Settembre 26th, 2011 Riccardo Fucile
“LE PROVE CONTRO BERLUSCONI SONO GRAVI ANCHE SENZA LE INTERCETTAZIONI
Tra gli opinionisti ospiti dei talk-show obbligati, loro malgrado, a occuparsi di prostitute,
inchieste giudiziarie, latitanti e prosseneti, Paolo Mieli è uno dei pochi a dire cose che sono normali su qualunque pianeta, tranne che sul pianeta Italia.
Mieli, si sentiva un po’ un marziano lunedì sera a Porta Porta?
Vabbè: c’era anche Rosy Bindi. Io penso di comportarmi come una persona normale, che osserva senza pregiudizi.
Ha detto: “Lasciamo da parte le intercettazioni”.
Sì, perchè si può tranquillamente formulare un giudizio senza averle lette.
Spieghiamoci meglio.
Le racconto una storia, ambientata negli Stati Uniti. Il presidente Clinton, dopo il caso Lewinsky…
…perchè dopo?
Perchè già prima di Noemi e della D’Addario, al presidente Berlusconi venivano rimproverate le ragazze della Rai, quelle della telefonata a Saccà .
Allora, dopo il caso Lewinsky Clinton imbarca sull’Air Force One una trentina di ragazze, le porta nella sua residenza estiva dove organizza festini.
Poi Hillary chiede il divorzio, sostenendo che stanno ‘portando le vergini al drago’.
Ma lui continua a frequentare apertamente, tramite un commerciante di droghe, una tipo Divine Brown, la prostituta del caso Hugh Grant. Prima ancora va nel Bronx al compleanno di una ragazza che compie 18 anni, ma già prima di essere maggiorenne frequentava quei festini eleganti dove, secondo alcuni testimoni, si beveva abbondantemente del Sanbittèr.
Poi telefona per ottenere il rilascio di una ragazza imputata di furto, minorenne, con documenti non in regola.
Ma vi immaginate in che subbuglio, ben prima delle intercettazioni, sarebbero gli Stati Uniti? Sono veramente stupito che questo, in Italia, sia messo nel conto delle 100 mila intercettazioni.
Giuliano Ferrara le ha ricordato che anche Mitterrand e Kennedy erano dei, cito testuale, “puttanieri”.
Kennedy aveva delle amanti. Una di queste aveva dei contatti con un boss della mafia, è vero. Ma era sempre un’amante. Mitterrand ha avuto una figlia fuori del matrimonio: ma nulla di paragonabile a quello di cui stiamo parlando.
Se Clinton, che aveva delle inclinazioni a trascorrere serate allegre, dopo il caso Lewinsy non si fosse dato una calmata lo avrebbero cacciato a pedate dalla Casa Bianca. Come peraltro ai tempi si auguravano alcuni che oggi difendono strenuamente Berlusconi.
Come si può negare l’evidenza in modo così spudorato?
Si nega l’evidenza perchè è una cosa abnorme, clamorosa, mondiale. È quello che vede un cittadino normale, come sono io, senza pregiudizi nei confronti di Berlusconi.
Davvero senza pregiudizi?
Quando era direttore del Corriere della Sera, nel 2006 fece il famoso endorsement per Prodi. E fu oggetto di un “editto albanese” due anni dopo, quando il premier da Tirana disse che certi direttori — lei e Giulio Anselmi — dovevano essere cacciati.
Io penso di essere un elettore del centrosinistra dichiarato, che ha subito delle ritorsioni dopo la dichiarazione del 2006, ma questo non vuol dire che io abbia pregiudizi.
Perchè questi scandali non hanno portato alle dimissioni del premier?
Il presidente dispone ancora della maggioranza parlamentare. Ed è solo politico il modo in cui questa maggioranza può essere smontata. I numeri ci sono anche se, con Milanese, si è visto un comportamento clamoroso dei parlamentari leghisti, che a certi temi erano sempre stati molto sensibili. Ma quando è di loro convenienza sono meno sensibili.
Si fa un gran parlare di un Dino Grandi che porti l’Italia a un nuovo 25 luglio.
Grandi pensava di avere un ruolo nella stagione successiva a Mussolini. Ma non dimentichiamo che alcuni di quelli che avevano votato l’ordine del giorno Grandi furono fucilati dopo il processo di Verona, altri si diedero alla macchia. Alcuni sembrano quasi chiedere a Napolitano di essere lui il Dino Grandi. Ma è assurdo. Il Colle non ha nessuno strumento per fare più di quello che fa. La battaglia contro Berlusconi, che è più che legittima per le ragioni che ho descritto all’inizio, deve avvenire entro le regole parlamentari. Sono d’accordo con quello che ha scritto Sergio Romano sul Corriere: così come stanno le cose, con una maggioranza parlamentare ancora esistente, l’unica via è persuadere Berlusconi ad andare a elezioni anticipate, annunciando che non si ricandiderà .
Quindi ce lo teniamo?
È un inconveniente della democrazia. Non è una situazione che si possa superare con un gesto di volontà .
Lei è stato due volte direttore del Corriere: che effetto le fanno i colleghi che pur di difendere il premier mistificano la realtà ?
Non voglio dare giudizi sui singoli. Cerco di rispondere con degli argomenti. Cerco di vedere, l’ho fatto più volte con Vittorio Feltri, quando danno prove di coraggio.
No, m’interessano più gesti minimi nel centrodestra che magniloquenti dichiarazioni da parte degli storici avversari di Berlusconi.
La nostra immagine, basta leggere i titoli di giornali come l’Economist o il Financial Times (“Mentre Roma brucia, Berlusconi si trastulla”), è completamente compromessa.
Il premier pensa che sia un complotto dei giornali, lo diceva già nel 1994, ma non è così. Tutta la stampa, dai Paesi arabi alla Cina agli Stati Uniti, si limita a osservare quanto accade. Badi, non è nemmeno un problema di morale: non m’interessa e non è mio compito. Il guaio è che il governo è finito in un gorgo ed è troppo distratto. E stiamo attraversando la peggior crisi economica dei nostri tempi. Abbiamo un gruppo di autisti di un autobus, il Paese, lanciato a tutta velocità in cui a uno manca un braccio, all’altro una gamba e un altro è accecato.
L’anno scorso disse ad Annozero che la situazione era simile a quella prima di Tangentopoli, che “il tappo stava per saltare”. Lo pensa ancora?
Bè, il tappo è saltato.
Veramente pensavamo che l’espressione sta per saltare il tappo significasse la fine di un sistema.
Infatti sta finendo. Da questa tempesta economica, politica e morale, l’Italia uscirà radicalmente diversa da com’era un anno fa.
Tempi?
Rapidissimi: purtroppo sono dettati dalla crisi economica.
Silvia Truzzi
(da (”Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2011 Riccardo Fucile
IL VESCOVO RACCOMANDAVA I PROGETTI DELLA ONLUS “SOLIDARIETA’ E SVILUPPO” CHE AVREBBE TRUFFATO 12 MILIONI DESTINATI AL DOPO SISMA DAL SOTTOSEGRETARIO GIOVANARDI…IL GIP CHIEDE DUE ARRESTI
Il vescovo ausiliare dell’Aquila Giovanni D’Ercole si raccomandava al sottosegretario Carlo
Giovanardi per ottenere i fondi del terremoto.
Anzi, per farli ottenere ad una onlus (“Solidarietà e Sviluppo”) fondata dalla stessa diocesi dell’Aquila, dietro la quale, secondo la Procura si nascondeva una truffa.
Una truffa per sottrarre 12 milioni di euro dal bancomat miliardario della ricostruzione dell’Aquila.
Una truffa per la quale ieri sono state arrestate due persone (tra cui il segretario generale della Onlus, Fabrizio Traversi nominato proprio dai vertici della diocesi) e indagate altre tre (compreso il sindaco di San Demetrio dei Vestini, Silvano Cappellini).
L’obiettivo era quello di ottenere i “fondi Giovanardi”, quelli che il sottosegretario era riuscito ad accantonare nel “decreto Abruzzo” per la ricostruzione.
Fondi destinati a progetti “per la famiglia e per il sociale” sui quali ci fu uno scontro con il Comune dell’Aquila.
Il sindaco Massimo Cialente riteneva che dovessero essere destinati in parte (circa tre) per ristrutturare un centro anziani (al quale, poi, vennero effettivamente assegnati) e a un’altra ristrutturazione (per nove milioni) di un complesso nel centro storico.
Su questa fetta, invece, si erano accentrate le mire della fondazione di origine curiale “Solidarietà e Sviluppo” i cui progetti, però, risultarono non conformi alla normativa.
Cialente lo disse pubblicamente e attaccò anche Giovanardi quando, nel luglio del 2010, sembrava che la onlus stesse riuscendo nei suoi intenti truffaldini.
Proprio dalle affermazioni del sindaco è partita l’inchiesta.
Giovanardi risulta coinvolto in quanto i progetti della Onlus facevano riferimento al suo dipartimento della famiglia.
Lo stesso senatore si lamentava pubblicamente del fatto che questi soldi non venivano spesi. E il secondo arrestato, Gianfranco Cavaliere, è proprio un politico legato a Giovanardi.
E così, dalle intercettazioni si scopre che mentre pubblicamente Giovanardi si lamentava dei ritardi della ricostruzione e dell’assegnazione dei fondi, al telefono invece si dava da fare per farli ottenere alla onlus della Curia.
Come si evince da una intercettazione tra lo stesso vescovo D’Ercole e Giovanardi.
” Volevo soltanto dirti questo: siccome è ovvio che con questo nostro progetto probabilmente daremo fastidio a qualcuno, faranno un po’ di questioni. Mi raccomando: tieni la barra ferma…” chiede D’Ercole.
“Ma ti immagini! Ma io ho solo bisogno che voi… cioè, che chi mi può dare il disco verde che è il commissario di governo mi dica “spendi” e io vengo lì con i soldi cash…” risponde Giovanardi.
E D’Ercole “Noi.. noi in settimana ti diamo tutti i progetti nostri, pronti”.
Giovanardi: “e certo.. bravo.. altro che carriole o non carriole.. scusami, altro che popolo delle carriole. Ce l’ho qua i soldi… che alla fine… veramente una cosa incredibile. Comunque, io aspetto ancora un po’, poi risollecito il commissario, se magari tramite Cavaliere (uno degli arrestati, ndr) che è qua e poi dico “amico, io ho polemizzato con il sindaco, ma a me non mi fa mica (..) lo schieramento politico, eh! Se devo polemizzare con uno del Pdl ci penso due secondi, ma proprio non me ne può fregare di meno”.
Da notare che proprio D’Ercole si farà fotografare con il popolo della carriole all’interno del centro storico, mentre con la pala cerca di rimuovere le macerie.
E Giovanardi a nome del dipartimento alla famiglia, nello stesso periodo, firmava anche una lettera di “congruità ” per i progetti della Fondazione.
Sollecitava poi anche il presidente della Provincia Antonio Del Corvo, affinchè intervenisse. Ma l’appoggio del sottosegretario non era sufficiente, occorreva quello del commissario alla ricostruzione Gianni Chiodi – che seppure del Pdl – alla fine non appoggerà mai l’iniziativa. E la truffa così non andrà in porto.
Eppure, i due arrestati avevano tentato in tutti i modi di raggiungere il loro obiettivo.
Cavaliere al telefono parlava anche di come utilizzare i fondi del terremoto per la politica: “perchè l’associazione Democratici Cristiani è un’associazione per gestire i 5 milioni di euro, parte dei 5 milioni di euro che Carlo (Giovanardi, ndr) c’ha sulla Fondazione”.
Scrive il giudice per le indagini preliminari Marco Billi nell’ordinanza di custodia cautelare: “il senatore Giovanardi, da quanto risulta al momento, è stato sostanzialmente “utilizzato” dagli indagati, i quali hanno saputo fare leva sulla evidente volontà dello stesso di utilizzare i fondi, strumentalizzandone gli interventi di carattere politico nel tentativo di convogliare tutti o parte dei fondi sulla loro fondazione.
Si è visto come al sottosegretario venissero fornite informazioni sull’evolversi della vicenda sapientemente filtrate e distorte, per spronarlo ad assumere atteggiamenti utili per il conseguimento dell’illecito fine prefissato.
Si può in proposito ritenere che proprio lo stretto collegamento di Cavaliere con Giovanardi (dovuto alla medesima matrice politica di riferimento) abbia fornito concrete possibilità operative agli indagati”.
Molto più dure le considerazioni del Gip sul ruolo della Curia e sui due vescovi dell’Aquila: “Si ritiene, in ogni caso, che il ruolo dell’arcidiocesi (ed il particolare dei vescovi Molinari e D’Ercole) debba essere ulteriormente approfondito nell’ulteriore corso delle indagini preliminari, al fine di accertare il livello di consapevolezza che gli stessi hanno avuto degli effettivi propositi degli indagati. Sotto tale profilo, infatti, è da rilevare che tanto l’associazione Aquila Città Territorio quanto la Fondazione hanno la propria sede presso la Curia arcivescovile aquilana, che l’arcivescovo Molinari ha partecipato al la Fondazione fin dall’atto costitutivo e che Molinari e D’Ercole hanno partecipato personalmente all’incontro di Palazzo Chigi del 17.6.10 con il sottosegretario Giovanardi, Chiodi (commissario alla ricostruzione, ndr) De Matteis (vice presidente del consiglio regionale abruzzese, ndr) e Cialente (sindaco dell’Aquila, ndr)”.
Quindi, seppure allo stato i due vescovi non sono indagati, il Gip sul loro ruolo nella vicenda chiede indagini più approfondite.
Laconiche le considerazioni finali sul ruolo della stessa onlus della Curia da parte del giudice: “In nessuna di tali conversazioni si è potuto evidenziare un passaggio, un apprezzamento, una considerazione, una valutazione in ordine al merito dei progetti. I diversi progetti appaiono, infatti, considerati esclusivamente sulla base del relativo referente politico nonchè sul grado di priorità che può essere loro riconosciuto in considerazione del possibile tornaconto economico e politico personale degli indagati. Manca, all’evidenza, una seppure generica e formale attenzione alle finalità concrete dei progetti, all’utilità per la popolazione, all’esigenza di creare una ragionata e consapevole scala di priorità delle esigenze, per utilizzare nel migliore modo possibile i fondi in esame. I diversi organi istituzionali coinvolti non sembrano operare in accordo tra loro nè risulta esistente una struttura di raccordo tra gli stessi che possa comporre eventuali contrasti ed armonizzare le rispettive esigenze. Al contrario è evidente che tali organi operino in competizione tra loro ed il riferimento alla “guerra”, seppure considerata politicamente, non appare troppo lontano dalla realtà ”
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica”)
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Settembre 24th, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER IN VISITA UFFICIALE A PANAMA SI PORTAVA DIETRO IL SUO COMPAGNI DI MERENDE, AFFARISTA, FABBRICATORE DI PATACCHE E OGGI LATITANTE… UNA PROVVIGIONE DI OTTO MILIONI DI EURO PER LAVITOLA…ANCHE DUE FANCIULLE PER ALLIETARE IL VIAGGIO
Visita di Stato di Silvio Berlusconi, primo ministro italiano e di Valter Lavitola, oggi latitante.
Amaro destino: ora Lavitola in Italia troverebbe un cellulare della polizia che l’attende.
Un anno fa viaggiava con tutti gli onori sull’Airbus della Presidenza del Consiglio.
Ogni dettaglio è immortalato nei video ufficiali del governo panamense del 29 e 30 giugno 2010.
Accanto a loro due dame: una bruna misteriosa e una bionda che somiglia tanto a Federica Gagliardi, collaboratrice di Renata Polverini, già avvistata sul volo presidenziale in Canada di due giorni prima.
Le immagini: il tricolore e la bandiera di Panama garriscono nel vento.
I notabili della Repubblica centroamericana attendono all’aeroporto con signore. S
ono tutti eleganti ed emozionati, non era mai successo che un primo ministro italiano visitasse Panama. Così i vip stringono bandierine, i soldati indossano l’alta uniforme, i bambini in costume offrono doni.
C’è addirittura chi espone uno striscione: “Benvenuto presidente Berlusconi”.
L’aereo della Presidenza del Consiglio atterra.
Lo sportello si apre ed ecco che scende Berlusconi. Subito dopo si affaccia il resto della delegazione italiana che ha viaggiato a spese dello Stato sull’Airbus presidenziale: accanto a Berlusconi… sembra proprio lui, anzi è lui, Valter Lavitola.
L’unico senza cravatta.
Si guarda intorno come uno che è di casa da quelle parti.
Il Cavaliere e Lavitola sono accolti dalla banda che suona l’inno.
Berlusconi stringe mani, Lavitola si scambia pacche sulle spalle con i notabili panamensi.
Nell’aria centinaia di palloncini bianchi, rossi e verdi: “Che meraviglia”, sorride il premier.
Il rapporto tra Italia e Panama è stretto come non mai.
Appena un mese prima era passato anche il responsabile della Farnesina: “È la prima volta per un ministro degli Esteri italiano in 106 anni”, aveva spiegato Franco Frattini sistemandosi i capelli e annunciando accordi anche in materia culturale e universitaria.
Ma a che cosa era dovuta la visita tanto attesa nel paese del canale?
Una spiegazione l’aveva data nel dicembre 2009 lo stesso Cavaliere durante la conferenza che aveva richiamato in Italia il presidente panamense Ricardo Martinelli: “Devo preparare le valigie per spostarmi a Panama. Mi mancheranno Repubblica, l’Unità , Annozero e i pm. Però cercherò di sopravvivere. Caro Ricardo, preparami un’accoglienza degna. Poi in privato ti prego di provvedere ad altre attrattive che mi stanno molto a cuore”.
I presenti l’avevano presa come una battuta.
È un altro video ufficiale di Panama, del 30 giugno 2010, a raccontare le altre ragioni della visita: “Panama e l’Italia sottoscrivono un accordo in materia di lotta all’evasione fiscale e di sicurezza”.
Panama non è il principale paradiso fiscale utilizzato dagli italiani, ma a Berlusconi e Lavitola sta particolarmente a cuore. Ed ecco la firma.
Le due delegazioni applaudono: dalla parte italiana si intravvedono ufficiali delle forze dell’ordine, poi l’immancabile Lavitola (stavolta con cravatta), vicino a Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Quindi le due dame, bruna e bionda.
Il trattato, senza che nessuno ci facesse troppo caso, è diventato operativo in due tranche, a febbraio e agosto di quest’anno, inserito nel decreto per il finanziamento delle missioni militari all’estero.
Quello che il video panamense non dice è il retroscena dell’accordo: l’Italia passa a Panama sei navi della Guardia Costiera.
Un dono che può essere stimato in 35-40 milioni.
Un “allegato” per un contratto Finmeccanica.
Sorridono tutti, e ne hanno ben donde: Lavitola perchè grazie a quella firma incassa una provvigione che potrebbe arrivare a 8 milioni di euro; Finmeccanica che ha intascato un contratto da 165 milioni per il pattugliamento elettronico delle coste contro i narcotrafficanti (interessate Selex, Agusta e Telespazio).
E sorride, ovviamente, Martinelli perchè si porta a casa sei imbarcazioni di prim’ordine: due pattugliatori di 52 metri (nuovi valgono 35 milioni l’uno, usati più di 10).
Più quattro motovedette da 25 metri, del tipo utilizzato per affrontare l’emergenza immigrati a Lampedusa.
L’Italia quindi in prima fila per il pattugliamento delle coste. Di Panama.
Forse a questo affare si riferisce un’intercettazione contenuta nelle carte dell’inchiesta di Napoli.
Al telefono Lavitola e Alessandro Picchio, consigliere militare di Berlusconi: “Sto aspettando di vedere la bozza (del decreto, ndr) che ancora non è stata pubblicata… Comunque lei non mi può far sapere se per caso sorgono problemi nel prossimo preconsiglio?”, chiede Lavitola. “Se uno insiste troppo si crea l’effetto contrario”, ribatte Picchio che, comunque, non manca di garantire il proprio interessamento.
Intanto Lavitola si è rifugiato proprio laggiù.
E lancia messaggi sibillini a Niccolò Ghedini, avvocato del premier e suo nemico dichiarato: Ghedini “dal rapporto con Berlusconi ha ottenuto fama, potere e laute parcelle. Io un mare di guai”.
E le minacce di prendere a bastonate Ghedini? “È vero che Ghedini e Letta si opposero alla mia candidatura alle elezioni. Avendola ritenuta una vigliaccata ero “infuriato”. Sarebbe, però, interessante se spiegassero perchè Berlusconi sosteneva la mia candidatura e loro posero il veto”.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
GELIDA TELEFONATA TRA IL PREMIER E IL SUO MINISTRO…IL CAVALIERE: “VUOLE SPUTTANARMI, VA DICENDO IN GIRO CHE HO PEGGIORATO LA MANOVRA E CHE HO MINATO LA CREDIBILITA’ DELL’ITALIA”
Nel giorno in cui il Pdl e la Lega salvano dalla galera il suo ex braccio destro, è Silvio Berlusconi in persona a sfiduciare Giulio Tremonti.
Non un atto formale, non ancora almeno, ma un giudizio durissimo contro il ministro dell’Economia, accusato senza mezzi termini di aver tradito la causa comune.
“È andato in giro in Europa a dire che ero stato io a peggiorare la manovra”, si è sfogato il premier con i suoi ministri, “e, se non ci fosse questa bufera sui mercati, avrei già fatto l’unica cosa da fare: chiedergli di andarsene”.
La rabbia esplode alle nove del mattino, prima che a Montecitorio inizi la seduta dedicata a salvare il soldato Milanese.
I ministri si trovano sul tavolo della sala verde di palazzo Chigi tante cartelline già pronte con dentro la nota di Aggiornamento del Def, il documento che certifica le nuove stime al ribasso sulla crescita.
Ma Tremonti non c’è.
“È dovuto volare a Washington – annuncia Gianni Letta – per la riunione del Fondo monetario e del G20”.
La protesta dei ministri monta, non ci stanno a votare a scatola chiusa “il compitino che ci ha preparato quello”. Sono irritati anche perchè il piano per lo sviluppo, ancora una volta, sta prendendo corpo nelle stanze di via XX Settembre, all’insaputa di tutti.
Reclamano “collegialità “. Alzano la voce Galan e Brunetta, Romani e Carfagna.
Ma stavolta il più arrabbiato di tutti è proprio lui, Berlusconi: “Avete ragione, stavolta non ha scuse. Noi siamo qui a lavorare e lui nemmeno si degna di venire. A questo punto come fa a restare al suo posto? Se ne dovrebbe andare via dal governo anche per un’altra ragione: ho saputo che va a dire in giro, erga omnes, che lui c’ha messo tre anni a conquistare una credibilità per questo governo e io in tre settimane ho sputtanato tutto”.
Il Cavaliere è un fiume in piena.
I ministri, anche i più critici con Tremonti, restano attoniti di fronte a quelle parole. capiscono che davvero sta per accadere qualcosa, che Tremonti ha le ore contate.
Quando poi, all’ora di pranzo, Montecitorio delibera per la salvezza di Milanese senza il voto del ministro dell’Economia, Berlusconi (in una riunione improvvisata nella sala del governo accanto all’aula) rincara la dose.
“Dal punto di vista umano, semplicemente u-ma-no, non essere venuto qui a votare per il suo amico, lasciando ad altri il compito di metterci la faccia, è una cosa indegna. Immorale”.
Ai presenti il Cavaliere racconta un episodio accaduto quella mattina. “Quando Letta mi ha riferito che Tremonti non sarebbe venuto in aula a votare, l’ho fatto subito chiamare a casa. Mi ha detto che aveva prenotato un volo della “United” per le undici. Allora gli ho risposto: ma scusa Giulio, perchè prendi un aereo di linea? Ti faccio preparare l’aereo di Stato, così vieni a votare e poi parti a mezzogiorno. Sapete cosa mi ha risposto? Mi ha mandato a quel paese!”.
In serata si diffondono da Washington voci di dimissioni di Tremonti, ma l’entourage del ministro dell’Economia smentisce seccamente.
E tuttavia il processo politico dentro al Pdl prosegue a Roma, a palazzo Grazioli, dove il premier convoca Alfano e lo stato maggiore del partito.
Ci si congratula per il voto su Milanese, anche se pesa quella pattuglia di franchi tiratori.
Ma è di nuovo il “problema” Tremonti a dominare.
Alla fine, con lo spread schizzato oltre quota 400 e la borsa a picco, tutti convengono che cacciare su due piedi il ministro è un’impresa molto rischiosa.
Intanto verrà commissariato, spostando a palazzo Chigi, sotto la direzione del premier e di Gianni Letta, la “cabina di regia” che dovrà mettere a punto le misure per rilanciare la crescita. Si accenna anche alle pensioni e torna in primo piano la questione dell’abolizione di quella d’anzianità , nonostante la contrarietà della Lega.
Ma è l’enorme stock di debito pubblico la montagna da aggredire.
Così, per la prima volta, fa capolino una parola finora mai pronunciata, “patrimoniale”.
Quasi un’eresia tra le mura di palazzo Grazioli. Ma forse necessaria, anche perchè con gli attuali livelli di mercato, spiega uno dei partecipanti al vertice, “privatizzare le aziende di Stato oggi vorrebbe dire darle via in saldo”. Berlusconi è comunque determinato ad agire, anche Napolitano lo ha messo con le spalle al muro nel colloquio di due giorni fa sul Colle.
“Abbiamo tre mesi, da qui a dicembre, per smuovere tutto, per dare una scossa all’economia”. Si parla anche della legge elettorale, visto che il referendum incombe e se tornasse il Mattarellum per il Pdl sarebbe la fine.
Così viene dato mandato a Denis Verdini si buttare giù una proposta sul modello spagnolo, un proporzionale con indicazione del premier e circoscrizioni piccole.
Un sistema che dovrebbe andare bene anche all’Udc, almeno così sperano a via del Plebiscito. Verdini dovrà poi mescolare questa proposta con quella già elaborata dal ministro Calderoli, per farne uscire qualcosa di coerente.
Infine le intercettazioni.
Il Cavaliere si lamenta di essere in “uno Stato di polizia”, protesta perchè “queste cose vengono diffuse anche all’estero e alla fine non fanno solo un danno personale a me ma a tutto il paese. Un altro al posto mio sarebbe morto”.
Alla fine si decide di procedere in fretta con la legge-bavaglio alla Camera, anche sfrondandola se servirà ad andare più veloci.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Settembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
L’ATTESA DEL VOTO SU MILANESE IERI ALLA CAMERA TRA PROTAGONISTI E CONVITATI DI PIETRA
Verde, verde, verde!”. 
Il tabellone lampeggia in attesa del voto, tutte le lucine sono accese, si sente un affollarsi di grida isolate: “Verde! Verde! Verde!”.
Sono quelli del Pdl, e vogliono dire: luce verde, Milanese assolto.
E poi c’è lui, l’onorevole Marco quello che davanti ai magistrati si era fantasticamente autodefinito così: “Io sono il postino”.
Voleva dire: il postino del potere, l’uomo che trasmette messaggi e raccomandazioni dalle caselle della sottopolitica a quelle del paraStato, il postino delle promozioni e dei buoni affari.
Guardi Milanese dalla tribuna e lo vedi con le mani spalancate sul banco davanti a sè, che tambureggiano nervose.
Guardi Milanese e ti pare un pianista o un giocatore di poker. Verde è il colore del tavolo da gioco, ma verde è anche il colore del fallimento, quello che a Montecitorio arriva come un’onda, trascinato dalla quotazione disastrosa dello spread.
Il mondo di fuori. Anzi: il mondo vero, visto dalla luna.
Che strano paradosso, questo voto.
È il voto migliore del governo dalla crisi del 14 dicembre, quello che dovrebbe dare un segnale di fiducia e di solidità parlamentare, dire che una maggioranza c’è.
Eppure è un voto che non attenua il tormento della maggioranza.
È un voto che porta a 13 il vantaggio del governo sull’opposizione, ma quella cifra deve essere aumentata di altre 7 voti.
Sono 7 gli assenti nel Pdl, compreso Tremonti. Già , Tremonti, il convitato di pietra.
È lui il protettore di Milanese, è lui il beneficiato dell’affitto da 8 mila euro nella casa di via Campo Marzio.
Ma il suo nome, curiosamente, nello stenografico di Montecitorio, domani non apparirà .
Tutti sanno che questo è un voto su di lui, ma nessuno lo cita. E così c’è sconcerto, fra gli stessi deputati del Pd, per l’incredibile scelta del gruppo.
Non parla Pier Luigi Bersani, non parla Massimo D’Alema, non parla Dario Franceschini.
L’uomo che rappresenta il principale partito di opposizione in questo scontro che dovrebbe far tremare il governo è l’onorevole Ettore Rosato.
Persona degnissima, per carità , ma non è anche questo un segnale per dire che non si sta mica giocando la partita della vita?
Le parole più dure, in un interstizio di dibattito le sento da un’altra deputata del Pd, Anna Rossomando: “In questo voto i cittadini per voi diventano sudditi”.
Seguo per tutta la mattina, invece, gli arabeschi geometrici che Marco Milanese disegna nel Transatlantico.
Sembrano quei disegnini della Settimana Enigmistica, “Cosa apparirà ”? C’è sempre una lingua dei corpi che spiega meglio delle parole la lingua della politica.
Milanese, con il metodo del professionista, agguanta con passo imperioso i renitenti, i dubbiosi, i potenti.
Agguanta il relatore della Lega Nord, Luca Rodolfo Paolini, alla buvette: “Vedi, quello che tu devi dire…”.
Pensi che prima dell’estate, il povero Alfonso Papa (che ieri si rallegrava dalla cella) girava come un appestato tra i divanetti, con uno scatafascio di carte sotto il braccio, sudato, come un appestato.
Pensi a Papa che in aula citava la moglie (soavemente cornificata) e i figli, con la tipica prosa sottoterrona del piccolo notabile meridionale che si vuole far compatire.
E invece Milanese sembra un ufficiale che passa in rassegna le truppe prima della battaglia, con al fianco la scorta alata ed elegante di Melania Rizzoli, una delle deputate più carismatiche del Pdl, una che a metà del suo gruppo parlamentare prescrive persino il colore dei calzini.
Ecco, in questo Parlamento al verde, che diventa un tavolo da gioco, Milanese non sembra il maldestro avvocato di se stesso che fu Papa, ma piuttosto il croupier che distribuisce le fiches.
E mentre la pallina gira nella roulette — “verde, verde, verde!” — che grande spettacolo di teatranti, in quest’aula.
Che talento drammaturgico l’onorevole Maurizio Paniz: “Il 20 luglio abbiamo votato l’arresto di Alfonso Papa, il suo banco è qui a tre metri da me, vuoto!!!”.
Il Pdl si spella le mani, Paniz, dà il meglio di sè: “Dopo 63 giorni possiamo chiederci se quella magistratura inquirente, che ancora reclama un’altra vittima, ha fatto buon uso della nostra grave decisione!”.
Ma dove sono finiti gli 8 mila euro pagati per la casa di via Campo Marzio? Chi parla delle nomine e delle promozioni? Perchè nessuno cita le vanziniane vacanze di Natale a New York, nella stanza da 8 mila euro a notte?
Denis Verdini mi arpiona nel cortile con il suo sorriso ferrato da duro di Marsiglia, contestandomi un pezzo di due giorni fa: “Hai scritto che sono un ex macellaio ed è una bischerata! Io ho lavorato in una ditta che commercia carni, ma ‘un sono un beccaio, capito!?’”.
Il sorriso si chiude: “Potete sbracciarvi quanto volete, qui Silvio ha vinto un’altra volta. Qui non si passa. Il governo ‘un lo tira giù nessuno capito?’”.
E forse ha ragione lui, a Montecitorio, sul pianeta Marte, mentre i titoli di Stato italiani sulla terra vanno al tracollo, conta il sorriso radioso con cui Domenico Scilipoti irrompe eccitato nella buvette: “Che dite? Che dite?”.
Guido Crosetto, il sottosegretario extralarge mostra il suo miglior sorriso piemontese e sogna come se fosse anche lui marziano, ma nel senso di Flaiano: “Sapete che cosa accadrebbe se il congegno che garantisce il voto segreto si rompesse e ci facesse vedere la vera immagine di questa votazione? Uscirebbe la fotografia di un Parlamento a macchia di leopardo”.
Ecco, la recita si compie, e anche Silvio Berlusconi si adatta al teatrino: “Arrabbiato io? Io non sono mai arrabbiato. Anzi sono sereno, sono sempre sereno perchè non ho mai fatto niente di male in vita mia. Anzi, quando posso faccio il bene degli altri!”.
E sarà pure vero. Ma siccome anche su Marte arrivano notizie dal mondo reale, quando esce dall’aula la sua mascella pare pietrificata, e il suo sorriso di cipria pare colpito da paresi.
Gli chiedi cosa pensa del voto, e lo sguardo che ti regala, quando si gira, pare quello della Medusa.
La faccia di pietra di Berlusconi e il passo marziale di Milanese, che si alza dal tavolo da gioco di Montecitorio, come un pokerista con le tasche piene, si incontrano nella stanza dei ministri, sul lato dell’aula.
Verde, verde, verde.
Oggi Montecitorio ha il colore del bluff.
Luca Telese blog
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Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER CHIEDE SE E’ MEGLIO LASCIARE SUBITO, IL SENATUR “ASPETTIAMO INIZIO 2012″… SPERANO DI RISALIRE NEI SONDAGGI E POI ANDARE A VOTARE L’ANNO PROSSIMO E SALVARSI LA PELLE… NAPOLITANO CONTESTA L’OTTIMISMO DEL GOVERNO SULLA CRISI ECONOMICA
“Umberto, cosa devo fare? Pensi anche tu che mi debba dimettere? Se me lo dici tu io lo faccio
subito”. A
l termine di un incontro drammatico a Palazzo Grazioli con lo Stato Maggiore del Carroccio, il Cavaliere tenta il tutto per tutto.
Getta sul tavolo in anticipo la carta delle dimissioni per poterla subito rimettere nel mazzo.
È un bluff, visto che a passare la mano a un nuovo governo non ci pensa affatto.
E dall’altra parte trova Bossi disposto a concedergli un altro giro di tavolo.
Ma senza entusiasmo. “Io voglio solo la Padania”, gli risponde laconico il Senatùr senza offrire ulteriori garanzie sul futuro. “Poi ne riparliamo a gennaio…”.
Ma tanto basta a Berlusconi per salire in serata al Quirinale e scacciare, in un colloquio teso e preoccupato con il capo dello Stato, il fantasma della crisi di governo.
E tuttavia la mano più difficile, quella che si gioca oggi alla Camera sull’arresto di Marco Milanese, il premier sembra essersela aggiudicata.
Roberto Maroni non ha la forza necessaria per sostenere uno strappo così violento, visto che l’arresto dell’ex collaboratore di Tremonti provocherebbe lo squagliamento della maggioranza.
Il ministro dell’Interno ha valutato con preoccupazione le conseguenze di una crisi di governo provocata dai suoi: “Non ce lo possiamo permettere – racconta un suo fedelissimo – perchè ce la imputerebbero totalmente e noi saremmo finiti”.
E dunque Maroni garantirà oggi il voto dei suoi a favore di Milanese.
La resa dei conti è spostata in avanti.
A gennaio.
Oppure molto prima, quando a fine settembre si voterà la sfiducia al ministro Saverio Romano.
Così, forte della sponda offerta dalla Lega, il Cavaliere alla sette della sera può salire baldanzoso al Quirinale per conferire con il capo dello Stato.
Un colloquio richiesto da palazzo Chigi il giorno prima, per capire dalla viva voce di Napolitano il significato di quella sorta di “consultazioni” che hanno fatto irritare e preoccupare il Cavaliere.
Nell’ora e un quarto di incontro, il capo del governo ripete il suo mantra e spande ottimismo sulla situazione finanziaria: “Il peggio è passato. Abbiamo presentato una manovra che ha ricevuto consensi da tutta Europa e adesso tocca al piano per la crescita. Stavolta lo seguirò personalmente. Ho messo al lavoro un nucleo di esperti per elaborare delle proposte da presentare al Consiglio dei ministri al più presto”. Napolitano resta in ascolto.
Scettico e preoccupato svolge un’analisi che non coincide con quella rosa e fiori del premier.
“Il paese resta in grave difficoltà , lo spread è tornato a salire e oggi anche le nostre principali banche sono state declassate. Non possiamo permetterci alcun ritardo”. Berlusconi elenca una serie di titoli senza riempirli di contenuti, ma dal presidente della Repubblica arriva l’invito pressante a trasformare quel libro dei sogni in realtà . Per Napolitano è questa “la vera sfida dopo la manovra”, quella su cui “ci stiamo giocando tutto”.
Chiede misure per la crescita “il più possibile condivise”, anche attraverso “ampie consultazioni in Parlamento e con le parti sociali”.
E tuttavia per Berlusconi “l’unica garanzia perchè il paese sia al riparo da ulteriori tempeste è proprio la stabilità dell’esecutivo”. Il suo, ovviamente.
“Presidente, non c’è alcun problema per la tenuta della mia maggioranza. Ne ho parlato anche con Bossi, il nostro rapporto è solido”.
Quanto alle ripetute sconfitte della maggioranza in aula, “non hanno valore politico, sono solo incidenti parlamentari”.
Eppure Napolitano insiste nel chiedere certezze sulla tenuta della coalizione. “Siete sicuri sui vostri numeri?”. E Berlusconi: “Lo vedremo su Milanese”.
La giustizia è sempre il tormentone che accompagna ogni incontro di Berlusconi al Quirinale.
“Sono un perseguitato, per fortuna ho trovato un Gip a Napoli che ha acclarato quello che vado dicendo da tempo. La competenza sull’inchiesta Tarantini è di Roma”.
Ma Napolitano, infastidito, cambia discorso e lo riporta sulle questioni concrete. L’economia, la tenuta del centrodestra.
Alla fine si lasciano dopo aver parlato per tutto il tempo due lingue diverse.
Ma Berlusconi, per un altro giorno, è convinto di averla sfangata.
Tanto che ai suoi, tornato a palazzo Grazioli per un vertice sulla giustizia, consegna una battuta un po’ irriverente sul capo dello Stato: “Tranquilli, Napolitano non si dimette. E andiamo avanti”.
Francesco Bei e Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)
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Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
LA LEGA COSTRETTA A SALVARE MILANESE PER NON PERDERE LE POLTRONE DI ROMA LADRONA E PUNTELLARE IL GOVERNO… E IL PAVIDO MARONI SI ALLINEA
“Voteremo a favore della richiesta della Giunta per le Autorizzazioni e diremo no all’arresto senza se e senza ma”.
La dichiarazione più attesa della giornata arriva alle 20 e 45, per bocca del capogruppo della Lega alla Camera, Marco Reguzzoni, che così sintetizza la posizione del Carroccio sul voto su Marco Milanese dopo una riunione del gruppo durata solo un quarto d’ora.
Poche parole, ufficiali.
Che significano poche semplici cose: Umberto Bossi ancora una volta non ha intenzione di aggravare la posizione di Berlusconi (“Voto no per non far cadere il governo”) e Roberto Maroni a sua volta non se la sente di spaccare il partito, imponendo una linea diversa o insistendo per “la libertà di coscienza”.
E infatti il ministro dell’Interno non parla: “Ha detto tutto Bossi”.
A questo punto, il salvataggio di Milanese sembra decisamente vicino.
Anche se poi, nel segreto dell’urna, chissà .
In perfetta linea con la confusione della sua maggioranza, il capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto in mattinata aveva chiesto di andare al voto con le palline, sistema che, secondo lui, avrebbe garantito la segretezza, più di quello elettronico (quando si è votato per Alfonso Papa i deputati che volevano ostentare il loro sì hanno usato solo l’indice).
Cosa che non si può fare per regolamento a meno che non ci sia il malfunzionamento del sistema elettronico.
Che poi la segretezza giovi all’esito sperato dalla maggioranza di cui Cicchitto è esponente, è tutto da dimostrare.
Anche perchè i voti di scarto sono 10-12 e i franchi tiratori sono previsti un po’ da tutte le parti.
E molti dicono che l’ex consigliere di Tremonti ha fatto piaceri a tutti. “Oggi qua non parla nessuno. Difficile capire pure cosa pensino i colleghi”.
Alle 4 del pomeriggio a fotografare l’atmosfera di una vigilia strana, tesissima, in cui si rincorrono le voci non solo su quello che succederà oggi in Aula, ma anche su quale significato politico assumerà il voto, è Maria Teresa Armosino, deputata e presidente della Provincia di Asti, che dal 2001 al 2006 è stata Sottosegretario del ministero dell’Economia.
Dunque con Tremonti. Ma è una giornata in cui si moltiplicano le implicazioni, i testi, i sotto-testi, le chiacchiere.
C’è il Pdl che ufficialmente dirà di no, anche se molti – approfittando della segretezza – sono tentati di votare per l’arresto. E per le scarse simpatie che gode lo stesso Milanese nel partito, e per dare un segnale politico che così non si può continuare. Nessuno ha il coraggio di dirlo in chiaro.
Emblematica la reazione di Santo Versace, che smentisce a brutto muso dichiarazioni fatte il giorno prima al Fatto quotidiano, in un luogo pubblico (la buvette) e riportare in maniera assolutamente fedele (difficile inventare frasi così precise): “Querelo il Fatto Quotidiano per avermi attribuito parole e significati che non mi appartengono. Chiederò un risarcimento da devolvere interamente in beneficienza. Quanto a Milanese avevo deciso, prima della pubblicazione dell’articolo di votare contro il suo arresto”.
Di più: “Alla luce di quanto accaduto ho deciso di fare un invito personale ai deputati della maggioranza perchè votino compattamente contro la richiesta di arresto”.
Viene da chiedersi quanto debbano essere state fatte pesare le dichiarazioni in questione (tra le altre: Su Milanese? Forse neanche ci vengo a votare”).
In una giornata di nervi a fior di pelle arriva a inizio pomeriggio la notizia che Berlusconi andrà da Napolitano.
A fine giornata si chiarisce che i due hanno parlato soprattutto di economia e che Berlusconi ha ribadito di avere tutte le intenzioni di restare.
Prima dell’incontro al Colle, comunque Milanese si autosospende dal gruppo. Intanto, i deputati fanno avanti e indietro dall’Aula.
A un certo punto esce Maroni, accompagnato da Cota. Va alla buvette. I due parlano prima un po’ con Walter Veltroni. Poi, più a lungo con Pier Luigi Bersani, che dopo rimane in colloquio solitario con il ministro dell’Interno.
Vista da lontano, la scena sembra quella di uno (il segretario Pd) che cerca di convincere l’altro a far qualcosa (evidentemente a portare i suoi sul sì all’arresto), e l’altro che si giustifica.
In serata arriva pure una dichiarazione decisamente algida di Tremonti: “Ho sempre avuto e ho fiducia nella giustizia. Penso che l’accusa e la difesa, i fatti, il diritto e infine il giudizio possano e debbano essere separati dalla politica”.
Mentre lui a lasciare neanche ci pensa, intanto lo molla l’esperto americano di sicurezza Luttwak: “Berlusconi è bollito, già da tempo, e difeso solo da servitori, come Alfano.”
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“, vignetta da diksa53a)
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Settembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FINI HA RESPINTO LA RICHIESTA DEL PDL DI VOTARE CON LE PALLINE…IL TIMORE DEL PDL E’ CHE NON SIA GARANTITA LA SEGRETEZZA DEL VOTO
Non dovrà ripetersi giovedì per Marco Milanese quello che accadde con Alfonso Papa. 
I deputati si esprimeranno con voto elettronico sulla richiesta di arresto del parlamentare del Pdl, braccio destro di Tremonti, ma dal presidente della Camera è arrivato un appello «al senso di responsabilità » di tutti affinchè «sia garantita la segretezza».
La conferenza dei capigruppo di Montecitorio ha discusso a lungo della questione, dopo che il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto, aveva chiesto che si votasse con le palline.
L’obiettivo era impedire che, come successe il 20 luglio, i deputati potessero usare l’indice della mano sinistra per rendere palese la loro posizione.
Fini non ha accolto la richiesta perchè, ha ricordato, l’articolo 55 del regolamento della Camera stabilisce «che si possa votare con le palline solo in caso di malfunzionamento del dispositivo elettronico» e ha inoltre fatto notare come il voto con sistema elettronico permetta sia la segretezza del voto, ma non vieta a chi lo voglia dire di esprimere la propria preferenza «prima o dopo il voto»
Fini ha anche respinto la tesi del Pdl sul «plenum» e ha affermato che l’aula della Camera è legittimata a votare sul caso Milanese, anche in mancanza di Alfonso Papa, il deputato del pdl agli arresti nel carcere di Poggioreale.
Durante la conferenza dei capigruppo, Fini ha ricordato che la Costituzione riconosce alle Camere il diritto di pronunciarsi sulla restrizione della libertà dei suoi membri, restrizioni che inevitabilmente producono «effetti» sulla composizione dell’assemblea. Secondo quanto hanno riferito alcuni partecipanti alla riunione dei capigruppo, Fini ha rimarcato che , se passasse la tesi che senza Papa non ci sarebbe il plenum dell’aula, «finirebbe per travolgere tutte le votazioni, comprese quelle sulla fiducia al governo e sull’approvazione della manovra».
Critico Cicchitto: «Avevamo chiesto che fosse realmente garantita la segretezza del voto con il ricorso alle palline», ha riferito, «dopo la stupefacente modifica di orientamento dei gruppi che avevano contestato lo scrutinio segreto su Papa. Vogliamo che sia assicurata la segretezza e non si ripeta una votazione teleguidata dalle indicazioni di Franceschini su come collocare il dito nel dispositivo».
Tuttavia, «Fini ha avuto un orientamento diverso che non abbiamo condiviso», ha concluso Cicchitto.
Per Franceschini, si tratta di una polemica senza fondamento. «L’altra volta fu una scelta volontaria dei deputati del Pd per tutelarsi dopo che da giorni venivano sospettati di votare contro l’arresto», ha sottolineato.
Comunque, ha aggiunto, «non darò nessuna indicazione nè in Aula nè al gruppo sulle modalità di voto, mentre è chiaro che voteremo per l’arresto».
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Settembre 21st, 2011 Riccardo Fucile
LA PROTESTA ERA ORGANIZZATA DAVANTI ALLA CAMERA CONTRO LA MANOVRA PER DENUNCIARE “LA MANCATA ATTENZIONE DEL GOVERNO VERSO LE FORZE DELL’ORDINE E LA SICUREZZA DEI CITTADINI”
“Vergogna, vergogna!”. “Parassiti, parassiti!”. 
A dare vita alla contestazione, davanti a Montecitorio, non ci sono i lavoratori dei Cobas, precari o studenti ma poliziotti iscritti a diverse organizzazioni sindacali.
Quando è arrivato il ministro della difesa Ignazio La Russa davanti all’ingresso principale del palazzo della Camera, dove erano assiepati un centinaio di agenti, sono partiti gli slogan contro la manovra e il governo Berlusconi.
La protesta era organizzata per “denunciare pubblicamente la mancata attenzione del governo nei confronti dei loro diritti e del diritto alla sicurezza dei cittadini”. A promuoverla vari sindacati di categoria sia confederali che autonomi, per “manifestare il dissenso dei poliziotti nei riguardi di un governo che con quest’ultima manovra finanziaria ha saputo prevedere ulteriori tagli alle risorse destinate alla sicurezza del paese piuttosto che investimenti e che ha oltremodo offeso la specificità del loro lavoro non prevedendo a tal riguardo alcun sostegno economico ma tutt’altro”.
“Sappiate che non c’è indifferenza, si fa e si farà tutto ciò che sarà possibile”, ha detto La Russa ad alcuni manifestanti.
Salvo poi non smentirsi e incautamente avanzare dubbi su chi contestava in prima fila: “Secondo me non erano veri poliziotti”.
Per La Russa ovviamente le forze dell’ordine dovrebbero essere contente di un governo che li fa andare in servizio con le pezze al culo, senza pagare gli straordinari e senza benzina e i pezzi di ricambio per le volanti.
E questo dovrebbe essere un governo di centro-destra…
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