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IL VICEPRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA MASSIMO RUSSO NON ACCETTA L’ALLEANZA CON MICCICHE’: “LUI E’ AMICO DI DELL’UTRI, I MIEI PUNTI DI RIFERIMENTO SONO FALCONE E BORSELLINO”

Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile

L’EX STIMATO MAGISTRATO ANTIMAFIA CHE ERA RIUSCITO AD AZZERARE IL DEFICIT DELLA SANITA’ SICILIANA LASCIA LA POLITICA: “LOMBARDO HA FATTO TROPPI ERRORI”…   “IO E MICCICHE’ SIAMO TROPPO DIVERSI”

L’ultimo suo impegno da vice presidente sarà  lunedì prossimo, quando rappresenterà  la Regione siciliana alla cerimonia di commemorazione per il 30/esimo anniversario dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Poi Massimo Russo, l’ex magistrato antimafia che lavorò al fianco di Paolo Borsellino, chiuderà  la sua esperienza di “tecnico” prestato alla politica firmando la lettera di dimissioni.
Resterà  solo alla guida dell’assessorato alla Salute – ma senza partecipare alle riunioni di giunta – fino alle prossime elezioni di ottobre.
Una richiesta avanzata dalla stesso governatore Lombardo, per garantire la continuità  amministrativa, a conclusione di un lungo incontro avvenuto ieri sera.
Un “chiarimento” tra il presidente e il suo vice che non è servito per far cambiare idea a Russo, il quale ha ribadito la sua intenzione di tornare a fare il magistrato.
“E’ stato un colloquio leale, franco ed emotivamente intenso”, afferma Russo rivelando di avere dato del ‘tu’ al Governatore per la prima volta dopo quattro anni.
“Ci siamo guardati negli occhi – aggiunge – ripercorrendo le tappe di questa esperienza amministrativa che io giudico esaltante perchè mi ha consentito di lavorare per la mia terra”.
Lombardo ha riconosciuto il grande risultato ottenuto dall’ assessore che, attraverso una riforma duramente osteggiata da diverse forze politiche, anche all’interno della maggioranza, è riuscito sostanzialmente ad azzerare il deficit astronomico della sanità  siciliana: 617 milioni di euro.
Ma tutto questo non è stato sufficiente a far cambiare idea all’ex Pm, che pure era stato indicato come uno dei ‘papabili’ per la corsa a Governatore: “Ho detto a Lombardo che le nostre strade si sono separate definitivamente e irrimediabilmente, che questa politica non sa coltivare la speranza e costruire un futuro”.
Russo ha spiegato a Lombardo i motivi del suo dissenso, dovuto soprattutto all’accordo siglato dagli autonomisti dell’ex Mpa che hanno deciso di sostenere la candidatura di Gianfranco Miccichè: “Con tutto il rispetto nei suoi confronti – dice – si tratta di una persona lontana da me in modo siderale. Miccichè è amico di Berlusconi e Dell’Utri, mentre i miei punti di riferimento sono Borsellino e Falcone; lui pensa di cambiare la Regione perchè amico di banchieri e imprenditori, io credo che bisogna creare condizioni di legalità , trasparenza e affidabilità  perchè banche e imprese investano in Sicilia; dice di avere fatto uso di droghe pesanti da giovane mentre io, pur non essendo un bacchettone, non ho mai fumato nemmeno uno spinello; sostiene che occorre ‘derattizzare’ la burocrazia, io sono invece per una riorganizzazione in grado di rendere efficiente la macchina burocratica rispettando la dignità  di chi lavora all’interno della Regione”.
Ma l’obiettivo del vice presidente sono quelli che lui definisce “avvoltoi e rapaci”, cioè “quei politici che si autoperpetuano per coltivare i loro interessi”.
Eppure in molti, anche tra i suoi colleghi, non avevano nascosto riserve e perplessità  quando Russo decise di lasciare la Dda di Palermo per entrare nel governo di Raffaele Lombardo, poi coinvolto in un’inchiesta per mafia. Una situazione imbarazzante per l’ex Pm, che tuttavia riconosce al Governatore “una grande sensibilità  istituzionale, visto che si è dimesso prima ancora di un rinvio a giudizio e di fronte a un’imputazione coatta decisa dal Gip dopo una richiesta di archiviazione da parte della Procura”.
Russo ribadisce, tuttavia, le sue critiche a Lombardo: “Nel corso dell’incontro di ieri gli ho detto che ha fatto molti errori, a cominciare dalla decisione di candidare il figlio e fare l’accordo con Miccichè. Lui mi ha invitato a rifletterci perchè in politica non bisogna mai dire mai, gli ho risposto che non sono un politico e che questa politica non la capisco nè la voglio capire. Per questo torno a fare il magistrato”.

(Ansa)

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DALLA CHIESA, QUEI CENTO GIORNI DI SOLITUDINE

Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile

TRENT’ANNI FA LO STATO LO LASCIO’ SOLO… ERA IL 3 SETTEMBRE 1982 QUANDO IN VIA CANINI A PALERMO VENNERO UCCISI IL GENERALE E SUA MOGLIE

Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa venne assassinato in una calda serata sciroccosa. Erano passate da poco le 21 del 3 settembre 1982 e la A112 color crema, guidata dalla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, imboccava la via Isidoro Carini, lasciandosi alle spalle Villa Whitaker – sede della Prefettura – diretta verso il refrigerio di un ristorante all’aperto del golfo di Mondello.
Seguiva l’utilitaria l’agente Domenico Russo, alla guida dell’Alfa blu che il generale prefetto non utilizzava, convinto che l’anonimato di una «normale macchinetta» offrisse maggiori garanzie di sicurezza dell’auto blu, immediatamente identificabile.
Precauzione inutile, perchè la task-force messa in campo da Cosa nostra monitorava da diverse ore i movimenti del bersaglio e forse aveva potuto disporre anche della soffiata partita da Villa Whitaker, da qualcuno che controllava strettamente il generale.
Due macchine e due moto rasero al suolo la A112, senza risparmio di violenza e a nulla valse la protezione offerta ad Emanuela dall’abbraccio coraggioso del marito.
L’agente Russo fu finito dal killer più sanguinario di quel momento: Giuseppe Pino Greco, detto «Scarpuzzedda».
I palermitani stavano a cena, davanti ai televisori.
La notizia, tuttavia, non l’ebbero dai telegiornali perchè arrivò prima il passaparola.
Esplose così rapida da richiamare in pochi minuti una folla di gente in piedi, impietrita in un silenzio irreale, con gli occhi rossi di rabbia.
Quando, ormai a notte fatta, fu smontata la scena e i fari, i lampeggiatori delle volanti, si spensero, rimase solo la fragile disperazione di una città , sintetizzata in un cartello che sentenziava: «Qui muore la speranza dei palermitani onesti».
Così fu spenta una luce che si era accesa appena cento giorni prima, sull’onda dell’ennesimo eccidio mafioso che aveva colpito il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, abbattuto dalla mafia insieme con l’amico, compagno e scorta volontaria, il militante Rosario Di Salvo.
La speranza, per la verità , non era nata sotto i migliori auspici.
Il generale era stato inviato a Palermo come un’arma spuntata: Roma non aveva voluto dargli gli stessi poteri che gli erano stati dati nella lotta al terrorismo.
Prefetto senza poteri speciali: un messaggio rassicurante per la palude palermitana, preoccupata per la presenza di un uomo deciso, carabiniere nel Dna, poco incline alle pantomime sicule dell’indignazione senza conseguenze.
E infatti la città  gli dimostrò immediatamente tutta la propria avversione.
La città  del potere, ovviamente.
Perchè i cittadini, invece, riponevano molte aspettative sulle capacità  del prefetto.
Carlo Alberto dalla Chiesa arrivò a Palermo in incognito. Ignorò l’auto che l’aspettava in aeroporto, montò su un taxi ed arrivò in Prefettura «pieno» delle notizie e degli umori strappati al tassista loquace.
Non si fidava, il generale, e con quella «presentazione» intendeva mettere subito le cose in chiaro.
Fu criticato, ovviamente, per quella scelta.
Non gli furono risparmiate ironie e commenti, pesanti allusioni sulla differenza di età  con la giovane seconda moglie: insomma tutto il repertorio della maldicenza e della mafiosità  locale. Persino il sindaco, l’avvocato Nello Martellucci, uomo del gruppo di potere dominante (Lima, Ciancimino, Gioia), si rifiutò di portargli il saluto con la pretestuosa motivazione che doveva essere il generale a «presentarsi» al padrone di casa.
E come lo sbeffeggiavano quando andava nelle scuole a parlare di legalità  coi ragazzi o quando faceva sequestrare agli angoli delle strade il pane prodotto e venduto abusivamente. Solo Leonardo Sciascia capì il valore di quel gesto e spiegò che non si poteva battere la mafia fino a quando i mercati di Palermo sarebbero rimasti repubbliche indipendenti.
Come a dire c’è Cosa nostra ma anche qualcosa di più subdolo, per esempio la mafiosità .
La solitudine del generale, in quei cento giorni palermitani, è stata ricordata più volte dal figlio, Nando, che non ha mai modificato il suo giudizio duro sulla politica che isolò il padre (giudizio riproposto oggi a Luciano Mirone, autore di «A Palermo per morire»).
E quando si parla dell’isolamento di Dalla Chiesa il discorso non può non cadere sul rapporto con Giulio Andreotti, a cui il generale, in partenza – «disarmato» per Palermo – anticipa che non avrà  «nessun riguardo per la corrente Dc più inquinata» (quella di Salvo Lima, di Gioia, di Ciancimino e dei cugini Ignazio e Nino Salvo).
Li conosceva bene, il prefetto, quei personaggi.
Aveva redatto un rapporto destinato alla Commissione antimafia, quando era comandante della Legione a Palermo.
Ma quell’analisi – ricorda il figlio Nando – era arrivata in Parlamento molto manipolata, addirittura coi nomi «sbianchettati».
Qual era lo stato d’animo del generale e della giovane moglie, pochi giorni prima dell’eccidio? Bastano le parole dette al telefono alla madre da Emanuela: «Non posso venire a Milano, non voglio lasciare Carlo nemmeno per un momento, chi lo salverebbe? Siamo dimenticati, mamma, da chi ci dovrebbe tutelare».
Gli assassini del generale, della moglie e dell’agente sono stati condannati. Ma si tratta dei macellai.
Mancano le menti raffinatissime, per dirla con le parole di Giovanni Falcone.
Chi ha tradito Dalla Chiesa?
Quale conto hanno fatto pagare al generale sabaudo mandato nella terra degli infedeli? Persino la Chiesa siciliana, solitamente cauta, nel giorno dei funerali usò parole di fuoco e puntò il dito sul potere ignavo: «Mentre a Roma si discute sul da farsi, Sagunto viene espugnata», gridò il cardinal Pappalardo dal sagrato della basilica di San Domenico.
Fu solo mafia?
Oppure il «conto» inglobava anche i segreti del sequestro Moro e di quel grumo conseguente, conosciuto alle cronache come l’affaire del giornalista Mino Pecorelli?
Certo, dopo trent’anni è difficile andare a rovistare nei pozzi neri, forse andava fatto subito. Ma una coincidenza va sottolineata, al di là  di ciò che hanno raccolto le indagini: Moro, Pecorelli e Dalla Chiesa sono vicende caratterizzate da una non frequente «sinergia» tra mafia e terrorismo.
La mafia siciliana ha ucciso (chissà  perchè?) il giornalista molto intimo dei Servizi, è stata coinvolta nel tentativo di salvare Aldo Moro prigioniero delle Br e ha pianificato ed eseguito l’assassinio del generale.
Come una vera agenzia del crimine al servizio di altri.

Francesco La Licata
(da “La Stampa”)

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RITA DALLA CHIESA: “ANDRO’ A VIVERE A PALERMO”

Settembre 2nd, 2012 Riccardo Fucile

LA PRIMA VOLTA DELLA FIGLIA DEL GENERALE ALLA CERIMONIA IN SICILIA

Quando vide la corona della Regione siciliana sulla bara del padre, la cacciò via.
Non strinse la mano al presidente dell’epoca, uomo di Andreotti. A nessun politico.
Nemmeno a Pertini, come adesso un po’ si pente di aver fatto. «Solo per Pertini. Forse».
Conosciamo il sorriso ironico e rassicurante di Rita dalla Chiesa nel finto tribunale delle sue fortunate trasmissioni, capace di velare il tormento che si porta appresso da quel 3 settembre, quando, sola a casa, a Roma, apprese che la vita di suo padre Carlo Alberto e della giovane moglie Emanuela appena sposata era finita sotto i colpi di kalashnikov, feriti a morte come l’agente di scorta, Domenico Russo, spentosi dopo qualche giorno.
LA GUERRA
Palermo apparve perfida e ostile, nell’inferno di una guerra di mafia segnata dal grido del cardinale Pappalardo su «Sagunto espugnata» e da un anonimo cartello vergato a mano, lasciato sul luogo del massacro, in via Carini: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti».
E qui per le commemorazioni ufficiali Rita non ha mai voluto mettere piede.
Al contrario di quanto fa quest’anno, tornando domani nella caserma del padre, insieme con il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri.
LE COMMEMORAZIONI
«Ci sono voluti trent’anni e mi sono decisa all’ultimo momento. Accompagnata da mia figlia Giulia che non aveva mai messo piede in questa città …», come spiega arrivando in treno, avviandosi in macchina lungo un percorso che coincide con quello bloccato dagli assassini di Cosa nostra.
Primo duro impatto per Giulia, gli occhi sgranati sulle strade dove rischiò di finire anche la sua vita.
«Aveva 11 anni ed è viva per miracolo», evoca per la prima volta Rita.
«Perchè mio padre voleva la nipotina in vacanza a Palermo: “Starà  con Emanuela di giorno al mare, di pomeriggio in giro con la A112 (l’auto su cui viaggiava il generale il giorno dell’agguato, ndr ), la sera insieme…”».
TRAUMA
Il «miracolo» è un no secco lanciato a pochi giorni dalla strage, per telefono: «No, papà . A Palermo no. Risposi no, dalla pancia. Non sapevo, ora so perchè. Io credo all’istinto di una madre. Altrimenti quella sera ci sarebbe stata anche Giulia nella “A 112”.
Emanuela l’avrebbe portata con sè per prendere in prefettura il nonno, per la cena all’Hotel La Torre.
E sarebbero ripartiti in macchina, verso Mondello, come fecero loro due, seguiti da Russo su un’altra auto, ma ignari del commando alle spalle».
Un trauma per Giulia, mai prima a Palermo dove ha pure portato il suo bimbo di 5 anni, entusiasta, subito a caccia della maglia rosanero, lo stadio di Zamparini ammirato come un duomo.
PALERMO
«Poche ore e si stanno innamorando di questa meravigliosa città », commenta Rita, gli occhi sulle barche colorate dei pescatori di Mondello.
«Ma io torno qui ogni anno. Non il 3 settembre. Qui ritrovo mio padre, i sentimenti più forti. Torno per il Festino, la festa di Stata Rosalia, il 15 luglio, salgo a Montepellegrino dalla Santa per una preghierina. Mi fermo poco, ma la mia vista rimane sempre su Palermo, fra speranze e delusioni».
Un riferimento diretto a quanto scoperto proprio in via Carini, sotto la lapide del sacrificio: «Un cartello scritto a mano da un semplice cittadino per chiedere di “non gettare rifiuti sotto la lapide del generale”. Qualcuno continua a offendere quel luogo. Un oltraggio che stona con i palermitani onesti, con la speranza nata dal sacrificio di tanti che a volte dimentichiamo.
LA SCORTA
Come gli uomini di scorta. Non da lei: «Due estati fa, in una delle mie incursioni solitarie a Palermo, alle due del pomeriggio, sotto il sole di via Ruggero Settimo, venni fermata da un giovane.
“Lei è Rita dalla Chiesa?”. Interdetta. “Io sono il figlio di Domenico Russo”.
Aveva appena avuto un bambino, la moglie ancora in clinica, lì a due passi, alla Candela. L’ho abbracciato. Sono andata. Un pensierino al bimbo chiamato Domenico. Un segno del destino. E mi si chiede cos’è il mio legame con Palermo… Ma quando smetterò di lavorare, questo sarà  il mio posto. Io ci voglio vivere a Palermo. Bella com’è. Dico a me stessa che la speranza dei palermitani onesti non è finita. E se ci credo io…».

(da “Il Corriere della Sera”)

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IL CANDIDATO PRESIDENTE MICCICHE’ PARLA ED ESPONE TESI DIAMETRALMENTE OPPOSTE A QUELLE DI FUTURO E LIBERTA’: CHE BELLA ALLEANZA SUI CONTENUTI E SUI VALORI

Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile

PAROLE DURE CONTRO I MAGISTRATI, ATTACCO ALL’OMOSESSUALITA’ DI CROCETTA, NIENTE CODICE ETICO, COC(C)A CON BERLUSCONI: LE POSIZIONI DI MICCICHE’ SONO INCONCILIABILI CON IL MANIFESTO FUTURISTA DI BASTIA UMBRA

Per chi avesse avuto ancora dei dubbi sulla cazzata planetaria di Fini nel decidere di “sparigliare” i giochi (per perderli meglio) nelle elezioni regionali siciliane che si terranno a ottobre, appoggiando, con Lombardo, il candidato Miccichè, sono arrivate le prime dichiarazioni dello stesso ex braccio destro di Dell’Utri.
Immaginate se a un leghista venisse comunicato che da via Bellerio è arrivato l’ordine di appoggiare un candidato che vuole il centralismo romano, l’immigrazione libera, il lavoro prima agli stranieri e che le tasse se le tenga tutte Roma.
Come minimo straccerebbero la tessera dopo aver proposto che i vertici siano sottoposti a un trattamento sanitario obbligatorio.
In Fli accade e nessuna presa di distanza avviene tra i deputati ormai in libera uscita, si incazza solo una buona fetta dei militanti sopravvissuti, quelli che in due anni hanno dovuto sopportare tutto e l’incontrario di tutto, compreso i Nan e il defenestramento di Angela Napoli, forse troppo anti-‘ngrangheta per rimanere al suo posto.
In 24 ore in Sicilia avviene il miracolo: si passa dalla difesa a oltranza dei magistrati dell’antimafia alla Ingroia da parte di Fabio Granata alle pesanti critiche ad essi rivolte da Miccichè, dalla richiesta di non presentare candidati con indagini a loro carico in corso di Granata al via libera per gli stessi da parte di Miccichè “perchè non bisogna esagerare, uno non è colpevole fino alla condanna definitiva”.
E ancora da una campagna elettorale su contenuti e programmi auspicata da Granata a battute da caserma di Miccichè sulla omosessualità  mai nascosta del candidato Pd-Udc Crocetta.
Le battaglie della Perina e di Raisi contro l’omofobia cancellate in un attimo da un “aspirante” (nel senso che aspira) macho siculo”.
Ma Fini non aveva detto che l’operazione in Sicilia era per far perdere i berlusconiani?
Eccolo servito, Miccichè dichiara che ha sentito il Cavaliere (che gode sempre, ricambiato, della sua stima) e che cercherà  di convincerlo a chiedere ai siciliani di votare per lui, in nome dei vecchi e recenti trascorsi forzisti e pidiellini.
Insomma Pdl come il Milan, con una squadra A (quelli di Alfano, Musumeci e gli ex An) e una B (con Miccichè, DellUtri e la vecchia guardia berlusconiana sull’isola).
Passata la commemorazione di Borsellino, insomma, la classe dirigente di Fli puo’ anche allearsi con chi è stato accusato di concorso esterno ad associazione mafiosa e chi di farsi portare cocaina in Parlamento.
Fini ha “consigliato” questa linea e ciò permetterà  a qualche deputato siciliano, alle prossime politiche, grazie a questa intesa do ut des, di mantenere la propria poltrona.
Dimenticavo: la giustificazione che fanno intendere è che per far perdere Musumeci bisognava “sparigliare”, che Miccichè è sotto controllo e che se vincesse Crocetta poi ci sarebbe un accordo con lui.
Insomma per far vincere un candidato non si sta con lui, si sta con personaggi dubbi e contro altri ancora, sperando però che vinca il terzo.
Presentarsi da soli? Non sia mai detto che ci si faccia contare e che si rischi di finire sotto il quorum del 5% richiesto.
Alla fine, con un listone unico e il gioco delle preferenze, vedrete Miccichè e Lombardo che mazzo faranno ai candidati di Fli…
In fondo sono stati buttati a mare solo dei principi e dei valori di riferimento, che volete che sia.
Per i creduloni e gli interessati va bene cosi.
In alto i cuori.

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NEL VENTRE DELLA MINIERA: “MEGLIO UN POSTO QUI CHE LA VALIGIA IN MANO”

Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile

LA RABBIA DEI MINATORI BARRICATI DA CINQUE GIORNI: “DEVONO CAPIRE CHE LE NOSTRE FAMIGLIE NON VIVONO D’ARIA”

Questa gabbia di ferro impolverata, che ondeggia e scivola lenta, quasi tre minuti per arrivare in fondo ai 373 metri, la chiamano ascensore.
Cigola, si sentono rumori d’acqua, il ronzio dell’aria compressa che aumenta.
La lampada sul casco illumina la faccia di Ivo, 56 anni, uno che da 32 anni vive quaggiù. Ha un sorriso calmo. Anche se è al terzo giorno di occupazione della miniera. Anche se non sa come andrà  a finire. Anche se nelle gallerie ci sono 1221 detonatori e 690 chili di Premex 300, esplosivo tre i più potenti.
«Il minatore di per sè è uno tranquillo – dice Ivo Porcu – Per me, per noi, non c’è lavoro più bello di questo».
L’ascensore si ferma con un cigolio e un sobbalzo. Arrivati a quota -373.
La polvere di carbone, la luce ballerina dei caschi gialli, il caldo: «Ventisette gradi, e non è che d’inverno cali di molto».
Sullo sfondo s’intravede un tavolaccio polveroso, le pagine dei quotidiani come tovaglia, le bottiglie d’acqua minerale, un cesto di pesche bianche.
Vestito da minatore c’è anche Mauro Pili, deputato Pdl, qui da tre giorni, con una certa voglia d’inventarsi portavoce della protesta.
Ma c’è, Ivo e gli altri 475 apprezzano. Due Toyota sono pronte a scendere ai -400, dove scavano. Meno di 4 km, ci metteranno un’ora.
Il Nuraghe dei Fichi, un bel nome per un brutto posto.
Che per i minatori di Nuraxi Figus resta bellissimo. E per Stefano Meletti, 48 anni, la metà  con addosso questa tuta bianca, gli scarponi, i parastinchi, il casco, la pila, la bombola d’emergenza agganciata al cinturone, bellissimo dovrà  restare. È la loro vita. Come dicono da queste parti, e da sempre, «meglio in miniera che con la valigia in mano».
Aspettano venerdi, quando a Roma il Governo farà  sapere che intenzioni ha, se questa miniera di Carbosulcis avrà  ancora un futuro. «Il nostro limite è il mare – dice Meletti – non ci fosse saremmo ogni giorno a Roma».
Loro, i minatori. E gli operai dell’Alcoa e dell’Allumina di Portovesme. E il Movimento dei Pastori di Felice Floris.
Tutta la Sardegna che lavora e non può più aspettare. Cinquemila, solo in questo fazzoletto della provincia Carbonia-Iglesias.
«Vogliono cancellare i nostri posti di lavoro favorendo le lobby, le mafie dell’energia – dice sulla tovaglia di giornali il sindacalista Meletti – Ci sono politici con la canottiera sponsorizzata dall’Enel, ma nessuno può ipotecare la nostra vita, e siamo in grado di far capire che le nostre famiglie non possono campare d’aria». Ai -373 la tensione spazza via anche la polvere.
«Adesso bisogna mettere la bombola d’emergenza». Efisio aspetta il segnale da Ivo e apre la «portina di ventilazione».
Ecco la galleria, la prima di chissà  quante, ne usano per 29 chilometri, ne avrebbero per un totale di 50. Si gira a destra e si risale, «e attenzione a dove si mettono i piedi». È alta 4,90 metri, la galleria.
Sul soffitto due file di cassoni piedi d’acqua: «La polvere di carbone si può incendiare con facilità  con il grisou, il gas, e viaggia a 500 metri al secondo. L’acqua serve a spezzare il fuoco, è l’unica salvezza».
Ancora venti metri e accanto ad un telefono d’emergenza rosso e incrostato ecco la «Riservetta».
Un cancello di ferro chiuso da una catena. A sinistra si vede la porta di legno che nasconde il Prenex 300, di fronte quella con i detonatori. «Abbiamo messo i lucchetti per evitare che a qualcuno di noi vengano strane idee», dice Meletti.
E si capisce che lo dice perchè debbono mostrarsi più decisi dui quel che sono, minacciosi anche. «Non ci fosse stato l’esplosivo quanta attenzione avrebbe ricevuto la nostra occupazione della miniera?». Ai -373 non smentiscono la voce che fa il paio con i toni minacciosi: che l’esplosivo non sia tutto nella «Riservetta», e una parte sia stata messa al sicuro in una delle tante galleria.
Efisio si allontana dal cancello di ferro. «Ho passato più ore qua dentro che con la mia famiglia».
Ha 52 anni, è qui da 28. E pure lui, se deve trovare un colpevole, dice che è l’Enel. «Noi produciamo carbone per alimentare la centrale Enel che sta qui accanto, 300 mila tonnellate all’anno. Ma dal 31 dicembre basta, chiuso, non ne vogliono più, forse sarà  il nostro ultimo stipendio».
Perchè una tonnellata di carbone cinese costa meno della metà  degli 84 euro di Nuraxi Figus. E perchè, spiegano Efisio, Ivo e Stefano, il governo non vuole dare il via libera nè alla privatizzazione nè alle nuove produzioni «ecocompatibili».
Quando la gabbia impolverata riprende i tre minuti di cigolio e torna su, ad aspettare c’è Sandro Mereu con il pick up bianco. «Andiamo a vedere il “Carbonile”».
Un viaggio nel labirinto nero di colline, carbone gresso, carbone lavorato, scarti di carbone.
«Saranno 200 mila tonnellate. Cosa ne facciamo?». 53 anni, a Nuraxi Figus da quando ne aveva 25, Mereu ha la risposta che danno tutti: «Noi possiamo ricavare energia rinnovabile, la particolarità  del nostro carbone è che libera anidride carbonica e trattiene metano. Costerebbe 200 milioni contro i 13 miliardi del fotovoltaico. Come mai si vuol sprecare questa risorsa?».
Adesso Mereu inchioda il pick up.
«Ecco – dice – questa è la fotografia della Sardegna». In mezzo alle colline nere di carbone si vede uno spicchio di mare di Portovesme, e nel mezzo due enormi pale a vento di un impianto fotovoltaico.
«Ecco, questo è il casino della Sardegna, fotovoltaico, carbone, e non si capisce più un cavolo di niente!».
Si sente odor di gas, le montagnole di carbone mandano fumo, «lunedì qui c’erano le fiamme», meglio tornare all’ingresso della miniera.
Chiuso, anche ieri, da tre montagnole di carbone e un cartello: «Non fateci perdere la ragione e la ragione di vivere».
La miniera del Nuraghe dei Fichi.

Giovanni Cerruti
(da “La Stampa“)

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LA LEGGE SUI RANDAGI ESISTE E VA APPLICATA

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL VOLONTARIATO ZOOFILO E’ CAMBIATO: PRIMA SI OCCUPAVA DELLE CURE, ORA SI BATTE PER I DIRITTI DEGLI ANIMALI

La 281 del 1991, legge italiana sul randagismo, fu salutata come provvedimento illuminato e avveniristico.
Ancora oggi, sulla carta, rimane al riguardo una delle normative più avanzate al mondo.
Se quasi dappertutto, salvo eccezioni, dopo brevi soggiorni nei canili gli animali vengono soppressi (dalle camere a gas USA agli immacolati ricoveri svizzeri, fino alle pratiche della civile Gran Bretagna) da noi non si può, ed è pure espressamente vietato destinare cani e gatti randagi alla vivisezione: un caposaldo che dovrebbe impedire il recepimento di un punto della nuova direttiva UE sulla sperimentazione animale, altrimenti assorbito dagli altri stati membri.
Peccato però che altri aspetti indispensabili a far funzionare questa legge quadro vengano del tutto disattesi: responsabilità  delle amministrazioni locali, obbligo di effettuare sterilizzazione sul territorio, cultura e sensibilizzazione presso i cittadini. Senza, ogni regione fa da sè, con il risultato di un ininterrotto ciclo di nascite, catture, ricoveri, mostruosità , su cui naturalmente ruota un’intera economia.
“Benchè avesse molti nemici fra asl e comuni, che trovavano più semplice uccidere gli animali, la 281 poteva e doveva funzionare,” dice Annamaria Procacci, tre volte deputato e una senatore con i Verdi, oggi consigliere nazionale dell’ENPA-Ente Nazionale Protezione Animali.
Fu lei, nel 1998, a presentare in Parlamento la proposta che dette il via alla legiferazione: “I canili dovrebbero essere solo strutture di transito, basta con le gare al massimo ribasso. Nessuno sa che tante regioni del sud nemmeno attinsero ai contributi di questa legge finanziaria per attuare le debite politiche di sterilizzazione e educazione.”
Spesso infatti è più conveniente rimanere nell’illecito, per censire i cani i comuni dovrebbero contrarre un’assicurazione, mettersi in regola: si preferisce continuare a produrre animali, avviandoli magari a traffici oscuri o sbolognandoli sulle spalle del volontariato.
“Sulla generosità  e l’abnegazione degli italiani le istituzioni contano sempre di più, ma le prospettive non sono liete,” avverte Sara Turetta, fondatrice di Save the Dogs   straordinario progetto per salvare cani, gatti e anche equini dagli eccidi della Romania.
“Negli ultimi due, tre anni il volontariato registra una forte crisi, una flessione del 30-50%. La disponibilità  delle persone è calata drammaticamente perchè non c’è ricambio generazionale. A pulire le gabbie, accudire gli animali, ma pure per seguire quotidianamente una pagina di facebook, sono rimaste persone dai 35 in su,” prosegue. “I ventenni oggi vivono un profondo smarrimento, sono incapaci di applicazione costante. Materialismo, individualismo, invito al divertimento, li spingono magari alla manifestazione, ma l’entusiasmo finisce lì.”
Secondo Roberto Marchesini 3, etologo e studioso del rapporto uomo-animale “dagli anni 80 a oggi il volontariato zoofilo è cambiato, passando dal prendersi cura materialmente degli animali al concetto di battersi per i loro diritti.”
Niente più gattare e briciole ai colombi, dunque, in favore della lotta?
“I contenuti dell’attivismo sono importanti e si sono anche ottenuti risultati di grande rilievo, forse un po’ a spot. Ancora manca una vera rete sociale di assistenza per gli animali, ed è vero che i più giovani tendono ad avvertire un senso di appartenenza solamente con quanto ha visibilità  mediatica. Mentre il rapporto diretto con l’animale di cui ti prendi cura non è sotto i riflettori: l’appagamento vive solo nella gioia di avergli portato sollievo.”

Margherita d’Amico
(da “La Repubblica“)

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IL CENTRODESTRA IN SICILIA ORA PORTA IN PROCESSIONE MADONNA-MUSUMECI PER GABBARE I FEDELI

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

PER LE REGIONALI DI OTTOBRE ALLEANZA TRA PDL, SAVERIO ROMANO, MICCICHE’, LOMBARDO E STORACE… TRA FASCISTI DA OPERETTA, INQUISITI PER MAFIA E CLIENTI DI SPACCIATORI, ALLA FINE SCELGONO L’UNICO VOLTO PRESENTABILE

Con la benedizione di papy Silvio Berlusconi, il Pdl in Sicilia porterà  in processione Nello Musumeci per la corsa alla poltrona di governatore.
I portatori di voti ed ex voto sono stati avvisati.
Sembra così a un passo la costruzione di una grande coalizione di interessi che mette insieme Grande Sud di Gianfranco Miccichè, il Partito dei siciliani di Raffaele Lombardo e il Pid di Saverio Romano, con annessi ribelli azzurri guidati da Innocenzo Leontini.
Un fronte, questo, che a eccezione dell’Udc – ricalca quasi per intero quello delle regionali del 2008.
Ma i colpi di scena non sono ancora esclusi, anche perchè mettere insieme chi fino a qualche ora prima se n’era dette di tutti i colori non sembra facile.
Il segretario del Pdl Angelino Alfano ha finalmente rotto il silenzio.
Colto di sorpresa dalla mossa di Miccichè e Lombardo sul sostegno a Musumeci, ha chiamato il leader siciliano della Destra e lo ha messo in contatto con lo stesso Berlusconi.
“Nello, sei il nostro candidato”, ha detto l’ex presidente del Consiglio, che nelle scorse settimane aveva provato a lanciare Miccichè, trovando un muro da parte di molti dirigenti del partito.
Nel frattempo a Catania il coordinatore del partito, Giuseppe Castiglione, acerrimo nemico di Lombardo e primo a bloccare la candidatura di Miccichè, incontrava il ribelle Leontini, pronto a staccarsi dal partito per andare a sostenere Musumeci insieme a Grande Sud e al Partito dei siciliani.
L’alleanza rompe di fatto l’asse Lombrdo-Fini e pertanto Fli potrebbe convergere con Pd e Udc sul nome di Rosario Crocetta.
Per il centrodestra inizia la processione a piedi (liberi).

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PSICOPATOLOGIA DI UN VENTENNE DEGLI ANNI ’70

Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile

PERCHà‰ STO CON FINI

In principio fu un gesto.
Un gesto di ribellione.
Scegliere di essere fascisti, così come prima avevamo scelto di identificarci con tutte le storie e le culture dei vinti.
Con le storie dei pellerossa, con quelle dei sudisti del generale Lee e dell’epopea di Via col vento, della Vandea e dei briganti Sanfedisti e delle insorgenze popolari e antigiacobine.
Fu una scelta di libertà .
In quegli anni ’60 quando il conformismo opprimente, americano, comunista e democristiano, sembrava non dovesse avere mai fine.
Poi fu Berkeley, i campus in rivolta e il maggio francese.
La fantasia al potere e chiedere l’impossibile.
La gioventù italiana, unita in un patto generazionale che scavalcava le antiche appartenenze, metteva a comune i sogni per correre incontro al futuro.
Come prima ci eravamo schierati a fianco dei nostri fratelli maggiori che a Salò avevano bruciato la loro giovinezza per un impeto di orgoglio, allora ci schierammo a fianco dei nostri coetanei per tentare l’assalto al cielo.
Poi il dramma di Valle Giulia, quando qualcuno, manganelli alla mano, assaltò e uccise i nostri sogni, chiudendo una stagione di speranza ed inaugurandone una di odi e di lutti.
E fu guerra civile.
Ma sopravvivemmo.
Sopravvivemmo agli antifascisti che negavano il nostro diritto ad esistere ed ai fascisti che avrebbero voluto imbalsamarci vivi.
Entrambi uniti dalla necessità  di trovare un transfert, un nemico esterno immaginario che giustificasse e garantisse la loro esistenza.
Sopravvivemmo ad Almirante che aveva perfezionato la tecnica di imbalsamazione tramite ipnosi e incantamenti .
Sopravvivemmo a noi stessi che cercavamo nel confronto nuove identità  che garantissero il permanere delle antiche.
La nostra Coltano era il recinto del ghetto entro cui eravamo rinchiusi, ma imparammo a guardare oltre il recinto e scoprimmo che il nemico era semplicemente l’altro da noi, da cui ci separavano le scelte ma cui spesso ci univa la comunanza dei sogni.
Ci rendemmo conto che era la sua diversità  a garantire la nostra identità  e che l’identità  può esistere solo in senso plurale.
E soprattutto scoprimmo che quel recinto era sì un confine e linea di separazione, ma anche linea di contiguità  e di incontro di due mondi diversi.
In quel ghetto, non solo metaforico, scoprimmo noi stessi e gli altri da noi, le diversità  come ricchezza e il pluralismo come strumento necessario per la lettura del mondo.
E ci rendemmo conto che l’uscita dal tunnel del fascismo era lo stesso tunnel.
Percepimmo insomma che quel che rendeva unica quella storia era la sua straordinaria capacità  di meticciarsi con altre storie e generare ancora storie differenti dall’una e dall’altra.
Capimmo che il nostro onore e la nostra fedeltà  non potevano più essere il restare a fare la guardia alle rovine, ma abbandonarle per entrare nel mondo, per contaminarci e al tempo stesso contaminarlo, fecondandolo con la storia che avremmo saputo costruire.
E tra le rovine, dove il Maestro ci aveva lasciato, deponemmo la nostra inutile ed incapacitante weltanschaung per raccogliere quella intuizione del mondo che ci sarebbe da allora servita a cavalcare la tigre.
I valori cessarono di essere un limite e divennero strumento immateriale per affrontare il mondo, leggerlo, capirlo e trasformarlo.
Non avevamo direzioni su cui procedere sin quando non incontrammo i piccoli uomini che ci insegnarono ad orientarci nelle terre oscure e a cercare la montagna del Fato.
Conoscemmo Mordor, che si presentava con la faccia pacifica di un simpatico signore di mezz’età , che lusingava le nostre vanità  e ci prometteva ricchezze e meraviglie solo che avessimo obbedito.
Siamo sopravvissuti a noi stessi e a quelli di noi che in presenza dell’anello hanno liberato il nazgul che era in loro.
E siamo sopravvissuti anche agli eserciti di orchetti che in nome dell’anello hanno tentato di negare la speranza.
La speranza in quel viaggio che è la vita anche di una comunità  .
Che non è varcare il mare per giungere in prossimità  delle colonne di Ercole   e poi tornare ad Itaca.
Non ci sono Itache nel nostro destino di comunità  ma nuove Roma da fondare con gli antichi valori e gli antichi dei.
E la consapevolezza che saranno diverse da come le abbiamo immaginate.
Siamo sopravvissuti anche a Fini che ci inchiodava a realtà  già  superate ed il cui superamento percepiva sempre troppo tardi.
Siamo sopravvissuti ai suoi strappi maldestri, frutto di un destrismo mal digerito che ha bisogno di nemici per nutrire la propria impotenza.
L’altro da se come nemico.
Prima i comunisti, poi gli omosessuali, poi i tossici, poi gli extracomunitari e poi infine i fascisti.
Il male assoluto.
Il nemico che diviene metafisico.
Ancora una volta il tunnel era la via d’uscita.
Entrare nel Pdl, percorrerlo sino in fondo e assumerlo come vaccino.
Noi eravamo con l’istinto già  altrove e aspettavamo l’occasione per riprendere il viaggio.
Poi quel dito alzato.
Non sappiamo quanto coscientemente o meno.
Ma quel dito alzato è stato l’anello che torna a fondersi nel crogiolo del fuoco primigenio.
Cadono certezze e crollano fortezze inespugnabili.
Un senso di incredulità  deforma in ghigno il sorriso sprezzante di principi e cortigiani dell’anello.
Si contano i sopravvissuti.
Lo straordinario è che tra i sopravvissuti c’è lo stesso Fini che, a forza di strappi, è riuscito nell’opera al nero, trasformando se stesso e le proprie incertezze in materiale solido.
Fini che si è liberato dal passato e da un agire fatto di reminescenze.
Ma che da quel passato riesce finalmente a cogliere gli aspetti più significativi, quali la capacità  di guardare al futuro e quella di meticciare la propria storia per generarne una nuova.
La politica che torna ad essere avventura esistenziale dove i valori costituiscono i necessari strumenti di viaggio per riprendere il cammino ed offrire alla comunità  la speranza di una nuova narrazione ed una utopia ragionevole.

Agostino Milani

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COPPIA DI SCORTA: SALLUSTI E SANTANCHE’, COMPAGNI VITA E DI “TUTELA”

Agosto 19th, 2012 Riccardo Fucile

IL CENSORE DI FINI SI SCOPRE CHE HA DUE AGENTI FISSI A DISPOSIZIONE E STA A CRITICARE GLI ALTRI… TUTELA DEGLI AGENTI ANCHE PER LA SANTANCHE’

Scrive Alessandro Sallusti in prima pagina sul Giornale: “Gianfranco Fini ieri ha chiesto al ministro dell’Interno Cancellieri di rivedere pure la costosa elefantiasi della sua scorta”.
E questa è cronaca.
Poi aggiunge: “Nobile gesto, apparentemente, ma tardivo e ovviamente tattico”. E qui siamo nel giudizio.
Infine postilla: “Fini dice di non essersi accorto degli eccessi di spesa per proteggerlo”. Critica, palese.
Senza voler entrare nell’antica querelle tra il presidente della Camera e il direttore del Giornale (in primis la questione legata alla casa di Montecarlo acquistata da Giancarlo Tulliani), ci limitiamo a svelare un segreto allo stesso Sallusti: anche lui ha una scorta.
O meglio, ne ha due.
Una per lui, l’altra a disposizione della sua compagna, l’onorevole Daniela Santanchè.
Uniti nella vita, uniti nella fede politica, uniti nella tutela.
In questi giorni i due sono in Versilia, Forte dei Marmi, ospiti dello stabilimento Twiga, dove l’onorevole ha una quota di partecipazione.
Tende distanti l’una dall’altra, per mantenere la privacy, divanetti, cuscini griffati (come tutto, del resto) e personale di servizio solerte nel portare bevande e cibo.
Qui l’abbonamento annuale oscilla tra i dieci e i quindicimila euro “a seconda della posizione dello spazio, del tempo di presenza e dell’amicizia con i propietari” spiegano all’interno dello stabilimento.
Dentro questa oasi del lusso, il duo Sallusti-Santanchè afferma di aver rinunciato alla scorta: “Non l’abbiamo richiesta in vacanza — spiega il direttore del Giornale —. C’è però un numero di emergenza al quale ci possiamo rivolgere. Tutto qui”.
Ne è sicuro? Sono arrivate segnalazioni differenti, di lei impegnato nel suo footing mattutino protetto da agenti in affanno.
“No, le assicuro che qui siamo liberi — prosegue Sallusti — E comunque io sono sotto tutela, non sotto scorta”.
Vuol dire avere due uomini a disposizione, una forma di protezione inferiore alla sua compagna.
“I ragazzi sono con me da circa un anno, dopo la decisione presa dall’allora ministro Maroni a causa di minacce ricevute dai gruppi anarco-insurrezionalisti. O almeno credo fossero loro… ”.
Credo, senza alcuna certezza.
Certa, invece, la polemica interna al Giornale tra lo stesso Sallusti e Vittorio Feltri: il secondo (anche lui sotto scorta) non approva l’attacco a Fini e lo ha scritto sul Giornale.
Differente la storia della Santanchè.
Per lei tutto è partito il 23 ottobre del 2006.
Su Sky si tiene un dibattito in diretta tv tra la parlamentare allora di An (con Fini leader) e Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate. In breve il confronto si tramuta in scontro.
Durante la trasmissione “Controcorrente” l’esponente islamico attacca la deputata, colpevole di aver sostenuto: “Il velo non è un simbolo religioso e non è prescritto dal Corano”.
Di qui la replica piccata dell’imam: “Lei è un’ignorante, falsa, semina odio, è un’infedele”. Ecco l’allarme. Dare dell’infedele rischiava di essere percepita come una fatwa, ovvero una implicita condanna a morte. Il Viminale interviene.
Appena ventiquattr’ore di riflessione e la decisione è presa: la Santanchè è in pericolo.
Allora come oggi.
Così ecco nascere la cosiddetta “coppia di scorta”. Ora convivono.
Sotto casa una folla di agenti ad aspettarli.
E sotto la casella “punti in comune ”, va inserita anche la passione per lo sport, per la salute fisica.
La deputata è fan della corsa, mentre il direttore è un fanatico della bicicletta. Ogni giorno, o quando possibile, dedicano ore e numerosi chilometri per soddisfare l’esigenza.
Se la scorta si è realmente “salvata” in questi giorni torridi, ciò non avviene durante l’anno quando segue costantemente gli spostamenti del duo.
In macchina, a piedi, di corsa, in bici.
A seconda dell’occasione.
Per la Santanchè, inoltre, l’agente che la segue ha un incarico specifico: tenere lontano i paparazzi.
Sono la sua ossessione, soprattutto da quando è in coppia con Sallusti. L’anno scorso sono stati fotografati, e rifotografati: sul lettino, passeggiata mano nella mano. Con i racchettoni.
“Per forza, in un’estate morta erano l’unica attrazione-vip”, raccontano sempre dallo stabilimento. “E quest’anno va anche peggio”.
Sta di fatto che Briatore a marzo ha ventilato l’ipotesi chiusura dello stabilimento.
I conti sono in rosso. “Cosa fa al mare il direttore? Legge molto”.
Legge e scrive editoriali.
Contro le scorte degli altri.

Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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