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CALDEROLI, IL MINISTRO CHE PROVÃ’ A DARSI FUOCO: PER SFORTUNA DEGLI ITALIANI SENZA RIUSCIRCI

Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile

LA GAFFE CON IL “CORRIERE DELLA SERA” E’ SOLO IL CULMINE DI UNA MEMORABILE SERIE DI AUTOGOL DELL’ODONTOIATRA BERGAMASCO… IL SUO MINISTERO PATACCA CON 73 DIPENDENTI COSTA 2,6 MILIONI DI EURO E FA SOLO SPOT: SE VOLESSE DAVVERO TAGLIARE LE SPESE INUTILI, DOVREBBE ELIMINARE PER PRIMO SE STESSO

C’è un modo per semplificare il governo: eliminare il ministero per la Semplificazione.
Un eldorado romano diretto dal leghista Roberto Calderoli, dove 73 infaticabili filologi esaminano leggi, testi, atti e decreti regi in italiano dantesco.
E poi zacchete: puliscono, tagliano, bruciano.
Il ministro è veloce a infilare trapani e forbici, fedele al suo mestiere originario di odontoiatra a Bergamo: ieri ha confessato al Corriere della Sera di voler chiudere l’ufficio del ministero di piazza San Lorenzo in Lucina a Roma, complice un trasloco di massa di un paio di ministri e del Colle a Milano.
Poi ha capito di averla sparata più grossa che in tante (e notevoli) occasioni precedenti.
E in panico, smarrita la lucidità  che partorì la legge (porcata) elettorale, ha cercato di smentire l’intervista, secondo lui vittima di un’incomprensione, di un’interferenza telefonica tra un comizio e una tavolata.
La direzione del Corriere risponde con un comunicato, Calderoli annuncia querela e il direttore Ferruccio de Bortoli raddoppia: “Le confermo quanto le ho già  scritto. Raramente mi è capitato di avere a che fare con una persona confusa e in malafede come lei, ma ormai non mi stupisco più di nulla. Sa che le dico? La querela la faccio io. E le chiederò anche i danni per le troppe interviste che generosamente le abbiamo fatto in questi anni”.
Un numero che sarà  abbondante, eppure mai pari ai tagli del Semplificatore. Nessun regista americano si sarà  accorto di una scena memorabile, ancora a disposizione di chi adora l’azione e le facce drammatiche: il ministro Calderoli che, in giacca di pelle e cravatta verde di ordinanza, dà  fuoco a un muretto di cartoni contenenti 29.100 leggi inutili.
Un bel falò di 375.000 fascicoli e fogli che Gian Antonio Stella, un anno fa sul Corriere, calcolava in una sforbiciata al minuto del super-eroe Calderoli. Mentre il governo sfornava pacchi di nuove leggi e nuovi articoli ugualmente incomprensibili.
L’avviso di sfratto (a mezzo stampa) del ministro per il palazzo di San Lorenzo in Lucina è andato perso.
I 73 dipendenti del ministero per la Semplificazione erano momentaneamente assenti o irraggiungibili. Tutti.
Compreso il sottosegretario Francesco Belsito, la folta pattuglia della struttura di missione, la segreteria tecnica, un doppio ufficio stampa, portavoce e collaboratori.
Un encomiabile guardiano, di passaggio al capezzale di Calderoli, ci guarda con aria esterrefatta: “Che vuole? Oggi è venerdì di ballottaggio. C’è solo la sorveglianza”.
Sul sito del ministero benedicono l’operazione Taglialeggi, scritta con la maiuscola: “Via 411.298 atti per un risparmio di carta di 75,6 milioni l’anno”.
E ricordano che restano 10.000 leggi in pericolo, che diventeranno presto 5.000.
Ma come fa Calderoli a infiammare una norma al minuto e dove ha preso 411.298 atti?
Deve rallentare, altrimenti manca legna per ardere.
Forse domani Calderoli rettificherà  la rettifica, i 73 di San Lorenzo in Lucina saranno salvi e con loro i 2,6 milioni di euro per pagare stipendi e cancelleria. L’impresa titanica è un’altra: come semplificare Calderoli.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PER LA MORATTI UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA 15 MILIONI DI EURO, PISAPIA SPENDE UN DECIMO

Maggio 22nd, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LA SCONFITTA AL PRIMO TURNO LA MORATTI HA MESSO SUL TAVOLO UN ALTRO MILIONE DI EURO PER LA RIMONTA…IL DETTAGLIO DEL DILUVIO DI QUATTRINI INVESTITI PER LA RICONFERMA A SINDACO, TRA FESTE, MANIFESTI, BANCHETTI, APPOGGIO ALLE LISTE COLLEGATE, SPAZI PUBBLICITARI

Cinque anni fa, per il suo debutto come candidata sindaco, Letizia Brichetto Arnaboldi dichiarò di aver speso, per la campagna elettorale, 3.642.900 euro. Una cifra più alta, invece, risultò tra le “erogazioni liberali” a partiti e enti depositate alla Camera: Gianmarco Moratti aveva donato 6.335.000 euro al comitato elettorale della moglie.
Quelle cifre, per quanto milionarie, oggi scolorano.
Soltanto in fatture ufficiali, entro lunedì prossimo, i Moratti e il Pdl avranno speso oltre quindici milioni.
Inutile fare calcoli, pensare cosa si potrebbe comprare con tutti quei soldi: finora non sono serviti ad assicurare la vittoria al primo turno.
Bilanci depositati alla mano, la seconda campagna elettorale di Letizia Moratti è già  costata 7 milioni e mezzo, al netto del milione in più che si presume stia spendendo in questi giorni di feroce rincorsa del suo avversario Giuliano Pisapia. Il Pdl, partito di cui la Moratti ha preso la tessera, non è da meno: nel bilancio preventivo depositato per legge all’Albo pretorio, il partito ha dichiarato 3 milioni di spesa.
In più, per non sbagliare, ha aggiunto anche 500mila euro per la campagna elettorale nei consigli di zona cittadini: nove zone, 4.500.000 euro.
Soldi sprecati, si potrebbe dire: perchè il centrodestra ha perso in tutte le circoscrizioni.
Costa organizzare cene elettorali, inondare la città  di maxi manifesti, comprare i gazebo con schermi al plasma e biliardini.
Nel preventivo – la Moratti l’ha depositato solo dopo Pisapia che, con l’intera coalizione, non superava il milione e mezzo – per la «produzione, l’acquisto o l’affitto di materiale e mezzi di propaganda» è iscritta la spesa di un milione.
Altri due sono serviti per distribuire questo materiale e per comprare spazi su radio, tv, giornali, cinema, teatri.
Con un milione e 350mila euro è stato pagato il «personale utilizzato e ogni prestazione o servizio inerente alla campagna»: dai comunicatori agli pseudo-volontari per i gazebo.
Letizia – anzi, Gianmarco – non ha però solo pagato la sua campagna elettorale di 4 milioni e mezzo ufficiali.
Ha pagato una cena elettorale per mille donne e ha finanziato le tre liste civiche che l’hanno sostenuta, con risultati in gran parte deludenti.
I “Giovani per Expo” hanno preventivato una spesa (che dovrà  poi essere ritirata, fra un mese, con le fatture reali) di 970mila euro: la lista ha preso 1208 voti, come dire che convincere ogni elettore è costato 803 euro.
Fuori da queste cifre, per ammissione della stessa Moratti, è il libro patinato inviato a 600mila famiglie sui “Cento progetti realizzati” dalla giunta.
La tesoreria del Pdl, invece, dovrà  saldare il conto della festa di fine campagna di otto giorni fa: 180mila euro per riempire via Dante di tavolate di cibo e bevande, con concerto di Ron, Meneguzzi e Scanu.
Ma tutto questo, come si è visto, non è bastato.
Ora servono nuovi sforzi. E nuovi, massicci investimenti.
Dopo il divorzio consensuale con la Sec, società  di comunicazione vicina a Cl che non aveva condiviso la strategia della Moratti di accusare con falsità  Pisapia, la Moratti ha rivoluto accanto a sè un vecchio amico, Paolo Glisenti (e il suo braccio destro Roberto Pesenti): per lui, si dice, niente assegno milionario, ma la promessa – visto che, comunque, la Moratti resta commissario di Expo – di un ritorno nel board dell’evento da cui si dovette dimettere per le troppe polemiche anche legate al suo presunto stipendio di 750mila euro l’anno (come consulente della Moratti in Comune, ha invece di certo preso di soldi pubblici 472.200 euro in tre anni).
Con un congedo dal suo incarico in Amsa è arrivato – e non gratis – per occuparsi del web un altro ex uomo della Moratti, Filippo De Bortoli.
Sta partendo, poi, la nuova tranche di affissioni, volantini, spot, che costerà  all’incirca mezzo milione.
E per tentare di riempire le piazze – visti i precedenti poco lusinghieri – si cercano artisti disposti a mettere la faccia (a pagamento, s’intende) per concerti pro-Moratti.
Tre eventi con contorno di gadget e buffet, in tre periferie.
Costo stimato: 100, 150mila euro per ognuno.

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NO PINOTTI NO PARTY: FUTURO E LIBERTA’ RICORDA ALLA SINISTRA CHE ESISTONO ANCHE GLI “ULTIMI”

Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile

OLTRE 300 INVITATI DELLA GENOVA BENE HANNO CELEBRATO I 50 ANNI DELLA SENATRICE PD NEL LUSSUOSO CONTESTO DI VILLA ROSETTA… FUORI   VOLANTINAVANO LE DONNE FUTURISTE CON UNA DELEGAZIONE DI RAGAZZE MADRI, SENZA CASA, PRECARIE, DISOCCUPATE, EX TOSSICODIPENDENTI…. CLAMOROSO SUCCESSO DELLA MANIFESTAZIONE DI FLI: CENTINAIA DI PERSONE SOLIDALI CONTRO LA CASTA

“Oltre 300 invitati sono arrivati alla spicciolata a Villa Rosetta, lascito affidato all’Istituto Don Orione a Mulinetti di Recco; ad accoglierli la senatrice Pd Roberta Pinotti, nonostante le polemiche seguite a questo suo raffinatissimo party per festeggiare i cinquant’anni.
Dentro la villa agenti della Digos e all’esterno body guard a controllare, lista degli invitati alla mano, gli ospiti.
Una decina, all’esterno, le persone disagiate che con la loro silenziosa presenza vogliono ricordare alla senatrice che esistono ragazze-madri senza casa, precari, disoccupati, giovani che tentano il recupero dalla droga o dopo avere conosciuto il carcere minorile.
Con loro Paola Cassinelli Del Guercio a testimoniare, per le donne del Fli, la situazione degli “ultimi”.
(da Levante News)

“Roberta Pinotti non ha proprio l’atteggiamento della regina della festa per i suoi 50 anni, celebrati nella nobile dimora di Villa Rosetta, a Mulinetti.
C’è quasi tutto il Pd, ma anche papabili per prossime nomine e poi un po’ tutte le cariche cittadine, dal presidente del porto a quasi tutti gli assessori regionali.
Dell’imminente corsa per le elezioni genoovesi nessuno parla.
Forse per la protesta che hanno inscenato le donne di Futuro e Libertà , l’argomento resta tabù.
Là  fuori, oltre il cancello, Paola Del Guercio (ispirata al blitz nei giorni scorsi da un ex missino doc come Riccardo Fucile) insieme ad altre ragazze porge volantini agli invitati.
Dicono che un parlamentare del Pd offende i cittadini spendendo cosi tanti soldi per una festa.”
(da il Secolo XIX)

Sull’iniziativa di Fli torneremo in dettaglio, anche alla luce dell’incredibile successo che ha riscosso in città , con congratulazioni che arrivano da destra e da sinistra, ma soprattutto da tanti cittadini comuni.
L’amica Paola è stata sommersa da centinaia di sms, fermata per strada da tanti genovesi che volevano dirle: “finalmente una destra vera, diversa, che si occupa della povera gente”.
E tra chi si dichiara d’accordo ci sono anche esponenti politici del Pdl e del Pd, non diciamo altro.

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TRACOLLO SGARBI A RAI1, SUBITO SOSPESO IL PROGRAMMA: APPENA DUE MILIONI DI TELESPETTATORI E L’8,27% DI SHARE

Maggio 20th, 2011 Riccardo Fucile

UN RISULTATO NETTAMENTE AL DI SOTTO DELLA MEDIA DEGLI ASCOLTI DELLA RETE IN PRIMA SERATA…SPUTTANATI 8 MILIONI DI EURO, DI CUI PARE 1 MILIONE A SGARBI CHE VERRA’ PAGATO LO STESSO…ALLA FINE DELLA DEBACLE TUTTI A FESTEGGIARE A CASA BERLUSCONI

L’ufficio stampa della Rai annuncia la sospensione del programma.
«La decisione – si legge nel comunicato – è stata comunicata al Professor Sgarbi che l’ha condivisa».
La sospensione del programma è legata esclusivamente ai bassi ascolti ottenuti mercoledì sera nella puntata di esordio.
È questa la motivazione che viene fornita in ambienti aziendali.
Si sottolinea inoltre, apprende l’Agi, che la sospensione in realtà , riguarda una sola puntata perchè ne erano previste due in questa fase, per poi ripartire a settembre con altre quattro.
Il risultato di mercoledì è fortemente penalizzante per la Rete ammiraglia rispetto al trend del periodo di garanzia (di solito almeno il doppio).
Di qui la decisione di sospendere subito il programma.
Dopo il flop cresce la polemica su quanto è costato il programma: sembrerebbe un milione di euro solo per Sgarbi e otto milioni per tutte le puntate.
Il conduttore però smentisce e parla di 500 mila euro per tutte le cinque puntate. Il contratto con Vittorio Sgarbi, secondo quanto scrive l’Agi, sarà  onorato.
Marco Travaglio si è lasciato andare a una lunga risata: «Spero che adesso sia verificato quanto il costosissimo programma di Sgarbi in prima serata su Rai1 abbia fatto perdere alla Rai».
Luca Borgomeo, presidente dell’ associazione di telespettatori cattolici Aiart, si chiede «quanto è stato speso per un programma bloccato ancor prima di nascere?   “Uno spettacolo – osserva in una nota – per tanti versi noioso, con pochi spunti originali. Il tempo dei telepredicatori è finito».
«Pensavo ad un risveglio diverso, invece di un matrimonio è stato un funerale ed è difficile capirne le ragioni» è il primo commento di Sgarbi in conferenza stampa.
«Chi l’ha visto e Melania – ha aggiunto – sono di interesse superiore rispetto alla difesa del paesaggio. Forse sul paesaggio dovevamo fare una puntata di Chi l’ha visto».
Poi l’ammissione di colpa senza dimenticare le forte noti polemiche: «E’ colpa mia. Ho sbagliato io a imporre un meccanismo narrativo non da prima serata. La Rai vuole il giallo di Avetrana, le escort di Berlusconi, gli omicidi, non è interessata alla cultura».
Punti di vista.
Sui costi il critico d’arte si giustifica: «I costi della mia trasmissione sono i costi della cultura. Anche Pompei costa. Purtroppo la cultura costa e costa anche in televisione. Non è Chi l’ha visto».
E qua Sgarbi offende l’altrui intelligenza.
Al termine della sua trasmissione, il critico televisivo, «accompagnato da tutta la redazione», è andato «per un brindisi, una festa a casa del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi».
Di più. «Berlusconi – ha raccontato Sgarbi – era compiaciuto per la trasmissione. Ha fatto alcune osservazioni tecniche, da uomo di televisione, sul programma: ha parlato dei ‘tempi televisivi’, ha criticato l’uso e il volume dei microfoni, che non facevano capire bene le parole, ma soprattutto era compiaciuto», ha insistito Sgarbi a più riprese, del fatto che «per una volta fosse assolutamente tranquillo che non si parlava di lui in un programma televisivo».
La ‘rivelazione’ di Sgarbi ha innescato una querelle con alcuni giornalisti presenti, che hanno definito «anomalo» il fatto che al termine di un programma, peraltro rivelatosi fallimentare in termini di audience, tanto da portare a una immediata chiusura dopo la prima puntata, tutta la redazione fosse andata a festeggiare a casa del premir.
«Non c’è niente di anomalo – ha insistito Sgarbi – perchè Silvio Berlusocni è un mio amico. È anzi logico andare a festeggiare a casa di un amico”.
Ora così è chiaro a tutti chi ha imposto la trasmissione di Sgarbi a Rai 1

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CAMERA E SENATO, I NUOVI SPRECHI: “PARLAMENTO CHANNEL”, DUE TELEVISIONI CON TECNOLOGIA DIGITALE

Maggio 11th, 2011 Riccardo Fucile

SI PENSA A REDAZIONI E PROGRAMMI, TRATTATIVE IN CORSO CON LA RAI…MA IL NOSTRO PARLAMENTO NON HA NIENTE DI PIU’ UTILE DA FARE CHE PENSARE A UNA RETE TELEVISIVA?…GIA OGGI SI SPENDE QUASI 1 MILIONE DI EURO PER TRASMETTERE LE SEDUTE

Che di questi tempi l’immagine del Parlamento italiano sia un poco appannata non è una novità .
Del resto lo fanno capire senza reticenze i suoi stessi inquilini.
Qualche mese fa il presidente della Camera Gianfranco Fini si è lamentato che ormai l’attività  è ridotta all’osso con i deputati che arrivano a Roma il martedì e ripartono il giovedì, mentre il premier Silvio Berlusconi è arrivato a proporre per evitare sterili lungaggini di far votare i soli capogruppo.
«Le assemblee pletoriche – ha chiosato – sono assolutamente inutili e addirittura controproducenti. Pensate che ci sono 630 parlamentari quando ne basterebbero 100».
Cosa c’è allora di meglio, per risollevare la reputazione della nostra politica nella quale apparire è quasi tutto, di un bel canale televisivo?
Anzi, due canali. Uno per la Camera e uno per il Senato.
Direte: è uno scherzo. Niente affatto.
Quel progetto esiste da tempo e ora, grazie al digitale terrestre, sta entrando nella fase concreta.
Da qualche giorno a Montecitorio, dove gli esperti di comunicazione non mancano davvero, si è sentito il bisogno di ingaggiare per la bisogna anche un consulente esterno.
Si chiama Pino Caiola: in passato ha lavorato a Telepiù, è stato il responsabile della comunicazione del gruppo parlamentare di Forza Italia e più recentemente portavoce del ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito.
Collaborerà  con la commissione interna incaricata di seguire le questioni della comunicazione, affidata al vicepresidente Maurizio Lupi, che si occupa anche delle faccende relative all’etere.
Palazzo Madama ha invece una struttura dedicata specificamente all’argomento.
È il «Comitato per lo sviluppo della comunicazione radiotelevisiva del Senato» costituito già  nel luglio del 2009 dal consiglio di presidenza, del quale fanno parte il questore Benedetto Adragna, la vicepresidente Emma Bonino, e poi i senatori Alessio Butti, Silvana Amati, Paolo Franco e Lucio Malan.
Le trattative con la Rai, che dovrebbe fornire la piattaforma tecnologica, procedono sulla base di varie opzioni, non esclusa quella di un canale comune per le due Camere.
Forse la meno insensata (pure ammettendo che tutto ciò possa avere un senso) ma certo la meno praticabile.
Il capo ufficio stampa della Camera Giuseppe Leone si dice sicuro che il tema sarà  oggetto di consultazioni fra Montecitorio e Palazzo Madama.
Resta il fatto che l’ipotesi di un unico «Parlamento channel», con Camera e Senato gelosissimi delle rispettive prerogative, che hanno impiegato anni soltanto per aprire una porta fra le loro due biblioteche, sembra piuttosto remota.
A chi toccherebbe il direttore?
E i dirigenti, in che modo verrebbero scelti?
Senza entrare nel merito del palinsesto: chi ne avrebbe la responsabilità , e come potrebbe conciliare le rispettive esigenze?
Domande certamente cruciali.
Anche se ancora prima di queste ce ne sarebbe una fondamentale: il nostro Parlamento non ha niente di più utile da fare che pensare a una rete televisiva?
A che cosa servirebbe, o meglio «servirebbero», visto che potrebbero essere addirittura due?
E poi, a parte le ovvie considerazioni sull’audience, la Camera e il Senato forse non hanno già  le proprie tivù?
Da anni trasmettono su Internet e sul satellite la diretta delle sedute, con una spesa non proprio trascurabile.
L’affitto dalla Rai della sola frequenza satellitare costa 395 mila euro l’anno alla Camera e 384.000 al Senato.
Poi ci sono 30 mila euro circa per la web tivù, le spese per i dipendenti, l’elettricità , le attrezzature.
Somme destinate a moltiplicarsi per svariate volte nel caso in cui andassero in porto i progetti dei nuovi canali digitali terrestri.
Stime non ne esistono ancora. Ma che non si sborserebbero bruscolini è intuibile.
Si tratterebbe di due reti tv in piena regola, con strutture organizzative, redazioni, programmi… E i costi non sarebbero che uno dei problemi.
Si possono solo immaginare le difficoltà  di realizzazione nel Paese del manuale Cencelli.
Per non parlare del personale necessario.
C’è da dire che già  adesso gli apparati di comunicazione non sono propriamente esili.
Gli uffici stampa di Camera e Senato hanno strutture imponenti.
A Montecitorio ci sono un direttore e cinque capiredattori: e poi documentaristi, segretarie e commessi. Per un totale di 35 persone.
A Palazzo Madama lo staff della comunicazione, che comprende un capo ufficio e tre vicedirettori, arriva invece a una trentina di unità .
Due piccoli eserciti.
Numeri che oggi si giustificherebbero, questa è almeno la vulgata, con la singolare situazione della rassegna stampa.
Appaltata all’esterno ma di fatto confezionata all’interno.
Camera e Senato hanno in essere uno storico contratto «necessitato» (così si definiscono quelli che hanno un fornitore obbligato) con una società  specializzata, l’Eco della Stampa, che fornisce ogni giorno per via telematica centinaia di articoli.
Un semilavorato poi scremato dagli uffici che provvedono ad assemblare la rassegna vera e propria.
Tutto questo con un costo pari a 204 mila euro l’anno per il Senato e 427.000 per la Camera.
Per un totale di oltre 630 mila euro.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)

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IL COMPLEANNO DA 30.000 EURO DELLA SENATRICE PD ROBERTA PINOTTI: UNO SCHIAFFO ALLE FAMIGLIE GENOVESI IN DIFFICOLTA

Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile

PREPARA LA CORSA A SINDACO DI GENOVA NELLA CORNICE ESCLUSIVA DI VILLA ROSETTA A MULINETTI… OLTRE 250 INVITATI PER QUELLO CHE LA STAMPA DEFINISCE UN “GRANDE EVENTO MONDANO E POLITICO”… LA DITTA DI CATERING CHE GESTISCE LA VILLA E I COSTI DELLA CENA…E’ QUESTA LA SINISTRA DEI LAVORATORI, DEI PRECARI E DEGLI INDIGENTI?

Non sarà  propriamente una cena per pochi intimi e neanche una festa tra cassa integrati.
Non sarà  rivolta ai giovani precari e alle donne disoccupate che spesso cita nei suoi interventi politici.
Non avrà  come location la Sala Chiamata del porto o le aziende in crisi del ponente genovese.
Il prossimo compleanno della senatrice genovese del Pd Roberta Pinotti che festeggerà  i suoi “primi 50 anni” sta assumendo la dimensione di un grande evento mondano e politico.
Una lunga lista di invitati eccellenti del mondo politico e imprenditoriale renderanno omaggio il 20 maggio alla senatrice che potrebbe lanciare così la sua candidatura a sindaco di Genova.
Non a caso tra i 250-300 invitati non figura l’attuale sindaco della città , Marta Vincenzi, stesso partito, ma in rotta di collisione con la Roberta e una buona parte della nomenklatura piddina genovese.
E’ indicativo il luogo prescelto per la festa di compleanno: la splendida Villa Rosetta a Mulinetti, a pochi chilometri da Recco, con vista mozzafiato sul mare.
Un luogo da Vip, un ambiente ricercato ed esclusivo, prescelto per matrimoni e cerimonie dall’alta borghesia genovese.
Leggendo il quotidiano locale, il Secolo XIX, viene evidenziato che la villa è un lascito della famiglia Queirolo Caffarena all’opera Don Orione e che in passato è stata pure sede distaccata del Centro di Solidarietà .
Probabilmente al Secolo XIX è stata passata la notizia per dare una immagine in fondo edulcorata, quasi che si fare una festa in quel luogo corrisponda a una opera pia.
In realtà  la completa gestione della villa è stata da tempo affidata a una ditta specializzata di catering che stabilisce i relativi prezzi, certamente adeguati alla cornice e al servizio, ma non proprio proletari.
A parte l’affitto della location esiste poi un tariffario per la cena, con relativi orari di impegno del personale.
Il compleanno della Pinotti dovrebbe alla fine costare intorno ai 30.000 euro alla luce dei 250-300 invitati, forse anche qualcosa di più, dato che si parla di 100 euro a persona, esclusi gli extra servizi.
Fermo restando che ognuno è libero di impegnare le cifre che vuole e può, sarebbe interessante conoscere il parere della base elettorale del Pd che rincorre il voto dei ceti popolari e di tante famiglie genovesi che non riescono ad arrivare alla fine del mese.
E’ questa la sinistra dei precari, dei lavoratori, di chi spera nel cambiamento?
Sono questi i vezzi e le abitudini della casta politica di riferimento?
In momenti difficili come questi, è opportuno far veicolare un messaggio di opulenza e sprechi che rappresentano uno schiaffo per tanti genovesi indigenti?
Che città  vuole rappresentare la Pinotti e il Pd?
Quella dei salotti buoni o quella del popolo?

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CACCIA AGLI SPRECHI, TRA AUTO BLU E OPERE INCOMPIUTE: DOPO TRE ANNI ARRIVA IL RAPPORTO GIARDA

Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile

SUL TAVOLO DI TREMONTI IL PROGETTO PER TAGLIARE GLI SPRECHI: BOCCIATO IL METODO DEI TAGLI LINEARI E A PIOGGIA… ATTESI TRE ANNI PER AVERE IL QUADRO TEORICO, QUANTI NE TRASCORRERANNO ORA PER L’INTERVENTO REALE?

Tra una decina di giorni il ministro dell’Economia si ritroverà  sulla scrivania il primo rapporto analitico su come tagliare la spesa pubblica.
Lo studio suggerirà  come snellire il bilancio dello Stato mettendo al bando le inefficienze: dagli sprechi delle auto blu, ai farmaci che in alcune regioni raggiungono costi esorbitanti; dalle tecnologie a volte obsolete a volte troppo sofisticate, comunque poco adatte alle capacità  dei dipendenti; fino agli enti inutili e mai estinti.
Ci sono voluti tre anni per avere un quadro della situazione?
Non erano già  stati garantiti da Calderoli interventi in tal senso?
Nulla, siamo sempre alla fase teorica: se per quella ci sono voluti tre anni, per quella pratica chissà  quante altre chiacchiere dovremo ascoltare.
Giulio Tremonti aveva affidato questa gravosa analisi ad un tecnico bipartisan tra i più accreditati in via Venti Settembre: Piero Giarda, dal 1996 sottosegretario alle Finanze nel primo governo Prodi, è oggi coordinatore del “Gruppo di studio sulle voci di spesa nel bilancio pubblico”.
Il lavoro in verità  mette in discussione il metodo Tremonti, quello dei “tagli lineari” e indiscriminati ai bilanci ministeriali che tante polemiche sta suscitando.
Suggerisce, semmai, la strada inglese della selezione delle spese (“spending review”).
Soluzione – spiega il rapporto – che porterebbe a “cancellare interi pezzi dell’intervento pubblico perchè non più rilevanti”.
All’interno dello studio di 40 pagine sono elencati orrori burocratici degni suddivisi in tre grandi categorie: inefficienze produttive, gestionali ed economiche.
Ecco alcuni esempi: due o più impiegati per svolgere mansioni che talvolta nemmeno necessitano di intervento umano; l’uso spregiudicato di costose auto blu, oppure di risorse e mezzi pagati profumatamente dallo Stato. L’analisi promette di indicare opere pubbliche vitali con cantieri semideserti, e opere inutili ben sovvenzionate, portate a temine con incredibile (e sospetta) celerità .
La Relazione della Corte dei Conti del 2009 segnala già  casi clamorosi di spreco.
Uno dei temi centrali è quello delle auto blu, un disastro tutto italiano nel quale il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, promette da tempo di mettere le mani.
In questo ambito, l’obiettivo resta quello di tagliare la spesa annua di almeno la metà  entro il prossimo anno.
Perchè le uscite, in questo specifico settore, raggiungono la ragguardevole cifra di 4 miliardi l’anno.
Sono soldi spesi per mantenere in vita il sistema dei “taxi” di Stato, 10 mila dei quali sono a completa disposizione del mondo politico.
Secondo lo studio messo a punto dalla Pubblica amministrazione, in Italia le auto blu da tagliare sono 90 mila.
Meglio puntare – si suggerisce – sulle più convenienti formule “tutto compreso” offerte dai noleggiatori di flotte auto.
Altra battaglia che si annuncia durissima per i tecnici di Tremonti è quella dei farmaci.
Un recente studio del Codacons punta l’indice proprio sui costi esorbitanti in alcune regioni: in Sicilia, ad esempio, i medicinali costerebbero più che nel resto d’Italia, con scarti che vanno dai 20 euro ai 250 euro.
Sullo sfondo l’analisi lascia intendere che solo il taglio degli sprechi di Stato potrebbe portare ad un alleggerimento delle tasse.
Tasse che sono una delle maggiori zavorre per l’economia italiana.
Da un lato, scoraggiano gli imprenditori dal rischiare denaro in nuove attività . Dall’altro, lo Stato spende tanti soldi riscuotere i tributi: e gli oneri – a volte – sono superiori ai benefici incassati.

Lucio Cillis
(da “La Repubblica“)

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CNEL, IL CIMITERO DEGLI ELEFANTI: COSTA 20 MILIONI L’ANNO E NON SERVE A NULLA

Maggio 7th, 2011 Riccardo Fucile

NESSUNO PERO’ LO VUOLE ABOLIRE PERCHE’ I PARTITI CI MANDANO A SVERNARE I PROPRI NOTABILI A FINE CORSA… STIPENDI, GETTONI, RIMBORSI SPESA, INDENNITA’: UN FIUME DI SPRECHI…E PERSINO DEI REVISORI DEI CONTI CHE SONO ANCHE CONSIGLIERI: CONTROLLORI CHE CONTROLLANO E STESSI

Parliamo di 2104,55 euro   al mese.
Con l’unica incombenza, ogni trenta giorni, di una riunione dal titolo spesso pensoso, ma che solo raramente riesce a tagliare il traguardo dei centottanta minuti di durata: vuol dire che, in media, il tassametro scatta di 11,6 euro ogni 60 secondi.
Titolari della fortunata rendita sono i 121 italiani che popolano il parlamentino del Cnel.
L’acronimo sta per Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, un oggetto poco noto citato dai sussidiari con la definizione di organo di rilevanza costituzionale.
Di fatto il Consiglio, il cui presidente sarebbe secondo alcune ardite interpretazioni la quarta carica dello Stato, non conta un fico secco e detiene da anni un’incontrastata leadership sull’affollato mercato nazionale dell’aria fritta.
Gli acuminati pareri che dispensa a termini di statuto vengono ignorati con puntualità  e, solo perchè sempre elegantemente rilegati, finiscono a far bella mostra nelle librerie dei professori universitari.
Quanto alle proposte di legge, in mezzo secolo i consiglieri ne hanno faticosamente messe a punto undici (alcune di portata storica, come quella sulle agevolazioni bancarie ai pescatori).
Considerando che il Cnel brucia poco meno di 20 milioni di euro l’anno, si può calcolare che in media ciascuno degli elaborati sia costato alle tasche dei contribuenti qualcosa come 100 milioni.
In compenso, nessuno ha mai tagliato il prestigioso traguardo dell’approvazione parlamentare.
“C’è sempre una prima volta”, ha detto tutto serio Antonio Marzano, tessera numero nove di Forza Italia e non indimenticato ministro delle Attività  produttive, cui è toccata in sorte la presidenza del Cnel (con la relativa auto di servizio).
Nella contabilità  parlamentare le proposte con il timbro del Cnel sono molte meno di quelle che chiedevano l’abolizione del Consiglio.
Massimo D’Alema, per esempio, ci si era messo di punta ai tempi della Bicamerale.
E infatti la commissione ha chiuso i battenti e il Cnel sta sempre lì, a villa Lubin, un sontuoso edificio tutto scaloni, soffitti intarsiati e guide rosse nel cuore di villa Borghese, a Roma.
Ma il leader del Pd non è stato certo l’unico a cercare di tagliare lo spreco (sia pure fornito di dignità  costituzionale).
Ha scolpito con involontario umorismo Marzano: “Si vede che diamo fastidio”. E vai a capire a chi.
Che il Cnel non fosse destinato a diventare una vera e propria macchina da guerra lo si era capito fin dall’inizio.
Istituito nel 1948, è entrato in funzione solo dieci anni dopo, trasformandosi rapidamente in una riserva per burocrati rottamati dal pletorico sistema nazionale delle relazioni industriali, in testa ex leader sindacali e imprenditoriali.
Il veterano è Raffaele Vanni, classe 1922, segretario della Uil negli anni in cui al festival di Sanremo trionfavano Johnny Dorelli e Domenico Modugno con “Nel blu dipinto di blu”: s’è accomodato sul suo scranno alla prima consiliatura e non s’è mai più alzato.
Ma della compagnia fa parte anche Emma Marcegaglia.
Secondo alcuni, la presidentessa degli imprenditori (che, in quanto tale, per tradizione fa parte del Cnel come gli altri capi di sindacati e associazioni) ha partecipato solo alla prima seduta del nuovo Consiglio.
Altri sono pronti a giurare d’averne intravista la spigolosa sagoma anche in una seconda occasione.
E chissà  se la signora dell’acciaio, alla testa di un gruppo che fattura qualcosa come 3,5 miliardi di euro, alla fine del mese manda l’autista a ritirare l’assegno (ridotto nel 2011 del 10 per cento, in nome dell’austerità  decisa lo scorso anno dai parlamentari).
Già , perche quello dei consiglieri del Cnel non è uno stipendio, ma è più simile a un appannaggio: spetta anche a chi non si presenta mai al lavoro e subisce come unica penale un taglio dell’importo pari al 15 per cento.
Non esattamente un dramma per lady Confindustria.
Se la partenza non è stata proprio bruciante, non è che il Cnel abbia poi di troppo accelerato i tempi di marcia.
Basta pensare che ogni cinque anni la procedura per il rinnovo del consiglio dura nove mesi e fa impallidire il ricordo del manuale Cencelli della politica.
Il punto di partenza è una griglia compilata sulla base della rappresentatività  delle diverse sigle e siglette del mondo imprenditoriale, sindacale, artigianale, professionale e chi più ne ha più ne metta.
Poi si attende che gli scontenti della spartizione presentino ricorso al Tar e che i giudici mettano il loro sigillo sulle decisioni finali (nell’ultima tornata, nel 2010, s’è arrivati a un diluvio di carte bollate per l’assegnazione di una decina di poltrone su 121).
Un posto nell’Eldorado del Cnel fa gola a tutti.
Per i consiglieri, infatti, non c’è solo l’assegno mensile (che sale a 2.540 euro per i dodici presidenti di commissione e a 3.409 per i due vicepresidenti: tutti dotati di ufficio).
Ogni volta che vengono a Roma per una riunione del consiglio o di uno dei suoi organi i non residenti hanno diritto a un rimborso spese.
E in più ricevono un’indennità  giornaliera di missione di 112,51 euro, decurtata del 30 per cento se presentano anche il conto di un albergo.
Ma le cose potrebbero presto cambiare. In meglio, s’intende.
Alta s’è infatti levata nei mesi scorsi la protesta dei consiglieri romani: l’indennità  di missione la vogliono anche loro e alla fine, c’è da giurarci, l’avranno.
Così come magari riusciranno a ottenere la cancellazione di quella norma del regolamento che ai più pare come un inutile eccesso di severità : le ricevute delle spese di viaggio, recita implacabile il secondo comma dell’articolo 3, devono portare la stessa data della riunione per la quale vengono esibite alla cassa.
Il presidente, almeno moralmente, è certamente con i suoi: “Credo si possa tranquillamente convenire”, ha proclamato di recente, “che le indennità  dei consiglieri non sono una grande retribuzione a fronte del lavoro svolto”.
Non è un caso, ha proseguito senza tradire alcuna ilarità , se il Cnel è stato eletto alla presidenza dell’associazione che riunisce una settantina di analoghi organismi in tutto il mondo.
Sarà  senz’altro per questo che, più di recente e in base a una logica stringente, ha chiesto di rendere obbligatori i pareri non vincolanti del Cnel al Parlamento.
Sul bilancio di villa Lubin, che dallo Stato incassa come dotazione ordinaria 18 milioni e 270 mila euro, vigila un collegio di tre revisori dei conti.
Detta così, sembra quasi una cosa seria.
Non lo è: i sedicenti occhiuti controllori altro non sono che componenti di quello stesso consiglio alle cui spese dovrebbero fare le pulci.
Così, dentro ai conti del Cnel c’è di tutto e di più.
Presidente, vice e consiglieri costano 3 milioni e 326 mila euro di gettoni di presenza, ma poi spendono un milione e 300 mila euro per i viaggi e altri 270 mila quando vengono scorrazzati con il cappello di delegati del Consiglio.
Ma non basta: 350 mila euro sono in bilancio alla voce “spese per l’attività  degli organi collegiali e di programma”, che non si capisce a chi possa riferirsi se non alla solita pletora di consiglieri.
I quali nella sonnacchiosa villa combattono la noia tenendosi ben informati sui fatti della cosiddetta società  civile (65 mila euro di giornali fa quasi 180 euro al giorno, capodanno e ferragosto compresi) e nel tempo libero dispensano consulenze a destra e a manca: 335 mila euro sono a budget per “incarichi temporanei a esperti” e 34.750 (in crescita del 73,75 per cento) risultano stanziati per “spese relative a collaborazioni”.
E chissà  qual è la differenza.
Se i consiglieri non si fanno mancare proprio niente i dipendenti, che pure hanno il contratto bloccato, non sono da meno.
In una settantina costano di soli stipendi 3 milioni e 25 mila euro, cui vanno sommati 256 mila euro in ticket restaurant (più 39,32 per cento rispetto al 2010), 676.419 euro per il Fondo di risultato e le indennità  dirigenziali e 292 mila euro tondi di straordinari.
E qui dev’essere proprio che i revisori si sono distratti.
Sì, perchè il pagamento delle ore di lavoro extra contrattuali non si concilia granchè con l’assenteismo.
Che a villa Lubin raggiunge vette da Guinness dei primati.
Prendiamo, ad esempio, gli uffici del segretariato: a dicembre del 2010 il tasso di assenze era pari in media al 21,16 per cento, con un picco del 25,61 per cento al dipartimento per l’attuazione del programma.
Sarà  che il programma in questione proprio non c’è; fatto sta che al Cnel hanno inventato la settimana cortissima.
Ha detto una volta Sergio Larizza, l’ex segretario della Uil che è stato anche capintesta a villa Lubin: “Al Cnel serve una cosa sola: essere frequentato”. Ecco.
Il totale generale delle entrate ammonta, nel bilancio del 2011, a 20 milioni 719.248 euro e 78 centesimi.
Nello stesso documento è scritto che le spese di funzionamento raggiungeranno i 10 milioni 657.544 euro e 60 centesimi.
Vuol dire che un po’ più del 51 per cento delle uscite del Cnel serve per mantenere in vita il consiglio stesso.
E’ un conto semplice.
Non per Marzano, però, che davanti al pallottoliere e a dispetto del titolo di economista di cui si fregia è andato completamente in tilt.
“Dai miei calcoli, solo il 25 per cento serve a far funzionare la macchina”, ha detto il 21 gennaio 2007 a “La Stampa”.
“Solo il 30,28 per cento del bilancio del Cnel è effettivamente destinato a far girare la macchina”, ha dettato neanche quattro mesi dopo (“Corriere Economia”, 7 maggio 2007) correggendosi vistosamente e, quel che è peggio, sbagliando di nuovo.
Del resto, per essere nominati consiglieri del Cnel non è necessario un curriculum da scienziati.
Il requisito richiesto (articolo 8 della legge numero 936 del 1986) è uno solo: il godimento dei diritti civili e politici.
Il risultato s’è visto lo scorso 10 marzo.
Quel giorno il consiglio, invocando paradossalmente una riduzione dei costi della politica, ha approvato (all’unanimità , per giunta) un comunicato.
C’era scritto che negli ultimi dieci anni la crescita del prodotto interno lordo italiano era stata del 157 per cento (molto meglio, dunque, di quella cinese, ferma a quota 105).
Quei tirchi del Fondo monetario internazionale ci avevano invece accreditato di uno striminzito 24,7 per cento.
Non è davvero difficile indovinare chi avesse ragione.

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TODOS CABALLEROS: IN SICILIA TRA I FORESTALI VI SONO 841 UFFICIALI E SOLO 14 AGENTI

Maggio 5th, 2011 Riccardo Fucile

IL BOOM DAL 2007 CON LE PROMOZIONI AUTOMATICHE PER ANZIANITA’, ORA DICONO CHE SERVIREBBERO 1.300 PERSONE….LA REGIONE PENSA A NUOVE ASSUNZIONI PER EVITARE LA PARALISI

È il corpo di polizia più pazzo d’Italia, dove tutti comandano ma non c’è nessuno che possa obbedire.
È quello della forestale della Regione Siciliana, composto da ben 841 tra commissari e ispettori, cioè ufficiali e sottufficiali, che sulla carta dovrebbero coordinare una truppa di 14 agenti.
Qui tutti hanno i gradi e le stellette, e nessuno è soldato semplice.
Il risultato? Non solo in Sicilia non è rimasto più nessuno da “comandare”, ma ci sono più commissari e ispettori che in tutto il corpo forestale dello Stato, dove gli ufficiali sono 428 a fronte di 7111 agenti.
Un paradosso tutto siciliano, che la Regione guidata da Raffaele Lombardo ha appena scoperto facendo una ricognizione della pianta organica.
E adesso, per metterci una pezza, si cerca disperatamente una truppa da far comandare ai tanti ufficiali, con l’amministrazione che vorrebbe riqualificare del personale interno, visto che la Regione ha appena assunto nei ruoli 5400 precari, chiaramente senza alcun concorso.
“Per fortuna una norma prevede in questi casi l’assegnazione di mansioni anche inferiori ai graduati, in caso contrario avrei dovuto già  chiudere il corpo, rischio che rimane tale perchè in tutto ho un organico di 848 persone e ne ho bisogno di almeno 1.300”, dice il neo direttore della Forestale, Pietro Tolomeo, che si è trovato sul tavolo i dati che hanno messo nero su bianco questa assurdità , iniziata durante gli anni dall’ex governo Cuffaro: precisamente il 20 aprile 2007, quando è stato consentito l’avvio di promozioni automatiche con la semplice anzianità  di servizio. Il paradosso però adesso è sotto gli occhi di tutti.
Nel dettaglio il direttore Tolomeo guida un comando nel quale ci sono 148 commissari che guadagnano circa 2.400 euro netti al mese (in organico dovrebbero essere solo 80), 693 ispettori con stipendio da 2.100 euro al mese (in organico dovrebbero essere 200) e solo 14 tra sovrintendenti e agenti con stipendio da 1.400 euro.
Secondo la pianta organica, che sempre sulla scia dei paradossi siciliani è stata fissata con lo stesso decreto che promuoveva tutti, gli agenti in ruolo dovrebbero essere 1.100.
Ed è proprio su quest’ultimo numero che l’amministrazione e perfino i sindacati si appigliano ora per incrementare l’organico.
Gli ufficiali e i sotto ufficiali, infatti, si lamentano perchè svolgono mansioni che non sono di loro competenza: “Io ho 50 anni è sono costretto da solo a fare il lavoro dell’agente e del sovrintendente – dice l’ispettore Gerlando Mazzà , del Cobas-Codir – Qui in passato sono stati fatti sprechi ed errori, ma le conseguenze le stiamo pagando noi, perchè con un organico ridotto e così squilibrato nessuno può avere ambizioni di carriera”.
Numeri alla mano, comunque, anche con un organico “ridotto” a 848 unità , la Sicilia non si può lamentare rispetto ad altre regioni d’Italia che hanno una densità  boschiva certamente superiore rispetto a quella dell’isola: a esempio, in Veneto i berretti verdi sono 425, tra graduati e agenti, in Toscana 630.
Per non parlare della Valle d’Aosta o del Friuli Venezia Giulia, che nonostante le Alpi hanno corpi di polizia forestale composti rispettivamente da 157 e 298 unità .

Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica“)

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