’ex andreottiano Cirino Pomicino, oggi nell’Udc: “Ci hanno messo vent’anni per fare un segretario, anzi hanno perso vent’anni”.
Così il quarantenne Angelino Alfano, prediletto del premier, diventa l’uomo del giorno. B. e i signori della guerra del Pdl balcanizzato affidano a lui il nuovo incarico.
Dopo le modifiche statutarie, entro la fine di giugno il Consiglio nazionale lo consacrerà  burocraticamente: un lodo Alfano per Alfano stesso.
Per la serie: nascita del partito pesante teorizzato un tempo dall’ex dc Claudio Scajola contro la versione light di Marcello Dell’Utri. Che non a caso, in questa svolta, si trovano su sponde opposte. Alfano, oltre a essere l’Unto dell’Unto del Signore, è infatti espressione di un blocco moderato, mette insieme la fondazione Liberamente (Frattini e Gel-mini), gli ex An di Alemanno e Matteoli e Scajola, appunto. Contro, nonostante l’unanimismo di facciata: i triumviri Verdini (proposto a suo tempo come coordinatore unico da Dell’Utri) e La Russa, i falchi alla Santanchè, i capigruppo parlamentari Cicchitto e Gasparri.
Ad aprire la riunione è stato B., ovviamente.
Ha ripetuto la litania dei motivi della sconfitta: blocco mediatico dei comunisti, crisi economica, candidati sbagliati. In conferenza stampa aggiunge: “Abbiamo tenuto i conti in ordine e pagato dazio perchè stiamo al governo. Sono orgoglioso di non aver messo le mani in tasca agli italiani. Ma sono fiducioso: ancora oggi il Pdl è sopra il Pd di quattro punti. La sinistra è patetica: ha vinto con candidati non suoi”. Sul blocco mediatico: “Annozero micidiale interverremo in Parlamento. Colpa di Santoro e della sua visione distorta sulle città  in cui si votava: sfido chiunque abbia visto quella trasmissione a scegliere la nostra parte”. Quindi la benedizione ad Alfano: “È giovane e ben voluto. Saprà  ridare slancio al partito. È falso che il Pdl stia implodendo. Siamo uniti, superata la formula delle quote 70 a ex fi e 30 agli ex an”.
La conferenza stampa finisce a sorpresa. Si presenta Gianfranco Mascia del Popolo Viola che vuole parlare del referendum: “Vi spazzerà  via”. B. non risponde e Mascia viene portato via di peso.
Per salvare il Capo, i gerarchi si democristianizzano.
E se tensione deve esserci, quella è contro Giulio Tremonti, nemico della riforma fiscale.
Ma il capolavoro di B. è mantenere in vita anche il triumvirato. Nessuno a casa, nemmeno il povero dimissionario Sandro Bondi: lui, Verdini e La Russa resteranno a coordinare, forse propaganda e organizzazione.
È il metodo del Cavaliere, come conferma un fedelissimo: “Berlusconi non rimuove mai nessuno, semmai aggiunge”.
Poi, sia chiaro, in tv a metterci la faccia, soprattutto contro Bersani, ci andrà  Alfano, ritenuto dal premier “il migliore” nelle performance da talk-show. Come vuole sempre la tradizione dc, il segretario politico si dimetterà  dagli incarichi di governo.
E questo significa far salire a due le caselle da riempire nell’esecutivo di Palazzo Chigi: Giustizia e Politiche comunitarie.
Sul successore di Alfano al ministero di via Arenula si è già  scatenato un surreale psicodramma nel Pdl.
Tra le prime file nessuno aspira “a questa rogna”, per dirla con le parole di un berlusconiano, e molti temono una telefonata di B. che imponga “il sacrificio”. Il più ostinato a dire no è stato sinora Fabrizio Cicchitto, che ai suoi ha confidato: “Mi massacrerebbero”.
Altro candidato, Maurizio Lupi. Il ciellino che si vuole emancipare da Formigoni ha fiutato la trappola e aspetta che finisca positivamente il pressing su Cicchitto. Il suo vero obiettivo, infatti, è diventare capogruppo.
Cicchitto, Lupi e persino Elio Vito, l’ex radicale oggi ministro per i Rapporti con il Parlamento. Completa la rosa dei papabili, Anna Maria Bernini.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI VUOLE LA RESA DEI CONTI ANCHE CON TREMONTI: “GIULIO COMPLOTTA, POSSO FARNE A MENO”

Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile

“SE LASCIA NON MI STRACCIO LE VESTI”: CONTINUA LA CACCIA ALLE STREGHE NEL MANICOMIO PIDIELLINO…TREMONTI: “SE E’ COSI’ MI DIMETTO”…LA LEGA IN CONFUSIONE PRENDE TEMPO

Sono trascorse appena 24 ore dalla chiusura dei seggi e il crollo elettorale colpisce il cuore politico del governo, allargando la crepa tra Berlusconi e Tremonti.
Già  da Bucarest, commentando con Bossi i risultati, il premier aveva individuato nella mancata riforma del fisco la vera causa della «batosta» e nel   ministro dell’Economia il responsabile primo.
Ma ieri trai due la frattura è arrivata quasi a un punto di non ritorno.
Con Tremonti che, pronto alle dimissioni, ha preteso dal Cavaliere un comunicato per smentire l’attacco pubblico pronunciato poche ore prima. E tuttavia la sostanza non cambia.
Berlusconi si è infatti convinto che il ministro dell’Economia abbia «complottato» alle sue spalle per scalzarlo da palazzo Chigi.
Non un piano teorico, ma un un’offensiva molto concreta, che avrebbe raggiunto il suo culmine proprio ieri, con il vertice a palazzo Chigi tra il ministro dell’Economia e i vertici della Lega.
Un summit con Berlusconi assente, in volo dalla Romania, durante il quale, stando a quanto hanno riferito al Cavaliere, Tremonti avrebbe esplicitamente fatto riferimento a un cambio in corso alla guida del governo.
«Dovete essere voi a chiedergli un passo indietro, è questo il momento giusto».
Una staffetta, quella tra Berlusconi e Tremonti, giustificata dalla pesantezza della sconfitta e dalle severe misure finanziarie che attendono il paese a giugno.
È per questo che il premier è stato così tagliente quando, poche ore dopo, parlando con i giornalisti al Quirinale, ha voluto umiliare pubblicamente il ministro dicendo che a via XXSettembre spetta soltanto il compito di «proporre», mentre la decisione sulla riforma del fisco è riservata a palazzo Chigi.
In privato Berlusconi è ancora più caustico, come se abbia deciso di spingere Tremonti con le spalle al muro, mettendolo nella condizione di farsi da parte.
«È lui che ci ha fatto perdere le elezioni al Nord, poche storie. Ormai quando appare in televisione, con quella faccia, la gente pensa aVisco. Se dovesse andar via non mi straccerei le vesti».
Evocare il ministro delle Finanze dell’Ulivo, quello che lo stesso Tremonti sbeffeggiava come «Dracula all’Avis», nel linguaggio di Berlusconi è più che un insulto, è una condanna politica.
E difatti, ai piani del Pdl, riferiscono che Berlusconi sia ormai pronto a fare a meno dell’uomo che finora ha custodito i conti pubblici.
Avrebbe anzi già  garantito a Bossi, nel colloquio avuto ieri all’ora di pranzo, che nel caso al posto di Tremonti andrà  un uomo gradito al Carroccio.
Se non direttamente un leghista.
I ministri del Pdl raccontano del resto che anche tra i padani la fiducia nel ministro dell’Economia abbia subito uno scossone.
Ieri ad esempio Calderoli e Maroni non hanno fatto mistero di non aver gradito la conferma di Attilio Becera come direttore dell’Agenzia delle entrate.
«Ma come – è sbottato Calderoli – quel Befera, con le sue ganasce fiscali, ci ha fatto perdere al Nord e Tremonti cosa fa? Al primo Consiglio dei ministri lo conferma direttore? Cose da pazzi».
Insomma, anche dentro la Lega, come nel Pdl, la confusione dopo il voto è massima e non si riesce più a distinguere bene tra amici e nemici.
Così per il momento Bossi ha deciso di prendere tempo, aspettando la fine di giugno per decidere cosa fare.
Nella settimana dopo Pontida (che si terrà  il 19 di giugno) è calendarizzata alla Camera la discussione sul cambiamento di maggioranza richiesta da Napolitano.
E potrebbe essere quello, se la Lega non trovasse più le ragioni dell’alleanza, il terreno per una rottura con il centrodestra.
Al momento comunque il Carroccio si è messo di nuovo alla finestra, «dietro il cespuglio» come disse Bossi qualche mese fa. E tuttavia Tremonti, che oggi subirà  un processo in contumacia all’ufficio di presidenza del Pdl (Berlusconi ha chiesto che si voti un documento per mettere fretta al ministro sulla riforma del fisco), è convinto di avere delle buone armi in arsenale per resistere agli attacchi.
«Non parlo – ripete ai suoi – per un po’ non esisto».
Gli basta quello che gli altri dicono di lui, gli attestati di stima che raccoglie a livello europeo. Persino un rivale come il governatore Mario Draghi ieri gli ha dato atto di aver garantito la tenuta dei conti pubblici, di aver raggiunto un’ ottima performance nella lotta all’evasione e di aver anticipato la manovra a giugno.
Tremonti è anche sicuro che Napolitano, con lo spettro della Grecia dietro l’angolo, non consentirà  a Berlusconi di farlo fuori, esponendo il debito italiano a una possibile speculazione. E, al fondo, anche la sponda con la Lega reggerà .
Il rapporto tra Bossi e Tremonti, oltre che sulle cene degli ossi, è cementato dal sistema di potere che ruota intorno alle fondazioni bancarie del Nord.
E non basterà  un Befera a scardinarlo.

Bei Francesco
(da “La Repubblica“)

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