Gennaio 15th, 2011 Riccardo Fucile
LE SEI NOTTI DI RUBY IN VILLA, LE TESTIMONI SFUGGITE A GHEDINI, I BUNGA BUNGA CON LE RAGAZZE VESTITE DA POLIZIOTTE…IL RUOLO DI FEDE E DELLA MINETTI, LE TELEFONATE INTERCETTATE COI DETTAGLI DELLE SERATE… PER IL PREMIER SI METTE MALE, ALTRO CHE PERSECUZIONE
L’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, è stato molto giudizioso tra la fine dell’estate e
l’inizio dell’autunno, ma non ha preso in considerazione che al mondo esistono anche donne normali.
Testimoni che non mentono.
Che rispondono con lealtà alle domande della magistratura.
Torna comodo muovere dai suoi passi per sbrogliare una matassa che, in capo a non più di sei settimane (21/26 febbraio), potrebbe condurre il presidente del Consiglio dinanzi al giudice con l’accusa di concussione e soprattutto di “favoreggiamento della prostituzione minorile” (un reato punito con la reclusione da sei a dodici anni).
Bisogna seguire Ghedini perchè è lui – l’avvocato – che, nonostante le risorse, l’impegno e la tenacia, manca clamorosamente il colpo.
Si lascia sfuggire qualche testimone risolutivo. Sottovaluta quali prodigi investigativi si possono accumulare analizzando con pazienza il traffico telefonico, scrutinando la localizzazione cell-based con metodi capaci di definire la cellula che “ospita” un telefono mobile e quindi, con un margine di errore di cinquanta metri, il luogo in cui è attivo (o inattivo) quel “terminale”. Le tracce che si lascia dietro un cellulare possono “raccontare” la vita, gli incontri, le relazioni, i movimenti, i tempi di una persona. di un gruppo di persone.
Occorre comunque, per capire, ricordare qual è lo stato di allarme di Berlusconi in primavera. Già il 27 maggio il capo del governo ha tra le mani tutte le ragioni per sentirsi molto preoccupato.
Ruby – minorenne – è in questura, quella notte.
Quando Michelle Conceicao de Oliveira, una prostituta brasiliana, lo chiama a Parigi, il Cavaliere ha ben chiaro che è finito in un guaio grosso.
Quella Ruby, che il Sovrano presenta come “la nipote di Mubarak” agli amici, ha la lingua lunga. Spesso è fuori controllo. È facile all’ira, se trascurata.
Il Cavaliere nemmeno osa pensare, quella notte, quale calamitosa frittata può venire fuori se la ragazza va “fuori di testa” e racconta ai funzionari della questura di Milano che lei, Ruby – Karima el Mahroug, 17 anni e sei mesi – è da tre mesi “la favorita” del Sultano. Lo sappiamo.
Quella notte, il capo del governo gioca abusivamente tutta la sua autorità per “liberare” Ruby.
Convince i funzionari della questura a qualche mossa “indebita” (nasce qui l’accusa di concussione): Karima può allontanarsi lungo via Fatebenefratelli con accanto Nicole Minetti.
La storia, come l’angoscia del Cavaliere, è soltanto all’inizio.
Dopo qualche tempo, Lele Mora, definiamolo il direttore del carosello notturno che gira ad Arcore per l’esclusivo diletto del Sovrano, sa che la ragazza è stata più volte interrogata dalla procura di Milano in luglio e ancora in agosto. Che cosa ha detto?
Quel che ha detto ora, più o meno, lo sappiamo.
Ruby svela che il 14 febbraio, giorno di San Valentino (ha 17 anni e novantacinque giorni) la chiama Emilio Fede e le dice: ti porto fuori. Non dice dove, non dice con chi o da chi. Il giornalista (ottantenne) passa a prenderla con un auto blu. Ruby sale e filano via scortati da un gazzella dei carabinieri verso Arcore. Non entrano dal cancello principale, dove ci sono i carabinieri, ma da un varco laterale.
Dice Ruby ai pubblici ministeri: “Vengo presentata a Silvio. È molto cortese. Ci sono una ventina di ragazze e – uomini – soltanto loro due, Silvio ed Emilio. Cenammo, ma non rimasi a dormire. Dopo cena, andai via. Alle due e mezza ero già a casa. Con un abito bianco e nero di Valentino, con cristalli Swarovski, me l’aveva regalato Silvio. La seconda volta vado ad Arcore il mese successivo. Andai con una limousine sino a Milano due, da Emilio Fede, e da lì, con un’Audi, raggiungemmo Villa San Martino. Silvio mi dice subito che gli sarebbe piaciuto se fossi rimasta lì per la notte. Lele Mora mi aveva anticipato che me lo avrebbe chiesto. Mi aveva anche rassicurato: non ti preoccupare, non avrai avance sessuali, nessuno ti metterà in imbarazzo. E così fu. Cenammo e dopo partecipai per la prima volta al “bunga bunga”. (Ruby descrive agli stupefatti pubblici ministeri milanesi la cerimonia con molta vivezza). Io ero la sola vestita. Guardavo mentre servivo da bere (un Sanbìtter) a Silvio, l’unico uomo. Dopo, tutte fecero il bagno nella piscina coperta, io indossai pantaloncino e top bianchi che Silvio mi cercò, e mi immersi nella vasca dell’idromassaggio. La terza volta che andai ad Arcore fu per una cena, una cosa molto ma molto più tranquilla. Quando arrivai Silvio mi disse che mi avrebbe presentata come la nipote di Mubarak. A tavola c’erano Daniela Santanchè, George Clooney, Elisabetta Canalis”.
Non è il racconto che Ruby riferisce subito a Mora.
Minimizza all’inizio. Confonde i suoi ricordi. Non rivela tutto.
Mora comprende che la ragazza non dice tutto, dopo aver detto troppo in procura e avverte il premier.
Berlusconi che deve fare? Affida a Nicolò Ghedini il contrattacco difensivo. Una segretaria di Palazzo Chigi convoca le giovani ospiti del premier nello studio legale Vassalli in via Visconti di Modrone a Milano per affrontare la questione delle “serate del presidente”.
Ghedini ha dunque l’incarico di proteggere “le serate” di Silvio Berlusconi. Deve raccogliere da quelle giovani donne (stelle, stelline, aspiranti stelline, prostitute giovani, giovanissime, italiane, latine, slave, caraibiche) dichiarazioni giurate che confermino quel che il Cavaliere va dicendo: si rilassa a volte, come è giusto che sia, ma in celebrazioni che non hanno nulla di scandaloso o perverso.
Sono “testimonianze” necessarie per evitare al premier altro discredito. La procura di Milano indaga per favoreggiamento della prostituzione Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti. Berlusconi teme che la prostituzione, ipoteticamente favorita dai suoi tre amici, abbia il teatro proprio a Villa San Martino nelle “serate rilassanti” che il Cavaliere organizza.
Anche nell’ipotesi peggiore, dice Ghedini, egli sarebbe l'”utilizzatore finale”. Anche se si scoprisse che le sue ospiti sono minorenni, nessun problema penale: l’utilizzatore non è tenuto a conoscere l’età della sua ospite. È fuori di dubbio, però, che sarebbe meglio “documentare” che in quelle allegre serate il sesso non c’è.
Ecco la missione di Ghedini.
Interrogare le ragazze, raccoglierne i ricordi e lasciarle dire con buon anticipo dell’innocenza di quelle occasioni. Ghedini può farlo.
La sua iniziativa è ineccepibile perchè l’art. 391-nonies del codice di procedura penale regola “l’attività investigativa preventiva” del difensore “che ha ricevuto apposito mandato per l’eventualità che si instauri un procedimento penale”.
Nell’eventualità che Berlusconi sia indagato, Ghedini già prepara le prove non solo dell’estraneità del Cavaliere, ma dell’insussistenza del “fatto”.
Lasciamo in un canto qui l’abuso di potere che si intravede: decine di ragazzine, ragazze, giovani donne, che hanno partecipato ai “bunga bunga” presidenziali, sono convocate – addirittura a Villa san Martino – e trovano Ghedini.
L’avvocato chiede: mi racconta che cosa accade nelle serate del presidente? Sono appuntamenti innocenti o peccaminosi? Si fa sesso? Lei ha fatto sesso con il presidente?
Quelle poverette non hanno nè arte nè parte. Hanno una sola ambizione: fare televisione, apparirvi. Sono addirittura in casa del grande tycoon, a un metro dal cielo.
Arrivate a quel punto, potrebbero mai dire una parola storta contro o sul conto del presidente del consiglio? Ripeto, lasciamo da parte questo aspetto dell’affaire perchè ora conta l’abbaglio in cui incappa Ghedini.
L’avvocato colleziona le testimonianze delle “ragazze”, diciamo così dello spettacolo o le giovani e giovanissime professioniste del sesso e pensa di aver un buon lavoro.
Trascura (o, poverino, nessuno glielo dice) che ad Arcore ci sono state anche donne che non hanno nulla a che fare nè con lo spettacolo nè con la prostituzione.
Come la testimone A, ad esempio. È un’amica di Nicole Minetti.
Le cose stanno così.
La Minetti, a Rimini, ha tre amiche del cuore al liceo.
Anche quando Nicole, all’esame di maturità viene bocciata, non si perdono di vista.
Una di loro – “assomiglia come tipo alla Carfagna”, dicono – si laurea in giurisprudenza e ora è prossima alla laurea in economia.
Minetti la invita a casa del presidente domenica 19 settembre 2010.
Il 20 la giovane donna (A) chiama le altre due amiche. Alla prima, che chiameremo B, racconta tutto al telefono in una lunga conversazione.
Alla seconda, che chiameremo C, dice invece che gliene parlerà da vicino della sua serata ad Arcore.
A sarà interrogata (la prelevano all’università alla fine di un esame) e conferma l'”imbarazzante serata”, parole sue.
B non sarà interrogata (quel che può sapere lo si è già ascoltato nell’intercettazione dalla viva voce dell’amica che le racconta la sua notte dal presidente).
C sarà convocata da Bologna. Frequenta un corso di specializzazione post-laurea in attesa di affrontare il concorso in magistratura.
È seria, motivata, estranea all’ambiente del presidente. Dalla convergenza delle due testimonianze e del documento sonoro, si può ricostruire che cosa accade quella notte.
È dunque il 19 settembre 2010. A arriva a Milano. Va a casa della Minetti a Segrate, Milano 2. Si cambia.
Raggiungono due stelline dello spettacolo televisivo (A ne conosce una, ne indica il nome) e poi tutte insieme via verso Villa san Martino.
All’ingresso è sufficiente il nome – “Minetti” – per superare i controlli di polizia.
A cena 20/25 ragazze, più della metà straniere, e tre uomini: il Cavaliere, l’immancabile Emilio Fede, Carlo Rossella, presidente di Medusa. Cena un po’ noiosa. Parla sempre il presidente. Racconta barzellette, canta. Tutti sono chiamati soltanto a ridere e a cantare in coro.
È soltanto un preludio.
Dopo cena, si scende in quella che tutti chiamano – dicono A e B – “la sala del bunga bunga”.
È più o meno una discoteca, un banco con l’asta per la pole dance, divani, divanetti, “camerini” dove le ragazze si travestono da infermiere, da poliziotte, tutte con il seno nudo e poi improvvisano uno striptease (stripper anche la Minetti), mimano scene di sesso.
Devono essere “convincenti”, “spregiudicate”, disinvolte e molto disinibite chè le performance migliori saranno premiare con un invito a restare per la notte (allo spettacolino sono presenti Rossella e Fede).
Dopo il “bunga bunga”, si risale in un’altra sala dove Berlusconi sceglie e comunica chi rimarrà per la notte.
A racconta che qui l’atmosfera si fa elettrica, competitiva, carica di adrenalina e addirittura di odio. E’ il momento clou della serata.
Chi sarà la favorita? Chi resterà ? Chi avrà l’opportunità di “guadagnare” di più? Non è che chi ritorna a casa va via con le mani vuote. I
Il premier – ancora in un’altra stanza – congeda chi va via.
E’ qui che accoglie la giovane A. C’è anche la Minetti. Berlusconi le chiede se si è divertita.
A dice: “No!”.
Il Sovrano, alquanto risentito, chiede: “Perchè?”.
A rincara: “Mi sono sentita imbarazzata” (Dirà meglio alle amiche: “Quello è malato, si vede che è un malato!”).
B. le chiede un bacetto e le dà due cd di Apicella e tra i cd una busta con quattro fogli da 500 euro.
In auto sarà rimproverata dalla Minetti: “Sei stata troppo dura, ricordati che potrà esserti di aiuto”.
Queste testimonianze, sfuggite all’occhiuto Ghedini, non dicono soltanto delle “serate rilassanti” del presidente. Chiudono un cerchio.
Le intercettazioni raccontano che è Emilio Fede a muovere la giostra. Chiama Lele Mora e gli dà il via: “Stasera bunga bunga”. Mora si muove. Convoca stelline e prostitute.
Sono consapevoli del “mestiere” di quelle giovani donne, come è consapevole Berlusconi che le riceve e le trattiene per la notte.
Quando varcano il cancello di Villa san Martino, nelle serate del “bunga bunga”, l’amministratore personale del presidente, Giuseppe Spinelli, ha già preparato e lasciato nella “stanza dedicata” il numero necessario di buste con un vasto spettro di retribuzioni, dai cinquecento euro per la presenza ai diecimila euro “per la notte”.
E non sempre finisce così. Spinelli riceve anche dopo, le telefonate della “ragazze”. Si sono affannate a capire chi ha avuto quanto e perchè più delle altre e come ha fatto, che cosa ha fatto, che cosa ha detto.
Ci provano tutte con Spinelli, il giorno dopo. Il segretario non è mai infastidito o impaziente. Ascolta con pazienza. La risposta sempre uguale: “Ho bisogno di essere autorizzato, richiamerò”.
E richiama, richiama sempre o per dire che “no, non ha ottenuto l’autorizzazione” o “va bene, la busta è pronta”.
Queste scene devono avere ancora dimostrare due questioni essenziali: Ruby si prostituisce? Ha fatto sesso con Berlusconi?
Sono quadri che la procura di Milano ricostruisce con altri testimoni (amici di Ruby, “clienti” di Ruby prima e dopo i mesi del “capriccio” del Sovrano) e soprattutto con l’ascolto telefonico della ragazza.
In una conversazione, un amico la prende in giro: “E così, Ruby, hai preso il posto di Noemi Letizia”.
“No, caro mio – risponde la “nipote di Mubarak” – Noemi per lui era un angelo, io per lui sono…”
È ancora il telefono di Ruby a rivelare le menzogne e le omissioni e a svelare quante volte e per quanto la minorenne marocchina si è intrattenuta a Villa san Martino.
I giorni in cui il cellulare della ragazza è presente nella cella di Arcore, notte e giorno, sono sei.24, 25 (quella notte dormì ad Arcore anche Vladimir Putin) e 26 aprile 2010. E ancora il 1 maggio. Infine nei giorni di Pasqua e Pasquetta, 4 e 5 aprile 2010 (oltre che il 14 febbraio, San Valentino, quando però la ragazza – non ha mentito – torna a casa intorno alle 3 del mattino).
Dunque, ricapitoliamo. Ruby è una prostituta. La ingaggia Lele Mora. Fede l’accompagna dal presidente del consiglio. Il presidente del consiglio la paga per la sua presenza notturna in sei occasioni.
È sufficiente per contestare al capo del governo il favoreggiamento della prostituzione minorile alla luce del secondo comma dell’art. 600-bis?
Bisogna farsi aiutare dalla lettura del codice penale.
Se Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti risponderanno del primo comma (“Chiunque induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da 15.493 a 154.937), Berlusconi dovrà rispondere del secondo comma: “Salvo il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a 5.164”.
Qui si deve dire quanto malaccorto sia stato Ghedini a confessare l’abitudine del Cavaliere a farsi “utilizzatore finale” della prostituzione.
Perchè, è vero, che questi non è imputabile, ma nel caso in cui la prostituta sia minorenne è imputabile, eccome.
Anche se non c’è stato “atto sessuale” in quanto, per giurisprudenza costante della Cassazione, è configurabile come “atto sessuale”, in soldoni, anche una “palpazione concupiscente”.
Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 15th, 2011 Riccardo Fucile
SECONDO IL QUOTIDIANO BRASILIANO “L’ESTADO” DI SAN PAOLO, SOLITAMEMENTE BEN INFORMATO, EMERGEREBBE UN CHIARO ORIENTAMENTO DEI NOVE MAGISTRATI….LA DECISIONE PREVISTA IL MESE PROSSIMO: BATTISTI POTRA’ VIVERE LIBERAMENTE IN BRASILE
Cesare Battisti sarà scarcerato e potrà vivere liberamente in Brasile appena il
Supremo Tribunal Federal si riunirà in seduta plenaria per esaminare la decisione dell’ex presidente Lula.
Secondo l’Estado di San Paolo, un quotidiano di solito molto ben informato sull’Alta Corte, sei giudici su nove sono a favore della ratifica del decreto di non estradizione firmato dall’ex presidente il 31 dicembre scorso nell’ultimo giorno del suo mandato.
La Corte Suprema dovrebbe essere composta da 11 magistrati ma un dimissionario, Eros Grau, non è ancora stato sostituito, mentre l’ultimo nominato da Lula, Josè Antonio Dias Toffoli, si è sempre astenuto sul caso Battisti per non essere accusato di conflitto d’interessi (era avvocato generale dello Stato).
Nella seduta plenaria i nove magistrati dovranno decidere se il decreto di Lula rispetta o no il Trattato di estradizione con l’Italia.
Tre di loro voteranno sicuramente per impedire la scarcerazione di Battisti.
E sono: Gilmar Mendes, Cesar Peluso (che ha sempre difeso l’estradizione) ed Ellen Gracie.
Gli altri sei invece hanno lasciato capire che voteranno per la scarcerazione.
La seduta plenaria del Tribunale sul caso Battisti si svolgerà dopo le ferie che terminano alla fine di gennaio.
L’unica cosa che sembra ormai certa è che l’ex terrorista dei Pac verrà scarcerato subito dopo il voto anche se questo potrebbe slittare di diverse settimane, magari fino a marzo.
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Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile
MOLTE SONO INDISPENSABILI, COME PER I GIUDICI IN TERRA DI MAFIA, MA CHE SENSO HA PAGARE QUELLE DI SGARBI, DILIBERTO, SCAJOLA E DELL’UTRI?…. SIAMO IL PAESE CHE VANTA IL RECORD MONDIALE DI ACQUISTI DI AUTO BLINDATE, PIU’ DEGLI USA E DELLA RUSSIA… SONO 90 I PARLAMENTARI E I MINISTRI SOTTO SCORTA, 21 I SINDACI E I GOVERNATORI DI REGIONE, 8 TRA I SINDACALISTI E I GIORNALISTI, 263 I MAGISTRATI… AUTO DA 300.000 EURO E UN COSTO SEL SERVIZIO DI 250 MILIONI L’ANNO… IL PREMIER E’ PROTETTO DA 30 UOMINI E 13 AUDI CORAZZATE
Le cronache di quest’ultima stagione tornano a riempirsi di allarmi, in un contesto che
tra crisi economica, aspri confronti sindacali e scontri studenteschi è di sicuro teso, offrendo lo scenario perfetto per azioni clamorose e simulazioni più o meno credibili.
In questo clima da fine impero c’è una figura che torna protagonista: quella del pretoriano, che spesso invece di difendere l’imperatore diventa strumento di interessi diversi.
Oggi si chiama scorta e, nell’italica declinazione viene sempre più spesso percepita come lo status symbol supremo.
Per alcune persone realmente in pericolo si tratta di una logorante necessità , che annulla la libertà di movimento e la privacy, una condanna alla vita blindata. Per altri invece è solo l’ostentazione di un rango: il massimo del privilegio, molto più dell’auto blu.
Tra minacce concrete e sfarzi di casta, l’Italia è diventata l’Eldorado delle auto corazzate: il nostro governo vanta il record mondiale degli acquisti, più degli Usa o della Russia, della Colombia o del Libano.
Negli ultimi anni lo Stato ha speso circa 120 milioni per comprare 600 Bmw delle serie 3 e 5; un centinaio di Audi 6, ciascuna del costo di 140 mila euro; un’ottantina di “carri armati” Audi A8 e Bmw 7 che per 300 mila euro promettono di incassare anche le raffiche di kalashnikov.
Ma nei garage pubblici c’è molto altro.
Centinaia di Lancia Thesis e Lybra, decine di Alfa 164, le nuove Subaru Legacy e le ormai vetuste Fiat Croma, residuati della flotta commissionata all’indomani della strage di Capaci.
Non esiste un censimento dell’autoparco blindato: dovrebbero essere circa 1.500 macchine, che consumano il doppio e si logorano molto più rapidamente.
Solo per le missioni assegnate dal Viminale ogni mattina ne partono 650: messe in fila formerebbero un corteo lungo più di tre chilometri.
Servono per garantire la sicurezza di 263 magistrati, la metà dei quali in Sicilia e Calabria; 90 parlamentari e uomini di governo; 21 sindaci e governatori regionali; altrettanti ambasciatori e otto tra sindacalisti e giornalisti.
A sedici di loro viene assegnato il dispositivo massimo: due-tre blindate con oltre otto agenti.
Altri 82 hanno una doppia macchina con sei uomini armati mentre 312 si devono accontentare di una sola auto corazzata con una coppia di bodyguard.
Ad ulteriori 174 personalità invece è stata concessa una vettura normale con uno o due militari di tutela.
In totale il ministero dell’Interno ha disposto 585 “servizi di protezione ravvicinata” che richiedono 650 vetture antiproiettile, 300 auto non blindate, circa 2 mila tra agenti, finanzieri, carabinieri e guardie carcerarie più altri 400 uomini per vigilare su case e uffici.
E questo apparato in molti casi si alterna su due turni, raddoppiando così personale e macchine.
L’elenco ufficiale del ministero – che “L’espresso” rivela per la prima volta – è comunque parziale, perchè esistono molte altre scorte che non dipendono dal Viminale.
Anzitutto, c’è lo scudo di Palazzo Chigi, con una struttura da 007 che schiera 30 commandos ed ex guardiaspalle privati della Fininvest, tutti alle dipendenze dei servizi segreti, con 13 Audi corazzate e altri 70 uomini per sorvegliare le residenze del premier.
E bisognerebbe conteggiare anche i dispositivi che vegliano sul capo dello Stato e quello che contribuisce alla sicurezza del papa.
C’è poi una serie di provvedimenti d’urgenza disposti dai singoli prefetti: nell’ultimo periodo hanno riguardato 23 magistrati e un numero top secret di politici nazionali o locali.
Nella lista vanno aggiunti i “servizi di vigilanza”, ossia il livello minimo di protezione: un’auto di ronda che passa periodicamente sotto l’abitazione o il luogo di lavoro della personalità da protegger.
La vigilanza riguarda 678 magistrati e una moltitudine di esponenti di partito, sindacalisti, imprenditori, alti prelati e un gruppetto di giornalisti.
Infine, l’ultima novità : i vigili urbani usati come guardia personale dai sindaci, con la benedizione o meno dei prefetti, come avviene da Palermo a Pavia.
E persino, è accaduto a Milano, la discesa in campo della polizia provinciale che normalmente si occupa di caccia e pesca mentre invece ha esibito un pool di bodyguard con equipaggiamento da Secret service.
Una stima ufficiosa ritiene che per le scorte ogni giorno siano mobilitati più di 4000 uomini con duemila vetture: una moltitudine di pretoriani che tra stipendi, auto e carburante grava sull’erario per oltre 250 milioni di euro l’anno.
Un costo altissimo in termini economici e professionali, perchè si acquistano blindate da sogno mentre le volanti perdono i pezzi e si destinano a questi incarichi agenti di prima scelta, uomini e donne giovani ed esperti, con ottima forma fisica e grandi capacità .
“Personale che sa “leggere” quello che succede per strada, interpretare gli atteggiamenti della gente e gestire la reazione: l’ideale per quei servizi di controllo del territorio che vengono sempre invocati”, come sottolinea un sindacalista delle forze dell’ordine.
Eliminare le scorte inutili è uno slogan che ritorna periodicamente.
Eppure da otto anni non ci sono attacchi di gruppi organizzati di natura politica, criminale o religiosa: le Brigate rosse sembrano debellate, le mafie hanno subìto duri colpi – come magnifica la propaganda di governo – e scelto una linea di basso profilo.
La sparatoria nel condominio del direttore di “Libero”, stando alle indagini, sembra una discutibile iniziativa del suo agente di scorta.
Mentre le azioni di squilibrati, come il lancio della statuina contro il premier, non sono state impedite dalla sicurezza ravvicinata più potente d’Italia.
Inoltre bisogna ricordare che gli attentati più gravi della storia recente, quelli contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, hanno ucciso magistrati con protezione massima.
Certo, ci sono personaggi che per il ruolo rivestito o per specifiche iniziative, hanno ricevuto minacce o corrono pericoli concreti.
Ma siamo sicuri che in Italia ci siano 700 persone che non possono fare a meno di una protezione armata 24 ore su 24?
Queste cifre testimoniano la sconfitta dello Stato nel garantire l’ordine pubblico o sono solo l’ennesimo corto circuito tra istituzioni che invece di controllarsi si scambiano favori?
Tutti i sindacati di polizia sono compatti nel denunciare lo scandalo quotidiano che avviene in questo settore.
E sono numerosi gli episodi che hanno diffuso questa percezione di abuso.
I militari che continuano a proteggere l’ex governatore laziale Piero Marrazzo, assiduo frequentatore di transessuali nonostante fosse sotto scorta.
La difesa anti-ultra accordata per mesi ad Adriano Galliani.
O i filmati della Mercedes di Lele Mora carica di pin up che entra nella villa di Arcore senza nessun controllo dei carabinieri all’ingresso.
O il traffico di chiamate di escort, starlette e minorenni sedicenti nipotine di Mubarak smistato dal telefonino del caposcorta di Berlusconi che – alla luce dello stipendio d’oro di dirigente dell’intelligence – dovrebbe occuparsi di vicende più serie per la sicurezza nazionale.
Ma le proteste anonime degli agenti segnalano lo stesso malcostume: ore passate a vigilare su party e festini delle autorità .
E se un poliziotto o un carabiniere reclama, quasi sempre finisce per beccarsi una punizione.
Pochi mesi fa un importante ministro è stato messo in guardia dai problemi di sicurezza connessi alle frequentazioni discutibili di un suo stretto familiare: e lui invece di ringraziare ha preteso che tutti gli uomini della sua vigilanza venissero rimossi.
Altro vizio diffuso poi sono le tutele eterne, che proseguono per anni senza che se ne capisca l’esigenza: benefit a vita.
Il sindacato di polizia Coisp ha fatto un elenco di lungodegenti della blindata: Oliviero Diliberto dieci anni fa fu il secondo Guardasigilli comunista dopo Palmiro Togliatti e da allora continua a girare con autista e agente; il combattivo avvocato ed ex deputato Carlo Taormina ha ben quattro uomini; Mario Baccini non è più sottosegretario dal 2005 ma ha ancora cinque guardaspalle.
I presidenti di Camera e Senato continuano per lustri a girare con tutela calibro nove: Irene Pivetti l’ha avuta per oltre dieci anni e oggi sorveglia i convegni di Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini mentre Fausto Bertinotti passeggia per villa Borghese con la signora Lella sottobraccio e agente al seguito.
L’ex governatore calabrese Agazio Loiero ha tre finanzieri, quattro il leghista Federico Bricolo e due l’ex sindaco di Segrate e deputato Giampiero Cantoni. Marcello Dell’Utri viene protetto da nove anni, nonostante la condanna confermata in appello per mafia.
Vittorio Sgarbi è un altro habituè della scorta. La ebbe per la prima volta nel 1993 e la perse due anni dopo anche per le interrogazioni del postdemocristiano onorevole Sergio Tanzarella che lo accusava di “seminare il panico nelle strade di Roma, soprattutto di notte, scarrozzando allegre e schiamazzanti brigate gaudenti da ristoranti e balere”.
Ma il critico l’ha riottenuta la scorsa estate come sindaco di Salemi, pronto a scagliarsi contro lo scempio dei parchi eolici siciliani: una misura potenziata per effetto di due lettere anonime recapitate alla Sovrintendenza di Venezia.
La sua attività tra Roma, Veneto e trapanese richiede lunghi spostamenti: a settembre uno dei “suoi” finanzieri ha rischiato la vita dopo un incidente sull’Autosole.
La legge prevede che tutte le misure di protezione vengano riesaminate periodicamente, per capire se sono ancora indispensabili.
In realtà queste revisioni sono rare: per quieto vivere o per mantenere buone relazioni, difficilmente si interviene. Eppure basterebbe poco per risparmiare. Due mesi fa a Palermo il prefetto Caruso ha limato molti dei servizi, togliendo le blindate a giudici che non avevano più incarichi a rischio o a politici come l’ex governatore e imputato Totò Cuffaro: così ha recuperato 50 agenti.
Oggi l’italiano più protetto dopo Berlusconi è Renato Schifani: il presidente del Senato è la seconda carica istituzionale, ma in questa stagione turbolenta la sua posizione non appare in prima linea.
Invece la sua sicurezza è affidata a venti uomini dei reparti speciali con quattro vetture corazzate, mentre il figlio che vive a Palermo ha una blindata con tutela. Spicca anche l’esercito personale di Raffaele Lombardo, con 18 agenti e quattro Audi che si alternano intorno al governatore siciliano.
Le scorte spesso sono anche uno strumento per cementare relazioni e costruire carriere.
Nel 2001 l’allora direttore del Sismi Nicolò Pollari grazie all’emergenza dell’11 settembre aveva istituito un inedito servizio vigilanza degli 007 per dotare di auto blu e pretoriani una cinquantina di politici, ex membri di governo, top manager pubblici e privati.
Una cortesia che andava a rimpiazzare gli agenti richiamati dal ministro degli Interni Claudio Scajola, che con una drastica riforma aveva tagliato quasi 800 uomini dalle scorte per destinarli alla lotta contro il terrorismo islamico.
Nonostante non sia più agli Interni da otto anni e abbia dovuto rinunciare anche alla poltrona delle Attività industriali per la casa con vista Colosseo pagata dagli assegni della Cricca, Scajola oggi conserva otto poliziotti e due blindate.
Un bel paradosso per chi definì Marco Biagi, lasciato senza protezione ignorando le sue richieste angosciate, “un rompicoglioni”.
Gianluca Di Feo
(da “L’Espresso“)
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL GEN. MINI: “INCONCEPIBILI DUE VERSIONI SU MIOTTO, NON HO MAI VISTO IN TV UN MINISTRO DELLA DIFESA MIMARE, COME UN ATTORE DI UN FILM DI ULTIMA CATEGORIA, LA RICOSTRUZIONE DI UN EPISIODIO FATALE CHE HA COINVOLTO L’ESERCITO DEL SUO PAESE”
Fabio Mini si definisce un generale in cosiddetta ‘ausiliaria’. 
Anche il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Vincenzo Camporini, tra due mesi andrà in pensione.
“Noi generali – dice Mini – in realtà non andiamo mai in pensione e continuiamo a interessarci del nostro Paese”.
Per questo gli chiediamo di dirci a quale versione della morte di Matteo Miotto crede: a quella del ministro La Russa, secondo il quale Miotto è stato ucciso durante una battaglia, o a quella del generale capo di Stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, che sostiene che Miotto sia stato ucciso da un cecchino.
Generale, lei che ne pensa?
Camporini ha detto la verità : è stato il ministro La Russa a cambiare versione. Quando ha sostenuto che gli era stata data un’informazione edulcorata. Adesso il ministro la pillola la sta indorando, sostenendo che non voleva dire quello che ha detto, che non prova rabbia per i vertici dell’esercito, bensì stima. Sono boutade che possono avere conseguenze pesantissime sulla sicurezza dei nostri soldati. Non si può giocare sulla pelle dei militari morti e di conseguenza su quella dei vivi.
Generale, la pace è lontana anche tra le istituzioni. La situazione questa volta è “grave ma anche seria” ?
Le accuse che il ministro della Difesa ha rivolto al capo di Stato maggiore della Difesa hanno un effetto negativo anche sulla situazione interna: squalificano le istituzioni politiche e militari. Questo significa intaccare il tessuto connettivo del Paese. Dopodichè non resta più nulla.
Possibile che La Russa non si renda conto di fare un danno anche a se stesso? Questi politici sono travolti dal proprio narcisismo. O dalla propria incompetenza?
Anche. La cosa che mi ha lasciato stupefatto è la versione “romanzata”, divulgata urbi et orbi, dal ministro La Russa, con tanto di interpretazione mimica dell’accaduto. Si capiva molto bene che aveva cambiato la sua versione dei fatti perchè influenzato dai colloqui avuti con i soldati dopo essere andato in Afghanistan.
E quindi?
E quindi, a mio avviso, il ministro non dava una nuova versione perchè era emersa un’altra verità . Semplicemente gli è piaciuta di più quella dei soldati. Che è sempre meno “banale”, proprio perchè enfatizzata, vuoi per spirito di corpo, vuoi per darsi coraggio, vuoi per esorcizzare la morte.
Un ministro che non sa fare la tara tra l’enfasi con cui i soldati raccontano ciò che vivono e i rapporti ufficiali dei vertici delle Forze Armate, non è inadatto a ricoprire questa carica?
Un ministro deve saper fare la tara, soprattutto se è il ministro della Difesa. E deve anche saper distinguere tra i toni dei rapporti ufficiali e i toni da usare quando si deve comunicare con l’opinione pubblica. Un ministro della Difesa deve avere, sempre e comunque, come suoi primi interlocutori i vertici militari, che sono addestrati per interpretare ciò che è accaduto davvero ai soldati sul campo.
Lei è stato a lungo impegnato nei Balcani, ma anche in Cina, negli Stati Uniti, sia in veste di generale sul campo, sia come portavoce e responsabile della comunicazione dei vertici militari. Ha mai assistito a uno scambio di accuse così aspro e frontale tra il ministro della Difesa e il suo capo di Stato maggiore?
No. Non ho mai nemmeno visto in tv un ministro della Difesa mimare come un attore di un film di ultima categoria, la ricostruzione di un episodio fatale che ha coinvolto l’esercito del suo Paese.
Perchè, secondo lei?
Intanto perchè uno dei due si è sempre dimesso prima di arrivare a tal punto. Secondo perchè non si arriva a questo punto: l’insipienza non è prevista per certi ruoli. La malafede magari sì, ma l’incapacità no.
Senta generale, ma c’è ancora un punto in comune tra il vertice politico e quello militare?
Sì, purtroppo: nessuno dei due dice chiaramente che questa non è una missione di supporto e assistenza all’esercito e alla polizia afghana, altrimenti avremmo mandato sempre più ingegneri e infermieri, invece abbiamo aumentato le forze militari, passando da 9 mila a 140 mila soldati. Questa è una guerra e si va “alla guerra come alla guerra”.
Cioè?
I nostri soldati partecipano a battaglie vere e proprie, le nostre Forze Speciali (sabotatori e incursori), che ubbidiscono direttamente agli ordini della Nato, ogni notte si lanciano dagli elicotteri o marciano per decine di chilometri al buio per infiltrarsi nei territori non ancora controllati. E lo fanno a costo di eliminare tutti gli avversari che incontrano sul loro cammino. In guerra eliminare significa ammazzare .
Stiamo trasgredendo l’articolo 11 della Costituzione?
Far rispettare l’articolo 11 alla lettera (L’Italia ripudia la guerra, ndr) sarebbe ottimo, tuttavia il diritto internazionale, autorizzando l’intervento armato in casi particolari, di fatto permette di aggirare l’articolo 11. Dobbiamo quindi badare alla sostanza, che è quella di far riconoscere a tutti che siamo in guerra, in un teatro di guerra, contro avversari che ci fanno la guerra.
Roberta Zunini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 6th, 2011 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE FINIANA, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA, ATTACCA IL GOVERNO: “GIUSTIZIA MALTRATTATA, ORA IL MINISTRO CAMBI PASSO”… “BASTA PARLARE DI COMPLOTTI E DI GIUDICI COMUNISTI”
Potrebbe dire “io ve l’avevo detto”.
O ancora “è tempo che con Fini chiediamo più risorse”.
O constatare con amarezza che “nei tanti tavoli sulle leggi ad personam non ci si occupa della giustizia per i cittadini”.
Ma Giulia Bongiorno, la responsabile Giustizia di Fli eletta con consenso bipartisan al vertice della commissione Giustizia della Camera, va oltre.
E, in aperta polemica col premier, dice: “Lui parla di complotti e giudici comunisti, anzichè d’efficienza della giustizia”.
Per Alfano l’allarme informatico è chiuso. L’Anm pensava già allo sciopero: preoccupazione esagerata?
“Il ministro dichiara che il problema è superato. Vedremo se la soluzione è definitiva. È impensabile tornare alla preistoria, con annotazioni su registri cartacei; anche perchè manca il personale. Una delle cause della dilatazione dei tempi dei processi è che spesso, alle 14, bisogna sospendere le udienze perchè mancano i fondi per gli straordinari. Senza personale e fondi per l’informatica, il rischio di paralisi è effettivo”.
Il Guardasigilli butta la colpa su Tremonti che stringe troppo i cordoni della borsa. Da 85 milioni di euro nel 2008 ai 27 del 2011. Taglio giustificabile?
“Non ci si può accanire contro la giustizia. E invece la politica continua a maltrattarla, da diverse legislature. Il pensiero che si legge in filigrana è che quei tagli siano ndolori. Ogni tanto sento dire: “Al massimo si lamentano i magistrati”. Ed è sbagliato”.
Perchè?
Dal punto di vista politico, la giustizia non ha appeal. Non ci si rende conto che giustizia, economia e sicurezza sono vasi comunicanti: moltissimi investimenti non vengono fatti in Italia proprio perchè l’imprenditore non si sente tutelato in caso di inadempimenti contrattuali. E non si percepisce che la giustizia rappresenta l’altra faccia della sicurezza: se non si celebrano i processi, i delinquenti restano impuniti e le sanzioni non vengono applicate; la sanzione è un deterrente e la mancanza di sanzioni si trasforma fatalmente in incentivo a delinquere”.
Fini ha spesso chiesto più risorse. Cosa rispondeva Alfano?
Ha sempre garantito il suo impegno. È indubbio che l’attuale situazione economica non lo agevola. Altrettanto indubbio è che il problema si è manifestato da prima di questa legislatura. Tuttavia, a questo punto, mi aspetterei da lui un colpo d’ala.
Ma nei tavoli sulle leggi ad personam l’emergenza di oggi era prevista o denunciata da qualcuno?
In quei tavoli non si parla mai della giustizia in favore dei cittadini, ma di tutt’altro.
Ora c’è solo la lotta per la successione a Berlusconi tra Alfano e Tremonti o la giustizia sta a cuore a qualcuno?
Io ho rapporti con Alfano e non con Tremonti, non ho elementi per fare un confronto. Ma c’è un dato oggettivo: non mi sembra che fino a oggi l’efficienza della giustizia sia stata una priorità assoluta di questo governo.
Dicono all’Anm che così Berlusconi blocca comunque le toghe senza la separazione delle carriere. Sospetto lecito?
No, perchè in certi casi la giustizia riesce a essere – a prescindere dal sistema – molto efficiente. Piuttosto, il punto è che per il premier la priorità è, come spesso ripete, creare un sistema in cui i pm aspettano i giudici dietro la porta con il cappello in mano, come gli avvocati. Per me, invece, la priorità è un sistema efficiente capace di evitare le attese tout court. Se si vuole riformare la giustizia bisogna prima farla funzionare.
Dal 2008 quanto tempo si è speso dietro intercettazioni, blocca-processi, processo breve e quanto nell’efficienza?
La vera nota dolente è questa. Sia in commissione che fuori, si è data precedenza assoluta a questi ddl: credo che un ideale cronometro avrebbe registrato ben poco tempo dedicato ai temi che interessano la collettività . E questo spiega anche perchè respingo l’accusa che mi viene mossa di aver fatto da freno alle riforme. Finora ho letto decine di testi su lodi, intercettazioni e processi brevi. Se, e quando, ci sarà una vera riforma nell’interesse del cittadino, sarò la prima ad applaudire Alfano.
E il complotto giudici-comunisti paventato dal Cavaliere?
È la dimostrazione di quanto sostenevo. Si mettono al centro del dibattito complotti e giudici comunisti, anzichè l’efficienza della giustizia: con il risultato di sottrarre attenzione, tempo ed energia alle questioni concrete e pressanti che riguardano tutta la comunità .
Liana Milella
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 5th, 2011 Riccardo Fucile
DAL PRIMO GENNAIO INTERROTTA L’ASSISTENZA AGLI UFFICI GIUDIZIARI… I MAGISTRATI PARLANO DI “COLPO FINALE” AL FUNZIONAMENTO DELLA GIUSTIZIA E ANNUNCIANO PROTESTE CLAMOROSE…E’ QUESTA LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA ANNUNCIATA DAL GOVERNO DEGLI ACCATTONI?
“Una paralisi complessiva del sistema”, con la “chiusura dei tribunali”, e l’impossibilità per le imprese e i privati di partecipare a gare di appalti e concorsi.
E’ quello che si rischia con il blocco dal primo gennaio scorso dell’assistenza informatica agli uffici giudiziari.
Per questo l’Associazione nazionale magistrati annuncia una “protesta forte e decisa” e parla di “colpo finale” del governo a una “macchina che ha già enormi difficoltà di funzionamento”.
“Altro che riforme, qui c’è il rischio che i tribunali chiudano. Da tempo chiediamo una seria politica che razionalizzi i costi ed eroghi risorse umane e materiali tali da consentire un efficace funzionamento della gisutizia” insiste il presidente del’Anm.
Il grido d’allarme dell’assocaizione trova conferma nelle parole del capo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del ministero della Giustizia Luigi Birritteri, che ammette le difficoltà .
Un intervento fatto dopo la riunione al ministero di via Arenula, alla quale hanno partecipato anche rappresentanti del Viminale per verificare le “possibile ricadute sull’attività di polizia”.
“L’allarme è più che giustificato”, scrive Birritteri. “Voglio, tuttavia, rassicurare
tutti sull’impegno del Ministro per la soluzione del problema in tempi assai brevi”.
Ma le toghe che annunciano la mobilitazione: “la politica del governo fatta di annunci e conferenze stampa mostra scarsa percezione dei veri problemi della giustizia. Il ministro non può parlare di processo breve e poi negare le risorse minime per i sistemi informativi automatizzati. Senza un provvedimento immediato di ripristino della assistenza informatica, torniamo indietro di vent’anni, con danni irreparabili alle indagini, ai rapporti tra polizia e procure e ai processi civili; diventa impossibile la ragionevole durata dei processi. A pagare il prezzo di tutto questo sono i cittadini. Senza rimedi urgenti sarebbe un fallimento per il paese”.
Il governo si riempie la bocca con promesse di modernizzazione della pubblica amministrazione e allo stesso tempo taglia i fondi sui servizi informatici”.
La promessa dell’era digitale, tante volte garantita dal Guardasigilli Alfano, è andata in frantumi.
E tutto non per colpa del ministro, ma del collega Tremonti e del drastico taglio dei fondi al ministero di via Arenula.
Erano 85 i milioni garantiti per le spese informatiche nel 2008.
Sono diventati 58 l’anno successivo.
E ancora sono calati a 45 in quello dopo. Per il 2011 il titolare di via XX settembre ne ha “postati” in bilancio solo poco più di 27.
La conseguenza sarà lo stop a qualsiasi forma di assistenza e manutenzione per l’intero sistema informatico che garantisce la vita della macchina giudiziaria in Italia.
Raccontano di un Alfano furioso con Tremonti per il taglio contro cui il Guardasigilli ha inutilmente protestato. I conti sono fatti: 60mila postazioni, 5mila server, 1.800 uffici in tremila edifici.
L’intera giustizia civile e penale si regge sull’informatica e sull’assistenza che ogni minuto deve essere garantita.
Se questa si ferma, se nessuno aiuta in singolo magistrato o il singolo cancelliere alle prese con un computer che fa le bizze le conseguenze sono irreparabili.
Denunciano gli addetti ai lavori: “i tribunali chiuderanno e se si blocca un ufficio essenziale per la vita del Paese le imprese non potranno più partecipare a una gara di appalto, perchè non avranno la certificazione necessaria. E non si potrà nemmeno iscrivere una causa a ruolo. Lo stesso problema si porrà per chi intende prender parte a un concorso pubblico».
E pensare che il governo degli accattoni aveva posto al primo posto delle priorità la riforma della giustizia.
Ah già , era solo riferita ai processi del premier…
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Gennaio 3rd, 2011 Riccardo Fucile
“NELLE CONTINUE BRUTTE FIGURE DELL’ITALIA IN POLITICA ESTERA, LA COLPA E’ ANCHE DI FRATTINI”… “LA LORO INCAPACITA’ E’ PALESE PER IL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO”… “FRATTINI SI DISTINGUE SOLO PER DICHIARAZIONI QUALUNQUISTE, FA RIMPIANGERE ANDREOTTI”
Non è un gas. Neanche un oleodotto, un programma tv, una macchina da lanciare sul
mercato o una linea di yacht di lusso.
No, per Silvio Berlusconi, Cesare Battisti non incarna alcun interesse economico diretto, da trattare con Putin o Gheddafi.
È “solo” politica “e in questi casi l’attenzione estera di Berlusconi diventa scarsa”.
Battisti, forse, non rientra nelle sue strategie…
Già , è così. Sta di fatto che non è stata tenuta in minima considerazione la posizione dell’Italia rispetto all’estradizione: significa che nonostante i rapporti commerciali tra nazioni siano buoni, quelli politici e diplomatici lo sono meno.
Ovvero?
Che sia il premier che il ministro degli Esteri sono poco autorevoli.
Altre volte ha riscontrato questa poca autorevolezza? Certo, con Putin, sembra tutta un’altra intesa…
Sì, è così, Berlusconi è molto bravo solo quando si deve rapportare con nazioni a lui vicine sul piano imprenditoriale. In quanto ad attività politica, pura, è un disastro.
A cosa si riferisce, in particolare?
In primis alla questione mediorientale, ai rapporti tra Israele e palestinesi: quasi quasi sono costretto a rimpiangere l’azione diplomatica della Prima Repubblica, quella di Andreotti e Craxi. Perlomeno, loro avevano un’idea, capivano la necessità di tutelare ambo le parti.
Ma al premier manca una visione globale, o interviene solo in presenza di un interesse personale?
Tutti e due. Però, attenzione: questa assenza dai grandi scenari dipende anche da un ministro che si fa notare solo per delle dichiarazioni scontate e qualunquiste. In quanto a iniziative: nulla, il vuoto assoluto nello scacchiere geopolitico internazionale.
Come giudica il Battisti-uomo?
Ho un fortissimo rispetto per la normativa che riguarda i rifugiati politici, ma non ho alcuna stima per Battisti, in particolar modo per gli atteggiamenti che ha tenuto sia sul piano processuale, che dopo. Quindi ho tifato apertamente per la sua estradizione, anche perchè le vittime reclamano giustizia. Eppoi, vista la sua storia…
A che cosa allude?
Non gli riconosco alcun alibi da rifugiato politico: non ha neanche la dignità del leader, si evita solo di non fargli fare i giusti conti con la giustizia.
Si spieghi meglio: tra i vecchi brigatisti, chi contrappone a Battisti?
Sicuramente Curcio: lui è un capo politico. Ha passato un numero smisurato di anni in carcere e non ha mai materialmente ucciso nessuno. Però ha guidato un “processo”, ovviamente da condannare, di lotta armata.
Con la questione-Battisti, come ne esce la nostra immagine internazionale?
Siamo in caduta libera, ma non da adesso.
Altri esempi?
Di certo il “bunga bunga” e la spazzatura in Campania. Vede, poi, c’è un fatto…
Quale?
Alla carenza di immagine, corrisponde anche la realtà dei fatti: una fotografia drammatica dell’Italia.
Qual è la vicenda che ultimamente l’ha fatta più vergognare?
Ma da parte di chi?
A lei la scelta…
Mmmmmm, c’è ampio spazio…
Quindi?
Va bene, allora dico Gasparri e la sua dichiarazione rispetto agli arresti preventivi per i ragazzi pronti a scendere in piazza: non capisco come si può arrivare a concepire un’idea simile.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile
UN PAESE SENZA UNA STORIA CONDIVISA NEL PROFONDO, GOVERNI CHE OSCILLANO TRA RETORICA E OPPORTUNISMO…UNA POLITICA DEBOLE CHE NON RIESCE A SPIEGARE LE CIVILI RAGIONI DEL NOSTRO PAESE E SUBISCE PRIMA LA DOTTRINA MITTERAND, POI QUELLA SARKOZY E ORA PURE QUELLA DI LULA
La mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile non è soltanto una sconfitta
diplomatica per l’Italia, ma il certificato simbolico della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.
Un paese abituato a cavarsela con la furbizia, a strappare arrangiamenti, a rendersi concavo con gli interlocutori convessi e convesso con i concavi, ma che quando si arriva al dunque non sa comunicare agli altri le ragioni del suo essere nazione perchè non ha una storia condivisa nel profondo, ma in oscillazione perenne tra la retorica e l’opportunismo.
E tutto ciò, sia chiaro, vale per la destra oggi al governo e per la sinistra che pure al governo c’è stata.
Il riconoscimento dello status di rifugiato politico a Battisti è uno schiaffo a tutto il paese.
La battaglia diplomatica per riavere l’ex terrorista (un criminale comune transitato alla sovversione politica, assassino riconosciuto in ogni grado di processo) trent’anni dopo la sua fuga dall’Italia era difficile, probabilmente impossibile.
Ma in ogni partita, oltre al risultato, conta come si gioca e la consapevolezza della posta in gioco, in questo caso la legittimità del nostro sistema giudiziario che nei riguardi del terrorismo è parte stessa della nostra storia.
Insomma, c’era in gioco l’interesse nazionale.
Ed è proprio quel che non si è visto affermato da noi, nè riconosciuto dagli altri.
Inutili le gesticolazioni dell’ultima ora: quando il presidente del Brasile Inacio Lula è venuto in visita in Italia abbiamo assistito allo spot del presidente del Consiglio Berlusconi che esibiva i giocatori brasiliani del suo Milan e abbiamo saputo che l’argomento Battisti non era nemmeno stato affrontato nei colloqui.
Ma d’altra parte nemmeno Massimo D’Alema (era stato lui stesso a confermarlo) aveva affrontato la questione nel suo incontro conl’ex leader della sinistra sindacale brasiliana divenuto presidente.
E così Lula, con la sua decisione di non estradare Battisti, non ha fatto altro che dar seguito a un sentimento comune, affermatosi a Parigi, trasmesso in Brasile e riverberato tale e quale da media e opinione pubblica sudamericana.
Dagli aneddotici caffè della Rive gauche all’esotica spiaggia di Copacabana è passato il messaggio di un criminale più forte di quello di un paese che doveva invece esigere il rispetto di un sentenza nel nome della sua storia e dei suoi cittadini.
Ma nessun leader italiano ha affrontato a viso aperto la questione.
Inutile — quando perdente e se c’è davvero stato — il lavorìo diplomatico. Melodrammatico e velleitario appare ora l’appello del ministro La Russa al boicottaggio dei prodotti brasiliani.
Il Brasile è un grande paese in piena espansione economica, destinato a guidare il sud del mondo con Cina e India in un futuro prossimo. E Lula di questo paese è stato un leader pragmatico, per nulla incline a sentimentalismi o a nostalgie pseudo rivoluzionarie.
Il fatto che sia proprio lui ora ad accordare lo statuto di rifugiato politico a Battisti che in Italia rischierebbe l’incolumità è una lezione inaccettabile e paradossale considerato lo stato delle carceri brasiliane.
D’altra parte l’equivoco ha radici lontane, almeno dalla metà degli anni Ottanta quando Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, concordò con il presidente socialista francese Franà§ois Mitterrand un accomodamento della situazione dei rifugiati italiani: Parigi avrebbe restituito solo i colpevoli dei “crimini di sangue” e tollerato gli altri purchè deponessero armi, propositi rivoluzionari e vivessero alla luce del sole.
In realtà , come ci raccontò anni dopo Gilles Martinet, allora ambasciatore francese a Roma, Craxi voleva evitare l’imbarazzo di gestire il rientro di ingombranti personaggi, a cominciare da Toni Negri.
Il “florentin” Mitterrand cavalcò la faccenda con cinismo e ipocrisia.
Nacque la “dottrina” intestata a suo nome che consisteva nel respingere ogni richiesta di estradizione, anche quelle per “crimini di sangue”.
Si installò allora tra gli intellettuali e l’opinione pubblica francese il mito dei sovversivi italiani rifugiati nella patria dei diritti civili e braccati da uno stato corrotto, mafioso e sostanzialmente rimasto fascista nel profondo.
Nessuno ha mai spiegato ai francesi che cosa erano stati gli anni di piombo in Italia e come se ne era usciti, in un concorso di solidarietà nazionale che aveva unito il paese.
Cesare Battisti è divenuto il prototipo perfetto del clichè: sottoproletario, criminale comune politicizzato, sovversivo dichiarato, evaso dalle carceri “speciali” e infine scrittore di “polar”, il genere più sociale e, naturalmente, “maledetto”.
Arrivato a Parigi nell’89 e subito arrestato non fu estradato per un vizio di forma. Ma allora il governo italiano non insistette più di tanto. Fino al 2002, quando fu un gardasigilli impolitico come il leghista Castelli a concordare con il collega Perben, per la prima volta dopo tanti anni la lista dei rifugiati da estradare: colpo di spugna sugli altri, ma rientro per una dozzina di assassini condannati.
Tra loro Battisti.
Il suo arresto, nel 2004, ha sollevato il caso che si è probabilmente chiuso per sempre.
Una mobilitazione di intellettuali e politici, un dibattito falso e ridicolo,nessuno che sapesse niente dell’Italia e di cosa era stato il terrorismo, un giornale come l’Humanitè arrivò a scrivere che Battisti era stato condannato da un tribunale militare senza diritto alla difesa.
E pensare che la Francia ha annientato fisicamente i propri, scarsi, terroristi condannati essi sì da un tribunale speciale sull’accusa di una procura speciale.
Anche in questo caso la Rèpublique ha dato lezioni di cinismo e ipocrisia: Battisti è stato dichiarato estradabile dai giudici ma quando il governo stava per emettere il decreto di rinvio all’Italia, l’ex terrorista è stato graziosamente aiutato a fuggire.
Gli uomini dei servizi — è stato lui stesso a raccontarlo — gli hanno fornito due passaporti e consigliato il Brasile.
Da Mitterrand, a Lula, passando per Sarkozy che per opportunismo ha preferito evitare uno scontro frontale con gli amici della sua bella moglie così sensibile all’esprit dei rifugiati.
Le buone e civili ragioni dell’Italia non gliele ha spiegate nessuno.
Cesare Martinetti
(da “La Stampa“)
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Dicembre 21st, 2010 Riccardo Fucile
BEN VENTIDUE SIGLE SINDACALI , DI DESTRA E DI SINISTRA, PROTESTANO “CONTRO IL GOVERNO CHE DA DUE ANNI E MEZZO NON MANTIENE GLI IMPEGNI”….”NO AL DASPO PER I CORTEI, SAREBBE UN BAVAGLIO ALLA DEMOCRAZIA”
Nuovo sit-in ad Arcore, all’esterno della residenza milanese del premier Silvio Berlusconi, dei sindacati del comparto sicurezza (polizia, penitenziaria, forestale e vigili del fuoco): in totale 21 sigle per protestare contro i tagli al settore.
Un presidio era stato organizzato già lo scorso 9 dicembre, preludio della manifestazione di Roma del 13, e oggi in circa 200 sono tornati sotto Villa San Martino per protestare contro il governo che «da due anni e mezzo non mantiene gli impegni».
«Il pacchetto sicurezza è stato convertito in legge, ma purtroppo il nostro emendamento è stato ritirato: permangono quindi i disagi e i tagli alla sicurezza, per questo siamo tornati», dice Santo Barbagiovanni, segretario regionale della Silp Lombardia.
«Abbiamo anche inviato delle letterine al premier per chiedergli che ci regali qualcosa di buono. La categoria è preoccupata – spiega Barbagiovanni – soprattutto di fronte alla possibilità che dopo il 31 dicembre i nostri straordinari rischieranno di non essere pagati. Non è un buon regalo alla categoria e c’è un forte disagio».
«I nostri colleghi stanno tutti i giorni a prendere le botte in piazza o essere additati come comunisti e il governo li ripaga così: i carabinieri poi la pensano esattamente come noi, ma non possono dare voce ai loro disagi. Non si tratta di politica o ideologie, ma di impegni che il governo ha sottoscritto con il comparto e che non ha onorato. Sono fatti oggettivi», conclude il sindacalista, che poi fa un riferimento alle polemiche di questi giorni sulle «misure preventive» ipotizzate per scongiurare incidenti durante i cortei studenteschi: «Non condividiamo nessun tipo di Daspo, la piazza è giusto che esprima la propria opinione. Il bavaglio non è segno di una democrazia vera come quella del nostro Paese».
E sull’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza si è espressa lunedì anche a Camera penale di Milano, sostenendo che «costituirebbe una sicura violazione delle libertà costituzionali, del diritto di manifestare le proprie idee, di riunirsi in luogo pubblico e violerebbe la riserva di giurisdizione prevista dall’art. 13 della Costituzione».
«Resta da scongiurare il pericolo – dice ancora la Camera in un comunicato – che si legiferi, ancora una volta magari con il consenso di tutti i gruppi parlamentari, nel senso indicato da un sottosegretario del ministero dell’Interno».
«Si affievolirebbe in modo significativo e costituzionalmente illegittimo – conclude – quel diritto di critica del cui esercizio, come abbiamo visto, ha goduto anche il sindaco di Roma e che dobbiamo considerare irrinunciabile».
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