Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
A FAVORE DELLA CONSULTAZIONE DELLA BASE SONO FORMIGONI E NAPOLI, PERPLESSI LA RUSSA E CICCHITTO, CONTRARIO SCAJOLA… PERICOLO INFILTRATI E ADDIO ALLE QUOTE 70 E 30 CON GLI EX AN…”LIBERO” LANCIA LE SUE PRIMARIE: IN TESTA ALFANO E ALEMANNO
L`operazione “rilancio del Pdl” continua. Con due novità .
Berlusconi apre alle primarie e annuncia, con una riforma dello statuto, la fine delle quote, 70 e30%, che cristallizzano il partito all`atto della fusione Forza Italia-An.
All`idea della grande consultazione si apre subito il dibattito, con voci a favore (Formigoni, Napoli), voci perplesse (La Russa, Cicchitto), voci contrarie (Scaiola).
Libero lancia le sue pre-primarie, che vedono il tuttora Guardasigilli in testa con 20%, ma affiancato da Alemanno. Solo il 9% per Tremonti.
A seguire, col3%, Carfagna, Brambilla, Frattini, Zaia.
Con 2% Gelrnini e Calderoli.
Marina Berlusconi si accredita col 7 per cento.
Accanto alle news di giornata il Cavaliere prosegue nella sponsorizzazione piena del neo segretario Alfano che guadagna, dopo una telefonata, il pieno plauso del leghista Maroni («E un fatto nuovo, un segnale importante, che può dare risultati positivi. Con lui ho lavorato benissimo e ora presenteremo assieme il codice antimafia»).
Impazza ovviamente il toto-nomine per il futuro ministro della Giustizia da sostituire a fine giugno dopo il”parlamentino” del Pdl: in pole c`è il vicepresidente della Camera Lupi.
S`ipotizza pure un giro di valzer con la Gelmini alla Giustizia e Lupi alla Scuola.
Lei, in privato, dice: «Non ne so nulla e nessuno me lo ha proposto».
Resta in piedi l`ipotesi del leghista Castelli, in segno di continuità con la legislatura 2001-2006, anche se è difficile che il Carroccio possa tenere sia Giustizia che Interni.
E quella dei tecnici: al nome del procuratore Nordio si aggiunge quello di Augusta Iannini, attuale direttore del legislativo di via Arenula.
Il premier parla su Canale5 e la querelle sulle primarie s`arroventa. Lui dice: «Io non sono contrario purchè si arrivi a essere certi che i votanti siano dei veri sostenitori del nostro partito e non magari degli infiltrati della sinistra».
Il segretario del Pd Bersani è in agguato per prenderlo in giro: «Berlusconi ha ragione. Stia preoccupato, perchè ci stiamo già preparando…».
E il Cavaliere circospetto anticipa: «Basta una sorta di registro di coloro che vogliono partecipare alle primarie».
La querelle è aperta.
Subito Angelino Alfano si dichiara favorevole perchè «si afferma il principio che vince chi ha il consenso, chi hai voti, chi lavora sul territorio”. Questo porta a individuare persone che hanno appeal verso l`elettorato».
Un Alfano che comincerà «a lavorare subito per regole precise e giuste».
Ma a fronte di un Formigoni favorevole («Regolamentiamole come negli Usa») e di un Osvaldo Napoli ottimista («Il centrodestra avrebbe tutto l`interesse a celebrarle per esaltare la coesione politica e programmatica»), ecco subito le voci fredde.
Quella di La Russa: «Non siamo mai stati contrari, ma devono essere serie, ci vuole una legge e comunque non sà³no a prova di infallibilità ».
E soprattutto quella di Scaiola: «Non sono un grande assertore delle primarie.- Abbiamo visto che quando le ha fatte il Pd poi ha dovuto rifarle perchè erano taroccate».
Polemico con il Pd Cicchitto che non teme infiltrazioni «perchè il Pd è più abituato a perdere le primarie che a vincerle, quindi non rappresenta un gran pericolo».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO DEI RESPONSABILI: “CI TRATTANO DA SERVI, ADESSO BASTA”… “O I SOLDI OPPURE, SE BERLUSCONI TENTENNA, VIA ALLA RIVOLUZIONE”… ”SENTO CHE CI AVVICINIAMO ALL’ORA X”
L’umile deputato Belcastro, sempre disponibile e responsabile, rivela un improvviso scatto da
giaguaro.
«Noi meridionali siamo stufi, veramente e completamente e sinceramente».
Giaguaro della savana.
«Giaguaro mi sta bene, predatori dobbiamo diventare: o il governo ci dà i soldi, oppure ci salutiamo».
Quanti soldi vorrebbe?
«La fiscalità di vantaggio al sud tu Berlusconi la dai sì o no?».
Così lo mette seriamente alle corde.
«Non ho poltrona da sottosegretario nè l’ho chiesta. Ma sul resto… quando il premier ci ha domandato cosa volessimo».
Voi.
«Noi siamo di Noi Sud».
Non di Forza del Sud.
«Quello è Miccichè».
E cosa avete chiesto?
«Semplice: il piano per il sud!».
Semplicissimo.
«Ma a noi ci trattano da servi».
Per via del tratto umile.
«Però De Magistris non ha la faccia da servo. E anche se come magistrato non l’ho proprio apprezzato, mi sembra l’uomo che fa per noi».
Per voi di Noi Sud?
«Per il Mezzogiorno. Ha visto come si presenta bene? Non abbassa la testa, infonde coraggio».
Lei viene dalla truppa di Lombardo.
«Ci sfottevano dicendo che eravamo moltissimo clientelari e Lombardo era un tipo così e così».
Con De Magistris nessuno si permetterebbe.
«Sa tutelarti. Dobbiamo essere meno cedevoli e servili. E mostrarci con una punta di mafiosità positiva».
Lei è calabrese, e quella parola non dovrebbe dirla.
«Mafia nel senso che dobbiamo tutelare i nostri interessi. La gente ha fame e deve mangiare».
Con De Magistris.
«Se Berlusconi non mantiene le promesse (ma spero di no), io faccio le valigie. Lo devo al mio popolo».
E porta il suo popolo alla corte dell’ex magistrato.
«Ha visto come ha sistemato Di Pietro? E’ un grande».
(da “La Repubblica”)
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
LA LISTA PENNACCHI: CHI L’HA VOLUTA E’ LO STESSO CHE L’HA PRIMA TRADITA E POI BOICOTTATA PER MESCHINI INTERESSI DI POTERE… ADOLFO URSO E I SUOI INFAMI COMPAGNI DI MERENDE, AL SERVIZIO DEL SULTANO
Le leggende metropolitane sono dure a morire.
C’è gente ancora convinta che David Bowie sia un alieno e che Paul Mac Cartney sia morto nel 1969.
Però io ci provo lo stesso a raccontare la campagna elettorale di Latina, oltre la leggenda metropolitana dell’esperimento fallimentare di un gruppo di politici sciocchi e di fatui intellettuali.
L’antefatto.
Nel gennaio scorso ai vertici di Fli si cominciò a parlare di amministrative, e di come incidere in una corsa per la quale non eravamo attrezzati.
Emerse l’idea di lavorare su due-tre città simbolo, proponendo candidature di impatto fortissimo alla guida di liste civiche di alto profilo, condivisibili da destra e sinistra.
Adolfo Urso fu il motore del tentativo.
Fu individuato su Milano un nome molto prestigioso (che non svelo) sul quale anche il Pd avrebbe potuto convergere.
Per Latina, simbolo della nostra sfida di legalità , città “di destra” per eccellenza, si pensò ad Antonio Pennacchi con lo stesso schema (lista civica, destra/sinistra unite contro Di Giorgi, candidato-ombra del chiacchieratissimo sen. Fazzone).
Su Milano non si riuscì a “chiudere”.
Su Latina Pennacchi nicchiò sull’invito a candidarsi, dicendo che comunque poteva essere lo sponsor forte di un nome che rappresentasse una svolta con una lista civica unitaria.
Il congresso.
Il 15 febbraio l’organigramma uscito dell’assemblea congressuale di Fli con Bocchino vicepresidente e Della Vedova capogruppo provoca una gravissima e imprevedibile crisi interna.
Adolfo Urso e Andrea Ronchi contestano il ruolo affidatogli (portavoce e presidente dell’assemblea).
Pasquale Viespoli si associa alle critiche e minaccia l’addio.
Nelle prime 24 ore la polemica sugli organigrammi è trasparente: «Quando Fini è salito in aereo ¬— dice ai giornali un senatore — c’era l’accordo per Urso capogruppo, quando è sceso il coordinatore era Della Vedova. Non è questione di essere ultrà di Bocchino o ultrà di Urso. È questione di metodo. Noi senatori in questo momento siamo come una polveriera che rischia di saltare».
Il 16 febbraio, con la riunione del gruppo al Senato, la polemica muta di tono.
Non si criticano più le scelte sui nomi ma una pretesa “deriva a sinistra” di Futuro e libertà .
E quello diventerà il ritornello di tutta la polemica dei mesi successivi.
Ariecco Latina.
La fantomatica “deriva a sinistra” di Fli, di cui Fabio Granata è visto come l’incarnazione (un po’ perchè si espone, un po’ perchè manca il coraggio di attaccare direttamente Fini) diventa il tema che spacca il partito.
La polemica non ha fondamento, ma determina da un lato le ossessive rassicurazioni della classe dirigente (il “mai col Pd” ripetuto tante volte da Bocchino) e dall’altra una escalation di controaccuse per giustificare la possibile uscita dal partito di chi giudica l’esperimento Fli fallito.
Il “caso Latina” sembra fatto apposta per fare casino. E serve anche per mettere in difficoltà il coordinatore del Lazio Antonio Bonfiglio, già esponente della destra sociale che ha “sposato” la causa di Pennacchi, da parte di chi aspirerebbe al suo ruolo.
Si sottrae al gioco Benedetto della Vedova, certo non sospettabile di simpatie fascio comuniste, che interpellato sull’opportunità della scelta risponde secco: «Latina è Latina e Pennacchi è Pennacchi».
3 aprile. Potito Salatto: “Se la dirigenza nazionale dovesse avallare il disegno Fli-Pd in un capoluogo di provincia come Latina, le ripercussioni interne sarebbero dirompenti, lascerebbero il segno in quanti continuano a ritenere Futuro e liberta’ un partito che si muove nel centrodestra e in particolare in quel nuovo polo alternativo al Pd stesso».
4 aprile. Direzione di Fli sulle candidature.
È ufficiale: no alla Lista Pennacchi, il cui candidato sindaco (condiviso col Pd) doveva essere Claudio Moscardelli. Il pressing ha funzionato.
Lo scrittore commenta: «A me non me l’ ha chiesto solo Granata o la Perina, de fa’ sta cosa! Me l’ ha chiesto proprio Urso, in mezzo alla strada. M’ hanno cercato loro. Tutti a dire: Anto’ , ce stai? T’ impegni? Mo’ Urso ci ha ripensato? Non lo vogliono fare? Ottimo, io un lavoro ce l’ ho! Ma se stavano tanto bene co’ Berlusconi, perchè so’ venuti via dal Pdl? E perchè poi so’ venuti a rompe’ li c… a me?».
9 aprile. Mancano pochi giorni alle scadenze per il deposito delle candidature. Claudio Barbaro (dirigente della provincia di Latina) interpella circoli e militanti della città .
Tutti insistono: non tagliare il link con Pennacchi.
Con uno sforzo generoso, Bonfiglio recupera l’idea e il gruppo che l’aveva sempre sostenuta — Fabio Granata, Luciano Lanna, amico personale dello scrittore, Filippo Rossi, Miro Renzaglia e tanti altri — si mette a disposizione di una soluzione di ripiego: Pennacchi darà il nome alla lista, Filippo Cosignani (Fli) correrà per sindaco, tutti si candideranno e si cercherà di determinare la sconfitta al primo turno del Pdl e di Giovanni Di Giorgi, per poi trasformare il ballottaggio in una grande sfida per il rinnovamento e la legalità .
La lista viene “chiusa” la notte prima del termine, in extremis.
Dal 10 aprile al 15 maggio. La lista Fli-Pennacchi diventa la metafora da impallinare per chi sogna il ritorno a casa, la casa del Pdl, o quantomeno il recupero del ruolo di ruota di scorta del berlusconismo approfittando delle amministrative.
Gli episodi di disturbo e di boicottaggio si sprecano.
Il più grave vede Potito Salatto appoggiare con manifesti e interviste la lista civica Latina Capitale, sostenendo che è l’unica legittimata ad avere il sostegno di Fli.
Sul quotidiano “Latina Oggi” titoli a tutta pagina sulle dichiarazioni dell’europarlamentare: «Per fortuna ci sono candidati di Fli come Cristina Rossi della lista civica Latina Capitale che sostiene Gatto (ex assessore al bilancio, FI) e che avranno modo di catalizzare un voto di centrodestra autentico».
Lo scetticismo sull’esperimento di Latina si diffonde nel partito, dove il solo nome della città provoca litigi e divisioni.
17 maggio. Risultati delle 13 liste in gara.
Di Giorgi, il candidato del Pdl, vince al primo turno con il 50,97 per cento.
Cioè per 250 voti circa. Cosignani si ferma all’1,06.
L’obbiettivo di mandare Di Giorgi ai ballottaggi non era affatto impossibile, anzi: con più impegno e meno bastoni tra le ruote sarebbe stato semplice.
E ai ballottaggi si sarebbe potuta fare una grande battaglia per la legalità e per l’identità di Latina, oltre i partiti, facendo appello al risveglio del senso civico e dell’orgoglio cittadino. Conclusioni.
La sconfitta della lista Fli-Pennacchi dimostra soltanto l’incapacità di comprendere il nuovo di chi l’ha osteggiata in buona fede e la profonda malafede di tutti gli altri, quelli che hanno risposto alla generosità e alle intuizioni del più grande scrittore italiano con miserabili manovrette di corridoio e boicottaggi nell’ombra.
Dovrebbero almeno evitare di usare come un randello la parola “Latina” per delegittimare persone e dirigenti con cui si sentono in competizione (senza essere capaci di competere). Post scriptum.
Grazie ora e sempre ad Antonio Pennacchi, futurista coraggioso.
Flavia Perina
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI TRA BRIATORE E LA SANTANCHE’ CHE LA PROCURA DI GENOVA HA INVIATO A MILANO…SANTANCHE’: “NON CREDEVO FOSSIMO A QUESTI PUNTI”…BRIATORE: “ADESSO VUOLE CHE DOPO DUE BOTTE LE RAGAZZE GLI DICANO CHE SONO STANCHE, E’ TUTTO COME PRIMA DANIELA: STESSI ATTORI, STESSI PROTAGONISTI”
“È malato, proprio come diceva Veronica”. “Fossi io nei suoi panno non dormirei la notte. Mica per
le troie però, per i problemi del Paese”
È Flavio Briatore a commentare da Montecarlo e a raccontare al telefono alla sua amica Daniela Santanchè, il seguito delle avventure del bunga bunga. Intercettato dalla Guardia di finanza di Genova, per la vicenda di evasione fiscale che ha portato, nel maggio 2010, anche al sequestro del suo yacht “Force Blue”.
Le telefonate di Flavio, Daniela e dell’ambiente attorno a Silvio Berlusconi ricostruiscono, fino a pochi mesi fa, la fase della quiete dopo la tempesta: ormai deflagrato lo scandalo Ruby, le “serate eleganti” (come le definisce il presidente del Consiglio) continuano, anche se si trasferiscono da Arcore a Villa Gernetto (a Lesmo, provincia di Monza), dove Berlusconi ha promesso di fondare l’Università delle Libertà .
Questo, almeno, è ciò che racconta chi parla ai telefoni messi sotto controllo dalla procura di Genova: chiacchiere da amici al bar?
Le registrazioni, impietose, danno conto anche delle preoccupazioni di Lele Mora: già sotto inchiesta da parte della procura di Milano con l’accusa di essere uno dei “fornitori” di ragazze per le feste di Arcore, continua a essere messo sotto pressione perchè gli verrebbe chiesto di darsi da fare per organizzare nuove serate.
La guardia di finanza ha portato, la sera di martedì 31 maggio, un pacco di
carte alla procura di Milano.
Provengono dall’indagine del sostituto procuratore Walter Cotugno su presunti reati finanziari che sarebbero stati commessi attraverso finti contratti d’affitto di yacht.
Alcuni proprietari d’imbarcazioni da diporto (tra questi proprio Briatore) sono accusati di truffare il fisco facendo risultare come in affitto le loro barche. Scattano le intercettazioni telefoniche.
Ma ora una parte di queste sono state inviate a Milano, dopo che il procuratore reggente di Genova, Vincenzo Scolastico, ha preso contatto con il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, titolare con Pietro Forno e Antonio Sangermano delle indagini sul caso Ruby.
Rilevanza penale? Scarsa, sembra di capire.
Non ci sono nuove notizie di reato nei documenti arrivati da Genova, ma elementi che potrebbero confermare il quadro accusatorio già delineato dalla procura milanese nei confronti di Berlusconi, a processo per concussione e prostituzione minorile; e di Nicole Minetti, Emilio Fede e Lele Mora, che sono alla vigilia di un’udienza preliminare: accusati di induzione e favoreggiamento della prostituzione, anche minorile, per aver portato ad Arcore Ruby e almeno una trentina di altre ragazze.
È stato proprio a Villa Gernetto che nell’autunno 2010 si è conclusa una cena burrascosa.
A tavola, insieme a Silvio Berlusconi, erano sedute le sue figlie Barbara ed Eleonora.
Una danzatrice del ventre dopo il dessert ha iniziato a prodigarsi nei confronti del presidente con moine giudicate eccessive dalle figlie. “Vedete? Il vostro papà piace ancora alle donne”, avrebbe detto un Berlusconi invece sorridente e soddisfatto.
A questo punto, per tutta risposta le due ragazze, scosse, si sarebbero alzate da tavola e sarebbero fuggite via.
A Villa Gernetto è avvenuto, il 2 maggio scorso, anche il “debutto in società ” di Nicole Minetti, che Berlusconi ha voluto al suo fianco in occasione di una cena con un gruppo di industriali lombardi.
Segno di una intesa ritrovata.
Due giorni dopo la cena, mercoledì 4 maggio, Minetti ha revocato il mandato al suo difensore, Daria Pesce, rea di aver rotto il fronte difensivo con i legali di Emilio Fede e Lele Mora.
Chi sostiene che i festini proseguano, indicano anche una protagonista inedita del nuovo bunga bunga: una ragazza che nei tratti ricorda molto Karima El Mahroug, in arte Ruby Rubacuori.
“Assomiglia alla ragazza marocchina, ma è italiana”, racconta al Fatto, dietro la garanzia dell’anonimato , chi l’ha conosciuta: “Sembra una sosia di Ruby, solo un po’ più bassa: capelli neri, carnagione ambrata, labbra rifatte. Italiana, del Sud”.
Età ? “A guardarla non le darei più di 19-20 anni”.
È stata avvistata recentemente a pranzo all’Hollywood Living di via Vittor Pisani, a Milano, il locale accanto al ristorante Da Giannino, frequentato abitualmente da Fede e Mora prima dell’esplosione del caso Ruby.
(da Il Fatto Quotidiano e il Secolo XIX)
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
CICCHITTO IMPRESENTABILE, LUPI TROPPO DEBOLE, IL TOTO-MINISTRO DELLA GIUSTIZIA VEDE SOLO DUE FAVORITI: IL PROCURATORE AGGIUNTO DI VENEZIA E CHI HA OTTENUTO L’ESAME DI ABILITAZIONE DA AVVOCATO A REGGIO CALABRIA
Anche il prossimo ministro della Giustizia colpa di Pisapia? 
Carlo Nordio — lanciato da Gianni Letta per la successione ad Alfano durante l’ufficio di presidenza post elettorale del Pdl — rallenta.
E forse un ruolo lo avrà giocato quel libro scritto non molto tempo fa assieme all’oggi neosindaco di Milano.
Promettente il titolo: “In attesa di giustizia: dialogo sulle riforme possibili”. Probabilmente letale invece il coautore, indicato variamente dai berluscones come un talebano filogay.
Ed ecco la colpa: in grande ascesa per via Arenula adesso sarebbero le quotazioni di Mariastella Gelmini.
Fedelissima, come Alfano. Giovane, come Alfano. Più incline all’osservanza dei desideri del capo che all’esercizio costruttivo del dubbio. Proprio come Alfano.
E che la ministra dell’Istruzione — laurea in giurisprudenza in tasca, per carità — abbia conquistato l’abilitazione di avvocato transumando da Brescia a Reggio Calabria perchè il concorso era una passeggiata (93% di ammessi agli orali si conteggiò allora) deve essere considerato più un “buon spirito di adattamento” che l’ennesima furbata.
Testa a testa allora.
Superato per impresentabilità il nome di Cicchitto (un piduista alla Giustizia Napolitano non l’avrebbe mai digerito), debole quello di Lupi — buono però per essere dirottato proprio all’ Istruzione — all’aspetto i leghisti che con le inevitabili vicende processual-berlusconiane vogliono avere a che fare il meno possibile, ecco che l’eminenza azzurrina nel vertice di martedì ha servito al premier il nome del procuratore aggiunto di Venezia.
Nel curriculum avranno brillato per gli occhi del Cavaliere le inchieste sul finanziamento del Pci-Pds.
E certamente anche l’antica amicizia con Cesarone Previti di cui Nordio è stato spesso commensale al circolo Cannotieri Aniene.
Così come l’aver atteso ben sei anni prima di spedire a Roma le carte con la richiesta di archiviazione per Occhetto e D’Alema alla fine dell’inchiesta sulle coop rosse; non male per uno che potrebbe essere chiamato a gestire il processo breve.
“Avendo indagato a fondo sul vecchio Pci posso dire che l’espressione “questione morale” è impropria, ambigua; perchè è stata usata da un partito che non aveva nessuna legittimazione a dare lezioni di moralità tenuto conto che il Pci veniva finanziato dall’Urss, ovvero da un Paese nemico” una delle sue massime più riuscite.
Che stride un po’, però, a ben guardare con quella vecchia storia che fece tanto scalpore all’epoca di Mani Pulite quando dalle carte tirate fuori dal pm Ielo vennero gettate ombre su di lui; in una conversazione telefonica della linea “calda” di Hammamet, il figlio del legale di Craxi lo definì “uno molto fidato”.
Il mondo politico, ovviamente, non restò in silenzio e Nordio replicò seccato: “Craxi mi ha definito un giudice fidato? Se fidato è chi indaga a 360 gradi e non si limita a Dc e Psi, allora lo sono”.
Parole che adesso rendono più chiaro il perchè l’eminenza azzurrina abbia potuto pensare a lui, sparigliando un tavolo del partito alla mercè di mille correnti.
Nordio in politica dunque?
“Io penso che nessun magistrato dovrebbe mai candidarsi alle elezioni, a maggior ragione non deve farlo un pm che è diventato famoso per inchieste in ambito politico” un altro dei suoi motti, forse le ultime parole famose.
Ma a cambiar idea si fa sempre in tempo.
Anzi, da quelle parti è un vizio che va sempre di gran moda. Epperò sono anche altre le cose che pesano.
Di certo il Cavaliere vede in Nordio un assist non da poco per portare al traguardo quella riforma della Giustizia, che tanto gli preme issare come bandiera in ricordo del suo ultimo passaggio al governo del Paese.
Nordio potrebbe essere il cavallo di Troia vincente per infrangere le barriere che gran parte della magistratura ha eretto contro la riforma.
Certo, però, non è un “famiglio”. E sarebbe difficile “muoverlo” sul fronte delle intercettazioni piuttosto che su quello, non meno impervio, delle — eventuali — altre leggi ad personam che sono spuntate come funghi in parlamento poco prima dell’inizio della campagna elettorale per le amministrative.
Più docile agli ordini del Cavaliere sarebbe senz’altro una come la Gelmini (il cui posto all’istruzione verrebbe preso da Lupi), il cui pugno di ferro sulla riforma universitaria ha mostrato il nerbo di cui è capace quando si tratta di fare la voce grossa e andare avanti nonostante tutto.
Silvio, insomma, non ha ancora deciso.
Anche se qualche accenno alla questione è stato lanciato ieri, quando Berlusconi e Letta sono saliti al Quirinale per parlare con Napolitano dell’esito degli incontri internazionali avuti durante i festeggiamenti per il 2 giugno.
Ci vorrà ancora qualche tempo, comunque dopo i referendum, perchè il nodo venga sciolto definitivamente.
Nordio, dicono ambienti pidiellini, non si sottrarrebbe a una chiamata, di certo se lo aspetta.
La sua ultima apparizione pubblica però non è stata delle migliori.
Lunedì sera, Auditorium di Roma.
Messa in scena del processo a Giulio Cesare.
Lui, il procuratore, a rappresentare l’accusa. “Fragile, mal sostenuta, di malavoglia”.
Ed infatti — a certificarlo il presidente della giuria popolare, per l’occasione Francesco Gaetano Caltagirone — Cesare finisce assolto.
Ma non è finita. Flebili voci insinuano per il post- Alfano addirittura il nome di Augusta Iannini, capo dell’ufficio legislativo di via Arenula.
Peccato sia la moglie di Bruno Vespa.
Sara Nicoli ed Edoardo Novella
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE SI SCHIERANO MOLTI SINDACI DEL CENTRODESTRA, MENTRE IL PD, CHE ORA APPPOGGIA IL SI’, E’ STATO A LUNGO SU POSIZIONI LIBERISTE
Cosa hanno in comune il sindaco siciliano di Menfi e quello leghista di Bardolino?
I vescovi e i centri sociali? Hanno in comune un bene, anzi un bene comune: l’acqua.
E per difenderlo dalla speculazione e dalla logica del profitto hanno deciso di schierarsi a favore dei referendum contro la privatizzazione delle reti idriche del 12 e 13 giugno.
Se è vero che raggiungere il quorum sarà molto difficile, una delle chiavi per un eventuale successo è proprio la trasversalità del sostegno al “sì” ai quesiti che riguardano la gestione degli acquedotti.
Non solo quella tutto sommato poco sorprendente tra l’area anticapitalista dei no global e il richiamo della Cei 1 al francescano “molto utile et humile et pretiosa et casta sor
Aqua”, ma anche quella che passa dentro partiti e coalizioni.
La campagna per il voto su legittimo impedimento e nucleare si è caratterizzata da subito come uno scontro politico tra opposizione e governo, ma sul tema dell’acqua le cose stanno diversamente.
Da sempre si tratta di una questione che divide gli schieramenti al loro interno e anche l’apparente compattezza ostentata attualmente dal Partito democratico non deve trarre in inganno.
I referendari ricordano ancora l’estremismo filo privatizzazione di Linda Lanzillotta, ex ministro per le Autonomie locali nel governo Prodi ora nell’Api di Francesco Rutelli, ma tentazioni “liberiste” non sono mancate in passato neppure all’attuale segretario Pierluigi Bersani.
Posizioni che nel partito hanno convissuto a lungo con quelle della componente ecologista e più “movimentista”.
“Ma tutto sommato nel Pd quando era al governo la posizione favorevole alla logica del mercato era maggioritaria”, rievoca Stefano Ciafani di Legambiente.
Malgrado la passate ambiguità del centrosinistra, le due norme sulle quali i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi il 12 e 13 giugno portano comunque la firma del governo Berlusconi.
Provvedimenti varati nonostante i mal di pancia della Lega, per la quale il passaggio della gestione dal pubblico ai privati rappresenta sia un problema ideologico che di potere.
Da un lato per il partito del federalismo è difficile giustificare l’arrivo nelle “sue” valli di imprese “forestiere” interessate a fare i soldi con le sorgenti “padane”.
Dall’altro anche le municipalizzate più grandi e solide come quelle di Milano e Brescia hanno da temere dall’apertura di gare per la gestione della rete idrica che le vedrebbero in concorrenza con multinazionali in grado di far pesare le loro risorse finanziarie e di impossessarsi non solo del servizio, ma anche di un eccezionale strumento di potere.
Una contraddizione che a suo tempo il Carroccio ha cercato di risolvere inserendo nella contestata “legge sviluppo” del 2008 un emendamento su misura che permette deroghe nella privatizzazione dell’acqua “per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”.
Una frase che potrebbe essere tranquillamente tradotta così: “Avanti con la privatizzazione, però in Val Brembana e nelle altre valli facciamo come ci pare”.
Ma evidentemente la rassicurazione non è stata sufficiente perchè in questi mesi, molto prima che lo stesso Umberto Bossi ammettesse che i quesiti sono “attraenti”, il numero di amministrazioni comunali del Lombardo-Veneto che si sono schierate per “la tutela dell’acqua bene comune” si è andato moltiplicando, fino al clamoroso manifesto del sindaco di Belluno Antonio Prade con i “dieci buoni motivi per votare sì al referendum”. Naturalmente c’è anche chi ha preferito non esporsi e non ha preso posizione, ma Walter Bonan, del comitato veneto “per l’acqua bene comune”, la situazione la fotografa così: “Ho fatto decine e decine di iniziative in comuni e piccoli centri. Magari a volte di gente ce n’era poca perchè l’informazione soprattutto all’inizio scarseggiava, ma non è mai successo che qualcuno si alzasse per difendere la privatizzazione”.
Ancora più in là nella battaglia per l’acqua pubblica si sono spinti gli amministratori siciliani, regione dove la sinistra non brilla certo per numero di municipi controllati. Sull’Isola, che grazie allo statuto autonomo e all’intraprendenza dell’ex presidente Totò Cuffaro ha sperimentato la privatizzazione degli acquedotti con qualche anno d’anticipo, si è coalizzato un vastissimo movimento d’opposizione al quale hanno aderito oltre 140 giunte locali.
“C’è stata una mobilitazione straordinaria da parte di amministratori di tutti i colori politici a sostegno della legge regionale d’iniziativa popolare che sancisce il divieto di mercificazione delle risorse idriche, anche perchè qui è un impegno che si intreccia con quello per la legalità “, ricorda Antonella Leto del Forum siciliano dei movimenti per l’acqua.
Un impegno davvero straordinario perchè a differenza che al Settentrione, dove tutt’al più si può finire espulsi dal partito, in Sicilia ci si spinge fino a rischiare la vita.
Come sta accadendo a Michele Botta, sindaco di centrodestra di Menfi, nell’agrigentino. In prima fila a sostegno della campagna “per l’acqua bene comune”, Botta, come altri suoi colleghi, è stato più volte oggetto di minacce mafiose, compreso l’invio di una busta con un proiettile.
Valerio Gualerzi
(da “La Repubblica“)
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
SUL QUORUM AI REFERENDUM SI GIOCA UNA PARTITA DECISIVA: SAREBBE UN SEGNALE DEL RITORNO ALLA PARTECIPAZIONE ATTIVA DEI CITTADINI ALLA POLITICA
Dai ballottaggi la certezza che il paese ha reagito. 
Perchè «stufo di blocchi contrapposti, di logiche vecchie e superate». Ma adesso «sta a noi individuare quale può essere lo schema vincente che determini la reale transizione. Contrariamente rischieremmo di fare da ruota di scorta a schemi predisposti da altri». Sceglie il pragmatismo Flavia Perina, per analizzare dove dovrà volgere lo sguardo non soltanto Futuro e Libertà , ma soprattutto l’intera politica italiana.
Per fare il salto di qualità e lasciarsi alle spalle un passato che si sta ormai chiudendo.
Prima i ballottaggi, poi la Cassazione e il via libera al referendum sul nucleare: in più i fischi di ieri alla parata del 2 giugno. Silvio Berlusconi sempre più alle corde?
La vera mazzata per il sistema berlusconiano sarebbe il raggiungimento del quorum, perchè porterebbe con sè l’idea di un risveglio effettivo della partecipazione attiva dei cittadini.
Per tantissimo tempo questo sistema di potere si è retto sulla scelta astensionista di cittadini che non condividevano. Il segnale sul terreno dei referendum, che da anni non raggiunge il quorum proprio per un certo disinteresse, sarebbe la conferma che qualcosa sta cambiando in Italia. Con la voce della gente che dice “mai più sudditi, adesso vogliamo partecipare alle scelte che determinano il nostro futuro”. Credo che davvero il tema della partecipazione sia centrale, al di là delle libere posizioni all’interno del terzo polo.
La grande damigiana di voti del Pdl si è ormai rotta: come intercettare quei consensi?
Una tesi che considero suggestiva, in realtà credo che sarà difficile intercettare questo consenso se non si compierà un nuovo passo avanti nella riproposizione dei contenuti rivoluzionari del messaggio finiano. Ovvero quelli di un centrodestra europeo, fondato sul nuovo patriottismo repubblicano, su un’idea alta dell’interesse nazionale, innovativa nel campo dei diritti civili, proposte specifiche rivolte a due settori rilevanti come i giovani e le donne, che ci guardano con simpatia. Ecco lo scenario a cui accostarsi, evitando in via assoluta di rinchiudersi nei giochi di palazzo, ma riportando all’esterno la comunicazione.
Nel solco dello spirito di Bastia Umbra?
Non mi piace la formula rievocativa, mi sembra ciò che fanno nel Pdl quando rievocano lo spirito del ’94. Oggi abbiamo di fronte a noi una situazione completamente nuova ed è di questo che dobbiamo discutere. Nel Paese sale una richiesta di novità e cambiamento, anche impetuosa, do cui noi siamo stati a suo tempo l’avanguardia. Noi siamo dinanzi ad un bivio: o proviamo ad interpretarla, oppure rischiamo di essere archiviati assieme al vecchio sistema che sta franando.
Una strada percorribile potrebbe essere quella, più volte invocata, di un comitato di liberazione nazionale dal cavaliere?
Una scelta che non ha nulla di scandaloso, nella prospettiva elettorale futura. Proprio perchè in questo frangente è la politica che deve agire, considerando l’opzione di quella che è stata chiamata anche “santa alleanza”. Lo hanno fatto anche in altri contesti europei, vedi la destra tedesca per ovviare ad una situazione di emergenza. Il riscontro referendario ci potrà anche delle indicazioni per un grande dibattito politico che si aprirà sulle scelte prossime venture del partito.
Il neosegretario del Pdl, Angelino Alfano, sembra che come primo obiettivo abbia il compito di “marcare” Giulio Tremonti: un po’poco per iniziare una fase nuova, non trova?
Berlusconi ha avviato un’operazione che in gergo maoista si chiamava “bombardare il quartier generale”. Ovvero, nel momento della massima difficoltà , quando per la prima volta viene messa in discussione la sua capacità di premier, lui annienta le vecchie classi dirigenti e cerca in qualche modo di attribuire la responsabilità dell’insuccesso in primis ai candidati di Milano e Napoli, poi al triunvirato che gestisce il Pdl. Per dare agli elettori l’illusione del cambiamento, che nella realtà non avviene perchè poi lui resta sempre il dominus. E permane quell’idea di un partito “contorno” delle sue scelte.
E dalle intellighenzie vicine al premier neanche un accenno a questa fase di criticità ?
Un altro dato interessante potrà venire dalla riunione indetta per il prossimo mercoledì proprio dagli intellettuali organici di Berlusconi: Ferrara, Sechi, Belpietro, con l’obiettivo di chiedere le primarie per indicare il capo del partito e per i coordinamenti regionali. Potrebbe essere l’ennesima carta populista per azzerare la classe dirigente e riproporre lo schema del leader che dialoga direttamente col popolo, anche sulle questioni interne al partito.
Il percorso di Fli a che punto è?
Il clima di stato nascente che si è avuto tra lo strappo di Fini dal Pdl e la svolta del 14 dicembre scorso si è un po’ dissipato. Oggi registriamo un momento più difficile, perchè è complesso comprendere come affrontare il nuovo scenario che si sta profilando. Noi abbiamo sicuramente determinato l’entrata in crisi del berlusconismo. Adesso va focalizzato in quale modo strutturare una via di uscita positiva per ricostruire il paese. Serviranno gli strumenti della politica, più che le emozioni, per non limitarsi ad essere spettatori.
Crede che questa, allora, sia l’ultima chanches per sperimentare nuove elaborazioni culturali, anche e soprattutto grazie all’apporto delle elites nell’agone politico?
La finestra si è molto ristretta, perchè paradossalmente la vittoria alle amministrative ha tornato a diffondere a sinistra un sentimento di autosufficienza che prima non esisteva. Il rischio che vedo è quello che si riproponga uno schema di blocchi contrapposti, che cancelli lo spirito innovativo scaturito dalle urne, dove sono stati premiati gli outsiders più che i vecchi partiti. Senza un’azione decisa, temo che si archivi un’interessante stagione di interlocuzione e di ricerca di sintesi nuove non tra i partiti ma nell’area vasta che a loro fa riferimento. Che in una certa fase si erano sentite liberate da vecchie zavorre e riuscivano a parlare trasversalmente delle prospettive del paese. Dai ballottaggi è emersa la certezza che il paese è in cerca di qualcosa di nuovo. Perchè stufo di blocchi contrapposti, di logiche vecchie e superate. Ma adesso sta a noi individuare quale potrà essere in futuro lo schema vincente che determini la reale transizione. Contrariamente rischieremmo di fare da ruota di scorta a schemi predisposti da altri.
Francesco De Palo
(da “Il Futurista“)
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Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile
SCARTATI VITO E NORDIO, SI PENSA ANCHE A SCAJOLA MINISTRO DELLE POLITICHE COMUNITARIE…VOCI DI TREMONTI E CALDEROLI VICEPREMIER… NEGLI EX AN C’E’ DISSENSO: GLI ALTRI, IN ATTESA DEGLI EVENTI, SCALDANO I MOTORI PER LA GRANDE FUGA
Tutto è successo così in fretta (la batosta elettorale del Cavaliere, l’incoronazione di Alfano nel Pdl) che solo adesso molti realizzano: oddio, non c’è più il ministro della Giustizia, chi occuperà la poltrona?
Una poltrona scomoda, tra l’altro, perchè in ballo c’è la «riforma epocale» sognata da Berlusconi, chi se la piglia diventa immediatamente un bersaglio.
Pare che Lupi, già vice-presidente della Camera, esponente del mondo ciellino lombardo, un tempo a braccetto con Formigoni oggi non più, è sul punto di farcela. L’ipotesi di promuovere il ministro Vito pare tramontata, e qualcuno molto in alto ora si domanda chi l’avesse messa in circolo e perchè.
L’avvocato Ghedini aveva buttato lì il nome dell’ex magistrato Nordio, amico suo. Ma il Cavaliere pare sia contrario agli esperimenti, dubita dei «tecnici», vorrebbe andare sul sicuro, con Lupi non teme scherzi.
Dovrà parlarne prima con Bossi, l’appuntamento è già fissato per lunedì, e può essere che nell’occasione la Lega lo assilli sui vice-premier. Berlusconi non è pregiudizialmente ostile ad accollarsi due vice, però attende che sia Bossi a chiederglielo. Nel caso uno sarebbe Calderoli, l’altro Tremonti.
In cambio Berlusconi si attenderebbe dal suo ministro la famosa riforma fiscale fin qui rinviata.
«Il primo a saperlo è Tremonti», assicura La Russa nella sua nuova veste di responsabile della propaganda.
Sempre più numerose le voci nel Pdl che rimproverano a Tremonti un surplus di rigore. Nell’ufficio di presidenza Formigoni l’ha preso di petto, «la gente di tasse e di controlli non ne può più», ha protestato il governatore.
«La mia gratitudine a Formigoni è pari alla sua amicizia», gli ha risposto a tono il responsabile del Tesoro.
L’indomani della scalata di Alfano è un grande festival di complimenti al neo-segretario, accompagnati sistematicamente da qualche distinguo.
Si prenda il ministro «responsabile» Romano: «Scelta azzeccata», quella del conterraneo Alfano, «ma ora prioritaria è l’azione di governo, serve impegnarci su fisco e sud».
L’altro «responsabile» Pionati applaude la nomina «ma ora il Pdl va rifondato alla radice», puntualizza.
Fitto, ministro del Sud, scorge nella svolta generazionale «una grande opportunità ma ora», esorta, «rimbocchiamoci le maniche».
La Mussolini non ha peli sulla lingua, «a me Alfano va benissimo», premette, «ma non è possibile sceglierlo di notte a Palazzo Grazioli, serve un congresso». L’irrequieto e scontento Scajola si unisce ai festeggiamenti ma tira un calcione alla palla: «Perchè non cambiare anche nome e simbolo del partito?».
Finisce che il più entusiasta senza riserve di Alfano risulta il «nemico» Bocchino.
Lo definisce in un crescendo «bravo, intelligente, moderato di esperienza democristiana e centrista», addirittura (ma potrebbe essere il bacio della morte) «l’uomo giusto per moderare Berlusconi».
A questo proposito, battuta rivelatrice su Alfano di un gerarca Pdl tra i più autorevoli: «O farà il segretario del partito, o farà il segretario di Berlusconi», dipende da lui.
Una volta rotte le dighe, la democrazia diventa un fiume in piena.
Accade nei Paesi arabi e perfino nel Pdl. Sempre più numerosi quanti dicono «basta con le Minetti, con i nominati dall’alto» e invocano d’ora in avanti le primarie per la scelta dei candidati.
E’ il metodo suggerito sul «Foglio» da Ferrara che però ricorda: il vero grande problema rimane «iddo», cioè Berlusconi.
Quagliariello, capogruppo vicario in Senato, ha già lanciato la proposta di regolare le primarie per legge. Osvaldo Napoli applaude ma sommessamente segnala: «Ciò comporta un sistema elettorale maggioritario», non si venga a chiedere poi di tornare al proporzionale
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Giugno 3rd, 2011 Riccardo Fucile
DALL’AMBASCIATA USA RINGRAZIAMENTI AL COLLE PER IL RUOLO CHE SVOLGE IN LIBIA…LA CENA AL QUIRINALE CON I CAPI DI STATO: UN SUCCESSO DI NAPOLITANO CHE IL PREMIER HA DOVUTO SUBIRE
È il suggello su un’assenza politica, quella di Berlusconi, e su un’inevitabile supplenza. 
La festa al Quirinale peri 150 anni della Repubblica è un successo per Giorgio Napolitano, la conferma del suo standing intenazionaie (a Roma sono arrivate 80 delegazioni internazionali, con 42 capi di Stato e di governo presenti), ma allo stesso tempo rivela quanto sia diventato problematico per il capo del governo avere un ruolo sulla scena.
Chi era presente riferisce di un Berlusconi immusonito al grande banchetto del Quirinale. Irritato, oltretutto, per dover fare la comparsa allo spettacolo messo in piedi da quello che considera ormai un suo rivale politico.
E non c’è solo la politica estera, dove Napolitano ha acquistato una crescente credibilità – confermata dai ringraziamenti giunti di recente dall’ambasciata americana per il ruolo svolto sulla Libia – di pari passo al declino di quella del premier.
Contano anche i piccoli dettagli.
Ieri ad esempio la prova della piazza si è di nuovo rivelata amara per il Cavaliere. Mentre al capo dello Stato, che passava in rassegna il picchetto d’onore, venivano tributati applausi corali e scroscianti, Berlusconi doveva sperimentare anche i fischi. Persino in un’occasione di festa bipartisan e politicamente “neutra” come il 2 giugno. Ormai per il premier il confronto con Napolitano è diventato un cruccio continuo, quasi un’ossessione.
Considera l’attivismo del Colle una vera e propria «invasione di campo».
Quando ha saputo degli incontri al massimo livello che avrebbe avuto il capo dello Stato (da Biden all’astro nascente cinese Xi Jimping), Berlusconi ha chiesto al suo staff di correre ai ripari, organizzando in fretta e furia un incontro a villa Pamphili con il russo Dimitrij Medvedev e Joseph Biden.
Ma il vice di Obama ha lasciato prima degli altri il casino dell’Algardi, disertando la conferenza stampa con Berlusconi.
Con gli americani il rapporto tra il “comunista” Napolitano è ormai molto stretto. Consolidato grazie anche al ruolo decisivo del capo dello Stato in occasione della crisi libica, mentre il premier – paralizzato dal rapporto con Gheddafi e dal veto di Bossi – appariva in Europa e a Washington come un “re Tentenna”.
«Per gli americani – confida un diplomatico italiano – ormai in Italia ci sono solo tre interlocutori per la politica estera: Napolitano, Frattini e Gianni Letta. Berlusconi non viene più considerato reliable, affidabile».
Di certo non deve aver aiutato a migliorarne la considerazione la scena vissuta in prima persona da Obama al G8 di Deauville.
Quando il capo del governo, saltando ogni protocollo, provò ad arruolare il presidente Usa nella sua crociata contro i magistrati e la loro «quasi dittatura».
Lo stesso Berlusconi, tornato a Roma, a un amico ha confidato la ragione di quel gesto sorprendente: «Mi guardavano tutti con una certa freddezza. Così sono stato costretto a spiegare di persona cosa sta succedendo in Italia».
La «freddezza» degli altri leader e delle cancellerie europee (Sarkozy, Merkele Obama, dopo quel G8, hanno deciso di disertare Roma) paragonata al «calore» con il quale ieri Napolitano è stato omaggiato da tutti.
Arrivando persino a mettere a tavola vicini il presidente di Israele Shimon Peres e quello dell’Anp Abu Mazen, dopo un vertice a tre sulla ripresa del processo di pace. «Sono vecchi amici», ha spiegato Napolitano, riferendosi a quella mini Camp David al Colle.
Ad aumentare l’irritazione di Berlusconi nei confronti del Quirinale ha contribuito da ultimo la decisione della corte di Cassazione di trasferire il referendum contro il nucleare sulle nuove norme.
«Non si sarebbero mai permessi una forzatura del genere – ha confidato Berlusconi a un ministro – se non fossero stati sicuri dell’avallo di Napolitano».
E proprio il referendum potrebbe essere il terzo tempo delle elezioni amministrative, assestando il colpo finale al governo Berlusconi.
Un timore che ha aumentato i sospetti del Cavaliere.
Senza contare l’elemento della popolarità . Negli ultimissimi sondaggi, infatti, il Quirinale surclassa Palazzo Chigi.
La popolarità di Napolitano sfiora il 90 per cento.
Quella del Cavaliere è ormai precipitata al 33 per cento.
Bei Francesco
(da “La Repubblica“)
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